«Io non credo nell’ipotesi che gli Usa avviino un’azione militare sulla Groenlandia, che non condividerei» e «che non converrebbe a nessuno». «L’ipotesi di un intervento per assumere il controllo della Groenlandia è stata esclusa da Rubio e dallo stesso Donald Trump. Io credo che l’amministrazione Trump, con i suoi metodi molto assertivi, stia ponendo l’attenzione sull’importanza strategica della Groenlandia per i suoi interessi e per la sua sicurezza. È un’area in cui agiscono molti attori stranieri e credo che il messaggio degli Usa è che non accetteranno ingerenze eccessive di attori stranieri». Così il premier Giorgia Meloni nella conferenza di fine anno.
«Il governo italiano si occupa della vicenda Trentini quotidianamente da 400 giorni, e come sappiamo non è l’unico. Lo abbiamo fatto e lo continuiamo a fare mobilitando tutti i canali, politici, diplomatici e di intelligence e non smetteremo fino a quando la signora Armanda non potrà riabbracciare suo figlio». Così il premier nella tradizionale conferenza stampa di fine anno.
«È molto doloroso non potere riuscire a dare risposte nei tempi che vorrei». «Saluto con gioia la liberazione degli altri italiani, io sono fiduciosa, voglio dire che il segnale dato dalla presidente venezuelana è nel senso della pacificazione e lo cogliamo e penso anche che possa rappresentare un elemento molto importante nella relazione tra l’Italia e il Venezuela», afferma inoltre il premier parlando del caso Trentini.
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
L’avviso del ministro in vista dei 23 miliardi di esborsi, in parte legati al prestito Safe. «Ma la spesa sociale non verrà toccata». Il nuovo indebitamento andrà votato in Aula. Lega e M5s ribollono. Il Pd tace imbarazzato.
C’è una regola di ferro che governa i Paesi che hanno adottato l’euro: i conti pubblici vanno tenuti sotto controllo, il debito va domato, il limite del 3% fra deficit di bilancio e Pil non deve essere superato. A meno che non serva per acquistare un cannone. In quel caso, miracolo: le regole diventano elastiche, le eccezioni fioriscono come margherite a primavera e lo scostamento di bilancio (che significa aumentare il debito che poi peserà sul deficit) da peccato mortale, si trasforma in atto di responsabilità atlantica.
La fotografia è questa: il 31 dicembre il governo italiano ha varato una manovra prudente, poco espansiva, quasi monacale, per rientrare nei sacri parametri europei. Tirare la cinghia era doveroso. Il deficit doveva scendere sotto il 3%. Missione compiuta anche se il verdetto finale si conoscerà a marzo. Applausi sommessi. Poi, improvvisamente, la sveglia della geopolitica: bisogna riarmarsi. E per riarmarsi servono soldi. Tanti. Subito e a debito. Così la stessa Unione che predica rigore apre la porta agli europrestiti per la difesa: 14,9 miliardi per l’Italia, una cifra che fino a ieri sarebbe stata giudicata incompatibile con qualsiasi disciplina di bilancio. Oggi invece no. Oggi è «necessaria», «strategica», «inevitabile». L’importante è che siano armi. Non corsie d’ospedale, non asili nido, non salari. Armi. A spiegare il perimetro della nuova magia contabile è il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che in Parlamento chiarisce: niente spese in bilancio, ma se ci saranno - e ci saranno - servirà uno scostamento di bilancio, da far approvare alle Camere, dopo la conferma che si tratta di spese «esterne al Patto di stabilità». Tradotto: non toccano il 3%, perché Bruxelles fa finta di non vederle. Il ministro si affretta anche a mettere le mani avanti: sanità, scuola, welfare non saranno toccati. Nessun ospedale chiuderà per colpa di un carro armato, nessuna pensione verrà sacrificata sull’altare della Nato. È la formula rituale di ogni manovra impopolare: state tranquilli, non pagherete voi. Pagherà il debito. Cioè voi, ma più avanti.
Perché il punto che nessuno ama ricordare è semplice e fastidioso: lo scostamento di bilancio costa. Ogni miliardo in più di debito significa più interessi, più spesa futura, più margini compressi domani. Il debito non distingue tra un missile e una scuola: presenta il conto comunque. Solo che il missile non cura nessuno.
Giorgetti invoca clausole di flessibilità, deroghe, salvaguardie, uscite dalla procedura per disavanzo eccessivo. Tutto molto ordinato, tutto molto europeo. Si aspetta marzo, si aspettano le stime Istat, si aspetta il giudizio di Bruxelles. Nel frattempo, però, l’impegno è già scritto: aumentare gradualmente la spesa per difesa e sicurezza di circa 23 miliardi. Un sentiero già tracciato, anche se la mappa verrà consegnata più avanti.
E qui cominciano i mal di pancia. Perché se a Bruxelles il riarmo è una fede, a Roma non tutti seguono il rito. La Lega, per esempio, storce il naso. Claudio Borghi, che la manovra ha contribuito a scriverla, dice chiaro e tondo che a loro non piace. Se proprio bisogna sfruttare le deroghe europee, che siano per la sicurezza interna, per le forze dell’ordine, non per «mandare militari al fronte». È il tentativo di distinguere tra sicurezza e guerra, tra ciò che porta voti e ciò che porta solo spese. «Da qui a dire se voteremo o meno uno scostamento ce ne passa».
Dall’altra parte c’è il Movimento 5 stelle, che invece non ha dubbi. «Lo scostamento per le armi è pura follia», dice Stefano Patuanelli. E non è solo una posizione ideologica: è un’accusa politica. Dove prenderete i soldi per aumentare di oltre 23 miliardi le spese militari nei prossimi tre anni? La risposta del governo, secondo i pentastellati, è un esercizio di fumo istituzionale: si rinvia a marzo, all’Istat, alle clausole, all’europrestito che si chiama Safe, alle flessibilità. Ma intanto si ipotecano risorse enormi senza dire come verranno trovate.
E poi c’è il silenzio più rumoroso di tutti: quello del Partito democratico. Nessuna barricata, nessuna protesta, nessuna opposizione tonante. Imbarazzo. Perché votare contro una richiesta che arriva dall’Unione europea è complicato, quando sei parte integrante della maggioranza dell’Europarlamento che ha votato Ursula von der Leyen. Criticare il riarmo significa criticare Bruxelles. E criticare Bruxelles, per il Pd, è come mettere in dubbio le proprie radici.
Così il partito che si infiamma per ogni decimale di deficit quando si parla di bonus o welfare, oggi abbassa la voce quando il deficit serve a comprare armi. Coerenza europea, la chiamano.
Alla fine il paradosso è tutto qui: l’Italia ha fatto una manovra restrittiva per rassicurare l’Europa. Ora l’Europa le chiede di fare più debito. Ma solo per la guerra. Il rigore è selettivo, l’austerità è a geometria variabile, la flessibilità è armata.
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Matteo Renzi (Imagoeconomica)
Matteo Renzi attacca il ministro Piantedosi pensando di cavalcare il tema dell’«insicurezza» ma il titolare del Viminale dimostra numeri alla mano che, con la destra al governo, il contrasto ai reati aumenta. Sono i magistrati che rimettono in circolo i criminali.
Il pifferaio di Firenze andò per suonare ma tornò suonato, sbeffeggiato perfino dal prudente ex prefetto Matteo Piantedosi. Il ministro dell’Interno, chiamato in causa dal senatore semplice Matteo Renzi e dai suoi compagni sul tema della sicurezza, ha infatti risposto al fondatore di Italia viva confrontando i dati del 2025 con quelli di quando al governo c’era proprio lui, il Bullo di Rignano. Una comparazione da cui l’esecutivo guidato dall’ex segretario del Pd non esce proprio benissimo.
Tutto ha origine dagli ultimi episodi di cronaca nera di fine anno. Prima l’accoltellamento di un ragazzo a Milano, poi l’incursione dei pro Pal nella redazione della Stampa di Torino, quindi un minorenne minacciato e derubato nel capoluogo lombardo, l’aggressione di Napoli a opera di un quindicenne e di un diciassettenne, l’omicidio di Aurora Livoli di nuovo a Milano, la rissa della Spezia, l’assassinio del capotreno di Bologna e l’assalto a un furgone portavalori vicino a Ortona. Ce n’è abbastanza, deve aver detto Renzi ai suoi compagni, per attaccare Giorgia Meloni sul tema della sicurezza e definire fallimentare l’azione del governo. Detto, fatto: l’interrogazione con tanto di percentuali sugli incrementi dei reati negli ultimi tre anni è stata presentata in Senato il giorno della Befana. Un regalo nella calza della premier a scopo propagandistico.
Ma Piantedosi si è presentato a Palazzo Madama armato di percentuali diverse, mettendo a confronto i dati del periodo in cui a Palazzo Chigi c’era Renzi. Con il centrosinistra al governo, ha snocciolato il ministro, i reati erano superiori del 18%, gli omicidi del 33%, i migranti sbarcati il triplo di quelli di oggi e i morti in mare anche. Per di più i rimpatri erano appena il 2,5% degli sbarcati, mentre oggi sono al 10%. Certo, i problemi non sono risolti, ha commentato Piantedosi, ma per lo meno un miglioramento c’è, con una riduzione delle violenze sessuali (meno 7,5%), dei furti (meno 6%) e delle rapine (meno 4,5%). La sottile perfidia di citare i dati del passato, ovviamente, rispondeva al tono dell’interrogazione, in cui si parlava di «crescente peggioramento dei livelli di sicurezza e incolumità pubblica nel Paese», quasi fossimo a Caracas.
Il divertente siparietto fra il pifferaio toscano e il ministro della Repubblica, tuttavia, non tiene conto di un fatto e cioè di ciò che quotidianamente avviene nelle questure, nelle caserme dei carabinieri e nei tribunali. Un fenomeno che il padre del capotreno assassinato a Bologna da un balordo che avrebbe dovuto essere espulso ha sintetizzato con amarezza in un’intervista: «Ti mettono dentro, ti rilasciano subito e continui a fare quello che facevi prima. È il sistema che non funziona». Gli agenti possono arrestare il ladro, ma se il pm non convalida il fermo e rimette in libertà il delinquente, questi torna a rubare, a molestare, ad aggredire. Possono portare il clandestino in un Cpr ma, se il giudice non convalida il trattenimento, lo straniero torna in strada a fare quello che faceva prima. E si può anche condannare uno stupratore, ma se poi c’è un magistrato che lo libera o lo giudica incompatibile con la custodia in un centro, finisce che il violentatore torna ad aggredire le donne e, come nel caso di Aurora Livoli, magari le uccide.
È il sistema che dovrebbe garantire il rispetto della legge, applicandola senza sconti, a non funzionare. È la giustizia a dover essere riformata, per evitare che qualche toga la interpreti a seconda delle proprie inclinazioni politiche.
Puoi assumere tutti i poliziotti e i carabinieri che vuoi, ma quando un agente, costretto a sparare per fermare un ladro che lo minaccia e aggredisce, è indagato o, peggio, condannato, come accaduto al carabiniere che dovrà scontare tre anni di carcere e pagare 125.000 euro ai famigliari del pluridenunciato, si capisce che a dover cambiare è il sistema, come dice il padre del capotreno. Balordi, stupratori e rapinatori devono stare dietro le sbarre e le forze dell’ordine devono essere tutelate. Per questo abbiamo deciso di lanciare una sottoscrizione fra i nostri lettori, allo scopo di aiutare il carabiniere condannato a pagare per aver fatto il proprio dovere e difeso un collega.
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2026-01-07
Il governo pressa i cinesi: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto
(Getty Images)
Se Pechino resta nell’azionariato del gruppo degli pneumatici a marzo scatta il divieto di vendita sul mercato Usa. La Meloni è pronta a usare i poteri speciali.
C’è un momento, nella vita delle aziende globali, in cui la geopolitica smette di essere un concetto astratto e diventa una fattura da pagare. Per Pirelli quel momento ha una data precisa: marzo. Manca poco al momento in cui a Washington esporranno il cartello con scritto: vietato l’ingresso. Non un difetto di fabbrica, non un richiamo di sicurezza. Un problema legato al passaporto cinese dell’azionista di riferimento. E così il governo Meloni si ritrova con il piede sull’acceleratore dei poteri speciali e l’altro sul freno della diplomazia. Perché il messaggio che arriva da Washington non ammette interpretazioni creative: se Pechino resta dentro, Pirelli resta fuori. Fuori dal mercato Usa, fuori da un quinto dei ricavi.
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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