L’hanno sentito arrivare tutti. Il temporale nel centrodestra causato dalle correnti ascensionali di aria fredda di Roberto Vannacci era all’orizzonte, il cielo brontolava da settimane. Da quando il generale ha cominciato a stuzzicare Palazzo Chigi: «Futuro nazionale è un partito di destra vera, fiera, orgogliosa. Che non si vergogna di fare la destra». Ed ecco tuoni e fulmini con grandine alla Camera. Giorgia Meloni prende spunto da una risposta al deputato Emanuele Pozzolo (lo sparatore di Capodanno fuoriuscito da Fdi per passare a Fn) per dare una risposta in passato soffocata sul nascere.
«Per ben sei volte avere votato la fiducia contro questo governo, assieme a Elly Schlein, Giuseppe Conte, Matteo Renzi e compagnia». Un’accusa nel merito, come a sottolineare un tradimento. Tutto avviene in pochi minuti, durante le repliche alla discussione sulle comunicazioni in vista del Consiglio europeo della prossima settimana. La premier, che annovera fra le doti la schiettezza, non si trattiene. «Collega Pozzolo, mi dispiace francamente che abbia cambiato idea sul tema dell’interesse nazionale, perché quello che stiamo facendo noi a tutela dell’interesse nazionale è quello che c’è scritto nel nostro programma. Programma per realizzare il quale lei e altri siete stati eletti all’interno delle fila del centrodestra in questo Parlamento».
Il riferimento al giro di valzer dei parlamentari usciti dalla maggioranza per passare con Futuro nazionale è puramente voluto. La piccola diaspora è stata vissuta con dispiacere, quello che Vannacci definisce orgogliosamente «la mia sporca dozzina», per gli alleati è un gruppo inaffidabile. Ma Meloni non ha finito. «Votare contro la fiducia a un governo, per chi ci ascolta significa votare per mandare a casa quel governo (applausi forzati da sinistra, ndr). Esatto, bene. Io penso, collega, che fare quello che serve alla sinistra non sia mai difendere l’interesse nazionale. Quindi, di grazia, non mi si parli di vera destra, perché la vera destra non è mai funzionale alla sinistra (applausi scroscianti dal centrodestra, ndr)».
È improbabile che «Giorgia sia terrorizzata da Vannacci», come ha commentato Pozzolo nel corridoio dei Passi perduti. Quella che molti commentatori stanno già definendo (con malcelato giubilo) una linea rossa - la stessa che Vannacci cita spesso per delimitare il perimetro dei valori autenticamente di destra - in realtà è un ponte, un richiamo all’identità e a responsabilità politiche macro per non consegnare il Paese al campo (santo) largo. La premier sa che il nuovo partito vale il 4,8% a salire, sa che con il generale in casa Forza Italia starebbe sull’uscio, sa che Matteo Salvini (colui che ha inventato politicamente l’ex numero uno della Folgore) sta perdendo consensi in suo favore. Morale, Meloni aveva bisogno di marcare un distinguo a beneficio degli elettori per poi cominciare a trattare. Perché i sondaggi parlano chiaro: senza Vannacci il centrodestra è al 42%, la partita rischia il pareggio e fra un anno il Quirinale potrebbe dare le carte.
Lo showdown in Aula era prevedibile per rispondere a Vannacci e non lasciarlo «ballare da solo» troppo a lungo. I colpi più dolorosi all’alleanza sono stati tre. Il primo sull’identità: «Non sarò io a fa perdere la destra, ma è questa alleanza di centrodestra che si sta comportando come la sinistra. Questo è un governo molto slavato, ha sbagliato candeggio. Futuro nazionale è come un sestante. L’imbarcazione ha perso la rotta, noi vogliamo riportarla verso destra». Il secondo direttamente a Forza Italia: «Guardate come vota in Europa, guardate cosa dice sullo ius scholae. A Bruxelles sta già con il Pd». La terza caramella al veleno è per la Lega: «È sovranista a giorni alterni, io no».
Uscito vittorioso anche dalle trappole di Lilli Gruber, Vannacci è sulla cresta dell’onda. È pur vero che Futuro nazionale ha votato sei volte con la sinistra. Si è messo di traverso soprattutto sugli aiuti all’Ucraina (tema sul quale il Pd non ha ancora deciso cosa fare da grande) e sulla nuova legge elettorale. Riguardo allo «Stabilicum» il generale è stato parecchio aggressivo: «Si parla di ballottaggio, premio di maggioranza e correttivi tecnici tra Camera e Senato. Ma delle preferenze non c’è traccia. Il centrosinistra deve stare zitto perché questa legge elettorale Rosatellum senza preferenze è stata scritta proprio da loro. Noi siamo gli unici a volere ridare la sovranità al popolo italiano».
Da tempo Vannacci picconava le fondamenta del tempio, una risposta era nelle cose. La frase meloniana «Siete funzionali alla sinistra» ha due obiettivi: far sapere agli italiani che le divisioni possono portare a disastri e far sapere al generale (ferratissimo in storia degli antichi romani) che dopo la «pars destruens» deve arrivare la «pars construens». Più politica, più raffinata. Quella in cui i punti in comune - ancora granitici - possono diventare pietre angolari per un’alleanza decisiva. Per non concedere spazi di manovra alle quattro sinistre tenute insieme solo dall’appiccicosa acquolina delle poltrone. E neppure al presidente Sergio Mattarella, pronto ad architettare micidiali «larghe intese», democristiane e cupamente renziane. Con tutti i difetti, sparare alla schiena non è mai stato un valore di destra.






