True
2019-06-22
A gennaio non ci fu sequestro dei migranti sulla Sea Watch: «I porti si possono chiudere»
Ansa
Mentre, con l'Europa che fa finta di non vedere e di non sentire, si consuma l'ennesimo braccio di ferro per la Sea Watch, il Tribunale dei ministri ha mandato definitivamente in archivio il fascicolo che ipotizzava il sequestro di persona per i 47 immigrati rimasti proprio su quella nave dal 24 al 30 gennaio. L'inchiesta, che era stata aperta dalla Procura di Catania con l'ipotesi di sequestro di persona, coinvolgeva il premier Giuseppe Conte, i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini e il ministro Danilo Toninelli. Ora però i giudici del Tribunale dei ministri sostengono che quello di Sea Watch fu un atto «unilaterale» di una nave straniera, entrata in acque italiane «senza le necessarie autorizzazioni della Guardia costiera».
La notizia è stata ufficializzata da Maurizio Gasparri, presidente della Giunta delle immunità parlamentari del Senato. «Non fu sequestro ma semplicemente richiesta di ordine e regole? Bene!», tuona Salvini. Che aggiunge: «Processi e indagini non mi fanno paura, ma sono felice che anche la magistratura confermi che si possono chiudere i porti alle navi pirata. Continuerò a difendere i confini». E per difenderli ha scritto ufficialmente al premier Conte, sollecitando una «energica nuova iniziativa di sensibilizzazione» nei confronti dell'Olanda, visto che la Sea Watch 3 batte bandiera olandese.
Nel documento, Salvini ribadisce che la Ong ha tenuto fin dall'inizio della vicenda una «condotta la cui gravità è resa palese dalla ferrea volontà di far rotta verso l'Italia» ma anche dal fatto di esser rimasta ferma davanti a Lampedusa per sette giorni «pur avendo richiesto sin dall'inizio un porto di sbarco anche al proprio Paese di bandiera, che avrebbe potuto raggiungere con una navigazione di durata inferiore».
Un atteggiamento, quello della Ong, che dimostrerebbe che la questione non è umana, ma politica. E infatti dalla nave continuano a lanciare appelli, anche attraverso i medici a bordo. Conte ha letto la comunicazione di Salvini durante i lavori del Consiglio europeo. Poi ha commentato: «L'Italia è intervenuta, come richiesto dal ministro dell'Interno, e adesso attendiamo una risposta». L'unica voce che si è alzata fino a ieri sera, però, è stata quella dell'Unhcr, l'Agenzia Onu per i rifugiati. La portavoce Babar Baloch ha rintuzzato il governo italiano: «L'Italia ha la responsabilità di far sbarcare queste persone e nessuno dovrebbe tornare nella Libia scossa dalla guerra». E ancora: «Questi disperati devono sbarcare, è un obbligo sancito dalle norme internazionali». Salvini ha subito ribattuto: «Con tutto il rispetto per l'Onu e i professoroni, le politiche su chi entra in Italia le decide il ministro dell'Interno. Possono richiamarmi fino a Natale, per me non cambia nulla. È una nave olandese e l'Olanda non è lontana. È di una Ong tedesca e, se vogliono andare a Rotterdam o Amburgo, facciano il giro». E proprio in Germania la stampa si occupa della questione giocando sui titoli e, sul quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung, la delicata questione della Sea Watch diventa il caso che vede opporsi «due capitani». Da un lato la comandante della Sea Watch 3, Carola Rackete, trentunenne di Hambuehren, in Bassa Sassonia, dall'altro, il leader del Carroccio, detto il Capitano. Le autorità tedesche, però, restano in silenzio. Twittano, invece, dalla Sea Watch, dove non è passato inosservato l'arrivo nel porto di Lampedusa di una motovedetta della Guardia costiera con 81 immigrati. L'ingresso in porto è stato seguito dall'alto da un velivolo di Frontex che aveva individuato il barchino già giovedì pomeriggio, mentre si trovava a 25 miglia da Lampedusa, lasciato in zona Sar maltese da un peschereccio battente bandiera libica che alcune ore dopo è stato fermato da una motovedetta della Guardia di finanza. Tra gli 81 ci sono sono anche quattro donne e tre bambini. Durante la loro identificazione hanno dichiarato di essere partiti dalla spiaggia libica di Al Zwara. Provengono da Bangladesh, Algeria, Siria, Senegal, Marocco, Tunisia e Libia. «Quanto deve durare questa ipocrita e disumana messinscena?», scrive in un tweet Sea Watch. Ieri sono arrivati a Lampedusa altri due natanti, con 19 persone a bordo, lasciati in mezzo al mare da un peschereccio di 15 metri che li trainava e che, subito dopo, ha fatto rotta verso la Libia. Quando i barchini entrano in acque territoriali italiane, le motovedette della Guardia costiera o della Guardia di finanza sono costretti a recuperarli.
L'operazione, questa volta, è andata male agli scafisti trafficanti di esseri umani. Il pattugliatore veloce Avallone della Guardia di finanza gli si è messo alle calcagna finché non ha raggiunto il peschereccio, che è stato sequestrato e trainato a Lampedusa. La Procura di Agrigento ha disposto il fermo dell'equipaggio composto da sette uomini di nazionalità libica ed egiziana. Il peschereccio è atteso nel porto di Licata, dove gli verranno apposti i sigilli in base alle disposizioni della magistratura. Individuati anche i due tunisini che avevano accompagnato i 43 migranti sbarcati a Lampedusa mercoledì. I magistrati della Procura di Agrigento hanno emesso anche per loro un decreto di fermo d'indiziato di delitto. Anche per loro è scattata l'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
La sentenza della Consulta aiuta solo gli amministratori incompetenti
Ha dovuto respingere come «infondato» il ricorso di cinque Regioni amministrate dalla sinistra, e cioè Calabria, Emilia Romagna, Marche, Toscana e Umbria, che avevano impugnato il secreto Sicurezza del ministro dell'Interno, Matteo Salvini. Ma la Corte costituzionale non è riuscita a evitare il calcio negli stinchi al legislatore leghista.
Così, nella sentenza di due giorni fa, la Consulta ha bocciato l'articolo 28 dello stesso decreto Sicurezza, che attribuiva ai prefetti il potere speciale di sciogliere i consigli comunali o provinciali. Motivo: si violava «l'autonomia costituzionalmente garantita agli enti locali». Vogliamo leggerlo assieme, questo articolo 28 così orribilmente incostituzionale? È un po' lungo, ma merita lo sforzo perché spiega alla perfezione perché in Italia sia così difficile combinare qualcosa di buono. La norma cancellata stabiliva che se il prefetto scopriva «situazioni sintomatiche di condotte illecite gravi e reiterate, tali da determinare un'alterazione delle procedure e da compromettere il buon andamento e l'imparzialità delle amministrazioni comunali o provinciali», poteva individuare «i prioritari interventi di risanamento, indicando anche gli atti da assumere» e il tempo in cui farlo. Se il termine non veniva rispettato, allora il prefetto poteva dare all'ente locale altri 20 giorni per rimediare. Se anche questo termine passava senza che l'amministrazione intervenisse, il prefetto poteva commissariarla.
Facciamo un esempio concreto, per capirci meglio. La giunta comunale di Cialtronia, per motivi imponderabili (dimenticanza? Incapacità? Pressioni esterne? Corruzione?) ritarda in maniera anomala la gara per la raccolta dei rifiuti. Passano mesi, e la città si trasforma in fogna a cielo aperto. Per la puzza, i bimbi di Cialtronia piangono e i grandi scendono in piazza. La Gazzetta di Cialtronia pubblica pagine indignate, la Procura apre un'inchiesta, ma le indagini sono lunghe e non succede nulla. La giunta continua a latitare e passano altri mesi.
I cumuli di pattume crescono: molti abitanti di Cialtronia cominciano a essere ricoverati, mentre alcuni idioti bruciano i cassonetti. Il Comune, indifferente al caos, continua a non indire la gara. A Cialtronia, da ogni parte del globo, accorrono giornali e tv per mostrare al mondo le colline d'immondizia che ormai svettano oltre il campanile. Ancora nulla. A questo punto, in base al «fu» articolo 28, il prefetto interviene e dà al Comune 30 giorni per indire la gara. Ma la giunta non reagisce. Allora la prefettura dà altri 20 giorni a sindaco e assessori. Al termine, il prefetto commissaria il Comune e in due giorni indice la gara. Così a Cialtronia, finalmente, torna la normalità.
Ecco: questo, banalmente, stabiliva all'articolo 28 il Decreto sicurezza, trasformato dal Parlamento in legge lo scorso 28 novembre e promulgato tre giorni dopo dal presidente Sergio Mattarella. Purtroppo quell'articolo non è piaciuto ai giudici della Consulta, che sul tema (malgrado si parlasse di Comuni e Province) hanno accolto le critiche delle Regioni. Insomma, se abitate non a Cialtronia, ma in una qualsiasi città, e se domani il vostro Comune non farà il suo dovere in una qualsiasi materia adottando «condotte illecite gravi e reiterate», sapete con chi dovete prendervela.
La cosa strana è che gli stessi prefetti, stoppati due giorni fa dalla Corte costituzionale, hanno veri e propri «superpoteri» in altri campi. Da 18 anni, grazie a un decreto legislativo del gennaio 2000 e firmato da Massimo D'Alema, possono per esempio sciogliere Comuni e Province se solo «emergono concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata di tipo mafioso, o similare». Per sciogliere gli enti, al prefetto non servono condanne definitive: basta che un pm abbia emesso «provvedimenti che comportano la sospensione o la decadenza dei pubblici ufficiali degli enti medesimi».
Per non parlare delle mitiche «interdittive antimafia», introdotte nel 1965 da un governo presieduto da Aldo Moro. Nelle mani delle prefetture, le interdittive sono veri missili a testata multipla. Non serve nemmeno che la magistratura si attivi. Basta che il prefetto, per un rapporto di polizia o una qualche segnalazione, si convinca che una impresa o un esercizio pubblico sono «in odore di mafia». A quel punto, zac: l'impresa o l'esercizio vengono colpiti da interdittiva. Nel migliore dei casi non possono più avere contatti con la pubblica amministrazione, nel peggiore vengono chiusi con i sigilli. Non c'è difesa, se non un ricorso al Tar. Se dopo un anno si scopre poi che l'impresa o l'esercizio (ormai falliti) con la mafia non avevano nulla a che fare, tante scuse e ciao. Secondo l'Autorità nazionale anticorruzione, tra il 2015 e il 2018 sono state emesse 1.922 interdittive, in crescita: 366 nel 2015, 411 nel 2016, 572 nel 2017 e 573 nel 2018. A protestare contro la brutalità antigarantista di questo atto prefettizio sono stati i soli radicali. La Corte costituzionale non ha mai detto nulla.
Dalla polizia ai trasporti: in Francia tutto lo Stato è infiltrato da jihadisti
Che la Francia fosse seduta sulla polveriera dell'islam radicale, lo si sapeva da anni ma non se ne poteva parlare. I dirigenti francesi preferivano evitare di essere tacciati di «razzismo» o di avere problemi con i numerosissimi cittadini originari dei Paesi musulmani. È naturale dunque che faccia discutere l'inchiesta - pubblicata dal settimanale Le Point - sull'infiltrazione dell'islam radicale nella pubblica amministrazione d'oltralpe. Il giornale è partito dai lavori della commissione parlamentare presieduta dai deputati Eric Diard, del partito dei Républicains, e Eric Poullait de La République En Marche.
I parlamentari hanno raccolto le testimonianze dei responsabili di varie branche del settore pubblico. Le Point ha potuto consultare i resoconti di queste audizioni, che fanno venire i brividi. Non c'è praticamente nessun settore risparmiato dai fanatici dell'islam. Ospedali, scuole, polizia, pompieri, aeroporti, annoverano tra i propri dipendenti degli estremisti.
Si potrebbe dire che la Francia stia raccogliendo ciò che ha seminato per anni. Decenni di buonismo unito al clientelismo elettorale, hanno fatto sì che il germe integralista si diffondesse capillarmente. Inoltre Parigi ha progressivamente facilitato l'acquisizione della cittadinanza francese e, in certi periodi, incoraggiato i ricongiungimenti familiari e la «discriminazione positiva». Così le aziende pubbliche si sono riempite di dipendenti che hanno abbandonato ben presto l'osservanza dei valori della République, per applicare una stretta pratica del Corano, anche a contatto con il pubblico.
Per avere un'idea delle proporzioni inquietanti del fenomeno islamico radicale in Francia, basta leggere le parole pronunciate da Olivier de Mazières, prefetto di polizia del dipartimento di Marsiglia. Per il prefetto, «la radicalizzazione potenzialmente violenta è estremamente diffusa sul territorio, nel settore pubblico e in quello privato».
Si potrebbe pensare che i luoghi in cui si effettuano più controlli di sicurezza non abbiano dei dipendenti estremisti. E invece no. È il caso degli aeroporti di Parigi. Secondo il settimanale transalpino, nello scalo di Roissy-Charles de Gaulle tra i detentori di «badge rossi» (che permettono l'accesso a zone riservate dell'aeroporto) ci sono ottanta casi di comunitarismo seguiti «regolarmente», altri ventinove lo sono invece «puntualmente».
A Parigi-Orly, invece, i sorvegliati regolari sono quindici, quelli sporadici cinque. Vengono i brividi al pensiero di aver incrociato uno di questi individui in occasione di un passaggio negli aeroporti parigini. L'inquietudine cresce ancora se si pensa che questi personaggi potrebbero tuttora far parte della forza lavoro degli scali. Certo, magari sono stati privati dei badge rossi, ma è molto probabile che non siano stati licenziati. Michel-Henry Comet - direttore generale aggiunto degli Aeroporti di Parigi - ha spiegato ai deputati che è lo Stato che ha il potere di attribuire o revocare un badge rosso. Ma il ritiro da parte delle autorità, di uno di questi lasciapassare «non è un motivo di licenziamento, ma di attribuzione ad un altro luogo», ha detto Comet.
Non solo, in ossequio al diritto del lavoro francese, «la ricollocazione (del dipendente, ndr) non può essere troppo distante dalla zona di lavoro iniziale». Per il dirigente degli aeroporti parigini ha anche fatto una specie di ammissione di impotenza durante l'audizione parlamentare. «In generale l'impresa trasferisce il dipendente in una zona pubblica o in prossimità dell'aeroporto». È come se si lasciasse circolare una volpe attorno a un pollaio.
Se la presenza di individui radicalizzati nei ranghi della polizia e della compagnia di trasporti parigina Ratp non è nuova, come già scritto dalla Verità in più occasioni, l'inchiesta di Le Point ha rivelato che gli estremisti non mancano anche tra pompieri o i dipendenti della Sncf, la compagnia ferroviaria d'Oltralpe.
Anche tra i vigili del fuoco ci sono problemi nella selezione del personale volontario che lavora al di fuori di Parigi o Marsiglia, dove invece gli effettivi sono militari. Grégory Allione - presidente dell'associazione dei pompieri di Francia - ha raccontato ai parlamentari che la selezione dei volontari si basa solo sul «bollettino numero 2 del casellario giudiziario che non rivela nulla delle loro attività». Anche tra i vigili del fuoco volontari, sono stati segnalati contestazioni di superiori donne.
Un altro campanello d'allarme è stato suonato dal segretario generale della Sncf, Stéphane Volant. «Ricorriamo a degli interinali ma non abbiamo alcuna possibilità di passarli al setaccio», ha spiegato ai parlamentari aggiungendo una considerazione molto inquietante. «Dovremo accogliere la Coppa del Mondo di Rugby nel 2023 e le Olimpiadi nel 2024», per questo «dovremo assumere decine di migliaia di agenti di sicurezza. Immaginatevi [...] dei vigilantes che lasciassero passare delle persone radicalizzate e armate durante la cerimonia di apertura».
La neutralizzazione dei musulmani radicalizzati richiederà molto tempo e una volontà politica costante. A oggi il diritto del lavoro della pubblica amministrazione transalpina, non prevede come causa di licenziamento la «radicalizzazione». C'è da sperare che non si debbano contare nuove vittime innocenti del terrorismo islamico prima che la Francia si decida a sradicare questo cancro dalla pubblica amministrazione.
Continua a leggereRiduci
Archiviate le posizioni di Giuseppe Conte, Matteo Salvini, Luigi Di Maio e Danilo Toninelli. Ma la nave è sempre lì. Il governo scrive all'Olanda, l'Ue latita e l'Onu ci attacca. E ne arrivano altri 81.Oltre a respingere i ricorsi delle Regioni rosse contro il decreto Sicurezza, la Corte costituzionale ha bocciato i cosiddetti «superpoteri» dei prefetti, previsti nel medesimo testo. Ma si trattava di una norma di buonsenso.Indagine dei parlamentari francesi sulla pubblica amministrazione L'islamismo è annidato in ogni settore, anche in quelli sensibili per la sicurezza E cacciare i radicalizzati è impossibile.Lo speciale contiene tre articoli.Mentre, con l'Europa che fa finta di non vedere e di non sentire, si consuma l'ennesimo braccio di ferro per la Sea Watch, il Tribunale dei ministri ha mandato definitivamente in archivio il fascicolo che ipotizzava il sequestro di persona per i 47 immigrati rimasti proprio su quella nave dal 24 al 30 gennaio. L'inchiesta, che era stata aperta dalla Procura di Catania con l'ipotesi di sequestro di persona, coinvolgeva il premier Giuseppe Conte, i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini e il ministro Danilo Toninelli. Ora però i giudici del Tribunale dei ministri sostengono che quello di Sea Watch fu un atto «unilaterale» di una nave straniera, entrata in acque italiane «senza le necessarie autorizzazioni della Guardia costiera».La notizia è stata ufficializzata da Maurizio Gasparri, presidente della Giunta delle immunità parlamentari del Senato. «Non fu sequestro ma semplicemente richiesta di ordine e regole? Bene!», tuona Salvini. Che aggiunge: «Processi e indagini non mi fanno paura, ma sono felice che anche la magistratura confermi che si possono chiudere i porti alle navi pirata. Continuerò a difendere i confini». E per difenderli ha scritto ufficialmente al premier Conte, sollecitando una «energica nuova iniziativa di sensibilizzazione» nei confronti dell'Olanda, visto che la Sea Watch 3 batte bandiera olandese. Nel documento, Salvini ribadisce che la Ong ha tenuto fin dall'inizio della vicenda una «condotta la cui gravità è resa palese dalla ferrea volontà di far rotta verso l'Italia» ma anche dal fatto di esser rimasta ferma davanti a Lampedusa per sette giorni «pur avendo richiesto sin dall'inizio un porto di sbarco anche al proprio Paese di bandiera, che avrebbe potuto raggiungere con una navigazione di durata inferiore». Un atteggiamento, quello della Ong, che dimostrerebbe che la questione non è umana, ma politica. E infatti dalla nave continuano a lanciare appelli, anche attraverso i medici a bordo. Conte ha letto la comunicazione di Salvini durante i lavori del Consiglio europeo. Poi ha commentato: «L'Italia è intervenuta, come richiesto dal ministro dell'Interno, e adesso attendiamo una risposta». L'unica voce che si è alzata fino a ieri sera, però, è stata quella dell'Unhcr, l'Agenzia Onu per i rifugiati. La portavoce Babar Baloch ha rintuzzato il governo italiano: «L'Italia ha la responsabilità di far sbarcare queste persone e nessuno dovrebbe tornare nella Libia scossa dalla guerra». E ancora: «Questi disperati devono sbarcare, è un obbligo sancito dalle norme internazionali». Salvini ha subito ribattuto: «Con tutto il rispetto per l'Onu e i professoroni, le politiche su chi entra in Italia le decide il ministro dell'Interno. Possono richiamarmi fino a Natale, per me non cambia nulla. È una nave olandese e l'Olanda non è lontana. È di una Ong tedesca e, se vogliono andare a Rotterdam o Amburgo, facciano il giro». E proprio in Germania la stampa si occupa della questione giocando sui titoli e, sul quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung, la delicata questione della Sea Watch diventa il caso che vede opporsi «due capitani». Da un lato la comandante della Sea Watch 3, Carola Rackete, trentunenne di Hambuehren, in Bassa Sassonia, dall'altro, il leader del Carroccio, detto il Capitano. Le autorità tedesche, però, restano in silenzio. Twittano, invece, dalla Sea Watch, dove non è passato inosservato l'arrivo nel porto di Lampedusa di una motovedetta della Guardia costiera con 81 immigrati. L'ingresso in porto è stato seguito dall'alto da un velivolo di Frontex che aveva individuato il barchino già giovedì pomeriggio, mentre si trovava a 25 miglia da Lampedusa, lasciato in zona Sar maltese da un peschereccio battente bandiera libica che alcune ore dopo è stato fermato da una motovedetta della Guardia di finanza. Tra gli 81 ci sono sono anche quattro donne e tre bambini. Durante la loro identificazione hanno dichiarato di essere partiti dalla spiaggia libica di Al Zwara. Provengono da Bangladesh, Algeria, Siria, Senegal, Marocco, Tunisia e Libia. «Quanto deve durare questa ipocrita e disumana messinscena?», scrive in un tweet Sea Watch. Ieri sono arrivati a Lampedusa altri due natanti, con 19 persone a bordo, lasciati in mezzo al mare da un peschereccio di 15 metri che li trainava e che, subito dopo, ha fatto rotta verso la Libia. Quando i barchini entrano in acque territoriali italiane, le motovedette della Guardia costiera o della Guardia di finanza sono costretti a recuperarli. L'operazione, questa volta, è andata male agli scafisti trafficanti di esseri umani. Il pattugliatore veloce Avallone della Guardia di finanza gli si è messo alle calcagna finché non ha raggiunto il peschereccio, che è stato sequestrato e trainato a Lampedusa. La Procura di Agrigento ha disposto il fermo dell'equipaggio composto da sette uomini di nazionalità libica ed egiziana. Il peschereccio è atteso nel porto di Licata, dove gli verranno apposti i sigilli in base alle disposizioni della magistratura. Individuati anche i due tunisini che avevano accompagnato i 43 migranti sbarcati a Lampedusa mercoledì. I magistrati della Procura di Agrigento hanno emesso anche per loro un decreto di fermo d'indiziato di delitto. Anche per loro è scattata l'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-gennaio-non-ci-fu-sequestro-dei-migranti-sulla-sea-watch-i-porti-si-possono-chiudere-2638945169.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-sentenza-della-consulta-aiuta-solo-gli-amministratori-incompetenti" data-post-id="2638945169" data-published-at="1778857528" data-use-pagination="False"> La sentenza della Consulta aiuta solo gli amministratori incompetenti Ha dovuto respingere come «infondato» il ricorso di cinque Regioni amministrate dalla sinistra, e cioè Calabria, Emilia Romagna, Marche, Toscana e Umbria, che avevano impugnato il secreto Sicurezza del ministro dell'Interno, Matteo Salvini. Ma la Corte costituzionale non è riuscita a evitare il calcio negli stinchi al legislatore leghista. Così, nella sentenza di due giorni fa, la Consulta ha bocciato l'articolo 28 dello stesso decreto Sicurezza, che attribuiva ai prefetti il potere speciale di sciogliere i consigli comunali o provinciali. Motivo: si violava «l'autonomia costituzionalmente garantita agli enti locali». Vogliamo leggerlo assieme, questo articolo 28 così orribilmente incostituzionale? È un po' lungo, ma merita lo sforzo perché spiega alla perfezione perché in Italia sia così difficile combinare qualcosa di buono. La norma cancellata stabiliva che se il prefetto scopriva «situazioni sintomatiche di condotte illecite gravi e reiterate, tali da determinare un'alterazione delle procedure e da compromettere il buon andamento e l'imparzialità delle amministrazioni comunali o provinciali», poteva individuare «i prioritari interventi di risanamento, indicando anche gli atti da assumere» e il tempo in cui farlo. Se il termine non veniva rispettato, allora il prefetto poteva dare all'ente locale altri 20 giorni per rimediare. Se anche questo termine passava senza che l'amministrazione intervenisse, il prefetto poteva commissariarla. Facciamo un esempio concreto, per capirci meglio. La giunta comunale di Cialtronia, per motivi imponderabili (dimenticanza? Incapacità? Pressioni esterne? Corruzione?) ritarda in maniera anomala la gara per la raccolta dei rifiuti. Passano mesi, e la città si trasforma in fogna a cielo aperto. Per la puzza, i bimbi di Cialtronia piangono e i grandi scendono in piazza. La Gazzetta di Cialtronia pubblica pagine indignate, la Procura apre un'inchiesta, ma le indagini sono lunghe e non succede nulla. La giunta continua a latitare e passano altri mesi. I cumuli di pattume crescono: molti abitanti di Cialtronia cominciano a essere ricoverati, mentre alcuni idioti bruciano i cassonetti. Il Comune, indifferente al caos, continua a non indire la gara. A Cialtronia, da ogni parte del globo, accorrono giornali e tv per mostrare al mondo le colline d'immondizia che ormai svettano oltre il campanile. Ancora nulla. A questo punto, in base al «fu» articolo 28, il prefetto interviene e dà al Comune 30 giorni per indire la gara. Ma la giunta non reagisce. Allora la prefettura dà altri 20 giorni a sindaco e assessori. Al termine, il prefetto commissaria il Comune e in due giorni indice la gara. Così a Cialtronia, finalmente, torna la normalità. Ecco: questo, banalmente, stabiliva all'articolo 28 il Decreto sicurezza, trasformato dal Parlamento in legge lo scorso 28 novembre e promulgato tre giorni dopo dal presidente Sergio Mattarella. Purtroppo quell'articolo non è piaciuto ai giudici della Consulta, che sul tema (malgrado si parlasse di Comuni e Province) hanno accolto le critiche delle Regioni. Insomma, se abitate non a Cialtronia, ma in una qualsiasi città, e se domani il vostro Comune non farà il suo dovere in una qualsiasi materia adottando «condotte illecite gravi e reiterate», sapete con chi dovete prendervela. La cosa strana è che gli stessi prefetti, stoppati due giorni fa dalla Corte costituzionale, hanno veri e propri «superpoteri» in altri campi. Da 18 anni, grazie a un decreto legislativo del gennaio 2000 e firmato da Massimo D'Alema, possono per esempio sciogliere Comuni e Province se solo «emergono concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata di tipo mafioso, o similare». Per sciogliere gli enti, al prefetto non servono condanne definitive: basta che un pm abbia emesso «provvedimenti che comportano la sospensione o la decadenza dei pubblici ufficiali degli enti medesimi». Per non parlare delle mitiche «interdittive antimafia», introdotte nel 1965 da un governo presieduto da Aldo Moro. Nelle mani delle prefetture, le interdittive sono veri missili a testata multipla. Non serve nemmeno che la magistratura si attivi. Basta che il prefetto, per un rapporto di polizia o una qualche segnalazione, si convinca che una impresa o un esercizio pubblico sono «in odore di mafia». A quel punto, zac: l'impresa o l'esercizio vengono colpiti da interdittiva. Nel migliore dei casi non possono più avere contatti con la pubblica amministrazione, nel peggiore vengono chiusi con i sigilli. Non c'è difesa, se non un ricorso al Tar. Se dopo un anno si scopre poi che l'impresa o l'esercizio (ormai falliti) con la mafia non avevano nulla a che fare, tante scuse e ciao. Secondo l'Autorità nazionale anticorruzione, tra il 2015 e il 2018 sono state emesse 1.922 interdittive, in crescita: 366 nel 2015, 411 nel 2016, 572 nel 2017 e 573 nel 2018. A protestare contro la brutalità antigarantista di questo atto prefettizio sono stati i soli radicali. La Corte costituzionale non ha mai detto nulla. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-gennaio-non-ci-fu-sequestro-dei-migranti-sulla-sea-watch-i-porti-si-possono-chiudere-2638945169.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="dalla-polizia-ai-trasporti-in-francia-tutto-lo-stato-e-infiltrato-da-jihadisti" data-post-id="2638945169" data-published-at="1778857528" data-use-pagination="False"> Dalla polizia ai trasporti: in Francia tutto lo Stato è infiltrato da jihadisti Che la Francia fosse seduta sulla polveriera dell'islam radicale, lo si sapeva da anni ma non se ne poteva parlare. I dirigenti francesi preferivano evitare di essere tacciati di «razzismo» o di avere problemi con i numerosissimi cittadini originari dei Paesi musulmani. È naturale dunque che faccia discutere l'inchiesta - pubblicata dal settimanale Le Point - sull'infiltrazione dell'islam radicale nella pubblica amministrazione d'oltralpe. Il giornale è partito dai lavori della commissione parlamentare presieduta dai deputati Eric Diard, del partito dei Républicains, e Eric Poullait de La République En Marche. I parlamentari hanno raccolto le testimonianze dei responsabili di varie branche del settore pubblico. Le Point ha potuto consultare i resoconti di queste audizioni, che fanno venire i brividi. Non c'è praticamente nessun settore risparmiato dai fanatici dell'islam. Ospedali, scuole, polizia, pompieri, aeroporti, annoverano tra i propri dipendenti degli estremisti. Si potrebbe dire che la Francia stia raccogliendo ciò che ha seminato per anni. Decenni di buonismo unito al clientelismo elettorale, hanno fatto sì che il germe integralista si diffondesse capillarmente. Inoltre Parigi ha progressivamente facilitato l'acquisizione della cittadinanza francese e, in certi periodi, incoraggiato i ricongiungimenti familiari e la «discriminazione positiva». Così le aziende pubbliche si sono riempite di dipendenti che hanno abbandonato ben presto l'osservanza dei valori della République, per applicare una stretta pratica del Corano, anche a contatto con il pubblico. Per avere un'idea delle proporzioni inquietanti del fenomeno islamico radicale in Francia, basta leggere le parole pronunciate da Olivier de Mazières, prefetto di polizia del dipartimento di Marsiglia. Per il prefetto, «la radicalizzazione potenzialmente violenta è estremamente diffusa sul territorio, nel settore pubblico e in quello privato». Si potrebbe pensare che i luoghi in cui si effettuano più controlli di sicurezza non abbiano dei dipendenti estremisti. E invece no. È il caso degli aeroporti di Parigi. Secondo il settimanale transalpino, nello scalo di Roissy-Charles de Gaulle tra i detentori di «badge rossi» (che permettono l'accesso a zone riservate dell'aeroporto) ci sono ottanta casi di comunitarismo seguiti «regolarmente», altri ventinove lo sono invece «puntualmente». A Parigi-Orly, invece, i sorvegliati regolari sono quindici, quelli sporadici cinque. Vengono i brividi al pensiero di aver incrociato uno di questi individui in occasione di un passaggio negli aeroporti parigini. L'inquietudine cresce ancora se si pensa che questi personaggi potrebbero tuttora far parte della forza lavoro degli scali. Certo, magari sono stati privati dei badge rossi, ma è molto probabile che non siano stati licenziati. Michel-Henry Comet - direttore generale aggiunto degli Aeroporti di Parigi - ha spiegato ai deputati che è lo Stato che ha il potere di attribuire o revocare un badge rosso. Ma il ritiro da parte delle autorità, di uno di questi lasciapassare «non è un motivo di licenziamento, ma di attribuzione ad un altro luogo», ha detto Comet. Non solo, in ossequio al diritto del lavoro francese, «la ricollocazione (del dipendente, ndr) non può essere troppo distante dalla zona di lavoro iniziale». Per il dirigente degli aeroporti parigini ha anche fatto una specie di ammissione di impotenza durante l'audizione parlamentare. «In generale l'impresa trasferisce il dipendente in una zona pubblica o in prossimità dell'aeroporto». È come se si lasciasse circolare una volpe attorno a un pollaio. Se la presenza di individui radicalizzati nei ranghi della polizia e della compagnia di trasporti parigina Ratp non è nuova, come già scritto dalla Verità in più occasioni, l'inchiesta di Le Point ha rivelato che gli estremisti non mancano anche tra pompieri o i dipendenti della Sncf, la compagnia ferroviaria d'Oltralpe. Anche tra i vigili del fuoco ci sono problemi nella selezione del personale volontario che lavora al di fuori di Parigi o Marsiglia, dove invece gli effettivi sono militari. Grégory Allione - presidente dell'associazione dei pompieri di Francia - ha raccontato ai parlamentari che la selezione dei volontari si basa solo sul «bollettino numero 2 del casellario giudiziario che non rivela nulla delle loro attività». Anche tra i vigili del fuoco volontari, sono stati segnalati contestazioni di superiori donne. Un altro campanello d'allarme è stato suonato dal segretario generale della Sncf, Stéphane Volant. «Ricorriamo a degli interinali ma non abbiamo alcuna possibilità di passarli al setaccio», ha spiegato ai parlamentari aggiungendo una considerazione molto inquietante. «Dovremo accogliere la Coppa del Mondo di Rugby nel 2023 e le Olimpiadi nel 2024», per questo «dovremo assumere decine di migliaia di agenti di sicurezza. Immaginatevi [...] dei vigilantes che lasciassero passare delle persone radicalizzate e armate durante la cerimonia di apertura». La neutralizzazione dei musulmani radicalizzati richiederà molto tempo e una volontà politica costante. A oggi il diritto del lavoro della pubblica amministrazione transalpina, non prevede come causa di licenziamento la «radicalizzazione». C'è da sperare che non si debbano contare nuove vittime innocenti del terrorismo islamico prima che la Francia si decida a sradicare questo cancro dalla pubblica amministrazione.
iStock
Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
Continua a leggereRiduci
L’attività ha preso il via nel 2025 quando, a seguito di un ordinario controllo di polizia in mare, si è deciso di procedere velocemente ad una capillare ricognizione nei porti sardi. Nel mirino delle Fiamme gialle il fenomeno del cosiddetto flagging out, una strategia spesso utilizzata da italiani per aggirare il sistema fiscale nazionale con l’immatricolazione di yacht e navi da diporto in registri esteri. Questa pratica, mirata all'abbattimento di costi gestionali e assicurativi, viene frequentemente utilizzata per sottrarsi anche agli obblighi di trasparenza verso il fisco.
Il cuore dell'operazione è stata la verifica del rispetto della normativa sul monitoraggio fiscale, che impone ai residenti in Italia di dichiarare puntualmente, nel quadro denominato «RW» della dichiarazione dei redditi, il possesso di beni mobili registrati all'estero. In sostanza, l’omessa indicazione nella dichiarazione dei redditi del bene immatricolato in uno Stato estero costituisce una violazione finalizzata a nascondere al fisco la reale capacità contributiva ed è sanzionata dalle norme vigenti in misura proporzionale al valore del bene.
L’attività operativa svolta dalla Stazione Navale della Guardia di finanza di Cagliari ha assunto vaste proporzioni anche per la residenza fiscale dei proprietari delle barche da diporto. La meticolosa ricostruzione ha permesso di risalire ai soggetti omissivi nella dichiarazione dei redditi, distribuiti sull’intero territorio nazionale, tramite un'azione mirata da parte di diversi reparti del Corpo. Per perfezionare gli accertamenti, la Stazione Navale di Cagliari ha collaborato con i Reparti territoriali, in base alla residenza dei proprietari, tramite l’incrocio dei dati rilevati durante i riscontri diretti con le banche dati, per garantire la massima precisione nella ricostruzione delle posizioni fiscali.
I risultati finali delineano un quadro di eccezionale rilievo, individuando imbarcazioni e navi da diporto per un valore di mercato complessivo superiore ai 48 milioni di euro. Altrettanto significative le sanzioni amministrative contestate, che potranno raggiungere i 23 milioni di euro, in relazione al valore d’acquisto o di mercato dei beni non dichiarati.
Continua a leggereRiduci