«I magistrati si sono orientati verso la ricerca di una responsabilità. E si è scelto il colpevole perfetto, cioè il World food program, che non può essere portato in giudizio». L’uomo che parla è un funzionario della Farnesina ancora in servizio. Non è un osservatore esterno. È uno che quella sede l’ha vissuta. Che conosce Kinshasa, località del Congo in cui ha sede l’Ambasciata italiana, i suoi equilibri e le sue distorsioni. E che, prima ancora che l’ambasciatore Luca Attanasio arrivasse in quel Paese, aveva messo nero su bianco tutte le criticità.
Ora il funzionario ha consegnato le sue informazioni e un corposo incartamento al deputato di Fratelli d’Italia Andrea Di Giuseppe, che aveva denunciato lo scandalo dei visti per l’Italia dal Bangladesh (un’inchiesta che ha già prodotto due condanne). Un file audio con la versione del funzionario che potrebbe riscrivere, a cinque anni di distanza, la storia del delitto Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e del loro autista Mustapha Milambo, è stato depositato il 26 febbraio da Di Giuseppe al Gruppo investigativo Criminalità economico-finanziaria della Guardia di finanza di Roma. «Nessuno mi ha mai sentito», afferma il testimone (ampi passaggi dell’audio verranno mandati in onda questa sera a Fuori dal Coro, la trasmissione di Rete 4 condotta da Mario Giordano). Poi aggiunge: «Credo che non convenisse a nessuno, soprattutto al ministero degli Esteri».
Quelle che il testimone definisce «le responsabilità interne», ovviamente per ora solo ipotizzate, non sarebbero entrate nel fascicolo sull’omicidio. Una pista mai approfondita che potrebbe aiutare a ricostruire il movente. Partendo non dalla mattina del 22 febbraio 2021, non dalla strada tra Goma e Rutshuru, non dall’agguato. Ma da ciò che lo precede e che non è entrato negli atti. La ricostruzione, infatti, non comincia nel 2021. Comincia almeno sei anni prima. Nel 2015, quando alla Farnesina c’è Paolo Gentiloni.
È in questa fase che, secondo il testimone, emergono le prime anomalie. «Situazione già compromessa […] sistema diffuso di irregolarità […] racket dei visti». È questo che segnalò all’epoca il testimone. In un documento di cui la Verità è in possesso c’è scritto: «Constatai che l’Ambasciata era al centro di un racket dei visti d’ingresso, con il coinvolgimento di funzionari del regime di Kabila». Poi la parte più inquietante, che sembra connettersi direttamente con il delitto Attanasio: «Presi immediati provvedimenti […]. Fui fatto oggetto di minacce di morte da parte del governo della Repubblica del Congo, come comunicatomi direttamente dall’allora segretario generale Elisabetta Belloni». Ma c’è di più: «Come appresi solo successivamente, la situazione di degrado in cui versava l’Ambasciata era già stata segnalata nel 2015 dal comandante dei carabinieri del Mae, generale Luigi Robusto, con un appunto al capo di gabinetto Belloni».
Il generale, rammenta il testimone, avrebbe «trovato anche una situazione disciplinare non proprio buona fra i suoi carabinieri». A suo dire c’era uno strano giro di ragazze che entravano in Ambasciata. Oltre a quelli che definisce «intrallazzi»: «Giri, macchine, contratti di manutenzione». Fino alle adozioni internazionali. «Un altro verminaio», lo definisce il funzionario, «perché lì c’erano bande contrapposte». Con una «lobby di queste associazioni». E afferma: «Io l’ho messo nell’appunto sulle criticità, è una lista degli orrori».
L’unica risposta che avrebbe ottenuto, «per interposta persona», afferma il funzionario, sarebbe questa: «Ma intendi fare denuncia?». Per anni si è tenuto dentro ciò che sapeva. E ne spiega la ragione: «Una delle ragioni del mio silenzio è che la Belloni era il capo del Dis (il Dipartimento di informazione per la sicurezza, ndr)». È una spiegazione. Ma è anche un punto fragile nel racconto. Che, poi, vira proprio verso la sicurezza. Perché, come se non bastasse, «viene ridotto il dispositivo di protezione». Le scorte. A dire del funzionario era un servizio «del tutto insufficiente». La richiesta di declassamento della sicurezza, spiega ancora il testimone, «fu accolta dall’Ispettorato generale, istruita in tal senso, non avendo mai controllato il mantenimento del dispositivo, malgrado le mie insistenti richieste di rafforzamento, di cui c’è prova». Poi, il passaggio più pesante: «Fu probabilmente uno dei fattori che agevolarono l’omicidio». Un anno dopo, ovvero nel 2018, Attanasio viene destinato a Kinshasa. Con il dispositivo di sicurezza al minimo. Secondo la testimonianza entra in una sede che non era stata bonificata. E soprattutto: Attanasio non avrebbe ricevuto «un adeguato passaggio di consegne».
La dinamica dell’omicidio, invece, per il funzionario, sarebbe stata ricostruita con precisione: «È quella», afferma. Ma subito ritorna sul punto: «È stato indebolito il dispositivo di sicurezza… morale della favola… Attanasio è stato ammazzato». Mentre chi viene indicato come protagonista della gestione allegra avrebbe fatto carriera. Il testimone non le risparmia all’Ispettorato del ministero degli Esteri: «L’ispettorato da noi lo chiamano il copertone, perché è quello che copre tutto». Un attimo dopo aver raccolto il lunghissimo sfogo del testimone, Di Giuseppe è entrato negli uffici investigativi della Guardia di finanza e ha verbalizzato: «Ho registrato, con il consenso, la conversazione che vi fornisco, dalla quale si evincono situazioni penalmente rilevanti». Poi il passaggio clou: «Mi preme sottolineare che dalla conversazione emergerebbero nuovi e importanti elementi che potrebbero portare a sviluppi finora sconosciuti in relazione alle circostanze che hanno determinato l’uccisione di Attanasio, del carabiniere di scorta Iacovacci e del collaboratore locale Milambo».
Contattato dalla Verità, Di Giuseppe ha commentato: «Finalmente si sta cominciando a capire quello che la maggior parte di noi intuiva. Con queste nuove evidenze vorrei vedere chi si prenderà la responsabilità di non riaprire l’inchiesta. Dobbiamo pretendere che ci sia chiarezza. Due servitori dello Stato sono stati spazzati via. Lo dobbiamo a loro».















