True
2024-11-15
Lo zio la rapisce e la porta in Algeria solo perché vive all’occidentale
Nel riquadro in alto la giovane segregata, sotto lo zio Kamal Farah (iStock)
La chiamata di Jasmine (nome di fantasia) arriva sabato notte. «Signora, ho bisogno di aiuto, non ce la faccio più». Ha la voce tenera di una bambina, con il fiato spezzato dal pianto. «Ho paura che mi facciano sposare qualcuno di più grande, ma io non voglio fare ’sta fine, voglio tornare in Italia». Il suo è un grido disperato. «Mi trovo in Algeria. Io sono nata e cresciuta in Italia, ma mio zio mi ha portato qui con l’inganno e ora non posso più tornare. Mi ha sottratto il passaporto e il permesso di soggiorno». Lui, lo zio affidatario di questa quattordicenne, è Kamal Farah, un musulmano con la mentalità chiusa. Colui che doveva proteggere la nipote, e invece l’ha punita perché voleva vivere all’occidentale. L’ha punita perché voleva essere libera e uscire a prendere un gelato con le amiche. Mettersi un top e un jeans attillato.
Chi scrive ha indagato sulla vicenda di questa bambina per la trasmissione Fuori dal Coro. Come ricostruito nel servizio, Jasmine - nata e cresciuta in Italia da famiglia algerina - vive con lo zio affidatario ad Aversa, in provincia di Caserta. È al primo anno di liceo, ormai è un’adolescente. Vede le compagne di scuola uscire e vuole farlo anche lei. Vuole uscire da quella casa in cui si sente prigioniera. «Un giorno sono andata con una mia amica a prendere un gelato e quando sono tornata a casa mio zio non mi voleva più fare entrare. Poi mi ha picchiato. Ma mio zio non è che picchia piano... picchia con la mano pesante, pesantissima. Avevo i lividi. Un’altra volta, invece, mi ha picchiato forte perché ho scaricato Tiktok sul telefono». Passano i mesi e arriva l’estate. Lo zio la porta in Algeria con l’inganno, con la scusa di una vacanza. Poi le sottrae i documenti per relegarla lì: «Me li ha nascosti. Mi dice che non posso più tornare in Italia, ma come non posso più tornare in Italia?».
Jasmine è imprigionata da luglio a El Milia, provincia di Jijel. Passa da una casa all’altra. Amici, parenti. Ha paura e teme anche un matrimonio combinato. «Me ne hanno parlato... ma perché mi parlano di farmi sposare? Io ho 14 anni - dice piangendo -. Mio zio mi ha lasciato qui per questo. Vuole che io finisca come le mie zie, sposate da piccole con persone più anziane. Aiutatemi a tornare in Italia il più presto possibile».
Jasmine sta vivendo un incubo. Ha fatto una denuncia all’ambasciata italiana di Algeri per i documenti che suo zio le ha rubato. Nel documento si legge la data di smarrimento: 1 settembre 2024. E il luogo: Baraki. «Lui è tornato in Italia e non mi ha più risposto al telefono». Proprio così, suo zio Kamal è sparito, l’ha disconosciuta, definendola addirittura una poco di buono. «Tenetevela voi questa cagna, è da troppo che mantengo questa puttana», ha scritto ad alcuni parenti in Algeria. Ed eccolo quell’Islam che non ci accetta, che ci guarda con disprezzo. Che ripudia una bambina, un’adolescente, che voleva solo continuare a studiare. Una ragazzina che ha commesso il peccato di voler essere libera. Jasmine, tra l’altro, è ancora negli anni della scuola dell’obbligo. Proprio ieri ha ricevuto una mail: «Sollecito pagamento contributo scolastico anno 24/25». Ma lei, in classe, non si è più potuta presentare. «Siamo preoccupate, l’hanno portata là per una questione di cultura e non l’hanno fatta più ritornare». Questa la denuncia delle sue compagne di scuola. «Lei voleva solo essere una ragazza libera, ora ha paura che la facciano sposare con qualche anziano». Come ci raccontano le sue amiche, Jasmine era costretta a vivere segregata in casa. «Non la facevano proprio uscire. Nemmeno con noi. Non l’abbiamo mai vista oltre il confine scolastico. Scuola e casa, basta». Anche alcuni insegnanti si sono attivati per cercarla: «Qualcuno mi sa dire se Jasmine sta bene? L’avete sentita? Potete darmi aggiornamenti per favore?», si chiede un prof su una chat di gruppo della scuola. La quattordicenne dice di aver chiesto aiuto anche ai carabinieri e agli assistenti sociali quando era in Italia. «Mi ero rivolta a loro, avevo detto che volevo andarmene dalla casa di mio zio, che volevo andare in una comunità». Bloccata dalla paura, poi, non ha raccontato tutta la verità. «Non me la sono sentita di denunciare le violenze perché avevo paura delle conseguenze...».
Chi scrive ha tentato di chiedere spiegazioni allo zio della giovane, Kamal Farah, che intanto continua a vivere tranquillamente ad Aversa con la sua famiglia. È stato pizzicato davanti a un supermercato dalle telecamere di Fuori dal Coro. Di fronte alle domande («Dove ha nascosto i documenti di sua nipote? Non vuole che sua nipote viva qua in Italia perché è troppo libera qui? Non le piace come viviamo noi in Italia?»), l’uomo ha perso la pazienza e ha quasi messo le mani al collo alla sottoscritta, urlando di smetterla. Poi è scappato con la sua auto, e la vergogna stampata in faccia.
Intanto Jasmine, dall’Algeria, chiede di non essere abbandonata: «Non ce la faccio più... Non voglio fare questa fine. Spero che qualcuno mi aiuti a tornare il più presto possibile...».
Altra raffica di espulsioni e arresti
Due arrestati di ritorno a Lampedusa nonostante i decreti di espulsione, un cittadino iracheno estradato in Italia e accusato di far parte di una rete criminale internazionale, decine di provvedimenti di espulsione a Como, nuovi sbarchi a Lampedusa e un presunto scafista fermato a Ragusa: l’immigrazione fuori controllo, sostenuta dalla rete del traffico di esseri umani, continua senza sosta a insidiare il territorio italiano.
A fronte di continui sbarchi e con l’hotspot di Lampedusa di nuovo pieno, le operazioni delle forze dell’ordine si intensificano. Ieri due nordafricani, un tunisino e un egiziano, sono stati arrestati ad Agrigento dalla Squadra mobile. Nonostante fossero gravati da decreti di espulsione, sono riusciti a tornare in Italia approdando a Lampedusa, ignorando la misura di sicurezza che era stata disposta nei loro confronti. La Procura di Agrigento ha disposto gli arresti domiciliari nell’hotspot di contrada Imbriacola. Ma è solo uno dei capitoli dell’intensa giornata di ieri. Non è solo un problema di numeri e flussi, ma una sfida legata a reti criminali ben radicate che operano a livello transnazionale e traggono profitto dal dramma umano della migrazione. Un esempio lampante è l’estradizione in Italia, richiesta dalla Procura antimafia di Catanzaro e disposta dal gip, di un iracheno accusato di essere parte di un’associazione criminale internazionale che facilitava il traffico di migranti e riciclava i proventi di questa attività. L’iracheno, arrestato in Olanda dopo mesi di latitanza, agiva a livello internazionale. Era sfuggito alla cattura durante un blitz che aveva smantellato una cellula dell’organizzazione che si era insediata a Foggia, città dalla quale aveva organizzato diversi approdi clandestini in Salento. Ma non è finita. A Bologna due tunisini, padre e figlio, sono stati colpiti da un provvedimento di espulsione. «I due», spiegano dalla questura, «sono stati poco collaborativi e molesti durante il tragitto e all’aeroporto di Fiumicino hanno aggravato la loro condotta opponendo resistenza agli agenti e danneggiando le autovetture di servizio». Il più giovane avrebbe sfondato il finestrino laterale dell’auto di servizio dopo averlo colpito più volte a calci. Non solo: avrebbe lanciato una bottiglia d’acqua contro una poliziotta. I due erano sbarcati a Lampedusa nel 2020 e da allora hanno inanellato una serie di precedenti: il figlio per i reati di resistenza a pubblico ufficiale e ricettazione, mentre il padre per stupefacenti e lesioni personali. Entrambi avevano fatto una richiesta di protezione internazionale che era stata negata, ma erano riusciti a continuare a circolare indisturbati in Italia. Da Como, invece, è partita una raffica di decreti di espulsione per questioni legate all’immigrazione clandestina, all’illegalità e alla sicurezza urbana. E di stranieri irregolari ne sono stati individuati 29. Per sette è stato disposto l’accompagnamento alla frontiera, mentre sono stati 16 gli ordini del questore di lasciare il territorio nazionale entro sette giorni. Tre le misure alternative della presentazione alla polizia giudiziaria in attesa del rimpatrio e infine sono stati disposti tre accompagnamenti nei Cpr. Erano quasi tutti arrivati in Italia con i barconi e dalla Sicilia si erano spostati in Lombardia. In un travaso che ormai sembra continuo. A Lampedusa, epicentro degli sbarchi, la situazione è di nuovo critica: i tre arrivi della scorsa notte hanno portato altri 154 migranti nell’hotspot, dopo che la giornata di mercoledì era già stata segnata da otto approdi e 338 migranti. Infine, a Ragusa è stato arrestato un presunto scafista con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La sua imbarcazione trasportava 25 migranti salpati da Sfax, in Tunisia, poi soccorsi dalla nave Ong Sea Eye 5. Un’ulteriore conferma che spesso i taxi del mare vengono sfruttati dagli scafisti trafficanti di esseri umani.
Continua a leggereRiduci
L’uomo con l’inganno ha trasferito la minorenne, nata e cresciuta in Italia, a El Milia, dov’è tuttora relegata. Poi le ha sottratto i documenti. «Mi ha sempre picchiata e ora ho paura mi faccia sposare», grida la nipote.A Lampedusa sono risbucati due irregolari già allontanati dal nostro Paese: presi. A Ragusa fermato uno scafista, a Como individuati 26 stranieri da rimandare a casa.Lo speciale contiene due articoli.La chiamata di Jasmine (nome di fantasia) arriva sabato notte. «Signora, ho bisogno di aiuto, non ce la faccio più». Ha la voce tenera di una bambina, con il fiato spezzato dal pianto. «Ho paura che mi facciano sposare qualcuno di più grande, ma io non voglio fare ’sta fine, voglio tornare in Italia». Il suo è un grido disperato. «Mi trovo in Algeria. Io sono nata e cresciuta in Italia, ma mio zio mi ha portato qui con l’inganno e ora non posso più tornare. Mi ha sottratto il passaporto e il permesso di soggiorno». Lui, lo zio affidatario di questa quattordicenne, è Kamal Farah, un musulmano con la mentalità chiusa. Colui che doveva proteggere la nipote, e invece l’ha punita perché voleva vivere all’occidentale. L’ha punita perché voleva essere libera e uscire a prendere un gelato con le amiche. Mettersi un top e un jeans attillato. Chi scrive ha indagato sulla vicenda di questa bambina per la trasmissione Fuori dal Coro. Come ricostruito nel servizio, Jasmine - nata e cresciuta in Italia da famiglia algerina - vive con lo zio affidatario ad Aversa, in provincia di Caserta. È al primo anno di liceo, ormai è un’adolescente. Vede le compagne di scuola uscire e vuole farlo anche lei. Vuole uscire da quella casa in cui si sente prigioniera. «Un giorno sono andata con una mia amica a prendere un gelato e quando sono tornata a casa mio zio non mi voleva più fare entrare. Poi mi ha picchiato. Ma mio zio non è che picchia piano... picchia con la mano pesante, pesantissima. Avevo i lividi. Un’altra volta, invece, mi ha picchiato forte perché ho scaricato Tiktok sul telefono». Passano i mesi e arriva l’estate. Lo zio la porta in Algeria con l’inganno, con la scusa di una vacanza. Poi le sottrae i documenti per relegarla lì: «Me li ha nascosti. Mi dice che non posso più tornare in Italia, ma come non posso più tornare in Italia?». Jasmine è imprigionata da luglio a El Milia, provincia di Jijel. Passa da una casa all’altra. Amici, parenti. Ha paura e teme anche un matrimonio combinato. «Me ne hanno parlato... ma perché mi parlano di farmi sposare? Io ho 14 anni - dice piangendo -. Mio zio mi ha lasciato qui per questo. Vuole che io finisca come le mie zie, sposate da piccole con persone più anziane. Aiutatemi a tornare in Italia il più presto possibile». Jasmine sta vivendo un incubo. Ha fatto una denuncia all’ambasciata italiana di Algeri per i documenti che suo zio le ha rubato. Nel documento si legge la data di smarrimento: 1 settembre 2024. E il luogo: Baraki. «Lui è tornato in Italia e non mi ha più risposto al telefono». Proprio così, suo zio Kamal è sparito, l’ha disconosciuta, definendola addirittura una poco di buono. «Tenetevela voi questa cagna, è da troppo che mantengo questa puttana», ha scritto ad alcuni parenti in Algeria. Ed eccolo quell’Islam che non ci accetta, che ci guarda con disprezzo. Che ripudia una bambina, un’adolescente, che voleva solo continuare a studiare. Una ragazzina che ha commesso il peccato di voler essere libera. Jasmine, tra l’altro, è ancora negli anni della scuola dell’obbligo. Proprio ieri ha ricevuto una mail: «Sollecito pagamento contributo scolastico anno 24/25». Ma lei, in classe, non si è più potuta presentare. «Siamo preoccupate, l’hanno portata là per una questione di cultura e non l’hanno fatta più ritornare». Questa la denuncia delle sue compagne di scuola. «Lei voleva solo essere una ragazza libera, ora ha paura che la facciano sposare con qualche anziano». Come ci raccontano le sue amiche, Jasmine era costretta a vivere segregata in casa. «Non la facevano proprio uscire. Nemmeno con noi. Non l’abbiamo mai vista oltre il confine scolastico. Scuola e casa, basta». Anche alcuni insegnanti si sono attivati per cercarla: «Qualcuno mi sa dire se Jasmine sta bene? L’avete sentita? Potete darmi aggiornamenti per favore?», si chiede un prof su una chat di gruppo della scuola. La quattordicenne dice di aver chiesto aiuto anche ai carabinieri e agli assistenti sociali quando era in Italia. «Mi ero rivolta a loro, avevo detto che volevo andarmene dalla casa di mio zio, che volevo andare in una comunità». Bloccata dalla paura, poi, non ha raccontato tutta la verità. «Non me la sono sentita di denunciare le violenze perché avevo paura delle conseguenze...».Chi scrive ha tentato di chiedere spiegazioni allo zio della giovane, Kamal Farah, che intanto continua a vivere tranquillamente ad Aversa con la sua famiglia. È stato pizzicato davanti a un supermercato dalle telecamere di Fuori dal Coro. Di fronte alle domande («Dove ha nascosto i documenti di sua nipote? Non vuole che sua nipote viva qua in Italia perché è troppo libera qui? Non le piace come viviamo noi in Italia?»), l’uomo ha perso la pazienza e ha quasi messo le mani al collo alla sottoscritta, urlando di smetterla. Poi è scappato con la sua auto, e la vergogna stampata in faccia. Intanto Jasmine, dall’Algeria, chiede di non essere abbandonata: «Non ce la faccio più... Non voglio fare questa fine. Spero che qualcuno mi aiuti a tornare il più presto possibile...».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zio-rapisce-porta-in-algeria-2669885343.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="altra-raffica-di-espulsioni-e-arresti" data-post-id="2669885343" data-published-at="1731665538" data-use-pagination="False"> Altra raffica di espulsioni e arresti Due arrestati di ritorno a Lampedusa nonostante i decreti di espulsione, un cittadino iracheno estradato in Italia e accusato di far parte di una rete criminale internazionale, decine di provvedimenti di espulsione a Como, nuovi sbarchi a Lampedusa e un presunto scafista fermato a Ragusa: l’immigrazione fuori controllo, sostenuta dalla rete del traffico di esseri umani, continua senza sosta a insidiare il territorio italiano. A fronte di continui sbarchi e con l’hotspot di Lampedusa di nuovo pieno, le operazioni delle forze dell’ordine si intensificano. Ieri due nordafricani, un tunisino e un egiziano, sono stati arrestati ad Agrigento dalla Squadra mobile. Nonostante fossero gravati da decreti di espulsione, sono riusciti a tornare in Italia approdando a Lampedusa, ignorando la misura di sicurezza che era stata disposta nei loro confronti. La Procura di Agrigento ha disposto gli arresti domiciliari nell’hotspot di contrada Imbriacola. Ma è solo uno dei capitoli dell’intensa giornata di ieri. Non è solo un problema di numeri e flussi, ma una sfida legata a reti criminali ben radicate che operano a livello transnazionale e traggono profitto dal dramma umano della migrazione. Un esempio lampante è l’estradizione in Italia, richiesta dalla Procura antimafia di Catanzaro e disposta dal gip, di un iracheno accusato di essere parte di un’associazione criminale internazionale che facilitava il traffico di migranti e riciclava i proventi di questa attività. L’iracheno, arrestato in Olanda dopo mesi di latitanza, agiva a livello internazionale. Era sfuggito alla cattura durante un blitz che aveva smantellato una cellula dell’organizzazione che si era insediata a Foggia, città dalla quale aveva organizzato diversi approdi clandestini in Salento. Ma non è finita. A Bologna due tunisini, padre e figlio, sono stati colpiti da un provvedimento di espulsione. «I due», spiegano dalla questura, «sono stati poco collaborativi e molesti durante il tragitto e all’aeroporto di Fiumicino hanno aggravato la loro condotta opponendo resistenza agli agenti e danneggiando le autovetture di servizio». Il più giovane avrebbe sfondato il finestrino laterale dell’auto di servizio dopo averlo colpito più volte a calci. Non solo: avrebbe lanciato una bottiglia d’acqua contro una poliziotta. I due erano sbarcati a Lampedusa nel 2020 e da allora hanno inanellato una serie di precedenti: il figlio per i reati di resistenza a pubblico ufficiale e ricettazione, mentre il padre per stupefacenti e lesioni personali. Entrambi avevano fatto una richiesta di protezione internazionale che era stata negata, ma erano riusciti a continuare a circolare indisturbati in Italia. Da Como, invece, è partita una raffica di decreti di espulsione per questioni legate all’immigrazione clandestina, all’illegalità e alla sicurezza urbana. E di stranieri irregolari ne sono stati individuati 29. Per sette è stato disposto l’accompagnamento alla frontiera, mentre sono stati 16 gli ordini del questore di lasciare il territorio nazionale entro sette giorni. Tre le misure alternative della presentazione alla polizia giudiziaria in attesa del rimpatrio e infine sono stati disposti tre accompagnamenti nei Cpr. Erano quasi tutti arrivati in Italia con i barconi e dalla Sicilia si erano spostati in Lombardia. In un travaso che ormai sembra continuo. A Lampedusa, epicentro degli sbarchi, la situazione è di nuovo critica: i tre arrivi della scorsa notte hanno portato altri 154 migranti nell’hotspot, dopo che la giornata di mercoledì era già stata segnata da otto approdi e 338 migranti. Infine, a Ragusa è stato arrestato un presunto scafista con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La sua imbarcazione trasportava 25 migranti salpati da Sfax, in Tunisia, poi soccorsi dalla nave Ong Sea Eye 5. Un’ulteriore conferma che spesso i taxi del mare vengono sfruttati dagli scafisti trafficanti di esseri umani.
Luca Ciriani (Ansa)
«L’Italia tanti anni fa ha deciso frettolosamente di uscire dal nucleare, ma noi speriamo quanto prima di poter finalmente impiantare centrali di nuova generazione nel nostro Paese, come avviene in Francia come avviene in tanti Paesi da cui noi importiamo energia elettrica prodotta dal nucleare». Niente più tabù sul referendum dopo la sconfitta subita sulla riforma della giustizia ma, soprattutto, niente più tabù sulle centrali nucleari in Italia. Non si può più aspettare, per Ciriani, perché «con la guerra in Ucraina abbiamo scoperto che l’Italia è un Paese che dipendeva per quasi la metà dei suoi approvvigionamenti energetici dalla Russia, un Paese ostile, antidemocratico, una dittatura, e abbiamo all’improvviso dovuto correre ai ripari cercando di trovare da altri Paesi forniture che riducessero e cancellassero la nostra dipendenza dalla Russia».
Oggi l’Italia cerca l’indipendenza energetica, un percorso lungo che va intrapreso prima possibile. «Immagino discuteremo anche su questo», ha proseguito il ministro, «però noi ci prendiamo la responsabilità di indicare al Paese quali sono le strade da percorrere. Vedremo quello che succederà». Dal suo entourage, dopo l’intervento, si sono affrettati a spiegare che non si trattava di un annuncio ma di «un’ipotesi», «una supposizione del ministro».
Non solo energia, però, perché Ciriani ha parlato anche di legge elettorale, ribadendo: «Vogliamo fare una legge proporzionale con una soglia di sbarramento non troppo elevata, con un piccolo premio di maggioranza, un premio di maggioranza proporzionale, che è un premio, coerente con le indicazioni che ha dato la Consulta, pertanto intorno al 42%. Però il principio è che una coalizione che raggiunge un certo consenso ha un certo premio, non superiore a una certa soglia, in modo tale da impedire che chiunque vinca possa, oltre a vincere, scegliersi non solo il presidente della Camera e del Senato, ma anche il presidente della Repubblica». E sul Pd: «Credo che Elly Schlein abbia la legittima ambizione di fare il presidente del Consiglio nel 2027, ma con questa legge elettorale il rischio molto concreto è che lei non lo possa mai più fare, perché se il Parlamento è ingovernabile, sicuramente non sarà il leader del Pd a tenere insieme una maggioranza politica tra destra e sinistra, una maggioranza tecnica o una maggioranza che comunque esce dei giochi del potere del palazzo dopo il voto». Un sistema che, secondo Ciriani, «piace solo ai partiti del 2-3% che determinano la sopravvivenza dei governi inventandosi alleanze successive al voto». La speranza è che «entro la fine del mese di giugno, si possa approvare almeno in prima lettura alla Camera», ha continuato il ministro, perché «c’è la massima volontà di accelerare l’approvazione. Dopo aver atteso le proposte del centrosinistra che non sono mai arrivate, il centrodestra ha deciso, naturalmente col consenso del governo, di accelerare».
Anche il ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha partecipato al Festival dell’economia di Trento, annunciando «un milione di assunzioni nei prossimi 6-7 anni. Nel 2026 contiamo di assumere tra le 200.000 e le 250.000 persone». Poi ha spiegato: «I rinnovi dei contratti sono uno dei processi che mi hanno dato più soddisfazione in questi anni. Per la prima volta nella storia abbiamo avviato le trattative di rinnovo nel primo anno di riferimento. Abbiamo già firmato il contratto della scuola e siamo ormai arrivati in fase finale delle funzioni centrali che credo si chiuderà a giugno. Abbiamo, poi, avviato le trattative per i contratti della sanità e degli enti locali. Mi sono preso l’impegno di chiudere entro quest’anno la tornata 2025-2027 ma il mio obiettivo personale è quello di chiuderla prima dell’estate. Questa è una notizia bella per i nostri dipendenti perché non facciamo più contratti con anni di ritardo e diamo continuità. L’altra buona notizia è che ci sono già le risorse per la tornata di rinnovo successiva che è quella 2028-2030».
L’ospite d’onore è stata il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha consegnato il suo intervento in un videomessaggio. «La strategia del governo è stata chiara fin dall’inizio: sostenere chi crea ricchezza e posti di lavoro», ha detto il premier illustrando i risultati del suo esecutivo, «L’occupazione in Italia ha raggiunto livelli record con 1.200.000 occupati stabili in più e 550.000 precari in meno. Il tasso di disoccupazione sia generale che giovanile ha raggiunto i livelli minimi di sempre e per la prima volta nella storia abbiamo superato il tetto dei 10 milioni di donne lavoratrici». Infine ha rivendicato «il taglio del costo del lavoro» e «l’aumento del netto in busta paga per milioni di lavoratori, soprattutto per i redditi medio-bassi».
Continua a leggereRiduci
Il Kennedy Space Center della Nasa a Titusville in Florida (Ansa)
Aziende private lanciano satelliti, gestiscono costellazioni e offrono servizi che un tempo erano appannaggio esclusivo dei governi. In particolare, aziende private - come Space X e Blue Origin - stanno abbattendo i costi di accesso allo Spazio, passando da sistemi di proprietà governativa a un mercato commerciale e competitivo.
In tutto questo, dove si colloca l’Europa? Riuscirà a mantenere un ruolo sostanziale senza dipendere da tecnologie prodotte altrove? Mentre procediamo verso quella che la Nasa ha definito la «seconda era spaziale», l’autonomia strategica diventa improvvisamente centrale per l’Ue. Ed è sempre più essenziale che l’Europa possa raggiungere, controllare e proteggere i propri sistemi spaziali, senza vincoli. Lo Spazio un tempo era principalmente legato alla scienza o al business, ma ora è una risorsa di fondamentale importanza per l’Ue. Quasi tutto - finanza, comunicazioni, trasporti, sicurezza - dipende dalla tecnologia spaziale. Ma c’è un problema: molti componenti e servizi cruciali provengono ancora da fuori Europa. Questo tipo di dipendenza non è sostenibile se si vuole esercitare una reale influenza globale, in un contesto dove chi controlla le infrastrutture detta legge. La governance spaziale europea è invece frammentata tra le istituzioni dell’Ue, l’Agenzia spaziale europea, i Paesi membri e le aziende. Anche i finanziamenti mostrano criticità: i bilanci europei sono (notevolmente) inferiori a quelli di Usa e Cina, soprattutto in materia di difesa e sicurezza. Inoltre, la cultura imprenditoriale europea è restia a farsi coinvolgere, dato che l’industria e le startup non godono della stessa propensione al rischio che troverebbero Oltreoceano. L’Europa deve ridurre al più presto la sua dipendenza, concentrandosi sullo sviluppo delle proprie catene di approvvigionamento per tecnologie come chip speciali, sistemi di propulsione avanzati, crittografia e infrastrutture di terra sicure. L’Europa dovrebbe inoltre incrementare gli sforzi della ricerca privata, soprattutto in settori come i sistemi di lancio riutilizzabili, i servizi in orbita e la sicurezza informatica dei satelliti. Tutto questo richiede investimenti: bisogna quindi creare strumenti finanziari che combinino fondi dell’Unione europea, nazionali e privati per aiutare le nuove aziende spaziali europee a crescere.
Un’opportunità emergente è quella dello Spazio cislunare. Parliamo della regione dello Spazio tra la Terra e la Luna, generalmente considerato poco più di un corridoio. Ma ora gli Usa ne hanno fatto un pivot di competizione strategica. Al momento, non esiste un piano per amministrare o difendere quella che sta diventando una delle aree spaziali più importanti. Gli attuali sistemi di controllo sono inadatti a monitorare le attività in questo sistema che si sta trasformando in un ambiente affollato da molteplici attori statali, commerciali e ibridi, con una vasta gamma di idee e obiettivi. Queste attività spaziano dalla ricerca, allo sviluppo e all’esplorazione, fino alla raccolta di informazioni di intelligence, alla trasmissione sicura di dati e a operazioni di prossimità ambigue che confondono il confine tra uso pacifico e militare.
La prospettiva di un conflitto nello Spazio cislunare non è più quindi puramente teorica, ma sempre più plausibile. I conflitti «terrestri» perdono di rilevanza, rispetto a questo nuovo scenario. E questo è uno dei messaggi in filigrana emersi dal recente incontro tra Donald Trump e Xi Jinping. La scelta non è tra militarizzare lo Spazio o preservare un bene comune pacifico. L’unica scelta è tra amministrare deliberatamente lo Spazio cislunare o permettere ad altri di definire un proprio ordine. Per questo il nuovo amministratore Nasa, nel presentare ai primi di marzo Ignition - la nuova strategia Usa per lo Spazio - ha parlato della competizione in atto con il «vero rivale geopolitico» - la Cina - rimarcando che «la differenza tra successo e fallimento si misurerà in mesi, non in anni. Potremmo arrivare presto, ma la storia recente suggerisce che potremmo arrivare tardi». Uno degli elementi principali dei piani presentati a Ignition è stato il blocco del progetto del Lunar gateway (parte centrale del programma Artemis), delegandone l’eventuale costruzione e gestione ai privati, e orientandosi verso la costruzione di una base lunare, con tanto di centrale nucleare e strutture di deposito per i dati della Intelligenza artificiale. I partner internazionali sono stati colti alla sprovvista: lo smantellamento del Gateway significa incertezza sugli investimenti realizzati per Artemis, e molti elementi già progettati potrebbero non essere riutilizzabili per una base lunare.
A prescindere dal danno economico e dallo scompiglio generato, tutto questo deve portarci a interrogarci sul senso della collaborazione con gli Usa. Siamo partner o comprimari irrilevanti? Su tutto questo la politica tace o è assente. Qualcuno dovrebbe risvegliarla. La seconda era spaziale non aspetterà l’Europa. L’Europa deve decidere. Vuole essere leader o limitarsi a osservare da bordo campo? È ancora possibile permettersi di non avere una politica industriale spaziale ben definita e attentamente monitorata? Occorre apportare cambiamenti significativi e velocemente. L’Ue deve agire ora: deve investire in modo ambizioso, innovare con urgenza, governare in modo coeso e sviluppare capacità spaziali indipendenti e resilienti. L’opportunità per l’Europa di assumere un ruolo guida è aperta. Ma si sta chiudendo rapidamente.
di Mariano Bizzarri, Coordinatore scientifico del comitato interministeriale per lo Spazio
Continua a leggereRiduci
Ansa
Ieri il presidente ucraino Volodymir Zelensky ha annunciato che droni dei servizi di sicurezza hanno raggiunto e colpito un importante impianto chimico russo, implicato in produzioni a scopo militare, situato a 1.700 km dal confine. È la Metafrax Chemicals di Gubakha, nella regione di Perm, presso la catena dei monti Urali. Ha detto il leader di Kiev: «Sono grato al Servizio di sicurezza dell’Ucraina per aver colpito una delle più importanti imprese militar-industriali della Russia. I prodotti della Metafrax Chemicals supportano dozzine di altre industrie militari russe inclusi quelli di equipaggiamento d’aviazione e droni, motori di missili ed esplosivi». L’attacco è avvenuto nella notte fra venerdì e sabato e ha causato la sospensione della produzione. L’impianto produce precursori di esplosivi e di carburanti di razzi, come ammoniaca, urea e melammina, e ha una capacità quotidiana di 900 tonnellate di ammoniaca e 1.600 tonnellate di urea.
La Metafrax era stata attaccata già lo scorso 17 febbraio e in quell’occasione erano stati impiegati droni An-196 Liutyi prodotti dalla celebre azienda aeronautica Antonov. Probabilmente è lo stesso drone usato anche per l’azione di ieri. È tra i mezzi più efficaci del servizio di sicurezza Sbu, il servizio segreto di Kiev che ha il monopolio degli attacchi in profondità. Lungo 4,4 metri e con apertura alare di 6,7 metri, il Liutyi è spinto da un motore a elica importato dalla Germania, un Hirth F-23 da 50 cavalli, e pesa al decollo 300 kg di cui fra 50 e 75 kg, a seconda della missione, spettanti alla testata esplosiva. Il suo raggio d’azione arriva fino a 2.000 km. Il sistema di guida s’avvale dell’intelligenza artificiale, un settore in cui l’Ucraina ha investito molto nell’ambito del suo piano di produzione di droni, ma anche della guida satellitare tipo Gps o Glonass. È solo uno degli ordigni che gli ucraini hanno sviluppato dal 2022 per portare la guerra nel cuore della Russia.
L’Sbu ha colpito una volta di più Mosca, domenica, utilizzando altri due tipi di droni, il Fire Point FP-1 e l’RS-1 Bars, più un terzo tipo di cui si sa ancora poco, il Bars-SM Gladiator. Giovedì è stata centrata la sede del servizio segreto russo Fsb nella regione annessa di Kherson, dove si sono avuti 100 morti. Poi nella notte fra giovedì e venerdì è stato bombardato il dormitorio studentesco di Starobilsk, nella regione ucraina russofona di Lugansk, annessa alla Russia. Raid il cui bilancio è arrivato ieri a 18 morti e 42 feriti. Dalle macerie sono stati estratti corpi di quattro bambini. Gli ucraini sostengono che l’edificio celasse un centro di guida di droni russi dell’unità Rubicon. Putin, invece, ha annunciato una rappresaglia, con Zelensky che ha avvisato i cittadini ucraini di un possibile attacco con missili Oreshnik. Sabato altri droni di Kiev hanno incendiato il terminal petrolifero di Sheskharis e il deposito di greggio di Grushovaya, nella regione di Novorossiysk, nonché la nave cisterna Chrysalis, reputata da Kiev parte della «flotta ombra».
Per gli attacchi a lungo raggio gli ucraini hanno messo a punto vari sistemi di guida dei velivoli oltre la linea dell’orizzonte, ovviando alla curvatura terrestre che limita i segnali diretti da stazioni terrestri. Sono stati usati droni ripetitori che, volando ad alta quota, fanno da ponte radio per rimandare i segnali guida da terra. L’uso dell’IA permette inoltre ad alcuni di questi tipi di orientarsi sulla base di una mappa memorizzata. Molto importante s’è dimostrato anche lo sfruttamento della rete telefonica cellulare russa per inviare segnali di guida a una scheda Sim installata sul drone stesso. In certe occasioni, magari per la guida terminale vicino dall’obbiettivo, possono essere stati utilizzati segnali, radio o forse laser, mandati da terra da agenti dell’Sbu infiltrati in Russia. Il che spiega anche perché proprio un’agenzia di spionaggio, più che l’Aeronautica di Kiev, sia responsabile di tali raid.
L’invio dei droni kamikaze su obbiettivi non solo militari ma anche civili in larga parte della Russia non ha solo lo scopo di rispondere alle massicce incursioni che gli stessi russi compiono. È anche una forma di pressione politica, come lo stesso Zelensky ha rimarcato, definendo i raid su strutture produttive ed energetiche «le nostre sanzioni a lungo raggio» e affermando che «occorre far capire a Mosca che continuare la guerra costa caro».
Continua a leggereRiduci