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2021-04-15
Zingaretti regala ai russi dati genetici degli italiani
(Jakub Porzycki/NurPhoto via Getty Images)
Regione Lazio, Spallanzani e istituto Gamaleya di Mosca firmano un accordo con l'intento di portare in Italia il vaccino Sputnik. I pilastri del documento si basano sulla collaborazione scientifica e lo scambio di materiali e conoscenza. Da un lato si vuole approfondire l'efficacia del vaccino sulle varianti e dall'altro avviare una sperimentazione su 600 volontari italiani che hanno già ricevuto la prima dose con Astrazeneca e sarebbero disposti a farsi iniettare, per la seconda, il siero russo. Dalle comunicazioni ufficiali si capisce che l'obiettivo è una pianificazione congiunta e una conduzione di studi clinici con l'impiego del vaccino Sputnik, nonché l'avvio della fase 4 in contesti reali. Fin qui, tutto può sembrare perfino interessante. In realtà, il pericolo sta nella controparte. I russi in cambio avranno l'accesso ai dati genetici tratti dalla biobanca dell'istituto Spallanzani.
Con le informazioni sensibili, Gamaleya potrà sviluppare e far crescere la seconda vita di Sputnik, incrociando gli effetti sulle varianti del virus. Già il 6 marzo si era compreso il potenziale rischio. Ma a confermare la scelta presa dalla Regione guidata da
Nicola Zingaretti è stata ieri La Repubblica che ha pubblicato un lungo articolo specificando che ai russi saranno cedute informazioni su ben 120 ceppi virali in cambio di campioni prelevati da chi ha ottenuto le fiale di Mosca. Il dramma è che in caso di controversie non ci sarà un giudizio.
Semplicemente si scioglierà l'accordo. E ai russi sarà rimasta questa enorme massa di informazioni sulla quale vale la pena porsi numerosi interrogativi. Ne va innanzitutto del tema del diritto dei data base delle biobanche e del rispetto della norma europea della Gdpr, il regolamento generale sulla protezione dei dati. Posto che lo Spallanzani abbia - immaginiamo certamente di sì - messo in piedi l'intera struttura secondo le norme Uniiso utili alla gestione dell'intero ciclo e abbia preventivamente fatto sapere a tutti i pazienti coinvolti l'intenzione di trasferire i loro dati, una volta che l'accordo politico diventerà un contratto vero e proprio si aprirà il vero scoglio. «Per attivare il trasferimento», spiega alla
Verità l'avvocato Giulia Aranguena, esperto di blockchain e di normative privacy, «bisogna calcolare le decisioni di adeguatezza della Commissione europea. Ai sensi dell'articolo 45 del Gdpr il trasferimento di dati personali verso un Paese terzo o un'organizzazione internazionale è ammesso se la Commissione ha deciso che il Paese terzo in questione garantisca un livello di protezione adeguato». Non è il caso della Russia che è stata definita dall'Ue una nazione che non garantisce adeguata privacy. In mancanza di una decisione ai sensi dell'articolo 45», prosegue Aranguena, «il titolare del trattamento o il responsabile del trattamento può trasferire dati personali verso un Paese terzo solo se ha fornito garanzie adeguate e a condizione che gli interessati dispongano di diritti azionabili e mezzi di ricorso effettivi». Difficile immaginare che possa avvenire in territorio moscovita. Non solo. Nel mese di dicembre 2018, il Garante italiano ha emesso importanti provvedimenti per il mondo della ricerca scientifica sanitaria ed epidemiologica: regole deontologiche per i trattamenti nell'ambito del sistema statistico nazionale e da parte di enti di ricerca e prescrizioni contenute nelle autorizzazioni generali per trattare dati genetici e per il riuso dei dati sanitari. Ne segue che la Regione Lazio prima di regalare ai russi i dati degli italiani dovrà chiedere il parere al Garante. E non entriamo nei dettagli più complessi che un tale trasferimento imporrebbe. Ciò che deve fare alzare le antenne è però il contorno politico. Lo Spallanzani ha avviato, come La Verità, ha già raccontato, un accordo con Reithera nel marzo del 2020, utilizzando come primi finanziamenti fondi del Cnr. Obiettivo è sviluppare un vaccino a partire dal brevetto della società privata. Il gruppo ha atteso per mesi l'intervento di Invitalia di Domenico Arcuri. Arrivato solo lo scorso febbraio facendo perdere 9 mesi preziosi. Non solo. L'iniezione di liquidità non è minimamente sufficiente per sostenere l'intera fase 3. In pratica, il vaccino rischia di arrivare quando il mercato avrà già sieri di seconda generazione. La scorsa settimana i vertici dell'azienda hanno incontrato il nuovo commissario, il generale Francesco Figliuolo. Dall'incontro non è emersa la possibilità di usare lo stabilimento di Castel Romano per insaccare un vaccino terzo. È facile immaginare che adesso la Regione che vede svanire il vaccino italiano e la possibilità di avere una fabbrica in loco tenti il tutto per tutto con i russi. Ma non è accettabile. Per due motivi. Primo, i dati genetici degli italiani non si possono scambiare per nessun motivo. Secondo, come può una Regione prendere una decisione di tale importanza geopolitica? È vero che Mario Draghi ebbe a dire che se l'Ue non sarebbe stata in grado di opzionare vaccini avremmo potuto pensare pure allo Sputnik. Nel frattempo lo scenario è cambiato. Soltanto l'altro ieri i media americani riportavano una posizione informale della Casa Bianca. L'uso dello Sputnik da parte della Germania potrebbe avviare le sanzioni Usa. Proprio sicuri valga la pena offrire i dati genetici degli italiani, rischiare sanzioni senza la certezza di avere un vaccino aggiuntivo e dall'altra parte offrire a Zingaretti un ritorno politico?
L'ora peggiore per un flirt con Mosca. Gli Stati Uniti varano nuove sanzioni
Il caso dello Spallanzani scoppia in uno dei momenti forse meno opportuni dal punto di vista geopolitico. Nonostante Mario Draghi non abbia inizialmente assunto un atteggiamento di totale chiusura verso la Russia, la situazione sta adesso (almeno parzialmente) cambiando. Il premier si sta infatti sempre più allineando a Washington, soprattutto per disporre di una sponda nella difficile partita libica. E non è un mistero che, con l'arrivo di Joe Biden alla presidenza americana, la tensione tra Casa Bianca e Cremlino sia tornata progressivamente a salire. Giusto ieri, gli Stati Uniti hanno comminato delle sanzioni a Mosca, accusandola di spionaggio informatico ed influenza elettorale. Non solo: Washington è anche pronta ad espellere dieci diplomatici russi, tacciati di appartenere ai servizi di intelligence di Mosca. Il ministro degli Esteri russo, per tutta risposta, ha convocato l'ambasciatore americano in Russia, mentre il Cremlino ha annunciato misure ritorsive. Si aggiunga che, sempre in queste ore, l'ambasciatore russo a Londra, Andrey Kelin, è stato convocato dal ministero degli Esteri britannico in relazione all'operazione di hackeraggio SolarWinds, per la quale è stata accusata Mosca. Biden non ha mai amato Vladimir Putin: non soltanto lo ha aspramente criticato ai tempi della campagna elettorale ma, il mese scorso, è arrivato a definirlo un «assassino» durante un'intervista televisiva. In tutto questo, non vanno neppure dimenticate le turbolenze riesplose in Ucraina, con la Casa Bianca che si è nettamente schierata a fianco di Kiev. Insomma, le relazioni sono tesissime. E questo, nonostante Biden abbia proposto un incontro al presidente russo in un Paese terzo. Vedremo che cosa succederà in tal senso, ma almeno per ora un rasserenamento nei rapporti tra Washington e Mosca risulta fortemente improbabile. Anche perché il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha lasciato intendere ieri che un eventuale vertice bilaterale non risulterebbe comunque imminente.
Un contesto internazionale spinoso, che Draghi ovviamente non può permettersi di ignorare. Come detto, l'obiettivo principale del nostro premier è quello di avere l'amministrazione Biden dalla sua parte, per far tornare Roma protagonista in Libia: un obiettivo che potrebbe riuscire a conseguire. L'incaricato d'Affari presso l'ambasciata americana in Italia, Thomas Smitham, ha in tal senso recentemente affermato: «C'è sintonia tra l'amministrazione Biden e il governo Draghi. Possiamo lavorare insieme su tanti temi importanti». «La Libia», ha aggiunto, «è estremamente importante per l'Italia e Blinken e Di Maio hanno parlato nel loro incontro a Washington della necessità di collaborare di più su questo tema. La nostra posizione, comune con Roma, è che le forze straniere debbano lasciare il Paese». «Tra poche settimane arriverà qui il nostro ambasciatore in Libia per avere un colloquio con l'Italia su questo tema così importante», ha concluso.
Insomma, è chiaro che, avendo la questione libica come principale obiettivo, Draghi si stia allineando alla strategia americana. È d'altronde in questo quadro che vanno inserite le recenti turbolenze diplomatiche di Roma con Mosca (dettate dal caso di Walter Biot) e Ankara (sorte a causa del diverbio con Recep Tayyip Erdogan): non a caso, Russia e Turchia sono le principali protagoniste di quella spartizione libica a cui Biden vuole opporsi, per riportare il Paese nordafricano in un'orbita atlantica. Un'operazione, questa, in cui Washington sembra oggi voler puntare principalmente proprio sul governo Draghi. Certo: non è detto che il contesto internazionale non possa mutare in futuro e che, come accennato, Washington e Mosca non possano tornare a parlarsi (anche perché ci sono dossier che potrebbero avvicinare le due parti: dal nucleare iraniano all'Afghanistan). Tuttavia, almeno per ora, la questione dello Spallanzani rischia di entrare in rotta di collisione con la politica estera di Palazzo Chigi.
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Regione Lazio e Spallanzani cedono informazioni sui ceppi virali e sulle varianti nella trattativa sullo Sputnik, che fu messo a punto anche grazie alla spedizione militare moscovita autorizzata dai giallorossi. La notizia nel giorno delle nuove sanzioni degli Usa. E il Pd ha la faccia tosta di accusare la Lega d'intendersela con Vladimir Putin. Dal Donbass a Vladimir Putin definito «killer»: tra le due potenze la tensione è alle stelle. Lo speciale contiene due articoli. Regione Lazio, Spallanzani e istituto Gamaleya di Mosca firmano un accordo con l'intento di portare in Italia il vaccino Sputnik. I pilastri del documento si basano sulla collaborazione scientifica e lo scambio di materiali e conoscenza. Da un lato si vuole approfondire l'efficacia del vaccino sulle varianti e dall'altro avviare una sperimentazione su 600 volontari italiani che hanno già ricevuto la prima dose con Astrazeneca e sarebbero disposti a farsi iniettare, per la seconda, il siero russo. Dalle comunicazioni ufficiali si capisce che l'obiettivo è una pianificazione congiunta e una conduzione di studi clinici con l'impiego del vaccino Sputnik, nonché l'avvio della fase 4 in contesti reali. Fin qui, tutto può sembrare perfino interessante. In realtà, il pericolo sta nella controparte. I russi in cambio avranno l'accesso ai dati genetici tratti dalla biobanca dell'istituto Spallanzani. Con le informazioni sensibili, Gamaleya potrà sviluppare e far crescere la seconda vita di Sputnik, incrociando gli effetti sulle varianti del virus. Già il 6 marzo si era compreso il potenziale rischio. Ma a confermare la scelta presa dalla Regione guidata da Nicola Zingaretti è stata ieri La Repubblica che ha pubblicato un lungo articolo specificando che ai russi saranno cedute informazioni su ben 120 ceppi virali in cambio di campioni prelevati da chi ha ottenuto le fiale di Mosca. Il dramma è che in caso di controversie non ci sarà un giudizio. Semplicemente si scioglierà l'accordo. E ai russi sarà rimasta questa enorme massa di informazioni sulla quale vale la pena porsi numerosi interrogativi. Ne va innanzitutto del tema del diritto dei data base delle biobanche e del rispetto della norma europea della Gdpr, il regolamento generale sulla protezione dei dati. Posto che lo Spallanzani abbia - immaginiamo certamente di sì - messo in piedi l'intera struttura secondo le norme Uniiso utili alla gestione dell'intero ciclo e abbia preventivamente fatto sapere a tutti i pazienti coinvolti l'intenzione di trasferire i loro dati, una volta che l'accordo politico diventerà un contratto vero e proprio si aprirà il vero scoglio. «Per attivare il trasferimento», spiega alla Verità l'avvocato Giulia Aranguena, esperto di blockchain e di normative privacy, «bisogna calcolare le decisioni di adeguatezza della Commissione europea. Ai sensi dell'articolo 45 del Gdpr il trasferimento di dati personali verso un Paese terzo o un'organizzazione internazionale è ammesso se la Commissione ha deciso che il Paese terzo in questione garantisca un livello di protezione adeguato». Non è il caso della Russia che è stata definita dall'Ue una nazione che non garantisce adeguata privacy. In mancanza di una decisione ai sensi dell'articolo 45», prosegue Aranguena, «il titolare del trattamento o il responsabile del trattamento può trasferire dati personali verso un Paese terzo solo se ha fornito garanzie adeguate e a condizione che gli interessati dispongano di diritti azionabili e mezzi di ricorso effettivi». Difficile immaginare che possa avvenire in territorio moscovita. Non solo. Nel mese di dicembre 2018, il Garante italiano ha emesso importanti provvedimenti per il mondo della ricerca scientifica sanitaria ed epidemiologica: regole deontologiche per i trattamenti nell'ambito del sistema statistico nazionale e da parte di enti di ricerca e prescrizioni contenute nelle autorizzazioni generali per trattare dati genetici e per il riuso dei dati sanitari. Ne segue che la Regione Lazio prima di regalare ai russi i dati degli italiani dovrà chiedere il parere al Garante. E non entriamo nei dettagli più complessi che un tale trasferimento imporrebbe. Ciò che deve fare alzare le antenne è però il contorno politico. Lo Spallanzani ha avviato, come La Verità, ha già raccontato, un accordo con Reithera nel marzo del 2020, utilizzando come primi finanziamenti fondi del Cnr. Obiettivo è sviluppare un vaccino a partire dal brevetto della società privata. Il gruppo ha atteso per mesi l'intervento di Invitalia di Domenico Arcuri. Arrivato solo lo scorso febbraio facendo perdere 9 mesi preziosi. Non solo. L'iniezione di liquidità non è minimamente sufficiente per sostenere l'intera fase 3. In pratica, il vaccino rischia di arrivare quando il mercato avrà già sieri di seconda generazione. La scorsa settimana i vertici dell'azienda hanno incontrato il nuovo commissario, il generale Francesco Figliuolo. Dall'incontro non è emersa la possibilità di usare lo stabilimento di Castel Romano per insaccare un vaccino terzo. È facile immaginare che adesso la Regione che vede svanire il vaccino italiano e la possibilità di avere una fabbrica in loco tenti il tutto per tutto con i russi. Ma non è accettabile. Per due motivi. Primo, i dati genetici degli italiani non si possono scambiare per nessun motivo. Secondo, come può una Regione prendere una decisione di tale importanza geopolitica? È vero che Mario Draghi ebbe a dire che se l'Ue non sarebbe stata in grado di opzionare vaccini avremmo potuto pensare pure allo Sputnik. Nel frattempo lo scenario è cambiato. Soltanto l'altro ieri i media americani riportavano una posizione informale della Casa Bianca. L'uso dello Sputnik da parte della Germania potrebbe avviare le sanzioni Usa. Proprio sicuri valga la pena offrire i dati genetici degli italiani, rischiare sanzioni senza la certezza di avere un vaccino aggiuntivo e dall'altra parte offrire a Zingaretti un ritorno politico? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zingaretti-regala-ai-russi-dati-genetici-degli-italiani-2652596597.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-ora-peggiore-per-un-flirt-con-mosca-gli-stati-uniti-varano-nuove-sanzioni" data-post-id="2652596597" data-published-at="1618514803" data-use-pagination="False"> L'ora peggiore per un flirt con Mosca. Gli Stati Uniti varano nuove sanzioni Il caso dello Spallanzani scoppia in uno dei momenti forse meno opportuni dal punto di vista geopolitico. Nonostante Mario Draghi non abbia inizialmente assunto un atteggiamento di totale chiusura verso la Russia, la situazione sta adesso (almeno parzialmente) cambiando. Il premier si sta infatti sempre più allineando a Washington, soprattutto per disporre di una sponda nella difficile partita libica. E non è un mistero che, con l'arrivo di Joe Biden alla presidenza americana, la tensione tra Casa Bianca e Cremlino sia tornata progressivamente a salire. Giusto ieri, gli Stati Uniti hanno comminato delle sanzioni a Mosca, accusandola di spionaggio informatico ed influenza elettorale. Non solo: Washington è anche pronta ad espellere dieci diplomatici russi, tacciati di appartenere ai servizi di intelligence di Mosca. Il ministro degli Esteri russo, per tutta risposta, ha convocato l'ambasciatore americano in Russia, mentre il Cremlino ha annunciato misure ritorsive. Si aggiunga che, sempre in queste ore, l'ambasciatore russo a Londra, Andrey Kelin, è stato convocato dal ministero degli Esteri britannico in relazione all'operazione di hackeraggio SolarWinds, per la quale è stata accusata Mosca. Biden non ha mai amato Vladimir Putin: non soltanto lo ha aspramente criticato ai tempi della campagna elettorale ma, il mese scorso, è arrivato a definirlo un «assassino» durante un'intervista televisiva. In tutto questo, non vanno neppure dimenticate le turbolenze riesplose in Ucraina, con la Casa Bianca che si è nettamente schierata a fianco di Kiev. Insomma, le relazioni sono tesissime. E questo, nonostante Biden abbia proposto un incontro al presidente russo in un Paese terzo. Vedremo che cosa succederà in tal senso, ma almeno per ora un rasserenamento nei rapporti tra Washington e Mosca risulta fortemente improbabile. Anche perché il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha lasciato intendere ieri che un eventuale vertice bilaterale non risulterebbe comunque imminente. Un contesto internazionale spinoso, che Draghi ovviamente non può permettersi di ignorare. Come detto, l'obiettivo principale del nostro premier è quello di avere l'amministrazione Biden dalla sua parte, per far tornare Roma protagonista in Libia: un obiettivo che potrebbe riuscire a conseguire. L'incaricato d'Affari presso l'ambasciata americana in Italia, Thomas Smitham, ha in tal senso recentemente affermato: «C'è sintonia tra l'amministrazione Biden e il governo Draghi. Possiamo lavorare insieme su tanti temi importanti». «La Libia», ha aggiunto, «è estremamente importante per l'Italia e Blinken e Di Maio hanno parlato nel loro incontro a Washington della necessità di collaborare di più su questo tema. La nostra posizione, comune con Roma, è che le forze straniere debbano lasciare il Paese». «Tra poche settimane arriverà qui il nostro ambasciatore in Libia per avere un colloquio con l'Italia su questo tema così importante», ha concluso. Insomma, è chiaro che, avendo la questione libica come principale obiettivo, Draghi si stia allineando alla strategia americana. È d'altronde in questo quadro che vanno inserite le recenti turbolenze diplomatiche di Roma con Mosca (dettate dal caso di Walter Biot) e Ankara (sorte a causa del diverbio con Recep Tayyip Erdogan): non a caso, Russia e Turchia sono le principali protagoniste di quella spartizione libica a cui Biden vuole opporsi, per riportare il Paese nordafricano in un'orbita atlantica. Un'operazione, questa, in cui Washington sembra oggi voler puntare principalmente proprio sul governo Draghi. Certo: non è detto che il contesto internazionale non possa mutare in futuro e che, come accennato, Washington e Mosca non possano tornare a parlarsi (anche perché ci sono dossier che potrebbero avvicinare le due parti: dal nucleare iraniano all'Afghanistan). Tuttavia, almeno per ora, la questione dello Spallanzani rischia di entrare in rotta di collisione con la politica estera di Palazzo Chigi.
Stampa francese sul bombardamento austriaco di Venezia con palloni senza pilota (Getty Images)
Il quadro storico è quello dell’assedio austriaco alla città di Venezia, durante la prima guerra d’Indipendenza. Gli austriaci di Radetzky, dopo aver occupato le città dell’entroterra veneto, cingevano d’assedio la Repubblica di San Marco in quei mesi governata da Daniele Manin dopo la rivolta che cacciò temporaneamente gli stessi asburgici. Verso la tarda primavera del 1849, gli austriaci avevano espugnato una delle strutture difensive più importanti della città, il Forte Marghera.
A Treviso, centro logistico militare austriaco da cui passavano le armi per l’assedio di Venezia, fu preparato un esperimento senza precedenti nella storia militare. Il generale dell’artiglieria Franz von Ucathius, militare ed inventore poliedrico (costruì uno dei primi proiettori di immagini in movimento e sperimentò l’autofrettaggio sulle bocche da fuoco) aveva studiato la prima forma di bombardamento aereo al mondo tramite piccoli aerostati senza pilota. Un primo progetto prevedeva l’uso di un pallone-guida dotato di vela per la direzione con equipaggio a bordo. A quest’ultimo sarebbero stati vincolati altri piccoli palloni tramite cavi di rame a loro volta collegati ad una batteria galvanica. Giunti sull’obiettivo, gli aerostati avrebbero sganciato il carico esplosivo tramite un impulso elettrico proveniente dall’aerostato madre.
Dalla base austriaca nel trevigiano, nella primavera dell’assedio, furono svolti i primi esperimenti e i veneziani notarono alcuni aerostati in volo e gli scoppi delle cariche rilasciate. Il fenomeno allarmò i comandi della Repubblica di San Marco che cercarono di studiare un sistema di difesa per quell’arma inedita. Fu la nascita di un primo, sperimentale, sistema di difesa aerea delle città. Il maggiore friulano Leonardo Andervolti, ufficiale del genio al servizio di Manin, portò l’idea di utilizzare un «razzo Congreve», usato dagli inglesi già nel 1811. Si trattava di un tubo riempito di polvere da sparo al quale Andervolti intendeva fissare un arpione legato ad una fune, che avrebbe permesso di agganciare il pallone esplosivo degli austriaci mentre sorvolava la città. Un’idea ancora più originale venne dall’ingegnere milanese Giovanni Battista Piatti. Un pallone ancorato ad una nave, che garantiva agili spostamenti corretti, avrebbe dovuto intercettare gli aerostati nemici e, una volta raggiunti, lanciare un arpione che avrebbe vincolato il pallone esplosivo all’aerostato di difesa. A sua volta richiamato dalla nave madre, il personale avrebbe neutralizzato la carica esplosiva.
Von Ucathius venne a conoscere le contromosse veneziane, senza però desistere dal suo esperimento. Abbandonata l’idea dei palloni portati dall’aerostato madre, mise da parte anche il sistema di sgancio elettrico tramite funi di rame. Fece allora costruire a Treviso palloni più piccoli con l’involucro in carta cerata, simile a quello delle lanterne cinesi. Il sistema di sgancio e detonazione sarebbe stato garantito da una miccia temporizzata, regolata per un volo intorno ai 35 minuti. Senza giuda, i palloni avrebbero dovuto compiere un volo libero calcolato secondo stime metereologiche dopo il decollo da una nave.
Il primo lancio sperimentale avvenne il 7 luglio 1849 durante uno degli assalti austriaci al ponte ferroviario che collegava Mestre a Venezia, condotto di notte dagli uomini di Radetzky anche con barchini esplosivi. Fu in quell’occasione lanciato un solo pallone, decollato da Campalto, che fu probabilmente utilizzato per calcolare la traiettoria per futuri attacchi dal cielo. I veneziani videro nuovamente gli aerostati nemici il 12 ed il 18 luglio, senza che questi recassero danni alla città cinta d’assedio.
Il 25 luglio 1849 fu lanciato il primo vero bombardamento dal cielo, con decine di palloni esplosivi lanciati dalla nave della Marina imperiale «Vulcano», ancorata nei pressi del Lido, che può considerarsi la prima portaerei della storia. Le cronache raccontano del sostanziale fallimento di quei primissimi droni. Il primo pallone scese troppo presto e scoppiò tra la vegetazione a poca distanza dal Lido, altri furono deviati dal vento in direzione opposta alla città. Altri ancora la sorvolarono senza esplodere, dirigendosi in alcuni casi verso le linee austriache a Marghera e Campalto. Le cronache divergono anche sugli effetti del bombardamento: molti cronisti dell’epoca, tra cui Niccolò Tommaseo, affermano che la città non fu danneggiata e che il volo dei palloni costituisse un divertente spettacolo per i veneziani. Altri invece hanno affermato che la nuova arma avesse prodotto un senso di angoscia nella popolazione già provata dall’assedio e che uno dei palloni fosse esploso in Piazza San Marco (ma non vi sono prove certe). Il 29 luglio gli austriaci scelsero di tornare alle armi tradizionali con un violentissimo bombardamento di artiglieria. Complice il colera che colpì Venezia, di fronte alla popolazione stremata dal morbo e dall’assedio, Daniele Manin si arrese agli austriaci il 22 agosto 1849. E sul ponte della ferrovia sventolò la famigerata «bandiera bianca».
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La strategia di Trump in Medio Oriente vacilla, Netanyahu insegue una vittoria che non arriva e l'Europa risponde alla crisi con l'austerity. Maurizio Belpietro analizza il caos geopolitico del 2026: rincari energetici, la prospettiva di un disimpegno Usa dalla Nato e Bruxelles che dà istruzioni per risparmiare gasolio. Intanto, all'orizzonte, spunta l'ombra di un Giuseppe Conte pronto a tutto pur di tornare a Palazzo Chigi.