A 42 anni dall’attentato alla Sinagoga restano i misteri sui legami tra l’Italia e i terroristi palestinesi
Ansa
Ricorre l’anniversario dell’attacco di cinque terroristi palestinesi che provocò la morte di un bambino di appena due anni, Stefano Gaj Tachè. I feriti furono 38. La procura di Roma ha riaperto l’indagine e tra i nodi da sciogliere anche i legami del Sismi con il fronte di liberazione palestinese.


A distanza di 42 anni dall’attentato alla Sinagoga di Roma, era il 9 ottobre del 1982, di sicuro c’è probabilmente quella tragedia poteva essere sventata dalle nostre forze di sicurezza. Nel 2021, infatti, alcuni documenti ufficiali del Sisde (attuale Aisi) che sono stati desecretati in questi ultimi anni hanno confermato che all’epoca c’erano state almeno ben sedici segnalazioni di possibili attentati durante le festività ebraiche. La stessa comunità aveva chiesto protezione, ma non era arrivata. Il 9 ottobre è Shemini Atzeret, il giorno in cui i bambini ricevono una benedizione speciale, secondo la tradizione romana.

«Nonostante questo e nonostante le molte richieste della comunità ebraica di incrementare le misure di sicurezza» ricordava la giornalista Maria Antonietta Calabrò in un articolo, «proprio quel giorno persino la singola camionetta che usualmente stazionava davanti al Tempio, quella mattina venne rimossa. Circostanza confermata in un’intervista a Repubblica da uno dei sopravvissuti». Per questo, si chiede Calabrò. «Perchè? Come mai il Viminale non dette seguito alle informative del Sisde? Cosa può dire il Ministro dell’Interno dell’epoca Virginio Rognoni oggi?». Di sicuro si tratta di una delle pagine più tristi del secondo dopoguerra per Roma, ma soprattutto per la comunità ebraica della Capitale.

Fu un commando di cinque terroristi di origine palestinese, appartenente al Consiglio Rivoluzionario Al Fatah di Abu Nidal, a lanciare tre bombe intorno a mezzogiorno e a esplodere raffiche di mitra sulla folla. I cinque erano in abito elegante, per non destare alcun sospetto e anche perché era sabato, shabbat ma appunto si celebrava la benedizione dei bambini. C’erano oltre 300 persone nel Tempio. L’attentato fu organizzato nei minimi dettagli. Via Catalana fu bloccata da una parte del commando, mentre altri si misero all’ingresso. A morire fu un bimbo di appena due anni. Si chiamava Stefano Gaj Tachè, mentre i feriti furono 37. Erano gli anni, come allora, dove si discuteva degli attacchi di Israele contro il Libano.

A giugno la Cgil, durante una manifestazione, aveva persino inscenato un funerale sotto la Sinagoga per poi scusarsi poco dopo. «Molti dirigenti sindacali sottovalutarono la gravità dell’episodio» scriveva in un articolo su Italia Oggi, a gennaio, Michele Magno, ex responsabile del dipartimento internazionale della Cgil. «La stessa lettera con cui Lama replicava alla condanna del rabbino Elio Toaff conteneva dei passaggi discutibili. La verità è che allora molti di noi erano vicini alle sofferenze del popolo palestinese e lontani dalle ragioni di Israele». Dei cinque terroristi responsabili dell’assalto ne venne identificato solo uno, Al Zomar, nonostante un arresto in Grecia non venne estradato in Italia e pare resto in Libia fino alla caduta di Gheddafi: è stato condannato in contumacia.

Nel 2020 la procura di Roma ha riaperto l’indagine. E lo scorso anno i magistrati, che procedono per il reato di strage, hanno indagato Walid Abdulrahman Abou Zayed, Gamal Tawfik Arabe El Arabi, Mahmoud Khader Abed Adra e Nizar Tawfiq Mussa Hamada. Il ricordo dell’attentato alla Sinagoga di Roma ci riporta anche agli anni bui del terrorismo, quando l’Italia era un punto di passaggio anche per i palestinesi. Nel documento conclusivo della commissione Mitrokhin del 2006 e della seconda commissione Moro, presieduta da Giuseppe Fioroni, si parla molto della vicinanza della vicinanza dei nostri servizi segreti alle forze di liberazione della Palestina. «A Beirut, operava il colonnello Stefano Giovannone, capocentro Sismi. La sua collaborazione con il servizio italiano era iniziata nel 1965, in Somalia. Da allora, la sua area operativa si estendeva al Medio Oriente dove aveva creato una fitta rete informativa che gli garantiva un flusso di informazioni costante» si legge nel testo. «Nei momenti critici dopo le guerre arabo-israeliane del 1967 e del 1973, col sostegno dell’onorevole Aldo Moro, sia da presidente del Consiglio sia da ministro degli esteri Giovannone si adopero per stabilire e avviare contatti con l’organizzazione per la liberazione della palestina». Una storia complessa che riguarda e tocca molti misteri d’Italia, non solo l’attentato alla Sinagoga di Roma nel 1982, ma anche la strage di Bologna e soprattutto il sequestro di Aldo Moro.

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