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2022-03-14
Il «118» ha trent'anni. Dalle origini alle nuove sfide
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Intervento di più mezzi del 118 Milano (Ansa)
Un decreto, firmato trent’anni fa dall’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, poneva il sigillo a una rivoluzione nella storia dell’emergenza sanitaria in Italia. Il D.L. presentato dal Ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, trattava l’introduzione del numero unico per l’emergenza sanitaria, il 118. La portata e gli effetti sulla salute dei cittadini italiani del «prima» e del «dopo» il decreto sono difficili da spiegare se non ricorrendo ad un esempio di fantasia, condiviso con il dottor Andrea Andreucci (vicepresidente SIIET - Società Italiana Infermieri Emergenza Territoriale) durante una conversazione telefonica.
Prima degli anni Novanta in Italia l’organizzazione del soccorso sanitario extraospedaliero era caratterizzata da una estrema frammentazione che generava forti differenze a livello addirittura locale, oltre che regionale. La professionalità delle figure del soccorso sanitario era assai trascurata, prevalendo nel Paese la consuetudine radicata da decenni che il cuore del trattamento dei pazienti fosse la struttura ospedaliera, e che tutte le attività di emergenza al di fuori del pronto soccorso dovessero ridursi al trasporto più rapido possibile presso la struttura più vicina. E null’altro. Prevalentemente formate da volontari dall’indubbio impegno ma dalla scarsa o nulla preparazione, le ambulanze delle croci sparse sul territorio si riducevano a puri mezzi di trasporto dall’evento all’ospedale senza prevedere alcun tipo di trattamento preospedaliero sul posto o durante il tragitto. Per non parlare della situazione delle comunicazioni telefoniche tra le ambulanze e la popolazione, in mancanza di un numero di riferimento unico e ben memorizzabile. Al di là di alcuni grandi centri urbani che avevano istituito centrali di risposta spesso gestite da figure non sanitarie (come il numero 7733 gestito dalla Polizia Municipale milanese) la stragrande maggioranza delle associazioni di pronto intervento italiane rispondevano da un numero telefonico locale, che il cittadino doveva reperire prima di poter chiamare per un’urgenza. E non sempre l’associazione raggiunta aveva un mezzo pronto all’intervento perché mancava una centralizzazione operativa tra le croci, per cui poteva capitare che sul posto arrivassero più di un’ambulanza oppure nessuna. Un terno al lotto giocato sulla vita e sul tempo, aspetto primario del buon esito di un soccorso, al quale l’unica alternativa poteva essere un fazzoletto bianco e una vettura privata in corsa verso l’ospedale a colpi di clacson con tutte le conseguenze negative del caso. Poniamo il caso, si diceva con Andreucci, che nel 1981 una macchina con a bordo una donna e l’anziano padre si fosse accostata improvvisamente a lato della carreggiata di una strada provinciale a circa cinque chilometri dal primo centro abitato. La signora si accorge che il padre dopo un improvviso malore giace incosciente sul sedile a fianco. Dopo aver capito la gravità delle condizioni (un paio di minuti sotto shock senza sapere come intervenire) la signora riaccende il motore e vola a tutta velocità (rischiando anche la sua vita e quella degli altri sulla strada) verso il primo paese, raggiungendolo in altri 7 minuti circa. Non essendovi ancora i cellulari, la macchina con il morente a bordo gira ancora per circa 5-6 minuti alla ricerca di un telefono pubblico. Se fortunata, al bar i gestori conoscono il numero della più vicina sede delle ambulanze, altrimenti è necessaria una ricerca su rubrica che può richiedere altro tempo preziosissimo. Al centralino della croce, a 10 chilometri di distanza, risponde una volontaria senza particolari nozioni sanitarie che invia (se disponibile) un mezzo con operatori non preparati al trattamento di pazienti critici. Passano ancora 20 minuti. Quando l’ambulanza lo carica, l’anziano è in arresto cardiocircolatorio e le manovre di rianimazione, attuate senza protocolli specifici e strumenti adeguati (né tantomeno farmaci salvavita) risultano inefficaci e l’ospedale (non attrezzato magari per questo tipo di trattamento) dista 25 minuti di corsa in sirena, che l’ambulanza percorre senza apparato radio a bordo per potere allertare la rianimazione del pronto soccorso. Dopo oltre un’ora dall’evento, all’ospedale l’uomo è dichiarato deceduto.
Decidiamo poi di ripetere il medesimo scenario nel 2022. Dalla macchina la figlia chiama il numero 118 con il suo smartphone. Dopo pochi secondi è in linea con un infermiere operatore di centrale che grazie alle informazioni capisce che il paziente è in arresto cardiaco (in meno di un minuto). L’operatore rimane in linea e dà istruzioni di rianimazione cardiopolmonare alla figlia, che subito sdraia il padre supino sul terreno e inizia il massaggio cardiaco guidata dalla centrale operativa, dove è presente un medico responsabile. Geolocalizzata dal gps, la posizione dell’evento appare sul terminale del 118 che segnala i mezzi di soccorso pronti all’intervento. Dalla sede delle ambulanze esce un mezzo con a bordo i volontari certificati soccorritori dal 118 stesso e con il defibrillatore semiautomatico a bordo, mentre all’elibase più vicina già ruotano le pale dell’elisoccorso con medico, infermiere e tecnico di soccorso alpino sui sedili. In 10 minuti il mezzo di soccorso di base arriva sul posto e la rianimazione prosegue con la defibrillazione precoce che fortunatamente dà esito. Pochi minuti dopo, in un campo vicino si posa l’elicottero giallo e il personale medico prende in carico il paziente stabilizzandolo sul posto con ventilazione assistita e farmaci. Il cuore batte nuovamente scandito dal beep del monitor e questo anche grazie alle manovre della figlia che per prima ha garantito il flusso ematico al cervello del padre dopo solo un minuto. Sull’elicottero il paziente è come fosse già in ospedale, mentre il pilota fa decollare il velivolo verso la struttura più attrezzata per il trattamento specifico, dopo meno di un’ora dall'insorgenza dei sintomi. Quel signore vivrà.
Questa premessa di fantasia, ma spesso coincidente con la realtà, spiega sommariamente i passi da gigante realizzati nell’ultimo trentennio grazie all’organizzazione sanitaria che ruota attorno al 118, frutto di un profondo impegno e di una lotta a livello nazionale di medici e infermieri nei confronti delle istituzioni non di rado culturalmente reticenti ad allocare risorse allo sviluppo del soccorso extraospedaliero. Dal precedente esempio di fantasia, emerge chiaramente quanto raggiunto oggi grazie alla professionalizzazione delle figure dell’emergenza aiutate dalla disponibilità di risorse tecnologiche e sanitarie. Nel linguaggio tecnico, come spiega Andreucci, il progresso ha ribaltato completamente la pratica operativa sul campo, passando da una priorità di «scoop and run», un po’ come dire «spazza e corri in ospedale» a quella di «stay and play», ossia rimani e opera sul posto, con le competenze necessarie. Il percorso è stato lungo e tortuoso, in un Paese dove si disserta di riforme strutturali a volte mai realizzate fin dagli anni Sessanta. Si può a ragione affermare che sia stata anche la storia più drammatica dell’Italia degli ultimi 50 anni ad avere generato la necessità imprescindibile di dotare il territorio nazionale di un’organizzazione del soccorso sanitario e in generale degli organi preposti all’emergenza. La storia stessa del numero unico racconta che le spinte vennero dagli eventi più traumatici vissuti dal paese, che evidenziarono gravi carenze a livello organizzativo. Si parla della strage di Piazza Fontana e di Piazza della Loggia culmine degli anni della strategia della tensione, le bombe sui treni (vedi l’Italicus) e la strage di Bologna, le calamità naturali come i terremoti in Friuli e in Irpinia o gli incidenti mostrati al Paese intero come la vicenda di Vermicino a mettere di fronte agli occhi degli Italiani tutta l’inadeguatezza (o meglio l’inesistenza) di un’efficace macchina dei soccorsi. Tra i primi a muoversi e ad organizzarsi furono i sanitari di Bologna dell’Ospedale Maggiore che già alla fine degli anni Sessanta erano stati i primi ad organizzare una centrale operativa anche se inizialmente pensata solo per il coordinamento dei trasporti tra ospedale e ospedale. Il CePIS si dimostrò un modello anche se primitivo nella logistica di maxiemergenze che colpirono Bologna come la bomba del 2 agosto 1980 e l’incidente ferroviario del 1978 a Murazze di Vado. Grazie all’impegno incessante sia sui mezzi che a livello organizzativo di figure professionali come il dottor Marco Vigna, organico al Maggiore, nacque la prima centrale operativa esclusivamente dedicata all’emergenza sanitaria, Bologna Soccorso, che fece da pilota per quello che sarà lo sviluppo delle centrali operative di emergenza-urgenza attuali, grazie anche alla stipula di convenzioni con enti e associazioni di soccorso e alla valorizzazione professionale degli operatori infermieristici medici e tecnici, oltre che allo sviluppo delle tecnologie nelle comunicazioni radio e telefoniche. Bologna, nel 1985 sarà la prima centrale regionale a dotarsi del servizio di elisoccorso, seguita a poca distanza dall’ospedale Niguarda di Milano. La sperimentazione del numero unico 118 avvenne in occasione dei mondiali di calcio del 1990 e fu attivo poco dopo in via sperimentale presso l’ospedale della Misericordia di Udine dipendente dalla regione autonoma del Friuli Venezia Giulia, fino alla graduale estensione alle altre regioni e provincie autonome Italiane a partire dal marzo 1992.
Il punto di vista del ruolo clinico e la sua evoluzione a partire dalla nascita delle centrali operative 118 lo sintetizza Andreucci, sottolineando le differenze abissali con il passato riguardo la professione infermieristica nel soccorso sanitario extraospedaliero, che una volta - sottolinea- riguardavano la fascia più bassa e meno ambita della professione. Oggi, con l’evoluzione del sistema, l’infermiere del 118 è una figura che ha una importanza professionale simile a quella del medico grazie alla formazione specifica nell’emergenza-urgenza a tutti i livelli della catena professionale, dal tecnico di centrale all’infermiere sull’ambulanza o in elisoccorso in grado di intervenire sul paziente con strumenti e farmaci salvavita. Come la figura sanitaria, anche quella laica del soccorritore (sia dipendente che volontario) ha beneficiato grandemente - dice Andreucci - dell’istituzione del servizio 118 in quanto la formazione di questi ultimi, curata direttamente da enti convenzionati o dal 118 stesso, ha permesso di livellare il gap formativo con le figure professionali sanitarie creando una più stretta commistione che in qualche caso ha creato intercambiabilità di ruoli. Il tutto a beneficio di quelle che vengono considerate le 5 patologie tempo-dipendenti, ossia particolarmente sensibili alla «golden hour», il periodo limite tra l’insorgenza della patologia ed il trattamento ospedaliero specialistico (infarto, ictus, politrauma, ostetricia, neonatologia, pediatria). Questa progressione appena descritta è contenuta nel testo della «Carta di Riva», sottoscritta dalle principali associazioni ed enti del settore dell’emergenza-urgenza italiane. Nel testo è contenuto quello che dovrebbe rappresentare il futuro e gli standard dell’emergenza extraospedaliera, con il superamento definitivo della residua frammentarietà a livello regionale con l’obiettivo di fornire ai pazienti una qualità assistenziale e gli strumenti per attuarla uniforme e sempre più efficiente.
Si riallaccia al discorso di Andreucci una figura clinica che fu tra i promotori e poi i fautori della grande rivoluzione del numero unico per l’emergenza: il professor Mario Costa, oggi presidente di Siems (Società Italiana dell’Emergenza Sanitaria) e già fondatore e direttore della Centrale Operativa Ares 118 di Roma, oltre che cattedratico e organico all’ospedale L.Spallanzani. Raggiunto telefonicamente da «La Verità», ci spiega subito come la grande sfida delle centrali e del numero unico in Italia fosse stata prima di tutto una battaglia culturale, antitetica all’impostazione del mondo sanitario nei confronti dell’aspetto dell’intervento extraospedaliero. «Fino all’avvento del 118 - spiega il medico - l’emergenza sanitaria extraospedaliera era poco o nulla considerata, in quanto dominava l’idea che tutto ciò che era parte del soccorso fosse da svolgere tra le mura dell’ospedale». Questa situazione, dominante per decenni, impedì la necessaria allocazione di risorse economiche per lo sviluppo del sistema riflettendosi necessariamente sul numero di vite salvate, con un bilancio evidentemente negativo. Quella del professor Costa e dei suoi colleghi fu una battaglia contro un muro che pareva all’epoca incrollabile, e fu chiaro dall’inizio che per abbatterlo bisognasse partire dalle fondamenta, da un cambiamento di prospettiva che, oltre che medico, riguardava l’aspetto amministrativo della sanità italiana. Partire da zero fu obbligatorio, per cercare di cambiare quella mentalità che produceva a cascata una fortissima frammentazione territoriale, spesso delegata a enti e associazioni volontarie non coordinate tra loro e dalla scarsa preparazione professionale. L’idea di Costa e dei promotori dell’attuale sistema si traduceva in una visione diametralmente opposta a quella dominante. «Il sistema - prosegue Costa - si basava su una sequenza portante che prevedeva una serie di passaggi precedentemente ignorati: analisi della chiamata di emergenza, invio del mezzo idoneo più competitivo». Pare scontato oggi, allora non lo era affatto, basti pensare che come descritto sopra non era chiaro neppure il numero da comporre in casa di emergenza, che quasi cambiava da comune a comune. Il secondo strato del muro, spiega Costa, «è stato quello della formazione professionale degli operatori. Ai tempi anche in Università non esisteva la specializzazione medica dedicata alla rianimazione extraospedaliera, una caratteristica allora esclusiva del mondo anglosassone». Ma creare il sistema 118 significava molto di più, perché la sfida era medica, ma anche tecnologica. « Oltre al completamento di una serie di esigenze gestionali - spiega Costa- c’era la questione tecnica del funzionamento del numero unico: l’uso della radio e delle comunicazioni standardizzate, tutti gli aspetti informatici per la gestione dei dati relativi alle chiamate e al paziente e alla distribuzione sul territorio dei mezzi di soccorso e relativo personale». I mezzi di soccorso, nel sistema nuovo, non erano più soltanto quelli forniti dalle associazioni volontarie, ma anche mezzi di soccorso avanzato (le automediche e infermieristiche) gestite direttamente dalla Centrale e dislocate nei vari ospedali. Oltre al soccorso via terra, c’era da gestire anche il servizio di elisoccorso, su cui operava il personale medico e infermieristico dipendente dal sistema regionale emergenza-urgenza, mentre velivolo e piloti venivano forniti da società gestite secondo il sistema dei capitolati. Un lavoro immane, che prevedeva anche l’avanzamento e la valorizzazione professionale delle figure del soccorso extraospedaliero, tra cui quella dell’infermiere professionale. Nel sistema centralizzato l’Ip diventa un perno attorno a cui ruota il sistema, dalla gestione dei farmaci (il primo in ordine cronologico fu l’ossigeno che fino ad allora non era regolamentato) fino ai salvavita e alle operazioni di gestione della Centrale operativa, alla logistica di mezzi e materiale sanitario da gestire al termine di ogni missione. Un passo da gigante, quello del 1992. Ma - ricorda il professor Costa - «non ancora concluso. Le sfide future riguardano una più diffusa standardizzazione nel rispetto delle realtà regionali, dei protocolli condivisi, della tecnologia sempre più importante e efficace nelle operazioni di soccorso. Che possa mettere d’accordo la decisione politica con le esigenze del territorio. A totale beneficio della popolazione».
La tecnologia è quel supporto che nel caso del 118 ha fatto la differenza. Ha permesso ai professionisti di mettere in pratica in maniera sempre più efficace le proprie capacità in medicina dell’emergenza. Basti pensare all’evoluzione dei sistemi radio, telefonici e soprattutto della geolocalizzazione, che oggi è presente in ogni smartphone disponibile al pubblico. Il sistema informatico del 118 ha tratto grandissimo vantaggio, sia in termini di localizzazione dell’evento che nella gestione dei mezzi di emergenza disponibili sul territorio, sia di base che avanzati. Questa tecnologia è oggi presente anche nelle centrali operative del Numero Unico di emergenza 112, recepito e applicato secondo direttiva europea. All’inizio accolto freddamente, visto dai detrattori come un doppione del 118 si è dimostrato dopo la sperimentazione in alcune regioni d’Italia uno strumento efficace. Centralizzando a sé tutte le chiamate di emergenza (Forze dell’ordine, Vigili del fuoco, Soccorso sanitario) con la possibilità di risposta entro pochi secondi ha garantito un’ulteriore ottimizzazione delle tempistiche di intervento, liberando risorse fondamentali per la gestione dell’emergenza. Una percentuale sensibile delle migliaia di chiamate giornaliere al 118 e agli altri numeri di pubblico soccorso erano inadeguate o non pertinenti (come richieste di informazioni, domande su farmaci o medici di famiglia, non-urgenze o addirittura scherzi telefonici). Queste chiamate impegnavano necessariamente un tecnico di centrale togliendo temporaneamente una risorsa, o trattavano questioni in cui l’invio del mezzo di soccorso non si sarebbe reso necessario. E ancora, passi da gigante sono state fatte nelle comunicazioni radio tra centrale e mezzi (sia delle associazioni volontarie e Cri che le automediche del 118). Un esempio su tutti è il sistema adottato da Areu (Agenzia Regionale Emergenza Urgenza) in Lombardia. La struttura diretta oggi dal dottor Alberto Zoli adotta un sistema di codici radio protetti (sistema Tetra) che mettono in contatto in tempo reale la Centrale e le ambulanze, dotate di un terminale radio simile a un tablet. Qui gli estremi dell’intervento, il codice di gravità e la localizzazione appaiono contemporaneamente alla compilazione della scheda da parte del tecnico di Centrale, che seguirà il mezzo per tutto il servizio. Dall’altra parte l’equipaggio, tramite questo tipo di soluzione tecnologica, può comunicare immediatamente i parametri vitali del paziente e altre notizie fondamentali al tipo di trattamento e all’ospedalizzazione nella struttura ospedaliera più indicata. Un sistema che ha permesso di risparmiare preziosissimi minuti (e che ha risparmiato di conseguenza molte vite). Proprio il dottor Zoli, in un recente incontro con i media, ha elencato i numeri dell’attività del 112 lombardo ai tempi del covid, uno stress test senza precedenti per il sistema emergenza-urgenza. Dai dati raccolti da Areu sul numero 112 (introdotto in Lombardia in via sperimentale già nel 2010) nell'anno 2021 le centrali operative regionali hanno ricevuto 4.417.537 chiamate, per una media giornaliera di 12.103 richieste. Il calcolo del tempo di attesa per la risposta di un operatore ha dato un risultato strabiliante: 4,5 secondi di attesa media. La rubrica telefonica, il cartoncino con i numeri delle croci locali, il numero dell'ospedale e il telefono fisso sono un ricordo. Lontano trent'anni.
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Il numero unico di emergenza sanitaria fu una rivoluzione che ha permesso di salvare moltissime vite. Fu una conquista culturale, professionale e tecnologica, ancora oggi in evoluzione. Due protagonisti lo raccontano.Un decreto, firmato trent’anni fa dall’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, poneva il sigillo a una rivoluzione nella storia dell’emergenza sanitaria in Italia. Il D.L. presentato dal Ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, trattava l’introduzione del numero unico per l’emergenza sanitaria, il 118. La portata e gli effetti sulla salute dei cittadini italiani del «prima» e del «dopo» il decreto sono difficili da spiegare se non ricorrendo ad un esempio di fantasia, condiviso con il dottor Andrea Andreucci (vicepresidente SIIET - Società Italiana Infermieri Emergenza Territoriale) durante una conversazione telefonica. Prima degli anni Novanta in Italia l’organizzazione del soccorso sanitario extraospedaliero era caratterizzata da una estrema frammentazione che generava forti differenze a livello addirittura locale, oltre che regionale. La professionalità delle figure del soccorso sanitario era assai trascurata, prevalendo nel Paese la consuetudine radicata da decenni che il cuore del trattamento dei pazienti fosse la struttura ospedaliera, e che tutte le attività di emergenza al di fuori del pronto soccorso dovessero ridursi al trasporto più rapido possibile presso la struttura più vicina. E null’altro. Prevalentemente formate da volontari dall’indubbio impegno ma dalla scarsa o nulla preparazione, le ambulanze delle croci sparse sul territorio si riducevano a puri mezzi di trasporto dall’evento all’ospedale senza prevedere alcun tipo di trattamento preospedaliero sul posto o durante il tragitto. Per non parlare della situazione delle comunicazioni telefoniche tra le ambulanze e la popolazione, in mancanza di un numero di riferimento unico e ben memorizzabile. Al di là di alcuni grandi centri urbani che avevano istituito centrali di risposta spesso gestite da figure non sanitarie (come il numero 7733 gestito dalla Polizia Municipale milanese) la stragrande maggioranza delle associazioni di pronto intervento italiane rispondevano da un numero telefonico locale, che il cittadino doveva reperire prima di poter chiamare per un’urgenza. E non sempre l’associazione raggiunta aveva un mezzo pronto all’intervento perché mancava una centralizzazione operativa tra le croci, per cui poteva capitare che sul posto arrivassero più di un’ambulanza oppure nessuna. Un terno al lotto giocato sulla vita e sul tempo, aspetto primario del buon esito di un soccorso, al quale l’unica alternativa poteva essere un fazzoletto bianco e una vettura privata in corsa verso l’ospedale a colpi di clacson con tutte le conseguenze negative del caso. Poniamo il caso, si diceva con Andreucci, che nel 1981 una macchina con a bordo una donna e l’anziano padre si fosse accostata improvvisamente a lato della carreggiata di una strada provinciale a circa cinque chilometri dal primo centro abitato. La signora si accorge che il padre dopo un improvviso malore giace incosciente sul sedile a fianco. Dopo aver capito la gravità delle condizioni (un paio di minuti sotto shock senza sapere come intervenire) la signora riaccende il motore e vola a tutta velocità (rischiando anche la sua vita e quella degli altri sulla strada) verso il primo paese, raggiungendolo in altri 7 minuti circa. Non essendovi ancora i cellulari, la macchina con il morente a bordo gira ancora per circa 5-6 minuti alla ricerca di un telefono pubblico. Se fortunata, al bar i gestori conoscono il numero della più vicina sede delle ambulanze, altrimenti è necessaria una ricerca su rubrica che può richiedere altro tempo preziosissimo. Al centralino della croce, a 10 chilometri di distanza, risponde una volontaria senza particolari nozioni sanitarie che invia (se disponibile) un mezzo con operatori non preparati al trattamento di pazienti critici. Passano ancora 20 minuti. Quando l’ambulanza lo carica, l’anziano è in arresto cardiocircolatorio e le manovre di rianimazione, attuate senza protocolli specifici e strumenti adeguati (né tantomeno farmaci salvavita) risultano inefficaci e l’ospedale (non attrezzato magari per questo tipo di trattamento) dista 25 minuti di corsa in sirena, che l’ambulanza percorre senza apparato radio a bordo per potere allertare la rianimazione del pronto soccorso. Dopo oltre un’ora dall’evento, all’ospedale l’uomo è dichiarato deceduto. Decidiamo poi di ripetere il medesimo scenario nel 2022. Dalla macchina la figlia chiama il numero 118 con il suo smartphone. Dopo pochi secondi è in linea con un infermiere operatore di centrale che grazie alle informazioni capisce che il paziente è in arresto cardiaco (in meno di un minuto). L’operatore rimane in linea e dà istruzioni di rianimazione cardiopolmonare alla figlia, che subito sdraia il padre supino sul terreno e inizia il massaggio cardiaco guidata dalla centrale operativa, dove è presente un medico responsabile. Geolocalizzata dal gps, la posizione dell’evento appare sul terminale del 118 che segnala i mezzi di soccorso pronti all’intervento. Dalla sede delle ambulanze esce un mezzo con a bordo i volontari certificati soccorritori dal 118 stesso e con il defibrillatore semiautomatico a bordo, mentre all’elibase più vicina già ruotano le pale dell’elisoccorso con medico, infermiere e tecnico di soccorso alpino sui sedili. In 10 minuti il mezzo di soccorso di base arriva sul posto e la rianimazione prosegue con la defibrillazione precoce che fortunatamente dà esito. Pochi minuti dopo, in un campo vicino si posa l’elicottero giallo e il personale medico prende in carico il paziente stabilizzandolo sul posto con ventilazione assistita e farmaci. Il cuore batte nuovamente scandito dal beep del monitor e questo anche grazie alle manovre della figlia che per prima ha garantito il flusso ematico al cervello del padre dopo solo un minuto. Sull’elicottero il paziente è come fosse già in ospedale, mentre il pilota fa decollare il velivolo verso la struttura più attrezzata per il trattamento specifico, dopo meno di un’ora dall'insorgenza dei sintomi. Quel signore vivrà. Questa premessa di fantasia, ma spesso coincidente con la realtà, spiega sommariamente i passi da gigante realizzati nell’ultimo trentennio grazie all’organizzazione sanitaria che ruota attorno al 118, frutto di un profondo impegno e di una lotta a livello nazionale di medici e infermieri nei confronti delle istituzioni non di rado culturalmente reticenti ad allocare risorse allo sviluppo del soccorso extraospedaliero. Dal precedente esempio di fantasia, emerge chiaramente quanto raggiunto oggi grazie alla professionalizzazione delle figure dell’emergenza aiutate dalla disponibilità di risorse tecnologiche e sanitarie. Nel linguaggio tecnico, come spiega Andreucci, il progresso ha ribaltato completamente la pratica operativa sul campo, passando da una priorità di «scoop and run», un po’ come dire «spazza e corri in ospedale» a quella di «stay and play», ossia rimani e opera sul posto, con le competenze necessarie. Il percorso è stato lungo e tortuoso, in un Paese dove si disserta di riforme strutturali a volte mai realizzate fin dagli anni Sessanta. Si può a ragione affermare che sia stata anche la storia più drammatica dell’Italia degli ultimi 50 anni ad avere generato la necessità imprescindibile di dotare il territorio nazionale di un’organizzazione del soccorso sanitario e in generale degli organi preposti all’emergenza. La storia stessa del numero unico racconta che le spinte vennero dagli eventi più traumatici vissuti dal paese, che evidenziarono gravi carenze a livello organizzativo. Si parla della strage di Piazza Fontana e di Piazza della Loggia culmine degli anni della strategia della tensione, le bombe sui treni (vedi l’Italicus) e la strage di Bologna, le calamità naturali come i terremoti in Friuli e in Irpinia o gli incidenti mostrati al Paese intero come la vicenda di Vermicino a mettere di fronte agli occhi degli Italiani tutta l’inadeguatezza (o meglio l’inesistenza) di un’efficace macchina dei soccorsi. Tra i primi a muoversi e ad organizzarsi furono i sanitari di Bologna dell’Ospedale Maggiore che già alla fine degli anni Sessanta erano stati i primi ad organizzare una centrale operativa anche se inizialmente pensata solo per il coordinamento dei trasporti tra ospedale e ospedale. Il CePIS si dimostrò un modello anche se primitivo nella logistica di maxiemergenze che colpirono Bologna come la bomba del 2 agosto 1980 e l’incidente ferroviario del 1978 a Murazze di Vado. Grazie all’impegno incessante sia sui mezzi che a livello organizzativo di figure professionali come il dottor Marco Vigna, organico al Maggiore, nacque la prima centrale operativa esclusivamente dedicata all’emergenza sanitaria, Bologna Soccorso, che fece da pilota per quello che sarà lo sviluppo delle centrali operative di emergenza-urgenza attuali, grazie anche alla stipula di convenzioni con enti e associazioni di soccorso e alla valorizzazione professionale degli operatori infermieristici medici e tecnici, oltre che allo sviluppo delle tecnologie nelle comunicazioni radio e telefoniche. Bologna, nel 1985 sarà la prima centrale regionale a dotarsi del servizio di elisoccorso, seguita a poca distanza dall’ospedale Niguarda di Milano. La sperimentazione del numero unico 118 avvenne in occasione dei mondiali di calcio del 1990 e fu attivo poco dopo in via sperimentale presso l’ospedale della Misericordia di Udine dipendente dalla regione autonoma del Friuli Venezia Giulia, fino alla graduale estensione alle altre regioni e provincie autonome Italiane a partire dal marzo 1992. Il punto di vista del ruolo clinico e la sua evoluzione a partire dalla nascita delle centrali operative 118 lo sintetizza Andreucci, sottolineando le differenze abissali con il passato riguardo la professione infermieristica nel soccorso sanitario extraospedaliero, che una volta - sottolinea- riguardavano la fascia più bassa e meno ambita della professione. Oggi, con l’evoluzione del sistema, l’infermiere del 118 è una figura che ha una importanza professionale simile a quella del medico grazie alla formazione specifica nell’emergenza-urgenza a tutti i livelli della catena professionale, dal tecnico di centrale all’infermiere sull’ambulanza o in elisoccorso in grado di intervenire sul paziente con strumenti e farmaci salvavita. Come la figura sanitaria, anche quella laica del soccorritore (sia dipendente che volontario) ha beneficiato grandemente - dice Andreucci - dell’istituzione del servizio 118 in quanto la formazione di questi ultimi, curata direttamente da enti convenzionati o dal 118 stesso, ha permesso di livellare il gap formativo con le figure professionali sanitarie creando una più stretta commistione che in qualche caso ha creato intercambiabilità di ruoli. Il tutto a beneficio di quelle che vengono considerate le 5 patologie tempo-dipendenti, ossia particolarmente sensibili alla «golden hour», il periodo limite tra l’insorgenza della patologia ed il trattamento ospedaliero specialistico (infarto, ictus, politrauma, ostetricia, neonatologia, pediatria). Questa progressione appena descritta è contenuta nel testo della «Carta di Riva», sottoscritta dalle principali associazioni ed enti del settore dell’emergenza-urgenza italiane. Nel testo è contenuto quello che dovrebbe rappresentare il futuro e gli standard dell’emergenza extraospedaliera, con il superamento definitivo della residua frammentarietà a livello regionale con l’obiettivo di fornire ai pazienti una qualità assistenziale e gli strumenti per attuarla uniforme e sempre più efficiente. Si riallaccia al discorso di Andreucci una figura clinica che fu tra i promotori e poi i fautori della grande rivoluzione del numero unico per l’emergenza: il professor Mario Costa, oggi presidente di Siems (Società Italiana dell’Emergenza Sanitaria) e già fondatore e direttore della Centrale Operativa Ares 118 di Roma, oltre che cattedratico e organico all’ospedale L.Spallanzani. Raggiunto telefonicamente da «La Verità», ci spiega subito come la grande sfida delle centrali e del numero unico in Italia fosse stata prima di tutto una battaglia culturale, antitetica all’impostazione del mondo sanitario nei confronti dell’aspetto dell’intervento extraospedaliero. «Fino all’avvento del 118 - spiega il medico - l’emergenza sanitaria extraospedaliera era poco o nulla considerata, in quanto dominava l’idea che tutto ciò che era parte del soccorso fosse da svolgere tra le mura dell’ospedale». Questa situazione, dominante per decenni, impedì la necessaria allocazione di risorse economiche per lo sviluppo del sistema riflettendosi necessariamente sul numero di vite salvate, con un bilancio evidentemente negativo. Quella del professor Costa e dei suoi colleghi fu una battaglia contro un muro che pareva all’epoca incrollabile, e fu chiaro dall’inizio che per abbatterlo bisognasse partire dalle fondamenta, da un cambiamento di prospettiva che, oltre che medico, riguardava l’aspetto amministrativo della sanità italiana. Partire da zero fu obbligatorio, per cercare di cambiare quella mentalità che produceva a cascata una fortissima frammentazione territoriale, spesso delegata a enti e associazioni volontarie non coordinate tra loro e dalla scarsa preparazione professionale. L’idea di Costa e dei promotori dell’attuale sistema si traduceva in una visione diametralmente opposta a quella dominante. «Il sistema - prosegue Costa - si basava su una sequenza portante che prevedeva una serie di passaggi precedentemente ignorati: analisi della chiamata di emergenza, invio del mezzo idoneo più competitivo». Pare scontato oggi, allora non lo era affatto, basti pensare che come descritto sopra non era chiaro neppure il numero da comporre in casa di emergenza, che quasi cambiava da comune a comune. Il secondo strato del muro, spiega Costa, «è stato quello della formazione professionale degli operatori. Ai tempi anche in Università non esisteva la specializzazione medica dedicata alla rianimazione extraospedaliera, una caratteristica allora esclusiva del mondo anglosassone». Ma creare il sistema 118 significava molto di più, perché la sfida era medica, ma anche tecnologica. « Oltre al completamento di una serie di esigenze gestionali - spiega Costa- c’era la questione tecnica del funzionamento del numero unico: l’uso della radio e delle comunicazioni standardizzate, tutti gli aspetti informatici per la gestione dei dati relativi alle chiamate e al paziente e alla distribuzione sul territorio dei mezzi di soccorso e relativo personale». I mezzi di soccorso, nel sistema nuovo, non erano più soltanto quelli forniti dalle associazioni volontarie, ma anche mezzi di soccorso avanzato (le automediche e infermieristiche) gestite direttamente dalla Centrale e dislocate nei vari ospedali. Oltre al soccorso via terra, c’era da gestire anche il servizio di elisoccorso, su cui operava il personale medico e infermieristico dipendente dal sistema regionale emergenza-urgenza, mentre velivolo e piloti venivano forniti da società gestite secondo il sistema dei capitolati. Un lavoro immane, che prevedeva anche l’avanzamento e la valorizzazione professionale delle figure del soccorso extraospedaliero, tra cui quella dell’infermiere professionale. Nel sistema centralizzato l’Ip diventa un perno attorno a cui ruota il sistema, dalla gestione dei farmaci (il primo in ordine cronologico fu l’ossigeno che fino ad allora non era regolamentato) fino ai salvavita e alle operazioni di gestione della Centrale operativa, alla logistica di mezzi e materiale sanitario da gestire al termine di ogni missione. Un passo da gigante, quello del 1992. Ma - ricorda il professor Costa - «non ancora concluso. Le sfide future riguardano una più diffusa standardizzazione nel rispetto delle realtà regionali, dei protocolli condivisi, della tecnologia sempre più importante e efficace nelle operazioni di soccorso. Che possa mettere d’accordo la decisione politica con le esigenze del territorio. A totale beneficio della popolazione». La tecnologia è quel supporto che nel caso del 118 ha fatto la differenza. Ha permesso ai professionisti di mettere in pratica in maniera sempre più efficace le proprie capacità in medicina dell’emergenza. Basti pensare all’evoluzione dei sistemi radio, telefonici e soprattutto della geolocalizzazione, che oggi è presente in ogni smartphone disponibile al pubblico. Il sistema informatico del 118 ha tratto grandissimo vantaggio, sia in termini di localizzazione dell’evento che nella gestione dei mezzi di emergenza disponibili sul territorio, sia di base che avanzati. Questa tecnologia è oggi presente anche nelle centrali operative del Numero Unico di emergenza 112, recepito e applicato secondo direttiva europea. All’inizio accolto freddamente, visto dai detrattori come un doppione del 118 si è dimostrato dopo la sperimentazione in alcune regioni d’Italia uno strumento efficace. Centralizzando a sé tutte le chiamate di emergenza (Forze dell’ordine, Vigili del fuoco, Soccorso sanitario) con la possibilità di risposta entro pochi secondi ha garantito un’ulteriore ottimizzazione delle tempistiche di intervento, liberando risorse fondamentali per la gestione dell’emergenza. Una percentuale sensibile delle migliaia di chiamate giornaliere al 118 e agli altri numeri di pubblico soccorso erano inadeguate o non pertinenti (come richieste di informazioni, domande su farmaci o medici di famiglia, non-urgenze o addirittura scherzi telefonici). Queste chiamate impegnavano necessariamente un tecnico di centrale togliendo temporaneamente una risorsa, o trattavano questioni in cui l’invio del mezzo di soccorso non si sarebbe reso necessario. E ancora, passi da gigante sono state fatte nelle comunicazioni radio tra centrale e mezzi (sia delle associazioni volontarie e Cri che le automediche del 118). Un esempio su tutti è il sistema adottato da Areu (Agenzia Regionale Emergenza Urgenza) in Lombardia. La struttura diretta oggi dal dottor Alberto Zoli adotta un sistema di codici radio protetti (sistema Tetra) che mettono in contatto in tempo reale la Centrale e le ambulanze, dotate di un terminale radio simile a un tablet. Qui gli estremi dell’intervento, il codice di gravità e la localizzazione appaiono contemporaneamente alla compilazione della scheda da parte del tecnico di Centrale, che seguirà il mezzo per tutto il servizio. Dall’altra parte l’equipaggio, tramite questo tipo di soluzione tecnologica, può comunicare immediatamente i parametri vitali del paziente e altre notizie fondamentali al tipo di trattamento e all’ospedalizzazione nella struttura ospedaliera più indicata. Un sistema che ha permesso di risparmiare preziosissimi minuti (e che ha risparmiato di conseguenza molte vite). Proprio il dottor Zoli, in un recente incontro con i media, ha elencato i numeri dell’attività del 112 lombardo ai tempi del covid, uno stress test senza precedenti per il sistema emergenza-urgenza. Dai dati raccolti da Areu sul numero 112 (introdotto in Lombardia in via sperimentale già nel 2010) nell'anno 2021 le centrali operative regionali hanno ricevuto 4.417.537 chiamate, per una media giornaliera di 12.103 richieste. Il calcolo del tempo di attesa per la risposta di un operatore ha dato un risultato strabiliante: 4,5 secondi di attesa media. La rubrica telefonica, il cartoncino con i numeri delle croci locali, il numero dell'ospedale e il telefono fisso sono un ricordo. Lontano trent'anni.
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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A Roma, al termine del Med9, il vicepremier Antonio Tajani annuncia la nascita di una coalizione tra Ue, Balcani, Golfo, Nord Africa e Lega Araba per garantire sicurezza alimentare e accesso ai fertilizzanti attraverso lo stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco stabile.
Laura Boldrini (Ansa)
La missione guidata da Laura Boldrini nei campi sahrawi si inserisce in un contesto altamente sensibile, tra accuse sul ruolo dell’Algeria nella destabilizzazione del Sahara e del Sahel e la controversa posizione del Fronte Polisario, che alimentano tensioni politiche e diplomatiche.
La recente missione istituzionale del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nei campi sahrawi di Tindouf arriva in uno dei momenti più delicati per la sicurezza del Sahel. Una visita che rischia di trasformarsi in un errore politico e diplomatico. Dietro la narrativa umanitaria sul Fronte Polisario e sulla causa sahrawi si muovono infatti accuse pesantissime che chiamano in causa il ruolo dell’Algeria e dell’Iran nella destabilizzazione del Sahara e del Mali attraverso reti jihadiste, infiltrazioni dei servizi segreti e gruppi armati utilizzati come strumenti geopolitici.
La delegazione guidata da Laura Boldrini ha visitato i campi profughi di Tindouf, in Algeria, per incontrare esponenti del Fronte Polisario, movimento nato nel 1973 e sostenuto da Algeri. Prima della visita ai campi, i parlamentari italiani hanno visto anche le autorità algerine, compreso il vicepresidente del Parlamento. Formalmente si è trattato di una missione dedicata ai diritti umani e alla situazione del popolo sahrawi. Politicamente, però, il viaggio rischia di essere interpretato come una legittimazione di un sistema opaco attorno al quale ruotano accuse di collusioni con reti jihadiste e traffici nel Sahel.
A rendere ancora più controversa questa visita è la recente posizione degli Stati Uniti. Washington ha infatti condannato gli attacchi attribuiti al Fronte Polisario contro la città di Smara, nel Sahara Occidentale, sostenendo che tali azioni compromettano gli sforzi diplomatici e minaccino la stabilità regionale. In un messaggio pubblicato su X, la missione americana presso le Nazioni Unite ha denunciato violenze «contrarie allo spirito dei recenti negoziati», chiedendo una soluzione definitiva del conflitto nel Sahara. Nel frattempo anche l’Unione Europea ha rafforzato il sostegno al piano di autonomia proposto dal Marocco come base per la soluzione della controversia. Durante una visita ufficiale a Rabat, l’Alta rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ha dichiarato che «una vera autonomia potrebbe rappresentare una delle soluzioni più realistiche» per arrivare a una soluzione politica definitiva. Kallas ha inoltre invitato tutte le parti a partecipare ai negoziati «senza precondizioni e sulla base del piano di autonomia presentato dal Marocco».
La posizione europea, approvata dai 27 Stati membri, è stata formalizzata in un comunicato congiunto diffuso al termine dell’incontro con il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita. Bruxelles ha inoltre accolto favorevolmente la Risoluzione 2797 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che sostiene il rilancio del processo politico sulla base dell’iniziativa marocchina di autonomia sotto sovranità di Rabat. Un orientamento che rappresenta un ulteriore isolamento politico del Fronte Polisario e della linea sostenuta dall’Algeria. A denunciare il ruolo ambiguo di Algeri è soprattutto l’antropologo britannico Jeremy H. Keenan, autore di The Dark Sahara, testo che descrive il rapporto tra servizi segreti algerini e terrorismo islamista nel Nord Africa. Secondo Keenan, dalla fine degli anni Novanta il Mali settentrionale sarebbe stato trasformato in un laboratorio di destabilizzazione controllata.
In quel periodo numerosi militanti del GIA, il Gruppo Islamico Armato protagonista della guerra civile algerina, sarebbero stati progressivamente spinti verso il Sahara. Non come una forza militare visibile, ma come una presenza destinata a radicarsi tra le comunità tuareg attraverso matrimoni, commerci e traffici illegali. L’obiettivo sarebbe stato creare nel Sahel un ecosistema instabile ma controllabile. Per Keenan la svolta avvenne dopo l’11 settembre 2001. Il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika comprese che la guerra globale al terrorismo lanciata dagli Stati Uniti poteva diventare un’enorme opportunità strategica. L’Algeria usciva dal Decennio Nero, segnato da massacri, accuse contro esercito e servizi segreti, isolamento internazionale e sanzioni. Aveva bisogno di ricostruire la propria immagine e ottenere nuove forniture militari occidentali.
Secondo Keenan, Algeri doveva presentarsi come un partner indispensabile nella lotta al terrorismo. Ma per riuscirci era necessario che la minaccia jihadista si espandesse nel Sahara. Le accuse diventano ancora più gravi quando Keenan affronta il ruolo del DRS, i servizi segreti algerini. Nel suo libro sostiene che il DRS non si sarebbe limitato a infiltrare i gruppi islamisti, ma avrebbe contribuito direttamente alla loro creazione e manipolazione. Arriva persino a sostenere che Djamel Zitouni, storico leader del GIA, fosse controllato dai servizi algerini.
Keenan cita anche le dichiarazioni di John Schindler, ex funzionario dell’intelligence americana, secondo cui il GIA sarebbe stato in larga parte una creazione del DRS, utilizzata per screditare gli islamisti attraverso massacri indiscriminati e attentati. Questo schema, sostiene Keenan, sarebbe stato successivamente esportato nel Sahel attraverso il GSPC, poi trasformato in AQMI, Al-Qaeda nel Maghreb Islamico. Secondo questa ricostruzione, l’Algeria avrebbe favorito anche l’ascesa di gruppi come MUJAO e Ansar al-Din per colpire politicamente i movimenti tuareg laici e autonomisti. Nel 2003 il rapimento di 32 turisti europei nel Sahara da parte del gruppo guidato da Amari Saifi, noto come «El Para», ex militare delle forze speciali algerine, segnò un punto di svolta. L’episodio venne utilizzato per presentare il Sahara come nuovo fronte di Al-Qaeda e favorì il dispiegamento occidentale nel Sahel attraverso l’Iniziativa Pan-Sahel, antenata dell’AFRICOM americano.
Le conseguenze furono devastanti soprattutto per le popolazioni tuareg. Il turismo sahariano crollò, intere economie locali vennero distrutte e le comunità nomadi finirono associate al terrorismo internazionale. Nel 2012, dopo la caduta di Gheddafi in Libia e il ritorno nel Sahel di combattenti tuareg armati, scoppiò la nuova rivolta dell’Azawad. Il MNLA proclamò l’indipendenza del nord del Mali, ma poco dopo AQMI, Ansar al-Din e MUJAO presero il controllo delle principali città del nord. Per Keenan anche questa dinamica sarebbe stata favorita dal DRS algerino per impedire il consolidamento di un’entità tuareg autonoma. Dietro la partita militare si muovevano anche enormi interessi energetici. I bacini di Taoudeni e Gao, ricchi di petrolio, gas, oro e uranio, rappresentano una delle grandi poste strategiche del Sahara. Secondo Keenan, Algeri avrebbe utilizzato la propria influenza politica per favorire Sonatrach e ottenere concessioni energetiche nel nord del Mali. È in questo contesto che la visita della delegazione italiana nei campi di Tindouf appare profondamente inopportuna. Quei campi non sono semplicemente un simbolo umanitario, ma uno dei centri nevralgici di una crisi geopolitica e securitaria che da anni alimenta instabilità nel Sahel. Mentre il Mali sprofonda nel caos, i gruppi jihadisti proliferano e il Sahel continua a trasformarsi in una delle aree più instabili del pianeta, una visita istituzionale italiana nei campi controllati dal Polisario rischia dunque di assumere un significato politico ben diverso da quello ufficialmente dichiarato.
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Ansa
Prefetto e i vertici delle forze dell’ordine hanno valutato bene contesto, circostanze e condizioni e ieri hanno comunicato agli organizzatori dell’iniziativa che il raduno degli esponenti di estrema destra, quindi, non si terrà più in piazza Galvani, nel centro storico, ma in piazza della Pace. Le motivazioni della scelta sono ben chiare: l’obiettivo è quello di evitare possibili scontri e momenti di tensione e conflitti ideologici che potrebbero degenerare. Quello che si potrebbe temere è che ci possano essere anche delle contro manifestazioni da parte di collettivi che non gradiscono l’operato del raduno della Remigrazione. In realtà, al momento, non si ha notizia di eventuali proteste da parte di altri movimenti. Però sia la scelta della precedente location che, adesso, lo spostamento del luogo hanno sollevato un mare di polemiche.
Collettivi e movimenti di sinistra non volevano la manifestazione nel centro storico; mentre gli organizzatori non sono soddisfatti di questo spostamento. Ieri mattina, sono stati convocati in Questura e hanno appreso del cambiamento del luogo dell’evento, nonostante ne avessero avuto conferma. La manifestazione è in programma per le 16 di sabato e prevede la formazione di un presidio finalizzato alla raccolta firme per la legge sulla remigrazione. Stefano Colato, referente per Bologna del comitato «Remigrazione e Riconquista», ha spiegato perché è stata scelta quella piazza: «Non c’è stato praticamente margine di trattativa, ci hanno consegnato una lista di prescrizioni per qualsiasi posto a parte piazza della Pace. Ci hanno assegnato d’ufficio quella piazza». In realtà, dopo il divieto di riunirsi in piazza Galvani, nel centro storico, gli organizzatori avevano proposto di spostarsi in altri luoghi della città come piazza Minghetti o piazza Carducci. Ma nessuna loro richiesta è stata accolta. E come ha precisato Colato non c’è stato modo di far accogliere la loro richiesta: «Ripeto: non c’è stato margine di trattativa. Il motivo della necessità dello spostamento? Ragioni di ordine pubblico, ci è stato detto». Da quanto è emerso i partecipanti non dovrebbero essere tantissimi, tra i cento e i centocinquanta.
In realtà, l’organizzazione del raduno della Remigrazione ha sollevato non poche polemiche e creato diverse tensioni perché, da quanto è emerso nel corso di una riunione, il sindaco di Bologna Matteo Lepore e la sua Giunta avrebbero espresso più volte il loro disaccordo allo svolgimento della manifestazione. Il loro timore è che questo evento possa degenerare causando momenti di violenza e aggressioni fisiche. Alla fine, quindi, al termine del vertice in Prefettura, si è deciso di proseguire sul terreno della prudenza e cercare una location che possa garantire la sicurezza e tutelare l’incolumità pubblica. Tutto si dovrà svolgere senza alcun rischio ed evitando qualsiasi tipi di disordine. Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, è rimasto molto «deluso» dallo spostamento della location dell’evento e all’agenzia Dire ha spiegato il perché: «Con lo spostamento della manifestazione per la remigrazione prevista sabato a Bologna in piazza Galvani, ma appunto traslocata in piazza della Pace, si è fatta una scelta che premia i prepotenti. Si crea un precedente per il quale manifestazioni che qualcuno sostiene essere foriere di problemi di ordine pubblico non si possono svolgere come previsto. Da ora in poi anche le manifestazioni dei Pro Pal e dei violenti, quelli davvero violenti, vengano decentrate. Altrimenti passerebbe il messaggio che è la sinistra che decide chi può dire cosa e dove, il che è inaccettabile».
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