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2024-11-15
Lo zio la rapisce e la porta in Algeria solo perché vive all’occidentale
Nel riquadro in alto la giovane segregata, sotto lo zio Kamal Farah (iStock)
La chiamata di Jasmine (nome di fantasia) arriva sabato notte. «Signora, ho bisogno di aiuto, non ce la faccio più». Ha la voce tenera di una bambina, con il fiato spezzato dal pianto. «Ho paura che mi facciano sposare qualcuno di più grande, ma io non voglio fare ’sta fine, voglio tornare in Italia». Il suo è un grido disperato. «Mi trovo in Algeria. Io sono nata e cresciuta in Italia, ma mio zio mi ha portato qui con l’inganno e ora non posso più tornare. Mi ha sottratto il passaporto e il permesso di soggiorno». Lui, lo zio affidatario di questa quattordicenne, è Kamal Farah, un musulmano con la mentalità chiusa. Colui che doveva proteggere la nipote, e invece l’ha punita perché voleva vivere all’occidentale. L’ha punita perché voleva essere libera e uscire a prendere un gelato con le amiche. Mettersi un top e un jeans attillato.
Chi scrive ha indagato sulla vicenda di questa bambina per la trasmissione Fuori dal Coro. Come ricostruito nel servizio, Jasmine - nata e cresciuta in Italia da famiglia algerina - vive con lo zio affidatario ad Aversa, in provincia di Caserta. È al primo anno di liceo, ormai è un’adolescente. Vede le compagne di scuola uscire e vuole farlo anche lei. Vuole uscire da quella casa in cui si sente prigioniera. «Un giorno sono andata con una mia amica a prendere un gelato e quando sono tornata a casa mio zio non mi voleva più fare entrare. Poi mi ha picchiato. Ma mio zio non è che picchia piano... picchia con la mano pesante, pesantissima. Avevo i lividi. Un’altra volta, invece, mi ha picchiato forte perché ho scaricato Tiktok sul telefono». Passano i mesi e arriva l’estate. Lo zio la porta in Algeria con l’inganno, con la scusa di una vacanza. Poi le sottrae i documenti per relegarla lì: «Me li ha nascosti. Mi dice che non posso più tornare in Italia, ma come non posso più tornare in Italia?».
Jasmine è imprigionata da luglio a El Milia, provincia di Jijel. Passa da una casa all’altra. Amici, parenti. Ha paura e teme anche un matrimonio combinato. «Me ne hanno parlato... ma perché mi parlano di farmi sposare? Io ho 14 anni - dice piangendo -. Mio zio mi ha lasciato qui per questo. Vuole che io finisca come le mie zie, sposate da piccole con persone più anziane. Aiutatemi a tornare in Italia il più presto possibile».
Jasmine sta vivendo un incubo. Ha fatto una denuncia all’ambasciata italiana di Algeri per i documenti che suo zio le ha rubato. Nel documento si legge la data di smarrimento: 1 settembre 2024. E il luogo: Baraki. «Lui è tornato in Italia e non mi ha più risposto al telefono». Proprio così, suo zio Kamal è sparito, l’ha disconosciuta, definendola addirittura una poco di buono. «Tenetevela voi questa cagna, è da troppo che mantengo questa puttana», ha scritto ad alcuni parenti in Algeria. Ed eccolo quell’Islam che non ci accetta, che ci guarda con disprezzo. Che ripudia una bambina, un’adolescente, che voleva solo continuare a studiare. Una ragazzina che ha commesso il peccato di voler essere libera. Jasmine, tra l’altro, è ancora negli anni della scuola dell’obbligo. Proprio ieri ha ricevuto una mail: «Sollecito pagamento contributo scolastico anno 24/25». Ma lei, in classe, non si è più potuta presentare. «Siamo preoccupate, l’hanno portata là per una questione di cultura e non l’hanno fatta più ritornare». Questa la denuncia delle sue compagne di scuola. «Lei voleva solo essere una ragazza libera, ora ha paura che la facciano sposare con qualche anziano». Come ci raccontano le sue amiche, Jasmine era costretta a vivere segregata in casa. «Non la facevano proprio uscire. Nemmeno con noi. Non l’abbiamo mai vista oltre il confine scolastico. Scuola e casa, basta». Anche alcuni insegnanti si sono attivati per cercarla: «Qualcuno mi sa dire se Jasmine sta bene? L’avete sentita? Potete darmi aggiornamenti per favore?», si chiede un prof su una chat di gruppo della scuola. La quattordicenne dice di aver chiesto aiuto anche ai carabinieri e agli assistenti sociali quando era in Italia. «Mi ero rivolta a loro, avevo detto che volevo andarmene dalla casa di mio zio, che volevo andare in una comunità». Bloccata dalla paura, poi, non ha raccontato tutta la verità. «Non me la sono sentita di denunciare le violenze perché avevo paura delle conseguenze...».
Chi scrive ha tentato di chiedere spiegazioni allo zio della giovane, Kamal Farah, che intanto continua a vivere tranquillamente ad Aversa con la sua famiglia. È stato pizzicato davanti a un supermercato dalle telecamere di Fuori dal Coro. Di fronte alle domande («Dove ha nascosto i documenti di sua nipote? Non vuole che sua nipote viva qua in Italia perché è troppo libera qui? Non le piace come viviamo noi in Italia?»), l’uomo ha perso la pazienza e ha quasi messo le mani al collo alla sottoscritta, urlando di smetterla. Poi è scappato con la sua auto, e la vergogna stampata in faccia.
Intanto Jasmine, dall’Algeria, chiede di non essere abbandonata: «Non ce la faccio più... Non voglio fare questa fine. Spero che qualcuno mi aiuti a tornare il più presto possibile...».
Altra raffica di espulsioni e arresti
Due arrestati di ritorno a Lampedusa nonostante i decreti di espulsione, un cittadino iracheno estradato in Italia e accusato di far parte di una rete criminale internazionale, decine di provvedimenti di espulsione a Como, nuovi sbarchi a Lampedusa e un presunto scafista fermato a Ragusa: l’immigrazione fuori controllo, sostenuta dalla rete del traffico di esseri umani, continua senza sosta a insidiare il territorio italiano.
A fronte di continui sbarchi e con l’hotspot di Lampedusa di nuovo pieno, le operazioni delle forze dell’ordine si intensificano. Ieri due nordafricani, un tunisino e un egiziano, sono stati arrestati ad Agrigento dalla Squadra mobile. Nonostante fossero gravati da decreti di espulsione, sono riusciti a tornare in Italia approdando a Lampedusa, ignorando la misura di sicurezza che era stata disposta nei loro confronti. La Procura di Agrigento ha disposto gli arresti domiciliari nell’hotspot di contrada Imbriacola. Ma è solo uno dei capitoli dell’intensa giornata di ieri. Non è solo un problema di numeri e flussi, ma una sfida legata a reti criminali ben radicate che operano a livello transnazionale e traggono profitto dal dramma umano della migrazione. Un esempio lampante è l’estradizione in Italia, richiesta dalla Procura antimafia di Catanzaro e disposta dal gip, di un iracheno accusato di essere parte di un’associazione criminale internazionale che facilitava il traffico di migranti e riciclava i proventi di questa attività. L’iracheno, arrestato in Olanda dopo mesi di latitanza, agiva a livello internazionale. Era sfuggito alla cattura durante un blitz che aveva smantellato una cellula dell’organizzazione che si era insediata a Foggia, città dalla quale aveva organizzato diversi approdi clandestini in Salento. Ma non è finita. A Bologna due tunisini, padre e figlio, sono stati colpiti da un provvedimento di espulsione. «I due», spiegano dalla questura, «sono stati poco collaborativi e molesti durante il tragitto e all’aeroporto di Fiumicino hanno aggravato la loro condotta opponendo resistenza agli agenti e danneggiando le autovetture di servizio». Il più giovane avrebbe sfondato il finestrino laterale dell’auto di servizio dopo averlo colpito più volte a calci. Non solo: avrebbe lanciato una bottiglia d’acqua contro una poliziotta. I due erano sbarcati a Lampedusa nel 2020 e da allora hanno inanellato una serie di precedenti: il figlio per i reati di resistenza a pubblico ufficiale e ricettazione, mentre il padre per stupefacenti e lesioni personali. Entrambi avevano fatto una richiesta di protezione internazionale che era stata negata, ma erano riusciti a continuare a circolare indisturbati in Italia. Da Como, invece, è partita una raffica di decreti di espulsione per questioni legate all’immigrazione clandestina, all’illegalità e alla sicurezza urbana. E di stranieri irregolari ne sono stati individuati 29. Per sette è stato disposto l’accompagnamento alla frontiera, mentre sono stati 16 gli ordini del questore di lasciare il territorio nazionale entro sette giorni. Tre le misure alternative della presentazione alla polizia giudiziaria in attesa del rimpatrio e infine sono stati disposti tre accompagnamenti nei Cpr. Erano quasi tutti arrivati in Italia con i barconi e dalla Sicilia si erano spostati in Lombardia. In un travaso che ormai sembra continuo. A Lampedusa, epicentro degli sbarchi, la situazione è di nuovo critica: i tre arrivi della scorsa notte hanno portato altri 154 migranti nell’hotspot, dopo che la giornata di mercoledì era già stata segnata da otto approdi e 338 migranti. Infine, a Ragusa è stato arrestato un presunto scafista con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La sua imbarcazione trasportava 25 migranti salpati da Sfax, in Tunisia, poi soccorsi dalla nave Ong Sea Eye 5. Un’ulteriore conferma che spesso i taxi del mare vengono sfruttati dagli scafisti trafficanti di esseri umani.
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L’uomo con l’inganno ha trasferito la minorenne, nata e cresciuta in Italia, a El Milia, dov’è tuttora relegata. Poi le ha sottratto i documenti. «Mi ha sempre picchiata e ora ho paura mi faccia sposare», grida la nipote.A Lampedusa sono risbucati due irregolari già allontanati dal nostro Paese: presi. A Ragusa fermato uno scafista, a Como individuati 26 stranieri da rimandare a casa.Lo speciale contiene due articoli.La chiamata di Jasmine (nome di fantasia) arriva sabato notte. «Signora, ho bisogno di aiuto, non ce la faccio più». Ha la voce tenera di una bambina, con il fiato spezzato dal pianto. «Ho paura che mi facciano sposare qualcuno di più grande, ma io non voglio fare ’sta fine, voglio tornare in Italia». Il suo è un grido disperato. «Mi trovo in Algeria. Io sono nata e cresciuta in Italia, ma mio zio mi ha portato qui con l’inganno e ora non posso più tornare. Mi ha sottratto il passaporto e il permesso di soggiorno». Lui, lo zio affidatario di questa quattordicenne, è Kamal Farah, un musulmano con la mentalità chiusa. Colui che doveva proteggere la nipote, e invece l’ha punita perché voleva vivere all’occidentale. L’ha punita perché voleva essere libera e uscire a prendere un gelato con le amiche. Mettersi un top e un jeans attillato. Chi scrive ha indagato sulla vicenda di questa bambina per la trasmissione Fuori dal Coro. Come ricostruito nel servizio, Jasmine - nata e cresciuta in Italia da famiglia algerina - vive con lo zio affidatario ad Aversa, in provincia di Caserta. È al primo anno di liceo, ormai è un’adolescente. Vede le compagne di scuola uscire e vuole farlo anche lei. Vuole uscire da quella casa in cui si sente prigioniera. «Un giorno sono andata con una mia amica a prendere un gelato e quando sono tornata a casa mio zio non mi voleva più fare entrare. Poi mi ha picchiato. Ma mio zio non è che picchia piano... picchia con la mano pesante, pesantissima. Avevo i lividi. Un’altra volta, invece, mi ha picchiato forte perché ho scaricato Tiktok sul telefono». Passano i mesi e arriva l’estate. Lo zio la porta in Algeria con l’inganno, con la scusa di una vacanza. Poi le sottrae i documenti per relegarla lì: «Me li ha nascosti. Mi dice che non posso più tornare in Italia, ma come non posso più tornare in Italia?». Jasmine è imprigionata da luglio a El Milia, provincia di Jijel. Passa da una casa all’altra. Amici, parenti. Ha paura e teme anche un matrimonio combinato. «Me ne hanno parlato... ma perché mi parlano di farmi sposare? Io ho 14 anni - dice piangendo -. Mio zio mi ha lasciato qui per questo. Vuole che io finisca come le mie zie, sposate da piccole con persone più anziane. Aiutatemi a tornare in Italia il più presto possibile». Jasmine sta vivendo un incubo. Ha fatto una denuncia all’ambasciata italiana di Algeri per i documenti che suo zio le ha rubato. Nel documento si legge la data di smarrimento: 1 settembre 2024. E il luogo: Baraki. «Lui è tornato in Italia e non mi ha più risposto al telefono». Proprio così, suo zio Kamal è sparito, l’ha disconosciuta, definendola addirittura una poco di buono. «Tenetevela voi questa cagna, è da troppo che mantengo questa puttana», ha scritto ad alcuni parenti in Algeria. Ed eccolo quell’Islam che non ci accetta, che ci guarda con disprezzo. Che ripudia una bambina, un’adolescente, che voleva solo continuare a studiare. Una ragazzina che ha commesso il peccato di voler essere libera. Jasmine, tra l’altro, è ancora negli anni della scuola dell’obbligo. Proprio ieri ha ricevuto una mail: «Sollecito pagamento contributo scolastico anno 24/25». Ma lei, in classe, non si è più potuta presentare. «Siamo preoccupate, l’hanno portata là per una questione di cultura e non l’hanno fatta più ritornare». Questa la denuncia delle sue compagne di scuola. «Lei voleva solo essere una ragazza libera, ora ha paura che la facciano sposare con qualche anziano». Come ci raccontano le sue amiche, Jasmine era costretta a vivere segregata in casa. «Non la facevano proprio uscire. Nemmeno con noi. Non l’abbiamo mai vista oltre il confine scolastico. Scuola e casa, basta». Anche alcuni insegnanti si sono attivati per cercarla: «Qualcuno mi sa dire se Jasmine sta bene? L’avete sentita? Potete darmi aggiornamenti per favore?», si chiede un prof su una chat di gruppo della scuola. La quattordicenne dice di aver chiesto aiuto anche ai carabinieri e agli assistenti sociali quando era in Italia. «Mi ero rivolta a loro, avevo detto che volevo andarmene dalla casa di mio zio, che volevo andare in una comunità». Bloccata dalla paura, poi, non ha raccontato tutta la verità. «Non me la sono sentita di denunciare le violenze perché avevo paura delle conseguenze...».Chi scrive ha tentato di chiedere spiegazioni allo zio della giovane, Kamal Farah, che intanto continua a vivere tranquillamente ad Aversa con la sua famiglia. È stato pizzicato davanti a un supermercato dalle telecamere di Fuori dal Coro. Di fronte alle domande («Dove ha nascosto i documenti di sua nipote? Non vuole che sua nipote viva qua in Italia perché è troppo libera qui? Non le piace come viviamo noi in Italia?»), l’uomo ha perso la pazienza e ha quasi messo le mani al collo alla sottoscritta, urlando di smetterla. Poi è scappato con la sua auto, e la vergogna stampata in faccia. Intanto Jasmine, dall’Algeria, chiede di non essere abbandonata: «Non ce la faccio più... Non voglio fare questa fine. Spero che qualcuno mi aiuti a tornare il più presto possibile...».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zio-rapisce-porta-in-algeria-2669885343.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="altra-raffica-di-espulsioni-e-arresti" data-post-id="2669885343" data-published-at="1731665538" data-use-pagination="False"> Altra raffica di espulsioni e arresti Due arrestati di ritorno a Lampedusa nonostante i decreti di espulsione, un cittadino iracheno estradato in Italia e accusato di far parte di una rete criminale internazionale, decine di provvedimenti di espulsione a Como, nuovi sbarchi a Lampedusa e un presunto scafista fermato a Ragusa: l’immigrazione fuori controllo, sostenuta dalla rete del traffico di esseri umani, continua senza sosta a insidiare il territorio italiano. A fronte di continui sbarchi e con l’hotspot di Lampedusa di nuovo pieno, le operazioni delle forze dell’ordine si intensificano. Ieri due nordafricani, un tunisino e un egiziano, sono stati arrestati ad Agrigento dalla Squadra mobile. Nonostante fossero gravati da decreti di espulsione, sono riusciti a tornare in Italia approdando a Lampedusa, ignorando la misura di sicurezza che era stata disposta nei loro confronti. La Procura di Agrigento ha disposto gli arresti domiciliari nell’hotspot di contrada Imbriacola. Ma è solo uno dei capitoli dell’intensa giornata di ieri. Non è solo un problema di numeri e flussi, ma una sfida legata a reti criminali ben radicate che operano a livello transnazionale e traggono profitto dal dramma umano della migrazione. Un esempio lampante è l’estradizione in Italia, richiesta dalla Procura antimafia di Catanzaro e disposta dal gip, di un iracheno accusato di essere parte di un’associazione criminale internazionale che facilitava il traffico di migranti e riciclava i proventi di questa attività. L’iracheno, arrestato in Olanda dopo mesi di latitanza, agiva a livello internazionale. Era sfuggito alla cattura durante un blitz che aveva smantellato una cellula dell’organizzazione che si era insediata a Foggia, città dalla quale aveva organizzato diversi approdi clandestini in Salento. Ma non è finita. A Bologna due tunisini, padre e figlio, sono stati colpiti da un provvedimento di espulsione. «I due», spiegano dalla questura, «sono stati poco collaborativi e molesti durante il tragitto e all’aeroporto di Fiumicino hanno aggravato la loro condotta opponendo resistenza agli agenti e danneggiando le autovetture di servizio». Il più giovane avrebbe sfondato il finestrino laterale dell’auto di servizio dopo averlo colpito più volte a calci. Non solo: avrebbe lanciato una bottiglia d’acqua contro una poliziotta. I due erano sbarcati a Lampedusa nel 2020 e da allora hanno inanellato una serie di precedenti: il figlio per i reati di resistenza a pubblico ufficiale e ricettazione, mentre il padre per stupefacenti e lesioni personali. Entrambi avevano fatto una richiesta di protezione internazionale che era stata negata, ma erano riusciti a continuare a circolare indisturbati in Italia. Da Como, invece, è partita una raffica di decreti di espulsione per questioni legate all’immigrazione clandestina, all’illegalità e alla sicurezza urbana. E di stranieri irregolari ne sono stati individuati 29. Per sette è stato disposto l’accompagnamento alla frontiera, mentre sono stati 16 gli ordini del questore di lasciare il territorio nazionale entro sette giorni. Tre le misure alternative della presentazione alla polizia giudiziaria in attesa del rimpatrio e infine sono stati disposti tre accompagnamenti nei Cpr. Erano quasi tutti arrivati in Italia con i barconi e dalla Sicilia si erano spostati in Lombardia. In un travaso che ormai sembra continuo. A Lampedusa, epicentro degli sbarchi, la situazione è di nuovo critica: i tre arrivi della scorsa notte hanno portato altri 154 migranti nell’hotspot, dopo che la giornata di mercoledì era già stata segnata da otto approdi e 338 migranti. Infine, a Ragusa è stato arrestato un presunto scafista con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La sua imbarcazione trasportava 25 migranti salpati da Sfax, in Tunisia, poi soccorsi dalla nave Ong Sea Eye 5. Un’ulteriore conferma che spesso i taxi del mare vengono sfruttati dagli scafisti trafficanti di esseri umani.
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A Milano, sul palco dell’evento Your Next Milano 2026 alla Triennale, si è acceso il dibattito sul futuro di San Siro, tra esigenze sportive, ricadute economiche e una forte componente di memoria storica. Protagonisti del dibattito sono stati i presidenti di Inter e Milan, Giuseppe Marotta e Paolo Scaroni, e il presidente del Senato Ignazio La Russa.
Per Giuseppe Marotta, presidente dell’Inter, lo stadio nuovo non è solo un’opportunità sportiva, ma un investimento fondamentale per la città e per i tifosi. «Lo stadio nuovo è un’esigenza che sentivamo di avere, ringraziamo il Sindaco Sala per la determinazione nell’aver raggiunto questo obiettivo ricco di insidie», ha detto, ricordando con nostalgia i suoi primi passi allo storico impianto: «Ho visto la mia prima partita a San Siro quando avevo 8 anni, dimenticare quelle emozioni è impossibile». Marotta ha sottolineato anche la modernità: «L’innovazione porta a dire che ci sono degli standard che vanno rispettati. Per il tifoso avere una casa è qualcosa di importante. Oggi andare allo stadio non è solo vedere una partita, ma assistere anche a uno spettacolo prima e dopo».
Sul lato economico e urbano, Paolo Scaroni, presidente del Milan, ha spiegato come il nuovo stadio rappresenti una risorsa per tutta Milano e ha evidenziato l’impatto economico del calcio sulla città. «Quando si svolge una partita di Champions League a Milano, gli esercizi commerciali aumentano il loro fatturato del 30%. E anche per le partite del campionato: quando vedete i 75.000 a San Siro, mica sono tutti milanesi ma vengono da tutta Italia a vedere le partite. Il nuovo impianto promette di raddoppiare le entrate dei club senza aumentare i prezzi dei biglietti popolari» - ha detto Scaroni che ha poi spiegato il progetto dello stadio nuovo - «La zona sarà molto verde: più del 50% della zona sarà verde. Ci saranno ristoranti, luoghi di ritrovo, bar, tante attività sportive». Per i club, ha precisato, «lo stadio rappresenta circa il 20% delle nostre entrate. Con un nuovo stadio, senza aumentare i prezzi dei biglietti popolari, noi contiamo di raddoppiare le nostre entrate». L'obiettivo è, insomma, trasformare l’area di San Siro in un polo vissuto tutto l’anno, capace di combinare sviluppo urbano, sport e intrattenimento.
Dal palco è intervenuto poi Ignazio La Russa, presidente del Senato, con un tono più nostalgico: «Oggi si parla di Your Next Milano 2026, ma io sono d'accordo con quel che ha detto il presidente del Milan Scaroni, che dice che Milano aveva e ha assolutamente bisogno di un nuovo stadio. Io l'ho sempre sostenuto, sarà un grande regalo per Milano» - ha affermato La Russa prima di lanciare una stoccata all'amministrazione comunale - «C'è voluta una fatica infinita e avremmo dovuto farlo molto prima. Il sindaco Sala ce l'ha messa tutta, la sua giunta un po' meno, molto meno». Il presidente del Senato ha poi aggiunto: «Lo stadio nuovo si costruirà e il progetto vuole che dopo che sarà costruito si abbatta San Siro. Ma io ho sempre un sogno e lo devo dire: che si possa in futuro decidere di tenere due stadi, chi lo sa, magari utilizzando il vecchio San Siro per altri compiti, magari cedendolo, magari realizzando quei due stadi che in tante parti del mondo restano. Uno sarà uno spazio moderno, che serve al Milan e all'Inter, uno sarà uno spazio per noi nostalgici, che non vorremmo mai che uno stadio come quello che abbiamo visto alla inaugurazione delle Olimpiadi venga abbattuto, era così bello che io me lo terrei per tutta la vita». Infine La Russa ha voluto sottolineare l’importanza della città: «Milano, lo dico davanti al sindaco Sala, può essere migliorata sulla sicurezza, soprattutto sulla viabilità, però Milano già così com'è… è l'unica vera città europea d'Italia».
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I fatti contestati risalgono al 2021. Il protagonista, come detto, viene dal Pakistan, ma è residente da oltre 10 anni in Brianza. L’uomo arriva al pronto soccorso per una brutta caduta, la seconda in pochi mesi. I medici gli diagnosticano la cecità dell’occhio sinistro con la perdita della vista. Stesa cosa era già successa in precedenza all’occhio destro. Lo straniero avvia le pratiche per il riconoscimento dell’invalidità, sottoponendosi alle visite di rito. La diagnosi è chiara: da un occhio è buio pesto, cecità totale. Dall’altro può percepire solo vaghe luci o movimenti a breve distanza. Nel 2022 la pratica per l’invalidità civile è accettata: per lo Stato italiano, il pakistano è cieco assoluto. Gli spetta quindi la relativa pensione.
Nel 2024, tuttavia, la guardia di finanza di Seveso, durante un controllo, lo vede camminare da solo e «guidare con disinvoltura un’auto di sua proprietà». Un impegnativo Suv, per giunta. Tutte abitudini incongruenti con il suo status medico e civile. La Procura di Monza lo accusa di essere un falso invalido e lo fa arrestare: passa un anno fra carcere e domiciliari, con conti correnti e beni sequestrati. La pensione è, ovviamente, revocata. Parte il processo, la Procura chiede la condanna a 3 anni e mezzo di reclusione. Il giudice, però, lo assolve «perché il fatto non sussiste». Il falso cieco è cieco per davvero.
Perché ci sia stato bisogno di andare a processo non è chiaro: un non vedente è un non vedente, non si tratta di una condizione che si presta a molte ambiguità. Ad ogni modo, i medici chiamati a verificare la situazione dell’uomo hanno confermato: cecità assoluta. Quindi non c’è truffa all’Inps.
Resta da capire la vicenda del Suv. I legali del pachistano hanno fatto presente che la questione non è dirimente a fini legali: «I requisiti per il riconoscimento dello status di cieco assoluto sono esclusivamente di carattere medico e non importa se l’invalido, in qualche modo, per la propria capacità di adattamento o per incoscienza, riuscisse comunque a compiere determinate azioni, anche complesse, Un residuo visivo, ammesso dalla legge al di sotto del 3%, può consentire in alcuni casi anche di muoversi in autonomia, di leggere o compiere alcuni atti di vita quotidiana».
Insomma, se guidava la macchina, non per questo vuol dire che non fosse davvero cieco. Forse era solo incosciente. O magari aveva una forte «capacità di adattamento». Una magra consolazione per pedoni e altri automobilisti brianzoli, che per anni hanno condiviso le strade con un guidatore che si affidava al sesto senso per percepire stop e attraversamenti sulle strisce.
In pratica, una sorta di Daredevil, il supereroe Marvel privo di vista ma dotato di un super senso dell’orientamento. Ma in versione brianzolo-pakistana.
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