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2019-11-29
A Milano anche le Pmi sono più grandi: il 22% più della media
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Un ecosistema ideale per la crescita e lo sviluppo delle attività imprenditoriali, anche quelle più piccole: è la città metropolitana di Milano, la terza area più popolata d'Europa dopo Londra e Parigi, con oltre tre milioni di abitanti che risiedono in 133 comuni, su un'estensione di 1.575 chilometri quadrati. Un territorio ricco di infrastrutture che si configura come un'unica area urbana integrata, con un modello produttivo che si basa su una fitta rete di imprese di piccola e piccolissima dimensione. Proprio le Pmi della zona, i loro bilanci, il business e la capacità di innovazione sono state oggetto dell'analisi di Banca Ifis, che ha realizzato un'edizione speciale del Market Watch Pmi dedicata proprio all'area metropolitana del capoluogo lombardo. La ricerca, chiamata "Grande Milano", è stata presentata all'interno della seconda edizione di Manifatture Aperte 2019. Come ha spiegato Raffaele Zingone, responsabile della direzione centrale affari del gruppo Banca Ifis, «in un mercato in rapida evoluzione ed estremamente competitivo, dove il prodotto, anche quello bancario, è diventato una commodity la differenza vera la fanno i modelli di distribuzione, le tempistiche ma soprattutto quel filo invisibile che lega gli uomini e che si chiama fiducia». Per questo, ha aggiunto il manager, «Banca Ifis ha deciso di arricchire il suo costante dialogo con le Pmi sostenendo le imprese non solo con il credito ma con una continua osmosi di informazioni, fornendo nuove prospettive utili a orientare le decisioni strategiche e di conseguenza il business».
Nello studio Banca Ifis ha preso in esame quattromila bilanci d'impresa, relativi a otto settori manifatturieri della Grande Milano: automotive, costruzioni, logistica e trasporti, meccanica, moda, tecnologia, chimica e farmaceutica, sistema casa. Oltre all'analisi dei conti economici è stata messa in atto un'attività di web listening, ovvero di "ascolto" e lettura di quasi 34.000 conversazioni sul web, da cui sono stati estrapolati tre "hot topic", cioè argomenti caldi, di discussione.
Quella che ne è emersa è una fotografia interessante dello stato di salute delle piccole imprese a Milano e dintorni. Un quarto di esse è concentrato nei settori della tecnologia (15,9%) che rappresenta una vera eccellenza, e della chimica farmaceutica (8%); rispetto al resto d'Italia risulta minore la presenza di Pmi attive nel comparto delle costruzioni (36,5% contro il 42,3% della media nazionale). A Milano le Pmi sono più "grandi" per fatturato, mediamente del 22% rispetto a quelle del resto d'Italia: in media realizzano 5,6 milioni di euro di ricavi, contro i 4,6 milioni della media italiana, anche se la tendenza è di un rallentamento, pur all'interno di una dinamica positiva. Nel 2018 la variazione dei ricavi è stata del +3,7%, contro il +5,2% del 2017) mentre accelerano gli investimenti (+3,53% anno su anno per 7,66 miliardi di euro).
Le piccole e medie imprese dell'area metropolitana milanese dimostrano una buona capacità di rimborsare i debiti finanziari e sanno usare gli strumenti di finanza agevolata: la Lombardia è infatti la prima regione per utilizzo del contributo previsto dalla legge Nuova Sabatini, cioè gli incentivi per finanziare l'acquisto – o il leasing – di macchinari, attrezzature, impianti o altri beni strumentali a uso produttivo. Milano, inoltre, è tra le prime tre province per numero di domande presentate al fondo di garanzia per le Pmi.
Dall'analisi delle conversazioni sul web sono poi emersi tre macro-trend, tre grandi argomenti di dibattito che tengono banco tra gli attori del tessuto economico della città metropolitana milanese: innovazione tecnologica, formazione e sostenibilità. Milano presenta infatti un'attenzione all'innovazione maggiore rispetto alla media italiana: nella città si concentrano incubatori d'impresa e si sviluppano prototipi ad alto contenuto tecnologico in tutti i settori. Il secondo argomento è la formazione: Milano è infatti riconosciuta come un hub per la formazione delle competenze e rappresenta un punto di riferimento per il mercato del lavoro, anche se su questo fronte le aziende si dicono preoccupate per la difficoltà di trattenere figure altamente qualificate, a causa del fenomeno della cosiddetta "fuga dei cervelli". Ultimo, ma non meno importante, è il tema della sostenibilità: come in tutta Italia, anche a Milano la ricerca di soluzioni ecosostenibili è un fil rouge che accomuna tutti i settori. E la capacità di essere sostenibili è una delle sfide che le piccole e medie imprese devono affrontare per poter restare competitive a livello internazionale.
Il metodo banca Ifis: raccogliere le voci del web
Comprendere le esigenze delle Pmi attraverso la "voce del web": è il senso del progetto #RaccontamImpresa di Banca Ifis, che ha sfruttato il potenziale dei big data per meglio comprendere in che direzione va il mondo produttivo. Grazie alla partnership con la piattaforma Chorally, Banca Ifis ha analizzato, in un periodo di sei mesi, oltre 550.000 azioni e reazioni sul web (da un lato articoli, post, menzioni e dall'altro commenti, risposte e retweet). Questo traffico è stato segmentato in relazione a nove settori produttivi, individuando esigenze e aspettative consumatori: le informazioni qualitative sono state poi integrate con dati quantitativi (grazie all'ufficio studi di Banca Ifis e alle università di Venezia Ca' Foscari e di Padova) provenienti dal database di Market Watch Pmi. E secondo l'osservatorio, che ha preso in esame oltre 61.000 piccole e medie imprese con fatturato inferiore a 50 milioni, le Pmi italiane ottengono buoni risultati sul fronte dei ricavi. Dal 2016 al 2018 il campione analizzato ha riportato ricavi in aumento del 7,8% e investimenti in crescita del 4,6% in valore assoluto, mentre è rimasta sostanzialmente invariata la produttività. Meccanica, tecnologia, chimica/farmaceutica e automotive sono i settori nei quali sono presenti le Pmi con il miglior profilo di crescita dei ricavi e sostenibilità del debito, mentre le performance migliori sul fronte della redditività (Roe, return on equity) si registrano nel settore della moda. Ci sono poi un migliaio di Pmi cosiddette "stellari", che hanno visto tra il 2016 e il 2017 un aumento dei ricavi del 44% (contro una media del +4,3%), una crescita della marginalità del 16%, degli investimenti del 16,4% e del Roe del 31,5% (contro una media dell'8,3%).
In questo contesto, dall'analisi delle "voci del web" sono emersi tre macrotrend, tre grandi temi sui quali si concentra il dibattito tra chi fa impresa: l'ecosostenibilità, cioè l'impatto ambientale del business, la trasformazione digitale e il rapporto di partenariato pubblico-privato, cioè gli accordi e le agevolazioni in grado di facilitare l'attività imprenditoriale. Le Pmi che stanno già orientando il proprio business su queste direttrici registrano, secondo lo studio, migliori performance. «In un mercato in costante e rapida evoluzione, abbiamo deciso di arricchire il nostro approccio a sostegno della cultura di impresa con nuove tematiche e prospettive, affrontando con metodo scientifico e innovativo il grande universo del web e l'utilizzo dei big data», ha spiegato Alberto Staccione, direttore generale di Banca Ifis. «Molte delle informazioni di cui le aziende necessitano per il loro business sono a portata di schermo, ma frantumate in milioni di parole postate su blog e social network. Per fare sintesi e analisi servono abilità specialistiche che Banca Ifis ha saputo individuare e coordinare in questo nuovo progetto al servizio delle imprese».
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Un ecosistema ideale per la crescita e lo sviluppo delle attività imprenditoriali, anche quelle più piccole: è la città metropolitana lombarda che si configura come un'unica area urbana integrata, con un modello produttivo che si basa su una fitta rete di imprese di piccola e piccolissima dimensione.Il metodo banca Ifis: raccogliere le voci del web. Il progetto #RaccontamImpresa ha esaminato reazioni e commenti online così da poter individuare esigenze e aspettative dei consumatori.Lo speciale comprende due articoli.Un ecosistema ideale per la crescita e lo sviluppo delle attività imprenditoriali, anche quelle più piccole: è la città metropolitana di Milano, la terza area più popolata d'Europa dopo Londra e Parigi, con oltre tre milioni di abitanti che risiedono in 133 comuni, su un'estensione di 1.575 chilometri quadrati. Un territorio ricco di infrastrutture che si configura come un'unica area urbana integrata, con un modello produttivo che si basa su una fitta rete di imprese di piccola e piccolissima dimensione. Proprio le Pmi della zona, i loro bilanci, il business e la capacità di innovazione sono state oggetto dell'analisi di Banca Ifis, che ha realizzato un'edizione speciale del Market Watch Pmi dedicata proprio all'area metropolitana del capoluogo lombardo. La ricerca, chiamata "Grande Milano", è stata presentata all'interno della seconda edizione di Manifatture Aperte 2019. Come ha spiegato Raffaele Zingone, responsabile della direzione centrale affari del gruppo Banca Ifis, «in un mercato in rapida evoluzione ed estremamente competitivo, dove il prodotto, anche quello bancario, è diventato una commodity la differenza vera la fanno i modelli di distribuzione, le tempistiche ma soprattutto quel filo invisibile che lega gli uomini e che si chiama fiducia». Per questo, ha aggiunto il manager, «Banca Ifis ha deciso di arricchire il suo costante dialogo con le Pmi sostenendo le imprese non solo con il credito ma con una continua osmosi di informazioni, fornendo nuove prospettive utili a orientare le decisioni strategiche e di conseguenza il business». Nello studio Banca Ifis ha preso in esame quattromila bilanci d'impresa, relativi a otto settori manifatturieri della Grande Milano: automotive, costruzioni, logistica e trasporti, meccanica, moda, tecnologia, chimica e farmaceutica, sistema casa. Oltre all'analisi dei conti economici è stata messa in atto un'attività di web listening, ovvero di "ascolto" e lettura di quasi 34.000 conversazioni sul web, da cui sono stati estrapolati tre "hot topic", cioè argomenti caldi, di discussione. Quella che ne è emersa è una fotografia interessante dello stato di salute delle piccole imprese a Milano e dintorni. Un quarto di esse è concentrato nei settori della tecnologia (15,9%) che rappresenta una vera eccellenza, e della chimica farmaceutica (8%); rispetto al resto d'Italia risulta minore la presenza di Pmi attive nel comparto delle costruzioni (36,5% contro il 42,3% della media nazionale). A Milano le Pmi sono più "grandi" per fatturato, mediamente del 22% rispetto a quelle del resto d'Italia: in media realizzano 5,6 milioni di euro di ricavi, contro i 4,6 milioni della media italiana, anche se la tendenza è di un rallentamento, pur all'interno di una dinamica positiva. Nel 2018 la variazione dei ricavi è stata del +3,7%, contro il +5,2% del 2017) mentre accelerano gli investimenti (+3,53% anno su anno per 7,66 miliardi di euro). Le piccole e medie imprese dell'area metropolitana milanese dimostrano una buona capacità di rimborsare i debiti finanziari e sanno usare gli strumenti di finanza agevolata: la Lombardia è infatti la prima regione per utilizzo del contributo previsto dalla legge Nuova Sabatini, cioè gli incentivi per finanziare l'acquisto – o il leasing – di macchinari, attrezzature, impianti o altri beni strumentali a uso produttivo. Milano, inoltre, è tra le prime tre province per numero di domande presentate al fondo di garanzia per le Pmi. Dall'analisi delle conversazioni sul web sono poi emersi tre macro-trend, tre grandi argomenti di dibattito che tengono banco tra gli attori del tessuto economico della città metropolitana milanese: innovazione tecnologica, formazione e sostenibilità. Milano presenta infatti un'attenzione all'innovazione maggiore rispetto alla media italiana: nella città si concentrano incubatori d'impresa e si sviluppano prototipi ad alto contenuto tecnologico in tutti i settori. Il secondo argomento è la formazione: Milano è infatti riconosciuta come un hub per la formazione delle competenze e rappresenta un punto di riferimento per il mercato del lavoro, anche se su questo fronte le aziende si dicono preoccupate per la difficoltà di trattenere figure altamente qualificate, a causa del fenomeno della cosiddetta "fuga dei cervelli". Ultimo, ma non meno importante, è il tema della sostenibilità: come in tutta Italia, anche a Milano la ricerca di soluzioni ecosostenibili è un fil rouge che accomuna tutti i settori. E la capacità di essere sostenibili è una delle sfide che le piccole e medie imprese devono affrontare per poter restare competitive a livello internazionale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-milano-anche-le-pmi-sono-piu-grandi-il-22-piu-della-media-2641479357.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-metodo-banca-ifis-raccogliere-le-voci-del-web" data-post-id="2641479357" data-published-at="1781720719" data-use-pagination="False"> Il metodo banca Ifis: raccogliere le voci del web Comprendere le esigenze delle Pmi attraverso la "voce del web": è il senso del progetto #RaccontamImpresa di Banca Ifis, che ha sfruttato il potenziale dei big data per meglio comprendere in che direzione va il mondo produttivo. Grazie alla partnership con la piattaforma Chorally, Banca Ifis ha analizzato, in un periodo di sei mesi, oltre 550.000 azioni e reazioni sul web (da un lato articoli, post, menzioni e dall'altro commenti, risposte e retweet). Questo traffico è stato segmentato in relazione a nove settori produttivi, individuando esigenze e aspettative consumatori: le informazioni qualitative sono state poi integrate con dati quantitativi (grazie all'ufficio studi di Banca Ifis e alle università di Venezia Ca' Foscari e di Padova) provenienti dal database di Market Watch Pmi. E secondo l'osservatorio, che ha preso in esame oltre 61.000 piccole e medie imprese con fatturato inferiore a 50 milioni, le Pmi italiane ottengono buoni risultati sul fronte dei ricavi. Dal 2016 al 2018 il campione analizzato ha riportato ricavi in aumento del 7,8% e investimenti in crescita del 4,6% in valore assoluto, mentre è rimasta sostanzialmente invariata la produttività. Meccanica, tecnologia, chimica/farmaceutica e automotive sono i settori nei quali sono presenti le Pmi con il miglior profilo di crescita dei ricavi e sostenibilità del debito, mentre le performance migliori sul fronte della redditività (Roe, return on equity) si registrano nel settore della moda. Ci sono poi un migliaio di Pmi cosiddette "stellari", che hanno visto tra il 2016 e il 2017 un aumento dei ricavi del 44% (contro una media del +4,3%), una crescita della marginalità del 16%, degli investimenti del 16,4% e del Roe del 31,5% (contro una media dell'8,3%). In questo contesto, dall'analisi delle "voci del web" sono emersi tre macrotrend, tre grandi temi sui quali si concentra il dibattito tra chi fa impresa: l'ecosostenibilità, cioè l'impatto ambientale del business, la trasformazione digitale e il rapporto di partenariato pubblico-privato, cioè gli accordi e le agevolazioni in grado di facilitare l'attività imprenditoriale. Le Pmi che stanno già orientando il proprio business su queste direttrici registrano, secondo lo studio, migliori performance. «In un mercato in costante e rapida evoluzione, abbiamo deciso di arricchire il nostro approccio a sostegno della cultura di impresa con nuove tematiche e prospettive, affrontando con metodo scientifico e innovativo il grande universo del web e l'utilizzo dei big data», ha spiegato Alberto Staccione, direttore generale di Banca Ifis. «Molte delle informazioni di cui le aziende necessitano per il loro business sono a portata di schermo, ma frantumate in milioni di parole postate su blog e social network. Per fare sintesi e analisi servono abilità specialistiche che Banca Ifis ha saputo individuare e coordinare in questo nuovo progetto al servizio delle imprese».
Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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