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2019-11-29
A Milano anche le Pmi sono più grandi: il 22% più della media
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Un ecosistema ideale per la crescita e lo sviluppo delle attività imprenditoriali, anche quelle più piccole: è la città metropolitana di Milano, la terza area più popolata d'Europa dopo Londra e Parigi, con oltre tre milioni di abitanti che risiedono in 133 comuni, su un'estensione di 1.575 chilometri quadrati. Un territorio ricco di infrastrutture che si configura come un'unica area urbana integrata, con un modello produttivo che si basa su una fitta rete di imprese di piccola e piccolissima dimensione. Proprio le Pmi della zona, i loro bilanci, il business e la capacità di innovazione sono state oggetto dell'analisi di Banca Ifis, che ha realizzato un'edizione speciale del Market Watch Pmi dedicata proprio all'area metropolitana del capoluogo lombardo. La ricerca, chiamata "Grande Milano", è stata presentata all'interno della seconda edizione di Manifatture Aperte 2019. Come ha spiegato Raffaele Zingone, responsabile della direzione centrale affari del gruppo Banca Ifis, «in un mercato in rapida evoluzione ed estremamente competitivo, dove il prodotto, anche quello bancario, è diventato una commodity la differenza vera la fanno i modelli di distribuzione, le tempistiche ma soprattutto quel filo invisibile che lega gli uomini e che si chiama fiducia». Per questo, ha aggiunto il manager, «Banca Ifis ha deciso di arricchire il suo costante dialogo con le Pmi sostenendo le imprese non solo con il credito ma con una continua osmosi di informazioni, fornendo nuove prospettive utili a orientare le decisioni strategiche e di conseguenza il business».
Nello studio Banca Ifis ha preso in esame quattromila bilanci d'impresa, relativi a otto settori manifatturieri della Grande Milano: automotive, costruzioni, logistica e trasporti, meccanica, moda, tecnologia, chimica e farmaceutica, sistema casa. Oltre all'analisi dei conti economici è stata messa in atto un'attività di web listening, ovvero di "ascolto" e lettura di quasi 34.000 conversazioni sul web, da cui sono stati estrapolati tre "hot topic", cioè argomenti caldi, di discussione.
Quella che ne è emersa è una fotografia interessante dello stato di salute delle piccole imprese a Milano e dintorni. Un quarto di esse è concentrato nei settori della tecnologia (15,9%) che rappresenta una vera eccellenza, e della chimica farmaceutica (8%); rispetto al resto d'Italia risulta minore la presenza di Pmi attive nel comparto delle costruzioni (36,5% contro il 42,3% della media nazionale). A Milano le Pmi sono più "grandi" per fatturato, mediamente del 22% rispetto a quelle del resto d'Italia: in media realizzano 5,6 milioni di euro di ricavi, contro i 4,6 milioni della media italiana, anche se la tendenza è di un rallentamento, pur all'interno di una dinamica positiva. Nel 2018 la variazione dei ricavi è stata del +3,7%, contro il +5,2% del 2017) mentre accelerano gli investimenti (+3,53% anno su anno per 7,66 miliardi di euro).
Le piccole e medie imprese dell'area metropolitana milanese dimostrano una buona capacità di rimborsare i debiti finanziari e sanno usare gli strumenti di finanza agevolata: la Lombardia è infatti la prima regione per utilizzo del contributo previsto dalla legge Nuova Sabatini, cioè gli incentivi per finanziare l'acquisto – o il leasing – di macchinari, attrezzature, impianti o altri beni strumentali a uso produttivo. Milano, inoltre, è tra le prime tre province per numero di domande presentate al fondo di garanzia per le Pmi.
Dall'analisi delle conversazioni sul web sono poi emersi tre macro-trend, tre grandi argomenti di dibattito che tengono banco tra gli attori del tessuto economico della città metropolitana milanese: innovazione tecnologica, formazione e sostenibilità. Milano presenta infatti un'attenzione all'innovazione maggiore rispetto alla media italiana: nella città si concentrano incubatori d'impresa e si sviluppano prototipi ad alto contenuto tecnologico in tutti i settori. Il secondo argomento è la formazione: Milano è infatti riconosciuta come un hub per la formazione delle competenze e rappresenta un punto di riferimento per il mercato del lavoro, anche se su questo fronte le aziende si dicono preoccupate per la difficoltà di trattenere figure altamente qualificate, a causa del fenomeno della cosiddetta "fuga dei cervelli". Ultimo, ma non meno importante, è il tema della sostenibilità: come in tutta Italia, anche a Milano la ricerca di soluzioni ecosostenibili è un fil rouge che accomuna tutti i settori. E la capacità di essere sostenibili è una delle sfide che le piccole e medie imprese devono affrontare per poter restare competitive a livello internazionale.
Il metodo banca Ifis: raccogliere le voci del web
Comprendere le esigenze delle Pmi attraverso la "voce del web": è il senso del progetto #RaccontamImpresa di Banca Ifis, che ha sfruttato il potenziale dei big data per meglio comprendere in che direzione va il mondo produttivo. Grazie alla partnership con la piattaforma Chorally, Banca Ifis ha analizzato, in un periodo di sei mesi, oltre 550.000 azioni e reazioni sul web (da un lato articoli, post, menzioni e dall'altro commenti, risposte e retweet). Questo traffico è stato segmentato in relazione a nove settori produttivi, individuando esigenze e aspettative consumatori: le informazioni qualitative sono state poi integrate con dati quantitativi (grazie all'ufficio studi di Banca Ifis e alle università di Venezia Ca' Foscari e di Padova) provenienti dal database di Market Watch Pmi. E secondo l'osservatorio, che ha preso in esame oltre 61.000 piccole e medie imprese con fatturato inferiore a 50 milioni, le Pmi italiane ottengono buoni risultati sul fronte dei ricavi. Dal 2016 al 2018 il campione analizzato ha riportato ricavi in aumento del 7,8% e investimenti in crescita del 4,6% in valore assoluto, mentre è rimasta sostanzialmente invariata la produttività. Meccanica, tecnologia, chimica/farmaceutica e automotive sono i settori nei quali sono presenti le Pmi con il miglior profilo di crescita dei ricavi e sostenibilità del debito, mentre le performance migliori sul fronte della redditività (Roe, return on equity) si registrano nel settore della moda. Ci sono poi un migliaio di Pmi cosiddette "stellari", che hanno visto tra il 2016 e il 2017 un aumento dei ricavi del 44% (contro una media del +4,3%), una crescita della marginalità del 16%, degli investimenti del 16,4% e del Roe del 31,5% (contro una media dell'8,3%).
In questo contesto, dall'analisi delle "voci del web" sono emersi tre macrotrend, tre grandi temi sui quali si concentra il dibattito tra chi fa impresa: l'ecosostenibilità, cioè l'impatto ambientale del business, la trasformazione digitale e il rapporto di partenariato pubblico-privato, cioè gli accordi e le agevolazioni in grado di facilitare l'attività imprenditoriale. Le Pmi che stanno già orientando il proprio business su queste direttrici registrano, secondo lo studio, migliori performance. «In un mercato in costante e rapida evoluzione, abbiamo deciso di arricchire il nostro approccio a sostegno della cultura di impresa con nuove tematiche e prospettive, affrontando con metodo scientifico e innovativo il grande universo del web e l'utilizzo dei big data», ha spiegato Alberto Staccione, direttore generale di Banca Ifis. «Molte delle informazioni di cui le aziende necessitano per il loro business sono a portata di schermo, ma frantumate in milioni di parole postate su blog e social network. Per fare sintesi e analisi servono abilità specialistiche che Banca Ifis ha saputo individuare e coordinare in questo nuovo progetto al servizio delle imprese».
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Un ecosistema ideale per la crescita e lo sviluppo delle attività imprenditoriali, anche quelle più piccole: è la città metropolitana lombarda che si configura come un'unica area urbana integrata, con un modello produttivo che si basa su una fitta rete di imprese di piccola e piccolissima dimensione.Il metodo banca Ifis: raccogliere le voci del web. Il progetto #RaccontamImpresa ha esaminato reazioni e commenti online così da poter individuare esigenze e aspettative dei consumatori.Lo speciale comprende due articoli.Un ecosistema ideale per la crescita e lo sviluppo delle attività imprenditoriali, anche quelle più piccole: è la città metropolitana di Milano, la terza area più popolata d'Europa dopo Londra e Parigi, con oltre tre milioni di abitanti che risiedono in 133 comuni, su un'estensione di 1.575 chilometri quadrati. Un territorio ricco di infrastrutture che si configura come un'unica area urbana integrata, con un modello produttivo che si basa su una fitta rete di imprese di piccola e piccolissima dimensione. Proprio le Pmi della zona, i loro bilanci, il business e la capacità di innovazione sono state oggetto dell'analisi di Banca Ifis, che ha realizzato un'edizione speciale del Market Watch Pmi dedicata proprio all'area metropolitana del capoluogo lombardo. La ricerca, chiamata "Grande Milano", è stata presentata all'interno della seconda edizione di Manifatture Aperte 2019. Come ha spiegato Raffaele Zingone, responsabile della direzione centrale affari del gruppo Banca Ifis, «in un mercato in rapida evoluzione ed estremamente competitivo, dove il prodotto, anche quello bancario, è diventato una commodity la differenza vera la fanno i modelli di distribuzione, le tempistiche ma soprattutto quel filo invisibile che lega gli uomini e che si chiama fiducia». Per questo, ha aggiunto il manager, «Banca Ifis ha deciso di arricchire il suo costante dialogo con le Pmi sostenendo le imprese non solo con il credito ma con una continua osmosi di informazioni, fornendo nuove prospettive utili a orientare le decisioni strategiche e di conseguenza il business». Nello studio Banca Ifis ha preso in esame quattromila bilanci d'impresa, relativi a otto settori manifatturieri della Grande Milano: automotive, costruzioni, logistica e trasporti, meccanica, moda, tecnologia, chimica e farmaceutica, sistema casa. Oltre all'analisi dei conti economici è stata messa in atto un'attività di web listening, ovvero di "ascolto" e lettura di quasi 34.000 conversazioni sul web, da cui sono stati estrapolati tre "hot topic", cioè argomenti caldi, di discussione. Quella che ne è emersa è una fotografia interessante dello stato di salute delle piccole imprese a Milano e dintorni. Un quarto di esse è concentrato nei settori della tecnologia (15,9%) che rappresenta una vera eccellenza, e della chimica farmaceutica (8%); rispetto al resto d'Italia risulta minore la presenza di Pmi attive nel comparto delle costruzioni (36,5% contro il 42,3% della media nazionale). A Milano le Pmi sono più "grandi" per fatturato, mediamente del 22% rispetto a quelle del resto d'Italia: in media realizzano 5,6 milioni di euro di ricavi, contro i 4,6 milioni della media italiana, anche se la tendenza è di un rallentamento, pur all'interno di una dinamica positiva. Nel 2018 la variazione dei ricavi è stata del +3,7%, contro il +5,2% del 2017) mentre accelerano gli investimenti (+3,53% anno su anno per 7,66 miliardi di euro). Le piccole e medie imprese dell'area metropolitana milanese dimostrano una buona capacità di rimborsare i debiti finanziari e sanno usare gli strumenti di finanza agevolata: la Lombardia è infatti la prima regione per utilizzo del contributo previsto dalla legge Nuova Sabatini, cioè gli incentivi per finanziare l'acquisto – o il leasing – di macchinari, attrezzature, impianti o altri beni strumentali a uso produttivo. Milano, inoltre, è tra le prime tre province per numero di domande presentate al fondo di garanzia per le Pmi. Dall'analisi delle conversazioni sul web sono poi emersi tre macro-trend, tre grandi argomenti di dibattito che tengono banco tra gli attori del tessuto economico della città metropolitana milanese: innovazione tecnologica, formazione e sostenibilità. Milano presenta infatti un'attenzione all'innovazione maggiore rispetto alla media italiana: nella città si concentrano incubatori d'impresa e si sviluppano prototipi ad alto contenuto tecnologico in tutti i settori. Il secondo argomento è la formazione: Milano è infatti riconosciuta come un hub per la formazione delle competenze e rappresenta un punto di riferimento per il mercato del lavoro, anche se su questo fronte le aziende si dicono preoccupate per la difficoltà di trattenere figure altamente qualificate, a causa del fenomeno della cosiddetta "fuga dei cervelli". Ultimo, ma non meno importante, è il tema della sostenibilità: come in tutta Italia, anche a Milano la ricerca di soluzioni ecosostenibili è un fil rouge che accomuna tutti i settori. E la capacità di essere sostenibili è una delle sfide che le piccole e medie imprese devono affrontare per poter restare competitive a livello internazionale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-milano-anche-le-pmi-sono-piu-grandi-il-22-piu-della-media-2641479357.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-metodo-banca-ifis-raccogliere-le-voci-del-web" data-post-id="2641479357" data-published-at="1771907219" data-use-pagination="False"> Il metodo banca Ifis: raccogliere le voci del web Comprendere le esigenze delle Pmi attraverso la "voce del web": è il senso del progetto #RaccontamImpresa di Banca Ifis, che ha sfruttato il potenziale dei big data per meglio comprendere in che direzione va il mondo produttivo. Grazie alla partnership con la piattaforma Chorally, Banca Ifis ha analizzato, in un periodo di sei mesi, oltre 550.000 azioni e reazioni sul web (da un lato articoli, post, menzioni e dall'altro commenti, risposte e retweet). Questo traffico è stato segmentato in relazione a nove settori produttivi, individuando esigenze e aspettative consumatori: le informazioni qualitative sono state poi integrate con dati quantitativi (grazie all'ufficio studi di Banca Ifis e alle università di Venezia Ca' Foscari e di Padova) provenienti dal database di Market Watch Pmi. E secondo l'osservatorio, che ha preso in esame oltre 61.000 piccole e medie imprese con fatturato inferiore a 50 milioni, le Pmi italiane ottengono buoni risultati sul fronte dei ricavi. Dal 2016 al 2018 il campione analizzato ha riportato ricavi in aumento del 7,8% e investimenti in crescita del 4,6% in valore assoluto, mentre è rimasta sostanzialmente invariata la produttività. Meccanica, tecnologia, chimica/farmaceutica e automotive sono i settori nei quali sono presenti le Pmi con il miglior profilo di crescita dei ricavi e sostenibilità del debito, mentre le performance migliori sul fronte della redditività (Roe, return on equity) si registrano nel settore della moda. Ci sono poi un migliaio di Pmi cosiddette "stellari", che hanno visto tra il 2016 e il 2017 un aumento dei ricavi del 44% (contro una media del +4,3%), una crescita della marginalità del 16%, degli investimenti del 16,4% e del Roe del 31,5% (contro una media dell'8,3%). In questo contesto, dall'analisi delle "voci del web" sono emersi tre macrotrend, tre grandi temi sui quali si concentra il dibattito tra chi fa impresa: l'ecosostenibilità, cioè l'impatto ambientale del business, la trasformazione digitale e il rapporto di partenariato pubblico-privato, cioè gli accordi e le agevolazioni in grado di facilitare l'attività imprenditoriale. Le Pmi che stanno già orientando il proprio business su queste direttrici registrano, secondo lo studio, migliori performance. «In un mercato in costante e rapida evoluzione, abbiamo deciso di arricchire il nostro approccio a sostegno della cultura di impresa con nuove tematiche e prospettive, affrontando con metodo scientifico e innovativo il grande universo del web e l'utilizzo dei big data», ha spiegato Alberto Staccione, direttore generale di Banca Ifis. «Molte delle informazioni di cui le aziende necessitano per il loro business sono a portata di schermo, ma frantumate in milioni di parole postate su blog e social network. Per fare sintesi e analisi servono abilità specialistiche che Banca Ifis ha saputo individuare e coordinare in questo nuovo progetto al servizio delle imprese».
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Esempio. L’interista grida al compagno opposto di tifo: «Sporco milanista!», accusandolo di essere negativo in quanto milanista e l’essere milanista è talmente negativo da necessitare di un rafforzativo negativo, che può essere «brutto», «disgraziato», «infame», «vigliacco» e così via, fino a «sporco». La sporcizia emblematizza la negatività tanto quanto la bruttezza estetica, le tribolazioni esistenziali, l’attitudine a fare la spia, la viltà e quindi, agli occhi dell’interista, essere milanista è una colpa tanto grave da poter essere rafforzata da un ulteriore stigma accusatorio. Anche la spiegazione della combinazione «sporco» più «caratteristica odiata» non univoca, ma doppia, regge. Il doppio insulto, scollegato rispetto al precedente, «Sei sporco e milanista», comunque si basa sull’attribuzione di un giudizio morale negativo all’essere sporco e, anche se solo simbolica, di un valore negativo ovvero un disvalore al portatore di sporcizia. Insomma, è più che assodato: se volete offendere qualcuno dategli dello sporco, simbolico o reale. Essere tacciati di pulizia, invece, vuol dire essere puri: «Your clothes are clean and your mind is productive» cantava Paul Weller con gli Style Council in quella che è - faremo una confessione pulita - una delle canzoni d’amore preferite di chi scrive, Speak like a child. Ancora, «Hai il cuore pulito come appena nevicato» cantava Eugenio Finardi nella canzone Patrizia. I proverbi traboccano di trionfi della pulizia: «Chi è pulito è bello», non sempre è vero, è pieno il mondo di racchioni puliti, tuttavia si può pensare che anche se non sono belli da guardare sono, almeno, puliti. Un altro: «La pulizia costa poco e molto vale»: verissimo. Un altro ancora: «Non importa che l’abito sia fino, purché sia pulito». Qui concordiamo: un brutto vestito pulito è certamente migliore di uno bello ma sporco.
Ci sono però dei casi in cui il polo positivo rappresentato dal pulito porta con sé qualcosa di negativo. Accade quando l’esercizio della pulizia non è virtuoso come sarebbe se fosse equilibrato, ma è un’attività ansiosa e ossessiva determinata dalla nevrosi di cui si è lievemente o del tutto ammalati. Dopo che la tv inglese ha dedicato loro un programma tv che in lingua originale si intitolava Obsessive Compulsive Cleaners e che in Italia è stato tradotto come Malati di pulito, li conosciamo popolarmente con questa denominazione. Da un punto di vista psichiatrico, il termine tecnico non è però «malati di pulito», che fa il verso ad altre frasi costruite sulla specificazione dell’oggetto della mania come, per esempio, «morti di fama» per intendere, un po’ simpaticamente, quelli che per arrivare al successo venderebbero anche la madre. I rupofobici soffrono molto, da un certo punto di vista, e no, non sono persone bizzarre che come una ha la passione degli scacchi, be‘ quelli ce l’hanno dei mocio lavapavimenti. No. Quelli sono semplici appassionati pulitori. I veri e propri rupofobici sono sofferenti portatori di una sorta di condanna, di una coazione a ripetere una prassi «igienizzante» che non basta mai e che il giorno dopo ricomincerà di nuovo. Sono i Sisifo del disinfettante: ogni giorno maneggiano la pezzetta imbibita di detergente per pulire con tutte le loro forze per poi... ricominciare uguale il giorno dopo. E quello dopo ancora e così via, sempre uguale, per l’eternità. A meno che un trattamento psicoterapeutico non interrompa il ciclo. Ciò che li guida, infatti, a pulire come instancabili ossessionati non è l’effettiva ed oggettiva condizione igienica di, per esempio, la casa. Il rupofobico non pulisce i pavimenti una volta a settimana, è capace di pulirli una volta ogni ora. O del proprio corpo. Il rupofobico non si lava le mani dopo essere andato in bagno, se le lava anche più volte di continuo, continuamente, per tranquillizzarsi, non perché le abbia davvero sporche. La parola rupofobia deriva dall’unione della parola greca rùpos che vuol dire sporcizia, sudiciume e fobia da phobos che significa paura. Attualmente la rupofobia è considerata da alcuni un disturbo d’ansia, da altri un disturbo ossessivo compulsivo. Va detto che alcuni considerano tutti i disturbi ossessivo compulsivi forme d’ansia e altri no, li considerano questioni psicopatologiche diverse. I gradi di afflizione di questa fobia possono essere diversi e andare da una leggera ansia all’idea di toccare qualcosa di sporco al disagio che porta a pensare continuamente allo sporco e a come evitarlo. Nel caso della «semplice» ansia, non si pensa continuamente allo sporco e l’ansia sopraggiunge solo se ci si trova in una situazione non percepita come igienica. Oppure, nella vita quotidiana che naturalmente contempla anche un rapporto continuo con la pulizia propria, della propria casa e, in generale, dei luoghi frequentati fuori casa, si opta sempre per azioni di controllo dell’eventuale sporco: si va dal lavarsi ben bene e con compiacimento le mani quando necessario all’evitare con compiacimento che tranquillizza ed evita l’ansia di bere il caffè nelle tazzine del bar chiedendolo in bicchiere usa e getta, dallo sgridare la persona che prende la frutta e la verdura al supermercato senza guanti come se stesse facendo chissà che di chissà quanto grave all’evitare di toccare cani o gatti considerandoli fonti di sporcizia, dall’iniziare a pulire appena arrivati a casa dal lavoro con una dedizione e un vigore eccessivi al non sopportare l’idea di accumulare i piatti durante una cena con ospiti e dunque all’andare a lavarli, abbandonando la tavola, dopo ogni portata, dal costringere tutti gli abitanti della casa, per primi sé stessi, a lasciare le scarpe fuori per «igiene» all’evitare di andare al ristorante perché nessuno lì impone ai clienti di togliersele e quel pavimento è una miniera a cielo aperto di sozzume. Si parla, insomma, sempre di eccessiva attenzione a non «sporcarsi», a non sporcare, a non trovarsi in mezzo allo sporco, a non far vivere a lungo lo sporco se crearlo è inevitabile, ma comunque non siamo ancora nel campo dell’ossessione, quanto piuttosto in quello del controllo, non simpatico nemmeno questo, ma comunque un filo meno disagevole, per sé e per gli altri, del disturbo ossessivo compulsivo. L’idea di controllare lo sporco che ci può essere addosso e intorno a noi, respingendolo con vigore e compiacimento ci identifica e tranquillizza il rupofobico ansioso.
Nel caso del disturbo ossessivo compulsivo, invece, la paura irrazionale dello sporco diventa un’ossessione. Il rupofobico ossessivo è un ossessivo-compulsivo la cui ossessione è la sporcizia e la cui compulsione è pulire e pulire e pulire per allontanare l’ossessione. Il disturbo ossessivo-compulsivo è un disturbo psicopatologico cronico e invalidante che si configura come una incontrollata manifestazione nella mente di chi ne soffre di ossessioni e conseguenti compulsioni percepite da chi soffre di Doc, questo l’acronimo, come unica possibilità risolutiva (ovviamente così non è, anzi è più o meno il contrario). Le ossessioni sono pensieri e impulsi involontari, che procurano disagio a chi le vive nella sua mente. Le compulsioni, complementari alle ossessioni, non sono pensieri ma azioni percepite come idonee a evitare che si presenti o almeno a diminuire o eliminare l’angoscia derivante dalle ossessioni. In tutti i casi, comunque, sia che si manifesti con ansia, sia che si palesi come un disturbo ossessivo compulsivo, la rupofobia è una paura irrazionale e patologica dello sporco. Il rupofobico può avere attacchi di ansia e attacchi di panico anche solo pensando allo sporco e si calma pulendo. Il rupofobico può evitare i luoghi molto frequentati, dal bar alla spiaggia passando per i mezzi pubblici, perché disgustato dall’idea di stanziare in luoghi non puliti come vorrebbe lui. Può creare rituali di pulizia e di difesa dallo sporco, non solo in casa, lavando continuamente sé stesso e gli ambienti domestici, ma può esportarli anche fuori di casa. Si pensi a chi, dopo il Covid, andava in giro con guanti e masherine, anche doppi, anche guidando in auto da solo. Un equilibrato rifiuto dello sporco è corretto, un’esagerazione cela un problema.
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Thea Louise Stjernesund e Sara Hector omaggiano Federica Brignone dopo la prova dello slalom gigante femminile (Getty Images)
Si sono concluse ieri, con la maestosa cerimonia dell'Arena di Verona, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Un successo per l'Italia sotto tutti i punti di vista: non solo sportivo, con il quarto posto nel medagliere e ogni record precedente spazzato via, ma anche logistico, organizzativo, economico e se vogliamo anche politico. Ma è stata soprattutto l'Olimpiade degli atleti, delle imprese, delle gioie e, talvolta, dei dolori. Dei gesti di fairplay e delle storie dietro ogni medaglia. Momenti indimenticabili che rimangono nella storia.
Tra i fotogrammi più belli lasciati in eredità da Milano-Cortina 2026, impossibile non cominciare da Federica Brignone. La Tigre di La Salle si è presentata a questi Giochi con mille incognite, dubbi e preoccupazioni legate alle sue condizioni fisiche, dopo il grave infortunio subito il 3 aprile 2025 - a meno di un anno dall'appuntamento a cinque cerchi - durante una gara di gigante ai campionati italiani Assoluti all'Alpe Lusia nelle Dolomiti. Quel giorno la diagnosi fu tremenda: frattura scomposta del piatto tibiale, della testa del perone della gamba sinistra con rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Le lacrime, l'operazione, la riabilitazione, un secondo intervento e il tempo che scorreva inesorabilmente come un countdown verso l'inizio dell'Olimpiade casalinga, quella che ogni atleta sogna di vivere da protagonista, a maggior ragione se coltiva legittime ambizioni di medaglia per pedigree e talento. Quel talento unito alla tenacia e alla fiducia in se stessa, ma anche alla pazienza e a un'incredibile forza mentale, che hanno permesso a Federica Brignone non solo di presentarsi ai blocchi di partenza di Milano-Cortina, ma anche di farlo da assoluta regina delle nevi, con i due magnifici ori conquistati nello slalom gigante e nel supergigante di quella domenica 15 febbraio che entra di diritto nella storia dello sport azzurro.
Un po' come era successo nel 2021, quando il 1° agosto, anche quel giorno era domenica, ai Giochi di Tokyo arrivarono nel giro di 16 minuti le due incredibili medaglie d'oro vinte da Gianmarco Tamberi nel salto in alto e da Marcell Jacobs nei 100 metri. Otto giorni fa, invece, a Milano-Cortina è andata esattamente così: alle 14.28 Federica Brignone conquista il secondo oro della sua Olimpiade. Alle 14:59 la coppia dello snowboard cross formata da Michela Moioli e Lorenzo Sommariva vince l'argento. Alle 15:15 una leggendaria Lisa Vittozzi sale sul gradino più alto del podio nell'inseguimento del biathlon. 47 minuti di pura adrenalina e goduria sportiva per i nostri colori.
A proposito del biathlon, dalla disciplina che riunisce lo sci di fondo con il tiro a segno con la carabina, è arrivato uno dei momenti più belli e apprezzati, caratterizzato da un enorme gesto di fairplay. Durante una prova che vedeva impegnata proprio Lisa Vittozzi, l'avversaria francese Julia Simon ha perso un bastoncino e dargliene uno di scorta è stato proprio il coach azzurro a bordo pista. E che dire dell'arrivo fianco a fianco, tra gli applausi, ad Anterselva di due colossi biathlon come l'italiana Dorothea Wierer e la tedesca Franziska Preuss, giunte all'ultima danza sulla neve. Sempre nell'inseguimento del biathlon, ma al maschile, toccante ed emozionate è stato il momento in cui il francese Emilien Jacquelin, dopo aver tagliato il traguardo al terzo posto e aver conquistato la medaglia di bronzo, ha dedicato il successo a Marco Pantani indicando l'orecchino che gli era stato regalato dalla mamma del Pirata e la bandana che porta in segno di omaggio al ciclista scomparso nel 2004. Nella mass start, invece, scena pazzesca quella che ci hanno regalato l'italiano Nicola Romanin, il francese Fabien Claude e l'americano Campbell Wright. Questi ultimi due, fuori dalla zona medaglia e nelle ultime posizioni, si fermano a pochi metri dal traguardo per aspettare l'azzurro. I tre si allineano, confabulano un paio di secondi e danno vita a uno sprint con una volata sul rettilineo finale per evitare l'ultima posizione.
Fabien Claude del Team Francia, Nicola Romanin del Team Italia e Campbell Wright del Team Stati Uniti in cammino verso il traguardo ad Anterselva (Getty Images)
Tra le emozioni intense vissute a Milano-Cortina c'è senz'altro quella vissuta da Federico Tomasoni che dopo l'argento conquistata a Livigno nello ski cross ha mostrato il sole disegnato sul suo casco e dedicato la medaglia a Matilde Lorenzi, la sua fidanzata scomparsa il 28 ottobre 2024 dopo una terribile caduta sugli sci.
Storie di sport che si intrecciano a momenti di vita che ognuno di noi può sentire più o meno vicino e farci vivere l'evento oltre la pura competizione sportiva. Come per esempio il primo oro nella storia dei Giochi invernali per il Brasile conquistato da Lucas Braathen e l'emozione dello sciatore appena finita la gara nella telefonata in vivavoce con una leggenda mondiale di questo sport come Alberto Tomba che si congratula e lui che si commuove. Nello sport, il momento che separa un'atleta da un trionfo a una sconfitta può essere invisibile, incalcolabile, ed è quel preciso istante in cui si realizza di non avercela fatta. È quanto è accaduto ad Atle Lei MCGrath. Lo sciatore norvegese, nella prima manche dello slalom maschile, si trovava a condurre in testa davanti a tutti. Aveva la medaglia d'oro praticamente in pugno. Poi sul più bello si è trovato a fare i conti con un errore che gli è costato quattro anni di duro lavoro e sacrifici: l'inforcata, l'uscita fuori pista e il sogno che svanisce mentre tutto il mondo ti osserva e una reazione tanto impulsiva quanto significativa: l'urlo, il lancio al cielo dei bastoncini, i parastinchi slacciati e la camminata solitaria veso il bosco per trovare un rifugio lontano dalle telecamere e fare i conti con se stesso. «Volevo prendermi un po' di tempo per me» - ha raccontato dopo la gara - «Non conosco nessun altro sport in cui ci sia una distanza così breve tra la cosa più bella che puoi realizzare e la cosa peggiore che puoi vivere». Lo stesso ha vissuto il fenomeno mondiale del pattinaggio artistico, Ilia Malinin. L'americano di origini uzbeke, si era presentato come favorito assoluto ma nella finale olimpica non ha performato come avrebbe potuto e voluto e ha chiuso con un deludente e inaspettato ottavo posto. Un flop che lo straordinario pubblico del Forum di Assago ha saputo mitigare con una calorosa standing ovation durante l'esibizione al Galà del 21 febbraio e a cui il fenomeno del salto quadruplo ha risposto con le lacrime. Emozionante anche la vittoria di Elana Meyers-Taylor che alla quinta partecipazione ai Giochi e all'età di 41 anni ha vinto la medaglia d'oro nel mono-bob e ha festeggiato abbracciando i suoi due bimbi, nati entrambi sordi prematuri e uno con la sindrome di Down, ai quali ha comunicato attraverso il linguaggio dei segni la frase: «La mamma ha vinto».
Tra i momenti più divertenti e suggestivi nell'album dei ricordi di Milano-Cortina 2026 va inserito senza alcun dubbio Nazgul. Il bellissimo cane lupo che ha invaso la pista di Tesero durante la gara di qualificazioni dello sprint femminile a squadre e ha tagliato il traguardo davanti agli sguardi increduli e divertiti degli spettatori e delle atlete.
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