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2021-01-14
I mille contatti tra Arcuri e l'uomo delle Ffp3
Domenico Arcuri (Ansa)
Le carte della Procura di Roma sull'inchiesta delle mascherine depositate al Tribunale del riesame parlano chiaro: Domenico Arcuri e Mario Benotti si conoscono e a inizio 2020 avevano contatti frequenti. Eppure i legali di Arcuri erano stati categorici nelle contestazioni rivolte alla trasmissione Quarta repubblica e lette agli spettatori dal conduttore Nicola Porro lo scorso 21 dicembre: «Nel servizio vengono indicati espressamente gli imprenditori Mario Benotti ed Andrea Vincenzo Tommasi come "i due intermediari" di Arcuri, nonché "conoscenze personali del medesimo. Le affermazioni sono entrambe false, atteso che gli intermediari della commessa non hanno certamente agito su incarico del dr. Arcuri, ma della società cinese». Nessuna conoscenza personale quindi, secondo gli avvocati del super commissario. Ma a smentire questa perentoria affermazione sono i tabulati con i contatti intercorsi tra il cellulare di Arcuri e quello di Mario Benotti nel periodo tra il 7 gennaio 2020 e il 6 maggio 2020. I tabulati ovviamente non contengono ipotetici scambi avvenuti via WhatsApp, che saranno semmai evidenziati - ove esistessero - dall'estrazione dei dati dalle copie forensi del contenuto del cellulare di Benotti (i cui risultati non arriveranno prima di un paio di mesi).
Ma già così il totale di telefonate ed sms arriva alla consistente cifra di 1264. Anche se tra i messaggini ci sono sicuramente quelli che segnalano quando il chiamato torna raggiungibile, è quanto basta per capire che affermare la falsità della «conoscenza personale», riferita non solo a Tommasi ma anche a Benotti, è ai confini della realtà. E soprattutto che i contatti avvengono anche nel pieno della nomina dell'ad di Invitalia a commissario all'emergenza Covid e della sottoscrizione dei contratti con le società intermediate da Benotti e Tommasi. Fatti non sfuggiti a chi indaga. Lo scorso 10 marzo è una data importante nel mega affare da 1,2 milioni di euro per 800 milioni di mascherine. Come riportato dagli inquirenti in quel giorno la Sunsky dell'ingegner Andrea Vincenzo Tommasi riceve la prima delle tre proposte di incarico, «da […] diverse ditte cinesi, […] redatte con il medesimo carattere e le medesime impostazioni grafiche», quella della Wenzhou Moon ray import, «avente ad oggetto consulenza in tema di promozione e vendita (in paesi diversi dalla Cina) di dispositivi medici». Lo stesso giorno, alle 14:24, Benotti chiama Arcuri. I due, che si erano sentiti anche la sera precedente alle 21:17, parlano per 66 secondi e il futuro commissario riceve anche quattro sms. Dopo poco più di 24 ore arriva l'ufficialità della nomina a commissario delegato per il settore sanitario nell'ambito dell'emergenza coronavirus dell'ad di Invitalia. Un segreto di Pulcinella, tanto che la sera stessa fonti vicine ad Arcuri raccontano che si recasse da giorni presso la Protezione civile.
Come riporta un lancio Ansa delle 21:54 è il presidente del Consiglio Giuseppe Conte che annuncia: «Nominerò un commissario che avrà ampi poteri di deroga e lavorerà per rafforzare la distribuzione (di strumenti sanitari ndr). […] Potrà impiantare nuovi stabilimenti». E ancora: «La persona (scelta ndr) sarà il dottor Domenico Arcuri». L'11 marzo il presidente del consorzio Optel e il commissario in pectore si sentono sia al telefono, sia via sms. I due tornano a sentirsi in tarda serata: sono quasi le undici, quando Arcuri, fresco dell'investitura di Giuseppi contatta colui che secondo i legali non rientra tra le sue «conoscenze personali» via sms. I contatti proseguono, e spesso, non sappiamo se per caso o no, incrociano l'evolversi dei contratti mediati da Benotti e Tommasi. Come detto la Sunsky riceve tre proposte di incarico, la seconda (accettata come nel caso della prima il successivo 28 marzo) viene inviata il 16 di quel mese: stavolta a proporre mascherine è la Wenzhou Light (che ha come oggetto sociale sempre la consulenza in tema di promozione e vendita, in paesi diversi dalla Cina, di dpi) Anche quel giorno i due si parlano al telefono. Non sappiamo se abbiano parlato dell'affare, ma è pacifico che i contatti siano costanti.
Compreso il 18 marzo, giorno della firma del decreto di nomina, che non fa eccezione. In questo caso è Benotti che che contatta il neocommissario, inviandogli alcuni messaggini. Circostanza che si ripete una settimana più tardi, l'unica cosa che varia è il quantitativo di sms di Benotti. Il 21 Arcuri inizia a sentirsi al sicuro per la disponibilità di mascherine, tanto da dichiarare pubblicamente: «Le regioni ci chiedono un fabbisogno di 3,5 milioni di mascherine al giorno. Nell'ultima settimana ne abbiamo distribuite una media di 5,1 milioni al giorno e dunque abbiamo finalmente una capacità di risposta che è superiore al fabbisogno delle regioni». Infatti ad aprile le interlocuzioni telefoniche tra i due, seppur ancora molto intense, conoscono una leggera diminuzione. Il 12 di quel mese dalla Cina perviene l'ultima offerta (di cui non risulta agli atti dell'inchiesta una risposta formale di accettazione dalla Sunsky), firmata dalla Luokai Trade (società costituita solo cinque giorni prima rispetto alla firma finale sull'accordo).
Lo stesso giorno Benotti, come nei casi precedenti, contatta più volte Arcuri via sms. Due giorni dopo i due nel tabulato ci sono contatti sia telefonici che con sms. Il 15 aprile è lo stesso Arcuri che spiega la situazione italiana: «Le regioni ci chiedono un fabbisogno di 3,5 milioni di mascherine al giorno. Nell'ultima settimana», dichiara in tv il commissario, «ne abbiamo distribuite una media di 5,1 milioni al giorno e dunque abbiamo finalmente una capacità che è superiore al fabbisogno delle Regioni». Lo stesso giorno, vengono protocollate le lettere di commessa indirizzate alla Luokai Trade e alla Wenzhou Light per la fornitura di 100 milioni di mascherine FFP3 ognuna, anche se sul sito della struttura commissariale il primo contratto fa riferimento a 121.617.647 mascherine. La firma in calce è quella di Domenico Arcuri
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I rapporti telefonici col giornalista Rai durante la prima ondata. Le trattative per acquistare le scorte di mascherine dalla CinaLe carte della Procura di Roma sull'inchiesta delle mascherine depositate al Tribunale del riesame parlano chiaro: Domenico Arcuri e Mario Benotti si conoscono e a inizio 2020 avevano contatti frequenti. Eppure i legali di Arcuri erano stati categorici nelle contestazioni rivolte alla trasmissione Quarta repubblica e lette agli spettatori dal conduttore Nicola Porro lo scorso 21 dicembre: «Nel servizio vengono indicati espressamente gli imprenditori Mario Benotti ed Andrea Vincenzo Tommasi come "i due intermediari" di Arcuri, nonché "conoscenze personali del medesimo. Le affermazioni sono entrambe false, atteso che gli intermediari della commessa non hanno certamente agito su incarico del dr. Arcuri, ma della società cinese». Nessuna conoscenza personale quindi, secondo gli avvocati del super commissario. Ma a smentire questa perentoria affermazione sono i tabulati con i contatti intercorsi tra il cellulare di Arcuri e quello di Mario Benotti nel periodo tra il 7 gennaio 2020 e il 6 maggio 2020. I tabulati ovviamente non contengono ipotetici scambi avvenuti via WhatsApp, che saranno semmai evidenziati - ove esistessero - dall'estrazione dei dati dalle copie forensi del contenuto del cellulare di Benotti (i cui risultati non arriveranno prima di un paio di mesi). Ma già così il totale di telefonate ed sms arriva alla consistente cifra di 1264. Anche se tra i messaggini ci sono sicuramente quelli che segnalano quando il chiamato torna raggiungibile, è quanto basta per capire che affermare la falsità della «conoscenza personale», riferita non solo a Tommasi ma anche a Benotti, è ai confini della realtà. E soprattutto che i contatti avvengono anche nel pieno della nomina dell'ad di Invitalia a commissario all'emergenza Covid e della sottoscrizione dei contratti con le società intermediate da Benotti e Tommasi. Fatti non sfuggiti a chi indaga. Lo scorso 10 marzo è una data importante nel mega affare da 1,2 milioni di euro per 800 milioni di mascherine. Come riportato dagli inquirenti in quel giorno la Sunsky dell'ingegner Andrea Vincenzo Tommasi riceve la prima delle tre proposte di incarico, «da […] diverse ditte cinesi, […] redatte con il medesimo carattere e le medesime impostazioni grafiche», quella della Wenzhou Moon ray import, «avente ad oggetto consulenza in tema di promozione e vendita (in paesi diversi dalla Cina) di dispositivi medici». Lo stesso giorno, alle 14:24, Benotti chiama Arcuri. I due, che si erano sentiti anche la sera precedente alle 21:17, parlano per 66 secondi e il futuro commissario riceve anche quattro sms. Dopo poco più di 24 ore arriva l'ufficialità della nomina a commissario delegato per il settore sanitario nell'ambito dell'emergenza coronavirus dell'ad di Invitalia. Un segreto di Pulcinella, tanto che la sera stessa fonti vicine ad Arcuri raccontano che si recasse da giorni presso la Protezione civile. Come riporta un lancio Ansa delle 21:54 è il presidente del Consiglio Giuseppe Conte che annuncia: «Nominerò un commissario che avrà ampi poteri di deroga e lavorerà per rafforzare la distribuzione (di strumenti sanitari ndr). […] Potrà impiantare nuovi stabilimenti». E ancora: «La persona (scelta ndr) sarà il dottor Domenico Arcuri». L'11 marzo il presidente del consorzio Optel e il commissario in pectore si sentono sia al telefono, sia via sms. I due tornano a sentirsi in tarda serata: sono quasi le undici, quando Arcuri, fresco dell'investitura di Giuseppi contatta colui che secondo i legali non rientra tra le sue «conoscenze personali» via sms. I contatti proseguono, e spesso, non sappiamo se per caso o no, incrociano l'evolversi dei contratti mediati da Benotti e Tommasi. Come detto la Sunsky riceve tre proposte di incarico, la seconda (accettata come nel caso della prima il successivo 28 marzo) viene inviata il 16 di quel mese: stavolta a proporre mascherine è la Wenzhou Light (che ha come oggetto sociale sempre la consulenza in tema di promozione e vendita, in paesi diversi dalla Cina, di dpi) Anche quel giorno i due si parlano al telefono. Non sappiamo se abbiano parlato dell'affare, ma è pacifico che i contatti siano costanti. Compreso il 18 marzo, giorno della firma del decreto di nomina, che non fa eccezione. In questo caso è Benotti che che contatta il neocommissario, inviandogli alcuni messaggini. Circostanza che si ripete una settimana più tardi, l'unica cosa che varia è il quantitativo di sms di Benotti. Il 21 Arcuri inizia a sentirsi al sicuro per la disponibilità di mascherine, tanto da dichiarare pubblicamente: «Le regioni ci chiedono un fabbisogno di 3,5 milioni di mascherine al giorno. Nell'ultima settimana ne abbiamo distribuite una media di 5,1 milioni al giorno e dunque abbiamo finalmente una capacità di risposta che è superiore al fabbisogno delle regioni». Infatti ad aprile le interlocuzioni telefoniche tra i due, seppur ancora molto intense, conoscono una leggera diminuzione. Il 12 di quel mese dalla Cina perviene l'ultima offerta (di cui non risulta agli atti dell'inchiesta una risposta formale di accettazione dalla Sunsky), firmata dalla Luokai Trade (società costituita solo cinque giorni prima rispetto alla firma finale sull'accordo). Lo stesso giorno Benotti, come nei casi precedenti, contatta più volte Arcuri via sms. Due giorni dopo i due nel tabulato ci sono contatti sia telefonici che con sms. Il 15 aprile è lo stesso Arcuri che spiega la situazione italiana: «Le regioni ci chiedono un fabbisogno di 3,5 milioni di mascherine al giorno. Nell'ultima settimana», dichiara in tv il commissario, «ne abbiamo distribuite una media di 5,1 milioni al giorno e dunque abbiamo finalmente una capacità che è superiore al fabbisogno delle Regioni». Lo stesso giorno, vengono protocollate le lettere di commessa indirizzate alla Luokai Trade e alla Wenzhou Light per la fornitura di 100 milioni di mascherine FFP3 ognuna, anche se sul sito della struttura commissariale il primo contratto fa riferimento a 121.617.647 mascherine. La firma in calce è quella di Domenico Arcuri
Keir Starmer (Ansa)
In seguito, Calocane si è dichiarato colpevole di omicidio colposo e i suoi legali hanno invocato l’incapacità di intendere e di volere, che è stata parzialmente riconosciuta portando all’internamento del killer in un ospedale psichiatrico di massima sicurezza. Ma sul suo caso è stata allestita una commissione di inchiesta il cui lavoro si è appena concluso, portando alla luce una serie incredibile di errori e sottovalutazioni da parte delle autorità di polizia britanniche. Calocane, affetto da schizofrenia paranoide, avrebbe dovuto essere arrestato ben prima di compiere la strage. Si era già reso responsabile di numerosi episodi violenti, disertava gli incontri con gli psichiatri, si scelse di non internarlo e di lasciarlo libero anche se era evidentemente pericoloso.
Il Daily Telegraph, nei giorni scorsi, ha scritto che la commissione di inchiesta «ha anche rivelato che nel 2020 gli operatori della salute mentale decisero di non sottoporre Calocane a un ricovero coatto in seguito a un violento incidente, dopo aver preso in considerazione una ricerca che suggeriva una sovrarappresentazione dei giovani uomini di colore nelle carceri». Questo particolare è stato smentito con forza da alcuni dei medici auditi dalla commissione, ma è inevitabile che sorgano profondi dubbi a riguardo, soprattutto dopo quello che è accaduto a Henry Nowak, ucciso a pugnalate da un sikh e trattato da criminale mentre moriva soltanto perché bianco.
Emma Webber, madre di una delle vittime di Calocane, ha avuto parole piuttosto chiare sul punto. «Quello che dobbiamo fare è essere coraggiosi e affrontare queste discussioni davvero difficili in questo Paese» ha detto alla stampa. «Calocane era un uomo di colore che ha ucciso tre persone bianche e ha tentato di ucciderne altre tre, e questo non è mai stato oggetto di discussione. Se fosse successo il contrario, lo sarebbe stato». Difficile darle torto. Soprattutto se si legge l’inchiesta realizzata dal Telegraph sul modo in cui il sistema di salute mentale britannico è stato messo sotto pressione in questi anni al fine di «ridurre le diseguaglianze». Nove medici che servono e hanno servito nei servizi di salute mentale inglesi hanno raccontato di essere stati ripetutamente invitati a ridurre il numero di pazienti neri.
«Un medico che lavorava nello stesso ente ospedaliero in cui era stato curato Valdo Calocane ha affermato che l’organismo di controllo aveva visitato il suo reparto poco prima dell'attacco del killer di Nottingham e gli era stato detto che c’erano troppi pazienti neri», riporta il Telegraph. Non è tutto. Il Mental Health Act britannico, la legge che regola appunto i servizi di salute mentale, stabilisce che si svolgano periodiche revisioni indipendenti sulle strutture. Ebbene, nel 2018 la relazione conclusiva di tale revisione spiegò che «cercare di trovare modi per ridurre i ricoveri coatti di persone di origine africana e caraibica in particolare è una delle principali sfide».
E ancora: «Nel 2023, il servizio sanitario nazionale», scrive il Telegraph, «ha raccomandato agli enti ospedalieri di esaminare i ricoveri per problemi di salute mentale spiegando che “nel tempo dovrebbero essere in grado di dimostrare una riduzione delle disuguaglianze”. La Commissione per l’uguaglianza e i diritti umani, consultata sul Mental Health Act del 2025, ha affermato che gli enti ospedalieri dell’NHS dovrebbero essere tenuti a fornire un “piano d’azione completo se non sono in grado di dimostrare una riduzione anno su anno dei tassi di detenzione sproporzionati subiti dai gruppi di minoranza etnica, in particolare dalle persone di colore”». Insomma è piuttosto evidente che ci sia stata una notevole pressione da più fronti e soprattutto da attori istituzionali per ridurre il numero di pazienti di colore. I risultati, purtroppo, si sono visti: morti e feriti. Il fatto è che, come ha notato qualcuno, la malattia mentale non si cura con la sociologia, il crimine non si ferma con l’inclusione. E la realtà, piaccia o meno, non si può annullare per volontà ideologica.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa dell'8 giugno con Carlo Cambi
A rompere gli indugi è stato Banco Bpm. Era nell’aria da mesi. E ieri, all’ora di pranzo, è uscito il comunicato: l’istituto milanese chiede a Mps di andare a nozze. Nessuna Opa. Solo «concordare un’operazione di aggregazione». Operazione finalizzata alla creazione di un nuovo gruppo bancario e finanziario di riferimento in Italia, secondo operatore nazionale per dimensioni, si legge nella nota. L’aggregazione verrebbe attuata nelle modalità tipiche dei «cosiddetti merger of equals, la soluzione più coerente per allineare tutti gli azionisti su un disegno industriale comune, preservando il Dna dei due istituti e valorizzando le rispettive culture», prosegue il comunicato.
Secondo operatore nazionale per dimensioni… Bnp Paribas stima che le nozze potrebbero creare sì un terzo polo bancario, dopo Unicredit e Intesa Sanpaolo, ma appunto il secondo per asset (450 miliardi circa), con un 15% di market share nei prestiti, il 13% nei depositi e 2.900 filiali. L’istituto di Piazza Meda potrebbe contare su sinergie superiori a 1,1 miliardi lordi annui e una capitalizzazione di Borsa potenzialmente superiore a 50 miliardi (attualmente siamo sui 28 miliardi per Siena a 20 per Bpm). L’istituto guidato da Giuseppe Castagna stima inoltre una potenziale generazione di profitto netto a regime pari a 6 miliardi, con una crescita degli utili per azione a doppia cifra.
Numeri incredibili. Ma i numeri sono paradossalmente niente in confronto al centro di potere che «passa da Siena» con questa aggregazione, come ha detto pochi giorni fa Luigi Lovaglio, amministratore delegato di Montepaschi. Mps controlla oltre l’85% di Mediobanca. Mediobanca che ha in mano il 13,2% di Generali, primo azionista del Leone. Non è finita, perché il primo socio del Monte è Delfin - la holding degli eredi di Leonardo Del Vecchio - con il 17,5%, ma Delfin è pure secondo socio nel capitale del Leone di Trieste con il 10,1%. Nel caso di fusione Siena-Milano l’azionista più importante sarebbe sempre Delfin con circa l’11%. Seguito da Credit Agricole. La banca francese, storicamente presente in Italia con Cariparma, Friuladria e non solo, ha iniziato una scalata a Bpm che l’ha portata al 22,9% del capitale. La Banque Verte transalpina potrebbe inoltre essere interessata ad acquistare gli sportelli che il gruppo Bpm-Mps dovrebbe cedere per questioni di Antitrust: 130 filiali, il 4% della futura super banca, calcolano Bnp Paribas e Morgan Stanley. L’Agricole sarebbe così protagonista della finanza italiana, un gradino sotto Leonardo Maria Del Vecchio, figlio del fondatore di Luxottica, che in questi giorni sta per mettere le mani sul 37,5% di Delfin, rilevando quote dai fratelli grazie a un prestito da circa 11 miliardi che vede in prima fila come finanziatori Unicredit (azionista di Generali con l’8,9% e con Delfin socia della banca di piazza Gae Aulenti con il 2,85%) e proprio Credit Agricole.
Visto il potere in ballo, a metà pomeriggio, arriva la controproposta. Da parte di chi? Secondo il Financial Times Intesa Sanpaolo sta preparando un’offerta congiunta con Bpere Unipol su Monte dei Paschi. L’istituto modenese - quinto in Italia per dimensioni con l’assicurazione guidata da Carlo Cimbri come primo azionista - acquisterebbe le attività bancarie del Monte, mentre la banca di Carlo Messina, ne acquisterebbe la recente unità Mediobanca e, di conseguenza, la quota del 13% in Generali. Da Siena non commentano. Oggi però il cda di Mps approfitterà della riunione già convocata per dare le prime risposte.
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Un uomo, un aeroplano, il freddo da domare per stabilire un record. Ma soprattutto il tentativo di capire come gli aeroplani avrebbero potuto volare più in alto per sfuggire alla contraerea.