Nell'era dell'I.A. applicata ai sistemi missilistici e ai droni, le vecchie categorie dottrinali crollano. Quando la morte è affidata a un click automatizzato che può cancellare intere popolazioni, l'unica alternativa reale alla distruzione totale è il negoziato a oltranza.
Papa Leone XIV (Ansa)
Discorso «ratzingeriano» del pontefice davanti al dicastero dell’Evangelizzazione: la missione della Chiesa non è quella dei rincorrere il mondo ma di convertirlo a Gesù.
«L’evangelizzazione chiede di continuare a essere la motivazione fondamentale di ogni azione della Chiesa universale e delle comunità locali». Nel discorso rivolto ieri ai partecipanti alla sessione plenaria del dicastero per l’Evangelizzazione, papa Leone XIV ha ricordato la via maestra della Chiesa, qualcosa che a suo modo risuona come un richiamo fondamentale e tempestivo.
L’indicazione del pontefice giunge in questi giorni a ridosso della pubblicazione della sua prima enciclica, Magnifica Humanitas. Il documento, dedicato alla dottrina sociale e all’irrompere a vari livelli dell’Intelligenza artificiale, ha suscitato un ampio dibattito anche in ambienti non credenti. Spesso un dibattito interessato a questioni di bottega industriale o politica, in un intreccio che la stessa enciclica cerca di «disarmare», come ha scritto il Papa. Tuttavia, si assiste spesso a un malinteso da parte del mondo laicista, che finisce per strumentalizzare il magistero sociale riducendolo a una sorta di semplice esortazione morale, un manuale di istruzioni per «usare bene» le cose del mondo o le nuove tecnologie, salvo poi proseguire con la propria agenda.
La precisazione di ieri del Papa rimette ordine: anche quando si occupa di questioni sociali, la Chiesa non lo fa come un comitato etico aziendale o per dare una specie di check list di buone prassi, ma lo fa con l’unica motivazione di evangelizzare e di portare gli uomini a Cristo, l’unico in grado di «restituire pienezza di significato e di valore alla vita delle persone».
In questa prospettiva, l’azione ecclesiale si spoglia di ogni logica di marketing politico o sociologico. Un altro passaggio cruciale del discorso al dicastero per l’Evangelizzazione colpisce al cuore le tentazioni progressiste di certo dibattito contemporaneo all’interno della Chiesa stessa, come quello emerso in alcune spinte del cammino sinodale tedesco: «Non è certo annacquando i contenuti e ammorbidendo le esigenze», ha detto ieri il Papa, «che si può rendere attraente il cristianesimo, ma testimoniando con umiltà e coraggio “la via, la verità e la vita”».
Parafrasando San Paolo, la Chiesa è chiamata a trasmettere fedelmente ciò che ha ricevuto. Il deposito della fede non è un museo da custodire sotto teca, ma una realtà viva in cui ogni sviluppo dottrinale deve essere organico e coerente, senza mai contraddire il passato. Nessun aggiornamento volto a rincorrere lo spirito del tempo, zeitgeist direbbero i tedeschi, o a compiacere le mode culturali, può essere la via. Come ha ricordato il Santo Padre ieri, «l’evangelizzazione non fa affidamento sull’efficienza delle strutture o sulla rilevanza sociale, e nemmeno sul consenso che si può ricevere in qualche momento».
Al cuore del discorso, Leone XIV ha inserito una densa citazione di papa Benedetto XVI per ribadire che l’annuncio passa solo attraverso testimoni credibili: «Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all’intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri». È dunque la santità della vita «la forma più convincente della bellezza della fede cristiana», la via principe che precede ogni riforma e ogni struttura.
Le orecchie del mondo - interessate alla Chiesa solo quando si impegna per la pace geopolitica, quando sembra aprirsi ai cosiddetti «nuovi diritti», quando discute se far sposare i preti o quando si schiera in qualche partita politica - troveranno forse queste parole estranee, se non anacronistiche. Eppure è proprio questa la ricetta del Papa per affrontare la crisi della fede che colpisce i Paesi dell’Occidente, dove «la ricerca del senso» rischia di spegnersi sotto il peso di una cultura ipermediatica e consumistica. Non rincorrendo il mondo, ma convertendolo, la Chiesa ritrova la sua missione.
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Sadiq Khan (Ansa)
Dopo il canto islamico in Consiglio comunale a Birmingham, Sadiq Khan compie lo Hajj nella città dove nacque Maometto. L’Ungheria in controtendenza: Magyar costretto a rimangiarsi la proposta di cancellare le radici cristiane dalla Costituzione.
C’era una volta l’Europa. Adesso ce ne sono almeno due. C’è quella della Londra multietnica e multiculturale, con il 15% di residenti musulmani e con il sindaco Sadiq Khan, di origini pakistane, islamico, che posta sui social le sue foto del pellegrinaggio alla Mecca. E c’è quella dell’Ungheria che difende le sue radici cristiane.
Anche costringendo il nuovo premier, Péter Magyar, quello che doveva riportare il sereno nei burrascosi rapporti con l’Ue dei laicisti militanti, a rimangiarsi la proposta di modificare la Carta fondamentale della repubblica, purgandola dai riferimenti alla «cultura cristiana».
Il mayor della City, sui social, si è detto «davvero onorato e fortunato per aver potuto praticare lo Hajj», il pellegrinaggio musulmano nella città santa, che tutti i fedeli devono compiere almeno una volta nella vita. «Alhamdulliah», ha scritto Khan: «Sia resa grazia a Dio». «Lo Hajj», ha continuato il sindaco laburista, in carica da dieci anni, «è un viaggio che genera un profondo cambiamento nella vita e che simboleggia eguaglianza, unità e la nostra umanità collettiva. Lo Hajj, nella sua sostanza, simboleggia l’umiltà, il perdono e la rinascita attraverso il miglioramento di sé. Ovviamente», ha promesso Khan, «ricorderò tutti i bisognosi di Londra e del mondo nelle mie preghiere e nelle mie due», le suppliche personali che i credenti rivolgono ad Allah.
Nulla di strano, nulla di riprovevole: il primo cittadino della capitale britannica non ha mai fatto mistero della propria appartenenza religiosa e non ha certo reso la città meno liberale, meno laica e meno gay friendly per il fatto di essere un seguace di Maometto. La sua visita alla Mecca è piuttosto l’emblema di una trasformazione demografica e culturale del Regno Unito. Ed è un episodio che arriva a pochi giorni dalla bizzarra cerimonia di insediamento del collega di Birmingham, la seconda città più popolosa del Paese: il Lord mayor, Zaker Choudri, di origini pakistane come Khan, si è portato in Consiglio comunale un officiante islamico, che ha deliziato l’assemblea intonando una litania. Sono fotografie di una grande metamorfosi; istantanee di una sottomissione che, per usare una formula adesso tanto di moda, non abbiamo visto arrivare. Non c’è stato bisogno di jihad, men che meno di attentati. È successo e basta, sotto i migliori auspici della politica progressista, che ci catechizzava sull’urgenza di spalancare i confini, di allargare gli orizzonti, di diventare inclusivi e di abbandonare le nostre mentalità chiuse e passatiste.
Quello della globalizzazione, tramutatasi nel grimaldello di un colonialismo al contrario, non è però l’unico modello possibile. La musica cambia parecchio, se da Londra ci si sposta più a Est. Stesso continente, altro mondo. In terra magiara, infatti, le petizioni popolari da oltre 40.000 firme e le proteste di Fidesz, il partito dello sconfitto Viktor Orbán, che comunque occupa 52 seggi in un Parlamento tutto sbilanciato a destra, hanno costretto Tisza, lo schieramento del nuovo primo ministro, a rinunciare a una delle sue promesse elettorali. Ossia, rimuovere un paragrafo che era stato aggiunto alla Costituzione, nel 2024, dall’Ufficio per la protezione della sovranità, anch’esso in predicato di essere abolito, che recita: «È dovere di tutti i corpi dello Stato proteggere l’identità costituzionale e la cultura cristiana». Magyar in persona ha dovuto farsi garante di una modifica all’emendamento abrogativo, la cui paternità, peraltro, spettava a suo cognato, il deputato Márton Melléthei-Barna.
Il premier non avrà perso il sonno per questo: nella foga di celebrare il rientro di Budapest nei ranghi europeisti, si dimentica troppo spesso che Magyar non è certo la colonna ungherese del campo largo. È un conservatore, già esponente di Fidesz, con una vita privata chiacchierata per via di presunte soperchierie sulla ex moglie, impegnato in un’opera di «de-orbanizzazione» del Paese, funzionale più all’obiettivo di dargli un’impronta personale che rispondente ad autentiche prese di posizione etiche.
Gli eurocrati potranno consolarsi con un’altra retromarcia, stavolta rispetto agli strappi di Orbán: il Parlamento magiaro, infatti, ha bloccato le procedure di ritiro dalla Corte penale internazionale, avviate dal precedente esecutivo, in polemica con l’incriminazione di Benjamin Netanyahu.
L’Ungheria non è l’unico Stato, nella parte orientale del Vecchio continente, ad aver mantenuto vivi i riferimenti al fondamento religioso della civiltà europea. Il preambolo della Costituzione polacca, ad esempio, riconosce «il ruolo del cristianesimo nel preservare la nazione». La Carta slovacca rivendica «l’eredità spirituale di Cirillo e Metodio», gli «apostoli degli slavi», i due fratelli bizantini, evangelizzatori delle regioni storiche di Pannonia e Moravia e inventori dell’alfabeto glagolitico. In modo più generico, la Repubblica Ceca allude alla «ricchezza spirituale» della sua cultura. Tali richiami hanno già provocato frizioni con le istituzioni Ue, fedeli - loro sì, in un senso paradossalmente e fanaticamente religioso - al principio della laïcité. D’altronde, quando Giorgia Meloni, durante una manifestazione del centrodestra a Roma, nel 2019, si permise di definirsi «cristiana», venne fuori un putiferio. Perché c’è Europa ed Europa. C’è l’Europa di chi si vergogna della Storia da cui proviene. C’è l’Europa di chi ne va fiero. E c’è l’Europa di chi occupa con il Corano il vuoto lasciato dal nichilismo. C’è l’Europa di San Francesco, che provava a convertire il Sultano. E c’è l’Europa dei volenterosi, sul piede di guerra con la Russia e felici dei loro sindaci che cantano insieme ai muezzin e vanno in pellegrinaggio alla Mecca. Non è nemmeno un’Europa islamizzata. È solo un’Europa che non crede più in niente.
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Ansa
Dopo tre anni di confronto l’associazione Agesci arruola educatori omosessuali e transgender per superare «pregiudizi omolesbobitransfobici». Pro vita: «Così si tradisce la fiducia delle famiglie sugli insegnamenti impartiti a migliaia di bambini.
L’importante è non perdere la bussola.
Soprattutto per un boy scout che affronta la vita con lo strumento in tasca. Per orientarsi meglio sul pianeta genderfluid con lampi di woke, più intricato della Foresta Nera, l’associazione ha deciso di aggiungere ai suoi princìpi anche quello denominato «identità di genere e orientamento sessuale». Significa che per gli educatori «la tendenza affettiva non può costituire un criterio di esclusione nel discernimento che le Comunità capi sono chiamate a esercitare quando una persona adulta chiede di entrare per svolgere un ruolo educativo». Traduzione: apertura totale al mondo gay e trans, in linea con i parametri sociali di oggi.
Il passo è legittimo, neppure nel corpo dei Marines sono più tollerate le discriminazioni e la legge «Dont ask, dont tell» (quella che impediva a omosessuali e bisessuali di dichiararlo) è stata abolita da Barack Obama 16 anni fa. Il passo è legittimo ma va contestualizzato. Non si sa come la pensi il fondatore Robert Baden-Powell, il generale inglese che nel 1907 varò il movimento dei ragazzi-esploratori. Ma questo conta poco, è già un successo che in nome della Cancel culture alcuni squatter londinesi (i filosofi) coadiuvati da docenti di Oxford molto progressisti (la manovalanza) non abbiano gettato nel Tamigi una sua statua.
Più interessante sapere da dove arriva il colpo d’ala, qualcuno direbbe «la fuga in avanti». Non dall’Associazione mondiale, non da Scouting America, non dall’italiano Corpo nazionale giovani esploratori (laico). Arriva dall’Agesci, l’associazione guide cattoliche che ha avvertito l’urgenza di codificare la svolta sull’identità di genere. Una spinta singolare, visto che la dottrina cattolica sul tema è molto prudente e la polemica sugli orientamenti sessuali degli educatori (anche lì) continua ad agitare le acque vaticane. Dove la lobby gay è potente e dove papa Francesco incrinò la cupola di San Pietro con la frase: «C’è già troppa frociaggine». Era una risposta alla richiesta di ammettere candidati omosessuali nei seminari e il pontefice ribadiva in romanesco il suo No senza incenso.
La faccenda è delicata anche perché - esattamente come per le problematiche oratoriane con certi sacerdoti - gli educatori dei boy scout hanno a che fare continuamente con allievi minorenni. A esplorare sentieri, a montare tende canadesi, ad affacciarsi su panorami immortali in divisa (camicia azzurra con fazzolettone rosso e bermuda blu) si comincia da Lupetti e Coccinelle a otto anni. L’Agesci ritiene di avere tutto sotto controllo e ha tirato dritto. Lo spiega il documento che istituzionalizza la novità. «L’Agesci ha maturato la convinzione che nel profilo del capo cristiano educatore l’orientamento affettivo e l’identità di genere non possono costituire un criterio di esclusione». Questo perché «la pedagogia dell’accoglienza, radicata nella quotidianità del nostro servizio educativo, rende imprescindibile promuovere percorsi volti al superamento di sentimenti e atteggiamenti omo-lesbo-bi-trans-fobici».
La riflessione era partita nel Consiglio generale del 2022, che aveva dato mandato ai vertici operativi «di avviare percorsi capaci di creare spazi e occasioni di ascolto rivolti alle persone Lgbtqia+ - capi, ragazzi e ragazze, presenti o già usciti dall’associazione - così come alle comunità dei capi, alle famiglie, alle zone e alle regioni, raccogliendo da tutte le parti riflessioni e testimonianze». In questi casi non è difficile virare nella sociologia. Del resto lo scautismo non si limita a valorizzare dettami fisici, ma anche spirituali e morali. Quindi ecco che «sono emerse storie di sofferenza, silenzi e allontanamenti dovuti a pregiudizi, mancanza di strumenti o linguaggi non rispettosi». Da qui il convincimento che l’orientamento sessuale non poteva più essere tra i criteri di scelta delle guide.
Non è il primo adeguamento nella storia del movimento, che oggi conta su 60 milioni di adepti in 200 Paesi del mondo. Nel 1966 la parola «boy» è stata fatta sparire per aprire anche all’universo femminile che premeva per condividere e trasmettere gli insegnamenti universali. Il Metodo Scout di fatto è un codice di valori sul principio dell’«imparare facendo», che delinea la crescita personale degli individui tramite la concretezza del fare a supporto e traino dell’insegnamento teorico.
È il nobile intento di una comunità planetaria, che nei decenni ha visto aumentare il prestigio e ha saputo metabolizzare con il sorriso della saggezza la feroce battuta di George Bernard Shaw: «Gli scout sono bambini vestiti da cretini, guidati da cretini vestiti da bambini». Sciocchezze. Allora zaino in spalla e si parte. Come diceva il fondatore Baden-Powell: «Guardate lontano, e anche quando credete di star guardando lontano, guardate ancora più lontano». Oltre l’orizzonte potreste anche vedere il Gay pride e salire su un carro accanto a un trans in tanga che si crede la Madonna. No problem, basta non dimenticare la bussola.
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2026-05-28
Il cristianesimo per Biffi: «Tutte le fedi hanno del buono ma soltanto una è un “fatto”»
Giacomo Biffi (Imagoeconomica)
Ristampato il «Dizionario» del celebre cardinale: «Gli avvenimenti non si scelgono, sono». Della Chiesa diceva: «Capolavoro compiuto con i deludenti materiali umani».
Una miniera di sapienza e illuminazioni. Con la scrittura semplice e diretta del grande uomo di fede. Del pastore d’anime, del teologo che ha uno sguardo largo e affettuoso verso l’umanità e il mondo intero. Lo sguardo dell’uomo risolto. Siamo nel 2003, il secolo breve è appena terminato, le crisi dell’economia non si sono ancora abbattute sulle borse mondiali.
C’è stato l’11 settembre, siamo in pieno scontro di civiltà e la minaccia della jihad si espande sull’Occidente. L’immigrazione, soprattutto da Sud a Nord, sta diventando ingestibile. In America c’è George W. Bush, in Cina Hu Jintao, in Russia comanda già Vladimir Putin. Nel 2001, dopo la strage delle Torri gemelle, la Nato invade l’Afghanistan nel tentativo di smantellare Al Qaeda di Osama Bin Laden. Nel 2003 inizia la seconda Guerra del golfo. E Giacomo Biffi, cardinale e arcivescovo di Bologna dal 1984, pubblica con Piemme questo Piccolo dizionario del cristianesimo. Quando si vivono momenti di crisi si è soliti cercare conforto nei grandi classici. Ma nella fattispecie non vale perché alla sua prima edizione questo testo prezioso ebbe un’accoglienza tiepida. Ora, grazie a Cantagalli che meritoriamente lo riedita con una nuova veste grafica e la cura della carmelitana scalza Emanuela Ghini, che nelle 80 voci, da Aborto a Vuotezza, ha inserito sottotitoli che ne aiutano la lettura, un saggio dimenticato svela tutta la sua forza e attualità.
In ordine alfabetico, la prima voce è «Aborto». Scrive Biffi, citando un ministro che per promuovere un provvedimento ha detto che non è «un’istigazione al matrimonio», «riteniamo iniqua la legge 194 - ipocritamente intitolata “per la tutela della maternità” - che autorizza e addirittura finanzia la soppressione delle creature umane prima della nascita. Questa sì che è una “istigazione”: è una istigazione a commettere quello che il Concilio Vaticano II chiama l’“abominevole delitto dell’aborto”».
Trattandosi, però, di un dizionario del cristianesimo è da questa voce che conviene iniziare. Biffi muove dalla consapevolezza di quale tesoro contenga la fede e, geloso delle sue peculiarità fuori da ogni catalogo, ne canta la potenza e la carica eversiva rispetto alla «mentalità di questo secolo» (San Paolo). Non piega il cristianesimo a pretesto per militanze politiche, a spunto per posizioni che non abbiano a cuore il destino ultimo dell’uomo e la preoccupazione esclusiva per il suo bene. È «inconfrontabile» con le altre religioni «perché nella sua realtà più autentica è una persona, la persona di Cristo, il Verbo che si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Si può anche dire «che tutte le religioni hanno del buono […] purché non si dimentichi che […] il cristianesimo è un fatto, e i fatti non si scelgono, “sono”. Include ovviamente delle idee circa la divinità, delle norme etiche, dei riti, come tutte le religioni; ma primariamente è un avvenimento, e come tale è unico e imparagonabile».
In alcuni passaggi si avverte l’eco della predicazione di monsignor Luigi Giussani, con il quale Biffi ha condiviso la formazione nel seminario di Venegono. Fede e ragione sono sorelle. La ragione cerca la fede. Si apre all’avvento della fede, la contempla come possibilità reale. Invece, a un certo punto si è cominciato a dire «che sono suocera e nuora», incompatibili. E l’uomo, pensando di diventare padrone autosufficiente, in realtà, si è perso. Ha cancellato Dio Padre. Ha cominciato a teorizzarne la morte. Trasformando il mondo in un gigantesco e «malinconico orfanotrofio», abitato da gente che ha come prospettiva quella di essere «figlia del caso». «Anche oggi», continua l’arcivescovo, «la questione prima e più decisiva per l’umanità è riscoprire la paternità di Dio». Non c’è scampo, scrive Biffi osservando la presa nell’opinione pubblica dei vari socialismi e solidarismi: «Se vogliamo vivere da fratelli e salvarci, dobbiamo ripartire dal Padre». Ma per far questo occorre rispondere all’imperativo che ci pone Cristo. O è il Figlio di Dio fatto uomo, e allora non resta che seguirlo, o è un impostore. Nessuno, «per quanto faccia l’indifferente o il disinteressato», può sfuggire a questo interrogativo. «Non è possibile rimanere neutrali [...], Gesù non è uno che mette d’accordo tutti… Non è un ansiolitico, è una sfida». Per aiutarci a raccoglierla il Padreterno ci ha lasciato la Chiesa, il «capolavoro compiuto da Dio con i deludenti materiali umani». Ecco l’ironia di Biffi. La sua lezione di umiltà, l’invito a non tirarcela, a non attribuirci troppi meriti, ma a riconoscere la benevolenza divina.
Il cardinale si rivolge allora alla Chiesa, esortandola a prendere il largo se vuole che «la pesca di uomini non riesca infruttuosa. Una Chiesa assimilata a quella che san Paolo chiama “la mentalità di questo secolo” non converte nessuno». «Non dare ascolto a chi, nell’intento di avvicinarti alle realtà della terra, in definitiva ti conduce a insabbiarti. Se ti insabbi diventi superflua, anzi inutile nella vicenda umana, perché sei fatta per navigare». In altre parti usa la metafora del sale «dolcificato». È l’urgenza dell’identità. «Nessun doveroso rispetto di chi ha opinioni diverse dalle nostre deve portarci a poco a poco allo stemperamento della fedeltà a colui che è il solo Maestro». Sbagliano i cattolici che, desiderosi di essere accolti, si assimilano alle ideologie prevalenti. Il sale, «che ha un sapore pungente», dolcificato non serve se non a essere gettato.
Oltre ai cristiani tiepidi, bersaglio dell’autore di Contro maestro Ciliegia (Jaca Book, 1977) è l’enfasi del progresso. Il mondo contemporaneo vive un’«angoscia» causata all’uomo «dalle sue stesse bravure». Il Novecento «era iniziato con una immensa speranza che il mito del progresso, i trionfi della scienza, l’affermazione della libertà individuale e della socialità […] garantissero un’epoca illimitata di pace e di serena fraternità tra i popoli». Ma invece è diventato il «secolo più insanguinato e più crudele della storia». Le guerre sono sempre state orrende ma, «prima che un culto enfatizzato e irrazionale della ragione spegnesse il senso cristiano dei nostri popoli», riguardavano i soldati di mestiere. Oggi «“le guerre totali” - dove non vengono risparmiati né le donne né i bambini né gli anziani - sono un apporto del così detto progresso. Davvero c’è da augurarsi che l’umanità non “progredisca” più in modo così perverso e insipiente».
Questo mito alimenta il proliferare di «troppe cattedre senza autorevolezza» protese più all’apparire che all’essere. «La “scena di questo mondo” sembra essere ciò che più di tutto viene ricercato e apprezzato», osserva Biffi. «L’immagine di un uomo, che occupi frequentemente gli schermi televisivi, diventa più importante dell’originalità dei suoi pensieri, della saggezza delle sue parole, della qualità morale del suo comportamento […]. Il messaggio è buono a misura non della positività del suo contenuto, ma del suo successo e dell’ampiezza della sua risonanza». E pazienza se genera «confusione» promuovendo relativismo e scetticismo. Più che mai affilato lo sguardo con cui il cardinale descrive la società contemporanea, priva di speranza. «Il nostro tempo ha saputo dare all’uomo tanti ritrovati mirabili: per esempio, la velocità negli spostamenti, la diffusione domiciliare delle notizie, i prodigi dell’informatica, nuove sorgenti di suoni e di frastuoni, nuove inesauste fabbriche di chimere e di sogni», comprese, potremmo aggiungere oggi, le mirabilie dell’Intelligenza artificiale. «La sola cosa che non ha saputo dare all’uomo è proprio la speranza, la quale anzi è andata nel mondo sempre più affievolendosi».
Gesù è venuto per salvare i peccatori. Questo è il contenuto dell’«evangelizzazione». Poi certo, i cristiani esorteranno alla solidarietà e si preoccuperanno della giustizia, ma senza dimenticare che lo scopo della missione in terra di Cristo è «la salvezza integrale e trascendente degli sventurati figli di Adamo». Non bastano, dunque, un solidarismo sentimentale o un amore delegato alle istituzioni. «Il Samaritano non è andato a interessare l’Unità sanitaria locale, si è piegato lui sul ferito». Perciò, «non è più possibile amare Dio senza amare il fratello; e non è più possibile amare il fratello senza amare Dio». Quando la testimonianza dei battezzati sbiadisce, «compaiono manifestazioni di razzismo e di sopraffazione di un gruppo sull’altro», ma non di rado, osserva Biffi, ci si imbatte in «qualche forma di razzismo culturale e ideologico, in cui capita che particolarmente si distinguano proprio coloro che a gran voce si conclamano antirazzisti».
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