Ha suscitato sgomento e indignazione l’immagine di un soldato israeliano che prende a martellate la testa di una statua di Gesù crocifisso nel Sud del Libano. E, come se non bastasse, Israele ha rotto la tregua nel Paese dei cedri. La foto che mostra il gesto di gravità inaudita è circolata sui social domenica e nella notte le Idf hanno confermato l’autenticità.
Nel comunicato delle Forze di difesa israeliane si legge: «A seguito del completamento di un esame preliminare riguardante una fotografia pubblicata oggi (domenica, ndr) che ritrae un soldato delle Forze di difesa israeliane (Idf) mentre danneggia un simbolo cristiano, è stato stabilito che la fotografia raffigura un soldato delle Idf in servizio nel Libano meridionale». Considerando «la condotta del soldato» come «totalmente incoerente con i valori che ci si aspetta dalle sue truppe», è stato precisato che «saranno presi provvedimenti adeguati». L’episodio è avvenuto nel villaggio cristiano di Debl, nel Libano meridionale. E nel pomeriggio, il responsabile sarebbe stato identificato.
A richiedere «un’azione disciplinare immediata e decisiva, un processo credibile di responsabilizzazione e chiare garanzie che tale condotta non sarà né tollerata né ripetuta» è stata l’Assemblea degli Ordinari cattolici di Terra Santa, in un comunicato firmato dal cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme. Esprimendo «profonda indignazione» e «condanna senza riserve», nel testo si sottolinea che «questo atto costituisce un grave affronto alla fede cristiana». L’Assemblea ha fatto anche presente «una preoccupante lacuna nella formazione morale e umana». A intervenire è stata anche la Chiesta ortodossa, sostenendo che si tratta di «un atto criminale».
Da Israele, le prime scuse sono arrivate dal ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar: «Questo gesto vergognoso è totalmente contrario ai nostri valori», ha scritto su X, aggiungendo che «Israele è un Paese che rispetta le diverse religioni e i loro simboli sacri. Ci scusiamo per questo incidente e con tutti i cristiani che si sono sentiti feriti». A dirsi «scioccato e addolorato» è stato poi il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu: «Condanno l’atto nei termini più forti. Le autorità militari stanno conducendo un’indagine penale sulla vicenda e adotteranno misure disciplinari adeguatamente severe». E come Sa’ar, anche Netanyahu ha sottolineato che «in quanto Stato ebraico, Israele valorizza e sostiene i valori ebraici di tolleranza e rispetto reciproco tra gli ebrei e i fedeli di tutte le religioni». Eppure, Pizzaballa nella nota è stato chiaro: la vicenda di domenica «si aggiunge ad altri episodi segnalati di profanazione di simboli cristiani da parte di soldati dell’Idf nel Sud del Libano».
La profanazione della statua di Gesù è stata condannata dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Affermando che rappresenta «un violento accanimento contro i cristiani che in Medio Oriente rappresentano uno strumento di pace» e «un episodio inaccettabile», ha aggiunto che «profanare i simboli del cristianesimo, dell’ebraismo e dell’islam non è una manifestazione di forza ma solo di debolezza, contraria a tutti i principi in favore della libertà e del dialogo interreligioso».
Nel frattempo, la fragile tregua non regge. L’agenzia di stampa statale libanese Nna ha riferito che un drone israeliano ha colpito l’area del fiume Litani situata nella città di Qaaqaait al-Jisr. E si parla di almeno tre persone ferite. A essere state bombardate sarebbero anche Shamaa, Taybeh, Al-Qusayr e Al-Qantara, nel Sud del Paese. Le Idf non hanno commentato questi ultimi attacchi, ma hanno riferito che nella notte hanno colpito un lanciarazzi di Hezbollah pronto all’uso, nella zona di Qalaouiyah. Tra l’altro, le Forze di difesa israeliane stanno radendo al suolo gli edifici, le case e le scuole dei villaggi nel Sud del Libano. A confermarlo ad Haaretz sono stati gli stessi comandanti delle Idf: la distruzione avverrebbe in nome di una politica di «bonifica dell’area». Dall’altra parte, Hezbollah ha ammesso di aver fatto esplodere domenica un veicolo blindato delle Idf nel Sud del Libano, affermando che «gli ordigni esplosivi improvvisati» sarebbero stati «piazzati» prima della tregua.
In ogni caso, nel momento in cui scriviamo, è confermato il secondo round di colloqui tra Israele e il Libano a Washington, a livello di ambasciatori. Prima dei raid israeliani, il presidente libanese Joseph Aoun ha comunicato ai parlamentari di aver deciso di negoziare con Tel Aviv «per salvare il Libano». Hezbollah ha continuato intanto a lanciare avvertimenti diretti ad Aoun: un deputato dell’ala politica del gruppo terroristico, Hassan Fadlallah, ha affermato: «È nell’interesse del Libano, del presidente e del governo abbandonare la via dei negoziati diretti e tornare a un consenso nazionale per decidere l’opzione migliore». Sempre Fadlallah ha comunicato che Hezbollah infrangerà «la linea gialla» creata da Israele nel Libano meridionale e che «nessuno sarà in grado di disarmare la resistenza».
E mentre Netanyahu ha annunciato che Israele «non ha finito il lavoro» in Iran, sbandierando che Tel Aviv e Washington «si stanno caricando sulle spalle l’intera civiltà occidentale», i Paesi dell’Ue discuteranno oggi l’accordo di associazione con lo Stato ebraico, dopo che Madrid ha chiesto esplicitamente la rottura del patto. A manifestare cautela è l’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas: con la sospensione dell’accordo che «richiede l’unanimità», ha spiegato che ci sono già «altre misure sul tavolo», alcune delle quali richiedono solo «la maggioranza qualificata».







