- A Bruxelles il cancelliere austriaco Stocker avverte: «Non siamo il bancomat dell’Unione». La Meloni incontra i leader degli altri 15 Paesi che si battono per non ridurre le risorse a territori e agricoltura.
- Costa, l’alter ego della Von der Leyen, non è riuscito a trovare un compromesso tra i «frugali» e gli altri. Una spaccatura che di fatto aumenta la sfiducia reciproca.
Lo speciale contiene due articoli.
Concluso il primo giorno di Consiglio Ue che già promette di accendersi sul tema del bilancio settennale. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha chiarito ieri pomeriggio che «non ci potrà essere nuovo debito europeo». Per la Germania il bilancio dell’Unione europea deve essere in equilibrio e per questo «dovremo compiere un grande sforzo nella seconda metà dell’anno per approvare il bilancio». «I Paesi contributori netti non sono il bancomat dell’Unione europea», ha commentato il cancelliere austriaco Christian Stocker al suo arrivo al Consiglio europeo ricordando che il volume inizialmente previsto era di circa 2.000 miliardi di euro, contro gli attuali 1.220 miliardi. «C’è stata una riduzione, ma così come l’aumento era troppo elevato, la riduzione è troppo modesta» ha proseguito, spiegando che a suo avviso «il volume di questo quadro finanziario dovrà ridursi in modo significativo». Il senso è: «Quello che vale per gli Stati membri deve valere anche per l’Unione europea. L’obiettivo non deve essere ottenere meno con più soldi, ma ottenere di più con meno soldi».
Cipro, il Paese che detiene la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue, ha proposto un taglio del 2%, pari a 32,8 miliardi di euro, rispetto alla bozza iniziale che, per i Paesi che vogliono preservare i fondi agricoli e di coesione, è più che sufficiente, mentre i Paesi frugali non lo ritengono un taglio adeguato.
I Paesi Bassi sono contrari a creare nuovo debito europeo limitato alle spese nella difesa, ha spiegato il primo ministro olandese, Rob Jetten. Così come sono contrari a un rinvio del risanamento dei debiti contratti con il piano di ripresa post pandemia (lo Strumento per la ripresa e resilienza).
«Siamo molto lontani dal raggiungere un accordo a causa della mancanza di ambizione sulla dimensione del bilancio stesso» ha commentato il leader spagnolo Pedro Sánchez che considera la proposta avanzata da Cipro «ancora più insufficiente» di quella avanzata da Bruxelles.
Il leader socialista ha specificato che Madrid è «ragionevolmente soddisfatta» delle voci riguardanti la coesione e la politica agricola ma che il bilancio manca di ambizione rispetto alle politiche sulla competitività. «Come governo progressista consideriamo che la competitività include l’istruzione, la formazione, l’innovazione, l’impulso alla digitalizzazione e la transizione ecologica, politiche dove chiaramente il bilancio è molto insufficiente».
L’Italia si è dichiarata disponibile a investire su competitività e difesa a patto che non si faccia a spese di Pac, spesa o coesione come chiarito dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni già nei giorni scorsi. Per questo ieri, alla vigilia della discussione con gli altri leader sul bilancio, ha presieduto, presso gli uffici della delegazione italiana all’Europa Building, una riunione informale promossa congiuntamente con il presidente della Romania, Nicusor Dan. All’incontro hanno partecipato i capi di Stato e di governo degli Stati membri del gruppo «Amici della Coesione»: Bulgaria, Croazia, Estonia, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Slovenia, Slovacchia, Spagna, Ungheria.
Una riunione che è servita a rinforzare la «forte convergenza» che ha caratterizzato il lavoro comune avviato nel dicembre 2025 e che è culminato nella dichiarazione presentata al Consiglio Affari generali del 26 maggio. È stata ribadita la convinzione condivisa che il futuro bilancio dell’Unione debba consentire di affrontare le nuove sfide strategiche senza penalizzare le politiche previste dai Trattati, a partire dalla politica di coesione, dalla Politica agricola comune e dalla Politica comune della pesca.
L’obiettivo, insomma, è rafforzare il coordinamento politico in una fase cruciale della trattativa. È chiaro, infatti, che ciò che si deciderà è destinato a definire le priorità strategiche e l’architettura del futuro bilancio europeo. Nessuno si aspetta infatti che si riesca a trovare una quadra già oggi perché le posizioni sono profondamente distanti per il momento.
«È nell’interesse di tutti che l’accordo sul prossimo bilancio venga concluso quanto prima. Il prossimo anno sarà l'anno delle elezioni» in molti Paesi «e il processo sarà complicato dal fatto che tali elezioni sono alle porte», è l’osservazione del presidente lituano, Gitanas Nauseda.
Va tenuto conto che a questo vertice partecipano quattro nuovi leader: Péter Magyar (Ungheria), Andris Kulbergs (Lettonia), Rumen Radev (Bulgaria) e il rientro di Janez Janša (Slovenia).
Il Consiglio Ue intanto ieri ha affrontato anche gli altri temi caldi come la guerra in Ucraina e i rapporti con Pechino. Quest’ultimo tema i leader lo hanno affrontato a cena, mentre su Mosca, l’Alto rappresentante Kaja Kallas ha ribadito che è «molto chiaro che l’Ue non può fare da mediatore (con Mosca, ndr) perché siamo stati chiaramente dalla parte dell’Ucraina, e abbiamo anche i nostri interessi di sicurezza».
A perdere è la retorica europeista
Il presidente del Consiglio europeo, il portoghese Antonio Costa, sta per affrontare la sfida più difficile del suo mandato. La trattativa sul bilancio 2028-34 dell’Ue si è trasformata in un fossato ideologico prima ancora di iniziare. A far saltare il primo testo di compromesso presentato dalla presidenza cipriota è stato il solito asse dei Paesi «frugali» - o «modernizzatori» - come amano definirsi con una punta di ipocrisia. Germania, Paesi Bassi, Svezia, Danimarca, Finlandia e Austria hanno risposto con un «no» brutale e immediato. A nulla è servito il taglio del 2% rispetto alla proposta iniziale della Commissione: per i falchi del rigore, l’Europa deve spendere meno, anche a costo di contarsi i centesimi. È la solita logorante guerra dello 0,1% del Pil. Una miopia finanziaria che non solo mette a rischio la credibilità di Costa, ma smaschera l’ambiguità dei leader europei: europeisti a parole nei palazzi di Bruxelles, ma prigionieri dei loro interessi nazionali a casa.
La guerra dei prossimi mesi sarà condotta su quella che, nel gergo dell’Ue, si chiama «nego box»: la scatola negoziale tra gli Stati membri sul nuovo Quadro pluriennale. Nel luglio del 2025 la Commissione aveva proposto 1.763 miliardi di euro in 7 anni (a prezzi costanti). La presidenza cipriota è scesa a 1.730 miliardi. Un risparmio del 2% che dovrebbe rappresentare un compromesso tra chi vuole tagli consistenti e chi vuole un bilancio più ambizioso. La Svezia, in preda a una vera e propria foga liquidatoria, esige di scendere a 1.400 miliardi. L’irritazione dei «frugali» non deriva soltanto dall’entità dei tagli. La presidenza cipriota è apparsa sensibile alle richieste del cosiddetto «gruppo degli amici della coesione», che riunisce 16 Stati membri: Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Grecia, Spagna, Croazia, Ungheria, Italia, Lituania, Lettonia, Malta, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia e Slovacchia. Questi Paesi avevano chiesto maggiori risorse per le due politiche tradizionali dell’Ue: politica agricola comune e coesione. E avevano sollecitato nuovi strumenti di debito comune oppure, quantomeno, un rinvio del rimborso del programma NextGenerationEu.
Molte di queste richieste non sono state inserite nella «nego box». Tuttavia la presidenza cipriota ha sostanzialmente accolto le richieste di tutela delle politiche tradizionali. I fondi destinati ad agricoltura, coesione e migrazione subiscono una riduzione di 4 miliardi di euro sui 946 inizialmente proposti. I Paesi con un reddito nazionale lordo inferiore al 90% della media Ue vedono le loro allocazioni aumentare di 5 miliardi, mentre il sostegno diretto agli agricoltori cresce: 2 miliardi di euro in più. I tagli più consistenti riguardano il capitolo dedicato alle nuove priorità dell’Ue: competitività, tecnologia e difesa. Per i «frugali» si tratta di una scelta che tradisce la promessa di modernizzare il bilancio europeo. Anche il capitolo dedicato alla politica estera ha subito una riduzione significativa: 7,5 miliardi in meno rispetto ai 190 miliardi previsti. Una contraddizione evidente. L’Ue ambisce ad essere un attore geopolitico globale, ma continua a non dotarsi degli strumenti finanziari necessari per sostenere tale ambizione.
Anche gli «amici della coesione», però, hanno argomentazioni valide. La politica di coesione ha contribuito in modo decisivo alla crescita delle economie dell’Europa centrale e orientale. Ma non solo. Molte regioni hanno finanziato l’installazione di rinnovabili e la mobilità elettrica. Se oggi molti cittadini europei pagano meno la loro energia, è anche grazie alla coesione. Lo stesso vale per l’agricoltura, che continua a rappresentare un fattore essenziale di stabilità economica, sicurezza alimentare e coesione territoriale. Ridurla a un semplice retaggio del passato sarebbe una lettura superficiale.
La guerra tra «frugali» e «amici della coesione» potrebbe apparire sproporzionata rispetto alle cifre in discussione, considerando che il bilancio europeo vale poco più dell’1% del Pil. In realtà descrive bene la visione di Europa che anima il dibattito odierno. La leadership europea dovrebbe essere consapevole che un mancato accordo entro la fine dell’anno potrebbe avere ripercussioni molto gravi. Il 2027 sarà cruciale sul piano politico, con importanti appuntamenti elettorali in Francia, Italia, Spagna e Polonia. Per Costa e il suo metodo questa sarà la vera prova del fuoco. E proprio la sua esperienza politica portoghese dovrebbe ricordargli che politiche «pure e dure», come quelle auspicate dai «frugali», rischiano di compromettere le aspettative di milioni di cittadini europei. Il rischio è alimentare un crescente sentimento di sfiducia verso il progetto europeo, finendo così per indebolire proprio quelle fondamenta che l’Unione vorrebbe invece rafforzare.







