Petardi, bottiglie e pietre contro i cordoni della celere. In risposta lacrimogeni e idranti. La miccia si accende al corteo nazionale per Askatasuna, convocato dopo lo sgombero dell’ex sede di corso Regina Margherita 47. Un gruppo di manifestanti incappucciati tenta di forzare lo sbarramento davanti all’immobile. Da lì in poi, la giornata cambia passo: cominciano gli scontri.
Il corteo, partito diviso in tre spezzoni, Palazzo Nuovo, Porta Susa e Porta Nuova, si riunisce lungo il Po, fino a fondersi in una massa in piazza Vittorio Veneto. Arrivano da tutta Italia. I numeri oscillano: 20.000 attivisti secondo i primi riscontri, circa 50.000 secondo gli organizzatori, circa 15.000 per la questura. La piazza è piena e la tensione è altissima. Sfilano numerosi striscioni. Alcuni a difesa di Mohammad Hannoun, leader dei palestinesi d’Italia arrestato con l’accusa di aver finanziato Hamas, altri contro la premier. Le scritte sono esplicite: «Meloni sionista sei tu la terrorista». Tra chi prende parola c’è anche Zerocalcare: «Sono qui per il motivo per cui ci sono tutti gli altri, ovvero contro lo sgombero di Askatasuna e di tutti i centri sociali». A pochi metri dal centro sociale i disordini non si placano. In corso Regina Margherita viene aperto il fuoco con le bombe carta. Sulla carreggiata viene appiccato un incendio. A oltre un’ora dal primo attacco i lanci continuano. Cassonetti in fiamme. Campane per la raccolta del vetro sradicate e piantate a centro strada.
Lo scontro corre su due fronti: corso Regina e via Sant’Ottavio. I manifestanti avanzano verso il centro sociale con un lancio fittissimo di pietre e petardi. Bruciano legna, bancali, materiali di fortuna. Si spostano nelle vie laterali mentre i reparti avanzano. Almeno due manifestanti vengono caricati sui blindati e portati in questura. Un agente è stato colpito alla gamba ed è stato accompagnato nelle retrovie dai colleghi. In un video che gira sui social si vedono gli attivisti tentare di linciare un agente a terra, senza casco, e colpirlo anche con un martello.
Alla fine i feriti trasportati in ospedale sono sei. Una camionetta della polizia viene incendiata. I gruppi più violenti si muovono con tempismo, si coprono a vicenda, in una dinamica che non permette di escludere una regia. Finiscono nel mirino anche i giornalisti. Un filmmaker di Far West, la trasmissione Rai condotta da Salvo Sottile, e una giornalista vengono aggrediti e minacciati. Il rischio di incidenti era dato per concreto fin dall’inizio, anche alla luce di quanto accaduto il 20 dicembre, pochi giorni dopo il blitz che aveva messo i sigilli all’immobile del quartiere Vanchiglia occupato da quasi 30 anni. Nel pomeriggio, mentre gruppi di antagonisti e anarchici lanciano bombe carta e fuochi d’artificio contro le forze dell’ordine in corso Regina Margherita e nell’area del campus universitario Einaudi, la gran parte dei manifestanti segue il percorso prestabilito, poi si disperde. Restano poche centinaia di attivisti, con caschi, alcuni con maschere antigas e mascherine. Una parte punta verso il centro sociale, un’altra verso il campus. Le serrande dei negozi sono abbassate. Sulle vetrate di una filiale bancaria compaiono scritte tracciate con le bombolette: «Stop genocide Gaza» e «Usura!». Un classico.
Nel controviale di corso Regina Margherita spuntano barricate con bidoni dei rifiuti. Brucia anche un’auto. I manifestanti provano ad avanzare di nuovo. La polizia accenna una carica, i manifestanti arretrano. L’aria diventa irrespirabile per i lacrimogeni. Continuano a volare razzi, bottiglie, pietre. Un gruppo avanza protetto da scudi con stelle rosse disegnate sopra. Dalla polizia parte un fitto lancio di lacrimogeni, mentre gli idranti avanzano. Il corteo devia verso corso Regina Margherita e si avvicina al nodo delicato del Rondò Rivella. Dall’alto, droni ed elicottero della polizia controllano i movimenti. La mobilitazione era iniziata già dalla mattina. Da Porta Susa, centinaia di giovani si erano messi in cammino per raggiungere Porta Nuova. Sonagli, megafoni, fumogeni, tamburi, striscioni. Bandiere di Gaza, No Tav, Potere al Popolo, sigle studentesche. In strada giovani dai 15 anni, famiglie con bambini. Dal megafono parte, martellante, la propaganda: «Oggi lottiamo per la libertà e contro la repressione del governo post fascista, la corsa al riarmo e i tagli al welfare. Lo sgombero porterà solo più resistenza». Il dispositivo di sicurezza è massiccio. Nella sola mattinata 747 persone sono state controllate e per una trentina è scattato il foglio di via (tra questi due francesi e un russo). Dieci di loro detenevano maschere antigas e passamontagna; sequestrati spray e bastoni. Dieci gli avvisi orali del questore. Torino resta sotto pressione finché i manifestanti non vengono respinti oltre la Dora. Sono ormai passate le 19. La guerriglia è durata per oltre due ore.
«Il governo ha fatto la sua parte, rafforzando gli strumenti per contrastare l’impunità. Ora è fondamentale che anche la magistratura faccia fino in fondo la propria, perché non si ripetano episodi di lassismo che in passato hanno annullato provvedimenti sacrosanti contro chi devasta le nostre città e aggredisce chi le difende», ha commentato il premier Giorgia Meloni sui social, aggiungendo: «Questi non sono dissenso né protesta: sono aggressioni violente con l’obiettivo di colpire lo Stato e chi lo rappresenta. E per questo devono essere trattate per ciò che sono, senza sconti e senza giustificazioni». Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha affermato: «Questi non sono manifestanti. Non sono nemmeno delinquenti. Questi si comportano da nemici, da terroristi, da guerriglieri, vogliono fare male, sono spinti dall’odio. Se avessero altre armi le userebbero. E allora vanno trattati per quello che sono, senza sconti».







