2026-03-16
Tajani: «Siamo alla guida dell'operazione Aspides, ma le missioni non sono allargabili a Hormuz»
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Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri a margine del Consiglio Affari esteri che si è svolto a Bruxelles.
Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri a margine del Consiglio Affari esteri che si è svolto a Bruxelles.
Milano, Roma, Torino: si saldano le manifestazioni di Potere al popolo, Usb, antagonisti, pro Pal. La protesta anti-Usa si fonde con quella anti- riforma: nella capitale bruciata una foto di Meloni e Nordio. Conte e Grosso costretti a prendere le distanze. A fuoco immagini di Trump e bandiere di Israele.
I più pacati scandivano «governo Meloni dimissioni» o «cacciamo il governo dei fascisti guerrafondai», esibendo striscioni sui quali avvertono: «Non ci arruoliamo». Poi a comando saltellavano, intonando «chi non salta è un fascista», sulle note di Bella ciao, cercando goffamente di fare il verso alla premier che saltava con il ministro degli esteri, Antonio Tajani, lo scorso novembre in chiusura dell’intervento al comizio dei big del centrodestra a Napoli, mentre la folla intonava «Chi non salta comunista è».
Ma la violenza che percorre manifestazioni come quella del Comitato No sociale, ieri a Roma, dove ai presunti pacifisti si mescola ogni genere di attivisti avvolti in kefiah e sventolando pure la bandiera di Hezbollah, ha portato subito a bruciare con fumogeni due immagini. La prima, che raffigurava il presidente del Consiglio mentre teneva a guinzaglio e con la museruola il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, recava la scritta «No al vostro referendum».
Sulla seconda fotografia, con la stretta di mano tra Meloni e il premier israeliano Benjamin Netanyahu, era scritto: «No al vostro genocidio, 75.000 civili uccisi, 2 milioni di sfollati». I manifestanti saranno denunciati per vilipendio delle istituzioni, anche attraverso l’analisi delle immagini registrate dalla Scientifica.
In piazza a Roma, Milano e Torino c’era un po’ di tutto, da Potere al popolo a collettivi studenteschi come Osa e Cambiare Rotta; da Movimento migranti e rifugiati di Napoli a No Ponte Calabria; da Global movement to Gaza a Unione democratica arabo palestinese; da Moschea Omar a Emilia por Cuba passando per Strasaffica e via con le sigle che fremono per avere visibilità. Tra i cartelli, «Giù le mani dall’Iran», «Nessuna base, nessun soldato. Fuori l’Italia dalla Nato» e anche «No al colonialismo». Dimostranti hanno esibito uno striscione con scritto «Contro le aggressioni imperialiste. Difendere Cuba socialista». L’Associazione nazionale magistrati è intervenuta sulla violenza di quelle fotografie strappate e del messaggio devastante che gesti simili vogliono trasmettere. «Esprimiamo la nostra solidarietà alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al ministro della Giustizia Carlo Nordio per quanto accaduto al corteo di Roma. Il nostro invito ad abbassare i toni nel corso di questa campagna referendaria è sempre valso e sempre varrà per chiunque e a prescindere dai propri orientamenti personali e collettivi», ha fatto sapere.
Solidarietà è stata espressa dal presidente del Comitato Giusto dire No, Enrico Grosso. «Pensare che bruciare le immagini di Nordio e Meloni sia un atto che contenga un qualche senso è quanto di più distante dal nostro modo di intendere questa campagna referendaria», ha detto. Ed è stato costretto a pronunciare parole di condanna anche Giuseppe Conte, presidente M5s: «Questo governo deve andare a casa con la forza delle idee e della democrazia, non a colpi di odio e violenza. Mancano una manciata di giorni all’appuntamento del referendum, a chi scende in piazza oggi (ieri per chi legge, ndr) e nei prossimi giorni dico: continuiamo a spiegare e ribadire le ragioni del No democraticamente». Ringrazio di cuore chi ha manifestato la sua solidarietà, in particolare il presidente del Comitato per il No, Enrico Grosso, e l’Anm. Auspico anche io che nei prossimi giorni il dibattito si mantenga nei termini indicati da Sergio Mattarella, con pacatezza e lealtà, sui reali contenuti. Naturalmente questi eccessi aggressivi, lungi dall’intimorirmi, mi sollecitano a proseguire con sempre maggior determinazione e vigore», ha dichiarato Nordio.
Il corteo romano, partito da piazza della Repubblica, si era concluso a piazza San Giovanni dove zainetti rosa e fagotti bianchi cosparsi di petali volevano ricordare le 175 bambine della scuola elementare Shajareh Tayyebeh in Iran, uccise da un missile americano nel primo giorno di bombardamenti. Manifestazioni che si dichiarano contro la violenza, eppure la fanno entrare. Come è accaduto ieri a Milano, dove alcuni manifestanti hanno bruciato una bandiera di Israele lungo un corteo partito dall’Arco della Pace con lo slogan «Contro guerra imperialista e sionismo». Promosso da realtà antagoniste nell’ambito della tre giorni di eventi per ricordare Davide Cesare, «Dax», ucciso nel 2003 da militanti di estrema destra, è stato il pretesto per occupare ancora una volta il Palasharp. Anche a Torino, nel corteo regionale per la Palestina, sotto una pioggia battente è stata bruciata la bandiera di Israele.
Ieri Meloni ha rilanciato sui social un video in cui il costituzionalista (ed ex parlamentare del Pd) Stefano Ceccanti spiega le ragioni del Sì al referendum. «Il professor Ceccanti, sicuramente non tacciabile di essere un mio sostenitore o elettore, spiega in pochi secondi perché votare Sì al referendum. Un invito ad andare oltre appartenenze politiche e contrapposizioni ideologiche, guardando semplicemente al merito del quesito».
Dicono che la separazione delle carriere serva a mettere i pubblici ministeri sotto il controllo della politica e dunque a indebolirli per poi porli al servizio del governo. Però allo stesso tempo dicono che la separazione delle carriere creerà un gruppo autoreferenziale di magistrati che non risponderà a nessuno. «Così si trasformano i pm in una casta separata di 2.200 Torquemada autoreferenziali, autogestiti con il loro Csm, più potenti e agguerriti di ieri»: Marco Travaglio scripsit.
Dicono che nel caso in cui al referendum vincesse il Sì, la vita dei cittadini sarebbe a rischio (Enrico Grosso verbum), ma a guardare le statistiche dei risarcimenti per ingiusta detenzione, si capisce che la vita dei cittadini è già messa a repentaglio e non certo dalla riforma della giustizia, bensì dagli errori giudiziari, che in 35 anni sono stati più di 33.000, ovvero quasi 1.000 l’anno, circa tre ogni giorno. E per questi mai nessuna toga ha pagato.
Dicono poi che se non sono state comminate sanzioni nei confronti dei magistrati colpevoli di gravi errori la colpa è del ministro della Giustizia, a cui compete l’avvio dell’esercizio dell’azione disciplinare, ma che non si è opposto ad archiviazioni e assoluzioni. Se lo avesse fatto, se cioè avesse esercitato una pressione sul Csm per punire chi sbaglia, lo accuserebbero di interferenza contro un potere autonomo e indipendente.
Dicono pure che questa è una riforma che serve a garantire l’impunità a politici e colletti bianchi, ma se si scandagliano gli errori giudiziari si scopre che quasi sempre a essere vittima di ingiusta detenzione sono le persone semplici, quelle che non possono permettersi un principe del foro e non hanno i soldi per richiedere perizie o per far verificare le intercettazioni alla ricerca di errate trascrizioni e incongruenze.
Dicono che il sorteggio con cui si procederà all’elezione dei membri del Csm e dell’Alta Corte di giustizia consegnerà un potere enorme nelle mani di persone che in materia di organizzazione degli uffici giudiziari e di sanzioni possono non avere alcuna competenza. Peccato che il sorteggio sia attuato fra i 9.000 magistrati in servizio, i quali sono ritenuti competenti e abili se devono valutare un imputato di omicidio o se devono pronunciarsi su un fallimento, ma se devono esaminare il comportamento di un loro collega improvvisamente diventano inaffidabili.
Dicono quindi che la riforma di Carlo Nordio è uno sfregio alla Costituzione (Elly Schlein dixit), dimenticando tuttavia che la Carta su cui si fonda la nostra Repubblica è stata modificata almeno una ventina di volte e spesso lo si è fatto a colpi di maggioranza, ovvero in tutta fretta, prima di nuove elezioni, come è accaduto con la riforma del Titolo V, mossa maldestra dettata dalla necessità di contrastare la Lega e che ha generato un’infinità di contenziosi davanti alla Corte costituzionale per attribuzione dei poteri.
Dicono poi che l’istituzione di due Csm e di un’Alta Corte disciplinare sia un’inutile spreco, perché quello che oggi costa 50 milioni domani costerà 150, con un aggravio per i contribuenti. Tuttavia, nessuno di coloro che all’improvviso si preoccupano dei costi si è mai lamentato delle intercettazioni a strascico disposte da alcune Procure e nemmeno della spesa a cui è costretto lo Stato per risarcire ogni anno un migliaio di cittadini ingiustamente arrestati. Il distretto di Catanzaro svetta per arresti facili e condanne in favore di persone sbattute in carcere da innocenti, ma questo non disturba gli improvvisati ragionieri della spending review, i quali di fronte al miliardo e 200 milioni spesi negli ultimi 30 anni non fanno un plissé.
Dicono infine che separando le carriere e creando Csm di soli pm e di soli giudici si indebolisce il sistema con cui si fanno le nomine e dunque si mina l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Ma a minarla, rendendo le toghe schiave delle correnti, è la lottizzazione, che in alcune consiliature del Csm ha visto annullato dal Tar anche il 30% delle «promozioni», segno evidente che la spartizione fra gruppi di potere aveva impedito la nomina dei magistrati migliori a favore di quelli militanti.
Insomma, avrete capito che le argomentazioni usate per sostenere il No sono insussistenti e capziose: servono a nascondere il vero obiettivo, che è quello di battere il governo e preparare quella che il consigliere per la Difesa di Sergio Mattarella ha definito una scossa necessaria a spianare la via a un ribaltone. Non si discute nel merito, ma si fa il processo alle intenzioni. E infatti, a smascherare il vero obiettivo sono bastate le manifestazioni di ieri contro la guerra, che si sono trasformate in cortei contro Giorgia Meloni e Carlo Nordio, le cui immagini sono state bruciate in piazza come a Teheran ayatollah e pasdaran bruciano quelle di Donald Trump.
Io non so se la riforma sveltirà i processi ed eviterà altri clamorosi errori giudiziari, ma sono certo che separare promozioni e sanzioni, lasciando fuori dal Csm e dall’Alta Corte di giustizia le correnti, cioè i partiti, servirà a restituire autonomia e indipendenza alla magistratura, che potrà davvero autogovernarsi e, se necessario, punirsi. Per raggiungere questo obiettivo, tuttavia, è necessario tener presente che la guerra in corso, con le strumentalizzazioni che abbiamo visto ieri, ma anche con le paure che genera e i costi che comporta, può spingere gli elettori a votare con il portafogli invece che con il cervello. Dunque, prima del voto è necessario calmare le acque. Il governo non può porre fine a bombardamenti che non ha scatenato, ma può almeno limitare gli effetti del rincaro dei prezzi di benzina e gasolio. Alle urne non si fa il pieno di carburante, ma disinnescare questa preoccupazione può aiutare a fare il pieno di Sì.
La speculazione sui carburanti e le sanzioni alla Russia fanno accapigliare ancora i due vicepremier. Matteo Salvini, leader della Lega, adotta una linea filotrumpiana. Il numero uno di Forza Italia più filoeuropeista. Secondo Salvini anche l’Italia dovrebbe «allentare le sanzioni»: «Gli Stati Uniti stanno straguadagnando, la Russia pure, la Cina il petrolio lo sta avendo ugualmente dall’Iran» e «chi ne sta pagando le conseguenze siamo noi».
Il ministro dei Trasporti convoca per mercoledì prossimo le principali compagnie petrolifere in prefettura a Milano, «perché non sopporto gli speculatori. Non è giustificabile l’aumento di 50 centesimi al litro del diesel, perché chi fa benzina oggi va a comprare del petrolio che è stato venduto mesi fa: è inaccettabile. Chiederò conto di questi aumenti. O ritornano al buon senso, oppure sapremo intervenire». Come? «Anche fiscalmente: se qualcuno fa il furbo dovrà pagare sugli extraprofitti. Abbiamo tassato le banche, possiamo tranquillamente tassare i petrolieri». Ma quale misura adotterà il governo? «So che ci stanno lavorando Urso e Giorgetti», dice il capo del Carroccio. «Spero che ci sia un intervento fiscale: accise mobili, blocco automatico dei prezzi, un tetto al prezzo… non lo so. Anche Giorgia ci sta lavorando».
Tajani, dalla stazione Tiburtina per «Una Freccia per il Sì», non si allinea alle dichiarazioni di Salvini. «Le sanzioni alla Russia vanno assolutamente mantenute. Mosca è in difficoltà, dobbiamo spingerla al cessate il fuoco. L’Italia è stata tra i Paesi promotori delle sanzioni a Mosca per spingere alla pace, che è l’obiettivo finale».
Oltre alle ipotesi di un intervento sulle accise, allo studio del governo ci sono misure mirate a sostegno di famiglie con redditi bassi e autotrasportatori. L’ipotesi è quella di ridurre sì le accise, ma solo per determinate categorie o in alternativa ricorrere al meccanismo del credito d’imposta.
In mezzo ai due litiganti, si inserisce il piano del ministro delle Imprese, Adolfo Urso, contrario a eliminare le accise. Urso ricorda che il taglio generalizzato deciso dal governo Draghi nel 2022 si rivelò «per lo più inefficace» e «troppo costoso», l’Erario ci rimise quasi 1 miliardo di euro al mese. Oltre a pesare sulle casse dello Stato per 7-8 miliardi, quell’intervento non riuscì a contrastare la spirale inflazionistica e secondo Urso «avvantaggiò soprattutto i ceti benestanti, poiché le famiglie con redditi più elevati sono anche quelle con maggiori consumi di carburante». Mentre la linea da sempre rivendicata dal premier, Giorgia Meloni, è quella di aiuti ai ceti meno abbienti.
Al momento, infatti, il governo è al lavoro su «misure di compensazione rivolte ai redditi più bassi e di contenimento dei costi per le aziende di autotrasporto». Palazzo Chigi sa di non potersi permettere il taglio generalizzato sulle aliquote dei carburanti, che peserebbe sulle casse dello Stato per circa 12 miliardi di euro all’anno.
Si fa largo l’ipotesi di una social card carburanti, se la curva dei rincari, che continua a crescere, non dovesse arrestarsi. Anche se con i rincari il governo incasserebbe 150 milioni di imposte in più al mese.
Ma bisogna fare in fretta. L’impatto del caro trasporti sul carrello della spesa inizia a farsi sentire. Per questo aumenta la pressione sul governo.
Le associazioni dei benzinai Fegica e Faib si sono appellate al premier dopo aver preso atto che «secondo il ministro Urso, in Italia va meglio che altrove e, quindi, non c’è bisogno di nessun intervento specifico». È alta la preoccupazione anche di Conftrasporto: «Senza interventi compensativi la mobilità delle persone e delle merci si paralizza». L’inerzia del governo, secondo la Cgil, «rischia di trasferirsi molto rapidamente a tutti i settori produttivi, danneggiando famiglie e imprese». Adoc, Assoutenti e Federconsumatori hanno scritto una lettera a Meloni e Urso dicendo che è il momento di agire. Per Codacons «serve tagliare le accise e serve farlo in fretta».
Gli italiani sono arrabbiati per una guerra che non sentono loro e che, in pochi giorni, ha avuto pesanti ripercussioni sui loro portafogli. Il premier, di fronte a linee completamente opposte all’interno del suo governo, rinvia il Consiglio dei ministri per cercare una sintesi tra eliminare le accise, introdurre la social card e tassare i petrolieri. Una soluzione che potrà intestarsi completamente. Per lei in gioco c’è anche la vittoria o meno al referendum.
Sulla crisi in Medio Oriente il ministro ha dichiarato: «L’Italia non partecipa e non parteciperà assolutamente alla guerra. Noi lavoriamo con la nostra diplomazia per cercare di impedire un allargamento del conflitto».
Tajani ha poi sottolineato l’importanza del traffico nello Stretto di Hormuz: «Ci auguriamo che quanto prima si possa tornare a transitare attraverso Hormuz per impedire che ci sia un’impennata nel costo dell’energia». Infine, il ministro ha assicurato controlli contro eventuali speculazioni: «Stiamo vigilando affinché non ci sia assolutamente speculazione da parte delle imprese. Chi specula verrà sanzionato».

