Serve una legge nazionale sul fine vita e il Parlamento dovrebbe anche darsi una mossa. Il presidente della Corte costituzionale, Giovanni Amoroso, torna a premere sulle Camere perché adottino una legge sul suicidio assistito. Un testo base c’è e l’ha preparato la maggioranza di centrodestra, ma le opposizioni l’hanno bloccato perché lo giudicano troppo restrittivo. Ieri il giurista salernitano, magistrato di Cassazione da sempre molto attento a custodire le convinzioni personali, è entrato su un terreno minato, in occasione della relazione annuale della Consulta. «Sul fine vita», ha detto, «la Corte è stata chiamata più volte a decidere, dopo l’iniziale sentenza n. 242/2019 in cui furono posti i presupposti sostanziali e processuali» di alcune sentenze. E «in ogni sentenza c’era il monito al Legislatore».
Il presidente della Corte ha quindi sottolineato che «è ancora inascoltato il monito per introdurre una normativa nazionale di regolamentazione del suicidio medicalmente assistito». In effetti la legge è ferma da luglio in Commissione al Senato, dopo l’approvazione del testo base, molto contestato dalle opposizioni.
Ormai le cosiddette «ordinanze Cappato» (dal nome del primo caso, quello di Dj Fabo, patrocinato da Marco Cappato), che rinviano la trattazione nel merito della questione, sono delle specie di escamotage con i quali, parole del presidente Amoroso, «la Corte rileva un vizio di illegittimità costituzionale, ma non lo dichiara immediatamente: si astiene dal pronunciare una sentenza per dar tempo al legislatore di porre rimedio». Siamo quasi al conflitto tra poteri dello Stato, anche se ovviamente la Consulta si ferma sulla soglia della propria competenza e ricorre, come ha fatto ieri il suo presidente, a una forma di moral suasion pubblica.
Particolare curioso, questo pressing si applica anche ad altri campi, almeno a vedere le ultime sentenze, come il licenziamento illegittimo dei lavoratori nelle piccole imprese in base al Jobs Act. Quattro anni fa la Consulta aveva segnalato che c’erano «criticità» nei limiti al risarcimento del lavoratore licenziato. Il legislatore non si è mosso e l’anno scorso la Corte è tornata sulla questione dichiarando l’illegittimità della norma contestata. Insomma, occhio a ignorare i moniti della Consulta.
Amoroso ha lanciato messaggi importanti anche sul diritto penale e sui principi costituzionali. «Con riferimento alle leggi di revisione della Costituzione e in particolare all’inserimento in Costituzione del principio del giusto processo e della tutela dell’ambiente», ha spiegato, «la Corte […] ha ribadito l’esistenza di principi “fondamentali” o “supremi” della nostra Costituzione, che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali». Il riferimento è alla prima parte della Carta, ovvero i 12 articoli che molti giuristi ritengono immodificabili anche se immodificabile, almeno espressamente, sarebbe solo la forma repubblicana. Il presidente della Consulta ha poi parlato del decreto Caivano, adottato nel 2023 per contrastare il fenomeno della dispersione scolastica, responsabilizzando di più i genitori. «L’irretroattività della legge penale rappresenta un preciso vincolo costituzionale», ha ricordato Amoroso, ma «con riferimento alla nuova disciplina della sospensione del processo con messa alla prova del minore, la Corte ha ritenuto che essa incide direttamente sulla disciplina sostanziale, introducendo un contenuto deteriore rispetto a quella previgente, e pertanto non può essere applicata ai fatti commessi anteriormente al 15 novembre 2023, data di entrata in vigore della nuova norma».







