
Si tende a pensare che l’unico problema del freddo invernale sia la bassa temperatura e che, di conseguenza, ogni volta che si accende il riscaldamento l’unico problema possibile sia risolto. Ahinoi, così non è. Possono esserci anche problemi a causa del riscaldamento, invece, problemi derivanti dal monossido di carbonio, la cui inalazione dipende sovente da un riscaldamento difettoso.
Come spiega il ministero della Salute, il monossido di carbonio è tra i più rilevanti inquinanti prodotti dalla combustione. Si tratta di un gas. Un gas incolore, inodore, insapore, non irritante e, soprattutto, tossico. Si capisce che se non ha colore, non ha odore, non ha sapore e non irrita può diventare difficile accorgersi di starne inalando oltre la soglia di tolleranza. Altro elemento negativo è che senza ventilazione adeguata il monossido di carbonio può raggiungere concentrazioni elevate negli ambienti in cui si trova. Per le sue caratteristiche già viste, il monossido di carbonio può quindi essere inalato in modo subdolo, impercettibile, fino a raggiungere nell’organismo concentrazioni letali.
Il monossido di carbonio presente nell’aria degli ambienti confinati proviene principalmente dal fumo di tabacco e da fonti di combustione non dotate di idonea aspirazione, come radiatori portatili a kerosene e a gas, caldaie, scaldabagni, stufe a gas, caminetti e stufe a legna. Una delle più comuni cause di intossicazione da monossido di carbonio, infatti, dipende dalle vecchie stufe a gas liquido tenute in ambienti dove non si area a sufficienza. Nel caso di combustione incompleta di qualsiasi materiale organico contenente carbonio, in presenza di scarso contenuto di ossigeno nell’ambiente, il monossido di carbonio si può accumulare.
Il monossido di carbonio, però, non esiste solo negli ambienti confinati: esso può anche provenire dall’esterno, in primo luogo, per esempio, quando il locale si trova annesso ad un garage o ad un’autofficina o in prossimità di strade con intenso traffico veicolare. Le fonti antropiche (cioè non naturali, causate dall’uomo) esterne di monossido di carbonio sono costituite principalmente dagli scarichi degli autoveicoli, dagli impianti di combustione non industriali e in quantità minore dagli altri settori come l’industria e altri trasporti, per esempio treni e aerei. Non ci pensiamo mai, ma più che love is in the air dovremmo dire che il carbonio is in the air cioè è nell’aria. La concentrazione di monossido di carbonio nell’atmosfera è variabile ed ha anche una funzione positiva, contribuendo a formare l’ozono a livello del suolo. Fonti naturali di monossido di carbonio sono i vulcani, oppure reazioni fotochimiche nella troposfera. E poi viene prodotto dall'uomo, come già detto, anche accidentalmente. Ma come avviene?
Si crea monossido di carbonio in seguito a reazioni di combustione in, spiega Wikipedia, «difetto di aria». Significa che l’ossigeno presente nell’aria non basta per convertire tutto il carbonio in anidride carbonica, anche detta biossido di carbonio e, di conseguenza, una parte si converte in monossido di carbonio, il gas tossico. Succede anche all’esterno, negli incendi boschivi, per esempio: nei punti più interni dell’incendio ci sarà più monossido di carbonio. All’esterno, quindi, il monossido di carbonio è pericoloso in caso di incendi, esplosioni e qualunque altro evento che lo concentri (poi, naturalmente, si disperderà, diminuendo la sua concentrazione per metro d’aria). Al chiuso, per ovvie ragioni, in presenza di monossido di carbonio ad alta percentuale per metro d’aria si è più in pericolo.
In Italia le statistiche ufficiali più recenti riportano 500-600 morti l’anno, di cui circa i 2/3 per intossicazione volontaria. Tali cifre sicuramente sottostimano la vera entità del fenomeno poiché molti casi di intossicazione, soprattutto quelli accidentali o i casi non mortali, non vengono correttamente diagnosticati e registrati. Si stimano circa 6.000 ricoveri per intossicazione non letale, anche queste cifre sarebbero sottostimate perché non tutti i casi di intossicazione sono correttamente diagnosticati. Insomma, ci troviamo di fronte ad un pericolo da conoscere meglio per combatterlo, in primo luogo prevenendolo.
Quando il monossido di carbonio in casa inizia ad essere pericoloso?
In Italia, il limite di legge per il monossido di carbonio (CO) nell’aria ambiente, finalizzato alla protezione della salute umana, è stabilito dal D. Lgs. 155/2010 in 10 mg per metro cubo. Si tratta della media massima giornaliera su otto ore. Il limite di 10 mg/m³ corrisponde a circa 8,6 ppm (parti per milione). Per ambienti indoor (abitazioni), i livelli normali sono tra 1 e 4 ppm, mentre situazioni di pericolo si raggiungono a concentrazioni molto più alte (es. 520 ppm o 1000 ppm). In presenza di processi di combustione, quali sistemi di riscaldamento e di cottura o di fumo di tabacco, e inadeguata ventilazione, le concentrazioni interne possono superare quelle esterne.
Durante l’inverno nelle abitazioni possono verificarsi concentrazioni superiori a quelle esterne e livelli elevati si riscontrano più frequentemente in edifici vecchi. Da 10 a 30 ppm è una bassa concentrazione, ma comunque restarci esposti a lungo può causare sintomi lievi come mal di testa, affaticamento, vertigini, nausea, confusione. Il monossido di carbonio inalato si lega con l’emoglobina, una proteina presente a livello dei globuli rossi e deputata al trasporto dell’ossigeno, formando la carbossiemoglobina (COHb). Giunto nel sangue, attraverso gli alveoli polmonari, il monossido di carbonio entra in competizione con l’ossigeno per il legame con l’emoglobina e lo vince. Il legame tra monossido di carbonio ed emoglobina è molto più stabile di quello che quest’ultima ha con l’ossigeno, pensate, circa 200, 300 volte in più. Il monossido di carbonio si appropria dello spazio altrimenti riservato all’ossigeno e impedisce il normale trasporto dell’ossigeno ai tessuti periferici. Questo meccanismo si chiama ipossia e determina effetti tossicologici di diversa entità. Il monossido di carbonio intossica in questa maniera. Il livello di carbossiemoglobina può aumentare, appunto, in caso di esposizione a fumi di combustione, all’inquinamento atmosferico e anche al fumo di sigaretta, che sempre combustione è. I valori normali di carbossiemoglobina nei non fumatori sono dallo 0 all’1,5%. Nei fumatori possono essere dal 5 al 10%. Per concentrazioni ambientali di CO inferiori a 5 mg/metro cubo, corrispondenti a concentrazioni di COHb inferiori al 3%, non si hanno effetti apprezzabili sulla salute, negli individui sani, mentre in pazienti con affezioni cardiache, anche basse concentrazioni possono provocare una crisi anginosa. A concentrazioni maggiori, dal 10 al 25% di carbossiemoglobina, intossicazione di grado dal moderato al severo, si verificano cefalea, confusione, disorientamento, capogiri, visione alterata, nausea e vomito. Livelli di carbossiemoglobina superiori al 30% in genere provocano dispnea da sforzo, dolore toracico (nei pazienti con coronaropatia) e confusione. Livelli più alti possono causare sincope, convulsioni e obnubilamento del sensorio. In genere, quando i livelli sono > 60% si manifestano ipotensione, coma, insufficienza respiratoria e decesso. La severità delle manifestazioni cliniche da intossicazione da CO dipende dalla sua concentrazione nell’aria inspirata, dalla durata dell’esposizione e dalle condizioni di salute delle persone coinvolte. Particolarmente suscettibili sono gli anziani, le persone con affezioni dell’apparato cardiovascolare e respiratorio, le donne in stato di gravidanza, i neonati ed i bambini in genere.
Molto si è discusso sull’esistenza di un quadro di intossicazione cronica da CO. In alcuni soggetti esposti per lungo tempo all’assorbimento di piccole quantità dell’inquinante, è stata descritta una sintomatologia caratterizzata da astenia, cefalea, vertigini, nevriti, sindromi parkinsoniane ed epilettiche, aritmie, crisi anginose.



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