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2019-06-22
A gennaio non ci fu sequestro dei migranti sulla Sea Watch: «I porti si possono chiudere»
Ansa
Mentre, con l'Europa che fa finta di non vedere e di non sentire, si consuma l'ennesimo braccio di ferro per la Sea Watch, il Tribunale dei ministri ha mandato definitivamente in archivio il fascicolo che ipotizzava il sequestro di persona per i 47 immigrati rimasti proprio su quella nave dal 24 al 30 gennaio. L'inchiesta, che era stata aperta dalla Procura di Catania con l'ipotesi di sequestro di persona, coinvolgeva il premier Giuseppe Conte, i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini e il ministro Danilo Toninelli. Ora però i giudici del Tribunale dei ministri sostengono che quello di Sea Watch fu un atto «unilaterale» di una nave straniera, entrata in acque italiane «senza le necessarie autorizzazioni della Guardia costiera».
La notizia è stata ufficializzata da Maurizio Gasparri, presidente della Giunta delle immunità parlamentari del Senato. «Non fu sequestro ma semplicemente richiesta di ordine e regole? Bene!», tuona Salvini. Che aggiunge: «Processi e indagini non mi fanno paura, ma sono felice che anche la magistratura confermi che si possono chiudere i porti alle navi pirata. Continuerò a difendere i confini». E per difenderli ha scritto ufficialmente al premier Conte, sollecitando una «energica nuova iniziativa di sensibilizzazione» nei confronti dell'Olanda, visto che la Sea Watch 3 batte bandiera olandese.
Nel documento, Salvini ribadisce che la Ong ha tenuto fin dall'inizio della vicenda una «condotta la cui gravità è resa palese dalla ferrea volontà di far rotta verso l'Italia» ma anche dal fatto di esser rimasta ferma davanti a Lampedusa per sette giorni «pur avendo richiesto sin dall'inizio un porto di sbarco anche al proprio Paese di bandiera, che avrebbe potuto raggiungere con una navigazione di durata inferiore».
Un atteggiamento, quello della Ong, che dimostrerebbe che la questione non è umana, ma politica. E infatti dalla nave continuano a lanciare appelli, anche attraverso i medici a bordo. Conte ha letto la comunicazione di Salvini durante i lavori del Consiglio europeo. Poi ha commentato: «L'Italia è intervenuta, come richiesto dal ministro dell'Interno, e adesso attendiamo una risposta». L'unica voce che si è alzata fino a ieri sera, però, è stata quella dell'Unhcr, l'Agenzia Onu per i rifugiati. La portavoce Babar Baloch ha rintuzzato il governo italiano: «L'Italia ha la responsabilità di far sbarcare queste persone e nessuno dovrebbe tornare nella Libia scossa dalla guerra». E ancora: «Questi disperati devono sbarcare, è un obbligo sancito dalle norme internazionali». Salvini ha subito ribattuto: «Con tutto il rispetto per l'Onu e i professoroni, le politiche su chi entra in Italia le decide il ministro dell'Interno. Possono richiamarmi fino a Natale, per me non cambia nulla. È una nave olandese e l'Olanda non è lontana. È di una Ong tedesca e, se vogliono andare a Rotterdam o Amburgo, facciano il giro». E proprio in Germania la stampa si occupa della questione giocando sui titoli e, sul quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung, la delicata questione della Sea Watch diventa il caso che vede opporsi «due capitani». Da un lato la comandante della Sea Watch 3, Carola Rackete, trentunenne di Hambuehren, in Bassa Sassonia, dall'altro, il leader del Carroccio, detto il Capitano. Le autorità tedesche, però, restano in silenzio. Twittano, invece, dalla Sea Watch, dove non è passato inosservato l'arrivo nel porto di Lampedusa di una motovedetta della Guardia costiera con 81 immigrati. L'ingresso in porto è stato seguito dall'alto da un velivolo di Frontex che aveva individuato il barchino già giovedì pomeriggio, mentre si trovava a 25 miglia da Lampedusa, lasciato in zona Sar maltese da un peschereccio battente bandiera libica che alcune ore dopo è stato fermato da una motovedetta della Guardia di finanza. Tra gli 81 ci sono sono anche quattro donne e tre bambini. Durante la loro identificazione hanno dichiarato di essere partiti dalla spiaggia libica di Al Zwara. Provengono da Bangladesh, Algeria, Siria, Senegal, Marocco, Tunisia e Libia. «Quanto deve durare questa ipocrita e disumana messinscena?», scrive in un tweet Sea Watch. Ieri sono arrivati a Lampedusa altri due natanti, con 19 persone a bordo, lasciati in mezzo al mare da un peschereccio di 15 metri che li trainava e che, subito dopo, ha fatto rotta verso la Libia. Quando i barchini entrano in acque territoriali italiane, le motovedette della Guardia costiera o della Guardia di finanza sono costretti a recuperarli.
L'operazione, questa volta, è andata male agli scafisti trafficanti di esseri umani. Il pattugliatore veloce Avallone della Guardia di finanza gli si è messo alle calcagna finché non ha raggiunto il peschereccio, che è stato sequestrato e trainato a Lampedusa. La Procura di Agrigento ha disposto il fermo dell'equipaggio composto da sette uomini di nazionalità libica ed egiziana. Il peschereccio è atteso nel porto di Licata, dove gli verranno apposti i sigilli in base alle disposizioni della magistratura. Individuati anche i due tunisini che avevano accompagnato i 43 migranti sbarcati a Lampedusa mercoledì. I magistrati della Procura di Agrigento hanno emesso anche per loro un decreto di fermo d'indiziato di delitto. Anche per loro è scattata l'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
La sentenza della Consulta aiuta solo gli amministratori incompetenti
Ha dovuto respingere come «infondato» il ricorso di cinque Regioni amministrate dalla sinistra, e cioè Calabria, Emilia Romagna, Marche, Toscana e Umbria, che avevano impugnato il secreto Sicurezza del ministro dell'Interno, Matteo Salvini. Ma la Corte costituzionale non è riuscita a evitare il calcio negli stinchi al legislatore leghista.
Così, nella sentenza di due giorni fa, la Consulta ha bocciato l'articolo 28 dello stesso decreto Sicurezza, che attribuiva ai prefetti il potere speciale di sciogliere i consigli comunali o provinciali. Motivo: si violava «l'autonomia costituzionalmente garantita agli enti locali». Vogliamo leggerlo assieme, questo articolo 28 così orribilmente incostituzionale? È un po' lungo, ma merita lo sforzo perché spiega alla perfezione perché in Italia sia così difficile combinare qualcosa di buono. La norma cancellata stabiliva che se il prefetto scopriva «situazioni sintomatiche di condotte illecite gravi e reiterate, tali da determinare un'alterazione delle procedure e da compromettere il buon andamento e l'imparzialità delle amministrazioni comunali o provinciali», poteva individuare «i prioritari interventi di risanamento, indicando anche gli atti da assumere» e il tempo in cui farlo. Se il termine non veniva rispettato, allora il prefetto poteva dare all'ente locale altri 20 giorni per rimediare. Se anche questo termine passava senza che l'amministrazione intervenisse, il prefetto poteva commissariarla.
Facciamo un esempio concreto, per capirci meglio. La giunta comunale di Cialtronia, per motivi imponderabili (dimenticanza? Incapacità? Pressioni esterne? Corruzione?) ritarda in maniera anomala la gara per la raccolta dei rifiuti. Passano mesi, e la città si trasforma in fogna a cielo aperto. Per la puzza, i bimbi di Cialtronia piangono e i grandi scendono in piazza. La Gazzetta di Cialtronia pubblica pagine indignate, la Procura apre un'inchiesta, ma le indagini sono lunghe e non succede nulla. La giunta continua a latitare e passano altri mesi.
I cumuli di pattume crescono: molti abitanti di Cialtronia cominciano a essere ricoverati, mentre alcuni idioti bruciano i cassonetti. Il Comune, indifferente al caos, continua a non indire la gara. A Cialtronia, da ogni parte del globo, accorrono giornali e tv per mostrare al mondo le colline d'immondizia che ormai svettano oltre il campanile. Ancora nulla. A questo punto, in base al «fu» articolo 28, il prefetto interviene e dà al Comune 30 giorni per indire la gara. Ma la giunta non reagisce. Allora la prefettura dà altri 20 giorni a sindaco e assessori. Al termine, il prefetto commissaria il Comune e in due giorni indice la gara. Così a Cialtronia, finalmente, torna la normalità.
Ecco: questo, banalmente, stabiliva all'articolo 28 il Decreto sicurezza, trasformato dal Parlamento in legge lo scorso 28 novembre e promulgato tre giorni dopo dal presidente Sergio Mattarella. Purtroppo quell'articolo non è piaciuto ai giudici della Consulta, che sul tema (malgrado si parlasse di Comuni e Province) hanno accolto le critiche delle Regioni. Insomma, se abitate non a Cialtronia, ma in una qualsiasi città, e se domani il vostro Comune non farà il suo dovere in una qualsiasi materia adottando «condotte illecite gravi e reiterate», sapete con chi dovete prendervela.
La cosa strana è che gli stessi prefetti, stoppati due giorni fa dalla Corte costituzionale, hanno veri e propri «superpoteri» in altri campi. Da 18 anni, grazie a un decreto legislativo del gennaio 2000 e firmato da Massimo D'Alema, possono per esempio sciogliere Comuni e Province se solo «emergono concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata di tipo mafioso, o similare». Per sciogliere gli enti, al prefetto non servono condanne definitive: basta che un pm abbia emesso «provvedimenti che comportano la sospensione o la decadenza dei pubblici ufficiali degli enti medesimi».
Per non parlare delle mitiche «interdittive antimafia», introdotte nel 1965 da un governo presieduto da Aldo Moro. Nelle mani delle prefetture, le interdittive sono veri missili a testata multipla. Non serve nemmeno che la magistratura si attivi. Basta che il prefetto, per un rapporto di polizia o una qualche segnalazione, si convinca che una impresa o un esercizio pubblico sono «in odore di mafia». A quel punto, zac: l'impresa o l'esercizio vengono colpiti da interdittiva. Nel migliore dei casi non possono più avere contatti con la pubblica amministrazione, nel peggiore vengono chiusi con i sigilli. Non c'è difesa, se non un ricorso al Tar. Se dopo un anno si scopre poi che l'impresa o l'esercizio (ormai falliti) con la mafia non avevano nulla a che fare, tante scuse e ciao. Secondo l'Autorità nazionale anticorruzione, tra il 2015 e il 2018 sono state emesse 1.922 interdittive, in crescita: 366 nel 2015, 411 nel 2016, 572 nel 2017 e 573 nel 2018. A protestare contro la brutalità antigarantista di questo atto prefettizio sono stati i soli radicali. La Corte costituzionale non ha mai detto nulla.
Dalla polizia ai trasporti: in Francia tutto lo Stato è infiltrato da jihadisti
Che la Francia fosse seduta sulla polveriera dell'islam radicale, lo si sapeva da anni ma non se ne poteva parlare. I dirigenti francesi preferivano evitare di essere tacciati di «razzismo» o di avere problemi con i numerosissimi cittadini originari dei Paesi musulmani. È naturale dunque che faccia discutere l'inchiesta - pubblicata dal settimanale Le Point - sull'infiltrazione dell'islam radicale nella pubblica amministrazione d'oltralpe. Il giornale è partito dai lavori della commissione parlamentare presieduta dai deputati Eric Diard, del partito dei Républicains, e Eric Poullait de La République En Marche.
I parlamentari hanno raccolto le testimonianze dei responsabili di varie branche del settore pubblico. Le Point ha potuto consultare i resoconti di queste audizioni, che fanno venire i brividi. Non c'è praticamente nessun settore risparmiato dai fanatici dell'islam. Ospedali, scuole, polizia, pompieri, aeroporti, annoverano tra i propri dipendenti degli estremisti.
Si potrebbe dire che la Francia stia raccogliendo ciò che ha seminato per anni. Decenni di buonismo unito al clientelismo elettorale, hanno fatto sì che il germe integralista si diffondesse capillarmente. Inoltre Parigi ha progressivamente facilitato l'acquisizione della cittadinanza francese e, in certi periodi, incoraggiato i ricongiungimenti familiari e la «discriminazione positiva». Così le aziende pubbliche si sono riempite di dipendenti che hanno abbandonato ben presto l'osservanza dei valori della République, per applicare una stretta pratica del Corano, anche a contatto con il pubblico.
Per avere un'idea delle proporzioni inquietanti del fenomeno islamico radicale in Francia, basta leggere le parole pronunciate da Olivier de Mazières, prefetto di polizia del dipartimento di Marsiglia. Per il prefetto, «la radicalizzazione potenzialmente violenta è estremamente diffusa sul territorio, nel settore pubblico e in quello privato».
Si potrebbe pensare che i luoghi in cui si effettuano più controlli di sicurezza non abbiano dei dipendenti estremisti. E invece no. È il caso degli aeroporti di Parigi. Secondo il settimanale transalpino, nello scalo di Roissy-Charles de Gaulle tra i detentori di «badge rossi» (che permettono l'accesso a zone riservate dell'aeroporto) ci sono ottanta casi di comunitarismo seguiti «regolarmente», altri ventinove lo sono invece «puntualmente».
A Parigi-Orly, invece, i sorvegliati regolari sono quindici, quelli sporadici cinque. Vengono i brividi al pensiero di aver incrociato uno di questi individui in occasione di un passaggio negli aeroporti parigini. L'inquietudine cresce ancora se si pensa che questi personaggi potrebbero tuttora far parte della forza lavoro degli scali. Certo, magari sono stati privati dei badge rossi, ma è molto probabile che non siano stati licenziati. Michel-Henry Comet - direttore generale aggiunto degli Aeroporti di Parigi - ha spiegato ai deputati che è lo Stato che ha il potere di attribuire o revocare un badge rosso. Ma il ritiro da parte delle autorità, di uno di questi lasciapassare «non è un motivo di licenziamento, ma di attribuzione ad un altro luogo», ha detto Comet.
Non solo, in ossequio al diritto del lavoro francese, «la ricollocazione (del dipendente, ndr) non può essere troppo distante dalla zona di lavoro iniziale». Per il dirigente degli aeroporti parigini ha anche fatto una specie di ammissione di impotenza durante l'audizione parlamentare. «In generale l'impresa trasferisce il dipendente in una zona pubblica o in prossimità dell'aeroporto». È come se si lasciasse circolare una volpe attorno a un pollaio.
Se la presenza di individui radicalizzati nei ranghi della polizia e della compagnia di trasporti parigina Ratp non è nuova, come già scritto dalla Verità in più occasioni, l'inchiesta di Le Point ha rivelato che gli estremisti non mancano anche tra pompieri o i dipendenti della Sncf, la compagnia ferroviaria d'Oltralpe.
Anche tra i vigili del fuoco ci sono problemi nella selezione del personale volontario che lavora al di fuori di Parigi o Marsiglia, dove invece gli effettivi sono militari. Grégory Allione - presidente dell'associazione dei pompieri di Francia - ha raccontato ai parlamentari che la selezione dei volontari si basa solo sul «bollettino numero 2 del casellario giudiziario che non rivela nulla delle loro attività». Anche tra i vigili del fuoco volontari, sono stati segnalati contestazioni di superiori donne.
Un altro campanello d'allarme è stato suonato dal segretario generale della Sncf, Stéphane Volant. «Ricorriamo a degli interinali ma non abbiamo alcuna possibilità di passarli al setaccio», ha spiegato ai parlamentari aggiungendo una considerazione molto inquietante. «Dovremo accogliere la Coppa del Mondo di Rugby nel 2023 e le Olimpiadi nel 2024», per questo «dovremo assumere decine di migliaia di agenti di sicurezza. Immaginatevi [...] dei vigilantes che lasciassero passare delle persone radicalizzate e armate durante la cerimonia di apertura».
La neutralizzazione dei musulmani radicalizzati richiederà molto tempo e una volontà politica costante. A oggi il diritto del lavoro della pubblica amministrazione transalpina, non prevede come causa di licenziamento la «radicalizzazione». C'è da sperare che non si debbano contare nuove vittime innocenti del terrorismo islamico prima che la Francia si decida a sradicare questo cancro dalla pubblica amministrazione.
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Archiviate le posizioni di Giuseppe Conte, Matteo Salvini, Luigi Di Maio e Danilo Toninelli. Ma la nave è sempre lì. Il governo scrive all'Olanda, l'Ue latita e l'Onu ci attacca. E ne arrivano altri 81.Oltre a respingere i ricorsi delle Regioni rosse contro il decreto Sicurezza, la Corte costituzionale ha bocciato i cosiddetti «superpoteri» dei prefetti, previsti nel medesimo testo. Ma si trattava di una norma di buonsenso.Indagine dei parlamentari francesi sulla pubblica amministrazione L'islamismo è annidato in ogni settore, anche in quelli sensibili per la sicurezza E cacciare i radicalizzati è impossibile.Lo speciale contiene tre articoli.Mentre, con l'Europa che fa finta di non vedere e di non sentire, si consuma l'ennesimo braccio di ferro per la Sea Watch, il Tribunale dei ministri ha mandato definitivamente in archivio il fascicolo che ipotizzava il sequestro di persona per i 47 immigrati rimasti proprio su quella nave dal 24 al 30 gennaio. L'inchiesta, che era stata aperta dalla Procura di Catania con l'ipotesi di sequestro di persona, coinvolgeva il premier Giuseppe Conte, i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini e il ministro Danilo Toninelli. Ora però i giudici del Tribunale dei ministri sostengono che quello di Sea Watch fu un atto «unilaterale» di una nave straniera, entrata in acque italiane «senza le necessarie autorizzazioni della Guardia costiera».La notizia è stata ufficializzata da Maurizio Gasparri, presidente della Giunta delle immunità parlamentari del Senato. «Non fu sequestro ma semplicemente richiesta di ordine e regole? Bene!», tuona Salvini. Che aggiunge: «Processi e indagini non mi fanno paura, ma sono felice che anche la magistratura confermi che si possono chiudere i porti alle navi pirata. Continuerò a difendere i confini». E per difenderli ha scritto ufficialmente al premier Conte, sollecitando una «energica nuova iniziativa di sensibilizzazione» nei confronti dell'Olanda, visto che la Sea Watch 3 batte bandiera olandese. Nel documento, Salvini ribadisce che la Ong ha tenuto fin dall'inizio della vicenda una «condotta la cui gravità è resa palese dalla ferrea volontà di far rotta verso l'Italia» ma anche dal fatto di esser rimasta ferma davanti a Lampedusa per sette giorni «pur avendo richiesto sin dall'inizio un porto di sbarco anche al proprio Paese di bandiera, che avrebbe potuto raggiungere con una navigazione di durata inferiore». Un atteggiamento, quello della Ong, che dimostrerebbe che la questione non è umana, ma politica. E infatti dalla nave continuano a lanciare appelli, anche attraverso i medici a bordo. Conte ha letto la comunicazione di Salvini durante i lavori del Consiglio europeo. Poi ha commentato: «L'Italia è intervenuta, come richiesto dal ministro dell'Interno, e adesso attendiamo una risposta». L'unica voce che si è alzata fino a ieri sera, però, è stata quella dell'Unhcr, l'Agenzia Onu per i rifugiati. La portavoce Babar Baloch ha rintuzzato il governo italiano: «L'Italia ha la responsabilità di far sbarcare queste persone e nessuno dovrebbe tornare nella Libia scossa dalla guerra». E ancora: «Questi disperati devono sbarcare, è un obbligo sancito dalle norme internazionali». Salvini ha subito ribattuto: «Con tutto il rispetto per l'Onu e i professoroni, le politiche su chi entra in Italia le decide il ministro dell'Interno. Possono richiamarmi fino a Natale, per me non cambia nulla. È una nave olandese e l'Olanda non è lontana. È di una Ong tedesca e, se vogliono andare a Rotterdam o Amburgo, facciano il giro». E proprio in Germania la stampa si occupa della questione giocando sui titoli e, sul quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung, la delicata questione della Sea Watch diventa il caso che vede opporsi «due capitani». Da un lato la comandante della Sea Watch 3, Carola Rackete, trentunenne di Hambuehren, in Bassa Sassonia, dall'altro, il leader del Carroccio, detto il Capitano. Le autorità tedesche, però, restano in silenzio. Twittano, invece, dalla Sea Watch, dove non è passato inosservato l'arrivo nel porto di Lampedusa di una motovedetta della Guardia costiera con 81 immigrati. L'ingresso in porto è stato seguito dall'alto da un velivolo di Frontex che aveva individuato il barchino già giovedì pomeriggio, mentre si trovava a 25 miglia da Lampedusa, lasciato in zona Sar maltese da un peschereccio battente bandiera libica che alcune ore dopo è stato fermato da una motovedetta della Guardia di finanza. Tra gli 81 ci sono sono anche quattro donne e tre bambini. Durante la loro identificazione hanno dichiarato di essere partiti dalla spiaggia libica di Al Zwara. Provengono da Bangladesh, Algeria, Siria, Senegal, Marocco, Tunisia e Libia. «Quanto deve durare questa ipocrita e disumana messinscena?», scrive in un tweet Sea Watch. Ieri sono arrivati a Lampedusa altri due natanti, con 19 persone a bordo, lasciati in mezzo al mare da un peschereccio di 15 metri che li trainava e che, subito dopo, ha fatto rotta verso la Libia. Quando i barchini entrano in acque territoriali italiane, le motovedette della Guardia costiera o della Guardia di finanza sono costretti a recuperarli. L'operazione, questa volta, è andata male agli scafisti trafficanti di esseri umani. Il pattugliatore veloce Avallone della Guardia di finanza gli si è messo alle calcagna finché non ha raggiunto il peschereccio, che è stato sequestrato e trainato a Lampedusa. La Procura di Agrigento ha disposto il fermo dell'equipaggio composto da sette uomini di nazionalità libica ed egiziana. Il peschereccio è atteso nel porto di Licata, dove gli verranno apposti i sigilli in base alle disposizioni della magistratura. Individuati anche i due tunisini che avevano accompagnato i 43 migranti sbarcati a Lampedusa mercoledì. I magistrati della Procura di Agrigento hanno emesso anche per loro un decreto di fermo d'indiziato di delitto. 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Così, nella sentenza di due giorni fa, la Consulta ha bocciato l'articolo 28 dello stesso decreto Sicurezza, che attribuiva ai prefetti il potere speciale di sciogliere i consigli comunali o provinciali. Motivo: si violava «l'autonomia costituzionalmente garantita agli enti locali». Vogliamo leggerlo assieme, questo articolo 28 così orribilmente incostituzionale? È un po' lungo, ma merita lo sforzo perché spiega alla perfezione perché in Italia sia così difficile combinare qualcosa di buono. La norma cancellata stabiliva che se il prefetto scopriva «situazioni sintomatiche di condotte illecite gravi e reiterate, tali da determinare un'alterazione delle procedure e da compromettere il buon andamento e l'imparzialità delle amministrazioni comunali o provinciali», poteva individuare «i prioritari interventi di risanamento, indicando anche gli atti da assumere» e il tempo in cui farlo. Se il termine non veniva rispettato, allora il prefetto poteva dare all'ente locale altri 20 giorni per rimediare. Se anche questo termine passava senza che l'amministrazione intervenisse, il prefetto poteva commissariarla. Facciamo un esempio concreto, per capirci meglio. La giunta comunale di Cialtronia, per motivi imponderabili (dimenticanza? Incapacità? Pressioni esterne? Corruzione?) ritarda in maniera anomala la gara per la raccolta dei rifiuti. Passano mesi, e la città si trasforma in fogna a cielo aperto. Per la puzza, i bimbi di Cialtronia piangono e i grandi scendono in piazza. La Gazzetta di Cialtronia pubblica pagine indignate, la Procura apre un'inchiesta, ma le indagini sono lunghe e non succede nulla. La giunta continua a latitare e passano altri mesi. I cumuli di pattume crescono: molti abitanti di Cialtronia cominciano a essere ricoverati, mentre alcuni idioti bruciano i cassonetti. Il Comune, indifferente al caos, continua a non indire la gara. A Cialtronia, da ogni parte del globo, accorrono giornali e tv per mostrare al mondo le colline d'immondizia che ormai svettano oltre il campanile. Ancora nulla. A questo punto, in base al «fu» articolo 28, il prefetto interviene e dà al Comune 30 giorni per indire la gara. Ma la giunta non reagisce. Allora la prefettura dà altri 20 giorni a sindaco e assessori. Al termine, il prefetto commissaria il Comune e in due giorni indice la gara. Così a Cialtronia, finalmente, torna la normalità. Ecco: questo, banalmente, stabiliva all'articolo 28 il Decreto sicurezza, trasformato dal Parlamento in legge lo scorso 28 novembre e promulgato tre giorni dopo dal presidente Sergio Mattarella. Purtroppo quell'articolo non è piaciuto ai giudici della Consulta, che sul tema (malgrado si parlasse di Comuni e Province) hanno accolto le critiche delle Regioni. Insomma, se abitate non a Cialtronia, ma in una qualsiasi città, e se domani il vostro Comune non farà il suo dovere in una qualsiasi materia adottando «condotte illecite gravi e reiterate», sapete con chi dovete prendervela. La cosa strana è che gli stessi prefetti, stoppati due giorni fa dalla Corte costituzionale, hanno veri e propri «superpoteri» in altri campi. Da 18 anni, grazie a un decreto legislativo del gennaio 2000 e firmato da Massimo D'Alema, possono per esempio sciogliere Comuni e Province se solo «emergono concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata di tipo mafioso, o similare». Per sciogliere gli enti, al prefetto non servono condanne definitive: basta che un pm abbia emesso «provvedimenti che comportano la sospensione o la decadenza dei pubblici ufficiali degli enti medesimi». Per non parlare delle mitiche «interdittive antimafia», introdotte nel 1965 da un governo presieduto da Aldo Moro. Nelle mani delle prefetture, le interdittive sono veri missili a testata multipla. Non serve nemmeno che la magistratura si attivi. Basta che il prefetto, per un rapporto di polizia o una qualche segnalazione, si convinca che una impresa o un esercizio pubblico sono «in odore di mafia». A quel punto, zac: l'impresa o l'esercizio vengono colpiti da interdittiva. Nel migliore dei casi non possono più avere contatti con la pubblica amministrazione, nel peggiore vengono chiusi con i sigilli. Non c'è difesa, se non un ricorso al Tar. Se dopo un anno si scopre poi che l'impresa o l'esercizio (ormai falliti) con la mafia non avevano nulla a che fare, tante scuse e ciao. Secondo l'Autorità nazionale anticorruzione, tra il 2015 e il 2018 sono state emesse 1.922 interdittive, in crescita: 366 nel 2015, 411 nel 2016, 572 nel 2017 e 573 nel 2018. A protestare contro la brutalità antigarantista di questo atto prefettizio sono stati i soli radicali. 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È naturale dunque che faccia discutere l'inchiesta - pubblicata dal settimanale Le Point - sull'infiltrazione dell'islam radicale nella pubblica amministrazione d'oltralpe. Il giornale è partito dai lavori della commissione parlamentare presieduta dai deputati Eric Diard, del partito dei Républicains, e Eric Poullait de La République En Marche. I parlamentari hanno raccolto le testimonianze dei responsabili di varie branche del settore pubblico. Le Point ha potuto consultare i resoconti di queste audizioni, che fanno venire i brividi. Non c'è praticamente nessun settore risparmiato dai fanatici dell'islam. Ospedali, scuole, polizia, pompieri, aeroporti, annoverano tra i propri dipendenti degli estremisti. Si potrebbe dire che la Francia stia raccogliendo ciò che ha seminato per anni. Decenni di buonismo unito al clientelismo elettorale, hanno fatto sì che il germe integralista si diffondesse capillarmente. Inoltre Parigi ha progressivamente facilitato l'acquisizione della cittadinanza francese e, in certi periodi, incoraggiato i ricongiungimenti familiari e la «discriminazione positiva». Così le aziende pubbliche si sono riempite di dipendenti che hanno abbandonato ben presto l'osservanza dei valori della République, per applicare una stretta pratica del Corano, anche a contatto con il pubblico. Per avere un'idea delle proporzioni inquietanti del fenomeno islamico radicale in Francia, basta leggere le parole pronunciate da Olivier de Mazières, prefetto di polizia del dipartimento di Marsiglia. Per il prefetto, «la radicalizzazione potenzialmente violenta è estremamente diffusa sul territorio, nel settore pubblico e in quello privato». Si potrebbe pensare che i luoghi in cui si effettuano più controlli di sicurezza non abbiano dei dipendenti estremisti. E invece no. È il caso degli aeroporti di Parigi. Secondo il settimanale transalpino, nello scalo di Roissy-Charles de Gaulle tra i detentori di «badge rossi» (che permettono l'accesso a zone riservate dell'aeroporto) ci sono ottanta casi di comunitarismo seguiti «regolarmente», altri ventinove lo sono invece «puntualmente». A Parigi-Orly, invece, i sorvegliati regolari sono quindici, quelli sporadici cinque. Vengono i brividi al pensiero di aver incrociato uno di questi individui in occasione di un passaggio negli aeroporti parigini. L'inquietudine cresce ancora se si pensa che questi personaggi potrebbero tuttora far parte della forza lavoro degli scali. Certo, magari sono stati privati dei badge rossi, ma è molto probabile che non siano stati licenziati. Michel-Henry Comet - direttore generale aggiunto degli Aeroporti di Parigi - ha spiegato ai deputati che è lo Stato che ha il potere di attribuire o revocare un badge rosso. Ma il ritiro da parte delle autorità, di uno di questi lasciapassare «non è un motivo di licenziamento, ma di attribuzione ad un altro luogo», ha detto Comet. Non solo, in ossequio al diritto del lavoro francese, «la ricollocazione (del dipendente, ndr) non può essere troppo distante dalla zona di lavoro iniziale». Per il dirigente degli aeroporti parigini ha anche fatto una specie di ammissione di impotenza durante l'audizione parlamentare. «In generale l'impresa trasferisce il dipendente in una zona pubblica o in prossimità dell'aeroporto». È come se si lasciasse circolare una volpe attorno a un pollaio. Se la presenza di individui radicalizzati nei ranghi della polizia e della compagnia di trasporti parigina Ratp non è nuova, come già scritto dalla Verità in più occasioni, l'inchiesta di Le Point ha rivelato che gli estremisti non mancano anche tra pompieri o i dipendenti della Sncf, la compagnia ferroviaria d'Oltralpe. Anche tra i vigili del fuoco ci sono problemi nella selezione del personale volontario che lavora al di fuori di Parigi o Marsiglia, dove invece gli effettivi sono militari. Grégory Allione - presidente dell'associazione dei pompieri di Francia - ha raccontato ai parlamentari che la selezione dei volontari si basa solo sul «bollettino numero 2 del casellario giudiziario che non rivela nulla delle loro attività». Anche tra i vigili del fuoco volontari, sono stati segnalati contestazioni di superiori donne. Un altro campanello d'allarme è stato suonato dal segretario generale della Sncf, Stéphane Volant. «Ricorriamo a degli interinali ma non abbiamo alcuna possibilità di passarli al setaccio», ha spiegato ai parlamentari aggiungendo una considerazione molto inquietante. «Dovremo accogliere la Coppa del Mondo di Rugby nel 2023 e le Olimpiadi nel 2024», per questo «dovremo assumere decine di migliaia di agenti di sicurezza. Immaginatevi [...] dei vigilantes che lasciassero passare delle persone radicalizzate e armate durante la cerimonia di apertura». La neutralizzazione dei musulmani radicalizzati richiederà molto tempo e una volontà politica costante. A oggi il diritto del lavoro della pubblica amministrazione transalpina, non prevede come causa di licenziamento la «radicalizzazione». C'è da sperare che non si debbano contare nuove vittime innocenti del terrorismo islamico prima che la Francia si decida a sradicare questo cancro dalla pubblica amministrazione.
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Visitare questa località austriaca in estate significa immergersi in un’atmosfera dove il lusso discreto incontra la tradizione contadina, creando un mix unico, perfetto per chi cerca sport, piaceri raffinati e del sano relax .
Il cuore pulsante dell'estate è il monte Hahnenkamm. Salire con la celebre funivia Kitz bühel Cable Cars non è solo un modo per raggiungere la quota, ma è anche un viaggio panoramico sulla valle. In cima, i sentieri si snodano tra malghe fiorite e punti di sosta iconici come il Berghaus Tirol, dove la vista spazia dalle Alpi di Kitzbühel agli Alti Tauri.
Per chi ama le due ruote, la regione è un punto di riferimento mondiale per l’e-bike. Grazie ai servizi di noleggio e alla vasta rete di sentieri segnalati, è possibile esplorare vette e vallate senza necessariamente avere il fiato di un atleta olimpico. Le pendenze diventano un piacere e le distanze si accorciano, lasciando più tempo per ammirare il paesaggio. Kitzbühel è anche una mecca per gli appassionati di mountain bike. Sentieri immersi nei boschi, percorsi tecnici per esperti e itinerari panoramici per e-bike permettono a tutti di trovare la propria dimensione. Gli impianti di risalita funzionano anche nei mesi estivi, facilitando l’accesso ai tracciati in quota e regalando discese spettacolari tra radure e single track. Eventi sportivi e competizioni animano la stagione, richiamando biker da tutta Europa. Anche chi è alle prime armi può affidarsi a guide esperte o partecipare a tour organizzati per scoprire gli angoli più suggestivi della regione in totale sicurezza.
Con oltre mille chilometri di sentieri segnalati, Kitz bühel è una destinazione ideale per chi ama camminare. I percorsi si snodano tra dolci colline alpine, boschi ombrosi e pascoli punteggiati di baite tradizionali. Per chi cerca un itinerario più rilassante, i sentieri intorno al lago Schwarzsee offrono passeggiate facili, ideali anche per famiglie. Qui è possibile alternare trekking leggero a soste rigeneranti sulle rive del lago, magari con un tuffo nelle sue acque limpide. Se si viaggia in famiglia, il Parco faunistico di Aurach è una tappa imperdibile. A pochi chilometri dal centro, è possibile camminare tra cervi, daini e mufloni in un ambiente naturale protetto: un'esperienza che incanta grandi e piccini.
Kitzbühel non è solo sport. Il centro, con le sue facciate colorate, ospita il Museo di Kitzbühel, dove scoprire la storia locale e le opere di Alfons Walde, l'artista che ha immortalato l'anima invernale della città.
Il centro storico, poi, è un piccolo gioiello architettonico: case color pastello, balconi fioriti e boutique di alta gamma convivono armoniosamente. La via principale è un susseguirsi di negozi esclusivi, atelier artigianali e marchi internazionali. Qui lo shopping diventa un’esperienza piacevole, tra moda sportiva di lusso, oggetti di design e specialità gastronomiche locali. Una tappa obbligatoria per gli acquisti è da Frauenschuh. Non è un semplice negozio, ma l'essenza dello stile alpino contemporaneo: materiali pregiati e design funzionale che incarnano il «Kitz-look».
Caffè all’aperto e ristoranti gourmet invitano a prendersi una pausa, assaporando piatti della tradizione tirolese rivisitati in chiave contemporanea. L’atmosfera è sofisticata ma mai ostentata, perfetta per chi cerca una vacanza attiva senza rinunciare al comfort.
La proposta gastronomica della città è altrettanto variegata e profonda, partendo dall'esperienza culinaria offerta dal ristorante Das Mocking, situato proprio alla base della Streif, che propone una cucina moderna capace di valorizzare i prodotti del territorio con un tocco creativo. Per chi cerca l'accoglienza più genuina, il ristorante Zum Rehkitz offre i grandi classici della tradizione tirolese in un'atmosfera calda e autentica, mentre una sosta all'Hallerwirt ad Aurach permette un'immersione totale nella storia e nella genuinità contadina. Nel cuore pulsante della città, il ristorante Das Reisch completa l'offerta con un ambiente raffinato dove la cucina internazionale si fonde sapientemente con i sapori del luogo.
Informazioni: www.kitzbuehel.com.
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Vittorio Messori (Ansa)
Messori, l’uomo che ha riportato il dibattito su Cristo nelle case di milioni di persone in tutto il mondo, ha varcato la soglia definitiva proprio nel giorno in cui la Chiesa fa memoria della Passione, quasi a voler apporre il sigillo della sua stessa esistenza su quella «speranza che non si consuma» che aveva difeso con la penna per oltre mezzo secolo.
La parabola di Vittorio Messori è, in primo luogo, il racconto di una trasformazione intellettuale straordinaria. Nato a Sassuolo il 16 aprile 1941 in una famiglia di orientamento anticlericale, la sua formazione avvenne nella Torino del dopoguerra, un ambiente dominato da correnti laiche e razionaliste. Allievo del liceo classico D’Azeglio e poi della facoltà di Scienze Politiche, Messori crebbe alla scuola di giganti del pensiero laico come Norberto Bobbio e Luigi Firpo. Laureatosi con Galante Garrone, egli era il «perfetto prodotto» della cultura agnostica e razionalista di quegli anni, destinato apparentemente a una carriera nelle file dell’intellettualità laica.
Tuttavia, nell’estate del 1964, accadde l’imprevisto: l’irruzione di quella che lui stesso definì una «evidenza del cuore». Non fu il risultato di un’elaborazione ideologica, ma un incontro travolgente nato dalla lettura dei Vangeli. Quei testi «scarni ed essenziali» lo colpirono al punto da trasformarlo in un instancabile indagatore delle ragioni del credere. Tecnicamente non una trasformazione quindi, ma una conversione. Da quel momento, la sua missione divenne quella di coniugare fede e ragione, intuizione e argomentazione, in un corpo a corpo costante con la modernità.
Nel 1976, dopo dodici anni di lavoro, Messori diede alle stampe Ipotesi su Gesù. Fu un terremoto culturale, anche all’interno del mondo cattolico. In un’epoca in cui, come scriveva nell’incipit del libro, di Gesù non si parlava tra persone educate - essendo considerato un argomento che metteva a disagio al pari del sesso, del denaro o della morte - Messori ebbe l’audacia di riproporre il Nazareno come un argomento per tutti. Con lo stile incalzante del giornalista e il rigore dell’intellettuale laico, egli dimostrò che era possibile difendere razionalmente il cristianesimo senza rinunciare al metodo critico.
Il successo fu planetario, trasformando il libro in un best-seller. La sua cifra distintiva emerse prepotentemente: un’apologetica paziente e documentata, capace di rispondere alle obiezioni dei critici senza mai scadere nella polemica sterile. Per Messori, non si trattava di fare moralismo - ambito che non amava particolarmente - ma di concentrarsi sui grandi misteri della fede, convinto che l’etica segua naturalmente l’incontro con Cristo.
La carriera di Messori lo ha visto collaborare con varie testate, da La Stampa (dove lavorò per dieci anni) al Corriere della Sera e Avvenire. Ma è nel rapporto con i vertici della Chiesa che ha segnato tappe storiche per la comunicazione religiosa. Nel 1984, il libro-intervista con l’allora cardinale Joseph Ratzinger, intitolato Rapporto sulla fede, denunciò coraggiosamente le derive post-conciliari, attirandogli simpatie e forti critiche. Messori ebbe la capacità unica di porsi come mediatore tra il magistero ecclesiale e il grande pubblico, offrendo strumenti di comprensione profondi ma accessibili.
Ancor più eclatante fu nel 1994 la pubblicazione di Varcare la soglia della speranza, in cui per la prima volta un pontefice, Giovanni Paolo II, rispondeva direttamente alle domande di un giornalista. Messori seppe porre a Karol Wojtyla le domande essenziali dell’uomo contemporaneo, creando un ponte tra la domanda di senso del mondo e la risposta della Chiesa.
Oltre ai grandi palcoscenici, lo possiamo testimoniare in prima persona, Messori ha coltivato con amore e fedeltà realtà editoriali più piccole ma che condividevano in pieno il suo spirito di guardare la realtà con fede e ragione. È stato, insieme a Eugenio Corti, uno dei «padri nobili» del Timone, il mensile di fede e ragione. Rispose con entusiasmo all’invito del fondatore Gianpaolo Barra, portando la sua storica rubrica «Vivaio» sulle pagine della rivista dopo essere stata su quelle del periodico dei paolini Jesus e sul quotidiano Avvenire.
Negli ultimi anni, il suo interesse si era rivolto sempre più alla dimensione mariana e ai segni concreti di Dio nella storia, come dimostrano opere quali Il miracolo e Ipotesi su Maria. Viveva accanto al suo buen retiro dell’Abbazia di Maguzzano, sul lago di Garda, affrontando gli acciacchi dell’età con quel gusto «messoriano» per l’indagine che non lo ha mai abbandonato.
La scomparsa di Vittorio Messori lascia un vuoto incolmabile nel panorama intellettuale cattolico. Con la sua morte, avvenuta mentre il mondo cristiano si ferma davanti alla Croce, si chiude un’avventura terrena dedicata interamente alla ricerca della Verità. Gli ha reso omaggio anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano: «Ha saputo descrivere la fede come qualcosa di concreto, di vivo, lontano da astrattismi e da ideologismi».
Lascia in eredità una biblioteca di domande coraggiose e risposte documentate, un invito perenne a non aver paura di indagare il mistero di quel Gesù che, anche grazie a lui, è tornato a essere un argomento per tutti. Perché un cristiano, diceva, non è un cretino.
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Per mezzo secolo sono stata atea e darwinista: non tolleravo il concetto del dolore innocente. I miracoli descritti nel Vangelo erano per me incomprensibili: perché guarire quel lebbroso lì, e non quello due strade più in là? Perché ridare la vista al cieco che sente passare Gesù e lo chiama, e non all’altro che non gli può chiedere niente? Dio non avrebbe fatto prima a non creare la lebbra anziché mandare poi il Figlio a guarire un lebbroso e non gli altri? La Passione e la morte in croce che senso avevano? E in che senso la crocifissione ha salvato tutti?
Per me è stata un’entusiastica liberazione la lettura del Dizionario filosofico di Voltaire. Avevo pensato le stesse cose che scriveva il grande filosofo. Ma in realtà è lui che pensava come un dodicenne. Le sarcastiche critiche al cristianesimo nascono dalla non conoscenza non solo di San Tommaso, ma delle Scritture. L’ateismo è terribilmente ingenuo. Si decide che Dio non esiste, dopodiché si selezionano i pensieri che possono giustificare la presenza della vita in assenza di qualcuno che l’abbia creata. Il mio ateismo, infatti, si è risolto per motivi scientifici. La scienza consiste nell’osservare e nel trarre poi conclusioni, non il contrario. Non è pensabile che il mondo si sia creato da solo per ammasso casuale di atomi, che si ricostruiscono in ordine pur venendo dal caos. Qualcuno ha creato il mondo e Qualcuno ha voluto noi. Queste due affermazioni sono profondamente ragionevoli.
Sono nata nel 1953. Ero in grado di intendere di volere quando negli anni Settanta sono arrivati i risultati degli studi sulla Sindone che la datano all’epoca medievale. La Sindone era falsa: avevo ragione io, atea. Peccato che la datazione al carbonio 14 della Sindone dal punto di vista scientifico non abbia senso perché applicata a un oggetto, un telo, che, per sua natura, è esposto a contaminazioni stratificate nel tempo. I ricercatori che hanno fatto gli studi con il carbonio si sono addirittura vantati di non aver commesso l’errore metodologico di non aver studiato la storia del sacro lino. Se ne avessero studiato la storia, avrebbero scoperto che la Sindone era esposta grazie a miriadi di persone che la tenevano dagli angoli con le mani, lasciando il loro sudore e consumandone il tessuto. La Sindone sugli angoli superiori si era sfilacciata, e dato che era la Sacra Sindone è stata rammendata da gente che stava al rammendo come Mozart alla musica. I rammendi sono invisibili. Nel 1988 tre laboratori (Oxford, Zurigo e Tucson) datarono il telo tra il 1260 e il 1390, ma studi successivi hanno ipotizzato una datazione tra il 300 a.C. e il 300 d.C. Il gruppo di ricerca Sturp (Shroud of Turin research project) definì l’immagine come il risultato di un processo ancora non spiegato. Gli studi di John Jackson e William Mottern mostrarono inoltre che l’immagine contiene informazioni tridimensionali: l’intensità dell’immagine varia in funzione della distanza dal corpo, caratteristica unica rispetto a qualunque rappresentazione artistica. Questa proprietà ha portato alcuni studiosi, come Giulio Fanti e Paolo Di Lazzaro, a ipotizzare che l’immagine possa essersi formata tramite un impulso energetico ad alta intensità, capace di alterare superficialmente le fibre del lino senza penetrare in profondità. La Sacra Sindone è un negativo tridimensionale, che si può essere formato solo grazie a un corpo che è diventato energia.
È ragionevole affermare che Dio ha creato il mondo e che Cristo è risorto. Queste due affermazioni come si conciliano con tutto il resto? Con il dolore innocente, che la Passione non ha cancellato? Il senso del miracolo non era salvare Lazzaro, che poi comunque sarebbe morto, ma salvare noi tutti dall’abisso di aver perduto Dio. I miracoli servono per aiutarci a trovare la fede, perché è la nostra fede che ci salverà. Tutto il dolore innocente sarà consolato in un’infinita eternità. Buona Pasqua a tutti.
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Luca Casarini (Ansa)
Nessuno ovviamente si chiede perché si trovassero lì. Non c’è un articolo di giornale che si soffermi sul fatto che queste persone sono state impunemente mollate in mezzo al mare in attesa di qualcuno che venisse a recuperarle per portarle in Europa. Non ci interessa il meccanismo mortifero che le ha portate lì, a rischio della vita. Ci interessa soltanto quello che succede dopo, che è poi esattamente ciò che le Ong vogliono che vediamo. Il loro obiettivo politico è questo: cancellare la prima parte del circuito migratorio e puntare il riflettore soltanto sulla seconda parte, quella che a loro parere dovrebbe chiamare in causa gli europei.
«Il tempo è pessimo, le vite delle persone sono a rischio. Temono di essere intercettate e di essere rimandate forzatamente in Libia. Abbiamo informato le autorità e chiediamo un salvataggio in un luogo sicuro», ha scritto Sea Watch con il solito tono impositivo. Poi ha provveduto al recupero degli stranieri e, come sempre accade, le autorità italiane hanno assegnato un porto di sbarco alla nave Aurora, alla faccia della crudeltà dei governi di destra. La destinazione avrebbe dovuto essere Porto Empedocle, ma la Sea Watch ha deciso di fare altrimenti: ha fatto sapere che le coste agrigentine erano troppo lontane e si è diretta a Lampedusa dove ha fatto sbarcare gli immigrati. Siamo appena ad aprile, questo è solo l’inizio.
Vedremo con la bella stagione, il mare meno ostico e le temperature più miti quanti viaggi riusciranno a fare queste navi sedicenti umanitarie, anche aggirando i decreti governativi che in teoria dovrebbero limitarne l’azione discrezionale. Del resto sappiamo come operino le Ong: fanno ciò che desiderano, violano i confini, se ne infischiano delle indicazioni delle autorità, ignorano gli accordi internazionali. Però possono contare su una buona fetta di giudici pronti a difenderle. Giusto un paio di giorni fa il tribunale di Trapani ha dichiarato illegittimo il fermo della nave Mare Jonio (che fa capo a Mediterranea di Luca Casarini) disposto nell’ottobre 2023. Il Viminale è stato di conseguenza condannato al pagamento delle spese legali. Vale la pena di ricordare che la nave era stata fermata perché, al solito, aveva scelto in totale autonomia e in maniera del tutto autoreferenziale di dirigersi verso l’Italia evitando di coinvolgere nel recupero dei migranti altre nazioni. In teoria gli stranieri erano stati presi in area di competenza libica, ma per il tribunale sarebbe «espressamente e chiaramente escluso che la Libia, Paese che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, soddisfi i criteri per essere designata come luogo sicuro ai fini dello sbarco». Chiaro no? A decidere le politiche migratorie italiane non è un governo eletto, dunque non sono gli italiani: sono magistrati e attivisti. I quali godono, per altro, di sostegni eccellenti.
Non appena le Ong sono tornate in scena con prepotenza, sono ricomparsi anche gli immancabili prelati pro invasione, gli stessi che per un decennio circa hanno martellato con ogni mezzo l’opinione pubblica al fine di imporre l’idea che il sistema migratorio fosse buono e santo. Parliamo ovviamente degli stimati esponenti della Cei, in particolare l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio Giancarlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes, il quale non perde occasione per alimentare la retorica dell’accoglienza senza limiti. Circa un mese fa si era espresso molto duramente nei riguardi del modello Albania, da lui ritenuto uno spreco di soldi. Ora Perego, parlando a Rai news, è tornato alla carica: «Non si può rimanere indifferenti come il governo italiano di fronte a questo… non ci si può fermare sui rimpatri come ha fatto l’Europa in questi giorni e non impegnarsi nel soccorso e nella tutela di un diritto fondamentale che è il diritto all’asilo». Già, non appena l’Ue dà segno di muoversi in una direzione anche solo leggermente diversa da quella che prevede sempre e solo frontiere aperte, subito spunta un vescovo a lagnarsi, e a bacchettare il governo. Del tutto incurante della realtà italiana e europea, Perego insiste a ripetere il mantra integrazione-accoglienza, pretende l’apertura di altri corridoi umanitari e sembra incolpare le destre - proprio come fanno sinistra e Ong - per i naufragi nel Mediterraneo.
È sempre la stessa canzone, una nenia che ci viene ripetuta da anni e produce sempre gli stessi risultati: guarda caso, quando riprende con insistenza il traffico in mare, ricomincia anche a morire la gente. Riprendono i naufragi, si rivedono persone abbandonate su piattaforme in mezzo alle onde. E tutto questo, per certi tribunali, certi sacerdoti e per tutti gli attivisti, è da considerarsi un modello amorevole e umanitario.
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