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2021-11-17
Le ombre cinesi spaventano Biden. Il Dragone vince su clima e Taiwan
Il dialogo tra Joe Biden e Xi Jinping (Ansa)
La Casa Bianca sta ammorbidendo la sua linea nei confronti di Pechino. È questo, in estrema sintesi, il succo dell'incontro virtuale intercorso lunedì sera tra il presidente americano, Joe Biden, e il suo omologo cinese, Xi Jinping. È infatti innanzitutto dai toni che tira aria di distensione. «Sembra che sia nostra responsabilità, come leader di Cina e Stati Uniti, garantire che la competizione tra i nostri Paesi non si trasformi in un conflitto, intenzionale o meno. Solo una concorrenza semplice e diretta», ha dichiarato Biden in apertura. «Mi sembra», ha proseguito, «che dobbiamo stabilire un guardrail di buon senso, essere chiari e onesti dove non siamo d'accordo e lavorare insieme dove i nostri interessi si intersecano, specialmente su questioni globali vitali come il cambiamento climatico». Xi, dal canto suo, si è detto «molto felice» di poter rivedere Biden, da lui definito un «vecchio amico».
Il disgelo non è tuttavia solo una questione di toni, ma anche di contenuti. È pur vero che, nel corso del colloquio di oltre tre ore, il presidente americano abbia espresso delle preoccupazioni in materia di diritti umani, con particolare riferimento ai dossier di Hong Kong, Tibet e Xinjiang. Tuttavia, l'inquilino della Casa Bianca ha di fatto teso la mano al Dragone su due punti fondamentali. In primis Biden ha ribadito l'ancoraggio americano alla politica dell'«unica Cina» e al Taiwan Relations Act: una norma che consente agli Stati Uniti di fornire armi a Taipei ma che non li obbliga a entrare in guerra in sua difesa. Ricordiamo che, durante un dibattito televisivo il mese scorso, il presidente americano si fosse detto pronto a difendere militarmente l'isola in caso di attacco: una posizione che aveva irritato Pechino e che – guarda caso – era stata velocemente smentita dalla stessa Casa Bianca. Ebbene, nonostante nel colloquio dell'altro ieri Biden abbia espresso preoccupazione per Taipei, il rinnovato ossequio alla politica dell'«unica Cina» rappresenta una vittoria rilevante per Pechino. Tanto più che la «risoluzione storica» approvata di recente dal plenum del Partito comunista cinese (Pcc) ha definito la riunificazione di Taiwan alla Cina come «una missione storica e un impegno incrollabile».
Il secondo fronte di dialogo riguarda poi il cambiamento climatico. È del resto proprio su questo dossier che Washington sta principalmente cercando di rilanciare la cooperazione con Pechino. Non va trascurato infatti che il vertice di lunedì sia stato fissato a seguito della Dichiarazione congiunta tra Stati Uniti e Cina, siglata la settimana scorsa a Glasgow in occasione della Cop26. Un documento che è stato favorevolmente salutato da gran parte della stampa, ma che – a ben vedere – è foriero di significativi rischi. Non soltanto infatti ha un contenuto vago e privo di impegni concreti sul fronte ambientale per la Cina. Ma, in termini geopolitici, allenta anche la pressione statunitense su Pechino in una fase delicata sia per Taiwan che per lo Xinjiang. Si tratta, in altre parole, di un documento che sancisce la vittoria della linea di John Kerry: l'attuale inviato speciale statunitense per il clima è infatti un noto fautore dell'approccio morbido nei confronti della Repubblica popolare. Un approccio che, nelle sue intenzioni, dovrebbe favorire la cooperazione ambientale tra Washington e Pechino. Peccato però che alla Cop26 il Dragone si sia sfilato dagli accordi più importanti e che la condizione degli uiguri continui a rivelarsi un tema urgente. Non è un caso che, in patria, Kerry sia stato più volte accusato dai repubblicani di anteporre indebitamente la collaborazione climatica alla tutela dei diritti umani.
Insomma, sembra proprio che la Casa Bianca scelga la via della cooperazione con Pechino in una fase in cui non si registrano oggettivamente le condizioni per un disgelo. La mano tesa di Biden rischia infatti soltanto di rafforzare una Cina sempre più aggressiva (si veda il caso della pressione militare su Taiwan) e restia ad accettare vincoli internazionali. D'altronde, non si tratta di un limite nuovo per l'attuale presidente: era infatti lo scorso giugno, quando cercò di avviare un'improvvisa distensione con Vladimir Putin, rimuovendo le sanzioni al gasdotto Nord Stream 2 ma senza ottenere di fatto nulla in cambio.
Al di là di una debolezza politica interna che si ripercuote sulla sua credibilità internazionale, Biden sconta cattive doti da negoziatore, oltre al fatto di risultare troppo prevedibile. Un fattore, questo, di estrema problematicità in un mondo sempre più caotico, specialmente quando si ha a che fare con un interlocutore privo di scrupoli come il Pcc. Per spiazzare e mettere sotto pressione gli avversari, l'approccio più efficace dovrebbe semmai essere quello della cosiddetta «teoria del pazzo» di nixoniana memoria. Ora, secondo quanto rivelato ieri dal Washington Post, la Casa Bianca starebbe per annunciare un boicottaggio diplomatico delle olimpiadi che si terranno a Pechino il prossimo febbraio: una mossa che, se confermata, rappresenterebbe un segnale importante, ma che – da sola – non basterebbe. Per affrontare adeguatamente la minaccia cinese, l'assoluta priorità di Biden dovrebbe infatti essere quella di sbarazzarsi della «linea Kerry» e delle sue pericolose ambiguità. Limitarsi agli atti simbolici non è sufficiente.
Militari presi a sassate dai migranti
Il getto dei cannoni ad acqua dei soldati polacchi si abbatte sui migranti stipati al confine tra Bielorussia e Polonia. Mentre il presidente Lukashenko, dopo avere alzato il tiro nei giorni scorsi, cerca di smorzare i toni e di assicurare di non essere in cerca di scontri che, anzi, andrebbero a suo parere evitati, la realtà parla di animi ormai esacerbati e di una situazione sempre più compromessa ogni giorno che passa. Al valico di Kuznica-Bruzgi, dove migliaia di migranti sono a rischio di morire di freddo anche senza l'aiuto dell'acqua dei cannoni, la prova di forza tra Minsk e Varsavia va avanti senza ripensamenti. Lukashenko continua imperterrito ad illudere i migranti sulla possibilità di entrare in Europa e la Polonia ribadisce e conferma ancora una volta che la costruzione del muro al confine, che coprirà almeno la metà della frontiera, verrà avviata a dicembre e terminerà al massimo a gennaio del 2022 nel silenzio-assenso dell'Ue. Nel frattempo, a dividere la massa umana usata dalla Bielorussia come arma della guerra ibrida nel cuore dell'Europa da un sogno che in realtà è un incubo, resiste un alto filo spinato dove ieri la violenza è cresciuta. Alla sassaiola partita da parte dei migranti esasperati, le forze di sicurezza polacche hanno risposto anche coi lacrimogeni.
I corposi pacchetti di sanzioni confezionati dalla Ue per Lukashenko sembrano al momento lettera morta e, in ogni caso, non spaventano più di tanto il loro destinatario. L'Alto rappresentante per la politica estera Ue, Joseph Borrell, ha tentato anche un approccio più «soft» attraverso il colloquio col ministro degli Esteri bielorusso, Vladimir Makei. La doppia faccia della Bielorussia sembra però trasparire dallo scarno risultato dell'incontro. «La Bielorussia ha garantito che fornirà sostegno e accetterà l'accesso delle organizzazioni dell'Onu per l'aiuto ai rifugiati ma il ministro bielorusso ha declinato ogni responsabilità per le persone che si trovano lì», ha fatto sapere Borrell.
Il gioco di Lukashenko, che continua a far transitare migranti ai confini europei e a metterne la vita a rischio deve, secondo i vertici Ue, giungere ad una conclusione. «Sono persone che non potranno venire in Europa ma non potranno morire congelate. Dobbiamo aiutarle», ha affermato Borrell. Su chi debba assumersi la responsabilità di porre fine ad una crisi umanitaria apparentemente ingestibile, l'elenco è ampio: «Le organizzazioni umanitarie, lo Stato bielorusso, la Polonia, che ha offerto supporto umanitario». In tutto questo, l'Europa sta già predisponendo ed ufficializzerà nei prossimi giorni l'ennesimo pacchetto di sanzioni al quale collabora ancora una volta il dipartimento di Stato Usa, per colpire i responsabili dello sfruttamento dei migranti. In attesa del nuovo elenco di sanzioni, il presidente francese Macron ha parlato con Putin, visto che la Russia è al momento uno dei maggiori alleati di Lukashenko, mostrando preoccupazione per la strumentalizzazione dei flussi migratori. Laconica la risposta di Mosca, che ha rispedito al mittente le accuse di complicità: «Ue e Bielorussia dovrebbero discutere in modo diretto dei problemi in corso», ha suggerito Putin «ed occuparsi del trattamento estremamente crudele dei rifugiati da parte delle guardie di frontiera polacche».
L'Europa, ormai alle strette, tenta il tutto per tutto, giocandosi la carta del «Fondo per asilo, migrazione e integrazione», destinando allo stesso 1,1 miliardi di euro nel bilancio Ue 2022. Altri soldi verranno stanziati per la protezione del confine con la Bielorussia, per rafforzare la cooperazione sulla gestione delle frontiere esterne, per la difesa a sostegno dell'autonomia strategica e della sicurezza europea. Né l'approccio più duro, né quelli più diplomatici sembrano, però, in grado di sbloccare la situazione.
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Il presidente Usa abbandona Taipei al suo destino: gli Stati Uniti rinunciano a difenderla se sarà invasa. Passa la linea Kerry: la tutela dell'ambiente più importante dei diritti umani. E Xi ringrazia l'«amico Joe».Scontri al confine tra Polonia e Bielorussia, i soldati rispondono con i lacrimogeni. Borrell gela i clandestini: «Nessuno entrerà in Europa». Putin attacca Varsavia.Lo speciale contiene due articoli.La Casa Bianca sta ammorbidendo la sua linea nei confronti di Pechino. È questo, in estrema sintesi, il succo dell'incontro virtuale intercorso lunedì sera tra il presidente americano, Joe Biden, e il suo omologo cinese, Xi Jinping. È infatti innanzitutto dai toni che tira aria di distensione. «Sembra che sia nostra responsabilità, come leader di Cina e Stati Uniti, garantire che la competizione tra i nostri Paesi non si trasformi in un conflitto, intenzionale o meno. Solo una concorrenza semplice e diretta», ha dichiarato Biden in apertura. «Mi sembra», ha proseguito, «che dobbiamo stabilire un guardrail di buon senso, essere chiari e onesti dove non siamo d'accordo e lavorare insieme dove i nostri interessi si intersecano, specialmente su questioni globali vitali come il cambiamento climatico». Xi, dal canto suo, si è detto «molto felice» di poter rivedere Biden, da lui definito un «vecchio amico».Il disgelo non è tuttavia solo una questione di toni, ma anche di contenuti. È pur vero che, nel corso del colloquio di oltre tre ore, il presidente americano abbia espresso delle preoccupazioni in materia di diritti umani, con particolare riferimento ai dossier di Hong Kong, Tibet e Xinjiang. Tuttavia, l'inquilino della Casa Bianca ha di fatto teso la mano al Dragone su due punti fondamentali. In primis Biden ha ribadito l'ancoraggio americano alla politica dell'«unica Cina» e al Taiwan Relations Act: una norma che consente agli Stati Uniti di fornire armi a Taipei ma che non li obbliga a entrare in guerra in sua difesa. Ricordiamo che, durante un dibattito televisivo il mese scorso, il presidente americano si fosse detto pronto a difendere militarmente l'isola in caso di attacco: una posizione che aveva irritato Pechino e che – guarda caso – era stata velocemente smentita dalla stessa Casa Bianca. Ebbene, nonostante nel colloquio dell'altro ieri Biden abbia espresso preoccupazione per Taipei, il rinnovato ossequio alla politica dell'«unica Cina» rappresenta una vittoria rilevante per Pechino. Tanto più che la «risoluzione storica» approvata di recente dal plenum del Partito comunista cinese (Pcc) ha definito la riunificazione di Taiwan alla Cina come «una missione storica e un impegno incrollabile». Il secondo fronte di dialogo riguarda poi il cambiamento climatico. È del resto proprio su questo dossier che Washington sta principalmente cercando di rilanciare la cooperazione con Pechino. Non va trascurato infatti che il vertice di lunedì sia stato fissato a seguito della Dichiarazione congiunta tra Stati Uniti e Cina, siglata la settimana scorsa a Glasgow in occasione della Cop26. Un documento che è stato favorevolmente salutato da gran parte della stampa, ma che – a ben vedere – è foriero di significativi rischi. Non soltanto infatti ha un contenuto vago e privo di impegni concreti sul fronte ambientale per la Cina. Ma, in termini geopolitici, allenta anche la pressione statunitense su Pechino in una fase delicata sia per Taiwan che per lo Xinjiang. Si tratta, in altre parole, di un documento che sancisce la vittoria della linea di John Kerry: l'attuale inviato speciale statunitense per il clima è infatti un noto fautore dell'approccio morbido nei confronti della Repubblica popolare. Un approccio che, nelle sue intenzioni, dovrebbe favorire la cooperazione ambientale tra Washington e Pechino. Peccato però che alla Cop26 il Dragone si sia sfilato dagli accordi più importanti e che la condizione degli uiguri continui a rivelarsi un tema urgente. Non è un caso che, in patria, Kerry sia stato più volte accusato dai repubblicani di anteporre indebitamente la collaborazione climatica alla tutela dei diritti umani. Insomma, sembra proprio che la Casa Bianca scelga la via della cooperazione con Pechino in una fase in cui non si registrano oggettivamente le condizioni per un disgelo. La mano tesa di Biden rischia infatti soltanto di rafforzare una Cina sempre più aggressiva (si veda il caso della pressione militare su Taiwan) e restia ad accettare vincoli internazionali. D'altronde, non si tratta di un limite nuovo per l'attuale presidente: era infatti lo scorso giugno, quando cercò di avviare un'improvvisa distensione con Vladimir Putin, rimuovendo le sanzioni al gasdotto Nord Stream 2 ma senza ottenere di fatto nulla in cambio.Al di là di una debolezza politica interna che si ripercuote sulla sua credibilità internazionale, Biden sconta cattive doti da negoziatore, oltre al fatto di risultare troppo prevedibile. Un fattore, questo, di estrema problematicità in un mondo sempre più caotico, specialmente quando si ha a che fare con un interlocutore privo di scrupoli come il Pcc. Per spiazzare e mettere sotto pressione gli avversari, l'approccio più efficace dovrebbe semmai essere quello della cosiddetta «teoria del pazzo» di nixoniana memoria. Ora, secondo quanto rivelato ieri dal Washington Post, la Casa Bianca starebbe per annunciare un boicottaggio diplomatico delle olimpiadi che si terranno a Pechino il prossimo febbraio: una mossa che, se confermata, rappresenterebbe un segnale importante, ma che – da sola – non basterebbe. Per affrontare adeguatamente la minaccia cinese, l'assoluta priorità di Biden dovrebbe infatti essere quella di sbarazzarsi della «linea Kerry» e delle sue pericolose ambiguità. 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Al valico di Kuznica-Bruzgi, dove migliaia di migranti sono a rischio di morire di freddo anche senza l'aiuto dell'acqua dei cannoni, la prova di forza tra Minsk e Varsavia va avanti senza ripensamenti. Lukashenko continua imperterrito ad illudere i migranti sulla possibilità di entrare in Europa e la Polonia ribadisce e conferma ancora una volta che la costruzione del muro al confine, che coprirà almeno la metà della frontiera, verrà avviata a dicembre e terminerà al massimo a gennaio del 2022 nel silenzio-assenso dell'Ue. Nel frattempo, a dividere la massa umana usata dalla Bielorussia come arma della guerra ibrida nel cuore dell'Europa da un sogno che in realtà è un incubo, resiste un alto filo spinato dove ieri la violenza è cresciuta. Alla sassaiola partita da parte dei migranti esasperati, le forze di sicurezza polacche hanno risposto anche coi lacrimogeni. I corposi pacchetti di sanzioni confezionati dalla Ue per Lukashenko sembrano al momento lettera morta e, in ogni caso, non spaventano più di tanto il loro destinatario. L'Alto rappresentante per la politica estera Ue, Joseph Borrell, ha tentato anche un approccio più «soft» attraverso il colloquio col ministro degli Esteri bielorusso, Vladimir Makei. La doppia faccia della Bielorussia sembra però trasparire dallo scarno risultato dell'incontro. «La Bielorussia ha garantito che fornirà sostegno e accetterà l'accesso delle organizzazioni dell'Onu per l'aiuto ai rifugiati ma il ministro bielorusso ha declinato ogni responsabilità per le persone che si trovano lì», ha fatto sapere Borrell. Il gioco di Lukashenko, che continua a far transitare migranti ai confini europei e a metterne la vita a rischio deve, secondo i vertici Ue, giungere ad una conclusione. «Sono persone che non potranno venire in Europa ma non potranno morire congelate. Dobbiamo aiutarle», ha affermato Borrell. Su chi debba assumersi la responsabilità di porre fine ad una crisi umanitaria apparentemente ingestibile, l'elenco è ampio: «Le organizzazioni umanitarie, lo Stato bielorusso, la Polonia, che ha offerto supporto umanitario». In tutto questo, l'Europa sta già predisponendo ed ufficializzerà nei prossimi giorni l'ennesimo pacchetto di sanzioni al quale collabora ancora una volta il dipartimento di Stato Usa, per colpire i responsabili dello sfruttamento dei migranti. In attesa del nuovo elenco di sanzioni, il presidente francese Macron ha parlato con Putin, visto che la Russia è al momento uno dei maggiori alleati di Lukashenko, mostrando preoccupazione per la strumentalizzazione dei flussi migratori. Laconica la risposta di Mosca, che ha rispedito al mittente le accuse di complicità: «Ue e Bielorussia dovrebbero discutere in modo diretto dei problemi in corso», ha suggerito Putin «ed occuparsi del trattamento estremamente crudele dei rifugiati da parte delle guardie di frontiera polacche». L'Europa, ormai alle strette, tenta il tutto per tutto, giocandosi la carta del «Fondo per asilo, migrazione e integrazione», destinando allo stesso 1,1 miliardi di euro nel bilancio Ue 2022. Altri soldi verranno stanziati per la protezione del confine con la Bielorussia, per rafforzare la cooperazione sulla gestione delle frontiere esterne, per la difesa a sostegno dell'autonomia strategica e della sicurezza europea. Né l'approccio più duro, né quelli più diplomatici sembrano, però, in grado di sbloccare la situazione.
Federico Vecchioni (Ansa)
History Law & Economics dalla Lumsa, la Libera Università Maria Santissima Assunta. Il conferimento, approvato dal dipartimento di giurisprudenza, economia e comunicazione dell’ateneo - con successiva delibera del Senato Accademico - si deve al fatto che la figura professionale di Vecchioni rappresenta «un punto di riferimento di rilievo nel panorama dell’economia agroalimentare italiana e mediterranea, per la capacità di coniugare visione strategica, innovazione tecnologica e attenzione ai profili di sostenibilità economica, sociale e ambientale».
La cerimonia è stata introdotta dal professor Gabriele Carapezza Figlia, coordinatore del collegio dei docenti del dottorato di ricerca in Mediterranean Studies e la laudatio è stata curata dal professor Giovanni Battista Dagnino, ordinario di economia e gestione delle imprese. A conferire titolo e proclamazione, il professor Francesco Bonini, rettore dell’ateneo. Alla cerimonia è seguita la lectio magistralis di Vecchioni. «Ricevere questo dottorato honoris causa dalla Libera Università Maria Santissima Assunta», le parole pronunciate da Vecchioni, «rappresenta per me un grande onore e una grande responsabilità. Ho sempre creduto nel valore del dialogo tra impresa, istituzioni e mondo accademico come leva per generare sviluppo duraturo. Il Mediterraneo non è soltanto uno spazio geografico, ma un orizzonte culturale ed economico strategico, nel quale l’Italia può e deve esercitare un ruolo da protagonista attraverso innovazione, sostenibilità e cooperazione internazionale». «In quest’ottica», ha proseguito quindi il presidente di Bonifiche Ferraresi, «si inseriscono le iniziative internazionali portate avanti da Bf con l’obiettivo di creare la più importante riserva agricolo alimentare del Mediterraneo».
A completamento delle formalità si pone poi il discorso del rettore della Lumsa, professor Bonini, che ha voluto rimarcare l’importanza del conferimento accademico: «Il dottorato in Mediterranean Studies, basato nel nostro dipartimento di Palermo, traguarda anche l’importante investimento che l’Università Lumsa ha aperto con l’istituzione del nostro University Africa Center. Il conferimento del dottorato a una personalità come quella di Federico Vecchioni vuole essere esemplare per i nostri studenti e studentesse, e per un impegno di ricerca, sviluppo e collaborazione con le realtà vive della società che qualifica l’università e ne conferma l’ispirazione e l’impegno per il bene comune nella grande prospettiva globale».
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Mentre l’Italia tenta una timida risalita (+7,6% a marzo, con 185.367 immatricolazioni), il resto del continente (+1,7%) resta frenato da condizioni finanziarie restrittive: tassi elevati che la Bce fatica a ridurre, complice uno choc petrolifero che alimenta un’inflazione ancora persistente e comprime i redditi reali. In questo contesto, la domanda effettiva si contrae e il pricing power si deteriora.
La realtà è che l’ideologia politica in Europa ha preteso di ignorare le leggi della domanda: le aziende «vulnerabili», quelle che hanno puntato tutto su una transizione elettrica forzata, si ritrovano oggi con piazzali pieni e margini a picco. Parallelamente, la Cina ha cambiato ruolo: da mercato di sbocco a concorrente diretto e aggressivo. Marchi come Byd e Leapmotor registrano crescite a tre o quattro cifre anche in Italia, segnalando un vantaggio competitivo costruito su costi, integrazione verticale e velocità di esecuzione.
Il nesso per il portafoglio del risparmiatore è brutale. I dati appena pubblicati dal Gruppo Volkswagen per il primo trimestre 2026 confermano che il «mal di Cina» è diventato cronico e forse irreversibile. Le consegne globali sono calate del 4% (2,05 milioni di unità), ma è il tracollo delle elettriche a far tremare Wolfsburg: un pesantissimo -64% in Cina e -80% negli Stati Uniti. La tenuta europea (+12%) non basta a compensare la fine degli incentivi e l’inasprimento dei dazi americani.
Come osserva Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf: «Volkswagen sta vivendo il suo momento più buio: il mercato cinese, che un tempo garantiva profitti certi, oggi rigetta i modelli tedeschi. Il rischio per chi ha il titolo in portafoglio è di restare intrappolati in un gigante che fatica a ruotare la sua enorme stazza verso ciò che il cliente vuole davvero: auto accessibili, concrete e con motorizzazioni affidabili».
In questo scenario, Stellantis affronta una transizione manageriale critica. Il nuovo numero uno, Antonio Filosa, è chiamato a ricostruire un gruppo segnato dalla precedente gestione di Carlos Tavares, lodata per il cost-cutting ma accusata di aver compresso investimenti e qualità. «Filosa sta tentando di rimettere in carreggiata un’auto che rischiava il deragliamento», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente. «Ha ereditato una struttura dove l’ossessione per il bilancio a breve termine ha logorato la qualità e la fiducia della rete».
La delusione più fragorosa arriva però da Porsche. Nel primo trimestre 2026 le vendite globali sono scese del 15%, con un crollo in Cina da 68.000 unità nel primo trimestre 2022 a meno di 7.800. L’utile netto è crollato del 91,4% (da 3,6 miliardi nel 2024 a 310 milioni nel 2025), mentre il fatturato si è contratto a circa 36,3 miliardi.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Coldiretti la definisce «una svolta», in quanto difende un patrimonio che oggi vale 707 miliardi di euro e trova nella Dop economy la sua espressione più avanzata. «Questa legge giaceva nei cassetti da oltre dieci anni e nessuno aveva mai avuto il coraggio di farla diventare un provvedimento», ha spiegato Lollobrigida, sottolineando che introduce due nuovi reati, l’aggravante di agropirateria e sanzioni proporzionali alle dimensioni del fatturato delle imprese, «affinché siano un vero deterrente. Inoltre, istituzionalizza la cabina di regia per un efficientamento dei sistemi di controllo». La legge rafforza la trasparenza e la tracciabilità dei prodotti lungo tutta la filiera per fornire informazioni quanto più esaustive possibili al consumatore anche al fine di tutelare la salute.
Di conseguenza, vengono inseriti nel Codice penale due reati: la «frode alimentare» per punire chi commercializza alimenti o bevande che, a sua conoscenza, non sono genuini o che provengono da luoghi diversi rispetto a quelli indicati (prevista la reclusione da 2 mesi a 1 anno), e il «commercio di alimenti con segni mendaci» per punire chi utilizza segni distintivi o indicazioni per indurre in errore il compratore sulla qualità o sulla quantità degli alimenti (reclusione da 3 a 18 mesi). È inserita l’aggravante di agropirateria, quando l’attività illecita è realizzata in maniera organizzata e continuativa, l’aggravante «quantità e biologico» (se i prodotti sono commercializzati come biologici ma non lo sono). In questi tre casi le pene sono aumentate. La legge prevede per questi reati anche la confisca obbligatoria di prodotti, beni o cose oggetto o prodotto dei reati.
L’autorità giudiziaria avrà l’obbligo di distribuire i prodotti sequestrati, ma commestibili, a enti territoriali o caritatevoli per destinarli a persone bisognose o animali abbandonati.
È prevista la protezione delle Indicazioni geografiche, attività che secondo l’ultimo rapporto Ismea-Qualivita nel 2024 ha realizzato 20,7 miliardi di euro di fatturato di cui 12,3 miliardi di euro realizzati all’estero. Previste sanzioni più dure per il reato di contraffazione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine protetta.
La legge vieta poi l’utilizzo del termine «latte» e di prodotti lattiero-caseari per prodotti vegetali se non accompagnato dalla denominazione corretta (per esempio il latte di mandorla venduto come sostitutivo senza distinzione). A dimostrazione della necessità di una legge con questi contenuti, Coldiretti cita l’ultimo Rapporto elaborato insieme a Eurispes e Fondazione osservatorio agromafie, secondo il quale il volume d’affari dei crimini agroalimentari in Italia è salito a 25,2 miliardi, praticamente raddoppiato nel giro dell’ultimo decennio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 aprile 2026. La deputata della Lega Rebecca Frassini illustra i contenuti della manifestazione di sabato 18 a Milano.