Il neo commissario: «Tante misure sono per la povertà, ora però aiutiamo il ceto medio. Compenso da 500.000 euro? Giusto per le responsabilità. Conosco Salvini da 10 anni, ma sono qui per meriti. Sulle graduatorie è corretta la corsia privilegiata agli italiani».
Felice Squitieri. Romano. Laurea alla Sapienza. Professione: architetto. Specializzazione: bioedilizia, sostenibilità e rigenerazione urbana. Incarichi istituzionali: membro della Commissione Via-Vas del ministero dell’Ambiente (valutazione sull’impatto ambientale delle opere pubbliche) e da qualche giorno commissario straordinario per il Piano casa del governo, uno dei progetti identitari del centrodestra rivendicato a più riprese dal premier Giorgia Meloni. La nomina è freschissima così come le polemiche che ne sono conseguite. Motivo? La sua vicinanza alla Lega. E lo stipendio, che per l’opposizione è eccessivo. E giù illazioni. Alle quali Squitieri replica per la prima volta parlando con La Verità.
Commissario, più del ruolo che andrà a svolgere si parla del suo compenso e di Salvini? La cosa la colpisce?
«No, per niente, è il gioco delle parti e non intendo alimentare sterili polemiche. Da parte mia le posso solo dire che si tratta di un incarico di grandissima responsabilità. Il Piano casa è un intervento che non ha precedenti per dimensioni nella storia recente del nostro Paese, per trovare un termine di paragone dobbiamo fare un ideale “flashback” che ci riporta indietro di decenni, fino al Piano Fanfani».
Qualcuno dall’opposizione pensa che quasi 500.000 euro lordi per un anno e mezzo di lavoro (scadenza fine 2027) siano eccessivi.
«Guardi il mio lavoro sarà retribuito secondo i canoni di legge e risponde a criteri generali e trasparenti, commisurati alla complessità e alla rilevanza dell’incarico».
La stessa sinistra l’accusa per la vicinanza a Matteo Salvini e alla Lega.
«Anche qui. Io sono attivo nel mondo dell’associazionismo fin da giovanissimo. Ho un rapporto con la Lega e Matteo Salvini? Certo. Un rapporto che ha radici profonde e meritocratiche. Da quando nel 2017 la Lega ha attivato il think tank “Punto di Svolta”, un laboratorio di pensiero nato per cercare nella società civile figure che volessero mettere a disposizione tempo, competenze ed esperienza. Da lì è iniziato il mio percorso tecnico-politico al fianco del partito e del ministro. Ed è stato proprio sul tema casa che ho offerto da subito il mio supporto, contribuendo a delineare una visione programmatica che oggi sta diventando realtà».
Ci sono polemiche anche sulla struttura, pare corposa, che l’accompagnerà.
«In questi giorni stiamo definendo la squadra migliore da mettere in campo, sempre nel rigoroso rispetto del quadro normativo. La legge prevede la figura di un sub-commissario e stiamo valutando i profili più idonei per operare con la massima efficienza. Ma se si fa polemica anche su questo mi permetta di dire che forse non si è capita la portata del Piano casa».
Ecco ce la spieghi.
«Il primo traguardo cronologico consiste nel restituire ai Comuni e alle aziende, nel minor tempo possibile, circa 60.000 appartamenti popolari già esistenti che però oggi non sono disponibili. La stragrande maggioranza necessita solo di rapidi interventi di ristrutturazione per essere efficientati e assegnati. Subito dopo, si procederà con i cantieri per le nuove costruzioni».
Ci può dare una tempistica. Quando saranno pronte le prime abitazioni ristrutturate? Possibile già nel 2026?
«Entro un anno sarà sfida».
E lei che ruolo svolgerà? Cosa fa il commissario straordinario?
«In estrema sintesi, le mie funzioni saranno di coordinamento e raccordo tra il governo, in tutte le sue articolazioni, e i territori. In questo contesto, Invitalia giocherà un ruolo cruciale: gestirà il Fondo in cui sono confluite le risorse destinate a dare vita al primo pilastro del piano, ovvero gli interventi di edilizia residenziale pubblica e sociale».
Mi scusi la sintesi, sarà una sorta di facilitatore e velocizzatore dei progetti?
«Da un certo punto di vista sì. Facilitare e rendere più celere l’attuazione del Piano casa è uno dei miei compiti».
Veniamo ai fondi. Chi ce li mette?
«Il ministero delle Infrastrutture ha stanziato 970 milioni a valere sulle risorse disponibili per il Piano Casa Italia. Quindi utilizzeremo una quota pari al 50% delle risorse del Fondo sociale per il clima, destinata al sostegno delle famiglie vulnerabili, quantificabile in circa 700 milioni. Poi ci sarà una quota del fondo del ministero dell’Interno, di concerto con Mef e Mit, dedicato a rigenerazione urbana e housing sociale dei Comuni: parliamo di 500 milioni per ciascuno degli anni 2027 e 2028 e 700 milioni annui dal 2029 al 2034 (per un totale di 4,8 miliardi di euro). Infine ci saranno altre risorse aggiuntive derivanti dai fondi per la “coesione sociale”».
Cdp è coinvolta?
«Sì, attraverso l’attivazione del “fondo dei fondi”, uno strumento finanziario strategico per attrarre investitori e finanziatori privati che opereranno secondo rigorosi criteri di utilità pubblica».
E qui arriviamo all’altro punto di polemica, la partecipazione dei privati.
«Mi verrebbe da dire: assolutamente normale per un progetto di questa portata. La collaborazione con il settore privato e con i fondi di investimento è lo strumento moderno per moltiplicare l’efficacia delle risorse pubbliche: i capitali privati vengono attirati, ma sono vincolati a finalità sociali e a criteri pubblici. Come noto su 100 alloggi realizzati, almeno 70 devono essere in edilizia convenzionata. Inoltre si tratta di alloggi che saranno venduti o affittati con un sconto minimo del 33% rispetto ai valori di mercato».
È vero che il Piano casa aiuta il ceto medio (prof, personale sanitario, forze dell’ordine) più che la fascia meno abbiente della popolazione?
«Da cittadino appassionato alle dinamiche della nostra società, trovo questa analisi cruciale».
Perché?
«Negli ultimi anni il ceto medio italiano è stato schiacciato in una tenaglia. Da un lato, le misure di welfare si sono concentrate quasi esclusivamente sulla povertà assoluta e sulle fasce estremamente fragili; dall’altro, abbiamo assistito a un aumento esponenziale del disagio sociale, alimentato anche dai fenomeni di immigrazione di massa. Se parametriamo tutti gli aiuti sociali solo sul livello di reddito minimo, chi si trova nella fascia grigia – chi lavora, ha un reddito normale ma non riesce a pagare affitti di mercato o ad accendere un mutuo – rischia l’esclusione totale. Se scompare il ceto medio, rischiamo la polarizzazione tipica dei paesi sottosviluppati: un fossato incolmabile tra pochissimi super-ricchi e una massa di super-poveri. Questo piano tutela proprio chi lavora».
Rivendica anche la preferenza per i cittadini italiani nelle graduatorie?
«Anche su questo tema, parliamo di una scelta politica e valoriale compiuta dal Parlamento in sede di conversione del decreto. Credo che sia un principio di profonda equità sociale e di buonsenso garantire una priorità e un’attenzione particolare a quei cittadini che da anni, o da generazioni, contribuiscono con il proprio lavoro e le proprie tasse alla crescita e al welfare della nostra nazione».







