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2019-06-22
A gennaio non ci fu sequestro dei migranti sulla Sea Watch: «I porti si possono chiudere»
Ansa
Mentre, con l'Europa che fa finta di non vedere e di non sentire, si consuma l'ennesimo braccio di ferro per la Sea Watch, il Tribunale dei ministri ha mandato definitivamente in archivio il fascicolo che ipotizzava il sequestro di persona per i 47 immigrati rimasti proprio su quella nave dal 24 al 30 gennaio. L'inchiesta, che era stata aperta dalla Procura di Catania con l'ipotesi di sequestro di persona, coinvolgeva il premier Giuseppe Conte, i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini e il ministro Danilo Toninelli. Ora però i giudici del Tribunale dei ministri sostengono che quello di Sea Watch fu un atto «unilaterale» di una nave straniera, entrata in acque italiane «senza le necessarie autorizzazioni della Guardia costiera».
La notizia è stata ufficializzata da Maurizio Gasparri, presidente della Giunta delle immunità parlamentari del Senato. «Non fu sequestro ma semplicemente richiesta di ordine e regole? Bene!», tuona Salvini. Che aggiunge: «Processi e indagini non mi fanno paura, ma sono felice che anche la magistratura confermi che si possono chiudere i porti alle navi pirata. Continuerò a difendere i confini». E per difenderli ha scritto ufficialmente al premier Conte, sollecitando una «energica nuova iniziativa di sensibilizzazione» nei confronti dell'Olanda, visto che la Sea Watch 3 batte bandiera olandese.
Nel documento, Salvini ribadisce che la Ong ha tenuto fin dall'inizio della vicenda una «condotta la cui gravità è resa palese dalla ferrea volontà di far rotta verso l'Italia» ma anche dal fatto di esser rimasta ferma davanti a Lampedusa per sette giorni «pur avendo richiesto sin dall'inizio un porto di sbarco anche al proprio Paese di bandiera, che avrebbe potuto raggiungere con una navigazione di durata inferiore».
Un atteggiamento, quello della Ong, che dimostrerebbe che la questione non è umana, ma politica. E infatti dalla nave continuano a lanciare appelli, anche attraverso i medici a bordo. Conte ha letto la comunicazione di Salvini durante i lavori del Consiglio europeo. Poi ha commentato: «L'Italia è intervenuta, come richiesto dal ministro dell'Interno, e adesso attendiamo una risposta». L'unica voce che si è alzata fino a ieri sera, però, è stata quella dell'Unhcr, l'Agenzia Onu per i rifugiati. La portavoce Babar Baloch ha rintuzzato il governo italiano: «L'Italia ha la responsabilità di far sbarcare queste persone e nessuno dovrebbe tornare nella Libia scossa dalla guerra». E ancora: «Questi disperati devono sbarcare, è un obbligo sancito dalle norme internazionali». Salvini ha subito ribattuto: «Con tutto il rispetto per l'Onu e i professoroni, le politiche su chi entra in Italia le decide il ministro dell'Interno. Possono richiamarmi fino a Natale, per me non cambia nulla. È una nave olandese e l'Olanda non è lontana. È di una Ong tedesca e, se vogliono andare a Rotterdam o Amburgo, facciano il giro». E proprio in Germania la stampa si occupa della questione giocando sui titoli e, sul quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung, la delicata questione della Sea Watch diventa il caso che vede opporsi «due capitani». Da un lato la comandante della Sea Watch 3, Carola Rackete, trentunenne di Hambuehren, in Bassa Sassonia, dall'altro, il leader del Carroccio, detto il Capitano. Le autorità tedesche, però, restano in silenzio. Twittano, invece, dalla Sea Watch, dove non è passato inosservato l'arrivo nel porto di Lampedusa di una motovedetta della Guardia costiera con 81 immigrati. L'ingresso in porto è stato seguito dall'alto da un velivolo di Frontex che aveva individuato il barchino già giovedì pomeriggio, mentre si trovava a 25 miglia da Lampedusa, lasciato in zona Sar maltese da un peschereccio battente bandiera libica che alcune ore dopo è stato fermato da una motovedetta della Guardia di finanza. Tra gli 81 ci sono sono anche quattro donne e tre bambini. Durante la loro identificazione hanno dichiarato di essere partiti dalla spiaggia libica di Al Zwara. Provengono da Bangladesh, Algeria, Siria, Senegal, Marocco, Tunisia e Libia. «Quanto deve durare questa ipocrita e disumana messinscena?», scrive in un tweet Sea Watch. Ieri sono arrivati a Lampedusa altri due natanti, con 19 persone a bordo, lasciati in mezzo al mare da un peschereccio di 15 metri che li trainava e che, subito dopo, ha fatto rotta verso la Libia. Quando i barchini entrano in acque territoriali italiane, le motovedette della Guardia costiera o della Guardia di finanza sono costretti a recuperarli.
L'operazione, questa volta, è andata male agli scafisti trafficanti di esseri umani. Il pattugliatore veloce Avallone della Guardia di finanza gli si è messo alle calcagna finché non ha raggiunto il peschereccio, che è stato sequestrato e trainato a Lampedusa. La Procura di Agrigento ha disposto il fermo dell'equipaggio composto da sette uomini di nazionalità libica ed egiziana. Il peschereccio è atteso nel porto di Licata, dove gli verranno apposti i sigilli in base alle disposizioni della magistratura. Individuati anche i due tunisini che avevano accompagnato i 43 migranti sbarcati a Lampedusa mercoledì. I magistrati della Procura di Agrigento hanno emesso anche per loro un decreto di fermo d'indiziato di delitto. Anche per loro è scattata l'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
La sentenza della Consulta aiuta solo gli amministratori incompetenti
Ha dovuto respingere come «infondato» il ricorso di cinque Regioni amministrate dalla sinistra, e cioè Calabria, Emilia Romagna, Marche, Toscana e Umbria, che avevano impugnato il secreto Sicurezza del ministro dell'Interno, Matteo Salvini. Ma la Corte costituzionale non è riuscita a evitare il calcio negli stinchi al legislatore leghista.
Così, nella sentenza di due giorni fa, la Consulta ha bocciato l'articolo 28 dello stesso decreto Sicurezza, che attribuiva ai prefetti il potere speciale di sciogliere i consigli comunali o provinciali. Motivo: si violava «l'autonomia costituzionalmente garantita agli enti locali». Vogliamo leggerlo assieme, questo articolo 28 così orribilmente incostituzionale? È un po' lungo, ma merita lo sforzo perché spiega alla perfezione perché in Italia sia così difficile combinare qualcosa di buono. La norma cancellata stabiliva che se il prefetto scopriva «situazioni sintomatiche di condotte illecite gravi e reiterate, tali da determinare un'alterazione delle procedure e da compromettere il buon andamento e l'imparzialità delle amministrazioni comunali o provinciali», poteva individuare «i prioritari interventi di risanamento, indicando anche gli atti da assumere» e il tempo in cui farlo. Se il termine non veniva rispettato, allora il prefetto poteva dare all'ente locale altri 20 giorni per rimediare. Se anche questo termine passava senza che l'amministrazione intervenisse, il prefetto poteva commissariarla.
Facciamo un esempio concreto, per capirci meglio. La giunta comunale di Cialtronia, per motivi imponderabili (dimenticanza? Incapacità? Pressioni esterne? Corruzione?) ritarda in maniera anomala la gara per la raccolta dei rifiuti. Passano mesi, e la città si trasforma in fogna a cielo aperto. Per la puzza, i bimbi di Cialtronia piangono e i grandi scendono in piazza. La Gazzetta di Cialtronia pubblica pagine indignate, la Procura apre un'inchiesta, ma le indagini sono lunghe e non succede nulla. La giunta continua a latitare e passano altri mesi.
I cumuli di pattume crescono: molti abitanti di Cialtronia cominciano a essere ricoverati, mentre alcuni idioti bruciano i cassonetti. Il Comune, indifferente al caos, continua a non indire la gara. A Cialtronia, da ogni parte del globo, accorrono giornali e tv per mostrare al mondo le colline d'immondizia che ormai svettano oltre il campanile. Ancora nulla. A questo punto, in base al «fu» articolo 28, il prefetto interviene e dà al Comune 30 giorni per indire la gara. Ma la giunta non reagisce. Allora la prefettura dà altri 20 giorni a sindaco e assessori. Al termine, il prefetto commissaria il Comune e in due giorni indice la gara. Così a Cialtronia, finalmente, torna la normalità.
Ecco: questo, banalmente, stabiliva all'articolo 28 il Decreto sicurezza, trasformato dal Parlamento in legge lo scorso 28 novembre e promulgato tre giorni dopo dal presidente Sergio Mattarella. Purtroppo quell'articolo non è piaciuto ai giudici della Consulta, che sul tema (malgrado si parlasse di Comuni e Province) hanno accolto le critiche delle Regioni. Insomma, se abitate non a Cialtronia, ma in una qualsiasi città, e se domani il vostro Comune non farà il suo dovere in una qualsiasi materia adottando «condotte illecite gravi e reiterate», sapete con chi dovete prendervela.
La cosa strana è che gli stessi prefetti, stoppati due giorni fa dalla Corte costituzionale, hanno veri e propri «superpoteri» in altri campi. Da 18 anni, grazie a un decreto legislativo del gennaio 2000 e firmato da Massimo D'Alema, possono per esempio sciogliere Comuni e Province se solo «emergono concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata di tipo mafioso, o similare». Per sciogliere gli enti, al prefetto non servono condanne definitive: basta che un pm abbia emesso «provvedimenti che comportano la sospensione o la decadenza dei pubblici ufficiali degli enti medesimi».
Per non parlare delle mitiche «interdittive antimafia», introdotte nel 1965 da un governo presieduto da Aldo Moro. Nelle mani delle prefetture, le interdittive sono veri missili a testata multipla. Non serve nemmeno che la magistratura si attivi. Basta che il prefetto, per un rapporto di polizia o una qualche segnalazione, si convinca che una impresa o un esercizio pubblico sono «in odore di mafia». A quel punto, zac: l'impresa o l'esercizio vengono colpiti da interdittiva. Nel migliore dei casi non possono più avere contatti con la pubblica amministrazione, nel peggiore vengono chiusi con i sigilli. Non c'è difesa, se non un ricorso al Tar. Se dopo un anno si scopre poi che l'impresa o l'esercizio (ormai falliti) con la mafia non avevano nulla a che fare, tante scuse e ciao. Secondo l'Autorità nazionale anticorruzione, tra il 2015 e il 2018 sono state emesse 1.922 interdittive, in crescita: 366 nel 2015, 411 nel 2016, 572 nel 2017 e 573 nel 2018. A protestare contro la brutalità antigarantista di questo atto prefettizio sono stati i soli radicali. La Corte costituzionale non ha mai detto nulla.
Dalla polizia ai trasporti: in Francia tutto lo Stato è infiltrato da jihadisti
Che la Francia fosse seduta sulla polveriera dell'islam radicale, lo si sapeva da anni ma non se ne poteva parlare. I dirigenti francesi preferivano evitare di essere tacciati di «razzismo» o di avere problemi con i numerosissimi cittadini originari dei Paesi musulmani. È naturale dunque che faccia discutere l'inchiesta - pubblicata dal settimanale Le Point - sull'infiltrazione dell'islam radicale nella pubblica amministrazione d'oltralpe. Il giornale è partito dai lavori della commissione parlamentare presieduta dai deputati Eric Diard, del partito dei Républicains, e Eric Poullait de La République En Marche.
I parlamentari hanno raccolto le testimonianze dei responsabili di varie branche del settore pubblico. Le Point ha potuto consultare i resoconti di queste audizioni, che fanno venire i brividi. Non c'è praticamente nessun settore risparmiato dai fanatici dell'islam. Ospedali, scuole, polizia, pompieri, aeroporti, annoverano tra i propri dipendenti degli estremisti.
Si potrebbe dire che la Francia stia raccogliendo ciò che ha seminato per anni. Decenni di buonismo unito al clientelismo elettorale, hanno fatto sì che il germe integralista si diffondesse capillarmente. Inoltre Parigi ha progressivamente facilitato l'acquisizione della cittadinanza francese e, in certi periodi, incoraggiato i ricongiungimenti familiari e la «discriminazione positiva». Così le aziende pubbliche si sono riempite di dipendenti che hanno abbandonato ben presto l'osservanza dei valori della République, per applicare una stretta pratica del Corano, anche a contatto con il pubblico.
Per avere un'idea delle proporzioni inquietanti del fenomeno islamico radicale in Francia, basta leggere le parole pronunciate da Olivier de Mazières, prefetto di polizia del dipartimento di Marsiglia. Per il prefetto, «la radicalizzazione potenzialmente violenta è estremamente diffusa sul territorio, nel settore pubblico e in quello privato».
Si potrebbe pensare che i luoghi in cui si effettuano più controlli di sicurezza non abbiano dei dipendenti estremisti. E invece no. È il caso degli aeroporti di Parigi. Secondo il settimanale transalpino, nello scalo di Roissy-Charles de Gaulle tra i detentori di «badge rossi» (che permettono l'accesso a zone riservate dell'aeroporto) ci sono ottanta casi di comunitarismo seguiti «regolarmente», altri ventinove lo sono invece «puntualmente».
A Parigi-Orly, invece, i sorvegliati regolari sono quindici, quelli sporadici cinque. Vengono i brividi al pensiero di aver incrociato uno di questi individui in occasione di un passaggio negli aeroporti parigini. L'inquietudine cresce ancora se si pensa che questi personaggi potrebbero tuttora far parte della forza lavoro degli scali. Certo, magari sono stati privati dei badge rossi, ma è molto probabile che non siano stati licenziati. Michel-Henry Comet - direttore generale aggiunto degli Aeroporti di Parigi - ha spiegato ai deputati che è lo Stato che ha il potere di attribuire o revocare un badge rosso. Ma il ritiro da parte delle autorità, di uno di questi lasciapassare «non è un motivo di licenziamento, ma di attribuzione ad un altro luogo», ha detto Comet.
Non solo, in ossequio al diritto del lavoro francese, «la ricollocazione (del dipendente, ndr) non può essere troppo distante dalla zona di lavoro iniziale». Per il dirigente degli aeroporti parigini ha anche fatto una specie di ammissione di impotenza durante l'audizione parlamentare. «In generale l'impresa trasferisce il dipendente in una zona pubblica o in prossimità dell'aeroporto». È come se si lasciasse circolare una volpe attorno a un pollaio.
Se la presenza di individui radicalizzati nei ranghi della polizia e della compagnia di trasporti parigina Ratp non è nuova, come già scritto dalla Verità in più occasioni, l'inchiesta di Le Point ha rivelato che gli estremisti non mancano anche tra pompieri o i dipendenti della Sncf, la compagnia ferroviaria d'Oltralpe.
Anche tra i vigili del fuoco ci sono problemi nella selezione del personale volontario che lavora al di fuori di Parigi o Marsiglia, dove invece gli effettivi sono militari. Grégory Allione - presidente dell'associazione dei pompieri di Francia - ha raccontato ai parlamentari che la selezione dei volontari si basa solo sul «bollettino numero 2 del casellario giudiziario che non rivela nulla delle loro attività». Anche tra i vigili del fuoco volontari, sono stati segnalati contestazioni di superiori donne.
Un altro campanello d'allarme è stato suonato dal segretario generale della Sncf, Stéphane Volant. «Ricorriamo a degli interinali ma non abbiamo alcuna possibilità di passarli al setaccio», ha spiegato ai parlamentari aggiungendo una considerazione molto inquietante. «Dovremo accogliere la Coppa del Mondo di Rugby nel 2023 e le Olimpiadi nel 2024», per questo «dovremo assumere decine di migliaia di agenti di sicurezza. Immaginatevi [...] dei vigilantes che lasciassero passare delle persone radicalizzate e armate durante la cerimonia di apertura».
La neutralizzazione dei musulmani radicalizzati richiederà molto tempo e una volontà politica costante. A oggi il diritto del lavoro della pubblica amministrazione transalpina, non prevede come causa di licenziamento la «radicalizzazione». C'è da sperare che non si debbano contare nuove vittime innocenti del terrorismo islamico prima che la Francia si decida a sradicare questo cancro dalla pubblica amministrazione.
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Archiviate le posizioni di Giuseppe Conte, Matteo Salvini, Luigi Di Maio e Danilo Toninelli. Ma la nave è sempre lì. Il governo scrive all'Olanda, l'Ue latita e l'Onu ci attacca. E ne arrivano altri 81.Oltre a respingere i ricorsi delle Regioni rosse contro il decreto Sicurezza, la Corte costituzionale ha bocciato i cosiddetti «superpoteri» dei prefetti, previsti nel medesimo testo. Ma si trattava di una norma di buonsenso.Indagine dei parlamentari francesi sulla pubblica amministrazione L'islamismo è annidato in ogni settore, anche in quelli sensibili per la sicurezza E cacciare i radicalizzati è impossibile.Lo speciale contiene tre articoli.Mentre, con l'Europa che fa finta di non vedere e di non sentire, si consuma l'ennesimo braccio di ferro per la Sea Watch, il Tribunale dei ministri ha mandato definitivamente in archivio il fascicolo che ipotizzava il sequestro di persona per i 47 immigrati rimasti proprio su quella nave dal 24 al 30 gennaio. L'inchiesta, che era stata aperta dalla Procura di Catania con l'ipotesi di sequestro di persona, coinvolgeva il premier Giuseppe Conte, i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini e il ministro Danilo Toninelli. Ora però i giudici del Tribunale dei ministri sostengono che quello di Sea Watch fu un atto «unilaterale» di una nave straniera, entrata in acque italiane «senza le necessarie autorizzazioni della Guardia costiera».La notizia è stata ufficializzata da Maurizio Gasparri, presidente della Giunta delle immunità parlamentari del Senato. «Non fu sequestro ma semplicemente richiesta di ordine e regole? Bene!», tuona Salvini. Che aggiunge: «Processi e indagini non mi fanno paura, ma sono felice che anche la magistratura confermi che si possono chiudere i porti alle navi pirata. Continuerò a difendere i confini». E per difenderli ha scritto ufficialmente al premier Conte, sollecitando una «energica nuova iniziativa di sensibilizzazione» nei confronti dell'Olanda, visto che la Sea Watch 3 batte bandiera olandese. Nel documento, Salvini ribadisce che la Ong ha tenuto fin dall'inizio della vicenda una «condotta la cui gravità è resa palese dalla ferrea volontà di far rotta verso l'Italia» ma anche dal fatto di esser rimasta ferma davanti a Lampedusa per sette giorni «pur avendo richiesto sin dall'inizio un porto di sbarco anche al proprio Paese di bandiera, che avrebbe potuto raggiungere con una navigazione di durata inferiore». Un atteggiamento, quello della Ong, che dimostrerebbe che la questione non è umana, ma politica. E infatti dalla nave continuano a lanciare appelli, anche attraverso i medici a bordo. Conte ha letto la comunicazione di Salvini durante i lavori del Consiglio europeo. Poi ha commentato: «L'Italia è intervenuta, come richiesto dal ministro dell'Interno, e adesso attendiamo una risposta». L'unica voce che si è alzata fino a ieri sera, però, è stata quella dell'Unhcr, l'Agenzia Onu per i rifugiati. La portavoce Babar Baloch ha rintuzzato il governo italiano: «L'Italia ha la responsabilità di far sbarcare queste persone e nessuno dovrebbe tornare nella Libia scossa dalla guerra». E ancora: «Questi disperati devono sbarcare, è un obbligo sancito dalle norme internazionali». Salvini ha subito ribattuto: «Con tutto il rispetto per l'Onu e i professoroni, le politiche su chi entra in Italia le decide il ministro dell'Interno. Possono richiamarmi fino a Natale, per me non cambia nulla. È una nave olandese e l'Olanda non è lontana. È di una Ong tedesca e, se vogliono andare a Rotterdam o Amburgo, facciano il giro». E proprio in Germania la stampa si occupa della questione giocando sui titoli e, sul quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung, la delicata questione della Sea Watch diventa il caso che vede opporsi «due capitani». Da un lato la comandante della Sea Watch 3, Carola Rackete, trentunenne di Hambuehren, in Bassa Sassonia, dall'altro, il leader del Carroccio, detto il Capitano. Le autorità tedesche, però, restano in silenzio. Twittano, invece, dalla Sea Watch, dove non è passato inosservato l'arrivo nel porto di Lampedusa di una motovedetta della Guardia costiera con 81 immigrati. L'ingresso in porto è stato seguito dall'alto da un velivolo di Frontex che aveva individuato il barchino già giovedì pomeriggio, mentre si trovava a 25 miglia da Lampedusa, lasciato in zona Sar maltese da un peschereccio battente bandiera libica che alcune ore dopo è stato fermato da una motovedetta della Guardia di finanza. Tra gli 81 ci sono sono anche quattro donne e tre bambini. Durante la loro identificazione hanno dichiarato di essere partiti dalla spiaggia libica di Al Zwara. Provengono da Bangladesh, Algeria, Siria, Senegal, Marocco, Tunisia e Libia. «Quanto deve durare questa ipocrita e disumana messinscena?», scrive in un tweet Sea Watch. Ieri sono arrivati a Lampedusa altri due natanti, con 19 persone a bordo, lasciati in mezzo al mare da un peschereccio di 15 metri che li trainava e che, subito dopo, ha fatto rotta verso la Libia. Quando i barchini entrano in acque territoriali italiane, le motovedette della Guardia costiera o della Guardia di finanza sono costretti a recuperarli. L'operazione, questa volta, è andata male agli scafisti trafficanti di esseri umani. Il pattugliatore veloce Avallone della Guardia di finanza gli si è messo alle calcagna finché non ha raggiunto il peschereccio, che è stato sequestrato e trainato a Lampedusa. La Procura di Agrigento ha disposto il fermo dell'equipaggio composto da sette uomini di nazionalità libica ed egiziana. Il peschereccio è atteso nel porto di Licata, dove gli verranno apposti i sigilli in base alle disposizioni della magistratura. Individuati anche i due tunisini che avevano accompagnato i 43 migranti sbarcati a Lampedusa mercoledì. I magistrati della Procura di Agrigento hanno emesso anche per loro un decreto di fermo d'indiziato di delitto. 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Così, nella sentenza di due giorni fa, la Consulta ha bocciato l'articolo 28 dello stesso decreto Sicurezza, che attribuiva ai prefetti il potere speciale di sciogliere i consigli comunali o provinciali. Motivo: si violava «l'autonomia costituzionalmente garantita agli enti locali». Vogliamo leggerlo assieme, questo articolo 28 così orribilmente incostituzionale? È un po' lungo, ma merita lo sforzo perché spiega alla perfezione perché in Italia sia così difficile combinare qualcosa di buono. La norma cancellata stabiliva che se il prefetto scopriva «situazioni sintomatiche di condotte illecite gravi e reiterate, tali da determinare un'alterazione delle procedure e da compromettere il buon andamento e l'imparzialità delle amministrazioni comunali o provinciali», poteva individuare «i prioritari interventi di risanamento, indicando anche gli atti da assumere» e il tempo in cui farlo. Se il termine non veniva rispettato, allora il prefetto poteva dare all'ente locale altri 20 giorni per rimediare. Se anche questo termine passava senza che l'amministrazione intervenisse, il prefetto poteva commissariarla. Facciamo un esempio concreto, per capirci meglio. La giunta comunale di Cialtronia, per motivi imponderabili (dimenticanza? Incapacità? Pressioni esterne? Corruzione?) ritarda in maniera anomala la gara per la raccolta dei rifiuti. Passano mesi, e la città si trasforma in fogna a cielo aperto. Per la puzza, i bimbi di Cialtronia piangono e i grandi scendono in piazza. La Gazzetta di Cialtronia pubblica pagine indignate, la Procura apre un'inchiesta, ma le indagini sono lunghe e non succede nulla. La giunta continua a latitare e passano altri mesi. I cumuli di pattume crescono: molti abitanti di Cialtronia cominciano a essere ricoverati, mentre alcuni idioti bruciano i cassonetti. Il Comune, indifferente al caos, continua a non indire la gara. A Cialtronia, da ogni parte del globo, accorrono giornali e tv per mostrare al mondo le colline d'immondizia che ormai svettano oltre il campanile. Ancora nulla. A questo punto, in base al «fu» articolo 28, il prefetto interviene e dà al Comune 30 giorni per indire la gara. Ma la giunta non reagisce. Allora la prefettura dà altri 20 giorni a sindaco e assessori. Al termine, il prefetto commissaria il Comune e in due giorni indice la gara. Così a Cialtronia, finalmente, torna la normalità. Ecco: questo, banalmente, stabiliva all'articolo 28 il Decreto sicurezza, trasformato dal Parlamento in legge lo scorso 28 novembre e promulgato tre giorni dopo dal presidente Sergio Mattarella. Purtroppo quell'articolo non è piaciuto ai giudici della Consulta, che sul tema (malgrado si parlasse di Comuni e Province) hanno accolto le critiche delle Regioni. Insomma, se abitate non a Cialtronia, ma in una qualsiasi città, e se domani il vostro Comune non farà il suo dovere in una qualsiasi materia adottando «condotte illecite gravi e reiterate», sapete con chi dovete prendervela. La cosa strana è che gli stessi prefetti, stoppati due giorni fa dalla Corte costituzionale, hanno veri e propri «superpoteri» in altri campi. Da 18 anni, grazie a un decreto legislativo del gennaio 2000 e firmato da Massimo D'Alema, possono per esempio sciogliere Comuni e Province se solo «emergono concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata di tipo mafioso, o similare». Per sciogliere gli enti, al prefetto non servono condanne definitive: basta che un pm abbia emesso «provvedimenti che comportano la sospensione o la decadenza dei pubblici ufficiali degli enti medesimi». Per non parlare delle mitiche «interdittive antimafia», introdotte nel 1965 da un governo presieduto da Aldo Moro. Nelle mani delle prefetture, le interdittive sono veri missili a testata multipla. Non serve nemmeno che la magistratura si attivi. Basta che il prefetto, per un rapporto di polizia o una qualche segnalazione, si convinca che una impresa o un esercizio pubblico sono «in odore di mafia». A quel punto, zac: l'impresa o l'esercizio vengono colpiti da interdittiva. Nel migliore dei casi non possono più avere contatti con la pubblica amministrazione, nel peggiore vengono chiusi con i sigilli. Non c'è difesa, se non un ricorso al Tar. Se dopo un anno si scopre poi che l'impresa o l'esercizio (ormai falliti) con la mafia non avevano nulla a che fare, tante scuse e ciao. Secondo l'Autorità nazionale anticorruzione, tra il 2015 e il 2018 sono state emesse 1.922 interdittive, in crescita: 366 nel 2015, 411 nel 2016, 572 nel 2017 e 573 nel 2018. A protestare contro la brutalità antigarantista di questo atto prefettizio sono stati i soli radicali. 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È naturale dunque che faccia discutere l'inchiesta - pubblicata dal settimanale Le Point - sull'infiltrazione dell'islam radicale nella pubblica amministrazione d'oltralpe. Il giornale è partito dai lavori della commissione parlamentare presieduta dai deputati Eric Diard, del partito dei Républicains, e Eric Poullait de La République En Marche. I parlamentari hanno raccolto le testimonianze dei responsabili di varie branche del settore pubblico. Le Point ha potuto consultare i resoconti di queste audizioni, che fanno venire i brividi. Non c'è praticamente nessun settore risparmiato dai fanatici dell'islam. Ospedali, scuole, polizia, pompieri, aeroporti, annoverano tra i propri dipendenti degli estremisti. Si potrebbe dire che la Francia stia raccogliendo ciò che ha seminato per anni. Decenni di buonismo unito al clientelismo elettorale, hanno fatto sì che il germe integralista si diffondesse capillarmente. Inoltre Parigi ha progressivamente facilitato l'acquisizione della cittadinanza francese e, in certi periodi, incoraggiato i ricongiungimenti familiari e la «discriminazione positiva». Così le aziende pubbliche si sono riempite di dipendenti che hanno abbandonato ben presto l'osservanza dei valori della République, per applicare una stretta pratica del Corano, anche a contatto con il pubblico. Per avere un'idea delle proporzioni inquietanti del fenomeno islamico radicale in Francia, basta leggere le parole pronunciate da Olivier de Mazières, prefetto di polizia del dipartimento di Marsiglia. Per il prefetto, «la radicalizzazione potenzialmente violenta è estremamente diffusa sul territorio, nel settore pubblico e in quello privato». Si potrebbe pensare che i luoghi in cui si effettuano più controlli di sicurezza non abbiano dei dipendenti estremisti. E invece no. È il caso degli aeroporti di Parigi. Secondo il settimanale transalpino, nello scalo di Roissy-Charles de Gaulle tra i detentori di «badge rossi» (che permettono l'accesso a zone riservate dell'aeroporto) ci sono ottanta casi di comunitarismo seguiti «regolarmente», altri ventinove lo sono invece «puntualmente». A Parigi-Orly, invece, i sorvegliati regolari sono quindici, quelli sporadici cinque. Vengono i brividi al pensiero di aver incrociato uno di questi individui in occasione di un passaggio negli aeroporti parigini. L'inquietudine cresce ancora se si pensa che questi personaggi potrebbero tuttora far parte della forza lavoro degli scali. Certo, magari sono stati privati dei badge rossi, ma è molto probabile che non siano stati licenziati. Michel-Henry Comet - direttore generale aggiunto degli Aeroporti di Parigi - ha spiegato ai deputati che è lo Stato che ha il potere di attribuire o revocare un badge rosso. Ma il ritiro da parte delle autorità, di uno di questi lasciapassare «non è un motivo di licenziamento, ma di attribuzione ad un altro luogo», ha detto Comet. Non solo, in ossequio al diritto del lavoro francese, «la ricollocazione (del dipendente, ndr) non può essere troppo distante dalla zona di lavoro iniziale». Per il dirigente degli aeroporti parigini ha anche fatto una specie di ammissione di impotenza durante l'audizione parlamentare. «In generale l'impresa trasferisce il dipendente in una zona pubblica o in prossimità dell'aeroporto». È come se si lasciasse circolare una volpe attorno a un pollaio. Se la presenza di individui radicalizzati nei ranghi della polizia e della compagnia di trasporti parigina Ratp non è nuova, come già scritto dalla Verità in più occasioni, l'inchiesta di Le Point ha rivelato che gli estremisti non mancano anche tra pompieri o i dipendenti della Sncf, la compagnia ferroviaria d'Oltralpe. Anche tra i vigili del fuoco ci sono problemi nella selezione del personale volontario che lavora al di fuori di Parigi o Marsiglia, dove invece gli effettivi sono militari. Grégory Allione - presidente dell'associazione dei pompieri di Francia - ha raccontato ai parlamentari che la selezione dei volontari si basa solo sul «bollettino numero 2 del casellario giudiziario che non rivela nulla delle loro attività». Anche tra i vigili del fuoco volontari, sono stati segnalati contestazioni di superiori donne. Un altro campanello d'allarme è stato suonato dal segretario generale della Sncf, Stéphane Volant. «Ricorriamo a degli interinali ma non abbiamo alcuna possibilità di passarli al setaccio», ha spiegato ai parlamentari aggiungendo una considerazione molto inquietante. «Dovremo accogliere la Coppa del Mondo di Rugby nel 2023 e le Olimpiadi nel 2024», per questo «dovremo assumere decine di migliaia di agenti di sicurezza. Immaginatevi [...] dei vigilantes che lasciassero passare delle persone radicalizzate e armate durante la cerimonia di apertura». La neutralizzazione dei musulmani radicalizzati richiederà molto tempo e una volontà politica costante. A oggi il diritto del lavoro della pubblica amministrazione transalpina, non prevede come causa di licenziamento la «radicalizzazione». C'è da sperare che non si debbano contare nuove vittime innocenti del terrorismo islamico prima che la Francia si decida a sradicare questo cancro dalla pubblica amministrazione.
Il senatore Marco Lisei, presidente Commissione Covid (Ansa)
L’esponente di Fratelli d’Italia è finito nel mirino dell’opposizione per aver consentito che alcuni testimoni venissero interrogati negli uffici del commissariato di polizia. Capita spesso che le Procure incarichino gli ufficiali di pubblica sicurezza di sentire delle persone informate sui fatti, cioè a conoscenza di possibili reati. Gli interrogatori, infatti, non sono condotti sempre dai pubblici ministeri. Dunque, nel caso di una Commissione d’inchiesta che ha poteri investigativi, e di fronte alla quale le persone sentite sono tenute a dire il vero, gli interrogatori pare siano stati fatti non da parlamentari ma da funzionari di polizia. E allora? È evidente che chi non ha nulla da nascondere non dovrebbe avere problemi a rispondere a un onorevole o a un poliziotto. Inoltre, quella che ora protesta e minaccia un mini Aventino non è la stessa parte politica che in passato, con Silvio Berlusconi al governo, sfilava al grido di «intercettateci tutti», per mostrare di essere candidi come la neve? E come si è passati dall’idea di essere immacolati e pronti a confrontarsi con chiunque, fosse anche un maresciallo in ascolto delle telefonate personali, a non interrogateci proprio?
In effetti, la posizione politica di una sinistra che un tempo era per difendersi nel processo e non dal processo pare molto contraddittoria. Invece di affrontare con trasparenza gli accertamenti della commissione d’inchiesta sui costi e gli affidamenti durante il Covid, le prova tutte per impedire che proseguano i lavori dell’organismo. L’opposizione parla di plotone d’esecuzione contro la sinistra. In realtà, i lavori della commissione stanno mettendo in luce una serie di stranezze che, considerato l’ammontare delle somme spese senza molta rendicontazione durante quel periodo, generano molti interrogativi.
Non ci sono solo i banchi a rotelle, la cui adozione per combattere il virus fece sghignazzare mezzo mondo, e nemmeno le forniture di mascherine fallate o, come abbiamo scoperto di recente, i tamponi non certificati a rilevare il contagio da Covid. Ci sono anche pagamenti erogati per prestazioni professionali molto dubbie. Lo ha rilevato un testimone, il quale di fronte alla commissione ha parlato di un bonifico di diverse centinaia di migliaia di euro, versate sul conto di un avvocato, collega dello studio dell’ex premier Giuseppe Conte. I commissari hanno incalzato il teste per conoscere la motivazione del pagamento. E questi avrebbe spiegato che la consulenza prestata dal professionista sarebbe stata saldata per prestazioni marginali, come ad esempio il controllo dei documenti e la preparazione di una lettera per sollecitare il saldo di una fattura. Insomma, un servizio a dir poco caro, perché tra controllo e sollecito sarebbero stati spesi 454.000 euro. Eppure, tale somma è stata pagata senza batter ciglio. Perché? Sono domande alle quali la commissione parlamentare vorrebbe dare una risposta. Ma forse, più che dei poliziotti incaricati di porre quesiti, a sinistra hanno paura proprio di questo, di essere chiamati a rispondere dei molti lati oscuri di una stagione in cui, con la scusa dell’emergenza, tutto fu consentito e, soprattutto, moltissimo si è speso.
Infatti, guarda caso, dopo aver protestato per gli interrogatori affidati agli agenti fuori dalle mura del Parlamento, l’opposizione chiede lo scioglimento dell’organismo d’inchiesta. In pratica, su una vicenda che ha visto decine di migliaia di morti e per cui si sono spesi decine di miliardi, i compagni vorrebbero far calare il sipario.
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Il direttore del «Fatto quotidiano» Marco Travaglio. Nel riquadro l'imprenditore Giuseppe Cipriani (Imagoeconomica)
Il punto emerge dall’atto di citazione depositato il 5 giugno davanti alla Southern District Court di New York da Cipriani Usa, contro Società Editoriale Il Fatto S.p.A. e Rai - Radiotelevisione Italiana S.p.A (e Report). Secondo l’atto, Torres starebbe valutando un’azione legale contro il Fatto per essere stata citata in modo inesatto o fuori contesto. Del resto, il documento notarile firmato a Maldonado il 29 maggio davanti al notaio Andrés Fernando García Sención rende il passaggio ancora più rilevante. Torres si presenta con un avvocato e chiede di mettere a verbale una dichiarazione destinata a essere eventualmente prodotta davanti a soggetti pubblici o privati. Dice di aver riflettuto sulla portata delle sue dichiarazioni rilasciate a media nazionali ed esteri e di voler «puntualizzare in modo definitivo» alcuni punti.
Il primo riguarda Nicole Minetti. Torres dichiara che, durante tutto il periodo in cui ha lavorato al Gin Tonic, non ha mai assistito né le consta con certezza che Minetti fosse coinvolta in una presunta operazione finalizzata a cercare, reclutare, assumere, indurre o invitare prostitute in alcun luogo. Aggiunge che, da quando Minetti e Cipriani hanno adottato il figlio, l’attenzione di lei sarebbe stata rivolta soprattutto alla cura e all’educazione del bambino.
Il secondo riguarda Giuseppe Cipriani. La situazione definita come molestia, precisa Torres, sarebbe stata una vicenda di «molestia lavorativa», chiusa con un accordo transattivo tra le parti. È un dettaglio che si incrocia con l’atto americano: secondo Cipriani Usa, dopo la fine del rapporto con la residenza Gin Tonic, Torres aveva chiesto circa 60.000 dollari per salari e benefici non pagati, ma la controversia si sarebbe chiusa con 6.000 dollari. In quella vertenza, sostiene la società, non compariva alcun riferimento a festini, droga, sesso o prostituzione.
Poi c’è il capitolo mediatico. Torres scrive di non essere abituata all’esposizione pubblica né a rilasciare dichiarazioni davanti a telecamere o registratori. Per questo, afferma, alcune sue dichiarazioni sarebbero state estrapolate dal contesto. Sostiene inoltre che il suo nome sia stato reso pubblico senza autorizzazione, causandole un danno enorme nella vita lavorativa e nella privacy. Dice di aver negato in modo espresso l’autorizzazione all’uso e alla pubblicazione del proprio nome e aggiunge che alcune sue affermazioni sarebbero state travisate.
La donna si impegna anche a non rilasciare altre interviste a media nazionali o esteri su questa vicenda, con l’obiettivo di recuperare tranquillità familiare, proteggere i figli e cercare un nuovo percorso lavorativo. Allo stesso tempo dichiara piena disponibilità a comparire davanti alle sedi istituzionali o giudiziarie che dovessero formalmente richiederlo, per chiarire eventuali dubbi o fatti che, a causa della sua inesperienza con i media, possano aver causato un danno ingiustificato a terzi o alle istituzioni: insomma è disposta difendere gli stessi Cipriani e Minetti.
È qui che il racconto del Fatto potrebbe diventare più esposto a richieste di risarcimenti. Del resto, l’atto depositato a New York contesta anche il modo in cui la donna sarebbe stata presentata. Secondo Cipriani, il Fatto l’avrebbe descritta come una persona legata da oltre 20 anni alla tenuta. I registri di lavoro citati nella causa indicherebbero invece tre soli periodi: dal 27 luglio al 1° agosto 2024, dal 22 al 27 agosto 2024 e dall’8 ottobre 2024 al 3 febbraio 2025. In tutto, circa quattro mesi, non 20 anni. Su questo si innesta il blocco delle testimonianze. L’atto di citazione sostiene che otto dichiarazioni giurate di attuali ed ex dipendenti della residenza di Punta del Este abbiano smentito le accuse della massaggiatrice (poi trasmesse alla Procura generale di Milano).
Va ricordato che il caso non arriva a New York come una semplice lite reputazionale. L’attore è Cipriani Usa, Inc., società newyorchese, e la causa non è impostata come diffamazione. I titoli invocati sono interferenza illecita con relazioni economiche. In sostanza: non solo «ci avete offeso», ma «avete danneggiato il nostro business». Il danno viene legato soprattutto a un finanziamento da 50 milioni di dollari. Secondo l’atto, il 14 maggio 2026 un finanziatore, indicato come Lender A, avrebbe sospeso il closing finché Cipriani Usa non avesse chiarito le accuse su Epstein, corruzione, Uruguay e integrità commerciale. La società sostiene di avere già sostenuto oltre 1 milione di dollari in spese legali, investigative e professionali, e indica circa 50 milioni di dollari di costi collegati al ritardo dell’operazione. La richiesta complessiva arriva ad almeno 250 milioni di dollari, oltre a danni punitivi e misure di rimozione, correzione o deindicizzazione dei contenuti giudicati falsi. I convenuti sono il Fatto Quotidiano e la Rai per Report. È sempre Cartabianca compare solo nella ricostruzione dei fatti, soprattutto per il caso Nordio, ma non è parte convenuta in questo atto americano. Ma la trasmissione di Mediaset compare nella citazione di richiesta di danni depositata ieri a Roma dagli avvocati Emanuele Fisicaro, Paolo Siniscalchi e Antonella Calcaterra. In questo caso la richiesta è di 5 milioni per il Fatto, mentre di 1,5 milioni di euro a testa per Rai e Fininvest. Le narrazioni contestate sono quattro: Epstein, Nordio, festini e adozione. Su Epstein, Cipriani sostiene che ci furono solo bozze per un’operazione mai chiusa: nessun bonifico da 800.000 sterline, nessun accordo, nessuna partnership. Sul ministro Nordio, l’atto richiama la smentita in diretta del ministro e il successivo rilancio del tema da parte di Report.
Sull’adozione, la causa ricostruisce una procedura seguita da Inau e tribunale di Maldonado, con cure negli Stati Uniti nel 2021 e adozione definitiva nel 2023. C’è poi il richiamo al comunicato della Procura generale di Milano, firmato da Francesca Nanni, secondo cui le notizie di stampa «non corrispondono al vero», e la conferma della grazia da parte del Quirinale.
Infine, le diffide: secondo l’atto, i legali di Cipriani avvertirono Fatto e Report il 2 maggio. Nonostante questo, sostiene la causa, Report andò in onda e il Fatto continuò a pubblicare. Da qui la richiesta di danni punitivi e di un processo con giuria. C’è infine un dettaglio di mercato: il Fatto è una società quotata. Se il contenzioso americano sarà ritenuto rilevante per valore o ricadute, dovrà essere comunicato agli investitori.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Furio Suvilla, l’avvocato appoggiato dal fondatore di Futuro nazionale, al primo turno era arrivato addirittura al 14,21%, staccando di cinque punti la Lega. Ma in vista del ballottaggio, l’uomo di Vannacci si era rifiutato di far confluire le proprie preferenze sull’azzurro: «Non appoggeremo», aveva detto, «chi si definisce di centrodestra ma poi ha paura di prendere posizioni ufficiali sui temi più importanti che riguardano la nostra città». Era quasi un invito a premiare Rossella Buratti, candidata del campo largo, testa di serie allo «spareggio» di questo fine settimana, grazie alle tensioni nello schieramento avversario. La «destra destra» esortava a «recarsi alle urne votando scheda bianca o annullando».
Al contrario di Suvilla, Fdi e Carroccio, che al primo turno si erano divisi da Forza Italia, lanciando, insieme a Noi moderati, Riccardo Ghia (terzo, con il 21,45% dei suffragi, alle spalle di Massara Previde, che aveva preso il 24,38%), hanno lasciato ai loro elettori libertà di coscienza. E costoro, in maggioranza, hanno deciso che era il caso di consegnare le chiavi della città all’uomo indicato dai forzisti per subentrare ad Andrea Ceffa, leghista, travolto da un’accusa di corruzione per cui è a processo.
Al di là del dato locale - il centrodestra tiene Vigevano da 26 anni - dal Pavese arriva una lezione di respiro nazionale, in prospettiva politiche 2027. Ieri, Laura Ravetto, esponente di Fn, ha aperto all’idea di un’alleanza con il centrodestra: «Non si capisce perché bisognerebbe dividersi per consegnare il Paese alla sinistra». A Vigevano, alla lista vannacciana non è riuscito di guastare la festa; ma a Trecate (Novara), il candidato del centrodestra, Roberto Minera, è rimasto indietro di cinque punti rispetto a Raffaele Sacco, di Pd e 5 stelle, proprio per il mancato apparentamento con Rosa Criscuolo, di Futuro nazionale. È, in piccolo, ciò che potrebbe accadere in grande tra un anno.
Vanacci non ha escluso un’intesa con l’attuale maggioranza, dove invece si registrano le logiche chiusure della Lega e i malumori di Fi, con tanto di scambi di battute a distanza tra il generale e Marina Berlusconi, oltre alla freddezza di Giorgia Meloni. Vannacci guarda ai sondaggi, che lo danno oltre il 4%, e alza il tiro: vuole che la coalizione si adegui alle sue «linee rosse». Nel fenomeno Fn quale ago della bilancia si profila un duplice rischio: far perdere il centrodestra, oppure condizionarlo. E imporgli il fardello di un kingmaker «impresentabile». In entrambi i casi, sarebbe un regalo alla sinistra.
È comprensibile che Vannacci cerchi il proprio posto al sole. Ma è tempo che decida cosa vuol fare da grande. Altrimenti, la sua sarà la tipica ascesa del gatekeeper: più che alla destra, servirà agli avversari. Roba da militari, no? Divide et impera...
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Luca Zaia e Massimiliano Fedriga (Imagoeconomica)
O almeno questa sarebbe l’intenzione del vicepremier, una proposta che non dispiace nemmeno all’attuale presidente del Consiglio regionale veneto. Il tema è un altro: le regole d’ingaggio. Nel senso: Zaia punterebbe ad avere mani libere nella gestione finanziaria, contenutistica e politica (ovvero avere peso nelle prossime candidature alle politiche). E poi il Doge non vuole essere l’uomo solo al comando. Si parla di una squadra di lavoro, con Massimiliano Fedriga, numero uno del Friuli-Venezia Giulia e della Conferenza Stato-Regioni, della partita così come il capogruppo al Senato, Massimiliano Romeo, segretario della potente Lega Lombarda. Il modello partitico sarebbe quello della Cdu bavarese, autonoma ma inserita dentro l’alleanza storica con la Csu che si presenta nel resto della Germania. Insomma, ci sarebbe una holding chiamata Lega, con sotto due società operative: la Lega Nord in stile Csu e una Lega per il Centro Sud, affidata alla gestione del viceministro Claudio Durigon.
Gli equilibri dentro il Carroccio sono però delicati. Anche perché c’è un tema legale: per fare questa mini rivoluzione sarebbe da mettere mano allo statuto. Operazione che richiede un via libera del congresso. Tutte mosse che si reputano necessarie, fanno sapere dalle parti di Venezia, per evitare poi polemiche o gente che rema contro. Mosse che però richiedono tempo. Che non c’è. Prende corpo dunque un’altra ipotesi. Più immediata. Ovvero nominare subito Zaia e Fedriga come vice Salvini, in attesa di cambiare la forma del partito. Magari non domani, ma entro tre settimane. Prima del ritiro a porte chiuse del 4 e 5 luglio a Treviso, voluto proprio da Salvini.
E dopo Attilio Fontana, governatore della Lombardia, anche il presidente della Serenissima, Alberto Stefani, spinge per un ruolo forte del Doge: «Il modello bavarese è un modello che qui in Veneto è stato più volte stimolato e il nostro statuto già ammette una struttura autonoma. Quello che però è doveroso affermare è che è importante che Luca Zaia abbia un ruolo importante, l’ha sempre avuto e sarà in grado di interpretare al meglio le istanze del territorio e dare il suo contributo al partito».
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