True
2021-04-15
Zingaretti regala ai russi dati genetici degli italiani
(Jakub Porzycki/NurPhoto via Getty Images)
Regione Lazio, Spallanzani e istituto Gamaleya di Mosca firmano un accordo con l'intento di portare in Italia il vaccino Sputnik. I pilastri del documento si basano sulla collaborazione scientifica e lo scambio di materiali e conoscenza. Da un lato si vuole approfondire l'efficacia del vaccino sulle varianti e dall'altro avviare una sperimentazione su 600 volontari italiani che hanno già ricevuto la prima dose con Astrazeneca e sarebbero disposti a farsi iniettare, per la seconda, il siero russo. Dalle comunicazioni ufficiali si capisce che l'obiettivo è una pianificazione congiunta e una conduzione di studi clinici con l'impiego del vaccino Sputnik, nonché l'avvio della fase 4 in contesti reali. Fin qui, tutto può sembrare perfino interessante. In realtà, il pericolo sta nella controparte. I russi in cambio avranno l'accesso ai dati genetici tratti dalla biobanca dell'istituto Spallanzani.
Con le informazioni sensibili, Gamaleya potrà sviluppare e far crescere la seconda vita di Sputnik, incrociando gli effetti sulle varianti del virus. Già il 6 marzo si era compreso il potenziale rischio. Ma a confermare la scelta presa dalla Regione guidata da
Nicola Zingaretti è stata ieri La Repubblica che ha pubblicato un lungo articolo specificando che ai russi saranno cedute informazioni su ben 120 ceppi virali in cambio di campioni prelevati da chi ha ottenuto le fiale di Mosca. Il dramma è che in caso di controversie non ci sarà un giudizio.
Semplicemente si scioglierà l'accordo. E ai russi sarà rimasta questa enorme massa di informazioni sulla quale vale la pena porsi numerosi interrogativi. Ne va innanzitutto del tema del diritto dei data base delle biobanche e del rispetto della norma europea della Gdpr, il regolamento generale sulla protezione dei dati. Posto che lo Spallanzani abbia - immaginiamo certamente di sì - messo in piedi l'intera struttura secondo le norme Uniiso utili alla gestione dell'intero ciclo e abbia preventivamente fatto sapere a tutti i pazienti coinvolti l'intenzione di trasferire i loro dati, una volta che l'accordo politico diventerà un contratto vero e proprio si aprirà il vero scoglio. «Per attivare il trasferimento», spiega alla
Verità l'avvocato Giulia Aranguena, esperto di blockchain e di normative privacy, «bisogna calcolare le decisioni di adeguatezza della Commissione europea. Ai sensi dell'articolo 45 del Gdpr il trasferimento di dati personali verso un Paese terzo o un'organizzazione internazionale è ammesso se la Commissione ha deciso che il Paese terzo in questione garantisca un livello di protezione adeguato». Non è il caso della Russia che è stata definita dall'Ue una nazione che non garantisce adeguata privacy. In mancanza di una decisione ai sensi dell'articolo 45», prosegue Aranguena, «il titolare del trattamento o il responsabile del trattamento può trasferire dati personali verso un Paese terzo solo se ha fornito garanzie adeguate e a condizione che gli interessati dispongano di diritti azionabili e mezzi di ricorso effettivi». Difficile immaginare che possa avvenire in territorio moscovita. Non solo. Nel mese di dicembre 2018, il Garante italiano ha emesso importanti provvedimenti per il mondo della ricerca scientifica sanitaria ed epidemiologica: regole deontologiche per i trattamenti nell'ambito del sistema statistico nazionale e da parte di enti di ricerca e prescrizioni contenute nelle autorizzazioni generali per trattare dati genetici e per il riuso dei dati sanitari. Ne segue che la Regione Lazio prima di regalare ai russi i dati degli italiani dovrà chiedere il parere al Garante. E non entriamo nei dettagli più complessi che un tale trasferimento imporrebbe. Ciò che deve fare alzare le antenne è però il contorno politico. Lo Spallanzani ha avviato, come La Verità, ha già raccontato, un accordo con Reithera nel marzo del 2020, utilizzando come primi finanziamenti fondi del Cnr. Obiettivo è sviluppare un vaccino a partire dal brevetto della società privata. Il gruppo ha atteso per mesi l'intervento di Invitalia di Domenico Arcuri. Arrivato solo lo scorso febbraio facendo perdere 9 mesi preziosi. Non solo. L'iniezione di liquidità non è minimamente sufficiente per sostenere l'intera fase 3. In pratica, il vaccino rischia di arrivare quando il mercato avrà già sieri di seconda generazione. La scorsa settimana i vertici dell'azienda hanno incontrato il nuovo commissario, il generale Francesco Figliuolo. Dall'incontro non è emersa la possibilità di usare lo stabilimento di Castel Romano per insaccare un vaccino terzo. È facile immaginare che adesso la Regione che vede svanire il vaccino italiano e la possibilità di avere una fabbrica in loco tenti il tutto per tutto con i russi. Ma non è accettabile. Per due motivi. Primo, i dati genetici degli italiani non si possono scambiare per nessun motivo. Secondo, come può una Regione prendere una decisione di tale importanza geopolitica? È vero che Mario Draghi ebbe a dire che se l'Ue non sarebbe stata in grado di opzionare vaccini avremmo potuto pensare pure allo Sputnik. Nel frattempo lo scenario è cambiato. Soltanto l'altro ieri i media americani riportavano una posizione informale della Casa Bianca. L'uso dello Sputnik da parte della Germania potrebbe avviare le sanzioni Usa. Proprio sicuri valga la pena offrire i dati genetici degli italiani, rischiare sanzioni senza la certezza di avere un vaccino aggiuntivo e dall'altra parte offrire a Zingaretti un ritorno politico?
L'ora peggiore per un flirt con Mosca. Gli Stati Uniti varano nuove sanzioni
Il caso dello Spallanzani scoppia in uno dei momenti forse meno opportuni dal punto di vista geopolitico. Nonostante Mario Draghi non abbia inizialmente assunto un atteggiamento di totale chiusura verso la Russia, la situazione sta adesso (almeno parzialmente) cambiando. Il premier si sta infatti sempre più allineando a Washington, soprattutto per disporre di una sponda nella difficile partita libica. E non è un mistero che, con l'arrivo di Joe Biden alla presidenza americana, la tensione tra Casa Bianca e Cremlino sia tornata progressivamente a salire. Giusto ieri, gli Stati Uniti hanno comminato delle sanzioni a Mosca, accusandola di spionaggio informatico ed influenza elettorale. Non solo: Washington è anche pronta ad espellere dieci diplomatici russi, tacciati di appartenere ai servizi di intelligence di Mosca. Il ministro degli Esteri russo, per tutta risposta, ha convocato l'ambasciatore americano in Russia, mentre il Cremlino ha annunciato misure ritorsive. Si aggiunga che, sempre in queste ore, l'ambasciatore russo a Londra, Andrey Kelin, è stato convocato dal ministero degli Esteri britannico in relazione all'operazione di hackeraggio SolarWinds, per la quale è stata accusata Mosca. Biden non ha mai amato Vladimir Putin: non soltanto lo ha aspramente criticato ai tempi della campagna elettorale ma, il mese scorso, è arrivato a definirlo un «assassino» durante un'intervista televisiva. In tutto questo, non vanno neppure dimenticate le turbolenze riesplose in Ucraina, con la Casa Bianca che si è nettamente schierata a fianco di Kiev. Insomma, le relazioni sono tesissime. E questo, nonostante Biden abbia proposto un incontro al presidente russo in un Paese terzo. Vedremo che cosa succederà in tal senso, ma almeno per ora un rasserenamento nei rapporti tra Washington e Mosca risulta fortemente improbabile. Anche perché il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha lasciato intendere ieri che un eventuale vertice bilaterale non risulterebbe comunque imminente.
Un contesto internazionale spinoso, che Draghi ovviamente non può permettersi di ignorare. Come detto, l'obiettivo principale del nostro premier è quello di avere l'amministrazione Biden dalla sua parte, per far tornare Roma protagonista in Libia: un obiettivo che potrebbe riuscire a conseguire. L'incaricato d'Affari presso l'ambasciata americana in Italia, Thomas Smitham, ha in tal senso recentemente affermato: «C'è sintonia tra l'amministrazione Biden e il governo Draghi. Possiamo lavorare insieme su tanti temi importanti». «La Libia», ha aggiunto, «è estremamente importante per l'Italia e Blinken e Di Maio hanno parlato nel loro incontro a Washington della necessità di collaborare di più su questo tema. La nostra posizione, comune con Roma, è che le forze straniere debbano lasciare il Paese». «Tra poche settimane arriverà qui il nostro ambasciatore in Libia per avere un colloquio con l'Italia su questo tema così importante», ha concluso.
Insomma, è chiaro che, avendo la questione libica come principale obiettivo, Draghi si stia allineando alla strategia americana. È d'altronde in questo quadro che vanno inserite le recenti turbolenze diplomatiche di Roma con Mosca (dettate dal caso di Walter Biot) e Ankara (sorte a causa del diverbio con Recep Tayyip Erdogan): non a caso, Russia e Turchia sono le principali protagoniste di quella spartizione libica a cui Biden vuole opporsi, per riportare il Paese nordafricano in un'orbita atlantica. Un'operazione, questa, in cui Washington sembra oggi voler puntare principalmente proprio sul governo Draghi. Certo: non è detto che il contesto internazionale non possa mutare in futuro e che, come accennato, Washington e Mosca non possano tornare a parlarsi (anche perché ci sono dossier che potrebbero avvicinare le due parti: dal nucleare iraniano all'Afghanistan). Tuttavia, almeno per ora, la questione dello Spallanzani rischia di entrare in rotta di collisione con la politica estera di Palazzo Chigi.
Continua a leggereRiduci
Regione Lazio e Spallanzani cedono informazioni sui ceppi virali e sulle varianti nella trattativa sullo Sputnik, che fu messo a punto anche grazie alla spedizione militare moscovita autorizzata dai giallorossi. La notizia nel giorno delle nuove sanzioni degli Usa. E il Pd ha la faccia tosta di accusare la Lega d'intendersela con Vladimir Putin. Dal Donbass a Vladimir Putin definito «killer»: tra le due potenze la tensione è alle stelle. Lo speciale contiene due articoli. Regione Lazio, Spallanzani e istituto Gamaleya di Mosca firmano un accordo con l'intento di portare in Italia il vaccino Sputnik. I pilastri del documento si basano sulla collaborazione scientifica e lo scambio di materiali e conoscenza. Da un lato si vuole approfondire l'efficacia del vaccino sulle varianti e dall'altro avviare una sperimentazione su 600 volontari italiani che hanno già ricevuto la prima dose con Astrazeneca e sarebbero disposti a farsi iniettare, per la seconda, il siero russo. Dalle comunicazioni ufficiali si capisce che l'obiettivo è una pianificazione congiunta e una conduzione di studi clinici con l'impiego del vaccino Sputnik, nonché l'avvio della fase 4 in contesti reali. Fin qui, tutto può sembrare perfino interessante. In realtà, il pericolo sta nella controparte. I russi in cambio avranno l'accesso ai dati genetici tratti dalla biobanca dell'istituto Spallanzani. Con le informazioni sensibili, Gamaleya potrà sviluppare e far crescere la seconda vita di Sputnik, incrociando gli effetti sulle varianti del virus. Già il 6 marzo si era compreso il potenziale rischio. Ma a confermare la scelta presa dalla Regione guidata da Nicola Zingaretti è stata ieri La Repubblica che ha pubblicato un lungo articolo specificando che ai russi saranno cedute informazioni su ben 120 ceppi virali in cambio di campioni prelevati da chi ha ottenuto le fiale di Mosca. Il dramma è che in caso di controversie non ci sarà un giudizio. Semplicemente si scioglierà l'accordo. E ai russi sarà rimasta questa enorme massa di informazioni sulla quale vale la pena porsi numerosi interrogativi. Ne va innanzitutto del tema del diritto dei data base delle biobanche e del rispetto della norma europea della Gdpr, il regolamento generale sulla protezione dei dati. Posto che lo Spallanzani abbia - immaginiamo certamente di sì - messo in piedi l'intera struttura secondo le norme Uniiso utili alla gestione dell'intero ciclo e abbia preventivamente fatto sapere a tutti i pazienti coinvolti l'intenzione di trasferire i loro dati, una volta che l'accordo politico diventerà un contratto vero e proprio si aprirà il vero scoglio. «Per attivare il trasferimento», spiega alla Verità l'avvocato Giulia Aranguena, esperto di blockchain e di normative privacy, «bisogna calcolare le decisioni di adeguatezza della Commissione europea. Ai sensi dell'articolo 45 del Gdpr il trasferimento di dati personali verso un Paese terzo o un'organizzazione internazionale è ammesso se la Commissione ha deciso che il Paese terzo in questione garantisca un livello di protezione adeguato». Non è il caso della Russia che è stata definita dall'Ue una nazione che non garantisce adeguata privacy. In mancanza di una decisione ai sensi dell'articolo 45», prosegue Aranguena, «il titolare del trattamento o il responsabile del trattamento può trasferire dati personali verso un Paese terzo solo se ha fornito garanzie adeguate e a condizione che gli interessati dispongano di diritti azionabili e mezzi di ricorso effettivi». Difficile immaginare che possa avvenire in territorio moscovita. Non solo. Nel mese di dicembre 2018, il Garante italiano ha emesso importanti provvedimenti per il mondo della ricerca scientifica sanitaria ed epidemiologica: regole deontologiche per i trattamenti nell'ambito del sistema statistico nazionale e da parte di enti di ricerca e prescrizioni contenute nelle autorizzazioni generali per trattare dati genetici e per il riuso dei dati sanitari. Ne segue che la Regione Lazio prima di regalare ai russi i dati degli italiani dovrà chiedere il parere al Garante. E non entriamo nei dettagli più complessi che un tale trasferimento imporrebbe. Ciò che deve fare alzare le antenne è però il contorno politico. Lo Spallanzani ha avviato, come La Verità, ha già raccontato, un accordo con Reithera nel marzo del 2020, utilizzando come primi finanziamenti fondi del Cnr. Obiettivo è sviluppare un vaccino a partire dal brevetto della società privata. Il gruppo ha atteso per mesi l'intervento di Invitalia di Domenico Arcuri. Arrivato solo lo scorso febbraio facendo perdere 9 mesi preziosi. Non solo. L'iniezione di liquidità non è minimamente sufficiente per sostenere l'intera fase 3. In pratica, il vaccino rischia di arrivare quando il mercato avrà già sieri di seconda generazione. La scorsa settimana i vertici dell'azienda hanno incontrato il nuovo commissario, il generale Francesco Figliuolo. Dall'incontro non è emersa la possibilità di usare lo stabilimento di Castel Romano per insaccare un vaccino terzo. È facile immaginare che adesso la Regione che vede svanire il vaccino italiano e la possibilità di avere una fabbrica in loco tenti il tutto per tutto con i russi. Ma non è accettabile. Per due motivi. Primo, i dati genetici degli italiani non si possono scambiare per nessun motivo. Secondo, come può una Regione prendere una decisione di tale importanza geopolitica? È vero che Mario Draghi ebbe a dire che se l'Ue non sarebbe stata in grado di opzionare vaccini avremmo potuto pensare pure allo Sputnik. Nel frattempo lo scenario è cambiato. Soltanto l'altro ieri i media americani riportavano una posizione informale della Casa Bianca. L'uso dello Sputnik da parte della Germania potrebbe avviare le sanzioni Usa. Proprio sicuri valga la pena offrire i dati genetici degli italiani, rischiare sanzioni senza la certezza di avere un vaccino aggiuntivo e dall'altra parte offrire a Zingaretti un ritorno politico? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zingaretti-regala-ai-russi-dati-genetici-degli-italiani-2652596597.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-ora-peggiore-per-un-flirt-con-mosca-gli-stati-uniti-varano-nuove-sanzioni" data-post-id="2652596597" data-published-at="1618514803" data-use-pagination="False"> L'ora peggiore per un flirt con Mosca. Gli Stati Uniti varano nuove sanzioni Il caso dello Spallanzani scoppia in uno dei momenti forse meno opportuni dal punto di vista geopolitico. Nonostante Mario Draghi non abbia inizialmente assunto un atteggiamento di totale chiusura verso la Russia, la situazione sta adesso (almeno parzialmente) cambiando. Il premier si sta infatti sempre più allineando a Washington, soprattutto per disporre di una sponda nella difficile partita libica. E non è un mistero che, con l'arrivo di Joe Biden alla presidenza americana, la tensione tra Casa Bianca e Cremlino sia tornata progressivamente a salire. Giusto ieri, gli Stati Uniti hanno comminato delle sanzioni a Mosca, accusandola di spionaggio informatico ed influenza elettorale. Non solo: Washington è anche pronta ad espellere dieci diplomatici russi, tacciati di appartenere ai servizi di intelligence di Mosca. Il ministro degli Esteri russo, per tutta risposta, ha convocato l'ambasciatore americano in Russia, mentre il Cremlino ha annunciato misure ritorsive. Si aggiunga che, sempre in queste ore, l'ambasciatore russo a Londra, Andrey Kelin, è stato convocato dal ministero degli Esteri britannico in relazione all'operazione di hackeraggio SolarWinds, per la quale è stata accusata Mosca. Biden non ha mai amato Vladimir Putin: non soltanto lo ha aspramente criticato ai tempi della campagna elettorale ma, il mese scorso, è arrivato a definirlo un «assassino» durante un'intervista televisiva. In tutto questo, non vanno neppure dimenticate le turbolenze riesplose in Ucraina, con la Casa Bianca che si è nettamente schierata a fianco di Kiev. Insomma, le relazioni sono tesissime. E questo, nonostante Biden abbia proposto un incontro al presidente russo in un Paese terzo. Vedremo che cosa succederà in tal senso, ma almeno per ora un rasserenamento nei rapporti tra Washington e Mosca risulta fortemente improbabile. Anche perché il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha lasciato intendere ieri che un eventuale vertice bilaterale non risulterebbe comunque imminente. Un contesto internazionale spinoso, che Draghi ovviamente non può permettersi di ignorare. Come detto, l'obiettivo principale del nostro premier è quello di avere l'amministrazione Biden dalla sua parte, per far tornare Roma protagonista in Libia: un obiettivo che potrebbe riuscire a conseguire. L'incaricato d'Affari presso l'ambasciata americana in Italia, Thomas Smitham, ha in tal senso recentemente affermato: «C'è sintonia tra l'amministrazione Biden e il governo Draghi. Possiamo lavorare insieme su tanti temi importanti». «La Libia», ha aggiunto, «è estremamente importante per l'Italia e Blinken e Di Maio hanno parlato nel loro incontro a Washington della necessità di collaborare di più su questo tema. La nostra posizione, comune con Roma, è che le forze straniere debbano lasciare il Paese». «Tra poche settimane arriverà qui il nostro ambasciatore in Libia per avere un colloquio con l'Italia su questo tema così importante», ha concluso. Insomma, è chiaro che, avendo la questione libica come principale obiettivo, Draghi si stia allineando alla strategia americana. È d'altronde in questo quadro che vanno inserite le recenti turbolenze diplomatiche di Roma con Mosca (dettate dal caso di Walter Biot) e Ankara (sorte a causa del diverbio con Recep Tayyip Erdogan): non a caso, Russia e Turchia sono le principali protagoniste di quella spartizione libica a cui Biden vuole opporsi, per riportare il Paese nordafricano in un'orbita atlantica. Un'operazione, questa, in cui Washington sembra oggi voler puntare principalmente proprio sul governo Draghi. Certo: non è detto che il contesto internazionale non possa mutare in futuro e che, come accennato, Washington e Mosca non possano tornare a parlarsi (anche perché ci sono dossier che potrebbero avvicinare le due parti: dal nucleare iraniano all'Afghanistan). Tuttavia, almeno per ora, la questione dello Spallanzani rischia di entrare in rotta di collisione con la politica estera di Palazzo Chigi.
Ansa
A Doha la giornata è stata segnata da diverse esplosioni: l’Iran ha comunicato di aver attaccato la base aerea statunitense di Al Udeid situata in Qatar. Ma i missili di Teheran puntavano anche all’aeroporto internazionale Hamad. Il ministero della Difesa qatariota ha annunciato che sono stati abbattuti due jet iraniani e che sono stati intercettati diversi missili balistici e droni. Il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, Majed al Ansari, ha aggiunto che i due aerei erano stati informati dello sconfinamento prima di essere distrutti sulle acque del Golfo Persico. L’avviso è arrivato nonostante Teheran non avesse comunicato a Doha l’incombente attacco.
Anche l’Arabia Saudita è stata interessata dai raid: a Riad, l’ambasciata degli Stati Uniti è andata in fiamme dopo essere stata bersagliata da due droni. Dure parole di condanna sono arrivate dal ministero degli Esteri saudita che ha definito «codardo e ingiustificato» l’attacco iraniano. Ha poi ricordato che il bombardamento è avvenuto nonostante l’Arabia Saudita avesse già messo in chiaro che non avrebbe consentito «l’uso del suo spazio aereo e del suo territorio per colpire l’Iran». A reagire è stato anche il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump: «Ci sarà una ritorsione». E ha precisato che l’Iran è pronto a «negoziare», ma per la Casa Bianca «è troppo tardi». Tra l’altro, secondo i media israeliani, il Qatar avrebbe già preso parte agli attacchi condotti contro l’Iran e fonti citate da Kan prevedono che anche l’Arabia Saudita faccia altrettanto. Poco dopo però è arrivata la smentita di al Ansari: «Il Qatar non ha preso parte alla campagna contro l’Iran».
In ogni caso, sia Doha sia Riad hanno lanciato avvertimenti a Teheran. Sempre al Ansari ha riferito che la violazione della sovranità del Qatar, di cui si è macchiato l’Iran, «sarà affrontata con misure severe». Dello stesso tenore sono le dichiarazioni di Riad: «Il regno ribadisce il suo pieno diritto ad adottare tutte le misure necessarie per proteggere la propria sicurezza, l’integrità territoriale, i propri cittadini» inclusa «la possibilità di rispondere a un’aggressione».
Chi sembra propenso a intraprendere un’azione militare contro l’Iran è Abu Dhabi. A lanciare l’indiscrezione è Axios: una fonte a conoscenza della questione ha infatti rivelato che gli Emirati Arabi Uniti «stanno valutando l’adozione di misure difensive attive contro l’Iran». Si tratta del Paese più colpito dalla rappresaglia iraniana: il ministero della Difesa di Abu Dhabi ha reso noto che Teheran ha lanciato 186 missili balistici e 812 droni. E si contano almeno 70 feriti e tre morti. Gli Emirati Arabi quindi «si riservano il pieno diritto di rispondere a questa escalation e di adottare tutte le misure necessarie per proteggere il proprio territorio». Anche ieri sera sono state sentite delle forti esplosioni. Le autorità di Ras Al Khaimah hanno confermato che è entrata in funzione, con successo, la difesa aerea.
In Bahrein, le esplosioni a Manama hanno fatto scattare le sirene, mentre la popolazione è stata invitata a cercare riparo. A detta di Teheran sono stati sganciati con successo «20 droni e tre missili» che hanno colpito la base americana in Bahrein. Non è stato immune nemmeno l’Oman: altri droni sarebbero stati sganciati sul porto commerciale di Duqm.
E mentre Mascate ha lanciato l’appello per il cessate il fuoco, con il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, che ha sottolineato che «ci sono vie d’uscita», la Turchia ha criticato duramente la vendetta scatenata dall’Iran. L’omologo turco, Hakan Fidan, ha bollato la rappresaglia contro i Paesi del Golfo come «una strategia incredibilmente sbagliata».
L’alto livello di tensione nell’intera regione è evidente dagli allarmi che gli Stati Uniti hanno indirizzato verso i connazionali. Già prima delle esplosioni a Doha, Washington aveva invitato i cittadini americani a lasciare immediatamente tutti i Paesi mediorientali e ha iniziato a organizzare i voli per il rimpatrio. Inoltre, è stata ordinata l’evacuazione del personale diplomatico non essenziale dalla Giordania, dal Bahrein, dall’Iraq, dal Qatar, mentre l’ambasciata americana in Kuwait è stata chiusa.
Nel frattempo, alcuni Paesi del Vecchio continente si sono attivati per difendere Cipro. Il Regno Unito invierà elicotteri antidrone e il cacciatorpediniere Hms Dragon, mentre la Francia si è impegnata a mandare sistemi antimissile e antidrone e dispiegherà la portaerei Charles de Gaulle nel Mediterraneo.
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 4 marzo con Carlo Cambi
Getty Images
All’interno si trovavano i religiosi chiamati a eleggere la Guida Suprema. Il fatto stesso che l’organo incaricato della successione si sia riunito in una fase di massima esposizione militare evidenzia una falla nei meccanismi di sicurezza: la convocazione in una sede nota e simbolica suggerisce un apparato informativo in evidente difficoltà e pesantemente infiltrato da Israele. Poco prima dell’attacco, su X era apparso un messaggio in lingua persiana attribuito al Mossad: «Non importa chi verrà scelto oggi; il suo destino è già stato decretato. Solo la nazione iraniana sceglierà il suo prossimo leader».
Il bilancio è ancora provvisorio, ma ci sarebbero molti morti e feriti. Tuttavia, l’agenzia ufficiale iraniana Tasnim ha smentito che fosse in corso la votazione: «La notizia del regime sionista circa l'attacco alla riunione degli esperti della leadership e del Consiglio direttivo ad interim è falsa. In quel momento non c’era nessun incontro del genere e queste voci sono un’operazione psicologica per creare un senso di vuoto di potere nel Paese», ha assicurato Tasnim mentre Donald Trump ha confermato l’attacco: «C’è stato un altro attacco alla nuova leadership. Sembra sia stato piuttosto sostanziale».
Successivamente le Forze di Difesa Israeliane hanno annunciato di aver lanciato una nona ondata di attacchi su Teheran. In Iran sono state segnalate esplosioni nella capitale e, secondo i media istituzionali, anche nelle città di Raj, Shiraz e Fawah e secondo media iraniani attacchi aerei hanno colpito anche l’aeroporto Mehrabad di Teheran. In contemporanea, il portavoce persiano delle Idf, il tenente colonnello in congedo Kamal Pinhasi, ha diramato un ordine di evacuazione per chi si trovava nella zona industriale di Hakimiyeh: «Nelle prossime ore, le Idf opereranno nell’area».
L’escalation del pomeriggio si è innestata su quanto avvenuto nella notte tra lunedì e martedì, quando l’aeronautica militare israeliana aveva già colpito e smantellato alcune strutture all’interno del complesso dirigenziale del regime iraniano nel cuore di Teheran. Secondo le Idf, l’operazione è stata condotta sulla base di «informazioni precise» raccolte attraverso un lungo processo di intelligence. Nel mirino sono finiti l’ufficio presidenziale, l’edificio del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, il luogo di ritrovo del più alto organo decisionale in materia di sicurezza, l’istituto per l’addestramento degli ufficiali militari e altre infrastrutture considerate chiave.
La risposta iraniana non si è fatta attendere. Nel pomeriggio dodici persone sono rimaste ferite nel centro di Israele a causa della caduta di detriti provenienti da un missile intercettato. Tra i feriti, una donna di 40 anni in condizioni moderate per una ferita alla testa e altre undici persone con lesioni lievi. La polizia di Tel Aviv ha accusato Teheran di aver impiegato bombe a grappolo contro aree civili. «Gli impatti causati hanno ferito civili e provocato danni», ha affermato il comandante Haim Sargaroff. L’Idf aveva poco prima confermato l’utilizzo di submunizioni nell’ultima ondata di lanci verso il centro del Paese.
Sul fronte settentrionale la tensione è cresciuta ulteriormente. Già ieri mattina l’esercito israeliano ha annunciato che proprie unità hanno assunto posizioni «offensive avanzate» nel Libano meridionale, con l’obiettivo dichiarato di creare «un ulteriore livello di sicurezza per i residenti del nord di Israele». Le forze sono entrate in territorio libanese per consolidare una fascia di difesa rafforzata lungo il confine. Nelle stesse ore Hezbollah ha lanciato 15 razzi verso le alture del Golan e cinque verso l’Alta Galilea, oltre a due droni intercettati sopra la Galilea occidentale. Da lunedì le Idf hanno colpito più di 160 obiettivi dell’organizzazione nel Libano meridionale, tra cui centri di comando e postazioni utilizzate per condurre attacchi verso Israele. In un’operazione condotta dalla Marina nella zona di Beirut è stato eliminato Reza Khuza’i, indicato come capo del reparto armamenti di Hezbollah e capo di stato maggiore del corpo libanese della Forza Quds iraniana. «Khuza’i è stato il braccio destro del comandante del Corpo d’Armata del Libano ed era considerato un attore chiave nel rafforzamento delle capacità di Hezbollah», hanno dichiarato le Idf, aggiungendo che «era responsabile della comunicazione tra l’organizzazione terroristica Hezbollah e il regime iraniano».
Nel quadro dell’escalation, la leadership di Hezbollah resta un obiettivo dichiarato di Israele «Siamo determinati a eliminare la minaccia rappresentata da Hezbollah e non ci fermeremo finché questa organizzazione non sarà disarmata», ha detto il capo di Stato maggiore israeliano, Eyal Zamir. Il ministro della Difesa Israel Katz ha spiegato: «Il primo ministro Benjamin Netanyahu e io abbiamo autorizzato le Idf ad avanzare e ad assumere il controllo di ulteriori posizioni strategiche in Libano, al fine di prevenire attacchi alle comunità israeliane di confine». E ha aggiunto: «Abbiamo promesso sicurezza alle comunità della Galilea, e la manterremo». In serata pero’ sono di nuovo suonate le sirene nel centro di Israele in seguito a lanci di razzi dal Libano che sono stati intercettati.
Continua a leggereRiduci