Fa male anche a scriverlo: Le Constellation è il rogo del luogo comune secondo cui, al di là del Cervino, i controlli sono rigidi, mentre al di qua «les italiens» fanno un po’ come pare a loro. Purtroppo non è così e ieri il nostro ministro degli Esteri e vicepremier, Antonio Tajani, uomo di consumata gentilezza diplomatica, ha trattenuto a stento le lacrime. Che erano di dolore, profondo, ma anche di rabbia, pur non dichiarata.
Il cordoglio di Giorgia Meloni, del Papa, di Carlo e Camilla d’Inghilterra, di tutti i leader politici (Ignazio La Russa ha deposto una corona di fiori a Roma all’ambasciata svizzera) non mitiga l’orrore. L’orologio svizzero anche se rotto in due occasioni ne segna l’ora: 1.30 del primo gennaio quando va a fuoco Le Constellation e le 13.35 di ieri quando Antonio Tajani ha deposto un mazzo di fiori sul luogo della tragedia. «Mi pare evidente che qualcosa sul piano della sicurezza non abbia funzionato», sussurra, «mi pare poco responsabile accendere fuochi d’artificio, anche se piccoli, in un locale chiuso. Sono scene devastanti. Da padre e da nonno faccio fatica a sostenerle. Si vedono scarpe, vestiti strappati, m’immagino con angoscia cosa possano aver provato. Cose così non possono, non devono accadere. C’è un’ inchiesta in corso, ne ho parlato con la procuratrice Beatrice Pilloud, col ministro degli Esteri elvetico Ignazio Cassis. Ci sono state già decine di interrogatori. Per noi l’accertamento della verità è fondamentale, ma prima dobbiamo salvare la vita di questi ragazzi».
Tajani è andato ad incontrare le famiglie. Ha confermato che ci sono una decina di feriti e sei dispersi, con la speranza «che essendoci ancora tre feriti non identificati siano italiani». L’Italia sta facendo il massimo sforzo: dalla Valle d’Aosta è stato inviato un elicottero con medico e un’equipe di psicologi, medici arrivano dalla Lombardia, ci sono a Crans-Montana uno specialista dell’unità di crisi della Farnesina, la Protezione civile ed esperti della polizia scientifica per il riconoscimento delle vittime «per cui», ha spiegato Tajani, «ci vorranno settimane». L’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado, che è a Crans-Montana dalle primissime ore, sta coordinando la presenza italiana. Ai familiari, Tajani ha confermato tutti gli sforzi dell’Italia ma ha anche detto che «non si possono fare nomi fin quando non c’è la certezza», esortando a contattare direttamente lui o la Farnesina per avere notizie certe. Poi ha aggiunto: «L’unica cosa che non possiamo fare è alleviare il dolore di chi aspetta. Ma possiamo garantire il massimo impegno, insieme alle autorità svizzere, per dare verità e assistenza a tutti».
Resta, però, la rabbia. Durissima è l’accusa che corre su X di uno dei più ascoltati tik toker svizzeri. Tony Truant scrive: «Ascoltatemi bene: il massacro de Le Constellation non è un incidente: è una carneficina prevista, una catena di negligenze per fare quattrini sulla pelle dei ragazzi». E si chiede: chi ha ristrutturato il locale? Chi ha dato le autorizzazioni? Si è saputo che le autorità vallesi avevano assegnato un punteggio di 6,5 su 10 al locale per la sicurezza e il proprietario Jacques Moretti a La Tribune de Geneve ha confermato: «Ci hanno ispezionato tre volte negli ultimi dieci anni, tutto è stato fatto secondo le norme». Però dal Web sono spariti sito e social del locale dove pare vi fossero molte le recensioni negative. Alcuni ragazzi hanno ricordato che, a incendio già scoppiato, i buttadentro cercavano di far entrare visto che c’era una fila lunghissima in attesa.
L’ambasciatore Cornado ha confermato che vi erano sì più uscite di sicurezza, ma solo una era praticabile. Sull’inadeguatezza dell’edificio, Antonio Bandirali, già responsabile dell’antincendio al centro di ricerche di Ispra, sottolinea: «L’edificio non era adeguato per nessuna ragione a ospitare 300-400; nel locale di Crans al massimo ci sarebbero potute stare 75 persone, con un’uscita di sicurezza». Ancora più dura la diagnosi del capo del corpo nazionale dei vigili del fuoco, Eros Mannino: «La tragedia è stata amplificata da una capienza non consentita; l’uscita di sicurezza metteva in collegamento due locali attraverso una scala: quello è un ostacolo alla sicurezza, non una via di fuga soprattutto considerando l’affollamento non consentito. Lo dico avendo osservato le immagini».
Dalle immagini postate in un video si capisce come si è innescato l’incendio. Tommaso D’Antico nota: «C’è un frame che non riesco a togliermi dalla testa: ragazzi che ridono e filmano le fiamme invece di scappare; come genitore, mi ha fatto paura». Il panico ha amplificato la tragedia innescata probabilmente dall’effetto flashover. L’ingegner Danilo Coppe, presidente di Ire (Istituto ricerche esplosive) di Parma, spiega: «Un incendio, anche piccolo come quello che può partire da una candelina, nell’arco di 40 secondi avvolge di fumo metà della stanza e non permette più neanche di vedere dove andare per trovare l’uscita, l’unico modo per salvarsi è strisciare verso un’uscita. In Italia mai si sarebbe autorizzato un concerto in un seminterrato e l’Europa ha regole rigide sui fuochi d’artificio, ma la Svizzera non fa parte dell’Europa».
Quei ragazzi sono morti in trappola e un testimone afferma che a Le Constellation «facevano entrare anche i tredicenni a cui veniva offerto alcol». In un video promozionale del locale, precipitosamente cancellato ma rimasto in Rete, s’annuncia ancora la festa con candeline e champagne per il nuovo anno.
Si indaga per incendio e omicidio
«Alcune delle ipotesi iniziali trovano conferma. Tutto lascia supporre che il fuoco sia stato innescato da candele scintillanti o bengala posizionati sulle bottiglie di champagne e avvicinate troppo al soffitto. Da qui si è sviluppato un rogo estremamente rapido e diffuso». Le parole di Beatrice Pilloud, procuratore generale del Canton Vallese, confermano i primi, terribili, sospetti. A causare il maledetto rogo che la notte di Capodanno ha bruciato vivi tanti giovani e ne ha ridotti altri in condizioni gravissime è stata una stupida imprudenza.
Di quelle che si fanno con leggerezza, chissà in quante occasioni e in quanti altri locali senza stimare il pericolo. E che questa volta ha portato alla tragedia. L’inchiesta sulle cause della strage di Crans-Montana è stata aperta ufficialmente ieri e le ipotesi di reato sono incendio doloso, omicidio colposo e lesioni personali colpose. A spiegarlo è stata la stessa Pilloud nella terza conferenza stampa organizzata nel Comune svizzero di Sion per informare i media internazionali della situazione.
Il procuratore ha chiarito che, al momento, non ci sono indagati anche se sono stati sentiti i due proprietari de Le Constellation, Jessica e Jacques Moretti, come persone informate sui fatti, anche perché, in particolare, la donna era presente al momento della tragedia e ne è uscita praticamente illesa. Il lavoro degli inquirenti «si basa sulle analisi da parte di esperti dei video e delle immagini» della tragica serata oltre che sui «racconti dei testimoni e sulle analisi dei resti del locale».
Al centro dell’attenzione, com’è ovvio, ci sono i materiali utilizzati nella ristruttrazione del seminterrato risalente al 2015 (e finita a tempo di record, suggeriscono alcuni media locali), le misure antincendio, il numero delle persone che erano all’interno e, ovviamente, l’uscita di sicurezza, tra le principali imputate nell’analisi delle cause che hanno portato alla strage.
Le domande dei colleghi elvetici alla Pilloud si sono concentrate proprio su questi aspetti, ma le risposte non sono state particolarmente esaustive. Partiamo dal soffitto che ha preso fuoco in un attimo e che si pensava fosse di legno. In realtà si tratta di un controsoffitto realizzato con pannelli fonoassorbenti che, solitamente, sono in materiale plastico e, dunque, facilmente infiammabile. Alla giornalista che ha chiesto di questo particolare, il procuratore ha risposto: «L’inchiesta definirà se il materiale con cui era pannellato il soffitto era adatto o meno all’utilizzo e se era conforme». A chi chiedeva se il locale era sovraffollato, Pilloud ha spiegato che «sarà difficile stabilire con esattezza quante persone erano presenti al momento dell’incendio», mentre a un altro, che ha espressamente chiesto se erano stati effettuati in passato controlli da parte delle autorità preposte, Stéphane Ganzer, consigliere del Canton Vallese incaricato per la sicurezza, ha controbattuto: «Non posso dire con che frequenza il Comune di Crans-Montana abbia fatto i controlli, ma ai vigili del fuoco non è mai arrivato nessun rapporto su problematiche relative all’edificio».
Poche parole anche sull’uscita di sicurezza che, secondo le testimonianze dei frequentatori abituali della discoteca, era poco visibile, forse ostruita o comunque affacciata sulle scale interne al palazzo. A domanda precisa, Ganzer ha risposto: «Il locale era dotato di una uscita di sicurezza anche se, al momento dell’incendio, sembrerebbe che la maggior parte dei presenti sia uscito dall’ingresso principale».