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2024-11-15
Lo zio la rapisce e la porta in Algeria solo perché vive all’occidentale
Nel riquadro in alto la giovane segregata, sotto lo zio Kamal Farah (iStock)
La chiamata di Jasmine (nome di fantasia) arriva sabato notte. «Signora, ho bisogno di aiuto, non ce la faccio più». Ha la voce tenera di una bambina, con il fiato spezzato dal pianto. «Ho paura che mi facciano sposare qualcuno di più grande, ma io non voglio fare ’sta fine, voglio tornare in Italia». Il suo è un grido disperato. «Mi trovo in Algeria. Io sono nata e cresciuta in Italia, ma mio zio mi ha portato qui con l’inganno e ora non posso più tornare. Mi ha sottratto il passaporto e il permesso di soggiorno». Lui, lo zio affidatario di questa quattordicenne, è Kamal Farah, un musulmano con la mentalità chiusa. Colui che doveva proteggere la nipote, e invece l’ha punita perché voleva vivere all’occidentale. L’ha punita perché voleva essere libera e uscire a prendere un gelato con le amiche. Mettersi un top e un jeans attillato.
Chi scrive ha indagato sulla vicenda di questa bambina per la trasmissione Fuori dal Coro. Come ricostruito nel servizio, Jasmine - nata e cresciuta in Italia da famiglia algerina - vive con lo zio affidatario ad Aversa, in provincia di Caserta. È al primo anno di liceo, ormai è un’adolescente. Vede le compagne di scuola uscire e vuole farlo anche lei. Vuole uscire da quella casa in cui si sente prigioniera. «Un giorno sono andata con una mia amica a prendere un gelato e quando sono tornata a casa mio zio non mi voleva più fare entrare. Poi mi ha picchiato. Ma mio zio non è che picchia piano... picchia con la mano pesante, pesantissima. Avevo i lividi. Un’altra volta, invece, mi ha picchiato forte perché ho scaricato Tiktok sul telefono». Passano i mesi e arriva l’estate. Lo zio la porta in Algeria con l’inganno, con la scusa di una vacanza. Poi le sottrae i documenti per relegarla lì: «Me li ha nascosti. Mi dice che non posso più tornare in Italia, ma come non posso più tornare in Italia?».
Jasmine è imprigionata da luglio a El Milia, provincia di Jijel. Passa da una casa all’altra. Amici, parenti. Ha paura e teme anche un matrimonio combinato. «Me ne hanno parlato... ma perché mi parlano di farmi sposare? Io ho 14 anni - dice piangendo -. Mio zio mi ha lasciato qui per questo. Vuole che io finisca come le mie zie, sposate da piccole con persone più anziane. Aiutatemi a tornare in Italia il più presto possibile».
Jasmine sta vivendo un incubo. Ha fatto una denuncia all’ambasciata italiana di Algeri per i documenti che suo zio le ha rubato. Nel documento si legge la data di smarrimento: 1 settembre 2024. E il luogo: Baraki. «Lui è tornato in Italia e non mi ha più risposto al telefono». Proprio così, suo zio Kamal è sparito, l’ha disconosciuta, definendola addirittura una poco di buono. «Tenetevela voi questa cagna, è da troppo che mantengo questa puttana», ha scritto ad alcuni parenti in Algeria. Ed eccolo quell’Islam che non ci accetta, che ci guarda con disprezzo. Che ripudia una bambina, un’adolescente, che voleva solo continuare a studiare. Una ragazzina che ha commesso il peccato di voler essere libera. Jasmine, tra l’altro, è ancora negli anni della scuola dell’obbligo. Proprio ieri ha ricevuto una mail: «Sollecito pagamento contributo scolastico anno 24/25». Ma lei, in classe, non si è più potuta presentare. «Siamo preoccupate, l’hanno portata là per una questione di cultura e non l’hanno fatta più ritornare». Questa la denuncia delle sue compagne di scuola. «Lei voleva solo essere una ragazza libera, ora ha paura che la facciano sposare con qualche anziano». Come ci raccontano le sue amiche, Jasmine era costretta a vivere segregata in casa. «Non la facevano proprio uscire. Nemmeno con noi. Non l’abbiamo mai vista oltre il confine scolastico. Scuola e casa, basta». Anche alcuni insegnanti si sono attivati per cercarla: «Qualcuno mi sa dire se Jasmine sta bene? L’avete sentita? Potete darmi aggiornamenti per favore?», si chiede un prof su una chat di gruppo della scuola. La quattordicenne dice di aver chiesto aiuto anche ai carabinieri e agli assistenti sociali quando era in Italia. «Mi ero rivolta a loro, avevo detto che volevo andarmene dalla casa di mio zio, che volevo andare in una comunità». Bloccata dalla paura, poi, non ha raccontato tutta la verità. «Non me la sono sentita di denunciare le violenze perché avevo paura delle conseguenze...».
Chi scrive ha tentato di chiedere spiegazioni allo zio della giovane, Kamal Farah, che intanto continua a vivere tranquillamente ad Aversa con la sua famiglia. È stato pizzicato davanti a un supermercato dalle telecamere di Fuori dal Coro. Di fronte alle domande («Dove ha nascosto i documenti di sua nipote? Non vuole che sua nipote viva qua in Italia perché è troppo libera qui? Non le piace come viviamo noi in Italia?»), l’uomo ha perso la pazienza e ha quasi messo le mani al collo alla sottoscritta, urlando di smetterla. Poi è scappato con la sua auto, e la vergogna stampata in faccia.
Intanto Jasmine, dall’Algeria, chiede di non essere abbandonata: «Non ce la faccio più... Non voglio fare questa fine. Spero che qualcuno mi aiuti a tornare il più presto possibile...».
Altra raffica di espulsioni e arresti
Due arrestati di ritorno a Lampedusa nonostante i decreti di espulsione, un cittadino iracheno estradato in Italia e accusato di far parte di una rete criminale internazionale, decine di provvedimenti di espulsione a Como, nuovi sbarchi a Lampedusa e un presunto scafista fermato a Ragusa: l’immigrazione fuori controllo, sostenuta dalla rete del traffico di esseri umani, continua senza sosta a insidiare il territorio italiano.
A fronte di continui sbarchi e con l’hotspot di Lampedusa di nuovo pieno, le operazioni delle forze dell’ordine si intensificano. Ieri due nordafricani, un tunisino e un egiziano, sono stati arrestati ad Agrigento dalla Squadra mobile. Nonostante fossero gravati da decreti di espulsione, sono riusciti a tornare in Italia approdando a Lampedusa, ignorando la misura di sicurezza che era stata disposta nei loro confronti. La Procura di Agrigento ha disposto gli arresti domiciliari nell’hotspot di contrada Imbriacola. Ma è solo uno dei capitoli dell’intensa giornata di ieri. Non è solo un problema di numeri e flussi, ma una sfida legata a reti criminali ben radicate che operano a livello transnazionale e traggono profitto dal dramma umano della migrazione. Un esempio lampante è l’estradizione in Italia, richiesta dalla Procura antimafia di Catanzaro e disposta dal gip, di un iracheno accusato di essere parte di un’associazione criminale internazionale che facilitava il traffico di migranti e riciclava i proventi di questa attività. L’iracheno, arrestato in Olanda dopo mesi di latitanza, agiva a livello internazionale. Era sfuggito alla cattura durante un blitz che aveva smantellato una cellula dell’organizzazione che si era insediata a Foggia, città dalla quale aveva organizzato diversi approdi clandestini in Salento. Ma non è finita. A Bologna due tunisini, padre e figlio, sono stati colpiti da un provvedimento di espulsione. «I due», spiegano dalla questura, «sono stati poco collaborativi e molesti durante il tragitto e all’aeroporto di Fiumicino hanno aggravato la loro condotta opponendo resistenza agli agenti e danneggiando le autovetture di servizio». Il più giovane avrebbe sfondato il finestrino laterale dell’auto di servizio dopo averlo colpito più volte a calci. Non solo: avrebbe lanciato una bottiglia d’acqua contro una poliziotta. I due erano sbarcati a Lampedusa nel 2020 e da allora hanno inanellato una serie di precedenti: il figlio per i reati di resistenza a pubblico ufficiale e ricettazione, mentre il padre per stupefacenti e lesioni personali. Entrambi avevano fatto una richiesta di protezione internazionale che era stata negata, ma erano riusciti a continuare a circolare indisturbati in Italia. Da Como, invece, è partita una raffica di decreti di espulsione per questioni legate all’immigrazione clandestina, all’illegalità e alla sicurezza urbana. E di stranieri irregolari ne sono stati individuati 29. Per sette è stato disposto l’accompagnamento alla frontiera, mentre sono stati 16 gli ordini del questore di lasciare il territorio nazionale entro sette giorni. Tre le misure alternative della presentazione alla polizia giudiziaria in attesa del rimpatrio e infine sono stati disposti tre accompagnamenti nei Cpr. Erano quasi tutti arrivati in Italia con i barconi e dalla Sicilia si erano spostati in Lombardia. In un travaso che ormai sembra continuo. A Lampedusa, epicentro degli sbarchi, la situazione è di nuovo critica: i tre arrivi della scorsa notte hanno portato altri 154 migranti nell’hotspot, dopo che la giornata di mercoledì era già stata segnata da otto approdi e 338 migranti. Infine, a Ragusa è stato arrestato un presunto scafista con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La sua imbarcazione trasportava 25 migranti salpati da Sfax, in Tunisia, poi soccorsi dalla nave Ong Sea Eye 5. Un’ulteriore conferma che spesso i taxi del mare vengono sfruttati dagli scafisti trafficanti di esseri umani.
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L’uomo con l’inganno ha trasferito la minorenne, nata e cresciuta in Italia, a El Milia, dov’è tuttora relegata. Poi le ha sottratto i documenti. «Mi ha sempre picchiata e ora ho paura mi faccia sposare», grida la nipote.A Lampedusa sono risbucati due irregolari già allontanati dal nostro Paese: presi. A Ragusa fermato uno scafista, a Como individuati 26 stranieri da rimandare a casa.Lo speciale contiene due articoli.La chiamata di Jasmine (nome di fantasia) arriva sabato notte. «Signora, ho bisogno di aiuto, non ce la faccio più». Ha la voce tenera di una bambina, con il fiato spezzato dal pianto. «Ho paura che mi facciano sposare qualcuno di più grande, ma io non voglio fare ’sta fine, voglio tornare in Italia». Il suo è un grido disperato. «Mi trovo in Algeria. Io sono nata e cresciuta in Italia, ma mio zio mi ha portato qui con l’inganno e ora non posso più tornare. Mi ha sottratto il passaporto e il permesso di soggiorno». Lui, lo zio affidatario di questa quattordicenne, è Kamal Farah, un musulmano con la mentalità chiusa. Colui che doveva proteggere la nipote, e invece l’ha punita perché voleva vivere all’occidentale. L’ha punita perché voleva essere libera e uscire a prendere un gelato con le amiche. Mettersi un top e un jeans attillato. Chi scrive ha indagato sulla vicenda di questa bambina per la trasmissione Fuori dal Coro. Come ricostruito nel servizio, Jasmine - nata e cresciuta in Italia da famiglia algerina - vive con lo zio affidatario ad Aversa, in provincia di Caserta. È al primo anno di liceo, ormai è un’adolescente. Vede le compagne di scuola uscire e vuole farlo anche lei. Vuole uscire da quella casa in cui si sente prigioniera. «Un giorno sono andata con una mia amica a prendere un gelato e quando sono tornata a casa mio zio non mi voleva più fare entrare. Poi mi ha picchiato. Ma mio zio non è che picchia piano... picchia con la mano pesante, pesantissima. Avevo i lividi. Un’altra volta, invece, mi ha picchiato forte perché ho scaricato Tiktok sul telefono». Passano i mesi e arriva l’estate. Lo zio la porta in Algeria con l’inganno, con la scusa di una vacanza. Poi le sottrae i documenti per relegarla lì: «Me li ha nascosti. Mi dice che non posso più tornare in Italia, ma come non posso più tornare in Italia?». Jasmine è imprigionata da luglio a El Milia, provincia di Jijel. Passa da una casa all’altra. Amici, parenti. Ha paura e teme anche un matrimonio combinato. «Me ne hanno parlato... ma perché mi parlano di farmi sposare? Io ho 14 anni - dice piangendo -. Mio zio mi ha lasciato qui per questo. Vuole che io finisca come le mie zie, sposate da piccole con persone più anziane. Aiutatemi a tornare in Italia il più presto possibile». Jasmine sta vivendo un incubo. Ha fatto una denuncia all’ambasciata italiana di Algeri per i documenti che suo zio le ha rubato. Nel documento si legge la data di smarrimento: 1 settembre 2024. E il luogo: Baraki. «Lui è tornato in Italia e non mi ha più risposto al telefono». Proprio così, suo zio Kamal è sparito, l’ha disconosciuta, definendola addirittura una poco di buono. «Tenetevela voi questa cagna, è da troppo che mantengo questa puttana», ha scritto ad alcuni parenti in Algeria. Ed eccolo quell’Islam che non ci accetta, che ci guarda con disprezzo. Che ripudia una bambina, un’adolescente, che voleva solo continuare a studiare. Una ragazzina che ha commesso il peccato di voler essere libera. Jasmine, tra l’altro, è ancora negli anni della scuola dell’obbligo. Proprio ieri ha ricevuto una mail: «Sollecito pagamento contributo scolastico anno 24/25». Ma lei, in classe, non si è più potuta presentare. «Siamo preoccupate, l’hanno portata là per una questione di cultura e non l’hanno fatta più ritornare». Questa la denuncia delle sue compagne di scuola. «Lei voleva solo essere una ragazza libera, ora ha paura che la facciano sposare con qualche anziano». Come ci raccontano le sue amiche, Jasmine era costretta a vivere segregata in casa. «Non la facevano proprio uscire. Nemmeno con noi. Non l’abbiamo mai vista oltre il confine scolastico. Scuola e casa, basta». Anche alcuni insegnanti si sono attivati per cercarla: «Qualcuno mi sa dire se Jasmine sta bene? L’avete sentita? Potete darmi aggiornamenti per favore?», si chiede un prof su una chat di gruppo della scuola. La quattordicenne dice di aver chiesto aiuto anche ai carabinieri e agli assistenti sociali quando era in Italia. «Mi ero rivolta a loro, avevo detto che volevo andarmene dalla casa di mio zio, che volevo andare in una comunità». Bloccata dalla paura, poi, non ha raccontato tutta la verità. «Non me la sono sentita di denunciare le violenze perché avevo paura delle conseguenze...».Chi scrive ha tentato di chiedere spiegazioni allo zio della giovane, Kamal Farah, che intanto continua a vivere tranquillamente ad Aversa con la sua famiglia. È stato pizzicato davanti a un supermercato dalle telecamere di Fuori dal Coro. Di fronte alle domande («Dove ha nascosto i documenti di sua nipote? Non vuole che sua nipote viva qua in Italia perché è troppo libera qui? Non le piace come viviamo noi in Italia?»), l’uomo ha perso la pazienza e ha quasi messo le mani al collo alla sottoscritta, urlando di smetterla. Poi è scappato con la sua auto, e la vergogna stampata in faccia. Intanto Jasmine, dall’Algeria, chiede di non essere abbandonata: «Non ce la faccio più... Non voglio fare questa fine. Spero che qualcuno mi aiuti a tornare il più presto possibile...».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zio-rapisce-porta-in-algeria-2669885343.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="altra-raffica-di-espulsioni-e-arresti" data-post-id="2669885343" data-published-at="1731665538" data-use-pagination="False"> Altra raffica di espulsioni e arresti Due arrestati di ritorno a Lampedusa nonostante i decreti di espulsione, un cittadino iracheno estradato in Italia e accusato di far parte di una rete criminale internazionale, decine di provvedimenti di espulsione a Como, nuovi sbarchi a Lampedusa e un presunto scafista fermato a Ragusa: l’immigrazione fuori controllo, sostenuta dalla rete del traffico di esseri umani, continua senza sosta a insidiare il territorio italiano. A fronte di continui sbarchi e con l’hotspot di Lampedusa di nuovo pieno, le operazioni delle forze dell’ordine si intensificano. Ieri due nordafricani, un tunisino e un egiziano, sono stati arrestati ad Agrigento dalla Squadra mobile. Nonostante fossero gravati da decreti di espulsione, sono riusciti a tornare in Italia approdando a Lampedusa, ignorando la misura di sicurezza che era stata disposta nei loro confronti. La Procura di Agrigento ha disposto gli arresti domiciliari nell’hotspot di contrada Imbriacola. Ma è solo uno dei capitoli dell’intensa giornata di ieri. Non è solo un problema di numeri e flussi, ma una sfida legata a reti criminali ben radicate che operano a livello transnazionale e traggono profitto dal dramma umano della migrazione. Un esempio lampante è l’estradizione in Italia, richiesta dalla Procura antimafia di Catanzaro e disposta dal gip, di un iracheno accusato di essere parte di un’associazione criminale internazionale che facilitava il traffico di migranti e riciclava i proventi di questa attività. L’iracheno, arrestato in Olanda dopo mesi di latitanza, agiva a livello internazionale. Era sfuggito alla cattura durante un blitz che aveva smantellato una cellula dell’organizzazione che si era insediata a Foggia, città dalla quale aveva organizzato diversi approdi clandestini in Salento. Ma non è finita. A Bologna due tunisini, padre e figlio, sono stati colpiti da un provvedimento di espulsione. «I due», spiegano dalla questura, «sono stati poco collaborativi e molesti durante il tragitto e all’aeroporto di Fiumicino hanno aggravato la loro condotta opponendo resistenza agli agenti e danneggiando le autovetture di servizio». Il più giovane avrebbe sfondato il finestrino laterale dell’auto di servizio dopo averlo colpito più volte a calci. Non solo: avrebbe lanciato una bottiglia d’acqua contro una poliziotta. I due erano sbarcati a Lampedusa nel 2020 e da allora hanno inanellato una serie di precedenti: il figlio per i reati di resistenza a pubblico ufficiale e ricettazione, mentre il padre per stupefacenti e lesioni personali. Entrambi avevano fatto una richiesta di protezione internazionale che era stata negata, ma erano riusciti a continuare a circolare indisturbati in Italia. Da Como, invece, è partita una raffica di decreti di espulsione per questioni legate all’immigrazione clandestina, all’illegalità e alla sicurezza urbana. E di stranieri irregolari ne sono stati individuati 29. Per sette è stato disposto l’accompagnamento alla frontiera, mentre sono stati 16 gli ordini del questore di lasciare il territorio nazionale entro sette giorni. Tre le misure alternative della presentazione alla polizia giudiziaria in attesa del rimpatrio e infine sono stati disposti tre accompagnamenti nei Cpr. Erano quasi tutti arrivati in Italia con i barconi e dalla Sicilia si erano spostati in Lombardia. In un travaso che ormai sembra continuo. A Lampedusa, epicentro degli sbarchi, la situazione è di nuovo critica: i tre arrivi della scorsa notte hanno portato altri 154 migranti nell’hotspot, dopo che la giornata di mercoledì era già stata segnata da otto approdi e 338 migranti. Infine, a Ragusa è stato arrestato un presunto scafista con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La sua imbarcazione trasportava 25 migranti salpati da Sfax, in Tunisia, poi soccorsi dalla nave Ong Sea Eye 5. Un’ulteriore conferma che spesso i taxi del mare vengono sfruttati dagli scafisti trafficanti di esseri umani.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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