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2024-11-15
Lo zio la rapisce e la porta in Algeria solo perché vive all’occidentale
Nel riquadro in alto la giovane segregata, sotto lo zio Kamal Farah (iStock)
La chiamata di Jasmine (nome di fantasia) arriva sabato notte. «Signora, ho bisogno di aiuto, non ce la faccio più». Ha la voce tenera di una bambina, con il fiato spezzato dal pianto. «Ho paura che mi facciano sposare qualcuno di più grande, ma io non voglio fare ’sta fine, voglio tornare in Italia». Il suo è un grido disperato. «Mi trovo in Algeria. Io sono nata e cresciuta in Italia, ma mio zio mi ha portato qui con l’inganno e ora non posso più tornare. Mi ha sottratto il passaporto e il permesso di soggiorno». Lui, lo zio affidatario di questa quattordicenne, è Kamal Farah, un musulmano con la mentalità chiusa. Colui che doveva proteggere la nipote, e invece l’ha punita perché voleva vivere all’occidentale. L’ha punita perché voleva essere libera e uscire a prendere un gelato con le amiche. Mettersi un top e un jeans attillato.
Chi scrive ha indagato sulla vicenda di questa bambina per la trasmissione Fuori dal Coro. Come ricostruito nel servizio, Jasmine - nata e cresciuta in Italia da famiglia algerina - vive con lo zio affidatario ad Aversa, in provincia di Caserta. È al primo anno di liceo, ormai è un’adolescente. Vede le compagne di scuola uscire e vuole farlo anche lei. Vuole uscire da quella casa in cui si sente prigioniera. «Un giorno sono andata con una mia amica a prendere un gelato e quando sono tornata a casa mio zio non mi voleva più fare entrare. Poi mi ha picchiato. Ma mio zio non è che picchia piano... picchia con la mano pesante, pesantissima. Avevo i lividi. Un’altra volta, invece, mi ha picchiato forte perché ho scaricato Tiktok sul telefono». Passano i mesi e arriva l’estate. Lo zio la porta in Algeria con l’inganno, con la scusa di una vacanza. Poi le sottrae i documenti per relegarla lì: «Me li ha nascosti. Mi dice che non posso più tornare in Italia, ma come non posso più tornare in Italia?».
Jasmine è imprigionata da luglio a El Milia, provincia di Jijel. Passa da una casa all’altra. Amici, parenti. Ha paura e teme anche un matrimonio combinato. «Me ne hanno parlato... ma perché mi parlano di farmi sposare? Io ho 14 anni - dice piangendo -. Mio zio mi ha lasciato qui per questo. Vuole che io finisca come le mie zie, sposate da piccole con persone più anziane. Aiutatemi a tornare in Italia il più presto possibile».
Jasmine sta vivendo un incubo. Ha fatto una denuncia all’ambasciata italiana di Algeri per i documenti che suo zio le ha rubato. Nel documento si legge la data di smarrimento: 1 settembre 2024. E il luogo: Baraki. «Lui è tornato in Italia e non mi ha più risposto al telefono». Proprio così, suo zio Kamal è sparito, l’ha disconosciuta, definendola addirittura una poco di buono. «Tenetevela voi questa cagna, è da troppo che mantengo questa puttana», ha scritto ad alcuni parenti in Algeria. Ed eccolo quell’Islam che non ci accetta, che ci guarda con disprezzo. Che ripudia una bambina, un’adolescente, che voleva solo continuare a studiare. Una ragazzina che ha commesso il peccato di voler essere libera. Jasmine, tra l’altro, è ancora negli anni della scuola dell’obbligo. Proprio ieri ha ricevuto una mail: «Sollecito pagamento contributo scolastico anno 24/25». Ma lei, in classe, non si è più potuta presentare. «Siamo preoccupate, l’hanno portata là per una questione di cultura e non l’hanno fatta più ritornare». Questa la denuncia delle sue compagne di scuola. «Lei voleva solo essere una ragazza libera, ora ha paura che la facciano sposare con qualche anziano». Come ci raccontano le sue amiche, Jasmine era costretta a vivere segregata in casa. «Non la facevano proprio uscire. Nemmeno con noi. Non l’abbiamo mai vista oltre il confine scolastico. Scuola e casa, basta». Anche alcuni insegnanti si sono attivati per cercarla: «Qualcuno mi sa dire se Jasmine sta bene? L’avete sentita? Potete darmi aggiornamenti per favore?», si chiede un prof su una chat di gruppo della scuola. La quattordicenne dice di aver chiesto aiuto anche ai carabinieri e agli assistenti sociali quando era in Italia. «Mi ero rivolta a loro, avevo detto che volevo andarmene dalla casa di mio zio, che volevo andare in una comunità». Bloccata dalla paura, poi, non ha raccontato tutta la verità. «Non me la sono sentita di denunciare le violenze perché avevo paura delle conseguenze...».
Chi scrive ha tentato di chiedere spiegazioni allo zio della giovane, Kamal Farah, che intanto continua a vivere tranquillamente ad Aversa con la sua famiglia. È stato pizzicato davanti a un supermercato dalle telecamere di Fuori dal Coro. Di fronte alle domande («Dove ha nascosto i documenti di sua nipote? Non vuole che sua nipote viva qua in Italia perché è troppo libera qui? Non le piace come viviamo noi in Italia?»), l’uomo ha perso la pazienza e ha quasi messo le mani al collo alla sottoscritta, urlando di smetterla. Poi è scappato con la sua auto, e la vergogna stampata in faccia.
Intanto Jasmine, dall’Algeria, chiede di non essere abbandonata: «Non ce la faccio più... Non voglio fare questa fine. Spero che qualcuno mi aiuti a tornare il più presto possibile...».
Altra raffica di espulsioni e arresti
Due arrestati di ritorno a Lampedusa nonostante i decreti di espulsione, un cittadino iracheno estradato in Italia e accusato di far parte di una rete criminale internazionale, decine di provvedimenti di espulsione a Como, nuovi sbarchi a Lampedusa e un presunto scafista fermato a Ragusa: l’immigrazione fuori controllo, sostenuta dalla rete del traffico di esseri umani, continua senza sosta a insidiare il territorio italiano.
A fronte di continui sbarchi e con l’hotspot di Lampedusa di nuovo pieno, le operazioni delle forze dell’ordine si intensificano. Ieri due nordafricani, un tunisino e un egiziano, sono stati arrestati ad Agrigento dalla Squadra mobile. Nonostante fossero gravati da decreti di espulsione, sono riusciti a tornare in Italia approdando a Lampedusa, ignorando la misura di sicurezza che era stata disposta nei loro confronti. La Procura di Agrigento ha disposto gli arresti domiciliari nell’hotspot di contrada Imbriacola. Ma è solo uno dei capitoli dell’intensa giornata di ieri. Non è solo un problema di numeri e flussi, ma una sfida legata a reti criminali ben radicate che operano a livello transnazionale e traggono profitto dal dramma umano della migrazione. Un esempio lampante è l’estradizione in Italia, richiesta dalla Procura antimafia di Catanzaro e disposta dal gip, di un iracheno accusato di essere parte di un’associazione criminale internazionale che facilitava il traffico di migranti e riciclava i proventi di questa attività. L’iracheno, arrestato in Olanda dopo mesi di latitanza, agiva a livello internazionale. Era sfuggito alla cattura durante un blitz che aveva smantellato una cellula dell’organizzazione che si era insediata a Foggia, città dalla quale aveva organizzato diversi approdi clandestini in Salento. Ma non è finita. A Bologna due tunisini, padre e figlio, sono stati colpiti da un provvedimento di espulsione. «I due», spiegano dalla questura, «sono stati poco collaborativi e molesti durante il tragitto e all’aeroporto di Fiumicino hanno aggravato la loro condotta opponendo resistenza agli agenti e danneggiando le autovetture di servizio». Il più giovane avrebbe sfondato il finestrino laterale dell’auto di servizio dopo averlo colpito più volte a calci. Non solo: avrebbe lanciato una bottiglia d’acqua contro una poliziotta. I due erano sbarcati a Lampedusa nel 2020 e da allora hanno inanellato una serie di precedenti: il figlio per i reati di resistenza a pubblico ufficiale e ricettazione, mentre il padre per stupefacenti e lesioni personali. Entrambi avevano fatto una richiesta di protezione internazionale che era stata negata, ma erano riusciti a continuare a circolare indisturbati in Italia. Da Como, invece, è partita una raffica di decreti di espulsione per questioni legate all’immigrazione clandestina, all’illegalità e alla sicurezza urbana. E di stranieri irregolari ne sono stati individuati 29. Per sette è stato disposto l’accompagnamento alla frontiera, mentre sono stati 16 gli ordini del questore di lasciare il territorio nazionale entro sette giorni. Tre le misure alternative della presentazione alla polizia giudiziaria in attesa del rimpatrio e infine sono stati disposti tre accompagnamenti nei Cpr. Erano quasi tutti arrivati in Italia con i barconi e dalla Sicilia si erano spostati in Lombardia. In un travaso che ormai sembra continuo. A Lampedusa, epicentro degli sbarchi, la situazione è di nuovo critica: i tre arrivi della scorsa notte hanno portato altri 154 migranti nell’hotspot, dopo che la giornata di mercoledì era già stata segnata da otto approdi e 338 migranti. Infine, a Ragusa è stato arrestato un presunto scafista con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La sua imbarcazione trasportava 25 migranti salpati da Sfax, in Tunisia, poi soccorsi dalla nave Ong Sea Eye 5. Un’ulteriore conferma che spesso i taxi del mare vengono sfruttati dagli scafisti trafficanti di esseri umani.
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L’uomo con l’inganno ha trasferito la minorenne, nata e cresciuta in Italia, a El Milia, dov’è tuttora relegata. Poi le ha sottratto i documenti. «Mi ha sempre picchiata e ora ho paura mi faccia sposare», grida la nipote.A Lampedusa sono risbucati due irregolari già allontanati dal nostro Paese: presi. A Ragusa fermato uno scafista, a Como individuati 26 stranieri da rimandare a casa.Lo speciale contiene due articoli.La chiamata di Jasmine (nome di fantasia) arriva sabato notte. «Signora, ho bisogno di aiuto, non ce la faccio più». Ha la voce tenera di una bambina, con il fiato spezzato dal pianto. «Ho paura che mi facciano sposare qualcuno di più grande, ma io non voglio fare ’sta fine, voglio tornare in Italia». Il suo è un grido disperato. «Mi trovo in Algeria. Io sono nata e cresciuta in Italia, ma mio zio mi ha portato qui con l’inganno e ora non posso più tornare. Mi ha sottratto il passaporto e il permesso di soggiorno». Lui, lo zio affidatario di questa quattordicenne, è Kamal Farah, un musulmano con la mentalità chiusa. Colui che doveva proteggere la nipote, e invece l’ha punita perché voleva vivere all’occidentale. L’ha punita perché voleva essere libera e uscire a prendere un gelato con le amiche. Mettersi un top e un jeans attillato. Chi scrive ha indagato sulla vicenda di questa bambina per la trasmissione Fuori dal Coro. Come ricostruito nel servizio, Jasmine - nata e cresciuta in Italia da famiglia algerina - vive con lo zio affidatario ad Aversa, in provincia di Caserta. È al primo anno di liceo, ormai è un’adolescente. Vede le compagne di scuola uscire e vuole farlo anche lei. Vuole uscire da quella casa in cui si sente prigioniera. «Un giorno sono andata con una mia amica a prendere un gelato e quando sono tornata a casa mio zio non mi voleva più fare entrare. Poi mi ha picchiato. Ma mio zio non è che picchia piano... picchia con la mano pesante, pesantissima. Avevo i lividi. Un’altra volta, invece, mi ha picchiato forte perché ho scaricato Tiktok sul telefono». Passano i mesi e arriva l’estate. Lo zio la porta in Algeria con l’inganno, con la scusa di una vacanza. Poi le sottrae i documenti per relegarla lì: «Me li ha nascosti. Mi dice che non posso più tornare in Italia, ma come non posso più tornare in Italia?». Jasmine è imprigionata da luglio a El Milia, provincia di Jijel. Passa da una casa all’altra. Amici, parenti. Ha paura e teme anche un matrimonio combinato. «Me ne hanno parlato... ma perché mi parlano di farmi sposare? Io ho 14 anni - dice piangendo -. Mio zio mi ha lasciato qui per questo. Vuole che io finisca come le mie zie, sposate da piccole con persone più anziane. Aiutatemi a tornare in Italia il più presto possibile». Jasmine sta vivendo un incubo. Ha fatto una denuncia all’ambasciata italiana di Algeri per i documenti che suo zio le ha rubato. Nel documento si legge la data di smarrimento: 1 settembre 2024. E il luogo: Baraki. «Lui è tornato in Italia e non mi ha più risposto al telefono». Proprio così, suo zio Kamal è sparito, l’ha disconosciuta, definendola addirittura una poco di buono. «Tenetevela voi questa cagna, è da troppo che mantengo questa puttana», ha scritto ad alcuni parenti in Algeria. Ed eccolo quell’Islam che non ci accetta, che ci guarda con disprezzo. Che ripudia una bambina, un’adolescente, che voleva solo continuare a studiare. Una ragazzina che ha commesso il peccato di voler essere libera. Jasmine, tra l’altro, è ancora negli anni della scuola dell’obbligo. Proprio ieri ha ricevuto una mail: «Sollecito pagamento contributo scolastico anno 24/25». Ma lei, in classe, non si è più potuta presentare. «Siamo preoccupate, l’hanno portata là per una questione di cultura e non l’hanno fatta più ritornare». Questa la denuncia delle sue compagne di scuola. «Lei voleva solo essere una ragazza libera, ora ha paura che la facciano sposare con qualche anziano». Come ci raccontano le sue amiche, Jasmine era costretta a vivere segregata in casa. «Non la facevano proprio uscire. Nemmeno con noi. Non l’abbiamo mai vista oltre il confine scolastico. Scuola e casa, basta». Anche alcuni insegnanti si sono attivati per cercarla: «Qualcuno mi sa dire se Jasmine sta bene? L’avete sentita? Potete darmi aggiornamenti per favore?», si chiede un prof su una chat di gruppo della scuola. La quattordicenne dice di aver chiesto aiuto anche ai carabinieri e agli assistenti sociali quando era in Italia. «Mi ero rivolta a loro, avevo detto che volevo andarmene dalla casa di mio zio, che volevo andare in una comunità». Bloccata dalla paura, poi, non ha raccontato tutta la verità. «Non me la sono sentita di denunciare le violenze perché avevo paura delle conseguenze...».Chi scrive ha tentato di chiedere spiegazioni allo zio della giovane, Kamal Farah, che intanto continua a vivere tranquillamente ad Aversa con la sua famiglia. È stato pizzicato davanti a un supermercato dalle telecamere di Fuori dal Coro. Di fronte alle domande («Dove ha nascosto i documenti di sua nipote? Non vuole che sua nipote viva qua in Italia perché è troppo libera qui? Non le piace come viviamo noi in Italia?»), l’uomo ha perso la pazienza e ha quasi messo le mani al collo alla sottoscritta, urlando di smetterla. Poi è scappato con la sua auto, e la vergogna stampata in faccia. Intanto Jasmine, dall’Algeria, chiede di non essere abbandonata: «Non ce la faccio più... Non voglio fare questa fine. Spero che qualcuno mi aiuti a tornare il più presto possibile...».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zio-rapisce-porta-in-algeria-2669885343.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="altra-raffica-di-espulsioni-e-arresti" data-post-id="2669885343" data-published-at="1731665538" data-use-pagination="False"> Altra raffica di espulsioni e arresti Due arrestati di ritorno a Lampedusa nonostante i decreti di espulsione, un cittadino iracheno estradato in Italia e accusato di far parte di una rete criminale internazionale, decine di provvedimenti di espulsione a Como, nuovi sbarchi a Lampedusa e un presunto scafista fermato a Ragusa: l’immigrazione fuori controllo, sostenuta dalla rete del traffico di esseri umani, continua senza sosta a insidiare il territorio italiano. A fronte di continui sbarchi e con l’hotspot di Lampedusa di nuovo pieno, le operazioni delle forze dell’ordine si intensificano. Ieri due nordafricani, un tunisino e un egiziano, sono stati arrestati ad Agrigento dalla Squadra mobile. Nonostante fossero gravati da decreti di espulsione, sono riusciti a tornare in Italia approdando a Lampedusa, ignorando la misura di sicurezza che era stata disposta nei loro confronti. La Procura di Agrigento ha disposto gli arresti domiciliari nell’hotspot di contrada Imbriacola. Ma è solo uno dei capitoli dell’intensa giornata di ieri. Non è solo un problema di numeri e flussi, ma una sfida legata a reti criminali ben radicate che operano a livello transnazionale e traggono profitto dal dramma umano della migrazione. Un esempio lampante è l’estradizione in Italia, richiesta dalla Procura antimafia di Catanzaro e disposta dal gip, di un iracheno accusato di essere parte di un’associazione criminale internazionale che facilitava il traffico di migranti e riciclava i proventi di questa attività. L’iracheno, arrestato in Olanda dopo mesi di latitanza, agiva a livello internazionale. Era sfuggito alla cattura durante un blitz che aveva smantellato una cellula dell’organizzazione che si era insediata a Foggia, città dalla quale aveva organizzato diversi approdi clandestini in Salento. Ma non è finita. A Bologna due tunisini, padre e figlio, sono stati colpiti da un provvedimento di espulsione. «I due», spiegano dalla questura, «sono stati poco collaborativi e molesti durante il tragitto e all’aeroporto di Fiumicino hanno aggravato la loro condotta opponendo resistenza agli agenti e danneggiando le autovetture di servizio». Il più giovane avrebbe sfondato il finestrino laterale dell’auto di servizio dopo averlo colpito più volte a calci. Non solo: avrebbe lanciato una bottiglia d’acqua contro una poliziotta. I due erano sbarcati a Lampedusa nel 2020 e da allora hanno inanellato una serie di precedenti: il figlio per i reati di resistenza a pubblico ufficiale e ricettazione, mentre il padre per stupefacenti e lesioni personali. Entrambi avevano fatto una richiesta di protezione internazionale che era stata negata, ma erano riusciti a continuare a circolare indisturbati in Italia. Da Como, invece, è partita una raffica di decreti di espulsione per questioni legate all’immigrazione clandestina, all’illegalità e alla sicurezza urbana. E di stranieri irregolari ne sono stati individuati 29. Per sette è stato disposto l’accompagnamento alla frontiera, mentre sono stati 16 gli ordini del questore di lasciare il territorio nazionale entro sette giorni. Tre le misure alternative della presentazione alla polizia giudiziaria in attesa del rimpatrio e infine sono stati disposti tre accompagnamenti nei Cpr. Erano quasi tutti arrivati in Italia con i barconi e dalla Sicilia si erano spostati in Lombardia. In un travaso che ormai sembra continuo. A Lampedusa, epicentro degli sbarchi, la situazione è di nuovo critica: i tre arrivi della scorsa notte hanno portato altri 154 migranti nell’hotspot, dopo che la giornata di mercoledì era già stata segnata da otto approdi e 338 migranti. Infine, a Ragusa è stato arrestato un presunto scafista con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La sua imbarcazione trasportava 25 migranti salpati da Sfax, in Tunisia, poi soccorsi dalla nave Ong Sea Eye 5. Un’ulteriore conferma che spesso i taxi del mare vengono sfruttati dagli scafisti trafficanti di esseri umani.
Alessia Pifferi (Ansa)
Secondo la corte d’Appello (presidente Ivana Caputo) i giornalisti e i conduttori di programmi tv avrebbero dovuto appiattirsi nella penombra, mandare in onda brani di musica classica ed esimersi dal trattare uno dei più terribili delitti degli ultimi anni, quello commesso da Alessia Pifferi, che nel luglio del 2022 lasciò morire di stenti da sola in casa la figlia Diana di 18 mesi per andare a festeggiare per sei giorni con il fidanzato. Poiché la faccenda suscitò parecchio clamore e una forte ondata di legittima indignazione, moltiplicata (difficile negarlo) dal consueto cialtronismo social, la corte ha deciso di riformare la pena inflitta in primo grado all’imputata (ergastolo) togliendo le aggravanti dei futili e abietti motivi, e riconoscendo le circostanze attenuanti (totale 24 anni).
Per il collegio giudicante di secondo grado, in favore della donna hanno pesato il contesto socio-famigliare nel quale era cresciuta, qualche défaillance cognitiva e soprattutto l’incidenza perniciosa di «quel malvezzo contemporaneo, approdato a vette parossistiche con i moderni mezzi di comunicazione, chiamato processo mediatico, che ha fatto del processo penale un genere televisivo di svago e intrattenimento, dove si è adusi a condannare e ad assolvere secondo pregiudizio e secondo copione». La sorpresa innesca una duplice reazione. E lo spontaneo «bentornati sulla Terra» alle toghe si spegne immediatamente, all’apparire del quesito supremo: cosa ci azzecca (per dirla alla Antonio Di Pietro) il circo con i suoi molesti malvezzi con la sacralità di una sentenza che dovrebbe sorvolare-annullare-dimenticare le esibizioni da bar di telecamere e popolino?
Verrebbe da dire, nulla. Almeno si spera. Sennò invece del codice penale, per stabilire innocenti e colpevoli sarebbe più opportuno usare il sorteggio. Da Avetrana alla strage di Erba passando per il delitto di Perugia (do you remember Meredith Kercher?); dalla tragedia di Yara Gambirasio all’omicidio di Giulia Tramontano, nessun processo ha potuto esimersi dall’essere affiancato da articoli, interviste, retroscena, inciampi e litigi nelle Procure, revisioni annunciate, programmi televisivi, comparsate di criminologi più o meno accreditati. Con apparizioni scomparenti di medium, cartomanti e del mago Otelma. Tutto ciò senza che la giustizia tenesse conto del Barnum. O almeno non lo ammettesse con candore, visto che - dopo averlo scatenato - nulla può per arginarlo o imbavagliarlo. Se davvero, in assenza di legittima suspicione, dovessimo pensare che Chi l’ha visto?, Quarto grado, «Ignoto X» condizionano non solo l’opinione pubblica (poco male, sono i media bellezza) ma anche quella dei giudici, saremmo nel giorno zero del diritto. E dovremmo autoconvocarci tutti in vista del Garlasco Show.
Il 14 luglio 2022 Alessia Pifferi aveva abbandonato nel lettino da campo della casa di Pontelambro (Como) la figlia Diana di un anno e mezzo, mentre dormiva, con accanto una bottiglietta d’acqua e un biberon di latte. Ed era uscita con una valigia contenente un buon numero di abiti da sera per andare a trovare a Leffe (Bergamo) il fidanzato. La bimba è rimasta sei giorni da sola. Alla nonna, che telefonava per sapere come stava la nipote, Alessia faceva credere di essere a casa e rispondeva: «Bene, sta dormendo». Invece stava morendo di stenti. Invece, prima di esalare l’ultimo respiro, tentò di mangiare un pannolino. Quando la trovò senza vita, la madre si giustificò dicendo che l’aveva affidata a una babysitter inesistente. Poi, lentamente, ammise l’agghiacciante verità. Due perizie psichiatriche hanno stabilito che era in grado di intendere e di volere.
La sentenza che, in assenza di fatti nuovi, smonta le architravi di un omicidio volontario efferato e derubrica la pena per «l’asfissiante morbosità mediatica» e per «la lapidazione verbale» costituisce un precedente. E non può non sorprendere anche per la deriva freudiana, per la volontà del collegio di andare oltre i codici e avventurarsi negli empirei rarefatti della psicanalisi. Scrivono i giudici: «Il processo televisivo ha avuto ricadute deleterie e devastanti sulla condotta processuale, ha esercitato interferenze sul paradigma di assunzione delle prove». Un’ammissione di debolezza, di condizionamento di tutto il sistema giudiziario. Con un finale da brivido: «Le sentenze vengono emesse in nome del popolo italiano, non dal popolo italiano». Lo davamo per scontato dal primo anno di giurisprudenza. Ora non più.
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