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2021-11-17
Le ombre cinesi spaventano Biden. Il Dragone vince su clima e Taiwan
Il dialogo tra Joe Biden e Xi Jinping (Ansa)
La Casa Bianca sta ammorbidendo la sua linea nei confronti di Pechino. È questo, in estrema sintesi, il succo dell'incontro virtuale intercorso lunedì sera tra il presidente americano, Joe Biden, e il suo omologo cinese, Xi Jinping. È infatti innanzitutto dai toni che tira aria di distensione. «Sembra che sia nostra responsabilità, come leader di Cina e Stati Uniti, garantire che la competizione tra i nostri Paesi non si trasformi in un conflitto, intenzionale o meno. Solo una concorrenza semplice e diretta», ha dichiarato Biden in apertura. «Mi sembra», ha proseguito, «che dobbiamo stabilire un guardrail di buon senso, essere chiari e onesti dove non siamo d'accordo e lavorare insieme dove i nostri interessi si intersecano, specialmente su questioni globali vitali come il cambiamento climatico». Xi, dal canto suo, si è detto «molto felice» di poter rivedere Biden, da lui definito un «vecchio amico».
Il disgelo non è tuttavia solo una questione di toni, ma anche di contenuti. È pur vero che, nel corso del colloquio di oltre tre ore, il presidente americano abbia espresso delle preoccupazioni in materia di diritti umani, con particolare riferimento ai dossier di Hong Kong, Tibet e Xinjiang. Tuttavia, l'inquilino della Casa Bianca ha di fatto teso la mano al Dragone su due punti fondamentali. In primis Biden ha ribadito l'ancoraggio americano alla politica dell'«unica Cina» e al Taiwan Relations Act: una norma che consente agli Stati Uniti di fornire armi a Taipei ma che non li obbliga a entrare in guerra in sua difesa. Ricordiamo che, durante un dibattito televisivo il mese scorso, il presidente americano si fosse detto pronto a difendere militarmente l'isola in caso di attacco: una posizione che aveva irritato Pechino e che – guarda caso – era stata velocemente smentita dalla stessa Casa Bianca. Ebbene, nonostante nel colloquio dell'altro ieri Biden abbia espresso preoccupazione per Taipei, il rinnovato ossequio alla politica dell'«unica Cina» rappresenta una vittoria rilevante per Pechino. Tanto più che la «risoluzione storica» approvata di recente dal plenum del Partito comunista cinese (Pcc) ha definito la riunificazione di Taiwan alla Cina come «una missione storica e un impegno incrollabile».
Il secondo fronte di dialogo riguarda poi il cambiamento climatico. È del resto proprio su questo dossier che Washington sta principalmente cercando di rilanciare la cooperazione con Pechino. Non va trascurato infatti che il vertice di lunedì sia stato fissato a seguito della Dichiarazione congiunta tra Stati Uniti e Cina, siglata la settimana scorsa a Glasgow in occasione della Cop26. Un documento che è stato favorevolmente salutato da gran parte della stampa, ma che – a ben vedere – è foriero di significativi rischi. Non soltanto infatti ha un contenuto vago e privo di impegni concreti sul fronte ambientale per la Cina. Ma, in termini geopolitici, allenta anche la pressione statunitense su Pechino in una fase delicata sia per Taiwan che per lo Xinjiang. Si tratta, in altre parole, di un documento che sancisce la vittoria della linea di John Kerry: l'attuale inviato speciale statunitense per il clima è infatti un noto fautore dell'approccio morbido nei confronti della Repubblica popolare. Un approccio che, nelle sue intenzioni, dovrebbe favorire la cooperazione ambientale tra Washington e Pechino. Peccato però che alla Cop26 il Dragone si sia sfilato dagli accordi più importanti e che la condizione degli uiguri continui a rivelarsi un tema urgente. Non è un caso che, in patria, Kerry sia stato più volte accusato dai repubblicani di anteporre indebitamente la collaborazione climatica alla tutela dei diritti umani.
Insomma, sembra proprio che la Casa Bianca scelga la via della cooperazione con Pechino in una fase in cui non si registrano oggettivamente le condizioni per un disgelo. La mano tesa di Biden rischia infatti soltanto di rafforzare una Cina sempre più aggressiva (si veda il caso della pressione militare su Taiwan) e restia ad accettare vincoli internazionali. D'altronde, non si tratta di un limite nuovo per l'attuale presidente: era infatti lo scorso giugno, quando cercò di avviare un'improvvisa distensione con Vladimir Putin, rimuovendo le sanzioni al gasdotto Nord Stream 2 ma senza ottenere di fatto nulla in cambio.
Al di là di una debolezza politica interna che si ripercuote sulla sua credibilità internazionale, Biden sconta cattive doti da negoziatore, oltre al fatto di risultare troppo prevedibile. Un fattore, questo, di estrema problematicità in un mondo sempre più caotico, specialmente quando si ha a che fare con un interlocutore privo di scrupoli come il Pcc. Per spiazzare e mettere sotto pressione gli avversari, l'approccio più efficace dovrebbe semmai essere quello della cosiddetta «teoria del pazzo» di nixoniana memoria. Ora, secondo quanto rivelato ieri dal Washington Post, la Casa Bianca starebbe per annunciare un boicottaggio diplomatico delle olimpiadi che si terranno a Pechino il prossimo febbraio: una mossa che, se confermata, rappresenterebbe un segnale importante, ma che – da sola – non basterebbe. Per affrontare adeguatamente la minaccia cinese, l'assoluta priorità di Biden dovrebbe infatti essere quella di sbarazzarsi della «linea Kerry» e delle sue pericolose ambiguità. Limitarsi agli atti simbolici non è sufficiente.
Militari presi a sassate dai migranti
Il getto dei cannoni ad acqua dei soldati polacchi si abbatte sui migranti stipati al confine tra Bielorussia e Polonia. Mentre il presidente Lukashenko, dopo avere alzato il tiro nei giorni scorsi, cerca di smorzare i toni e di assicurare di non essere in cerca di scontri che, anzi, andrebbero a suo parere evitati, la realtà parla di animi ormai esacerbati e di una situazione sempre più compromessa ogni giorno che passa. Al valico di Kuznica-Bruzgi, dove migliaia di migranti sono a rischio di morire di freddo anche senza l'aiuto dell'acqua dei cannoni, la prova di forza tra Minsk e Varsavia va avanti senza ripensamenti. Lukashenko continua imperterrito ad illudere i migranti sulla possibilità di entrare in Europa e la Polonia ribadisce e conferma ancora una volta che la costruzione del muro al confine, che coprirà almeno la metà della frontiera, verrà avviata a dicembre e terminerà al massimo a gennaio del 2022 nel silenzio-assenso dell'Ue. Nel frattempo, a dividere la massa umana usata dalla Bielorussia come arma della guerra ibrida nel cuore dell'Europa da un sogno che in realtà è un incubo, resiste un alto filo spinato dove ieri la violenza è cresciuta. Alla sassaiola partita da parte dei migranti esasperati, le forze di sicurezza polacche hanno risposto anche coi lacrimogeni.
I corposi pacchetti di sanzioni confezionati dalla Ue per Lukashenko sembrano al momento lettera morta e, in ogni caso, non spaventano più di tanto il loro destinatario. L'Alto rappresentante per la politica estera Ue, Joseph Borrell, ha tentato anche un approccio più «soft» attraverso il colloquio col ministro degli Esteri bielorusso, Vladimir Makei. La doppia faccia della Bielorussia sembra però trasparire dallo scarno risultato dell'incontro. «La Bielorussia ha garantito che fornirà sostegno e accetterà l'accesso delle organizzazioni dell'Onu per l'aiuto ai rifugiati ma il ministro bielorusso ha declinato ogni responsabilità per le persone che si trovano lì», ha fatto sapere Borrell.
Il gioco di Lukashenko, che continua a far transitare migranti ai confini europei e a metterne la vita a rischio deve, secondo i vertici Ue, giungere ad una conclusione. «Sono persone che non potranno venire in Europa ma non potranno morire congelate. Dobbiamo aiutarle», ha affermato Borrell. Su chi debba assumersi la responsabilità di porre fine ad una crisi umanitaria apparentemente ingestibile, l'elenco è ampio: «Le organizzazioni umanitarie, lo Stato bielorusso, la Polonia, che ha offerto supporto umanitario». In tutto questo, l'Europa sta già predisponendo ed ufficializzerà nei prossimi giorni l'ennesimo pacchetto di sanzioni al quale collabora ancora una volta il dipartimento di Stato Usa, per colpire i responsabili dello sfruttamento dei migranti. In attesa del nuovo elenco di sanzioni, il presidente francese Macron ha parlato con Putin, visto che la Russia è al momento uno dei maggiori alleati di Lukashenko, mostrando preoccupazione per la strumentalizzazione dei flussi migratori. Laconica la risposta di Mosca, che ha rispedito al mittente le accuse di complicità: «Ue e Bielorussia dovrebbero discutere in modo diretto dei problemi in corso», ha suggerito Putin «ed occuparsi del trattamento estremamente crudele dei rifugiati da parte delle guardie di frontiera polacche».
L'Europa, ormai alle strette, tenta il tutto per tutto, giocandosi la carta del «Fondo per asilo, migrazione e integrazione», destinando allo stesso 1,1 miliardi di euro nel bilancio Ue 2022. Altri soldi verranno stanziati per la protezione del confine con la Bielorussia, per rafforzare la cooperazione sulla gestione delle frontiere esterne, per la difesa a sostegno dell'autonomia strategica e della sicurezza europea. Né l'approccio più duro, né quelli più diplomatici sembrano, però, in grado di sbloccare la situazione.
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Il presidente Usa abbandona Taipei al suo destino: gli Stati Uniti rinunciano a difenderla se sarà invasa. Passa la linea Kerry: la tutela dell'ambiente più importante dei diritti umani. E Xi ringrazia l'«amico Joe».Scontri al confine tra Polonia e Bielorussia, i soldati rispondono con i lacrimogeni. Borrell gela i clandestini: «Nessuno entrerà in Europa». Putin attacca Varsavia.Lo speciale contiene due articoli.La Casa Bianca sta ammorbidendo la sua linea nei confronti di Pechino. È questo, in estrema sintesi, il succo dell'incontro virtuale intercorso lunedì sera tra il presidente americano, Joe Biden, e il suo omologo cinese, Xi Jinping. È infatti innanzitutto dai toni che tira aria di distensione. «Sembra che sia nostra responsabilità, come leader di Cina e Stati Uniti, garantire che la competizione tra i nostri Paesi non si trasformi in un conflitto, intenzionale o meno. Solo una concorrenza semplice e diretta», ha dichiarato Biden in apertura. «Mi sembra», ha proseguito, «che dobbiamo stabilire un guardrail di buon senso, essere chiari e onesti dove non siamo d'accordo e lavorare insieme dove i nostri interessi si intersecano, specialmente su questioni globali vitali come il cambiamento climatico». Xi, dal canto suo, si è detto «molto felice» di poter rivedere Biden, da lui definito un «vecchio amico».Il disgelo non è tuttavia solo una questione di toni, ma anche di contenuti. È pur vero che, nel corso del colloquio di oltre tre ore, il presidente americano abbia espresso delle preoccupazioni in materia di diritti umani, con particolare riferimento ai dossier di Hong Kong, Tibet e Xinjiang. Tuttavia, l'inquilino della Casa Bianca ha di fatto teso la mano al Dragone su due punti fondamentali. In primis Biden ha ribadito l'ancoraggio americano alla politica dell'«unica Cina» e al Taiwan Relations Act: una norma che consente agli Stati Uniti di fornire armi a Taipei ma che non li obbliga a entrare in guerra in sua difesa. Ricordiamo che, durante un dibattito televisivo il mese scorso, il presidente americano si fosse detto pronto a difendere militarmente l'isola in caso di attacco: una posizione che aveva irritato Pechino e che – guarda caso – era stata velocemente smentita dalla stessa Casa Bianca. Ebbene, nonostante nel colloquio dell'altro ieri Biden abbia espresso preoccupazione per Taipei, il rinnovato ossequio alla politica dell'«unica Cina» rappresenta una vittoria rilevante per Pechino. Tanto più che la «risoluzione storica» approvata di recente dal plenum del Partito comunista cinese (Pcc) ha definito la riunificazione di Taiwan alla Cina come «una missione storica e un impegno incrollabile». Il secondo fronte di dialogo riguarda poi il cambiamento climatico. È del resto proprio su questo dossier che Washington sta principalmente cercando di rilanciare la cooperazione con Pechino. Non va trascurato infatti che il vertice di lunedì sia stato fissato a seguito della Dichiarazione congiunta tra Stati Uniti e Cina, siglata la settimana scorsa a Glasgow in occasione della Cop26. Un documento che è stato favorevolmente salutato da gran parte della stampa, ma che – a ben vedere – è foriero di significativi rischi. Non soltanto infatti ha un contenuto vago e privo di impegni concreti sul fronte ambientale per la Cina. Ma, in termini geopolitici, allenta anche la pressione statunitense su Pechino in una fase delicata sia per Taiwan che per lo Xinjiang. Si tratta, in altre parole, di un documento che sancisce la vittoria della linea di John Kerry: l'attuale inviato speciale statunitense per il clima è infatti un noto fautore dell'approccio morbido nei confronti della Repubblica popolare. Un approccio che, nelle sue intenzioni, dovrebbe favorire la cooperazione ambientale tra Washington e Pechino. Peccato però che alla Cop26 il Dragone si sia sfilato dagli accordi più importanti e che la condizione degli uiguri continui a rivelarsi un tema urgente. Non è un caso che, in patria, Kerry sia stato più volte accusato dai repubblicani di anteporre indebitamente la collaborazione climatica alla tutela dei diritti umani. Insomma, sembra proprio che la Casa Bianca scelga la via della cooperazione con Pechino in una fase in cui non si registrano oggettivamente le condizioni per un disgelo. La mano tesa di Biden rischia infatti soltanto di rafforzare una Cina sempre più aggressiva (si veda il caso della pressione militare su Taiwan) e restia ad accettare vincoli internazionali. D'altronde, non si tratta di un limite nuovo per l'attuale presidente: era infatti lo scorso giugno, quando cercò di avviare un'improvvisa distensione con Vladimir Putin, rimuovendo le sanzioni al gasdotto Nord Stream 2 ma senza ottenere di fatto nulla in cambio.Al di là di una debolezza politica interna che si ripercuote sulla sua credibilità internazionale, Biden sconta cattive doti da negoziatore, oltre al fatto di risultare troppo prevedibile. Un fattore, questo, di estrema problematicità in un mondo sempre più caotico, specialmente quando si ha a che fare con un interlocutore privo di scrupoli come il Pcc. Per spiazzare e mettere sotto pressione gli avversari, l'approccio più efficace dovrebbe semmai essere quello della cosiddetta «teoria del pazzo» di nixoniana memoria. Ora, secondo quanto rivelato ieri dal Washington Post, la Casa Bianca starebbe per annunciare un boicottaggio diplomatico delle olimpiadi che si terranno a Pechino il prossimo febbraio: una mossa che, se confermata, rappresenterebbe un segnale importante, ma che – da sola – non basterebbe. Per affrontare adeguatamente la minaccia cinese, l'assoluta priorità di Biden dovrebbe infatti essere quella di sbarazzarsi della «linea Kerry» e delle sue pericolose ambiguità. Limitarsi agli atti simbolici non è sufficiente.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/-cina-usa-bielorussia-europa-2655749776.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="militari-presi-a-sassate-dai-migranti" data-post-id="2655749776" data-published-at="1637139406" data-use-pagination="False"> Militari presi a sassate dai migranti Il getto dei cannoni ad acqua dei soldati polacchi si abbatte sui migranti stipati al confine tra Bielorussia e Polonia. Mentre il presidente Lukashenko, dopo avere alzato il tiro nei giorni scorsi, cerca di smorzare i toni e di assicurare di non essere in cerca di scontri che, anzi, andrebbero a suo parere evitati, la realtà parla di animi ormai esacerbati e di una situazione sempre più compromessa ogni giorno che passa. Al valico di Kuznica-Bruzgi, dove migliaia di migranti sono a rischio di morire di freddo anche senza l'aiuto dell'acqua dei cannoni, la prova di forza tra Minsk e Varsavia va avanti senza ripensamenti. Lukashenko continua imperterrito ad illudere i migranti sulla possibilità di entrare in Europa e la Polonia ribadisce e conferma ancora una volta che la costruzione del muro al confine, che coprirà almeno la metà della frontiera, verrà avviata a dicembre e terminerà al massimo a gennaio del 2022 nel silenzio-assenso dell'Ue. Nel frattempo, a dividere la massa umana usata dalla Bielorussia come arma della guerra ibrida nel cuore dell'Europa da un sogno che in realtà è un incubo, resiste un alto filo spinato dove ieri la violenza è cresciuta. Alla sassaiola partita da parte dei migranti esasperati, le forze di sicurezza polacche hanno risposto anche coi lacrimogeni. I corposi pacchetti di sanzioni confezionati dalla Ue per Lukashenko sembrano al momento lettera morta e, in ogni caso, non spaventano più di tanto il loro destinatario. L'Alto rappresentante per la politica estera Ue, Joseph Borrell, ha tentato anche un approccio più «soft» attraverso il colloquio col ministro degli Esteri bielorusso, Vladimir Makei. La doppia faccia della Bielorussia sembra però trasparire dallo scarno risultato dell'incontro. «La Bielorussia ha garantito che fornirà sostegno e accetterà l'accesso delle organizzazioni dell'Onu per l'aiuto ai rifugiati ma il ministro bielorusso ha declinato ogni responsabilità per le persone che si trovano lì», ha fatto sapere Borrell. Il gioco di Lukashenko, che continua a far transitare migranti ai confini europei e a metterne la vita a rischio deve, secondo i vertici Ue, giungere ad una conclusione. «Sono persone che non potranno venire in Europa ma non potranno morire congelate. Dobbiamo aiutarle», ha affermato Borrell. Su chi debba assumersi la responsabilità di porre fine ad una crisi umanitaria apparentemente ingestibile, l'elenco è ampio: «Le organizzazioni umanitarie, lo Stato bielorusso, la Polonia, che ha offerto supporto umanitario». In tutto questo, l'Europa sta già predisponendo ed ufficializzerà nei prossimi giorni l'ennesimo pacchetto di sanzioni al quale collabora ancora una volta il dipartimento di Stato Usa, per colpire i responsabili dello sfruttamento dei migranti. In attesa del nuovo elenco di sanzioni, il presidente francese Macron ha parlato con Putin, visto che la Russia è al momento uno dei maggiori alleati di Lukashenko, mostrando preoccupazione per la strumentalizzazione dei flussi migratori. Laconica la risposta di Mosca, che ha rispedito al mittente le accuse di complicità: «Ue e Bielorussia dovrebbero discutere in modo diretto dei problemi in corso», ha suggerito Putin «ed occuparsi del trattamento estremamente crudele dei rifugiati da parte delle guardie di frontiera polacche». L'Europa, ormai alle strette, tenta il tutto per tutto, giocandosi la carta del «Fondo per asilo, migrazione e integrazione», destinando allo stesso 1,1 miliardi di euro nel bilancio Ue 2022. Altri soldi verranno stanziati per la protezione del confine con la Bielorussia, per rafforzare la cooperazione sulla gestione delle frontiere esterne, per la difesa a sostegno dell'autonomia strategica e della sicurezza europea. Né l'approccio più duro, né quelli più diplomatici sembrano, però, in grado di sbloccare la situazione.
Giorgia Meloni (Ansa)
La posizione del governo italiano era nota da tempo, ma ieri la Meloni ha compiuto un passo ufficiale inviando una lettera al presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. «L’Italia ritiene necessario estendere temporaneamente il campo di applicazione della National escape clause già prevista per le spese di difesa anche agli investimenti e alle misure straordinarie necessarie per fronteggiare la crisi energetica, senza modificarne i limiti massimi di scostamento già previsti», si legge nella missiva. «In assenza di questa necessaria coerenza politica, sarebbe molto difficile per il governo spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma Safe alle condizioni attualmente previste». Il riferimento è al piano di prestiti Ue per gli investimenti nella Difesa.
Una prima risposta è arrivata in serata da un portavoce della Commissione, Olof Gill: «La posizione della Commissione non è cambiata. Abbiamo presentato agli Stati membri una gamma di opzioni a loro disposizione per affrontare l’attuale crisi energetica» e tra queste non c’è la clausola di salvaguardia. Ma la chiusura non è netta: «Osserviamo l’evoluzione della situazione».
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Donald Trump
«Questa sera, su mio ordine, le coraggiose forze americane e le forze armate nigeriane hanno portato a termine in modo impeccabile una missione meticolosamente pianificata e molto complessa», ha dichiarato il presidente americano, venerdì sera, su Truth. «Abu-Bilal al-Minuki, numero due dell'Isis a livello globale, pensava di potersi nascondere in Africa, ma non sapeva che avevamo fonti che ci tenevano informati sulle sue attività. Non potrà più terrorizzare la popolazione africana né contribuire a pianificare operazioni contro gli americani. Con la sua eliminazione, l'operazione globale dell'Isis è notevolmente ridimensionata», ha aggiunto, per poi concludere: «Grazie al governo della Nigeria per la collaborazione in questa operazione».
«Per mesi abbiamo dato la caccia a questo importante leader dell'Isis in Nigeria che uccideva i cristiani, e lo abbiamo ucciso, insieme a tutta la sua banda», ha affermato il capo del Pentagono, Pete Hegseth. «Daremo la caccia a chiunque voglia fare del male agli americani o ai cristiani innocenti, ovunque si trovino», ha proseguito. Dal canto suo, il presidente nigeriano, Bola Tinubu, ha reso noto che al-Minuki è stato ucciso insieme a «diversi suoi luogotenenti, durante un attacco al suo complesso nel bacino del lago Ciad». «La Nigeria apprezza questa collaborazione con gli Stati Uniti per il raggiungimento dei nostri obiettivi di sicurezza comuni», ha anche affermato.
Era lo scorso Natale, quando Trump ordinò un attacco contro l’Isis in Nigeria. Un’operazione, quella dello scorso dicembre, che gli Stati Uniti effettuarono in coordinamento con il governo Abuja. Il che segnò una distensione con la Nigeria. A novembre, Trump aveva infatti designato quest’ultima come «Paese di particolare preoccupazione» a causa della situazione in cui versa la locale comunità cristiana. In quell’occasione, aveva anche ventilato l’ipotesi di mobilitare le forze statunitensi in loco, irritando non poco il governo di Abuja. Tuttavia, da dicembre, sembra che Stati Uniti e Nigeria abbiano inaugurato una proficua collaborazione nel contrasto al jihadismo. Il che, per Trump, ha un triplice significato.
Innanzitutto, l’obiettivo primario è quello di aumentare la sicurezza internazionale arginando il terrorismo islamista. In secondo luogo, sul fronte geopolitico, la Casa Bianca punta a rafforzare l’influenza statunitense sul continente africano, per fronteggiare la competizione di Cina e Russia. Infine, sul piano interno, la lotta all’islamismo e la difesa dei cristiani rappresentano notoriamente due dei capisaldi del movimento Maga.
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L'immagine IA postata da Trump
Le dichiarazioni arrivano dopo il ritorno del presidente americano Donald Trump da Pechino. Il leader statunitense ha spiegato che eventuali nuove vendite di armi a Taipei «dipendono dalla Cina e costituiscono una buona carta negoziale». Mentre cresce la tensione tra Washington e Pechino sul dossier taiwanese, il Medio Oriente continua a vivere ore estremamente delicate. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato tre droni penetrati nel proprio spazio aereo. Secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, due velivoli senza pilota sono stati abbattuti, mentre un terzo ha colpito un generatore elettrico situato all’esterno del perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra. Le autorità emiratine hanno precisato che sono in corso indagini per stabilire l’origine dei droni e identificare i responsabili dell’operazione.
Nel frattempo emergono nuovi dettagli sui negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto regionale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, Washington avrebbe presentato cinque condizioni per arrivare a un accordo con Teheran. Tra le richieste figurerebbero il trasferimento agli Stati Uniti di 400 chilogrammi di uranio arricchito iraniano, il mantenimento operativo di un solo sito nucleare e il mancato pagamento di risarcimenti o lo sblocco dei beni congelati appartenenti all’Iran. Sempre secondo Fars, gli Stati Uniti avrebbero inoltre subordinato la sospensione delle operazioni militari all’avvio ufficiale dei negoziati. L’Iran avrebbe risposto avanzando a sua volta cinque condizioni: la fine della guerra su tutti i fronti, soprattutto in Libano, la revoca delle sanzioni economiche, lo sblocco dei fondi congelati, il pagamento di risarcimenti per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Posizioni di fatto inconciliabili.
Intanto Israele starebbe già preparando nuovi possibili raid contro obiettivi iraniani. Lo hanno riferito ad Associated Press due fonti informate, tra cui un ufficiale dell’esercito israeliano, precisando che i preparativi militari sarebbero coordinati con gli Stati Uniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, intervenendo davanti al proprio Gabinetto, ha dichiarato: «Siamo preparati a qualsiasi scenario». Poi ha aggiunto: «Donald Trump deve prendere una decisione. Se decidesse di riprendere le ostilità con l’Iran, è probabile che Israele verrà chiamato a partecipare». Quest’ultima dichiarazione fa riferimento a una telefonata, durata più di mezz’ora, avvenuta ieri tra Netanyahu e Trump e conclusasi a ridosso dell’inizio della riunione di gabinetto israeliano.
Nelle stesse ore Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran, questa volta utilizzando un’immagine generata con l’intelligenza artificiale pubblicata sulla piattaforma Truth. La foto mostra il presidente americano con il tradizionale cappellino Maga mentre punta il dito verso la telecamera, circondato da navi da guerra in mezzo a un mare agitato. Su diverse imbarcazioni compaiono bandiere iraniane, mentre sullo sfondo si addensano nuvole scure. Ad accompagnare l’immagine la frase: «La calma prima della tempesta». Poi in un altro post ha aggiunto: « Non rimarrà nulla dell’Iran se non accetterà un accordo».
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