Ci sono bimbi «del bosco»; c’è la storia di Alisya e Sarah, le sorelline scappate dalla casa protetta di Civitella Alfedena, che volevano stare con la mamma ora finita in carcere – stando alla Procura di Sulmona che l’accusa – perché avrebbe organizzato la fuga per sottrarle al padre; c’è Stella – la chiamano così – strappata da scuola dalle forze dell’ordine perché il Tribunale di Roma ha deciso che non deve stare con la madre, ma col padre, sulla scorta di rapporti delle assistenti sociali. Di cosa sente e vuole Stella nessuno ha tenuto conto. «Questo è un caso che mi ha particolarmente colpita: prima che la portassero via a forza avevo parlato con Stella. Mi aveva mandato un video in cui lei stava in piscina serena e un po’ le era passata la paura che quelle signore lì (le assistenti sociali) la portassero via. Poi è successo quello che è successo e io non posso, non devo tacere». A dirlo è Marina Terragni, da quasi due anni a capo dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza: ragiona ancora da giornalista, che è la sua professione poggiata su una solidissima base di competenza e animata da un vero amore per i cittadini più deboli, che sono però il nostro futuro: i bambini.
Lei è la, sottolineiamo «la», Garante per l’infanzia: non trova che in queste vicende l’unica voce che non si sente è quella dei bambini?
«L’ho dichiarato ovunque: l’ascolto del minore non può essere aggirato in nessun modo. È prerogativa del giudice che non può delegarlo al perito di turno. Il giudice deve ascoltare direttamente il bambino e, a maggior ragione, l’adolescente, e deve assumere le sue decisioni tenendo conto della volontà espressa. Lo impone la legge. L’Italia ha recepito la convenzione di New York che sancisce il principio dell’ascolto del minore e non può essere aggirata».
Nel caso di Alisya, una delle due sorelline di Civitella Alfedena, sembra che la sua volontà non conti. Ha 16 anni, ma non può dire dove e con chi vuole vivere.
«Non giudico le cose che dicono o fanno i magistrati, ma rivendico il diritto, che nel mio caso è anche un dovere sancito dalla legge che istituisce il Garante, di dire la mia. A 14 anni si è penalmente imputabili, a 16 ci si può sposare, si può firmare un contratto di lavoro, alcune forze politiche pensano di estendere ai sedicenni il voto. Dunque avrà ben diritto una ragazza di decidere con chi e come vuole vivere? Quando dico queste cose vengo attaccata. A prima firma della Pd Alessandra Zampa sono stata oggetto di un’ interrogazione parlamentare perché sono andata a Palmoli a vedere i figli dei Trevallion, ma è mio dovere, così com’è mio dovere denunciare casi singoli. Per questo l’associazione dei magistrati minorili mi ha accusato d’ingerenza indebita. Ma se mi arriva un disegno di una bambina che fa intravvedere possibili violenze devo tacere? Sono una giornalista e tale resto, in più sono la Garante per l’infanzia ed è mio preciso dovere sapere e denunciare. Oltre alla legge che istituisce l’autorità che ho l’onore di rappresentare c’è l’articolo 21 della Costituzione. Non mi faranno tacere. E non invochino la scusa che così il caso diventa mediatico: nell’epoca dei clic tutto diventa mediatico, ma bisogna avere al forza di cercare la verità e di tutelare l’unico interesse che conta: quello dei minori».
Quando si criticano alcune decisioni si obietta: si è agito nell’interesse del minore. È sempre così?
«Quando si assiste a decisioni prese nel nome del superiore interesse del minore c’è una domanda da porsi: quei bambini o quelle bambine stanno meglio o peggio di prima? L’interesse del minore è quello, non altro. Bisogna interrogarsi su tutto il sistema dell’accoglienza nato negli anni Settanta, oggi la platea è radicalmente cambiata. Serve una nuova legge sull’affido. Prima i casi di allontanamento dei bambini a causa delle separazioni dei genitori erano rari, oggi ci si separa per un nulla e ci vanno sempre in mezzo i figli che vengono messi in struttura. Magari in altri Paesi la percentuale di allontanamento dai genitori in lite è più alta, ma scatta l’affido familiare che è sempre preferibile al ricorso alla struttura. Non ci curiamo più della cosiddetta famiglia allargata: degli zii, dei cugini, magari degli amici stretti che possono essere la cintura di sicurezza per questi bambini che appena la situazione conflittuale tra i genitori si risolve devono poter tornare in famiglia e se sono abbastanza grandi devono poter decidere come e con chi vivere».
Dietro questi allontanamenti facili c’è il busines dell’accoglienza?
«Non lo so e non voglio commentare; so però che lo Stato spende ogni anno circa due miliardi. Se si procedesse con l’affido familiare avremmo due benefici: un risparmio, pur prevedendo un giusto contributo per la famiglia affidataria, e una migliore condizione per il minore».
In quel conto rientra anche l’accoglienza ai minori non accompagnati: i migranti. Com’è la situazione?
«Le statistiche dicono che in Italia ogni anno scompaiono circa 18.000 bambini, ma l’85% viene ritrovato. Chi si disperde sono i minori non accompagnati che spesso sono degli adolescenti “cresciuti” che arrivano da esperienze sgangherate, da viaggi spaventosi. Se abbandonati, vanno a ingrossare la manodopera criminale o fanno una brutta fine. Si dovrebbe per loro pensare a un’accoglienza familiare, una scolarizzazione adeguata con un’assistenza continua. Sarebbe una soluzione in cui vinciamo noi e loro».
Torniamo all’attualità. Perché Alisya e Sarah hanno vissuto tutta la vita in comunità avendo una famiglia?
«Queste bambine da anni stavano fuori dalla famiglia. È ingiusto. S’è fatta strada l’opinione che se li allontani da casa resetti la loro storia: non c’è nessuna teoria scientifica che lo sostenga. L’unico effetto che si è ha è allontanarli dal genitore che amano. È la stessa storia di Monteverde a Roma, di Stella. Nessuno parla con loro, nessuno li ascolta e si decide in base a rapporti e teorie».
Sono stati chiamati in causa gli assistenti sociali che di fatto decidono del destino di questi bambini. È giusto?
«Gli assistenti sociali sono i primi a dichiarare una non adeguata formazione. Poi se li metti alla berlina è ovvio che abbiano una reazione di chiusura, ma lo sa per prima la loro presidente che c’è bisogno di ripensare la formazione per quelli che hanno a che fare con i minori. Se ne è discusso anche con la ministra per l’Università Anna Maria Berini. Serve anche un adeguamento delle strutture e anche un maggiore controllo sulle case di accoglienza come va sancito che la comunità deve essere l’ultima ratio. È tutto il sistema che va ripensato: bisogna che i bambini restino in famiglia, in quella famiglia allargata che va ripristinata e corroborata, e se proprio devono andare in struttura devono starci per il tempo più breve possibile. Facendo un lavoro con i territori bisogna garantire nelle strutture degli standard minimi del servizio e di sicurezza».
Nel caso della famiglia nel bosco s’è fatto l’esatto contrario. Quando finirà quella storia?
«Quella famiglia andava assistita, se ce n’era bisogno, incoraggiando la scolarizzazione, correggendo alcune storture educative se tali venivano riconosciute, ma non andava disgregata. Non ho parlato ultimamente con l’avvocato Simone Pillon, ma credo che abbia depositato un’istanza per far tornare i bambini a casa. Qui si rischia che aspettando le perizie si arriva a un anno: i bambini sono stati tolti a Nathan e Catherine a novembre, non è possibile. Un giorno per un bambino non equivale a un giorno di un adulto: è un tempo infinito. Tutto questo in assenza di pregiudizi per loro quando stavano in famiglia. Si dovrà invece valutare se l’allontanamento da casa non abbia prodotto danni. Lo confesso: ho tanta paura che si arriverà all’anno prima di risolvere questa spinosa faccenda».
Si è detto nel caso di Catherine Birmingham e di Valentina D’Acunto che sono mamme che nuocciono ai figli. Ma come si stabilisce?
«Rispondo col mio caso personale. Ho avuto un padre che ho adorato e mi è mancato troppo presto e ancora mi manca. E una madre che non è stata iper-accudente. Tuttavia riconosco che anche la madre più carente è indispensabile. Prendiamo una gatta: se gli porti via i cuccioli viene a riprenderseli e ti riduce uno straccio. È l’ora di farla finita con questa idea che padre e madre sono fungibili. Bisogna che riconosciamo la differenza sessuale, non siamo uguali e con tutto il rispetto di tutti ci vuole però più buon senso. Non può esistere che un padre per fare dispetto alla madre le fa togliere i figli e li mette in casa famiglia. Un padre che fa così non è un buon padre».
Lei parla di famiglia allargata, ma qui rischiamo che non ci siano né famiglie né bambini. Non bisogna ridare senso e onore alla maternità?
«Assolutamente sì. Bisognerebbe ringraziare le donne che mettono al mondo i figli. Come Garante sto pensando a uno studio per capire perché si è affievolito il desiderio di maternità, come aiutare oggi queste mamme che si sentono molto sole, che non hanno più la rete familiare. Mia nonna mi strappò dalle braccia mio figlio che non smetteva di piangere e mi disse: vai a fare un giro Quando partorisci l’ostetrica ti dice: brava, fai così, resisti, brava. Ecco, quel “brava” le mamme devono sentirselo ripetere di continuo. Sono grata a Giorgia Meloni che si porta sua figlia ogni volta che può nei viaggi di Stato e mi fanno pena le polemiche sul chi paga. È l’immagine di una donna che pur tra mille incombenze vuole trovare e trova il tempo per essere mamma, per occuparsi di sua figlia. È la rivendicazione della condizione di mamma. Penso che lo Stato invece di occuparsi dei figli dovrebbe occuparsi e preoccuparsi delle mamme che sanno benissimo come fare con i loro figli».







