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2021-04-15
Zingaretti regala ai russi dati genetici degli italiani
(Jakub Porzycki/NurPhoto via Getty Images)
Regione Lazio, Spallanzani e istituto Gamaleya di Mosca firmano un accordo con l'intento di portare in Italia il vaccino Sputnik. I pilastri del documento si basano sulla collaborazione scientifica e lo scambio di materiali e conoscenza. Da un lato si vuole approfondire l'efficacia del vaccino sulle varianti e dall'altro avviare una sperimentazione su 600 volontari italiani che hanno già ricevuto la prima dose con Astrazeneca e sarebbero disposti a farsi iniettare, per la seconda, il siero russo. Dalle comunicazioni ufficiali si capisce che l'obiettivo è una pianificazione congiunta e una conduzione di studi clinici con l'impiego del vaccino Sputnik, nonché l'avvio della fase 4 in contesti reali. Fin qui, tutto può sembrare perfino interessante. In realtà, il pericolo sta nella controparte. I russi in cambio avranno l'accesso ai dati genetici tratti dalla biobanca dell'istituto Spallanzani.
Con le informazioni sensibili, Gamaleya potrà sviluppare e far crescere la seconda vita di Sputnik, incrociando gli effetti sulle varianti del virus. Già il 6 marzo si era compreso il potenziale rischio. Ma a confermare la scelta presa dalla Regione guidata da
Nicola Zingaretti è stata ieri La Repubblica che ha pubblicato un lungo articolo specificando che ai russi saranno cedute informazioni su ben 120 ceppi virali in cambio di campioni prelevati da chi ha ottenuto le fiale di Mosca. Il dramma è che in caso di controversie non ci sarà un giudizio.
Semplicemente si scioglierà l'accordo. E ai russi sarà rimasta questa enorme massa di informazioni sulla quale vale la pena porsi numerosi interrogativi. Ne va innanzitutto del tema del diritto dei data base delle biobanche e del rispetto della norma europea della Gdpr, il regolamento generale sulla protezione dei dati. Posto che lo Spallanzani abbia - immaginiamo certamente di sì - messo in piedi l'intera struttura secondo le norme Uniiso utili alla gestione dell'intero ciclo e abbia preventivamente fatto sapere a tutti i pazienti coinvolti l'intenzione di trasferire i loro dati, una volta che l'accordo politico diventerà un contratto vero e proprio si aprirà il vero scoglio. «Per attivare il trasferimento», spiega alla
Verità l'avvocato Giulia Aranguena, esperto di blockchain e di normative privacy, «bisogna calcolare le decisioni di adeguatezza della Commissione europea. Ai sensi dell'articolo 45 del Gdpr il trasferimento di dati personali verso un Paese terzo o un'organizzazione internazionale è ammesso se la Commissione ha deciso che il Paese terzo in questione garantisca un livello di protezione adeguato». Non è il caso della Russia che è stata definita dall'Ue una nazione che non garantisce adeguata privacy. In mancanza di una decisione ai sensi dell'articolo 45», prosegue Aranguena, «il titolare del trattamento o il responsabile del trattamento può trasferire dati personali verso un Paese terzo solo se ha fornito garanzie adeguate e a condizione che gli interessati dispongano di diritti azionabili e mezzi di ricorso effettivi». Difficile immaginare che possa avvenire in territorio moscovita. Non solo. Nel mese di dicembre 2018, il Garante italiano ha emesso importanti provvedimenti per il mondo della ricerca scientifica sanitaria ed epidemiologica: regole deontologiche per i trattamenti nell'ambito del sistema statistico nazionale e da parte di enti di ricerca e prescrizioni contenute nelle autorizzazioni generali per trattare dati genetici e per il riuso dei dati sanitari. Ne segue che la Regione Lazio prima di regalare ai russi i dati degli italiani dovrà chiedere il parere al Garante. E non entriamo nei dettagli più complessi che un tale trasferimento imporrebbe. Ciò che deve fare alzare le antenne è però il contorno politico. Lo Spallanzani ha avviato, come La Verità, ha già raccontato, un accordo con Reithera nel marzo del 2020, utilizzando come primi finanziamenti fondi del Cnr. Obiettivo è sviluppare un vaccino a partire dal brevetto della società privata. Il gruppo ha atteso per mesi l'intervento di Invitalia di Domenico Arcuri. Arrivato solo lo scorso febbraio facendo perdere 9 mesi preziosi. Non solo. L'iniezione di liquidità non è minimamente sufficiente per sostenere l'intera fase 3. In pratica, il vaccino rischia di arrivare quando il mercato avrà già sieri di seconda generazione. La scorsa settimana i vertici dell'azienda hanno incontrato il nuovo commissario, il generale Francesco Figliuolo. Dall'incontro non è emersa la possibilità di usare lo stabilimento di Castel Romano per insaccare un vaccino terzo. È facile immaginare che adesso la Regione che vede svanire il vaccino italiano e la possibilità di avere una fabbrica in loco tenti il tutto per tutto con i russi. Ma non è accettabile. Per due motivi. Primo, i dati genetici degli italiani non si possono scambiare per nessun motivo. Secondo, come può una Regione prendere una decisione di tale importanza geopolitica? È vero che Mario Draghi ebbe a dire che se l'Ue non sarebbe stata in grado di opzionare vaccini avremmo potuto pensare pure allo Sputnik. Nel frattempo lo scenario è cambiato. Soltanto l'altro ieri i media americani riportavano una posizione informale della Casa Bianca. L'uso dello Sputnik da parte della Germania potrebbe avviare le sanzioni Usa. Proprio sicuri valga la pena offrire i dati genetici degli italiani, rischiare sanzioni senza la certezza di avere un vaccino aggiuntivo e dall'altra parte offrire a Zingaretti un ritorno politico?
L'ora peggiore per un flirt con Mosca. Gli Stati Uniti varano nuove sanzioni
Il caso dello Spallanzani scoppia in uno dei momenti forse meno opportuni dal punto di vista geopolitico. Nonostante Mario Draghi non abbia inizialmente assunto un atteggiamento di totale chiusura verso la Russia, la situazione sta adesso (almeno parzialmente) cambiando. Il premier si sta infatti sempre più allineando a Washington, soprattutto per disporre di una sponda nella difficile partita libica. E non è un mistero che, con l'arrivo di Joe Biden alla presidenza americana, la tensione tra Casa Bianca e Cremlino sia tornata progressivamente a salire. Giusto ieri, gli Stati Uniti hanno comminato delle sanzioni a Mosca, accusandola di spionaggio informatico ed influenza elettorale. Non solo: Washington è anche pronta ad espellere dieci diplomatici russi, tacciati di appartenere ai servizi di intelligence di Mosca. Il ministro degli Esteri russo, per tutta risposta, ha convocato l'ambasciatore americano in Russia, mentre il Cremlino ha annunciato misure ritorsive. Si aggiunga che, sempre in queste ore, l'ambasciatore russo a Londra, Andrey Kelin, è stato convocato dal ministero degli Esteri britannico in relazione all'operazione di hackeraggio SolarWinds, per la quale è stata accusata Mosca. Biden non ha mai amato Vladimir Putin: non soltanto lo ha aspramente criticato ai tempi della campagna elettorale ma, il mese scorso, è arrivato a definirlo un «assassino» durante un'intervista televisiva. In tutto questo, non vanno neppure dimenticate le turbolenze riesplose in Ucraina, con la Casa Bianca che si è nettamente schierata a fianco di Kiev. Insomma, le relazioni sono tesissime. E questo, nonostante Biden abbia proposto un incontro al presidente russo in un Paese terzo. Vedremo che cosa succederà in tal senso, ma almeno per ora un rasserenamento nei rapporti tra Washington e Mosca risulta fortemente improbabile. Anche perché il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha lasciato intendere ieri che un eventuale vertice bilaterale non risulterebbe comunque imminente.
Un contesto internazionale spinoso, che Draghi ovviamente non può permettersi di ignorare. Come detto, l'obiettivo principale del nostro premier è quello di avere l'amministrazione Biden dalla sua parte, per far tornare Roma protagonista in Libia: un obiettivo che potrebbe riuscire a conseguire. L'incaricato d'Affari presso l'ambasciata americana in Italia, Thomas Smitham, ha in tal senso recentemente affermato: «C'è sintonia tra l'amministrazione Biden e il governo Draghi. Possiamo lavorare insieme su tanti temi importanti». «La Libia», ha aggiunto, «è estremamente importante per l'Italia e Blinken e Di Maio hanno parlato nel loro incontro a Washington della necessità di collaborare di più su questo tema. La nostra posizione, comune con Roma, è che le forze straniere debbano lasciare il Paese». «Tra poche settimane arriverà qui il nostro ambasciatore in Libia per avere un colloquio con l'Italia su questo tema così importante», ha concluso.
Insomma, è chiaro che, avendo la questione libica come principale obiettivo, Draghi si stia allineando alla strategia americana. È d'altronde in questo quadro che vanno inserite le recenti turbolenze diplomatiche di Roma con Mosca (dettate dal caso di Walter Biot) e Ankara (sorte a causa del diverbio con Recep Tayyip Erdogan): non a caso, Russia e Turchia sono le principali protagoniste di quella spartizione libica a cui Biden vuole opporsi, per riportare il Paese nordafricano in un'orbita atlantica. Un'operazione, questa, in cui Washington sembra oggi voler puntare principalmente proprio sul governo Draghi. Certo: non è detto che il contesto internazionale non possa mutare in futuro e che, come accennato, Washington e Mosca non possano tornare a parlarsi (anche perché ci sono dossier che potrebbero avvicinare le due parti: dal nucleare iraniano all'Afghanistan). Tuttavia, almeno per ora, la questione dello Spallanzani rischia di entrare in rotta di collisione con la politica estera di Palazzo Chigi.
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Regione Lazio e Spallanzani cedono informazioni sui ceppi virali e sulle varianti nella trattativa sullo Sputnik, che fu messo a punto anche grazie alla spedizione militare moscovita autorizzata dai giallorossi. La notizia nel giorno delle nuove sanzioni degli Usa. E il Pd ha la faccia tosta di accusare la Lega d'intendersela con Vladimir Putin. Dal Donbass a Vladimir Putin definito «killer»: tra le due potenze la tensione è alle stelle. Lo speciale contiene due articoli. Regione Lazio, Spallanzani e istituto Gamaleya di Mosca firmano un accordo con l'intento di portare in Italia il vaccino Sputnik. I pilastri del documento si basano sulla collaborazione scientifica e lo scambio di materiali e conoscenza. Da un lato si vuole approfondire l'efficacia del vaccino sulle varianti e dall'altro avviare una sperimentazione su 600 volontari italiani che hanno già ricevuto la prima dose con Astrazeneca e sarebbero disposti a farsi iniettare, per la seconda, il siero russo. Dalle comunicazioni ufficiali si capisce che l'obiettivo è una pianificazione congiunta e una conduzione di studi clinici con l'impiego del vaccino Sputnik, nonché l'avvio della fase 4 in contesti reali. Fin qui, tutto può sembrare perfino interessante. In realtà, il pericolo sta nella controparte. I russi in cambio avranno l'accesso ai dati genetici tratti dalla biobanca dell'istituto Spallanzani. Con le informazioni sensibili, Gamaleya potrà sviluppare e far crescere la seconda vita di Sputnik, incrociando gli effetti sulle varianti del virus. Già il 6 marzo si era compreso il potenziale rischio. Ma a confermare la scelta presa dalla Regione guidata da Nicola Zingaretti è stata ieri La Repubblica che ha pubblicato un lungo articolo specificando che ai russi saranno cedute informazioni su ben 120 ceppi virali in cambio di campioni prelevati da chi ha ottenuto le fiale di Mosca. Il dramma è che in caso di controversie non ci sarà un giudizio. Semplicemente si scioglierà l'accordo. E ai russi sarà rimasta questa enorme massa di informazioni sulla quale vale la pena porsi numerosi interrogativi. Ne va innanzitutto del tema del diritto dei data base delle biobanche e del rispetto della norma europea della Gdpr, il regolamento generale sulla protezione dei dati. Posto che lo Spallanzani abbia - immaginiamo certamente di sì - messo in piedi l'intera struttura secondo le norme Uniiso utili alla gestione dell'intero ciclo e abbia preventivamente fatto sapere a tutti i pazienti coinvolti l'intenzione di trasferire i loro dati, una volta che l'accordo politico diventerà un contratto vero e proprio si aprirà il vero scoglio. «Per attivare il trasferimento», spiega alla Verità l'avvocato Giulia Aranguena, esperto di blockchain e di normative privacy, «bisogna calcolare le decisioni di adeguatezza della Commissione europea. Ai sensi dell'articolo 45 del Gdpr il trasferimento di dati personali verso un Paese terzo o un'organizzazione internazionale è ammesso se la Commissione ha deciso che il Paese terzo in questione garantisca un livello di protezione adeguato». Non è il caso della Russia che è stata definita dall'Ue una nazione che non garantisce adeguata privacy. In mancanza di una decisione ai sensi dell'articolo 45», prosegue Aranguena, «il titolare del trattamento o il responsabile del trattamento può trasferire dati personali verso un Paese terzo solo se ha fornito garanzie adeguate e a condizione che gli interessati dispongano di diritti azionabili e mezzi di ricorso effettivi». Difficile immaginare che possa avvenire in territorio moscovita. Non solo. Nel mese di dicembre 2018, il Garante italiano ha emesso importanti provvedimenti per il mondo della ricerca scientifica sanitaria ed epidemiologica: regole deontologiche per i trattamenti nell'ambito del sistema statistico nazionale e da parte di enti di ricerca e prescrizioni contenute nelle autorizzazioni generali per trattare dati genetici e per il riuso dei dati sanitari. Ne segue che la Regione Lazio prima di regalare ai russi i dati degli italiani dovrà chiedere il parere al Garante. E non entriamo nei dettagli più complessi che un tale trasferimento imporrebbe. Ciò che deve fare alzare le antenne è però il contorno politico. Lo Spallanzani ha avviato, come La Verità, ha già raccontato, un accordo con Reithera nel marzo del 2020, utilizzando come primi finanziamenti fondi del Cnr. Obiettivo è sviluppare un vaccino a partire dal brevetto della società privata. Il gruppo ha atteso per mesi l'intervento di Invitalia di Domenico Arcuri. Arrivato solo lo scorso febbraio facendo perdere 9 mesi preziosi. Non solo. L'iniezione di liquidità non è minimamente sufficiente per sostenere l'intera fase 3. In pratica, il vaccino rischia di arrivare quando il mercato avrà già sieri di seconda generazione. La scorsa settimana i vertici dell'azienda hanno incontrato il nuovo commissario, il generale Francesco Figliuolo. Dall'incontro non è emersa la possibilità di usare lo stabilimento di Castel Romano per insaccare un vaccino terzo. È facile immaginare che adesso la Regione che vede svanire il vaccino italiano e la possibilità di avere una fabbrica in loco tenti il tutto per tutto con i russi. Ma non è accettabile. Per due motivi. Primo, i dati genetici degli italiani non si possono scambiare per nessun motivo. Secondo, come può una Regione prendere una decisione di tale importanza geopolitica? È vero che Mario Draghi ebbe a dire che se l'Ue non sarebbe stata in grado di opzionare vaccini avremmo potuto pensare pure allo Sputnik. Nel frattempo lo scenario è cambiato. Soltanto l'altro ieri i media americani riportavano una posizione informale della Casa Bianca. L'uso dello Sputnik da parte della Germania potrebbe avviare le sanzioni Usa. Proprio sicuri valga la pena offrire i dati genetici degli italiani, rischiare sanzioni senza la certezza di avere un vaccino aggiuntivo e dall'altra parte offrire a Zingaretti un ritorno politico? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zingaretti-regala-ai-russi-dati-genetici-degli-italiani-2652596597.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-ora-peggiore-per-un-flirt-con-mosca-gli-stati-uniti-varano-nuove-sanzioni" data-post-id="2652596597" data-published-at="1618514803" data-use-pagination="False"> L'ora peggiore per un flirt con Mosca. Gli Stati Uniti varano nuove sanzioni Il caso dello Spallanzani scoppia in uno dei momenti forse meno opportuni dal punto di vista geopolitico. Nonostante Mario Draghi non abbia inizialmente assunto un atteggiamento di totale chiusura verso la Russia, la situazione sta adesso (almeno parzialmente) cambiando. Il premier si sta infatti sempre più allineando a Washington, soprattutto per disporre di una sponda nella difficile partita libica. E non è un mistero che, con l'arrivo di Joe Biden alla presidenza americana, la tensione tra Casa Bianca e Cremlino sia tornata progressivamente a salire. Giusto ieri, gli Stati Uniti hanno comminato delle sanzioni a Mosca, accusandola di spionaggio informatico ed influenza elettorale. Non solo: Washington è anche pronta ad espellere dieci diplomatici russi, tacciati di appartenere ai servizi di intelligence di Mosca. Il ministro degli Esteri russo, per tutta risposta, ha convocato l'ambasciatore americano in Russia, mentre il Cremlino ha annunciato misure ritorsive. Si aggiunga che, sempre in queste ore, l'ambasciatore russo a Londra, Andrey Kelin, è stato convocato dal ministero degli Esteri britannico in relazione all'operazione di hackeraggio SolarWinds, per la quale è stata accusata Mosca. Biden non ha mai amato Vladimir Putin: non soltanto lo ha aspramente criticato ai tempi della campagna elettorale ma, il mese scorso, è arrivato a definirlo un «assassino» durante un'intervista televisiva. In tutto questo, non vanno neppure dimenticate le turbolenze riesplose in Ucraina, con la Casa Bianca che si è nettamente schierata a fianco di Kiev. Insomma, le relazioni sono tesissime. E questo, nonostante Biden abbia proposto un incontro al presidente russo in un Paese terzo. Vedremo che cosa succederà in tal senso, ma almeno per ora un rasserenamento nei rapporti tra Washington e Mosca risulta fortemente improbabile. Anche perché il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha lasciato intendere ieri che un eventuale vertice bilaterale non risulterebbe comunque imminente. Un contesto internazionale spinoso, che Draghi ovviamente non può permettersi di ignorare. Come detto, l'obiettivo principale del nostro premier è quello di avere l'amministrazione Biden dalla sua parte, per far tornare Roma protagonista in Libia: un obiettivo che potrebbe riuscire a conseguire. L'incaricato d'Affari presso l'ambasciata americana in Italia, Thomas Smitham, ha in tal senso recentemente affermato: «C'è sintonia tra l'amministrazione Biden e il governo Draghi. Possiamo lavorare insieme su tanti temi importanti». «La Libia», ha aggiunto, «è estremamente importante per l'Italia e Blinken e Di Maio hanno parlato nel loro incontro a Washington della necessità di collaborare di più su questo tema. La nostra posizione, comune con Roma, è che le forze straniere debbano lasciare il Paese». «Tra poche settimane arriverà qui il nostro ambasciatore in Libia per avere un colloquio con l'Italia su questo tema così importante», ha concluso. Insomma, è chiaro che, avendo la questione libica come principale obiettivo, Draghi si stia allineando alla strategia americana. È d'altronde in questo quadro che vanno inserite le recenti turbolenze diplomatiche di Roma con Mosca (dettate dal caso di Walter Biot) e Ankara (sorte a causa del diverbio con Recep Tayyip Erdogan): non a caso, Russia e Turchia sono le principali protagoniste di quella spartizione libica a cui Biden vuole opporsi, per riportare il Paese nordafricano in un'orbita atlantica. Un'operazione, questa, in cui Washington sembra oggi voler puntare principalmente proprio sul governo Draghi. Certo: non è detto che il contesto internazionale non possa mutare in futuro e che, come accennato, Washington e Mosca non possano tornare a parlarsi (anche perché ci sono dossier che potrebbero avvicinare le due parti: dal nucleare iraniano all'Afghanistan). Tuttavia, almeno per ora, la questione dello Spallanzani rischia di entrare in rotta di collisione con la politica estera di Palazzo Chigi.
Il presidente libanese Joseph Aoun (Getty Images)
È bastato poco, una semplice parola tradotta male, per scatenare l’ennesima strumentalizzazione. Questa volta ci ha pensato la stampa francese a mettere zizzania tra Giorgia Meloni e un altro leader internazionale. Un leader di partito: Marine Le Pen. Interrogata sulla sua vicenda giudiziaria, Meloni aveva risposto di non credere a tutto quello che legge. Frase tradotta così: «Non credo a tutto quello che dice». A chiarire tutto ci ha pensato Marion Maréchal Le Pen, la nipote e leader di Identité liberté, che in un post rilanciato poi da Meloni, ha scritto: «Quando la tv Bfm trasforma il “non credo a tutto quello che leggo (sulla stampa) su Marine Le Pen” di Giorgia Meloni in “non credo a tutto quello che dice Marine Le Pen”. Come si può sentire» allegando anche il video dell’intervista, «dopo aver ricordato che “aveva rispetto per Le Pen”, Meloni sottolineava che non bisognava fidarsi di quello che una certa stampa “autorevole” diffonde sul campo nazionale. E Bfm le ha immediatamente dimostrato che aveva ragione a diffidare». Anche Vincenzo Sofo, ex parlamentare europeo di FdI e marito di Maréchal, ha denunciato in un commento la «notizia falsa basata su una traduzione errata».
Unico neo di un vertice che ha oggettivamente riscosso molto successo nei due Paesi e oltre. Il primo a beneficiarne e a riconoscerlo è il leader libanese Joseph Aoun che ha accolto con favore gli sforzi di Francia e Italia per la creazione di una coalizione multinazionale che succeda alle forze Unifil, missione che terminerà il suo mandato a fine anno. L’iniziativa, annunciata nella conferenza stampa post vertice dal presidente francese Emmanuel Macron e dal presidente del Consiglio Meloni, è «una sincera espressione dell’impegno internazionale a sostegno della sovranità e della stabilità del Libano» ha commentato Anoun.
In Italia non mancano le polemiche. «Nel bilaterale Francia - Italia, è nuovamente stata sottolineata la necessità di un nuovo protagonismo europeo dentro la crisi internazionale che stiamo vivendo. Sono di due giorni fa le dichiarazioni del segretario generale della Nato Rutte. Parole che, se pur ufficialmente chiarite, non possono essere archiviate come “parole a caso”. Forse è utile che su quanto sta avvenendo ci possa essere un confronto di fronte al Paese», ha commentato Francesco Boccia, presidente del gruppo del Pd in Senato che ha aggiunto chiedendo nuovamente che Meloni riferisca in Parlamento: «Per questo torniamo a chiedere con forza che su tutta questa vicenda il governo, se possibile anche nella persona della stessa presidente del Consiglio, chiarisca la propria posizione: dai rapporti europei, alle parole di Rutte, alla guerra di Israele e Usa all’Iran. Crediamo che questo sia, ancor più che nel passato, il momento giusto perché Meloni scelga di stare dalla parte dell’Europa, senza più remore o retropensieri e senza più titubanze». E se Boccia ha letto in questo incontro titubanze da parte del premier, il presidente dei senatori della Lega Massimiliano Romeo legge il contrario: «Ho piena fiducia nella premier che ha dimostrato di saperci fare in politica estera». «È giusto che l’Europa si rafforzi» ha aggiunto convinto però che debba anche mantenersi il rapporto con gli Stati Uniti nonostante gli «incidenti» con Trump.
A proposito di Trump, il presidente americano ieri ha minacciato l’introduzione di nuovi dazi nei confronti di «qualsiasi Paese» intenda imporre la digital tax. «Sarà immediatamente soggetto a un dazio del 100% su tutte le merci spedite negli Stati Uniti d’America. Tale dazio prevarrà sugli accordi commerciali stipulati con il Paese in questione, indipendentemente dal fatto che siano stati attuati, firmati o meno. Inoltre, il dazio del 100% sarà immediatamente applicato qualora tali Paesi procedano con l’introduzione dell’imposta domanda». Bruxelles ha replicato, sostenendo che le sue minacce sono ingiustificate e quindi, se attuate, la Commissione Ue risponderà.
L’ennesima sparata del tycoon che arriva nelle stesse ore in cui a Washington sembrerebbe essere arrivata l’intesa tra Israele e Libano, rifiutata però da Hezbollah perché indebolirebbe la l’unità il Paese, per un cessate il fuoco dopo quattro giorni di trattativa. Roma però si è subito congratulato per il risultato: «Il Governo italiano accoglie con favore l’annuncio di un accordo quadro tra Libano e Israele, grazie alla mediazione Usa». Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha pubblicato un messaggio su X scritto in farsi in cui spiega che «il comandante della Forza Quds iraniana, Qaani, ha recentemente lanciato numerose minacce contro Israele. In ogni caso, se l’Iran attacca Israele, sarà il suo più grande errore. Né Hormuz né il fuoco sui civili lo aiuteranno. Nulla ci fermerà. Le nostre forze sono pronte a portare a termine la missione».
Su Hormuz non si riesce a risolvere l’impasse. I Guardiani della rivoluzione islamica ieri hanno smentito le dichiarazioni di alcuni funzionari statunitensi secondo cui sarebbe stato istituito un canale diretto tra Teheran e Washington sul tema dello Stretto di Hormuz. «Si tratta di una menzogna completa e lo smentiamo con forza. Non è mai accaduto e non accadrà. Lo Stretto di Hormuz è territorio iraniano e non ha nulla a che fare con gli Stati Uniti». Non proprio una bella notizia considerata la violazione del cessate il fuoco nello Stretto da parte degli iraniani condannata e denunciata così da Trump: «La Repubblica islamica dell’Iran ha lanciato almeno quattro droni d’attacco unidirezionali contro navi in transito nello Stretto di Hormuz. Uno dei droni ha colpito in pieno il ponte superiore di una grande e costosissima nave da carico. Sono stati riportati danni, ma la nave ha potuto proseguire la navigazione. Ovviamente, si tratta di una folle violazione del nostro accordo di cessate il fuoco».
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