«Il simbolo per la registrazione è stato depositato il 24 gennaio scorso – ha detto Vannacci– oggi abbiamo registrato lo statuto del partito presso il notaio». «Ci sono tante persone – prosegue – che vengono da qualsiasi orientamento, sia ideologico che politico, ci sono tanti curiosi, tanti entusiasti che credono nell’Italia e vedono in Vannacci e in Futuro Nazionale la risposta alle loro aspettative». «Facciamo crescere Futuro Nazionale e rendiamolo grande insieme – ha risposto a chi gli chiedeva se nel futuro si vedesse presidente del Consiglio –. Come ho sempre detto occupiamoci di quello che dobbiamo fare oggi. Quello che succederà in futuro dipende da quello che facciamo oggi».
Sergio Mattarella (Imagoeconomica)
Con un cdm d’urgenza, l’esecutivo ha integrato il testo del quesito. Sinistra isterica scontentata dal Colle, che ha firmato il decreto confermando le date del 22 e 23 marzo.
Cambia il quesito ma non la data: il Consiglio dei ministri, riunitosi ieri, «vista l’ordinanza dell’Ufficio centrale per il Referendum comunicata il 6 febbraio 2026, ha deliberato di proporre al presidente della Repubblica, per l’adozione del relativo decreto, di precisare il quesito relativo al Referendum popolare confermativo già indetto con il decreto del 13 gennaio 2026 nei termini indicati dalla citata ordinanza, fermo restando lo stesso decreto».
In sostanza la decisione della Corte di Cassazione di accogliere il nuovo quesito non comporta lo spostamento della data del referendum, in programma il 22 e il 23 marzo, poiché lo stesso quesito non fa altro che indicare gli articoli della Costituzione modificati della riforma. Una decisione, quella del Cdm, ratificata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ieri ha firmato il decreto deliberato dal Consiglio dei ministri. A quanto riferito dall’Ansa, il via libera al nuovo testo è avvenuto dopo un colloquio tra Mattarella e Giorgia Meloni. Fonti del Quirinale hanno confermato che per il presidente Mattarella la soluzione individuata è quella giuridicamente più corretta, anche alla luce dell’ordinanza della Cassazione. L’oggetto della richiesta di referendum, hanno aggiunto le fonti del Colle, è infatti lo stesso per tutti i proponenti; mentre il quesito referendario non viene cambiato ma soltanto integrato. Tutto liscio come l’olio, e anche tutto estremamente logico: ora occorrerà capire se i promotori del secondo referendum faranno comunque ricorso al Tar o alla Consulta per chiedere lo spostamento della data, mettendosi a questo punto non solo contro il governo ma sconfessando anche la presidenza della Repubblica. La delusione e anche un pizzico di confusione fanno capolino dalle parole di Carlo Guglielmi, uno dei 15 giuristi promotori della raccolta firme per l’indizione del «secondo» referendum: «Si continuano a violare norme fondamentali», ha commentato Guglielmi, «e il punto è capire se questa è una cosa sopportabile».
«Prendiamo atto della decisione del Cdm che rappresenta, a nostro avviso, una forzatura e ci riserviamo di spiegare, durante i prossimi incontri, per quali numerosissime ragioni sia opportuno votare No», hanno commentato ieri i 15 giuristi promotori per l'indizione del referendum. «La battaglia non deve essere sulla data, ma sull'esito referendario», proseguono, lasciando quindi intendere che non sarà presentato ricorso alla Consulta.
«Io non lo farei», spiega ala Verità il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare del Pd, vicepresidente di Libertà eguale ed esponente di punta del comitato «La Sinistra che vota sì», «bisogna confrontarsi sui contenuti, non si capisce il motivo di scontrarsi sulle date. Cerchiamo di far scaturire da questa confusione una cosa positiva. Chiariamoci, non sono d’accordo neanche con chi attacca la Cassazione». A proposito di attacchi: «Dell’Ufficio elettorale della Cassazione», ha scritto ieri su X il deputato di Forza Italia Enrico Costa, «che ha deciso di cambiare il quesito referendario, fa parte il dottor Alfredo Guardiano. È lo stesso Alfredo Guardiano modererà, con tanto di locandina già pubblicata, il convegno “Le ragioni del no: difendere la costituzione è un impegno di tutte e tutti” che si terrà a Napoli il 18 febbraio? Questo sarebbe il giudice terzo ed imparziale?». «Non mi nascondo», ha replicato Guardiano, «sono per il No al referendum. Ma il tema dell’ordinanza affrontato dal mio ufficio non ha alcuna incidenza sul merito della riforma, né sul risultato del referendum e nemmeno sulla data del suo svolgimento. Non siamo minimamente entrati in questo ambito. Qualsiasi affermazione che sospetti di parzialità me o questa ordinanza è palesemente priva di fondamento e quindi molto grave. Costa mi ha additato al mondo come un giudice non imparziale e terzo e per un giudice non c’è nulla di più grave». La questione Guardiano è stata sollevata anche dal capogruppo di Fdi alla Camera, Galeazzo Bignami e da Francesco Petrelli, presidente dell’Unione camere penali.
«Le dichiarazioni del presidente dell’Unione camere penali e di alcuni soggetti politici in merito all’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum», ha sottolineato la Giunta esecutiva sezionale Anm della Cassazione, «sono inaccettabili perché lesive della immagine e del ruolo della Corte di cassazione, di cui l’Ufficio centrale è articolazione. Sono frasi che indignano quanti hanno a cuore le istituzioni democratiche del Paese, presidio di convivenza civile e di tutela dei diritti di tutti».
Rincara la dose il primo presidente della Corte di Cassazione, Pasquale D’Ascola: «Le decisioni degli organi giudiziari possono essere sempre criticate sul piano tecnico con argomenti giuridici. Per contro, non sono tollerabili illazioni sul piano personale nei confronti dei giudici».
Isteria nel Pd: «Prima non consentono al Parlamento di poter esercitare la propria funzione», attacca la responsabile giustizia dei dem, Debora Serracchiani, «poi fissano una data del referendum senza rispettare la raccolta firme di oltre 500.000 italiani, poi sono costretti a modificare il quesito del referendum senza spostare la data fissata con la solita tracotante arroganza di chi comanda e non governa. [...]Ancora una volta prevale la linea della prepotenza e della mancanza di rispetto per le istituzioni. Un’altra buona ragione per votare no».
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Ansa
Sette fermati al corteo di Milano. L’evento sportivo è un pretesto per i soliti pro Pal.
Doveva essere il corteo contro le Olimpiadi «più insostenibili di sempre», ma la manifestazione andata in scena ieri a Milano è finita per scivolare rapidamente nell’ennesima piazza pro-Palestina, con i Giochi ridotti a semplice cornice e gli slogan ripetuti come un riflesso automatico. Nel finale la tensione è salita: dai manifestanti è partita una pioggia di petardi, pietre, fumogeni e fuochi d’artificio ad altezza d’uomo contro le forze dell’ordine, che hanno risposto con lacrimogeni e con gli idranti schierati a protezione dei blindati.
Una piazza che, dietro la facciata della protesta contro il caro-casa e lo sviluppo urbano, ha concentrato fin dall’inizio la propria energia contro i bersagli consueti - il premier Giorgia Meloni, il governo, gli Stati Uniti, l’Ice e la polizia - e che nel momento più critico ha avanzato verso lo sbarramento di via Marocchetti, dove l’accesso è stato chiuso con mezzi antisommossa e qualche carica di contenimento: sono sette le persone fermate e identificate. Nel mirino sono finiti anche il sindaco Beppe Sala e l’amministrazione comunale. Il risultato è un corteo in cui c’è tutto e il contrario di tutto - dalle Olimpiadi alla Palestina, dall’Ice al Comune - in un accumulo di temi che si sovrappongono fino a cancellarsi a vicenda.
I numeri seguono la consueta geometria variabile delle piazze antagoniste: per gli organizzatori i partecipanti erano quasi 10.000, ma in realtà erano meno della metà. Una forbice evidente fin dall’inizio, quando al concentramento iniziale si contavano poche centinaia di persone, circondate da più telecamere (soprattutto straniere) che manifestanti. In testa hanno sfilato gli alberi di cartone, simbolo dei larici abbattuti a Cortina, e lo striscione «Riprendiamoci le città, liberiamo le montagne». Il corteo ha attraversato corso Lodi sotto il controllo delle forze dell’ordine, mentre il Villaggio Olimpico di via Lorenzini è restato un bersaglio solo evocato. Sul ponte dell’ex scalo di Porta Romana sono volati petardi e fumogeni; più avanti Rifondazione comunista ha esposto il cartello contro Manfredi Catella e, al Corvetto, alcuni manifestantisono saliti sul tetto dell’ex mercato comunale, tra cori cantati sulle note di Hanno ucciso l’uomo ragno contro Sala e i governatori Luca Zaia e Attilio Fontana.
Nello spezzone finale il tema olimpico scompare quasi del tutto. Spuntano i grandi poster con la scritta «Libertà» e i volti di Mohammad Hannoun e di altri suoi sodali, tutti accompagnati da richieste di scarcerazione. Hannoun, leader dell’Api, è stato arrestato nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Genova che ipotizza un sistema di raccolta fondi presentati come beneficenza e in realtà destinati a Hamas. Dal megafono prende la parola il figlio di Hannoun, che definisce il padre «una delle prime vittime della guerra della destra alla giustizia, alla libertà e alla Palestina» spingendosi poi su un terreno delirante, trasformando l’intervento in un comizio. «Abbiamo visto cosa c’era negli Epstein files. Daranno Gaza a un gruppo di pedofili».
L’ex vicesindaco Riccardo De Corato di Fdi parla di «un altro patetico corteo», sostenendo che «dietro la facciata della protesta contro Olimpiadi e caro-vita si nasconda il solito odio ideologico contro il premier Meloni, il governatore Fontana e l’Ice». Sottolinea poi che «gli antagonisti hanno attaccato anche il sindaco Sala», segnando una rottura dopo lo sgombero del Leoncavallo, e chiede «sgomberi immediati» dell’ex Palasharp e il ripristino della legalità dopo l’imbrattamento della Casa dello Sport, invocando l’applicazione rigorosa del decreto Sicurezza.
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Il commissario Ue: «Lavorare per il diritto dei giovani a restare nei luoghi di residenza».
«Nel semestre di presidenza cipriota, quindi entro giugno, presenterò in Commissione europea la strategia per le isole, siamo su un tema di attuazione dei dispositivi del trattato europeo, dell’articolo 174». Lo ha dichiarato oggi a Sassari il vicepresidente esecutivo della Commissione europea per la coesione e le riforme, Raffaele Fitto. «L’obiettivo – ha spiegato in occasione dell’apertura dell’anno accademico dell’Università – è costruire un terreno nel quale, dopo aver negli anni conquistato il diritto di muoversi, grazie alla crescita del progetto europeo, penso in questo caso al programma Erasmus ma anche a tante altre iniziative, oggi dobbiamo anche interrogarci e lavorare per un altro tipo di diritto, quello di rimanere. Cioè consentire ai giovani che vogliono rimanere nel luogo nel quale sono nati e cresciuti di poter avere questa prospettiva. Dobbiamo adeguare le politiche per integrare le disparità territoriali».
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2026-02-07
Zangrillo: «I cattivi maestri della sinistra stanno alimentando il clima di violenza in piazza»
Paolo Zangrillo (Imagoeconomica)
Il ministro di Fi plaude al decreto Sicurezza ma mette in guardia: «Periodo da Brigate Rosse, anch’io minacciato dai compagni».
Se lo tirano per la giacca, lui abbottona il doppiopetto e non si scompone più di tanto. Le giacche cult del presidente Silvio Berlusconi gli piacciono parecchio. Paolo Zangrillo, ministro di Forza Italia, uomo della Pubblica amministrazione, più dei suoi doppiopetto ama altre cose: le istituzioni, la famiglia, le persone, le idee liberali di Forza Italia, il lavoro, il Genoa, il gioco di squadra, spegnere la luce anche quando lascia il suo ufficio ministeriale.
Ministro Zangrillo, partiamo dalla sua Torino e dal decreto approvato due giorni fa dal Consiglio dei ministri. Le ripetute devastazioni nelle strade torinesi, i feriti e gli agenti presi a pugni, calci e martellate sono drammatici episodi che potranno essere almeno arginati con l’entrata in vigore del decreto Sicurezza?
«Assolutamente sì. Lo ha già spiegato il mio collega Matteo Piantedosi, prima in Consiglio dei ministri e poi pubblicamente. Mi faccia solo aggiungere una cosa…».
Poi torniamo a quel decreto tanto sofferto…
«Certo, prima vorrei solo ribadire lo straordinario lavoro che sta facendo Piantedosi. Ecco, quando penso a un leale servitore della Stato penso a Matteo. E credo che i suoi agenti rispecchino quel sentimento di dedizione ai valori della nostra democrazia che anima il ministro degli Interni. È un sentimento che abita in tutte le nostre forze dell’ordine ed è qualcosa che gli italiani riconoscono ogni giorno».
Torniamo al decreto Sicurezza?
«Sì, è uno strumento essenziale per arginare un’ondata di violenza che si vuole far crescere, alimentata da quelli che ai miei tempi venivano definiti cattivi maestri».
In che modo interviene il decreto?
«Penso alla possibilità di fermare prima delle manifestazioni i soggetti già coinvolti in precedenti episodi di violenza o gli elementi trovati in possesso di strumenti atti a offendere. E qui c’è un punto che mi incuriosisce».
Quale?
«Alcuni elementi dell’opposizione sostengono che gli scontri siano causati solo da piccole frange di violenti, infiltrati tra migliaia di manifestanti pacifici. Allora, se questa è la loro tesi, perché contrastare questo provvedimento? Non ha proprio il merito di prevedere che queste frange violente vengano “filtrate” prima di unirsi al corteo? Perché permettergli di infettare l’intera manifestazione? Ecco, queste sono quelle strumentalizzazioni che fanno male al Paese, quel vuoto di contenuti che impedisce il dialogo».
In realtà è l’accusa che la sinistra ha mosso al centrodestra dopo le ultime violenze a Torino. Sareste voi, i fomentatori. In particolare ce l’hanno con Forza Italia e con lei, ha notato?
«Quando ascolto certe cose mi viene in mente il titolo di un film, Non ci resta che piangere. Non comprendono neppure la sostanziale differenza tra strumentalizzare e ricordare».
Faccia così: provi lei a rinfrescargli la memoria.
«Io, come segretario piemontese, così come i miei amici di Forza Italia, abbiamo sempre chiesto al sindaco di Torino Lo Russo e al Pd di dialogare con la politica, senza cercare compromessi con Askatasuna. Bene, per anni hanno fatto esattamente il contrario. Personalmente, credo così tanto nel dialogo che l’estate scorsa ho accettato l’invito del Pd a partecipare a un dibattito alla Festa dell’Unità di Torino. Doveva essere un confronto tra idee su molti temi differenti. Appena ho cercato di parlare del problema Askatasuna sono stato aggredito al grido “fascista, fascista”. Inveivano contro di me, mentre nessuno dei responsabili faceva nulla per evitare toni sempre più minacciosi, con elementi del centro sociale che avanzavano, con il dito puntato, ai piedi del palco, fino a quando non mi hanno obbligato a lasciare la loro festa. Sotto quel tendone hanno dato del distributore di olio di ricino a un liberale viscerale come me. No, davvero, non ce la fanno a dialogare».
Brutto clima.
«Orribile, ma con il conforto di almeno un paio di antidoti: l’impegno costante del governo e la certezza che noi italiani amiamo la democrazia, la violenza non vincerà».
Un altro suo collega, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, ha detto (in sintesi) che questo decreto impedirà il ritorno di un clima da Brigate Rosse. Condivide?
«Gli interventi in Consiglio dei ministri di Nordio e Piantedosi sono stati eccezionali, puntuali, lucidi, partecipati, lo dico senza nessuna retorica. Le analisi fatte dai miei colleghi devono essere ascoltate con la massima attenzione. Per quanto riguarda la mia esperienza ribadisco che si respira lo stesso clima che vivevo ai tempi del liceo a Monza, quando idee liberali come le mie dovevano essere difese dalla violenza degli estremisti. Ci sono altre analogie».
Per esempio?
«Mi ha colpito molto una frase del nostro segretario Antonio Tajani. A Torino eravamo insieme anche dopo i primi scontri di piazza, quelli successivi allo sgombero di Askatasuna. Antonio ha detto: “Sono i figli di papà che picchiano i figli del popolo”. Grande verità».
Parafrasando un articolo di Pier Paolo Pasolini, non esattamente un intellettuale di centrodestra.
«Che cosa c’entra? Pasolini era un intellettuale ed è proprio quello che dicevamo prima: con l’intelletto puoi dialogare, con l’ideologia no».
Veniamo al dialogo interno al suo partito. Vediamo acque piuttosto agitate, che sta succedendo?
«Le acque agitate le vedono altri, non noi di Forza Italia. Tutto il partito vuole sostenere con forza e determinazione Tajani, un segretario che grazie alle sue qualità e alla sua esperienza politica ha custodito l’anima di un grande partito in un momento molto delicato del proprio percorso. E con Antonio andiamo avanti, con passione e dedizione, verso i primi due obiettivi politici che ci attendono: il referendum sulla giustizia e le prossime elezioni politiche. E al fianco di Antonio Tajani lavoreremo per far emergere quel potenziale che Forza Italia ha, ben superiore alle percentuali che i sondaggi ci attribuiscono. L’obiettivo del 20% è quello del nostro segretario ed è il nostro traguardo».
Allarghiamo il discorso al centrodestra, parliamo della scelta del generale Vannacci: non ci dica che da ministro di Forza Italia non si intromette nelle beghe della Lega.
«No, ma le dico che quella di centrodestra è una coalizione fondata su valori, principi e idee condivise. Ci sono posizioni che l’eurodeputato Vannacci non condivide, per esempio il dovere di aiutare un popolo come quello ucraino aggredito e invaso. Vannacci ha posizioni filo-Putin? Non sono quelle del centrodestra di governo, mi pare evidente che non ne voglia più far parte».
Eppure Matteo Renzi, nell’attesa di capire se voterà Sì o No al referendum, vi fa sapere che l’affaire Vannacci poterà alla vittoria del centrosinistra. Profetico?
«Vede, Renzi è camaleontico, c’è stato un tempo nel quale ha governato con le idee, oggi segue la linea di quelli che aveva guidato, i compagni del Pd: per loro si vince mettendo insieme il maggior numero di pezzi possibili, raccattando voti un po’ dove capita. Questo ha due conseguenze. La prima: quando vincevano non riuscivano a governare, perché si spaccavano subito su tutto, in un batter d’occhio. Seconda conseguenza: gli elettori lo hanno capito e allora votano il centrodestra».
Abbiamo parlato di Renzi, tocca parlare anche di Carlo Calenda e del flirt con voi di Forza Italia. Come finirà?
«Come finirà lo deciderà Calenda e noi del partito. Quello che penso di lui credo di averlo già detto l’estate scorsa: Calenda ha molte idee che condivide con Forza Italia, credo sia un eccellente punto di partenza. Personalmente lo stimo. Altri in Forza Italia non la pensano così? Bene, sono anche loro esponenti e militanti che vogliono solo il bene del partito, Forza Italia ama il confronto e arriverà una sintesi condivisa».
Un’ultima cosa, non ha scampo: cosa vede nel futuro di Paolo Zangrillo?
«Ho giurato davanti al presidente della Repubblica di svolgere il mio ruolo di ministro nell’interesse esclusivo della nazione, e ciò che insieme alla mia squadra stiamo facendo mi dà molta soddisfazione, spero la dia anche ai nostri utenti, cittadini e imprese, altrimenti avrei fallito. Io arrivo dal privato, dove il futuro di ciascuno non è disegnato solo dalle aspettative individuali, ma si deve coniugare con le caratteristiche che gli altri ti riconoscono. Se ci sarà la possibilità di coniugare le due cose, evviva, possiamo essere tutti utili. Questo vale anche in politica».
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