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2022-03-14
Il «118» ha trent'anni. Dalle origini alle nuove sfide
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Intervento di più mezzi del 118 Milano (Ansa)
Un decreto, firmato trent’anni fa dall’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, poneva il sigillo a una rivoluzione nella storia dell’emergenza sanitaria in Italia. Il D.L. presentato dal Ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, trattava l’introduzione del numero unico per l’emergenza sanitaria, il 118. La portata e gli effetti sulla salute dei cittadini italiani del «prima» e del «dopo» il decreto sono difficili da spiegare se non ricorrendo ad un esempio di fantasia, condiviso con il dottor Andrea Andreucci (vicepresidente SIIET - Società Italiana Infermieri Emergenza Territoriale) durante una conversazione telefonica.
Prima degli anni Novanta in Italia l’organizzazione del soccorso sanitario extraospedaliero era caratterizzata da una estrema frammentazione che generava forti differenze a livello addirittura locale, oltre che regionale. La professionalità delle figure del soccorso sanitario era assai trascurata, prevalendo nel Paese la consuetudine radicata da decenni che il cuore del trattamento dei pazienti fosse la struttura ospedaliera, e che tutte le attività di emergenza al di fuori del pronto soccorso dovessero ridursi al trasporto più rapido possibile presso la struttura più vicina. E null’altro. Prevalentemente formate da volontari dall’indubbio impegno ma dalla scarsa o nulla preparazione, le ambulanze delle croci sparse sul territorio si riducevano a puri mezzi di trasporto dall’evento all’ospedale senza prevedere alcun tipo di trattamento preospedaliero sul posto o durante il tragitto. Per non parlare della situazione delle comunicazioni telefoniche tra le ambulanze e la popolazione, in mancanza di un numero di riferimento unico e ben memorizzabile. Al di là di alcuni grandi centri urbani che avevano istituito centrali di risposta spesso gestite da figure non sanitarie (come il numero 7733 gestito dalla Polizia Municipale milanese) la stragrande maggioranza delle associazioni di pronto intervento italiane rispondevano da un numero telefonico locale, che il cittadino doveva reperire prima di poter chiamare per un’urgenza. E non sempre l’associazione raggiunta aveva un mezzo pronto all’intervento perché mancava una centralizzazione operativa tra le croci, per cui poteva capitare che sul posto arrivassero più di un’ambulanza oppure nessuna. Un terno al lotto giocato sulla vita e sul tempo, aspetto primario del buon esito di un soccorso, al quale l’unica alternativa poteva essere un fazzoletto bianco e una vettura privata in corsa verso l’ospedale a colpi di clacson con tutte le conseguenze negative del caso. Poniamo il caso, si diceva con Andreucci, che nel 1981 una macchina con a bordo una donna e l’anziano padre si fosse accostata improvvisamente a lato della carreggiata di una strada provinciale a circa cinque chilometri dal primo centro abitato. La signora si accorge che il padre dopo un improvviso malore giace incosciente sul sedile a fianco. Dopo aver capito la gravità delle condizioni (un paio di minuti sotto shock senza sapere come intervenire) la signora riaccende il motore e vola a tutta velocità (rischiando anche la sua vita e quella degli altri sulla strada) verso il primo paese, raggiungendolo in altri 7 minuti circa. Non essendovi ancora i cellulari, la macchina con il morente a bordo gira ancora per circa 5-6 minuti alla ricerca di un telefono pubblico. Se fortunata, al bar i gestori conoscono il numero della più vicina sede delle ambulanze, altrimenti è necessaria una ricerca su rubrica che può richiedere altro tempo preziosissimo. Al centralino della croce, a 10 chilometri di distanza, risponde una volontaria senza particolari nozioni sanitarie che invia (se disponibile) un mezzo con operatori non preparati al trattamento di pazienti critici. Passano ancora 20 minuti. Quando l’ambulanza lo carica, l’anziano è in arresto cardiocircolatorio e le manovre di rianimazione, attuate senza protocolli specifici e strumenti adeguati (né tantomeno farmaci salvavita) risultano inefficaci e l’ospedale (non attrezzato magari per questo tipo di trattamento) dista 25 minuti di corsa in sirena, che l’ambulanza percorre senza apparato radio a bordo per potere allertare la rianimazione del pronto soccorso. Dopo oltre un’ora dall’evento, all’ospedale l’uomo è dichiarato deceduto.
Decidiamo poi di ripetere il medesimo scenario nel 2022. Dalla macchina la figlia chiama il numero 118 con il suo smartphone. Dopo pochi secondi è in linea con un infermiere operatore di centrale che grazie alle informazioni capisce che il paziente è in arresto cardiaco (in meno di un minuto). L’operatore rimane in linea e dà istruzioni di rianimazione cardiopolmonare alla figlia, che subito sdraia il padre supino sul terreno e inizia il massaggio cardiaco guidata dalla centrale operativa, dove è presente un medico responsabile. Geolocalizzata dal gps, la posizione dell’evento appare sul terminale del 118 che segnala i mezzi di soccorso pronti all’intervento. Dalla sede delle ambulanze esce un mezzo con a bordo i volontari certificati soccorritori dal 118 stesso e con il defibrillatore semiautomatico a bordo, mentre all’elibase più vicina già ruotano le pale dell’elisoccorso con medico, infermiere e tecnico di soccorso alpino sui sedili. In 10 minuti il mezzo di soccorso di base arriva sul posto e la rianimazione prosegue con la defibrillazione precoce che fortunatamente dà esito. Pochi minuti dopo, in un campo vicino si posa l’elicottero giallo e il personale medico prende in carico il paziente stabilizzandolo sul posto con ventilazione assistita e farmaci. Il cuore batte nuovamente scandito dal beep del monitor e questo anche grazie alle manovre della figlia che per prima ha garantito il flusso ematico al cervello del padre dopo solo un minuto. Sull’elicottero il paziente è come fosse già in ospedale, mentre il pilota fa decollare il velivolo verso la struttura più attrezzata per il trattamento specifico, dopo meno di un’ora dall'insorgenza dei sintomi. Quel signore vivrà.
Questa premessa di fantasia, ma spesso coincidente con la realtà, spiega sommariamente i passi da gigante realizzati nell’ultimo trentennio grazie all’organizzazione sanitaria che ruota attorno al 118, frutto di un profondo impegno e di una lotta a livello nazionale di medici e infermieri nei confronti delle istituzioni non di rado culturalmente reticenti ad allocare risorse allo sviluppo del soccorso extraospedaliero. Dal precedente esempio di fantasia, emerge chiaramente quanto raggiunto oggi grazie alla professionalizzazione delle figure dell’emergenza aiutate dalla disponibilità di risorse tecnologiche e sanitarie. Nel linguaggio tecnico, come spiega Andreucci, il progresso ha ribaltato completamente la pratica operativa sul campo, passando da una priorità di «scoop and run», un po’ come dire «spazza e corri in ospedale» a quella di «stay and play», ossia rimani e opera sul posto, con le competenze necessarie. Il percorso è stato lungo e tortuoso, in un Paese dove si disserta di riforme strutturali a volte mai realizzate fin dagli anni Sessanta. Si può a ragione affermare che sia stata anche la storia più drammatica dell’Italia degli ultimi 50 anni ad avere generato la necessità imprescindibile di dotare il territorio nazionale di un’organizzazione del soccorso sanitario e in generale degli organi preposti all’emergenza. La storia stessa del numero unico racconta che le spinte vennero dagli eventi più traumatici vissuti dal paese, che evidenziarono gravi carenze a livello organizzativo. Si parla della strage di Piazza Fontana e di Piazza della Loggia culmine degli anni della strategia della tensione, le bombe sui treni (vedi l’Italicus) e la strage di Bologna, le calamità naturali come i terremoti in Friuli e in Irpinia o gli incidenti mostrati al Paese intero come la vicenda di Vermicino a mettere di fronte agli occhi degli Italiani tutta l’inadeguatezza (o meglio l’inesistenza) di un’efficace macchina dei soccorsi. Tra i primi a muoversi e ad organizzarsi furono i sanitari di Bologna dell’Ospedale Maggiore che già alla fine degli anni Sessanta erano stati i primi ad organizzare una centrale operativa anche se inizialmente pensata solo per il coordinamento dei trasporti tra ospedale e ospedale. Il CePIS si dimostrò un modello anche se primitivo nella logistica di maxiemergenze che colpirono Bologna come la bomba del 2 agosto 1980 e l’incidente ferroviario del 1978 a Murazze di Vado. Grazie all’impegno incessante sia sui mezzi che a livello organizzativo di figure professionali come il dottor Marco Vigna, organico al Maggiore, nacque la prima centrale operativa esclusivamente dedicata all’emergenza sanitaria, Bologna Soccorso, che fece da pilota per quello che sarà lo sviluppo delle centrali operative di emergenza-urgenza attuali, grazie anche alla stipula di convenzioni con enti e associazioni di soccorso e alla valorizzazione professionale degli operatori infermieristici medici e tecnici, oltre che allo sviluppo delle tecnologie nelle comunicazioni radio e telefoniche. Bologna, nel 1985 sarà la prima centrale regionale a dotarsi del servizio di elisoccorso, seguita a poca distanza dall’ospedale Niguarda di Milano. La sperimentazione del numero unico 118 avvenne in occasione dei mondiali di calcio del 1990 e fu attivo poco dopo in via sperimentale presso l’ospedale della Misericordia di Udine dipendente dalla regione autonoma del Friuli Venezia Giulia, fino alla graduale estensione alle altre regioni e provincie autonome Italiane a partire dal marzo 1992.
Il punto di vista del ruolo clinico e la sua evoluzione a partire dalla nascita delle centrali operative 118 lo sintetizza Andreucci, sottolineando le differenze abissali con il passato riguardo la professione infermieristica nel soccorso sanitario extraospedaliero, che una volta - sottolinea- riguardavano la fascia più bassa e meno ambita della professione. Oggi, con l’evoluzione del sistema, l’infermiere del 118 è una figura che ha una importanza professionale simile a quella del medico grazie alla formazione specifica nell’emergenza-urgenza a tutti i livelli della catena professionale, dal tecnico di centrale all’infermiere sull’ambulanza o in elisoccorso in grado di intervenire sul paziente con strumenti e farmaci salvavita. Come la figura sanitaria, anche quella laica del soccorritore (sia dipendente che volontario) ha beneficiato grandemente - dice Andreucci - dell’istituzione del servizio 118 in quanto la formazione di questi ultimi, curata direttamente da enti convenzionati o dal 118 stesso, ha permesso di livellare il gap formativo con le figure professionali sanitarie creando una più stretta commistione che in qualche caso ha creato intercambiabilità di ruoli. Il tutto a beneficio di quelle che vengono considerate le 5 patologie tempo-dipendenti, ossia particolarmente sensibili alla «golden hour», il periodo limite tra l’insorgenza della patologia ed il trattamento ospedaliero specialistico (infarto, ictus, politrauma, ostetricia, neonatologia, pediatria). Questa progressione appena descritta è contenuta nel testo della «Carta di Riva», sottoscritta dalle principali associazioni ed enti del settore dell’emergenza-urgenza italiane. Nel testo è contenuto quello che dovrebbe rappresentare il futuro e gli standard dell’emergenza extraospedaliera, con il superamento definitivo della residua frammentarietà a livello regionale con l’obiettivo di fornire ai pazienti una qualità assistenziale e gli strumenti per attuarla uniforme e sempre più efficiente.
Si riallaccia al discorso di Andreucci una figura clinica che fu tra i promotori e poi i fautori della grande rivoluzione del numero unico per l’emergenza: il professor Mario Costa, oggi presidente di Siems (Società Italiana dell’Emergenza Sanitaria) e già fondatore e direttore della Centrale Operativa Ares 118 di Roma, oltre che cattedratico e organico all’ospedale L.Spallanzani. Raggiunto telefonicamente da «La Verità», ci spiega subito come la grande sfida delle centrali e del numero unico in Italia fosse stata prima di tutto una battaglia culturale, antitetica all’impostazione del mondo sanitario nei confronti dell’aspetto dell’intervento extraospedaliero. «Fino all’avvento del 118 - spiega il medico - l’emergenza sanitaria extraospedaliera era poco o nulla considerata, in quanto dominava l’idea che tutto ciò che era parte del soccorso fosse da svolgere tra le mura dell’ospedale». Questa situazione, dominante per decenni, impedì la necessaria allocazione di risorse economiche per lo sviluppo del sistema riflettendosi necessariamente sul numero di vite salvate, con un bilancio evidentemente negativo. Quella del professor Costa e dei suoi colleghi fu una battaglia contro un muro che pareva all’epoca incrollabile, e fu chiaro dall’inizio che per abbatterlo bisognasse partire dalle fondamenta, da un cambiamento di prospettiva che, oltre che medico, riguardava l’aspetto amministrativo della sanità italiana. Partire da zero fu obbligatorio, per cercare di cambiare quella mentalità che produceva a cascata una fortissima frammentazione territoriale, spesso delegata a enti e associazioni volontarie non coordinate tra loro e dalla scarsa preparazione professionale. L’idea di Costa e dei promotori dell’attuale sistema si traduceva in una visione diametralmente opposta a quella dominante. «Il sistema - prosegue Costa - si basava su una sequenza portante che prevedeva una serie di passaggi precedentemente ignorati: analisi della chiamata di emergenza, invio del mezzo idoneo più competitivo». Pare scontato oggi, allora non lo era affatto, basti pensare che come descritto sopra non era chiaro neppure il numero da comporre in casa di emergenza, che quasi cambiava da comune a comune. Il secondo strato del muro, spiega Costa, «è stato quello della formazione professionale degli operatori. Ai tempi anche in Università non esisteva la specializzazione medica dedicata alla rianimazione extraospedaliera, una caratteristica allora esclusiva del mondo anglosassone». Ma creare il sistema 118 significava molto di più, perché la sfida era medica, ma anche tecnologica. « Oltre al completamento di una serie di esigenze gestionali - spiega Costa- c’era la questione tecnica del funzionamento del numero unico: l’uso della radio e delle comunicazioni standardizzate, tutti gli aspetti informatici per la gestione dei dati relativi alle chiamate e al paziente e alla distribuzione sul territorio dei mezzi di soccorso e relativo personale». I mezzi di soccorso, nel sistema nuovo, non erano più soltanto quelli forniti dalle associazioni volontarie, ma anche mezzi di soccorso avanzato (le automediche e infermieristiche) gestite direttamente dalla Centrale e dislocate nei vari ospedali. Oltre al soccorso via terra, c’era da gestire anche il servizio di elisoccorso, su cui operava il personale medico e infermieristico dipendente dal sistema regionale emergenza-urgenza, mentre velivolo e piloti venivano forniti da società gestite secondo il sistema dei capitolati. Un lavoro immane, che prevedeva anche l’avanzamento e la valorizzazione professionale delle figure del soccorso extraospedaliero, tra cui quella dell’infermiere professionale. Nel sistema centralizzato l’Ip diventa un perno attorno a cui ruota il sistema, dalla gestione dei farmaci (il primo in ordine cronologico fu l’ossigeno che fino ad allora non era regolamentato) fino ai salvavita e alle operazioni di gestione della Centrale operativa, alla logistica di mezzi e materiale sanitario da gestire al termine di ogni missione. Un passo da gigante, quello del 1992. Ma - ricorda il professor Costa - «non ancora concluso. Le sfide future riguardano una più diffusa standardizzazione nel rispetto delle realtà regionali, dei protocolli condivisi, della tecnologia sempre più importante e efficace nelle operazioni di soccorso. Che possa mettere d’accordo la decisione politica con le esigenze del territorio. A totale beneficio della popolazione».
La tecnologia è quel supporto che nel caso del 118 ha fatto la differenza. Ha permesso ai professionisti di mettere in pratica in maniera sempre più efficace le proprie capacità in medicina dell’emergenza. Basti pensare all’evoluzione dei sistemi radio, telefonici e soprattutto della geolocalizzazione, che oggi è presente in ogni smartphone disponibile al pubblico. Il sistema informatico del 118 ha tratto grandissimo vantaggio, sia in termini di localizzazione dell’evento che nella gestione dei mezzi di emergenza disponibili sul territorio, sia di base che avanzati. Questa tecnologia è oggi presente anche nelle centrali operative del Numero Unico di emergenza 112, recepito e applicato secondo direttiva europea. All’inizio accolto freddamente, visto dai detrattori come un doppione del 118 si è dimostrato dopo la sperimentazione in alcune regioni d’Italia uno strumento efficace. Centralizzando a sé tutte le chiamate di emergenza (Forze dell’ordine, Vigili del fuoco, Soccorso sanitario) con la possibilità di risposta entro pochi secondi ha garantito un’ulteriore ottimizzazione delle tempistiche di intervento, liberando risorse fondamentali per la gestione dell’emergenza. Una percentuale sensibile delle migliaia di chiamate giornaliere al 118 e agli altri numeri di pubblico soccorso erano inadeguate o non pertinenti (come richieste di informazioni, domande su farmaci o medici di famiglia, non-urgenze o addirittura scherzi telefonici). Queste chiamate impegnavano necessariamente un tecnico di centrale togliendo temporaneamente una risorsa, o trattavano questioni in cui l’invio del mezzo di soccorso non si sarebbe reso necessario. E ancora, passi da gigante sono state fatte nelle comunicazioni radio tra centrale e mezzi (sia delle associazioni volontarie e Cri che le automediche del 118). Un esempio su tutti è il sistema adottato da Areu (Agenzia Regionale Emergenza Urgenza) in Lombardia. La struttura diretta oggi dal dottor Alberto Zoli adotta un sistema di codici radio protetti (sistema Tetra) che mettono in contatto in tempo reale la Centrale e le ambulanze, dotate di un terminale radio simile a un tablet. Qui gli estremi dell’intervento, il codice di gravità e la localizzazione appaiono contemporaneamente alla compilazione della scheda da parte del tecnico di Centrale, che seguirà il mezzo per tutto il servizio. Dall’altra parte l’equipaggio, tramite questo tipo di soluzione tecnologica, può comunicare immediatamente i parametri vitali del paziente e altre notizie fondamentali al tipo di trattamento e all’ospedalizzazione nella struttura ospedaliera più indicata. Un sistema che ha permesso di risparmiare preziosissimi minuti (e che ha risparmiato di conseguenza molte vite). Proprio il dottor Zoli, in un recente incontro con i media, ha elencato i numeri dell’attività del 112 lombardo ai tempi del covid, uno stress test senza precedenti per il sistema emergenza-urgenza. Dai dati raccolti da Areu sul numero 112 (introdotto in Lombardia in via sperimentale già nel 2010) nell'anno 2021 le centrali operative regionali hanno ricevuto 4.417.537 chiamate, per una media giornaliera di 12.103 richieste. Il calcolo del tempo di attesa per la risposta di un operatore ha dato un risultato strabiliante: 4,5 secondi di attesa media. La rubrica telefonica, il cartoncino con i numeri delle croci locali, il numero dell'ospedale e il telefono fisso sono un ricordo. Lontano trent'anni.
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Il numero unico di emergenza sanitaria fu una rivoluzione che ha permesso di salvare moltissime vite. Fu una conquista culturale, professionale e tecnologica, ancora oggi in evoluzione. Due protagonisti lo raccontano.Un decreto, firmato trent’anni fa dall’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, poneva il sigillo a una rivoluzione nella storia dell’emergenza sanitaria in Italia. Il D.L. presentato dal Ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, trattava l’introduzione del numero unico per l’emergenza sanitaria, il 118. La portata e gli effetti sulla salute dei cittadini italiani del «prima» e del «dopo» il decreto sono difficili da spiegare se non ricorrendo ad un esempio di fantasia, condiviso con il dottor Andrea Andreucci (vicepresidente SIIET - Società Italiana Infermieri Emergenza Territoriale) durante una conversazione telefonica. Prima degli anni Novanta in Italia l’organizzazione del soccorso sanitario extraospedaliero era caratterizzata da una estrema frammentazione che generava forti differenze a livello addirittura locale, oltre che regionale. La professionalità delle figure del soccorso sanitario era assai trascurata, prevalendo nel Paese la consuetudine radicata da decenni che il cuore del trattamento dei pazienti fosse la struttura ospedaliera, e che tutte le attività di emergenza al di fuori del pronto soccorso dovessero ridursi al trasporto più rapido possibile presso la struttura più vicina. E null’altro. Prevalentemente formate da volontari dall’indubbio impegno ma dalla scarsa o nulla preparazione, le ambulanze delle croci sparse sul territorio si riducevano a puri mezzi di trasporto dall’evento all’ospedale senza prevedere alcun tipo di trattamento preospedaliero sul posto o durante il tragitto. Per non parlare della situazione delle comunicazioni telefoniche tra le ambulanze e la popolazione, in mancanza di un numero di riferimento unico e ben memorizzabile. Al di là di alcuni grandi centri urbani che avevano istituito centrali di risposta spesso gestite da figure non sanitarie (come il numero 7733 gestito dalla Polizia Municipale milanese) la stragrande maggioranza delle associazioni di pronto intervento italiane rispondevano da un numero telefonico locale, che il cittadino doveva reperire prima di poter chiamare per un’urgenza. E non sempre l’associazione raggiunta aveva un mezzo pronto all’intervento perché mancava una centralizzazione operativa tra le croci, per cui poteva capitare che sul posto arrivassero più di un’ambulanza oppure nessuna. Un terno al lotto giocato sulla vita e sul tempo, aspetto primario del buon esito di un soccorso, al quale l’unica alternativa poteva essere un fazzoletto bianco e una vettura privata in corsa verso l’ospedale a colpi di clacson con tutte le conseguenze negative del caso. Poniamo il caso, si diceva con Andreucci, che nel 1981 una macchina con a bordo una donna e l’anziano padre si fosse accostata improvvisamente a lato della carreggiata di una strada provinciale a circa cinque chilometri dal primo centro abitato. La signora si accorge che il padre dopo un improvviso malore giace incosciente sul sedile a fianco. Dopo aver capito la gravità delle condizioni (un paio di minuti sotto shock senza sapere come intervenire) la signora riaccende il motore e vola a tutta velocità (rischiando anche la sua vita e quella degli altri sulla strada) verso il primo paese, raggiungendolo in altri 7 minuti circa. Non essendovi ancora i cellulari, la macchina con il morente a bordo gira ancora per circa 5-6 minuti alla ricerca di un telefono pubblico. Se fortunata, al bar i gestori conoscono il numero della più vicina sede delle ambulanze, altrimenti è necessaria una ricerca su rubrica che può richiedere altro tempo preziosissimo. Al centralino della croce, a 10 chilometri di distanza, risponde una volontaria senza particolari nozioni sanitarie che invia (se disponibile) un mezzo con operatori non preparati al trattamento di pazienti critici. Passano ancora 20 minuti. Quando l’ambulanza lo carica, l’anziano è in arresto cardiocircolatorio e le manovre di rianimazione, attuate senza protocolli specifici e strumenti adeguati (né tantomeno farmaci salvavita) risultano inefficaci e l’ospedale (non attrezzato magari per questo tipo di trattamento) dista 25 minuti di corsa in sirena, che l’ambulanza percorre senza apparato radio a bordo per potere allertare la rianimazione del pronto soccorso. Dopo oltre un’ora dall’evento, all’ospedale l’uomo è dichiarato deceduto. Decidiamo poi di ripetere il medesimo scenario nel 2022. Dalla macchina la figlia chiama il numero 118 con il suo smartphone. Dopo pochi secondi è in linea con un infermiere operatore di centrale che grazie alle informazioni capisce che il paziente è in arresto cardiaco (in meno di un minuto). L’operatore rimane in linea e dà istruzioni di rianimazione cardiopolmonare alla figlia, che subito sdraia il padre supino sul terreno e inizia il massaggio cardiaco guidata dalla centrale operativa, dove è presente un medico responsabile. Geolocalizzata dal gps, la posizione dell’evento appare sul terminale del 118 che segnala i mezzi di soccorso pronti all’intervento. Dalla sede delle ambulanze esce un mezzo con a bordo i volontari certificati soccorritori dal 118 stesso e con il defibrillatore semiautomatico a bordo, mentre all’elibase più vicina già ruotano le pale dell’elisoccorso con medico, infermiere e tecnico di soccorso alpino sui sedili. In 10 minuti il mezzo di soccorso di base arriva sul posto e la rianimazione prosegue con la defibrillazione precoce che fortunatamente dà esito. Pochi minuti dopo, in un campo vicino si posa l’elicottero giallo e il personale medico prende in carico il paziente stabilizzandolo sul posto con ventilazione assistita e farmaci. Il cuore batte nuovamente scandito dal beep del monitor e questo anche grazie alle manovre della figlia che per prima ha garantito il flusso ematico al cervello del padre dopo solo un minuto. Sull’elicottero il paziente è come fosse già in ospedale, mentre il pilota fa decollare il velivolo verso la struttura più attrezzata per il trattamento specifico, dopo meno di un’ora dall'insorgenza dei sintomi. Quel signore vivrà. Questa premessa di fantasia, ma spesso coincidente con la realtà, spiega sommariamente i passi da gigante realizzati nell’ultimo trentennio grazie all’organizzazione sanitaria che ruota attorno al 118, frutto di un profondo impegno e di una lotta a livello nazionale di medici e infermieri nei confronti delle istituzioni non di rado culturalmente reticenti ad allocare risorse allo sviluppo del soccorso extraospedaliero. Dal precedente esempio di fantasia, emerge chiaramente quanto raggiunto oggi grazie alla professionalizzazione delle figure dell’emergenza aiutate dalla disponibilità di risorse tecnologiche e sanitarie. Nel linguaggio tecnico, come spiega Andreucci, il progresso ha ribaltato completamente la pratica operativa sul campo, passando da una priorità di «scoop and run», un po’ come dire «spazza e corri in ospedale» a quella di «stay and play», ossia rimani e opera sul posto, con le competenze necessarie. Il percorso è stato lungo e tortuoso, in un Paese dove si disserta di riforme strutturali a volte mai realizzate fin dagli anni Sessanta. Si può a ragione affermare che sia stata anche la storia più drammatica dell’Italia degli ultimi 50 anni ad avere generato la necessità imprescindibile di dotare il territorio nazionale di un’organizzazione del soccorso sanitario e in generale degli organi preposti all’emergenza. La storia stessa del numero unico racconta che le spinte vennero dagli eventi più traumatici vissuti dal paese, che evidenziarono gravi carenze a livello organizzativo. Si parla della strage di Piazza Fontana e di Piazza della Loggia culmine degli anni della strategia della tensione, le bombe sui treni (vedi l’Italicus) e la strage di Bologna, le calamità naturali come i terremoti in Friuli e in Irpinia o gli incidenti mostrati al Paese intero come la vicenda di Vermicino a mettere di fronte agli occhi degli Italiani tutta l’inadeguatezza (o meglio l’inesistenza) di un’efficace macchina dei soccorsi. Tra i primi a muoversi e ad organizzarsi furono i sanitari di Bologna dell’Ospedale Maggiore che già alla fine degli anni Sessanta erano stati i primi ad organizzare una centrale operativa anche se inizialmente pensata solo per il coordinamento dei trasporti tra ospedale e ospedale. Il CePIS si dimostrò un modello anche se primitivo nella logistica di maxiemergenze che colpirono Bologna come la bomba del 2 agosto 1980 e l’incidente ferroviario del 1978 a Murazze di Vado. Grazie all’impegno incessante sia sui mezzi che a livello organizzativo di figure professionali come il dottor Marco Vigna, organico al Maggiore, nacque la prima centrale operativa esclusivamente dedicata all’emergenza sanitaria, Bologna Soccorso, che fece da pilota per quello che sarà lo sviluppo delle centrali operative di emergenza-urgenza attuali, grazie anche alla stipula di convenzioni con enti e associazioni di soccorso e alla valorizzazione professionale degli operatori infermieristici medici e tecnici, oltre che allo sviluppo delle tecnologie nelle comunicazioni radio e telefoniche. Bologna, nel 1985 sarà la prima centrale regionale a dotarsi del servizio di elisoccorso, seguita a poca distanza dall’ospedale Niguarda di Milano. La sperimentazione del numero unico 118 avvenne in occasione dei mondiali di calcio del 1990 e fu attivo poco dopo in via sperimentale presso l’ospedale della Misericordia di Udine dipendente dalla regione autonoma del Friuli Venezia Giulia, fino alla graduale estensione alle altre regioni e provincie autonome Italiane a partire dal marzo 1992. Il punto di vista del ruolo clinico e la sua evoluzione a partire dalla nascita delle centrali operative 118 lo sintetizza Andreucci, sottolineando le differenze abissali con il passato riguardo la professione infermieristica nel soccorso sanitario extraospedaliero, che una volta - sottolinea- riguardavano la fascia più bassa e meno ambita della professione. Oggi, con l’evoluzione del sistema, l’infermiere del 118 è una figura che ha una importanza professionale simile a quella del medico grazie alla formazione specifica nell’emergenza-urgenza a tutti i livelli della catena professionale, dal tecnico di centrale all’infermiere sull’ambulanza o in elisoccorso in grado di intervenire sul paziente con strumenti e farmaci salvavita. Come la figura sanitaria, anche quella laica del soccorritore (sia dipendente che volontario) ha beneficiato grandemente - dice Andreucci - dell’istituzione del servizio 118 in quanto la formazione di questi ultimi, curata direttamente da enti convenzionati o dal 118 stesso, ha permesso di livellare il gap formativo con le figure professionali sanitarie creando una più stretta commistione che in qualche caso ha creato intercambiabilità di ruoli. Il tutto a beneficio di quelle che vengono considerate le 5 patologie tempo-dipendenti, ossia particolarmente sensibili alla «golden hour», il periodo limite tra l’insorgenza della patologia ed il trattamento ospedaliero specialistico (infarto, ictus, politrauma, ostetricia, neonatologia, pediatria). Questa progressione appena descritta è contenuta nel testo della «Carta di Riva», sottoscritta dalle principali associazioni ed enti del settore dell’emergenza-urgenza italiane. Nel testo è contenuto quello che dovrebbe rappresentare il futuro e gli standard dell’emergenza extraospedaliera, con il superamento definitivo della residua frammentarietà a livello regionale con l’obiettivo di fornire ai pazienti una qualità assistenziale e gli strumenti per attuarla uniforme e sempre più efficiente. Si riallaccia al discorso di Andreucci una figura clinica che fu tra i promotori e poi i fautori della grande rivoluzione del numero unico per l’emergenza: il professor Mario Costa, oggi presidente di Siems (Società Italiana dell’Emergenza Sanitaria) e già fondatore e direttore della Centrale Operativa Ares 118 di Roma, oltre che cattedratico e organico all’ospedale L.Spallanzani. Raggiunto telefonicamente da «La Verità», ci spiega subito come la grande sfida delle centrali e del numero unico in Italia fosse stata prima di tutto una battaglia culturale, antitetica all’impostazione del mondo sanitario nei confronti dell’aspetto dell’intervento extraospedaliero. «Fino all’avvento del 118 - spiega il medico - l’emergenza sanitaria extraospedaliera era poco o nulla considerata, in quanto dominava l’idea che tutto ciò che era parte del soccorso fosse da svolgere tra le mura dell’ospedale». Questa situazione, dominante per decenni, impedì la necessaria allocazione di risorse economiche per lo sviluppo del sistema riflettendosi necessariamente sul numero di vite salvate, con un bilancio evidentemente negativo. Quella del professor Costa e dei suoi colleghi fu una battaglia contro un muro che pareva all’epoca incrollabile, e fu chiaro dall’inizio che per abbatterlo bisognasse partire dalle fondamenta, da un cambiamento di prospettiva che, oltre che medico, riguardava l’aspetto amministrativo della sanità italiana. Partire da zero fu obbligatorio, per cercare di cambiare quella mentalità che produceva a cascata una fortissima frammentazione territoriale, spesso delegata a enti e associazioni volontarie non coordinate tra loro e dalla scarsa preparazione professionale. L’idea di Costa e dei promotori dell’attuale sistema si traduceva in una visione diametralmente opposta a quella dominante. «Il sistema - prosegue Costa - si basava su una sequenza portante che prevedeva una serie di passaggi precedentemente ignorati: analisi della chiamata di emergenza, invio del mezzo idoneo più competitivo». Pare scontato oggi, allora non lo era affatto, basti pensare che come descritto sopra non era chiaro neppure il numero da comporre in casa di emergenza, che quasi cambiava da comune a comune. Il secondo strato del muro, spiega Costa, «è stato quello della formazione professionale degli operatori. Ai tempi anche in Università non esisteva la specializzazione medica dedicata alla rianimazione extraospedaliera, una caratteristica allora esclusiva del mondo anglosassone». Ma creare il sistema 118 significava molto di più, perché la sfida era medica, ma anche tecnologica. « Oltre al completamento di una serie di esigenze gestionali - spiega Costa- c’era la questione tecnica del funzionamento del numero unico: l’uso della radio e delle comunicazioni standardizzate, tutti gli aspetti informatici per la gestione dei dati relativi alle chiamate e al paziente e alla distribuzione sul territorio dei mezzi di soccorso e relativo personale». I mezzi di soccorso, nel sistema nuovo, non erano più soltanto quelli forniti dalle associazioni volontarie, ma anche mezzi di soccorso avanzato (le automediche e infermieristiche) gestite direttamente dalla Centrale e dislocate nei vari ospedali. Oltre al soccorso via terra, c’era da gestire anche il servizio di elisoccorso, su cui operava il personale medico e infermieristico dipendente dal sistema regionale emergenza-urgenza, mentre velivolo e piloti venivano forniti da società gestite secondo il sistema dei capitolati. Un lavoro immane, che prevedeva anche l’avanzamento e la valorizzazione professionale delle figure del soccorso extraospedaliero, tra cui quella dell’infermiere professionale. Nel sistema centralizzato l’Ip diventa un perno attorno a cui ruota il sistema, dalla gestione dei farmaci (il primo in ordine cronologico fu l’ossigeno che fino ad allora non era regolamentato) fino ai salvavita e alle operazioni di gestione della Centrale operativa, alla logistica di mezzi e materiale sanitario da gestire al termine di ogni missione. Un passo da gigante, quello del 1992. Ma - ricorda il professor Costa - «non ancora concluso. Le sfide future riguardano una più diffusa standardizzazione nel rispetto delle realtà regionali, dei protocolli condivisi, della tecnologia sempre più importante e efficace nelle operazioni di soccorso. Che possa mettere d’accordo la decisione politica con le esigenze del territorio. A totale beneficio della popolazione». La tecnologia è quel supporto che nel caso del 118 ha fatto la differenza. Ha permesso ai professionisti di mettere in pratica in maniera sempre più efficace le proprie capacità in medicina dell’emergenza. Basti pensare all’evoluzione dei sistemi radio, telefonici e soprattutto della geolocalizzazione, che oggi è presente in ogni smartphone disponibile al pubblico. Il sistema informatico del 118 ha tratto grandissimo vantaggio, sia in termini di localizzazione dell’evento che nella gestione dei mezzi di emergenza disponibili sul territorio, sia di base che avanzati. Questa tecnologia è oggi presente anche nelle centrali operative del Numero Unico di emergenza 112, recepito e applicato secondo direttiva europea. All’inizio accolto freddamente, visto dai detrattori come un doppione del 118 si è dimostrato dopo la sperimentazione in alcune regioni d’Italia uno strumento efficace. Centralizzando a sé tutte le chiamate di emergenza (Forze dell’ordine, Vigili del fuoco, Soccorso sanitario) con la possibilità di risposta entro pochi secondi ha garantito un’ulteriore ottimizzazione delle tempistiche di intervento, liberando risorse fondamentali per la gestione dell’emergenza. Una percentuale sensibile delle migliaia di chiamate giornaliere al 118 e agli altri numeri di pubblico soccorso erano inadeguate o non pertinenti (come richieste di informazioni, domande su farmaci o medici di famiglia, non-urgenze o addirittura scherzi telefonici). Queste chiamate impegnavano necessariamente un tecnico di centrale togliendo temporaneamente una risorsa, o trattavano questioni in cui l’invio del mezzo di soccorso non si sarebbe reso necessario. E ancora, passi da gigante sono state fatte nelle comunicazioni radio tra centrale e mezzi (sia delle associazioni volontarie e Cri che le automediche del 118). Un esempio su tutti è il sistema adottato da Areu (Agenzia Regionale Emergenza Urgenza) in Lombardia. La struttura diretta oggi dal dottor Alberto Zoli adotta un sistema di codici radio protetti (sistema Tetra) che mettono in contatto in tempo reale la Centrale e le ambulanze, dotate di un terminale radio simile a un tablet. Qui gli estremi dell’intervento, il codice di gravità e la localizzazione appaiono contemporaneamente alla compilazione della scheda da parte del tecnico di Centrale, che seguirà il mezzo per tutto il servizio. Dall’altra parte l’equipaggio, tramite questo tipo di soluzione tecnologica, può comunicare immediatamente i parametri vitali del paziente e altre notizie fondamentali al tipo di trattamento e all’ospedalizzazione nella struttura ospedaliera più indicata. Un sistema che ha permesso di risparmiare preziosissimi minuti (e che ha risparmiato di conseguenza molte vite). Proprio il dottor Zoli, in un recente incontro con i media, ha elencato i numeri dell’attività del 112 lombardo ai tempi del covid, uno stress test senza precedenti per il sistema emergenza-urgenza. Dai dati raccolti da Areu sul numero 112 (introdotto in Lombardia in via sperimentale già nel 2010) nell'anno 2021 le centrali operative regionali hanno ricevuto 4.417.537 chiamate, per una media giornaliera di 12.103 richieste. Il calcolo del tempo di attesa per la risposta di un operatore ha dato un risultato strabiliante: 4,5 secondi di attesa media. La rubrica telefonica, il cartoncino con i numeri delle croci locali, il numero dell'ospedale e il telefono fisso sono un ricordo. Lontano trent'anni.
(Guardia di Finanza)
Lo stupefacente era suddiviso in 101 panetti, del peso di circa un chilo ognuno, custoditi all’interno di tre borsoni occultati all’interno della cabina del mezzo, con targa croata, che formalmente si dirigeva verso la Croazia, trasportando materiali edilizi.
Il controllo ha avuto una dinamica particolare poiché i finanzieri inizialmente avevano semplicemente intimato l’alt al camion, avendo notato che aveva un fanale fuori uso. Tuttavia l’autista non si fermava e, approfittando dell’intenso traffico di mezzi pesanti, continuava la marcia. I militari decidevano allora di seguire il mezzo e, dopo averlo fermato, insospettiti dal comportamento nervoso del conducente, procedevano ad effettuare l’ispezione della cabina rinvenendo i tre borsoni, all’interno dei quali erano stivati i 101 panetti di cocaina purissima. Le attività di controllo sono state svolte anche con le unità cinofile in forza al Reparto.
Sono in corso accertamenti per determinare l’effettiva destinazione della sostanza stupefacente rinvenuta che, una volta tagliata ed immessa sul mercato, avrebbe fruttato alle organizzazioni criminali un introito pari a circa 20 milioni di euro.
Il camion, intestato ad una società croata, era condotto da un autista di origine serba che è stato arrestato in flagranza di reato per detenzione, trasporto e traffico aggravato dall’ingente quantità di sostanze stupefacenti ed è stato portato nella casa circondariale di Gorizia, a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.
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Ansa
Intermediari coinvolti nei contatti avrebbero insistito sulla capacità di Rodriguez di assicurare stabilità e continuità operativa in un settore strategico. «La seguo da molto tempo, so bene chi è e come lavora», ha spiegato un alto funzionario statunitense citato dal quotidiano newyorkese. «Non è la risposta definitiva a tutti i problemi del Paese, ma è una persona con cui riteniamo possibile un rapporto più professionale rispetto al passato», ha aggiunto, con un riferimento diretto a Maduro che, alla fine di dicembre, aveva respinto un ultimatum della Casa Bianca che gli proponeva di lasciare il potere in cambio di un esilio in Turchia. In ogni caso Donald Trump ieri è stato molto netto sulle prossime mosse del Venezuela: «Se Delcy Rodriguez non fa quello che è giusto, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di quello di Maduro. La ricostruzione e il cambio di regime in Venezuela, come volete chiamarli, sono meglio di quello che c’è adesso. Non potrebbe andare peggio».
Altri problemi però possono arrivare dal ministro della Difesa venezuelano Vladimir Padrino Lopez, che prima, dopo la decisione della Corte suprema, ha riconosciuto la guida della Rodriguez e ha invitato la popolazione a riprendere le normali attività nel Paese, e poi ha accusato gli Stati Uniti di aver ucciso «a sangue freddo» uomini della scorta di Nicolás Maduro durante il blitz. In un videomessaggio affiancato dai vertici militari, Padrino Lopez ha chiesto il «rilascio immediato» di Maduro, definito «l’unico leader costituzionale del Paese», e ha denunciato quella che ha chiamato l’«ambizione colonialista» di Washington, invitando la comunità internazionale a vigilare su quella che ha descritto come una minaccia alla sovranità non solo del Venezuela ma di altri Paesi.
All’indomani dell’operazione militare che ha portato alla cattura e alla rimozione di Maduro, il segretario di Stato Marco Rubio ha chiarito che Delcy Rodríguez non è da considerarsi la legittima presidente del Venezuela, poiché Washington non riconosce l’attuale assetto di potere. Poi ha chiarito la linea: gli Stati Uniti sono pronti a collaborare con chi resterà nel Paese, a patto che venga compiuta «la scelta giusta». Intervenendo a Face the Nation della Cbs, Rubio ha spiegato che ogni valutazione dipenderà dai comportamenti dei nuovi interlocutori: «Non siamo in guerra contro il Venezuela e giudicheremo in base a ciò che faranno». E ha avvertito che, in caso contrario, Washington manterrà «numerose leve di pressione» su Caracas. Intervenendo sui network americani, il segretario di Stato ha definito premature eventuali elezioni a breve in Venezuela e ha indicato come priorità la rottura dei legami con Iran e Hezbollah. Rubio ha escluso che Caracas possa diventare una piattaforma operativa per potenze e gruppi ostili agli Stati Uniti, sottolineando che non è accettabile che le maggiori riserve petrolifere mondiali restino sotto il controllo di avversari di Washington.
Con il passare delle ore è emerso che l’Operation Absolute Resolve, scattata sabato scorso, è stata pianificata per mesi in una base segreta in Florida, dove sono stati ricostruiti nei minimi dettagli gli interni della dimora presidenziale in modo da evitare sorprese. Poi poche ore prima del blitz un attacco cyber ha messo offline gli apparati di sicurezza venezuelani che sono rimasti praticamente al buio durante gli attacchi aerei. Sul fronte giudiziario, Nicolás Maduro potrebbe comparire già domani davanti al tribunale federale di New York con accuse pesantissime: narcoterrorismo, traffico di droga e altri reati federali. Secondo Newsweek, l’impianto accusatorio sarebbe più solido di quanto l’opinione pubblica abbia finora percepito. L’atto d’accusa sostitutivo diffuso nel fine settimana amplia quello del 2020, ricostruendo in dettaglio rotte della droga, canali logistici e legami con grandi cartelli, oltre all’uso della rete diplomatica venezuelana per agevolare traffici di stupefacenti e denaro. Centrale potrebbe risultare la collaborazione di Hugo Armando Carvajal Barrios, ex capo dell’intelligence militare, oggi detenuto negli Stati Uniti e in attesa di condanna, una tempistica che secondo l’ex procuratore federale Elie Honig spesso segnala un accordo con l’accusa. Sul fronte tecnologico, è stato reso noto che Starlink garantirà connettività gratuita in Venezuela fino al 3 febbraio, per contrastare blackout e censura digitale, tratti distintivi del regime di Nicolás Maduro, il quale ora rischia di essere condannato a più ergastoli.
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È una partita che stanno giocando solo le potenze pienamente sovrane che dispongono di spada e moneta. Le famose relazioni internazionali hanno una regola fondamentale: pacta sunt servanda, il che significa che, al di là dei processi di ratifica (upgrade del diritto europeo, per esempio), è l’equilibrio raggiunto tra le potenze che ne determina l’osservanza, e non la «potenza» della norma. Era per paura che il mondo scoppiasse che, durante la Guerra fredda, America e Urss non si sovrastarono vicendevolmente. Caduto il Muro, l’America credette che la Storia avesse esaurito la propria spinta e lei avesse vinto. Invece la Storia è tornata e sta facendo l’appello delle grandi potenze. Quel 9 novembre 1989 non illuse solo l’America, ma illuse anche la vecchia Europa, che innescò - per paura della riunificazione delle due Germanie - l’unificazione per via monetaria. Una moneta per fare l’Europa politica, per tenere tutti compatti. Una moneta e tanta retorica: via i confini, via le sovranità nazionali, via gli interessi nazionali e i popoli... Fintanto che, fuori dall’Europa, un nuovo ingranaggio veniva impiantato - altro errore di prospettiva americano - nel grande gioco: la Cina nel Wto. Non solo, anche la Russia tornava a ripensarsi potenza e lo faceva usando la leva delle armi nucleari e della grande disponibilità energetica, le cui infrastrutture con Putin ridiventavano dello Stato, ribaltando i «guai» di Eltsin. Così, mentre l’Europa allargava le maglie del mercato energetico, liberalizzandolo secondo i dettami del neoliberismo, la Russia nazionalizzava, si sfregava le mani e si presentava come il più conveniente e suadente alleato energetico.
Un anno e mezzo fa scrissi un libro - Maledetta Europa - per analizzare che cosa sarebbe successo e, senza particolari doti di veggenza, lessi i fatti per come si presentavano, senza farmi fregare dalla retorica europeista. Che invece prosegue ancor oggi il suo incantesimo manipolatorio. E se sono qui a scrivere sulla Verità è perché un altro gruppo di realisti, ben orchestrato dal direttore/editore Maurizio Belpietro, pensa che vada fatta la tara a questa Ue. Pochi giorni fa Ernesto Galli della Loggia sul Corriere scriveva: «Il problema vero dell’Unione europea alla fine è uno solo: che i suoi cittadini non si sentono europei. E naturalmente un organismo politico fondato sul consenso ma verso il quale i suoi membri non sentono alcun sentimento di appartenenza, non consiste realmente in nulla. Nel senso che non riuscirà mai ad attingere il grado di sovranità necessario a prendere quelle decisioni davvero cruciali che riguardano la pace e la guerra, cioè la vita e la morte dei suoi cittadini: cioè le decisioni che attestano per l’appunto l’esistenza di un autentico attore politico. I cittadini dell’Unione sanno bene che cosa vuol dire essere spagnoli, danesi o polacchi. Lo hanno appreso da secoli di storia. […] L’Unione sembra venire dal nulla, non avere alcun passato, manca perfino di una Costituzione che spieghi ai suoi cittadini i valori su cui si fonda, che cosa sia e voglia essere, a chi essi devono obbedire. L’Unione europea insomma manca di un’identità». Benvenuto.
Manca il popolo sovrano perché i «registi» della Ue scelsero l’euro come sineddoche dell’Europa, senza un battesimo popolare attraverso un referendum popolare. Unione europea è ciò che oggi intendiamo per Europa, ed è un errore politico enorme, gigantesco. Un errore così grande che è bene smontarlo: l’Europa ci sta fregando e in un tempo in cui sono tornate a comandare le grandi potenze - Usa, Cina e Russia - ci fregherà sempre di più. Che senso ha restare imbambolati nell’ingannevole pendolo che ipnotizza a non mollare e a spingere per più Europa? L’Europa non può giocare la partita perché è fuori dalla Storia per gli errori di presunzione commessi ex tunc. L’America «pensa» il Venezuela (e forse domani la Groenlandia) allo stesso modo in cui la Russia «pensa» il Donbass e la Cina «pensa» Taiwan. Se l’accordo prevede questa spartizione, l’Europa non ha alcun peso per cambiare tale meccanica. Ha perso perché ha scelto una moneta prima dell’identità, la burocrazia invece di un referendum. Per questo, si rompano i patti dell’Unione e li si riconvertano nella vecchia e migliore formula della Cee, con Stati sovrani alleati ma non vincolati a un morto che cammina.
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Pierre Yared, capo dei consiglieri economici di Donald Trump
Professore di Economia Internazionale presso la Business School della Columbia University e membro del Council on Foreign Relations, Yared è stato nominato a febbraio da Trump vicepresidente del Council of Economic Advisers della Casa Bianca. Ne ha assunto poi la guida ad interim in settembre, dopo che Miran è passato al board dei governatori della Federal Reserve. Sempre a settembre, Reuters riportò che l’attuale amministrazione statunitense stava valutando il nome di Yared per caldeggiarne eventualmente la nomina a numero due del Fondo monetario internazionale.
Nel colloquio che abbiamo avuto con lui, sono stati affrontati vari argomenti. Dal senso strategico dei dazi promossi dalla Casa Bianca alla lotta all’inflazione: un tema, quest’ultimo, particolarmente caldo, soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre. Abbiamo inoltre parlato delle relazioni tra Roma e Washington, senza poi trascurare il ruolo geopolitico del dollaro: un dossier, questo, che chiama direttamente in causa il complicato rapporto che intercorre tra la Casa Bianca e i Paesi appartenenti al blocco dei Brics. Era d’altronde il 2024, quando Yared pubblicò uno studio in cui si sosteneva che «il predominio finanziario segue la potenza militare, soprattutto durante i periodi di instabilità globale». «La potenza militare non è solo un fattore di supporto: è un pilastro della supremazia finanziaria», aggiunse. Si tratta di temi geopoliticamente rilevanti, soprattutto alla luce delle tensioni internazionali esplose a seguito della recentissima cattura di Nicolas Maduro da parte di Washington.
Pierre Yared, qual è lo scopo strategico dei dazi americani? E qual è stato finora il loro impatto sull’economia degli Stati Uniti? Le faccio questa domanda perché in Italia molti commentatori ancora demonizzano o ridicolizzano la politica commerciale del presidente Trump.
«Esistono diverse motivazioni legali per ogni serie di dazi. Dal mio punto di vista di economista, vedo i dazi come strumenti finalizzati a due scopi principali. In primo luogo, creano un incentivo basato sul mercato per ridurre i rischi delle catene di approvvigionamento critiche, proteggendole dagli avversari geopolitici. In secondo luogo, forniscono una leva al governo statunitense nei negoziati con i partner commerciali per aprire i mercati esteri alle esportazioni statunitensi. C’è anche un interessante effetto collaterale».
Quale?
«I dazi aumentano le entrate del governo statunitense. In termini di impatto, abbiamo assistito a una rapidissima diminuzione della dipendenza degli Stati Uniti dalle importazioni cinesi, riportandoci a livelli mai visti da prima dell’adesione della Cina all’Organizzazione mondiale del commercio. Abbiamo visto i partner commerciali rimuovere le barriere non tariffarie e impegnarsi a investire negli Stati Uniti. Anche le entrate tariffarie che abbiamo raccolto finora sono state significative».
A novembre 2025, l’inflazione statunitense ha registrato un raffreddamento: l’indice dei prezzi al consumo è sceso al 2,7% rispetto al 3% di settembre. Ora, proprio l’inflazione rappresenta notoriamente un dossier decisivo in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre di quest’anno. Qual è la strategia del presidente Trump per combatterla?
«Il modo in cui il presidente Trump sta frenando le pressioni inflazionistiche in tutto il settore economico è costituito dall’espansione del lato dell’offerta dell’economia attraverso la deregolamentazione: il che riduce i costi del fare impresa. Ci sono poi incentivi fiscali al lavoro e agli investimenti».
Prosegua pure.
«Inoltre, il presidente Trump sta anche riducendo il deficit di bilancio attraverso l’aumento delle entrate fiscali, la riduzione della spesa e la riduzione di sprechi, frodi e abusi, che a loro volta riducono la pressione inflazionistica».
Venendo invece all’intreccio tra geopolitica e questioni finanziarie, per quale ragione l’aumento della spesa militare statunitense è utile per difendere il predominio globale del dollaro?
«Il presidente Trump si è impegnato a garantire un esercito molto potente, motivo per cui il One Big Beautiful Bill Act (legge approvata a luglio dal Congresso, ndr) prevedeva importanti disposizioni volte ad assicurare una spesa significativa nel comparto della difesa. Inoltre, il presidente Trump ha parlato in numerose occasioni dell’importanza dello status del dollaro come valuta di riserva, affermando che perdere questo status equivarrebbe strategicamente a perdere una guerra».
Fin dalla campagna elettorale, il presidente Trump si è rivolto con particolare attenzione ai colletti blu di Stati operai come Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Le chiedo quindi: quali sono i settori manifatturieri che l’attuale inquilino della Casa Bianca intende rilanciare? E per quale ragione?
«Sebbene gli Stati Uniti siano il secondo produttore manifatturiero al mondo e il più produttivo, è anche vero che il settore manifatturiero, in termini di quota dell’economia, è in calo da diversi decenni. Ciò rappresenta un rischio strategico per gli Stati Uniti, poiché non possiamo fare eccessivo affidamento su avversari geopolitici per la nostra base industriale e di difesa né per le nostre infrastrutture critiche. Ed è su questo che il presidente si concentra quando volge la sua attenzione alla produzione manifatturiera».
Perché l’amministrazione Trump ritiene fondamentale rilanciare il settore energetico del petrolio e del gas?
«Ci sono tre grandi questioni. In primo luogo, l’energia è fondamentale per tutto, quindi espandere l’approvvigionamento energetico è fondamentale per ridurre le pressioni inflazionistiche e garantire la lotta al carovita. E questo è molto diverso dall’agenda green che era stata portata avanti dall’amministrazione Biden».
E poi?
«In secondo luogo, l’energia rappresenta un’esportazione strategica per gli Stati Uniti. Infine, l’abbondanza di energia è necessaria per il predominio degli Stati Uniti nel settore dell’intelligenza artificiale, dato il fabbisogno energetico dei data center».
All’interno dell’Unione europea, il governo italiano, guidato da Giorgia Meloni, è quello più impegnato a rafforzare le relazioni transatlantiche. Che cosa ne pensa? Ma soprattutto: lei ritiene che Washington e Roma possano consolidare i loro legami economici nel prossimo futuro?
«Accogliamo con favore il riconoscimento da parte del presidente del Consiglio Meloni dei valori e degli obiettivi comuni che condividiamo nei due lati dell’Atlantico, e accogliamo con favore anche il suo impegno ad aumentare la spesa per la difesa in Italia per consolidare il suo impegno nella Nato. Ci attendiamo che l’accordo commerciale tra Stati Uniti e Unione europea si traduca in una maggiore cooperazione economica con l’Italia».
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