True
2022-01-25
1972: dalla contestazione alla violenza
True
Falce e fucile, Milano 1972 (Getty Images)
Il 1972 si aprì in maniera quantomeno inquietante per il mondo universitario, in agitazione dal «mitico» 1968 . La protesta studentesca aveva già perso la propria innocenza alla fine dell’anno successivo, quando il corpo dell’agente Antonio Annarumma giacque esanime sul terreno durante gli scontri tra gli studenti e la Polizia il 19 novembre del 1969. Un mese dopo, l’Italia veniva inghiottita dalla «notte della Repubblica» con la strage di piazza Fontana. Durante la manifestazione del primo anniversario della bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, in seguito a duri scontri tra studenti e polizia moriva lo studente lavoratore Saverio Saltarelli, colpito in pieno petto da un lacrimogeno.L’ Italia che poco prima aveva vissuto l’autunno caldo delle proteste operaie alle quali spesso si erano uniti gli studenti «operaisti» con risultati quantomeno discutibili, viveva un momento di forti tensioni politiche e sociali. Se da una parte le rivendicazioni dei lavoratori portarono ad un risultato concreto l’anno seguente, lo statuto dei lavoratori del 1970, il mondo studentesco parve esaurire l’onda lunga della contestazione degli esordi, mostrando evidenti segni di disgregazione interna e di frazionamento in gruppi e gruppuscoli dai quali sarebbero nate le principali formazioni della sinistra extraparlamentare degli «anni di piombo». Il clima di estrema tensione non risparmiò certo il Movimento studentesco di Mario Capanna, che tra la fine del 1971 e il nuovo anno mostrò segni evidenti di scivolamento verso l’uso sistematico della violenza contro ogni espressione di dissenso, ogni sospetto di eterodossia. I fatti parlarono chiaro attraverso le cronache e i personaggi che caddero nel mirino degli occupanti il «fortino» dell’Università Statale di Milano dove operavano stabilmente i vertici del Movimento. Ma ciò che maggiormente colpisce non è tanto la violenza in sé, presente ormai quotidianamente nello scontro ideologico e negli eventi di piazza, quanto piuttosto gli obiettivi colpiti dai ragazzi della contestazione. Leggendo nella storia di quei mesi, pare di entrare in una sorta di «mondo alla rovescia», dove i metodi squadristi sono applicati dai «katanghesi» del famigerato servizio d’ordine del movimento e i moderati invece coloro che dovranno appellarsi alle autorità per la salvaguardia delle istituzioni democratiche.
Colpire un sindacalista e un ebreo per «educarne cento»
Rispettando l’ordine cronologico, uno degli episodi più gravi avvenne dentro alla Statale il giorno del secondo anniversario della strage di Piazza Fontana, poco dopo la fine del corteo del 12 dicembre del 1971, caratterizzato come l’anno precedente da disordini . Un giovane come tanti con i capelli lunghi, barcollò trascinandosi fino ad un bar di via Santa Maria alla Porta, in pieno centro di Milano e poco lontano dalla Statale. Il volto tumefatto e insanguinato, infilò un gettone nel telefono pubblico per chiamare un’ambulanza con il braccio sinistro perché il destro, spezzato, penzolava inerte. Giuseppe Conti era stato picchiato selvaggiamente poco tempo prima all’interno del «fortino» del Movimento studentesco. Conti era un sindacalista degli edili della Uil e si era trovato il giorno sbagliato nel posto sbagliato. Lui che proprio «fascista» non si poteva definire, fu portato da un gruppo di studenti del movimento all’interno del numero 3 di via Festa del Perdono dopo che in strada fu aggredito verbalmente con l’accusa di essere un «noto picchiatore» e «amante del vino e della vita notturna». Disponibile al dialogo, Conti si era offerto di seguire i suoi accusatori con l’intenzione di dimostrare l’inconsistenza delle accuse che i compagni gli avevano rivolto. Invece di spiegare, finì in pochi minuti a terra tra i calci e i pugni del gruppo di aggressori, che mentre lo picchiavano urlavano «lurido fascista». Conti ad un certo punto svenne e per farlo riprendere, gli fu infilata la testa in un lavandino riempito di acqua gelata. Quindi fu buttato fuori a calci nel freddo del dicembre milanese, senza che nessuno dei passanti si prestasse a portargli aiuto. Il 26 gennaio una manifestazione guidata da Capanna e Luca Cafiero, vertici del Ms, finiva in sassaiola appena fuori dalla Statale con numerosi feriti tra le forze dell’ordine e i manifestanti.
Il giorno seguente, il 27 gennaio 1972 davanti all’Università milanese si consumava un altro vile pestaggio, di quaranta giovani contro uno. Questa volta non si trattava di un «nemico del popolo» come il sindacalista Uil. L’obiettivo fu un ragazzo ebreo di nazionalità israeliana, Joseph Israeli. Alla Statale aveva incontrato un ex compagno di corso di quando frequentava l’università a Siena che aveva voluto salutare. Inspiegabilmente quest’ultimo ricambiò il saluto con improperi, apostrofando Israeli come «fascista volontario di guerra e uccisore di arabi». Il ragazzo era colpevole di essere stato chiamato alle armi per il servizio obbligatorio proprio allo scoppio della guerra dei Sei giorni nel 1967 e questo bastò ai contestatori per catalogarlo come criminale di guerra. Così come bastarono poche grida ad attirare il «branco», che in una manciata di secondi si avventava sull’«ebreo fascista» per spiegargli a calci e pugni che il «fortino» era il luogo sbagliato per lui. Lo strapparono alla furia due agenti in borghese di pattuglia che si erano trovati a poca distanza dalla rissa. Mentre Israeli finiva al Policlinico, Mario Capanna rispondeva con un esposto in Procura per denunciare la dura reazione delle forze dell’ordine per un corteo ( non autorizzato) diretto verso il liceo Leonardo da Vinci occupato e minacciato di sgombero. Contestualmente il capo del Movimento veniva denunciato a sua volta per vilipendio al Capo dello Stato Giovanni Leone, che il leader studentesco aveva definito durante un comizio in piazza Santo Stefano un «miserabile reazionario». Mario Capanna fu arrestato il 29 gennaio 1972 con l’accusa di falsa testimonianza e reticenza durante gli interrogatori per il ferimento del sindacalista Conti, e finì a San Vittore. Il lìder maximo della prima fase della contestazione non fu l’esecutore materiale del pestaggio, ma respinse fermamente l’accusa di connivenza con gli autori, che disse di non conoscere. Mentre Capanna si trovava nel carcere milanese, la Questura perquisiva le sedi dei «gruppuscoli» extraparlamentari (come li aveva battezzati lo stesso leader studentesco). Nascosti negli appartamenti si trovavano spranghe e molotov pronte per l’uso in piazza pronte all’uso contro la Polizia e i fascisti, ma anche contro gli avversari di sinistra, i «revisionisti» e servi dello Stato borghese, leggasi Pci e sindacati. L’asticella del conflitto era in mano a Lotta Continua, Potere Operaio, Avanguardia Operaia, che provvidero ad alzarla progressivamente. Alla fine di dicembre del 1971 gli inquirenti trovarono tre auto con i bagagliai pieni di molotov. Dopo la perquisizione alla sede di Potere Operaio in via Galileo Galilei a Milano, venivano fermati i proprietari di una Renault, di una Fiat 500 e di una Citroen Dyane, tutti membri del gruppo della sinistra extraparlamentare. A colpire era la loro estrazione sociale borghese e anche di più. Tra i giovani figurava un marchese di origini fiorentine residente a Biella, Francesco Mori Ubaldini degli Alberti Lamarmora, discendente del famoso generale e primo ministro del Risorgimento. Con il nobile «difensore delle masse operaie» venivano portati in Questura anche l’architetto Riccardo Sarfatti e la sua compagna Sandra Severi. La proprietaria della Dyane «esplosiva» era una studentessa di Portogruaro, Lucilla Albano, figlia di un noto commercialista della zona. A suon di bottiglie incendiarie, questi giovani avrebbero dovuto rappresentare la bandiera dell’operaismo politico che si prefiggeva di accelerare il processo di lotta di classe nelle fabbriche creando una frattura con i «nemici» del Partito comunista e delle sigle sindacali, diventati complici dei «padroni» e dello «Stato borghese». L’ombra dei gruppi extraparlamentari, i cui vertici erano spesso gemmazioni del movimento studentesco, stava sempre più oscurando le battaglie degli studenti per i diritti allo studio e per la riforma universitaria. I nemici del nuovo decennio, per la sinistra extraparlamentare erano lo Stato e praticamente tutti i partiti dell’arco costituzionale. In un clima sempre più teso, scandito da guerriglie urbane quasi quotidiane, le nuove formazioni radicalizzavano la lotta mentre la storia del Paese passava attraverso fatti di cronaca che l’avrebbero segnata. Il 3 marzo 1972 la stella a cinque punte delle Brigate Rosse esordiva sulle pagine della cronaca nazionale con il rapimento lampo del capo del personale della Sit-Siemens Idalgo Macchiarini. Passavano appena otto giorni e Milano, capitale dello scontro di piazza in quei mesi, veniva nuovamente messa a ferro e fuoco. Sul terreno rimase stavolta la vita un innocente, il pensionato sessantenne Giuseppe Tavecchio, che si era venuto a trovare nel mezzo della battaglia innescata per impedire un corteo della «maggioranza silenziosa». Tre giorni dopo sotto un traliccio dell’alta tensione nel comune di Segrate alle porte di Milano veniva rinvenuto il corpo dilaniato dell’editore Giangiacomo Feltrinelli, morto per l’esplosione accidentale di un candelotto di dinamite che l’imprenditore figlio di grandi imprenditori stava innescando per provocare un black-out. Anche Feltrinelli era ossessionato dal ritorno del fascismo (in particolare in seguito al fallito golpe Borghese del 1970) ed aveva costituito i Gap, Gruppi d’azione partigiana, un’organizzazione clandestina che si rifaceva direttamente al mito resistenziale dell’ultima guerra al quale si ispireranno anche le prime Br. Un altro dei «gruppuscoli» che contribuirono alla radicalizzazione dello scontro a «sinistra della sinistra» durante il 1972 fu senza dubbio Lotta Continua, il cui leader degli esordi del gruppo milanese di Lc Michelangelo Spada esordì nel movimento a fianco di Mario Capanna durante la primissima occupazione dell’università Cattolica del capoluogo lombardo. Il 12 marzo 1972 Spada viene arrestato in occasione degli scontri del «sabato rosso» in cui perse la vita il pensionato. Dalla cronaca sulle indagini seguite alle violenze emergevano le origini tutte borghesi di Spada, figlio di un alto funzionario ministeriale romano e allora residente a Milano nella non proprio popolarissima zona di corso Magenta. Si parlò anche della rete di avvocati che proteggeva gli esponenti di Lc, quel gruppo noto poi come «soccorso rosso» del quale facevano parte gli avvocati Michele Pepe, Marco Janni e Leopoldo Leon, riuniti attorno al «Comitato di lotta e di difesa contro la repressione» per l’assistenza legale ai compagni «vittime» della mano della Giustizia di Stato e della repressione poliziesca dei protettori del mondo proletario. Leon, allora 43enne (un «vecchio» rispetto ai suoi assistiti) veniva da una famiglia della buona borghesia originaria di Napoli e a Milano risiedeva assieme alla compagna 27enne figlia di importanti «padroni» di industria. Il gruppo di legali si occupava in quel periodo di uno degli obiettivi più importanti di Lotta Continua, la liberazione del ballerino anarchico Pietro Valpreda, incarcerato per la strage di piazza Fontana. E proprio attorno alle conseguenze dell’attentato del 12 dicembre 1969 si consumò a soli due mesi dal «sabato rosso» in cui fu arrestato Spada uno dei delitti più gravi della storia repubblicana, l’omicidio del commissario Luigi Calabresi avvenuto il 17 maggio 1972. Contro il funzionario, il gruppo di «Lotta Continua» per voce dell’omonimo quotidiano si era scagliato sin dal 1970 in una violenta campagna di accusa accompagnata da spietato dossieraggio e da pagine pubblicate anche da settimanali nazionali che additavano Calabresi come il responsabile incontestabile della morte di Giuseppe Pinelli. Lotta Continua aveva già emesso la fantomatica sentenza di morte nel nome del «proletariato» e aveva riportato la delirante affermazione che il commissario fosse un agente della CIA sotto copertura. L’omicidio del commissario Calabresi fu uno spartiacque definitivo. La lotta delle formazioni extraparlamentari era ormai lontanissima dalla questione della riforma universitaria, e nulla aveva più a che fare con la rivoluzione culturale e del costume. Quella si era sviluppata precedentemente ed aveva coinvolto tutti i giovani italiani (o almeno gran parte) in una battaglia generazionale che coinvolse anche la destra. Le schegge fuoriuscite dal Movimento studentesco, nel 1972, avevano slogan e obiettivi diversi da quelli nati alla fine degli anni Sessanta. Diverso era anche il sentimento del Paese, ormai distante anni luce dalle ultime propaggini della crescita economica nata con il «boom». I gruppi extraparlamentari, nati con grande risonanza mediatica ai cancelli delle grandi fabbriche dell’«autunno caldo» per opera prevalente di studenti borghesi dovevano combattere lo Stato «nemico dei proletari» e anche tutto ciò che rientrava nella sfera politica costituzionale: in primis il Pci, il «traditore delle masse» che a partire dai primi anni Settanta si era messo a discutere di compromesso storico con la Democrazia Cristiana. E i sindacati, gemmazione dei partiti di sinistra, erano nemici alla stessa stregua. Mentre nelle piazze italiane stava per iniziare la guerra degli «opposti estremismi» tra extraparlamentari e gruppi neofascisti nati dal distacco dal Msi ritenuto ormai parte del sistema, nuovo sangue sarebbe sgorgato come tragico risultato della «strategia della tensione», vedi la bomba del 1973 alla Questura di Milano, il treno Italicus e la strage di Piazza della Loggia l’anno successivo. L’eclissi del 1968 e degli «anni formidabili» di Capanna e compagni era consumata, la «fantasia al potere» rimpiazzata dal piombo e dalle molotov, un leitmotiv per il resto del decennio, quando partirà l’attacco al «cuore dello Stato». Si vociferò, alla fine del 1972, che Mario Capanna avesse deciso di lasciare il «fortino della Statale» per trasferirsi a Pavia. La notizia non ebbe riscontro, e il leader della contestazione al tramonto scelse altre strade, evitando di compromettersi alla fine con quei «compagni che sbagliano» protagonisti della lotta armata, scegliendo la via delle elezioni con il Mls (Movimento Lavoratori per il socialismo) passando dal PdUP (partito democratico di Unità Proletaria e quindi al cartello di Democrazia Proletaria prima e con i Verdi nel decennio successivo. Gli anni ottanta, quelli dell’edonismo, vedranno ritornare tanti borghesi rivoluzionari visti sulle barricate del 1972. Questa volta però dall’altra parte, in qualità di dirigenti, giornalisti, imprenditori, politici e affermati professionisti. Qualcuno disse che dopo la metamorfosi erano diventati peggio dei «padroni della ferriera».
Continua a leggereRiduci
Cinquant'anni fa dalla rivoluzione (borghese) della «fantasia al potere» i gruppi extraparlamentari nati da costole del movimento studentesco inauguravano una stagione di violenze, spesso contro obiettivi incomprensibilmente accusati di essere «fascisti» al soldo della borghesia. Nell'anno della morte di Feltrinelli e dell'omicidio Calabresi, l'utopia del 1968 era ormai un ricordo.Il 1972 si aprì in maniera quantomeno inquietante per il mondo universitario, in agitazione dal «mitico» 1968 . La protesta studentesca aveva già perso la propria innocenza alla fine dell’anno successivo, quando il corpo dell’agente Antonio Annarumma giacque esanime sul terreno durante gli scontri tra gli studenti e la Polizia il 19 novembre del 1969. Un mese dopo, l’Italia veniva inghiottita dalla «notte della Repubblica» con la strage di piazza Fontana. Durante la manifestazione del primo anniversario della bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, in seguito a duri scontri tra studenti e polizia moriva lo studente lavoratore Saverio Saltarelli, colpito in pieno petto da un lacrimogeno.L’ Italia che poco prima aveva vissuto l’autunno caldo delle proteste operaie alle quali spesso si erano uniti gli studenti «operaisti» con risultati quantomeno discutibili, viveva un momento di forti tensioni politiche e sociali. Se da una parte le rivendicazioni dei lavoratori portarono ad un risultato concreto l’anno seguente, lo statuto dei lavoratori del 1970, il mondo studentesco parve esaurire l’onda lunga della contestazione degli esordi, mostrando evidenti segni di disgregazione interna e di frazionamento in gruppi e gruppuscoli dai quali sarebbero nate le principali formazioni della sinistra extraparlamentare degli «anni di piombo». Il clima di estrema tensione non risparmiò certo il Movimento studentesco di Mario Capanna, che tra la fine del 1971 e il nuovo anno mostrò segni evidenti di scivolamento verso l’uso sistematico della violenza contro ogni espressione di dissenso, ogni sospetto di eterodossia. I fatti parlarono chiaro attraverso le cronache e i personaggi che caddero nel mirino degli occupanti il «fortino» dell’Università Statale di Milano dove operavano stabilmente i vertici del Movimento. Ma ciò che maggiormente colpisce non è tanto la violenza in sé, presente ormai quotidianamente nello scontro ideologico e negli eventi di piazza, quanto piuttosto gli obiettivi colpiti dai ragazzi della contestazione. Leggendo nella storia di quei mesi, pare di entrare in una sorta di «mondo alla rovescia», dove i metodi squadristi sono applicati dai «katanghesi» del famigerato servizio d’ordine del movimento e i moderati invece coloro che dovranno appellarsi alle autorità per la salvaguardia delle istituzioni democratiche.Colpire un sindacalista e un ebreo per «educarne cento»Rispettando l’ordine cronologico, uno degli episodi più gravi avvenne dentro alla Statale il giorno del secondo anniversario della strage di Piazza Fontana, poco dopo la fine del corteo del 12 dicembre del 1971, caratterizzato come l’anno precedente da disordini . Un giovane come tanti con i capelli lunghi, barcollò trascinandosi fino ad un bar di via Santa Maria alla Porta, in pieno centro di Milano e poco lontano dalla Statale. Il volto tumefatto e insanguinato, infilò un gettone nel telefono pubblico per chiamare un’ambulanza con il braccio sinistro perché il destro, spezzato, penzolava inerte. Giuseppe Conti era stato picchiato selvaggiamente poco tempo prima all’interno del «fortino» del Movimento studentesco. Conti era un sindacalista degli edili della Uil e si era trovato il giorno sbagliato nel posto sbagliato. Lui che proprio «fascista» non si poteva definire, fu portato da un gruppo di studenti del movimento all’interno del numero 3 di via Festa del Perdono dopo che in strada fu aggredito verbalmente con l’accusa di essere un «noto picchiatore» e «amante del vino e della vita notturna». Disponibile al dialogo, Conti si era offerto di seguire i suoi accusatori con l’intenzione di dimostrare l’inconsistenza delle accuse che i compagni gli avevano rivolto. Invece di spiegare, finì in pochi minuti a terra tra i calci e i pugni del gruppo di aggressori, che mentre lo picchiavano urlavano «lurido fascista». Conti ad un certo punto svenne e per farlo riprendere, gli fu infilata la testa in un lavandino riempito di acqua gelata. Quindi fu buttato fuori a calci nel freddo del dicembre milanese, senza che nessuno dei passanti si prestasse a portargli aiuto. Il 26 gennaio una manifestazione guidata da Capanna e Luca Cafiero, vertici del Ms, finiva in sassaiola appena fuori dalla Statale con numerosi feriti tra le forze dell’ordine e i manifestanti.Il giorno seguente, il 27 gennaio 1972 davanti all’Università milanese si consumava un altro vile pestaggio, di quaranta giovani contro uno. Questa volta non si trattava di un «nemico del popolo» come il sindacalista Uil. L’obiettivo fu un ragazzo ebreo di nazionalità israeliana, Joseph Israeli. Alla Statale aveva incontrato un ex compagno di corso di quando frequentava l’università a Siena che aveva voluto salutare. Inspiegabilmente quest’ultimo ricambiò il saluto con improperi, apostrofando Israeli come «fascista volontario di guerra e uccisore di arabi». Il ragazzo era colpevole di essere stato chiamato alle armi per il servizio obbligatorio proprio allo scoppio della guerra dei Sei giorni nel 1967 e questo bastò ai contestatori per catalogarlo come criminale di guerra. Così come bastarono poche grida ad attirare il «branco», che in una manciata di secondi si avventava sull’«ebreo fascista» per spiegargli a calci e pugni che il «fortino» era il luogo sbagliato per lui. Lo strapparono alla furia due agenti in borghese di pattuglia che si erano trovati a poca distanza dalla rissa. Mentre Israeli finiva al Policlinico, Mario Capanna rispondeva con un esposto in Procura per denunciare la dura reazione delle forze dell’ordine per un corteo ( non autorizzato) diretto verso il liceo Leonardo da Vinci occupato e minacciato di sgombero. Contestualmente il capo del Movimento veniva denunciato a sua volta per vilipendio al Capo dello Stato Giovanni Leone, che il leader studentesco aveva definito durante un comizio in piazza Santo Stefano un «miserabile reazionario». Mario Capanna fu arrestato il 29 gennaio 1972 con l’accusa di falsa testimonianza e reticenza durante gli interrogatori per il ferimento del sindacalista Conti, e finì a San Vittore. Il lìder maximo della prima fase della contestazione non fu l’esecutore materiale del pestaggio, ma respinse fermamente l’accusa di connivenza con gli autori, che disse di non conoscere. Mentre Capanna si trovava nel carcere milanese, la Questura perquisiva le sedi dei «gruppuscoli» extraparlamentari (come li aveva battezzati lo stesso leader studentesco). Nascosti negli appartamenti si trovavano spranghe e molotov pronte per l’uso in piazza pronte all’uso contro la Polizia e i fascisti, ma anche contro gli avversari di sinistra, i «revisionisti» e servi dello Stato borghese, leggasi Pci e sindacati. L’asticella del conflitto era in mano a Lotta Continua, Potere Operaio, Avanguardia Operaia, che provvidero ad alzarla progressivamente. Alla fine di dicembre del 1971 gli inquirenti trovarono tre auto con i bagagliai pieni di molotov. Dopo la perquisizione alla sede di Potere Operaio in via Galileo Galilei a Milano, venivano fermati i proprietari di una Renault, di una Fiat 500 e di una Citroen Dyane, tutti membri del gruppo della sinistra extraparlamentare. A colpire era la loro estrazione sociale borghese e anche di più. Tra i giovani figurava un marchese di origini fiorentine residente a Biella, Francesco Mori Ubaldini degli Alberti Lamarmora, discendente del famoso generale e primo ministro del Risorgimento. Con il nobile «difensore delle masse operaie» venivano portati in Questura anche l’architetto Riccardo Sarfatti e la sua compagna Sandra Severi. La proprietaria della Dyane «esplosiva» era una studentessa di Portogruaro, Lucilla Albano, figlia di un noto commercialista della zona. A suon di bottiglie incendiarie, questi giovani avrebbero dovuto rappresentare la bandiera dell’operaismo politico che si prefiggeva di accelerare il processo di lotta di classe nelle fabbriche creando una frattura con i «nemici» del Partito comunista e delle sigle sindacali, diventati complici dei «padroni» e dello «Stato borghese». L’ombra dei gruppi extraparlamentari, i cui vertici erano spesso gemmazioni del movimento studentesco, stava sempre più oscurando le battaglie degli studenti per i diritti allo studio e per la riforma universitaria. I nemici del nuovo decennio, per la sinistra extraparlamentare erano lo Stato e praticamente tutti i partiti dell’arco costituzionale. In un clima sempre più teso, scandito da guerriglie urbane quasi quotidiane, le nuove formazioni radicalizzavano la lotta mentre la storia del Paese passava attraverso fatti di cronaca che l’avrebbero segnata. Il 3 marzo 1972 la stella a cinque punte delle Brigate Rosse esordiva sulle pagine della cronaca nazionale con il rapimento lampo del capo del personale della Sit-Siemens Idalgo Macchiarini. Passavano appena otto giorni e Milano, capitale dello scontro di piazza in quei mesi, veniva nuovamente messa a ferro e fuoco. Sul terreno rimase stavolta la vita un innocente, il pensionato sessantenne Giuseppe Tavecchio, che si era venuto a trovare nel mezzo della battaglia innescata per impedire un corteo della «maggioranza silenziosa». Tre giorni dopo sotto un traliccio dell’alta tensione nel comune di Segrate alle porte di Milano veniva rinvenuto il corpo dilaniato dell’editore Giangiacomo Feltrinelli, morto per l’esplosione accidentale di un candelotto di dinamite che l’imprenditore figlio di grandi imprenditori stava innescando per provocare un black-out. Anche Feltrinelli era ossessionato dal ritorno del fascismo (in particolare in seguito al fallito golpe Borghese del 1970) ed aveva costituito i Gap, Gruppi d’azione partigiana, un’organizzazione clandestina che si rifaceva direttamente al mito resistenziale dell’ultima guerra al quale si ispireranno anche le prime Br. Un altro dei «gruppuscoli» che contribuirono alla radicalizzazione dello scontro a «sinistra della sinistra» durante il 1972 fu senza dubbio Lotta Continua, il cui leader degli esordi del gruppo milanese di Lc Michelangelo Spada esordì nel movimento a fianco di Mario Capanna durante la primissima occupazione dell’università Cattolica del capoluogo lombardo. Il 12 marzo 1972 Spada viene arrestato in occasione degli scontri del «sabato rosso» in cui perse la vita il pensionato. Dalla cronaca sulle indagini seguite alle violenze emergevano le origini tutte borghesi di Spada, figlio di un alto funzionario ministeriale romano e allora residente a Milano nella non proprio popolarissima zona di corso Magenta. Si parlò anche della rete di avvocati che proteggeva gli esponenti di Lc, quel gruppo noto poi come «soccorso rosso» del quale facevano parte gli avvocati Michele Pepe, Marco Janni e Leopoldo Leon, riuniti attorno al «Comitato di lotta e di difesa contro la repressione» per l’assistenza legale ai compagni «vittime» della mano della Giustizia di Stato e della repressione poliziesca dei protettori del mondo proletario. Leon, allora 43enne (un «vecchio» rispetto ai suoi assistiti) veniva da una famiglia della buona borghesia originaria di Napoli e a Milano risiedeva assieme alla compagna 27enne figlia di importanti «padroni» di industria. Il gruppo di legali si occupava in quel periodo di uno degli obiettivi più importanti di Lotta Continua, la liberazione del ballerino anarchico Pietro Valpreda, incarcerato per la strage di piazza Fontana. E proprio attorno alle conseguenze dell’attentato del 12 dicembre 1969 si consumò a soli due mesi dal «sabato rosso» in cui fu arrestato Spada uno dei delitti più gravi della storia repubblicana, l’omicidio del commissario Luigi Calabresi avvenuto il 17 maggio 1972. Contro il funzionario, il gruppo di «Lotta Continua» per voce dell’omonimo quotidiano si era scagliato sin dal 1970 in una violenta campagna di accusa accompagnata da spietato dossieraggio e da pagine pubblicate anche da settimanali nazionali che additavano Calabresi come il responsabile incontestabile della morte di Giuseppe Pinelli. Lotta Continua aveva già emesso la fantomatica sentenza di morte nel nome del «proletariato» e aveva riportato la delirante affermazione che il commissario fosse un agente della CIA sotto copertura. L’omicidio del commissario Calabresi fu uno spartiacque definitivo. La lotta delle formazioni extraparlamentari era ormai lontanissima dalla questione della riforma universitaria, e nulla aveva più a che fare con la rivoluzione culturale e del costume. Quella si era sviluppata precedentemente ed aveva coinvolto tutti i giovani italiani (o almeno gran parte) in una battaglia generazionale che coinvolse anche la destra. Le schegge fuoriuscite dal Movimento studentesco, nel 1972, avevano slogan e obiettivi diversi da quelli nati alla fine degli anni Sessanta. Diverso era anche il sentimento del Paese, ormai distante anni luce dalle ultime propaggini della crescita economica nata con il «boom». I gruppi extraparlamentari, nati con grande risonanza mediatica ai cancelli delle grandi fabbriche dell’«autunno caldo» per opera prevalente di studenti borghesi dovevano combattere lo Stato «nemico dei proletari» e anche tutto ciò che rientrava nella sfera politica costituzionale: in primis il Pci, il «traditore delle masse» che a partire dai primi anni Settanta si era messo a discutere di compromesso storico con la Democrazia Cristiana. E i sindacati, gemmazione dei partiti di sinistra, erano nemici alla stessa stregua. Mentre nelle piazze italiane stava per iniziare la guerra degli «opposti estremismi» tra extraparlamentari e gruppi neofascisti nati dal distacco dal Msi ritenuto ormai parte del sistema, nuovo sangue sarebbe sgorgato come tragico risultato della «strategia della tensione», vedi la bomba del 1973 alla Questura di Milano, il treno Italicus e la strage di Piazza della Loggia l’anno successivo. L’eclissi del 1968 e degli «anni formidabili» di Capanna e compagni era consumata, la «fantasia al potere» rimpiazzata dal piombo e dalle molotov, un leitmotiv per il resto del decennio, quando partirà l’attacco al «cuore dello Stato». Si vociferò, alla fine del 1972, che Mario Capanna avesse deciso di lasciare il «fortino della Statale» per trasferirsi a Pavia. La notizia non ebbe riscontro, e il leader della contestazione al tramonto scelse altre strade, evitando di compromettersi alla fine con quei «compagni che sbagliano» protagonisti della lotta armata, scegliendo la via delle elezioni con il Mls (Movimento Lavoratori per il socialismo) passando dal PdUP (partito democratico di Unità Proletaria e quindi al cartello di Democrazia Proletaria prima e con i Verdi nel decennio successivo. Gli anni ottanta, quelli dell’edonismo, vedranno ritornare tanti borghesi rivoluzionari visti sulle barricate del 1972. Questa volta però dall’altra parte, in qualità di dirigenti, giornalisti, imprenditori, politici e affermati professionisti. Qualcuno disse che dopo la metamorfosi erano diventati peggio dei «padroni della ferriera».
@Alpine Cars
Anche per questo, il rapporto d’affari tra Gucci e la scuderia francese Alpine-Renault, reso noto ieri, non dovrebbe stupire. Il demiurgo dell’intesa attiva dalla stagione 2027, il manager milanese di origini pugliesi Luca De Meo, a capo del gruppo Kering che include Gucci, ha un passato fruttuoso da dirigente nel mondo delle automobili (è stato ceo di Alpine) e ha studiato l’ingresso del marchio di moda nella Formula 1 non lesinando sui dettagli.
Gucci, di Alpine, diventa «title partner»: non soltanto uno sponsor, ma parte attiva della scuderia nata nel 1955, il cui nome diventerà Gucci Racing Alpine Formula One Team. Cambieranno pure i colori delle monoposto. Invece della combinazione di rosa e blu, è stato scelto un mix nero-oro per far risaltare l’emblematica «G» a corredo delle livree dei piloti e di un insieme di prodotti pensati ad hoc. Se per Francesca Bellettini, presidente e amministratore delegato di Gucci, l’accordo sarebbe «un riflesso della nostra ambizione e del ruolo che vogliamo, una convergenza unica di performance, cultura e portata globale, e Alpine è il partner giusto per dare vita a questa visione», è impossibile non pensare pure all’ingresso di Lmvh (nella fattispecie Louis Vuitton) come sponsor ufficiale del Mondiale in corso. Lo scopo di Liberty media, a capo della gestione commerciale del circus dei motori, era ben chiaro fin dai tempi in cui raccontò il mondo delle monoposto, dei box e dei piloti promuovendo la docuserie Netflix Drive to survive, che forgiò un immaginario accessibile a milioni di spettatori, tutti utenti di Instagram e TikTok, e ovviamente tutti consumatori spendenti: trasformare le corse in un red carpet costante.
Tra i fan potenziali, è lievitata la componente femminile sotto i 35 anni, per statistica tra le più stimolate agli acquisti nella moda. Quasi a dire: maschi sui motori, donne su ciò che li abbellisce, o magari viceversa. Non scordando un aspetto essenziale, la fascinazione degli sceicchi arabi per il mondo delle gare, indizio di per sé gravido di sottintesi danarosi. Già dai tempi di Benetton - il cui team manager era Flavio Briatore, oggi consigliere esecutivo di Alpine - si puntò su analoghe convergenze. Canonizzate poi dal ferrarista Lewis Hamilton, pilota leggendario, icona dandy, presunto fidanzato dell’influencer Kim Kardashian, appassionato di alta moda al punto da diventare volto della campagna Pink PP per Valentino DI.Vas e co-produttore di F1 - Il film, con Brad Pitt. Luca De Meo rimarca il bacino gargantuesco a cui Gucci vorrebbe mirare: nel 2024 la Formula 1 avrebbe registrato 6,5 milioni di spettatori presenti ai Gran Premi, 1,6 miliardi di spettatori televisivi cumulati e 97 milioni di seguaci sui social media, a cui è bene aggiungere l’analisi dell’agenzia Karla Otto e della piattaforma Lefty, secondo cui sarebbe il secondo sport da tenere in considerazione per contributo all’Earned media value (Emv) del settore moda. L’Emv è la metrica che stima il valore della visibilità ottenuta gratis, senza investimenti. Una pesca a strascico con reti dorate. Forse è il destino di tutti gli sport popolari, e però inarrivabili: affiancare alla componente agonistica la sensazione dell’evento glamour, all’etica, l’estetica, insomma il caravanserraglio diveniente del presente permanente.
Continua a leggereRiduci
Ma la finanza, si sa, ha bisogno di battezzare continuamente nuove tendenze. Così, dai Faang siamo passati ai «Magnifici 7» (Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla), fino all’ultimo arrivato dei circoli finanziari: i Batmmaan. In questa nuova sigla, il mantello del supereroe è indossato da Broadcom, unendosi ai soliti noti (Apple, Tesla, Microsoft, Meta, Amazon, Alphabet e Nvidia) per cavalcare l’onda dei chip e dell’Intelligenza artificiale. Tuttavia, dietro questa girandola di lettere si nasconde un’insidia che il risparmiatore non dovrebbe mai sottovalutare. «Bisogna prendere sempre con le pinze l’approccio basato su ricette facili e acronimi da replicare», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «perché ogni epoca ha i suoi campioni, ma la gloria è spesso effimera. Molte società cadono in disgrazia o escono dai favori degli investitori non appena i temi sottostanti cambiano. Investire scegliendo “sic et simpliciter”, i migliori titoli del passato, è una trappola: investire non è come giocare la schedina sapendo i risultati il lunedì successivo».
Nel maggio 2026, la compattezza di questi gruppi sta venendo meno. Se la capitalizzazione complessiva dei Magnifici 7 ha raggiunto la cifra astronomica di 20.000 miliardi di euro, le performance iniziano a divaricarsi. Mentre Alphabet segna un +117% annuo, titoli come Microsoft (-10,18%) e Meta (-6,9%) mostrano in alcuni casi segnali di stanchezza.
«Il problema è che il mercato seleziona i nomi quando sono già sulla bocca di tutti», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente, «ma oggi i criteri devono essere più sofisticati. La capacità di trasformare l’IA in flussi di cassa reali è l’unico driver che conta davvero, e non tutti i componenti di questi acronimi ci stanno riuscendo allo stesso modo». E un portafoglio di investimenti deve essere diversificato e profilato per ciascun investitore in base alla sua propensione al rischio e alla capacità di sostenere perdite che, riguardo i titoli «tech», possono arrivare anche a un’escursione avversa del -70%. Ha certo senso avere in portafoglio diversi di questi titoli, ma è bene conoscere le regole del «gioco» e non proiettare mai i rendimenti passati nel futuro.
Peraltro, secondo alcuni analisti il dominio tecnologico Usa non è più un dogma. L’ascesa di realtà cinesi come DeepSeek nel campo dell’IA ha dimostrato che la supremazia dei semiconduttori americani è attaccabile, provocando ondate di volatilità che colpiscono i portafogli troppo concentrati.
Continua a leggereRiduci
Giacomo Biffi (Imagoeconomica)
C’è stato l’11 settembre, siamo in pieno scontro di civiltà e la minaccia della jihad si espande sull’Occidente. L’immigrazione, soprattutto da Sud a Nord, sta diventando ingestibile. In America c’è George W. Bush, in Cina Hu Jintao, in Russia comanda già Vladimir Putin. Nel 2001, dopo la strage delle Torri gemelle, la Nato invade l’Afghanistan nel tentativo di smantellare Al Qaeda di Osama Bin Laden. Nel 2003 inizia la seconda Guerra del golfo. E Giacomo Biffi, cardinale e arcivescovo di Bologna dal 1984, pubblica con Piemme questo Piccolo dizionario del cristianesimo. Quando si vivono momenti di crisi si è soliti cercare conforto nei grandi classici. Ma nella fattispecie non vale perché alla sua prima edizione questo testo prezioso ebbe un’accoglienza tiepida. Ora, grazie a Cantagalli che meritoriamente lo riedita con una nuova veste grafica e la cura della carmelitana scalza Emanuela Ghini, che nelle 80 voci, da Aborto a Vuotezza, ha inserito sottotitoli che ne aiutano la lettura, un saggio dimenticato svela tutta la sua forza e attualità.
In ordine alfabetico, la prima voce è «Aborto». Scrive Biffi, citando un ministro che per promuovere un provvedimento ha detto che non è «un’istigazione al matrimonio», «riteniamo iniqua la legge 194 - ipocritamente intitolata “per la tutela della maternità” - che autorizza e addirittura finanzia la soppressione delle creature umane prima della nascita. Questa sì che è una “istigazione”: è una istigazione a commettere quello che il Concilio Vaticano II chiama l’“abominevole delitto dell’aborto”».
Trattandosi, però, di un dizionario del cristianesimo è da questa voce che conviene iniziare. Biffi muove dalla consapevolezza di quale tesoro contenga la fede e, geloso delle sue peculiarità fuori da ogni catalogo, ne canta la potenza e la carica eversiva rispetto alla «mentalità di questo secolo» (San Paolo). Non piega il cristianesimo a pretesto per militanze politiche, a spunto per posizioni che non abbiano a cuore il destino ultimo dell’uomo e la preoccupazione esclusiva per il suo bene. È «inconfrontabile» con le altre religioni «perché nella sua realtà più autentica è una persona, la persona di Cristo, il Verbo che si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Si può anche dire «che tutte le religioni hanno del buono […] purché non si dimentichi che […] il cristianesimo è un fatto, e i fatti non si scelgono, “sono”. Include ovviamente delle idee circa la divinità, delle norme etiche, dei riti, come tutte le religioni; ma primariamente è un avvenimento, e come tale è unico e imparagonabile».
In alcuni passaggi si avverte l’eco della predicazione di monsignor Luigi Giussani, con il quale Biffi ha condiviso la formazione nel seminario di Venegono. Fede e ragione sono sorelle. La ragione cerca la fede. Si apre all’avvento della fede, la contempla come possibilità reale. Invece, a un certo punto si è cominciato a dire «che sono suocera e nuora», incompatibili. E l’uomo, pensando di diventare padrone autosufficiente, in realtà, si è perso. Ha cancellato Dio Padre. Ha cominciato a teorizzarne la morte. Trasformando il mondo in un gigantesco e «malinconico orfanotrofio», abitato da gente che ha come prospettiva quella di essere «figlia del caso». «Anche oggi», continua l’arcivescovo, «la questione prima e più decisiva per l’umanità è riscoprire la paternità di Dio». Non c’è scampo, scrive Biffi osservando la presa nell’opinione pubblica dei vari socialismi e solidarismi: «Se vogliamo vivere da fratelli e salvarci, dobbiamo ripartire dal Padre». Ma per far questo occorre rispondere all’imperativo che ci pone Cristo. O è il Figlio di Dio fatto uomo, e allora non resta che seguirlo, o è un impostore. Nessuno, «per quanto faccia l’indifferente o il disinteressato», può sfuggire a questo interrogativo. «Non è possibile rimanere neutrali [...], Gesù non è uno che mette d’accordo tutti… Non è un ansiolitico, è una sfida». Per aiutarci a raccoglierla il Padreterno ci ha lasciato la Chiesa, il «capolavoro compiuto da Dio con i deludenti materiali umani». Ecco l’ironia di Biffi. La sua lezione di umiltà, l’invito a non tirarcela, a non attribuirci troppi meriti, ma a riconoscere la benevolenza divina.
Il cardinale si rivolge allora alla Chiesa, esortandola a prendere il largo se vuole che «la pesca di uomini non riesca infruttuosa. Una Chiesa assimilata a quella che san Paolo chiama “la mentalità di questo secolo” non converte nessuno». «Non dare ascolto a chi, nell’intento di avvicinarti alle realtà della terra, in definitiva ti conduce a insabbiarti. Se ti insabbi diventi superflua, anzi inutile nella vicenda umana, perché sei fatta per navigare». In altre parti usa la metafora del sale «dolcificato». È l’urgenza dell’identità. «Nessun doveroso rispetto di chi ha opinioni diverse dalle nostre deve portarci a poco a poco allo stemperamento della fedeltà a colui che è il solo Maestro». Sbagliano i cattolici che, desiderosi di essere accolti, si assimilano alle ideologie prevalenti. Il sale, «che ha un sapore pungente», dolcificato non serve se non a essere gettato.
Oltre ai cristiani tiepidi, bersaglio dell’autore di Contro maestro Ciliegia (Jaca Book, 1977) è l’enfasi del progresso. Il mondo contemporaneo vive un’«angoscia» causata all’uomo «dalle sue stesse bravure». Il Novecento «era iniziato con una immensa speranza che il mito del progresso, i trionfi della scienza, l’affermazione della libertà individuale e della socialità […] garantissero un’epoca illimitata di pace e di serena fraternità tra i popoli». Ma invece è diventato il «secolo più insanguinato e più crudele della storia». Le guerre sono sempre state orrende ma, «prima che un culto enfatizzato e irrazionale della ragione spegnesse il senso cristiano dei nostri popoli», riguardavano i soldati di mestiere. Oggi «“le guerre totali” - dove non vengono risparmiati né le donne né i bambini né gli anziani - sono un apporto del così detto progresso. Davvero c’è da augurarsi che l’umanità non “progredisca” più in modo così perverso e insipiente».
Questo mito alimenta il proliferare di «troppe cattedre senza autorevolezza» protese più all’apparire che all’essere. «La “scena di questo mondo” sembra essere ciò che più di tutto viene ricercato e apprezzato», osserva Biffi. «L’immagine di un uomo, che occupi frequentemente gli schermi televisivi, diventa più importante dell’originalità dei suoi pensieri, della saggezza delle sue parole, della qualità morale del suo comportamento […]. Il messaggio è buono a misura non della positività del suo contenuto, ma del suo successo e dell’ampiezza della sua risonanza». E pazienza se genera «confusione» promuovendo relativismo e scetticismo. Più che mai affilato lo sguardo con cui il cardinale descrive la società contemporanea, priva di speranza. «Il nostro tempo ha saputo dare all’uomo tanti ritrovati mirabili: per esempio, la velocità negli spostamenti, la diffusione domiciliare delle notizie, i prodigi dell’informatica, nuove sorgenti di suoni e di frastuoni, nuove inesauste fabbriche di chimere e di sogni», comprese, potremmo aggiungere oggi, le mirabilie dell’Intelligenza artificiale. «La sola cosa che non ha saputo dare all’uomo è proprio la speranza, la quale anzi è andata nel mondo sempre più affievolendosi».
Gesù è venuto per salvare i peccatori. Questo è il contenuto dell’«evangelizzazione». Poi certo, i cristiani esorteranno alla solidarietà e si preoccuperanno della giustizia, ma senza dimenticare che lo scopo della missione in terra di Cristo è «la salvezza integrale e trascendente degli sventurati figli di Adamo». Non bastano, dunque, un solidarismo sentimentale o un amore delegato alle istituzioni. «Il Samaritano non è andato a interessare l’Unità sanitaria locale, si è piegato lui sul ferito». Perciò, «non è più possibile amare Dio senza amare il fratello; e non è più possibile amare il fratello senza amare Dio». Quando la testimonianza dei battezzati sbiadisce, «compaiono manifestazioni di razzismo e di sopraffazione di un gruppo sull’altro», ma non di rado, osserva Biffi, ci si imbatte in «qualche forma di razzismo culturale e ideologico, in cui capita che particolarmente si distinguano proprio coloro che a gran voce si conclamano antirazzisti».
Continua a leggereRiduci
Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
Continua a leggereRiduci