Anche sul Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, che vede l’Italia protagonista assoluta a livello europeo, le polemiche prendono quota. Certo, manca ormai solo un mese alla conclusione del programma europeo, che si chiuderà il 30 giugno, quando tutti i progetti e le riforme strutturali dovranno essere ultimati.
L’ultima richiesta di pagamento alla Commissione Ue va presentata entro il 30 settembre, e con il 31 dicembre ci sarà la chiusura definitiva, con l’erogazione finale dei fondi. L’Italia ha giocato un ruolo da protagonista all’interno di questo programma e legittimamente il premier Giorgia Meloni ha rivendicato il lavoro straordinario fatto dal suo governo «per mettere a terra le risorse, gli investimenti e le riforme».
In un evento organizzato dal ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti, Meloni ha ricordato che poco meno di quattro anni fa il suo governo ha ereditato la grande responsabilità di attuare il piano più consistente d’Europa, sia dal punto di vista finanziario sia degli obiettivi da raggiungere. Dialogando con la Commissione, il governo ha adattato il piano alle nuove priorità dell’Italia e lo ha integrato con il piano RePower Eu, cioè con gli investimenti sulla sicurezza energetica. «Con l’impegno corale del sistema Italia», ha detto, «abbiamo raggiunto e mantenuto nel tempo il primato europeo nell’attuazione del piano». Primato confermato dai numeri conseguiti e che «continueranno a crescere nei prossimi mesi: 166 miliardi di euro ricevuti, 416 traguardi raggiunti, 660.000 progetti finanziati, di cui 550.000 conclusi e circa 100.000 in fase avanzata di realizzazione». Ora - ha detto il a premier - resta da fare l’ultimo miglio, quello della piena attuazione del piano, una sfida certamente assai impegnativa ma alla nostra portata.
Ma se tutto in Italia è stato fatto secondo gli impegni assunti e le caratteristiche del piano, da più voci cominciano a levarsi riflessioni critiche. Certamente autorevole, quella della Corte dei conti europea, che ha parlato di lacune significative sulla tracciabilità e la trasparenza degli stanziamenti del Pnrr, che a livello europeo ha previsto un maxi fondo da oltre 570 miliardi. Oggetto dei rilievi anche il sistema di finanziamento con «pagamento a fronte dei risultati» e non con rimborso dei costi effettivi. Molto critico anche il Financial Times, il quotidiano internazionale del mondo finanziario, che ha parlato di un piano «caduto nel vuoto», perché non avrebbe dato alla crescita economica la spinta aggiuntiva che ci si aspettava a causa dei vincoli spesa. Secondo il FT, l’Italia è stata la principale beneficiaria del fondo di ripresa post pandemia, ma la crescita dell’economia è rimasta stagnante. E anche secondo Il Sole 24 Ore, il piano sembra «non mantenere del tutto le promesse ambiziose in termini di impatto macro economico». Tra il 2021 e il 2026 l’Ifel, l’istituto dell’Anci per la finanza e l’economia locale, attribuisce al Pnrr una crescita aggiuntiva pro capite del 2,2%, come risultato medio di un +1,5% nel centro nord e di un + 3,26% nel Mezzogiorno.
Va però considerato - ha detto l’amministratore delegato del gruppo Ferrovie, Stefano Donnarumma - che le progettualità avviate con il Pnrr non si esauriscono con la scadenza del piano e devono essere accompagnate fino al completamento. Il Pnrr - ha spiegato - ha aperto una fase decisiva per le infrastrutture che sono una leva di crescita per il Paese e una colonna portante dell’economia italiana, con un impatto diretto su sviluppo industriale, occupazione e qualità della vita.






