True
2021-11-17
Le ombre cinesi spaventano Biden. Il Dragone vince su clima e Taiwan
Il dialogo tra Joe Biden e Xi Jinping (Ansa)
La Casa Bianca sta ammorbidendo la sua linea nei confronti di Pechino. È questo, in estrema sintesi, il succo dell'incontro virtuale intercorso lunedì sera tra il presidente americano, Joe Biden, e il suo omologo cinese, Xi Jinping. È infatti innanzitutto dai toni che tira aria di distensione. «Sembra che sia nostra responsabilità, come leader di Cina e Stati Uniti, garantire che la competizione tra i nostri Paesi non si trasformi in un conflitto, intenzionale o meno. Solo una concorrenza semplice e diretta», ha dichiarato Biden in apertura. «Mi sembra», ha proseguito, «che dobbiamo stabilire un guardrail di buon senso, essere chiari e onesti dove non siamo d'accordo e lavorare insieme dove i nostri interessi si intersecano, specialmente su questioni globali vitali come il cambiamento climatico». Xi, dal canto suo, si è detto «molto felice» di poter rivedere Biden, da lui definito un «vecchio amico».
Il disgelo non è tuttavia solo una questione di toni, ma anche di contenuti. È pur vero che, nel corso del colloquio di oltre tre ore, il presidente americano abbia espresso delle preoccupazioni in materia di diritti umani, con particolare riferimento ai dossier di Hong Kong, Tibet e Xinjiang. Tuttavia, l'inquilino della Casa Bianca ha di fatto teso la mano al Dragone su due punti fondamentali. In primis Biden ha ribadito l'ancoraggio americano alla politica dell'«unica Cina» e al Taiwan Relations Act: una norma che consente agli Stati Uniti di fornire armi a Taipei ma che non li obbliga a entrare in guerra in sua difesa. Ricordiamo che, durante un dibattito televisivo il mese scorso, il presidente americano si fosse detto pronto a difendere militarmente l'isola in caso di attacco: una posizione che aveva irritato Pechino e che – guarda caso – era stata velocemente smentita dalla stessa Casa Bianca. Ebbene, nonostante nel colloquio dell'altro ieri Biden abbia espresso preoccupazione per Taipei, il rinnovato ossequio alla politica dell'«unica Cina» rappresenta una vittoria rilevante per Pechino. Tanto più che la «risoluzione storica» approvata di recente dal plenum del Partito comunista cinese (Pcc) ha definito la riunificazione di Taiwan alla Cina come «una missione storica e un impegno incrollabile».
Il secondo fronte di dialogo riguarda poi il cambiamento climatico. È del resto proprio su questo dossier che Washington sta principalmente cercando di rilanciare la cooperazione con Pechino. Non va trascurato infatti che il vertice di lunedì sia stato fissato a seguito della Dichiarazione congiunta tra Stati Uniti e Cina, siglata la settimana scorsa a Glasgow in occasione della Cop26. Un documento che è stato favorevolmente salutato da gran parte della stampa, ma che – a ben vedere – è foriero di significativi rischi. Non soltanto infatti ha un contenuto vago e privo di impegni concreti sul fronte ambientale per la Cina. Ma, in termini geopolitici, allenta anche la pressione statunitense su Pechino in una fase delicata sia per Taiwan che per lo Xinjiang. Si tratta, in altre parole, di un documento che sancisce la vittoria della linea di John Kerry: l'attuale inviato speciale statunitense per il clima è infatti un noto fautore dell'approccio morbido nei confronti della Repubblica popolare. Un approccio che, nelle sue intenzioni, dovrebbe favorire la cooperazione ambientale tra Washington e Pechino. Peccato però che alla Cop26 il Dragone si sia sfilato dagli accordi più importanti e che la condizione degli uiguri continui a rivelarsi un tema urgente. Non è un caso che, in patria, Kerry sia stato più volte accusato dai repubblicani di anteporre indebitamente la collaborazione climatica alla tutela dei diritti umani.
Insomma, sembra proprio che la Casa Bianca scelga la via della cooperazione con Pechino in una fase in cui non si registrano oggettivamente le condizioni per un disgelo. La mano tesa di Biden rischia infatti soltanto di rafforzare una Cina sempre più aggressiva (si veda il caso della pressione militare su Taiwan) e restia ad accettare vincoli internazionali. D'altronde, non si tratta di un limite nuovo per l'attuale presidente: era infatti lo scorso giugno, quando cercò di avviare un'improvvisa distensione con Vladimir Putin, rimuovendo le sanzioni al gasdotto Nord Stream 2 ma senza ottenere di fatto nulla in cambio.
Al di là di una debolezza politica interna che si ripercuote sulla sua credibilità internazionale, Biden sconta cattive doti da negoziatore, oltre al fatto di risultare troppo prevedibile. Un fattore, questo, di estrema problematicità in un mondo sempre più caotico, specialmente quando si ha a che fare con un interlocutore privo di scrupoli come il Pcc. Per spiazzare e mettere sotto pressione gli avversari, l'approccio più efficace dovrebbe semmai essere quello della cosiddetta «teoria del pazzo» di nixoniana memoria. Ora, secondo quanto rivelato ieri dal Washington Post, la Casa Bianca starebbe per annunciare un boicottaggio diplomatico delle olimpiadi che si terranno a Pechino il prossimo febbraio: una mossa che, se confermata, rappresenterebbe un segnale importante, ma che – da sola – non basterebbe. Per affrontare adeguatamente la minaccia cinese, l'assoluta priorità di Biden dovrebbe infatti essere quella di sbarazzarsi della «linea Kerry» e delle sue pericolose ambiguità. Limitarsi agli atti simbolici non è sufficiente.
Militari presi a sassate dai migranti
Il getto dei cannoni ad acqua dei soldati polacchi si abbatte sui migranti stipati al confine tra Bielorussia e Polonia. Mentre il presidente Lukashenko, dopo avere alzato il tiro nei giorni scorsi, cerca di smorzare i toni e di assicurare di non essere in cerca di scontri che, anzi, andrebbero a suo parere evitati, la realtà parla di animi ormai esacerbati e di una situazione sempre più compromessa ogni giorno che passa. Al valico di Kuznica-Bruzgi, dove migliaia di migranti sono a rischio di morire di freddo anche senza l'aiuto dell'acqua dei cannoni, la prova di forza tra Minsk e Varsavia va avanti senza ripensamenti. Lukashenko continua imperterrito ad illudere i migranti sulla possibilità di entrare in Europa e la Polonia ribadisce e conferma ancora una volta che la costruzione del muro al confine, che coprirà almeno la metà della frontiera, verrà avviata a dicembre e terminerà al massimo a gennaio del 2022 nel silenzio-assenso dell'Ue. Nel frattempo, a dividere la massa umana usata dalla Bielorussia come arma della guerra ibrida nel cuore dell'Europa da un sogno che in realtà è un incubo, resiste un alto filo spinato dove ieri la violenza è cresciuta. Alla sassaiola partita da parte dei migranti esasperati, le forze di sicurezza polacche hanno risposto anche coi lacrimogeni.
I corposi pacchetti di sanzioni confezionati dalla Ue per Lukashenko sembrano al momento lettera morta e, in ogni caso, non spaventano più di tanto il loro destinatario. L'Alto rappresentante per la politica estera Ue, Joseph Borrell, ha tentato anche un approccio più «soft» attraverso il colloquio col ministro degli Esteri bielorusso, Vladimir Makei. La doppia faccia della Bielorussia sembra però trasparire dallo scarno risultato dell'incontro. «La Bielorussia ha garantito che fornirà sostegno e accetterà l'accesso delle organizzazioni dell'Onu per l'aiuto ai rifugiati ma il ministro bielorusso ha declinato ogni responsabilità per le persone che si trovano lì», ha fatto sapere Borrell.
Il gioco di Lukashenko, che continua a far transitare migranti ai confini europei e a metterne la vita a rischio deve, secondo i vertici Ue, giungere ad una conclusione. «Sono persone che non potranno venire in Europa ma non potranno morire congelate. Dobbiamo aiutarle», ha affermato Borrell. Su chi debba assumersi la responsabilità di porre fine ad una crisi umanitaria apparentemente ingestibile, l'elenco è ampio: «Le organizzazioni umanitarie, lo Stato bielorusso, la Polonia, che ha offerto supporto umanitario». In tutto questo, l'Europa sta già predisponendo ed ufficializzerà nei prossimi giorni l'ennesimo pacchetto di sanzioni al quale collabora ancora una volta il dipartimento di Stato Usa, per colpire i responsabili dello sfruttamento dei migranti. In attesa del nuovo elenco di sanzioni, il presidente francese Macron ha parlato con Putin, visto che la Russia è al momento uno dei maggiori alleati di Lukashenko, mostrando preoccupazione per la strumentalizzazione dei flussi migratori. Laconica la risposta di Mosca, che ha rispedito al mittente le accuse di complicità: «Ue e Bielorussia dovrebbero discutere in modo diretto dei problemi in corso», ha suggerito Putin «ed occuparsi del trattamento estremamente crudele dei rifugiati da parte delle guardie di frontiera polacche».
L'Europa, ormai alle strette, tenta il tutto per tutto, giocandosi la carta del «Fondo per asilo, migrazione e integrazione», destinando allo stesso 1,1 miliardi di euro nel bilancio Ue 2022. Altri soldi verranno stanziati per la protezione del confine con la Bielorussia, per rafforzare la cooperazione sulla gestione delle frontiere esterne, per la difesa a sostegno dell'autonomia strategica e della sicurezza europea. Né l'approccio più duro, né quelli più diplomatici sembrano, però, in grado di sbloccare la situazione.
Continua a leggereRiduci
Il presidente Usa abbandona Taipei al suo destino: gli Stati Uniti rinunciano a difenderla se sarà invasa. Passa la linea Kerry: la tutela dell'ambiente più importante dei diritti umani. E Xi ringrazia l'«amico Joe».Scontri al confine tra Polonia e Bielorussia, i soldati rispondono con i lacrimogeni. Borrell gela i clandestini: «Nessuno entrerà in Europa». Putin attacca Varsavia.Lo speciale contiene due articoli.La Casa Bianca sta ammorbidendo la sua linea nei confronti di Pechino. È questo, in estrema sintesi, il succo dell'incontro virtuale intercorso lunedì sera tra il presidente americano, Joe Biden, e il suo omologo cinese, Xi Jinping. È infatti innanzitutto dai toni che tira aria di distensione. «Sembra che sia nostra responsabilità, come leader di Cina e Stati Uniti, garantire che la competizione tra i nostri Paesi non si trasformi in un conflitto, intenzionale o meno. Solo una concorrenza semplice e diretta», ha dichiarato Biden in apertura. «Mi sembra», ha proseguito, «che dobbiamo stabilire un guardrail di buon senso, essere chiari e onesti dove non siamo d'accordo e lavorare insieme dove i nostri interessi si intersecano, specialmente su questioni globali vitali come il cambiamento climatico». Xi, dal canto suo, si è detto «molto felice» di poter rivedere Biden, da lui definito un «vecchio amico».Il disgelo non è tuttavia solo una questione di toni, ma anche di contenuti. È pur vero che, nel corso del colloquio di oltre tre ore, il presidente americano abbia espresso delle preoccupazioni in materia di diritti umani, con particolare riferimento ai dossier di Hong Kong, Tibet e Xinjiang. Tuttavia, l'inquilino della Casa Bianca ha di fatto teso la mano al Dragone su due punti fondamentali. In primis Biden ha ribadito l'ancoraggio americano alla politica dell'«unica Cina» e al Taiwan Relations Act: una norma che consente agli Stati Uniti di fornire armi a Taipei ma che non li obbliga a entrare in guerra in sua difesa. Ricordiamo che, durante un dibattito televisivo il mese scorso, il presidente americano si fosse detto pronto a difendere militarmente l'isola in caso di attacco: una posizione che aveva irritato Pechino e che – guarda caso – era stata velocemente smentita dalla stessa Casa Bianca. Ebbene, nonostante nel colloquio dell'altro ieri Biden abbia espresso preoccupazione per Taipei, il rinnovato ossequio alla politica dell'«unica Cina» rappresenta una vittoria rilevante per Pechino. Tanto più che la «risoluzione storica» approvata di recente dal plenum del Partito comunista cinese (Pcc) ha definito la riunificazione di Taiwan alla Cina come «una missione storica e un impegno incrollabile». Il secondo fronte di dialogo riguarda poi il cambiamento climatico. È del resto proprio su questo dossier che Washington sta principalmente cercando di rilanciare la cooperazione con Pechino. Non va trascurato infatti che il vertice di lunedì sia stato fissato a seguito della Dichiarazione congiunta tra Stati Uniti e Cina, siglata la settimana scorsa a Glasgow in occasione della Cop26. Un documento che è stato favorevolmente salutato da gran parte della stampa, ma che – a ben vedere – è foriero di significativi rischi. Non soltanto infatti ha un contenuto vago e privo di impegni concreti sul fronte ambientale per la Cina. Ma, in termini geopolitici, allenta anche la pressione statunitense su Pechino in una fase delicata sia per Taiwan che per lo Xinjiang. Si tratta, in altre parole, di un documento che sancisce la vittoria della linea di John Kerry: l'attuale inviato speciale statunitense per il clima è infatti un noto fautore dell'approccio morbido nei confronti della Repubblica popolare. Un approccio che, nelle sue intenzioni, dovrebbe favorire la cooperazione ambientale tra Washington e Pechino. Peccato però che alla Cop26 il Dragone si sia sfilato dagli accordi più importanti e che la condizione degli uiguri continui a rivelarsi un tema urgente. Non è un caso che, in patria, Kerry sia stato più volte accusato dai repubblicani di anteporre indebitamente la collaborazione climatica alla tutela dei diritti umani. Insomma, sembra proprio che la Casa Bianca scelga la via della cooperazione con Pechino in una fase in cui non si registrano oggettivamente le condizioni per un disgelo. La mano tesa di Biden rischia infatti soltanto di rafforzare una Cina sempre più aggressiva (si veda il caso della pressione militare su Taiwan) e restia ad accettare vincoli internazionali. D'altronde, non si tratta di un limite nuovo per l'attuale presidente: era infatti lo scorso giugno, quando cercò di avviare un'improvvisa distensione con Vladimir Putin, rimuovendo le sanzioni al gasdotto Nord Stream 2 ma senza ottenere di fatto nulla in cambio.Al di là di una debolezza politica interna che si ripercuote sulla sua credibilità internazionale, Biden sconta cattive doti da negoziatore, oltre al fatto di risultare troppo prevedibile. Un fattore, questo, di estrema problematicità in un mondo sempre più caotico, specialmente quando si ha a che fare con un interlocutore privo di scrupoli come il Pcc. Per spiazzare e mettere sotto pressione gli avversari, l'approccio più efficace dovrebbe semmai essere quello della cosiddetta «teoria del pazzo» di nixoniana memoria. Ora, secondo quanto rivelato ieri dal Washington Post, la Casa Bianca starebbe per annunciare un boicottaggio diplomatico delle olimpiadi che si terranno a Pechino il prossimo febbraio: una mossa che, se confermata, rappresenterebbe un segnale importante, ma che – da sola – non basterebbe. Per affrontare adeguatamente la minaccia cinese, l'assoluta priorità di Biden dovrebbe infatti essere quella di sbarazzarsi della «linea Kerry» e delle sue pericolose ambiguità. Limitarsi agli atti simbolici non è sufficiente.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/-cina-usa-bielorussia-europa-2655749776.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="militari-presi-a-sassate-dai-migranti" data-post-id="2655749776" data-published-at="1637139406" data-use-pagination="False"> Militari presi a sassate dai migranti Il getto dei cannoni ad acqua dei soldati polacchi si abbatte sui migranti stipati al confine tra Bielorussia e Polonia. Mentre il presidente Lukashenko, dopo avere alzato il tiro nei giorni scorsi, cerca di smorzare i toni e di assicurare di non essere in cerca di scontri che, anzi, andrebbero a suo parere evitati, la realtà parla di animi ormai esacerbati e di una situazione sempre più compromessa ogni giorno che passa. Al valico di Kuznica-Bruzgi, dove migliaia di migranti sono a rischio di morire di freddo anche senza l'aiuto dell'acqua dei cannoni, la prova di forza tra Minsk e Varsavia va avanti senza ripensamenti. Lukashenko continua imperterrito ad illudere i migranti sulla possibilità di entrare in Europa e la Polonia ribadisce e conferma ancora una volta che la costruzione del muro al confine, che coprirà almeno la metà della frontiera, verrà avviata a dicembre e terminerà al massimo a gennaio del 2022 nel silenzio-assenso dell'Ue. Nel frattempo, a dividere la massa umana usata dalla Bielorussia come arma della guerra ibrida nel cuore dell'Europa da un sogno che in realtà è un incubo, resiste un alto filo spinato dove ieri la violenza è cresciuta. Alla sassaiola partita da parte dei migranti esasperati, le forze di sicurezza polacche hanno risposto anche coi lacrimogeni. I corposi pacchetti di sanzioni confezionati dalla Ue per Lukashenko sembrano al momento lettera morta e, in ogni caso, non spaventano più di tanto il loro destinatario. L'Alto rappresentante per la politica estera Ue, Joseph Borrell, ha tentato anche un approccio più «soft» attraverso il colloquio col ministro degli Esteri bielorusso, Vladimir Makei. La doppia faccia della Bielorussia sembra però trasparire dallo scarno risultato dell'incontro. «La Bielorussia ha garantito che fornirà sostegno e accetterà l'accesso delle organizzazioni dell'Onu per l'aiuto ai rifugiati ma il ministro bielorusso ha declinato ogni responsabilità per le persone che si trovano lì», ha fatto sapere Borrell. Il gioco di Lukashenko, che continua a far transitare migranti ai confini europei e a metterne la vita a rischio deve, secondo i vertici Ue, giungere ad una conclusione. «Sono persone che non potranno venire in Europa ma non potranno morire congelate. Dobbiamo aiutarle», ha affermato Borrell. Su chi debba assumersi la responsabilità di porre fine ad una crisi umanitaria apparentemente ingestibile, l'elenco è ampio: «Le organizzazioni umanitarie, lo Stato bielorusso, la Polonia, che ha offerto supporto umanitario». In tutto questo, l'Europa sta già predisponendo ed ufficializzerà nei prossimi giorni l'ennesimo pacchetto di sanzioni al quale collabora ancora una volta il dipartimento di Stato Usa, per colpire i responsabili dello sfruttamento dei migranti. In attesa del nuovo elenco di sanzioni, il presidente francese Macron ha parlato con Putin, visto che la Russia è al momento uno dei maggiori alleati di Lukashenko, mostrando preoccupazione per la strumentalizzazione dei flussi migratori. Laconica la risposta di Mosca, che ha rispedito al mittente le accuse di complicità: «Ue e Bielorussia dovrebbero discutere in modo diretto dei problemi in corso», ha suggerito Putin «ed occuparsi del trattamento estremamente crudele dei rifugiati da parte delle guardie di frontiera polacche». L'Europa, ormai alle strette, tenta il tutto per tutto, giocandosi la carta del «Fondo per asilo, migrazione e integrazione», destinando allo stesso 1,1 miliardi di euro nel bilancio Ue 2022. Altri soldi verranno stanziati per la protezione del confine con la Bielorussia, per rafforzare la cooperazione sulla gestione delle frontiere esterne, per la difesa a sostegno dell'autonomia strategica e della sicurezza europea. Né l'approccio più duro, né quelli più diplomatici sembrano, però, in grado di sbloccare la situazione.
Ansa
L’amministratore delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, ha spiegato al quotidiano Welt am Sonntag che la Francia sta valutando un taglio drastico ai finanziamenti per il carro, la cui entrata in servizio era prevista per il 2040 e che doveva sostituire il Leopard 2 e il Leclerc. «Se hai a disposizione meno soldi», ha sospirato il manager, «non andrai più veloce. E noi siamo già molto lenti». Il Mgcs, finora, ha ricevuto solo 25 milioni. L’interoperabilità dei sistemi d’arma tra Paesi alleati? Può attendere.
Secondo quanto ha riferito venerdì l’Handelsblatt, le banderuole scioviniste dei francesi stanno compromettendo pure un altro programma: l’Eurodrone. Dassault, infatti, avrebbe chiesto un risarcimento ad Airbus perché potrà lavorare solo a una quota minoritaria del progetto, che coinvolge anche Germania, Spagna e Italia.
Se la passava meglio il concorrente italo-nipponico-britannico del Fcas, il Global combat air programme (Gcap). Il jet multiruolo stealth verrebbe costruito da Leonardo, dall’inglese Bae systems e dalla giapponese Mitsubishi. Restano sbarrate le porte ai tedeschi, i quali avevano manifestato interesse per la joint venture dopo il divorzio dai transalpini. Ma adesso sono le turbolenze politiche londinesi a tarpare le ali all’aereo del futuro: Keir Starmer ha perso il ministro della Difesa, John Healey, irritato per gli stanziamenti insufficienti al settore militare. La svolta laburista, pensata per tamponare l’emorragia di voti dirottando risorse sul welfare, potrebbe ripercuotersi sul sodalizio con Roma e Tokyo: i tempi di realizzazione del velivolo (2035) potrebbero dilatarsi.
In un contesto frammentato come quello del Vecchio continente, le liti non devono stupire. Il disimpegno americano, con la prospettiva di un allontanamento dell’egemone, ha innescato la competizione tra Stati di peso comparabile per intestarsi il primato militare, in una fase storica in cui l’hard power sta ridiventando un fattore di potenza cruciale. È l’ennesima dimostrazione che quello dell’orso russo è più un pretesto che un’emergenza: se veramente temessimo l’imminente invasione da parte delle truppe di Vladimir Putin, avremmo un autentico incentivo ad accantonare gli egoismi nazionali. Invece, ognuno va per sé: la Polonia si sta armando fino ai denti e potrebbe ereditare i rimasugli di supporto statunitense che Donald Trump, in cattivi rapporti con Berlino, sta sottraendo alla Germania; il debole governo di Friedrich Merz è riuscito a mettere da parte una cifra monstre - quasi 1.000 miliardi di euro - per rendere la Bundeswehr l’esercito convenzionale più forte d’Europa; la Francia ha meno disponibilità di cassa, ma non può sopportare che il suo dominio bellico venga minacciato; e poi c’è il caso italiano.
Giorgia Meloni sa che il consenso dei cittadini per le politiche marziali caldeggiate da Bruxelles è scarso. I recenti attriti sulla negata sospensione del Patto di stabilità hanno spinto l’esecutivo a congelare l’adesione al fondo Safe, nonostante i malumori del ministro della Difesa, Guido Crosetto. Il quale, nel frattempo, studia un piano per reclutare 40.000 soldati entro il 2033.
Per accedere ai prestiti dell’Ue (denaro che andrà restituito), i progetti devono coinvolgere almeno due Stati membri, a meno che non si tratti di appalti a tempo limitato. Ma se le collaborazioni sono così fragili, per quale motivo dovremmo infilarci in un meccanismo che ci vincolerebbe a elargizioni poco liberali dall’Europa? Magari, a beneficio di Rheinmetall, o di altri concorrenti francesi? Ieri è toccato alla Grecia firmare l’accordo, per pagare un sistema antidroni. Noi non abbiamo difficoltà a raccogliere capitali sui mercati, a tassi favorevoli. Possiamo contare su colossi come Leonardo. Nulla ci impedisce di metterci in proprio e di sceglierci i partner che preferiamo, a prescindere dalla sorveglianza della Commissione. Se il mondo è diventato pericoloso e bisogna attrezzarsi per sopravvivere, non è a Ursula che ci conviene consegnare la nostra sicurezza. Voi comprereste un’auto usata da quella donna?
Continua a leggereRiduci
iStock
L’indagine è nata dalle querele presentate dalle donne vittime di atti sessuali, subiti in occasione della consegna dei prodotti alimentari richiesti online tramite la piattaforma per cui l’uomo lavorava.
Dagli accertamenti è emerso che, l’8 febbraio scorso, il rider, utilizzando l’account di una terza persona, ha appoggiato la bicicletta e ha consegnato a una giovane donna due casse d’acqua all’ingresso dello stabile: a quel punto ha iniziato a palpeggiarle il seno e altre parti del corpo. In un primo momento la vittima è rimasta impietrita e incapace di reagire, poi è riuscita a divincolarsi, scappando nell’androne condominiale ed entrando in ascensore. Ma l’uomo non ha desistito e ha lasciato il condominio solo dopo qualche minuto in cui la ragazza è rimasta chiusa in ascensore.
Successivamente, il 13 febbraio, il rider ha effettuato una consegna all’interno di un palazzo e, con il pretesto di richiedere alla ragazza destinataria dell’ordine una recensione sul cellulare, si è avvicinato e le ha palpeggiato il seno con entrambe le mani. Anche il 16 marzo, sempre all’ingresso di un condominio, l’uomo, impugnando la busta contenente l’ordine, ha infilato la mano sinistra sotto al sacchetto e ha palpeggiato il seno della ragazza davanti a lui. Sono in corso accertamenti relativi ad almeno altri sette episodi, del tutto simili per modalità d’azione.
Le segnalazioni arrivate in merito al rider arrestato, oltre ad essere numerose, risalgono a episodi avvenuti almeno da maggio 2025, un periodo di tempo molto lungo. Per questo, le forze dell’ordine ritengono che i comportamenti penalmente rilevanti dell’uomo appaiano abituali e, pertanto, invitano eventuali altre vittime a farsi avanti e denuciare le molestie subite.
In Toscana, invece, sta per andare a processo un tentativo di stupro ai danni di una novantenne da parte di un tunisino di 59 anni, accoltellato da un familiare sessantaduenne della vittima.
L’incredibile episodio di violenza contro l’anziana è avvenuto a Montespertoli, tranquillo Comune di 13.000 abitanti immerso nelle campagne tra Firenze e Siena.
La vicenda risale alla prima metà dello scorso anno, quando, secondo quanto ricostruito dalle indagini, il tunisino, residente a Colle Val D’Elsa, in Provincia di Siena, aveva accesso all’abitazione della pensionata, dove lavorava come operaio, intento a effettuare alcuni lavori di ristrutturazione all’immobile nel quale viveva la donna. È in quel contesto che l’uomo, stando alla ricostruzione della Procura di Firenze, avrebbe abusato della novantenne. Secondo quanto riporta il quotidiano La Nazione, che cita alcuni virgolettati degli atti d’indagine, la violenza sarebbe consistita «nell’afferrarle la testa con entrambe le mani e nell’iniziare a baciarla sull’orecchio per poi spostarsi verso la bocca», nonché «nel palpeggiarle e stringerle al contempo il seno destro» e a costringerla a subire tali atti sessuali contro la propria volontà.
Venuto a conoscenza dello stupro, il nipote dell’anziana avrebbe affrontato l’operaio tunisino e, dopo aver gridato «cosa hai fatto alla nonna?», lo avrebbe colpito due volte al torace con un coltello lungo 18 centimetri, causandogli ferite guaribili in dieci giorni.
Naturalmente la rissa tra i due non è passata inosservata nella pacifica cittadina e ha portato all’intervento delle forze dell’ordine, dando il via a una doppia indagine da parte della Procura di Firenze, sia sull’accoltellamento che sullo stupro. Nei mesi scorsi il pubblico ministero titolare del fascicolo d’indagine ha chiesto il rinvio a giudizio per entrambi. Il nordafricano è accusato di violenza sessuale ai danni della novantenne, con l’aggravante di aver commesso il fatto approfittando di circostanze di tempo, di luogo e di persona tali da ostacolare la pubblica e la privata difesa, nonché con abuso di relazioni domestiche e di prestazioni d’opera.
Al nipote della donna, invece, dalla Procura viene contestata l’accusa di lesioni personali aggravate dall’utilizzo del coltello, considerato un’arma bianca. I due si incontreranno di nuovo durante l’udienza preliminare, fissata per il prossimo 7 ottobre presso il tribunale di Firenze. E quasi certamente dovranno affrontare un processo a tratti kafkiano, che potrebbe portare alla condanna di entrambi.
Continua a leggereRiduci