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2019-11-29
A Milano anche le Pmi sono più grandi: il 22% più della media
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Un ecosistema ideale per la crescita e lo sviluppo delle attività imprenditoriali, anche quelle più piccole: è la città metropolitana di Milano, la terza area più popolata d'Europa dopo Londra e Parigi, con oltre tre milioni di abitanti che risiedono in 133 comuni, su un'estensione di 1.575 chilometri quadrati. Un territorio ricco di infrastrutture che si configura come un'unica area urbana integrata, con un modello produttivo che si basa su una fitta rete di imprese di piccola e piccolissima dimensione. Proprio le Pmi della zona, i loro bilanci, il business e la capacità di innovazione sono state oggetto dell'analisi di Banca Ifis, che ha realizzato un'edizione speciale del Market Watch Pmi dedicata proprio all'area metropolitana del capoluogo lombardo. La ricerca, chiamata "Grande Milano", è stata presentata all'interno della seconda edizione di Manifatture Aperte 2019. Come ha spiegato Raffaele Zingone, responsabile della direzione centrale affari del gruppo Banca Ifis, «in un mercato in rapida evoluzione ed estremamente competitivo, dove il prodotto, anche quello bancario, è diventato una commodity la differenza vera la fanno i modelli di distribuzione, le tempistiche ma soprattutto quel filo invisibile che lega gli uomini e che si chiama fiducia». Per questo, ha aggiunto il manager, «Banca Ifis ha deciso di arricchire il suo costante dialogo con le Pmi sostenendo le imprese non solo con il credito ma con una continua osmosi di informazioni, fornendo nuove prospettive utili a orientare le decisioni strategiche e di conseguenza il business».
Nello studio Banca Ifis ha preso in esame quattromila bilanci d'impresa, relativi a otto settori manifatturieri della Grande Milano: automotive, costruzioni, logistica e trasporti, meccanica, moda, tecnologia, chimica e farmaceutica, sistema casa. Oltre all'analisi dei conti economici è stata messa in atto un'attività di web listening, ovvero di "ascolto" e lettura di quasi 34.000 conversazioni sul web, da cui sono stati estrapolati tre "hot topic", cioè argomenti caldi, di discussione.
Quella che ne è emersa è una fotografia interessante dello stato di salute delle piccole imprese a Milano e dintorni. Un quarto di esse è concentrato nei settori della tecnologia (15,9%) che rappresenta una vera eccellenza, e della chimica farmaceutica (8%); rispetto al resto d'Italia risulta minore la presenza di Pmi attive nel comparto delle costruzioni (36,5% contro il 42,3% della media nazionale). A Milano le Pmi sono più "grandi" per fatturato, mediamente del 22% rispetto a quelle del resto d'Italia: in media realizzano 5,6 milioni di euro di ricavi, contro i 4,6 milioni della media italiana, anche se la tendenza è di un rallentamento, pur all'interno di una dinamica positiva. Nel 2018 la variazione dei ricavi è stata del +3,7%, contro il +5,2% del 2017) mentre accelerano gli investimenti (+3,53% anno su anno per 7,66 miliardi di euro).
Le piccole e medie imprese dell'area metropolitana milanese dimostrano una buona capacità di rimborsare i debiti finanziari e sanno usare gli strumenti di finanza agevolata: la Lombardia è infatti la prima regione per utilizzo del contributo previsto dalla legge Nuova Sabatini, cioè gli incentivi per finanziare l'acquisto – o il leasing – di macchinari, attrezzature, impianti o altri beni strumentali a uso produttivo. Milano, inoltre, è tra le prime tre province per numero di domande presentate al fondo di garanzia per le Pmi.
Dall'analisi delle conversazioni sul web sono poi emersi tre macro-trend, tre grandi argomenti di dibattito che tengono banco tra gli attori del tessuto economico della città metropolitana milanese: innovazione tecnologica, formazione e sostenibilità. Milano presenta infatti un'attenzione all'innovazione maggiore rispetto alla media italiana: nella città si concentrano incubatori d'impresa e si sviluppano prototipi ad alto contenuto tecnologico in tutti i settori. Il secondo argomento è la formazione: Milano è infatti riconosciuta come un hub per la formazione delle competenze e rappresenta un punto di riferimento per il mercato del lavoro, anche se su questo fronte le aziende si dicono preoccupate per la difficoltà di trattenere figure altamente qualificate, a causa del fenomeno della cosiddetta "fuga dei cervelli". Ultimo, ma non meno importante, è il tema della sostenibilità: come in tutta Italia, anche a Milano la ricerca di soluzioni ecosostenibili è un fil rouge che accomuna tutti i settori. E la capacità di essere sostenibili è una delle sfide che le piccole e medie imprese devono affrontare per poter restare competitive a livello internazionale.
Il metodo banca Ifis: raccogliere le voci del web
Comprendere le esigenze delle Pmi attraverso la "voce del web": è il senso del progetto #RaccontamImpresa di Banca Ifis, che ha sfruttato il potenziale dei big data per meglio comprendere in che direzione va il mondo produttivo. Grazie alla partnership con la piattaforma Chorally, Banca Ifis ha analizzato, in un periodo di sei mesi, oltre 550.000 azioni e reazioni sul web (da un lato articoli, post, menzioni e dall'altro commenti, risposte e retweet). Questo traffico è stato segmentato in relazione a nove settori produttivi, individuando esigenze e aspettative consumatori: le informazioni qualitative sono state poi integrate con dati quantitativi (grazie all'ufficio studi di Banca Ifis e alle università di Venezia Ca' Foscari e di Padova) provenienti dal database di Market Watch Pmi. E secondo l'osservatorio, che ha preso in esame oltre 61.000 piccole e medie imprese con fatturato inferiore a 50 milioni, le Pmi italiane ottengono buoni risultati sul fronte dei ricavi. Dal 2016 al 2018 il campione analizzato ha riportato ricavi in aumento del 7,8% e investimenti in crescita del 4,6% in valore assoluto, mentre è rimasta sostanzialmente invariata la produttività. Meccanica, tecnologia, chimica/farmaceutica e automotive sono i settori nei quali sono presenti le Pmi con il miglior profilo di crescita dei ricavi e sostenibilità del debito, mentre le performance migliori sul fronte della redditività (Roe, return on equity) si registrano nel settore della moda. Ci sono poi un migliaio di Pmi cosiddette "stellari", che hanno visto tra il 2016 e il 2017 un aumento dei ricavi del 44% (contro una media del +4,3%), una crescita della marginalità del 16%, degli investimenti del 16,4% e del Roe del 31,5% (contro una media dell'8,3%).
In questo contesto, dall'analisi delle "voci del web" sono emersi tre macrotrend, tre grandi temi sui quali si concentra il dibattito tra chi fa impresa: l'ecosostenibilità, cioè l'impatto ambientale del business, la trasformazione digitale e il rapporto di partenariato pubblico-privato, cioè gli accordi e le agevolazioni in grado di facilitare l'attività imprenditoriale. Le Pmi che stanno già orientando il proprio business su queste direttrici registrano, secondo lo studio, migliori performance. «In un mercato in costante e rapida evoluzione, abbiamo deciso di arricchire il nostro approccio a sostegno della cultura di impresa con nuove tematiche e prospettive, affrontando con metodo scientifico e innovativo il grande universo del web e l'utilizzo dei big data», ha spiegato Alberto Staccione, direttore generale di Banca Ifis. «Molte delle informazioni di cui le aziende necessitano per il loro business sono a portata di schermo, ma frantumate in milioni di parole postate su blog e social network. Per fare sintesi e analisi servono abilità specialistiche che Banca Ifis ha saputo individuare e coordinare in questo nuovo progetto al servizio delle imprese».
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Un ecosistema ideale per la crescita e lo sviluppo delle attività imprenditoriali, anche quelle più piccole: è la città metropolitana lombarda che si configura come un'unica area urbana integrata, con un modello produttivo che si basa su una fitta rete di imprese di piccola e piccolissima dimensione.Il metodo banca Ifis: raccogliere le voci del web. Il progetto #RaccontamImpresa ha esaminato reazioni e commenti online così da poter individuare esigenze e aspettative dei consumatori.Lo speciale comprende due articoli.Un ecosistema ideale per la crescita e lo sviluppo delle attività imprenditoriali, anche quelle più piccole: è la città metropolitana di Milano, la terza area più popolata d'Europa dopo Londra e Parigi, con oltre tre milioni di abitanti che risiedono in 133 comuni, su un'estensione di 1.575 chilometri quadrati. Un territorio ricco di infrastrutture che si configura come un'unica area urbana integrata, con un modello produttivo che si basa su una fitta rete di imprese di piccola e piccolissima dimensione. Proprio le Pmi della zona, i loro bilanci, il business e la capacità di innovazione sono state oggetto dell'analisi di Banca Ifis, che ha realizzato un'edizione speciale del Market Watch Pmi dedicata proprio all'area metropolitana del capoluogo lombardo. La ricerca, chiamata "Grande Milano", è stata presentata all'interno della seconda edizione di Manifatture Aperte 2019. Come ha spiegato Raffaele Zingone, responsabile della direzione centrale affari del gruppo Banca Ifis, «in un mercato in rapida evoluzione ed estremamente competitivo, dove il prodotto, anche quello bancario, è diventato una commodity la differenza vera la fanno i modelli di distribuzione, le tempistiche ma soprattutto quel filo invisibile che lega gli uomini e che si chiama fiducia». Per questo, ha aggiunto il manager, «Banca Ifis ha deciso di arricchire il suo costante dialogo con le Pmi sostenendo le imprese non solo con il credito ma con una continua osmosi di informazioni, fornendo nuove prospettive utili a orientare le decisioni strategiche e di conseguenza il business». Nello studio Banca Ifis ha preso in esame quattromila bilanci d'impresa, relativi a otto settori manifatturieri della Grande Milano: automotive, costruzioni, logistica e trasporti, meccanica, moda, tecnologia, chimica e farmaceutica, sistema casa. Oltre all'analisi dei conti economici è stata messa in atto un'attività di web listening, ovvero di "ascolto" e lettura di quasi 34.000 conversazioni sul web, da cui sono stati estrapolati tre "hot topic", cioè argomenti caldi, di discussione. Quella che ne è emersa è una fotografia interessante dello stato di salute delle piccole imprese a Milano e dintorni. Un quarto di esse è concentrato nei settori della tecnologia (15,9%) che rappresenta una vera eccellenza, e della chimica farmaceutica (8%); rispetto al resto d'Italia risulta minore la presenza di Pmi attive nel comparto delle costruzioni (36,5% contro il 42,3% della media nazionale). A Milano le Pmi sono più "grandi" per fatturato, mediamente del 22% rispetto a quelle del resto d'Italia: in media realizzano 5,6 milioni di euro di ricavi, contro i 4,6 milioni della media italiana, anche se la tendenza è di un rallentamento, pur all'interno di una dinamica positiva. Nel 2018 la variazione dei ricavi è stata del +3,7%, contro il +5,2% del 2017) mentre accelerano gli investimenti (+3,53% anno su anno per 7,66 miliardi di euro). Le piccole e medie imprese dell'area metropolitana milanese dimostrano una buona capacità di rimborsare i debiti finanziari e sanno usare gli strumenti di finanza agevolata: la Lombardia è infatti la prima regione per utilizzo del contributo previsto dalla legge Nuova Sabatini, cioè gli incentivi per finanziare l'acquisto – o il leasing – di macchinari, attrezzature, impianti o altri beni strumentali a uso produttivo. Milano, inoltre, è tra le prime tre province per numero di domande presentate al fondo di garanzia per le Pmi. Dall'analisi delle conversazioni sul web sono poi emersi tre macro-trend, tre grandi argomenti di dibattito che tengono banco tra gli attori del tessuto economico della città metropolitana milanese: innovazione tecnologica, formazione e sostenibilità. Milano presenta infatti un'attenzione all'innovazione maggiore rispetto alla media italiana: nella città si concentrano incubatori d'impresa e si sviluppano prototipi ad alto contenuto tecnologico in tutti i settori. Il secondo argomento è la formazione: Milano è infatti riconosciuta come un hub per la formazione delle competenze e rappresenta un punto di riferimento per il mercato del lavoro, anche se su questo fronte le aziende si dicono preoccupate per la difficoltà di trattenere figure altamente qualificate, a causa del fenomeno della cosiddetta "fuga dei cervelli". Ultimo, ma non meno importante, è il tema della sostenibilità: come in tutta Italia, anche a Milano la ricerca di soluzioni ecosostenibili è un fil rouge che accomuna tutti i settori. E la capacità di essere sostenibili è una delle sfide che le piccole e medie imprese devono affrontare per poter restare competitive a livello internazionale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-milano-anche-le-pmi-sono-piu-grandi-il-22-piu-della-media-2641479357.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-metodo-banca-ifis-raccogliere-le-voci-del-web" data-post-id="2641479357" data-published-at="1778178828" data-use-pagination="False"> Il metodo banca Ifis: raccogliere le voci del web Comprendere le esigenze delle Pmi attraverso la "voce del web": è il senso del progetto #RaccontamImpresa di Banca Ifis, che ha sfruttato il potenziale dei big data per meglio comprendere in che direzione va il mondo produttivo. Grazie alla partnership con la piattaforma Chorally, Banca Ifis ha analizzato, in un periodo di sei mesi, oltre 550.000 azioni e reazioni sul web (da un lato articoli, post, menzioni e dall'altro commenti, risposte e retweet). Questo traffico è stato segmentato in relazione a nove settori produttivi, individuando esigenze e aspettative consumatori: le informazioni qualitative sono state poi integrate con dati quantitativi (grazie all'ufficio studi di Banca Ifis e alle università di Venezia Ca' Foscari e di Padova) provenienti dal database di Market Watch Pmi. E secondo l'osservatorio, che ha preso in esame oltre 61.000 piccole e medie imprese con fatturato inferiore a 50 milioni, le Pmi italiane ottengono buoni risultati sul fronte dei ricavi. Dal 2016 al 2018 il campione analizzato ha riportato ricavi in aumento del 7,8% e investimenti in crescita del 4,6% in valore assoluto, mentre è rimasta sostanzialmente invariata la produttività. Meccanica, tecnologia, chimica/farmaceutica e automotive sono i settori nei quali sono presenti le Pmi con il miglior profilo di crescita dei ricavi e sostenibilità del debito, mentre le performance migliori sul fronte della redditività (Roe, return on equity) si registrano nel settore della moda. Ci sono poi un migliaio di Pmi cosiddette "stellari", che hanno visto tra il 2016 e il 2017 un aumento dei ricavi del 44% (contro una media del +4,3%), una crescita della marginalità del 16%, degli investimenti del 16,4% e del Roe del 31,5% (contro una media dell'8,3%). In questo contesto, dall'analisi delle "voci del web" sono emersi tre macrotrend, tre grandi temi sui quali si concentra il dibattito tra chi fa impresa: l'ecosostenibilità, cioè l'impatto ambientale del business, la trasformazione digitale e il rapporto di partenariato pubblico-privato, cioè gli accordi e le agevolazioni in grado di facilitare l'attività imprenditoriale. Le Pmi che stanno già orientando il proprio business su queste direttrici registrano, secondo lo studio, migliori performance. «In un mercato in costante e rapida evoluzione, abbiamo deciso di arricchire il nostro approccio a sostegno della cultura di impresa con nuove tematiche e prospettive, affrontando con metodo scientifico e innovativo il grande universo del web e l'utilizzo dei big data», ha spiegato Alberto Staccione, direttore generale di Banca Ifis. «Molte delle informazioni di cui le aziende necessitano per il loro business sono a portata di schermo, ma frantumate in milioni di parole postate su blog e social network. Per fare sintesi e analisi servono abilità specialistiche che Banca Ifis ha saputo individuare e coordinare in questo nuovo progetto al servizio delle imprese».
Dal Brasile arriva pollo contaminato da salmonella che invade il mercato europeo senza alcun controllo. Nella partita del Mercosur per l’Italia c’è anche un’aggravante, se così si può dire: aveva fatto fronte comune con gli altri Paesi per bloccarlo, ma alla fine ha detto sì al trattato di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay con annessa Bolivia. Il ministro per la Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, anche su consiglio di Giorgia Meloni, si era fatto convincere perché la Commissione Ue ha promosso l’applicazione della clausola di reciprocità: i prodotti agricoli importati dal Mercosur devono avere le stesse garanzie di salubrità e qualità di quelli europei.
Promessa immediatamente smentita da quanto è accaduto in Grecia: è sbarcato un carico di carne di pollo contaminato il 2 maggio, il giorno seguente all’entrata in vigore ufficiale del Mercosur. Ursula von der Leyen ha fatto il diavolo a quattro per far ratificare l’accordo il prima possibile, ha sfidato il Parlamento europeo che ha chiesto alla Corte di giustizia di verificare se l’accordo violi o meno i Trattati europei e lo ha fatto applicare in via provvisoria infischiandosene del pronunciamento dei giudici. Il che espone l’Ue, nel caso in cui la Corte di Lussemburgo sancisse l’illegittimità dell’accordo, a un contenzioso lungo e oneroso assai. Pur di vendere le vecchie Mercedes, le Bmw e le Audi ai brasiliani che ci rimpinzano di ogni schifezza agricola, la baronessa non è andata tanto per il sottile. Ma, come si dice, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E la prima, gravissima conseguenza del Mercosur si è materializzata in Grecia, Paese che, dopo la batosta della crisi monetaria del 2009, di fatto è a trazione tedesca e il leader di Nea Democratia e premier, Kyriakos Mitsotakis, ha già pagato un prezzo alto in popolarità. Ha seguito la stessa traiettoria dell’Italia anche se i contadini greci sono tutt’ora sul piede di guerra, soprattutto i coltivatori di riso Ndel nord, gli allevatori del Peloponneso e gli olivicoltori e vignaioli di Creta dove ci sono state le proteste più violente.
E hanno ragione perché l’80% del primo carico di pollo congelato, pari a 3 tonnellate in totale, giunto in Grecia dal Brasile, era contaminato da salmonella. Lo ha rivelato la Federazione panellenica degli ingegneri geotecnici. Quanto accaduto solleva seri interrogativi sull’efficacia dei meccanismi di controllo dell’Ue sulla sicurezza degli alimenti importati. Secondo i risultati dei laboratori veterinari di Agia Paraskevi, nella periferia di Atene, 8 su 10 dei primi lotti analizzati sono risultati contaminati da salmonella e il presidente della Federazione panellenica degli ingegnergeotecnici pubblici, Nikos Kakavas, lo ha confermato esprimendo forti preoccupazioni circa l’adeguatezza dei controlli sui prodotti importati.
Nikos Kakavas ha denunciato peraltro le gravi ripercussioni sull’agricoltura greca a causa delle importazioni selvagge via Mercosur, in un Paese che, avendo solo il 40% dei tecnici che servirebbero, non è in grado di controllare la merce che arriva. Come direbbero i francesi: è solo l’inizio. In Italia la mobilitazione anti Mercosur, per chiedere controlli e lotta alle contraffazioni, non si è mai arrestata. Migliaia di agricoltori della Coldiretti si ritroveranno alla Fiera di Cagliari domani per protestare e con loro ci sarà anche il ministro Francesco Lollobrigida che sul Mercosur avrà forse da ridire.
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Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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