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2021-04-15
Zingaretti regala ai russi dati genetici degli italiani
(Jakub Porzycki/NurPhoto via Getty Images)
Regione Lazio, Spallanzani e istituto Gamaleya di Mosca firmano un accordo con l'intento di portare in Italia il vaccino Sputnik. I pilastri del documento si basano sulla collaborazione scientifica e lo scambio di materiali e conoscenza. Da un lato si vuole approfondire l'efficacia del vaccino sulle varianti e dall'altro avviare una sperimentazione su 600 volontari italiani che hanno già ricevuto la prima dose con Astrazeneca e sarebbero disposti a farsi iniettare, per la seconda, il siero russo. Dalle comunicazioni ufficiali si capisce che l'obiettivo è una pianificazione congiunta e una conduzione di studi clinici con l'impiego del vaccino Sputnik, nonché l'avvio della fase 4 in contesti reali. Fin qui, tutto può sembrare perfino interessante. In realtà, il pericolo sta nella controparte. I russi in cambio avranno l'accesso ai dati genetici tratti dalla biobanca dell'istituto Spallanzani.
Con le informazioni sensibili, Gamaleya potrà sviluppare e far crescere la seconda vita di Sputnik, incrociando gli effetti sulle varianti del virus. Già il 6 marzo si era compreso il potenziale rischio. Ma a confermare la scelta presa dalla Regione guidata da
Nicola Zingaretti è stata ieri La Repubblica che ha pubblicato un lungo articolo specificando che ai russi saranno cedute informazioni su ben 120 ceppi virali in cambio di campioni prelevati da chi ha ottenuto le fiale di Mosca. Il dramma è che in caso di controversie non ci sarà un giudizio.
Semplicemente si scioglierà l'accordo. E ai russi sarà rimasta questa enorme massa di informazioni sulla quale vale la pena porsi numerosi interrogativi. Ne va innanzitutto del tema del diritto dei data base delle biobanche e del rispetto della norma europea della Gdpr, il regolamento generale sulla protezione dei dati. Posto che lo Spallanzani abbia - immaginiamo certamente di sì - messo in piedi l'intera struttura secondo le norme Uniiso utili alla gestione dell'intero ciclo e abbia preventivamente fatto sapere a tutti i pazienti coinvolti l'intenzione di trasferire i loro dati, una volta che l'accordo politico diventerà un contratto vero e proprio si aprirà il vero scoglio. «Per attivare il trasferimento», spiega alla
Verità l'avvocato Giulia Aranguena, esperto di blockchain e di normative privacy, «bisogna calcolare le decisioni di adeguatezza della Commissione europea. Ai sensi dell'articolo 45 del Gdpr il trasferimento di dati personali verso un Paese terzo o un'organizzazione internazionale è ammesso se la Commissione ha deciso che il Paese terzo in questione garantisca un livello di protezione adeguato». Non è il caso della Russia che è stata definita dall'Ue una nazione che non garantisce adeguata privacy. In mancanza di una decisione ai sensi dell'articolo 45», prosegue Aranguena, «il titolare del trattamento o il responsabile del trattamento può trasferire dati personali verso un Paese terzo solo se ha fornito garanzie adeguate e a condizione che gli interessati dispongano di diritti azionabili e mezzi di ricorso effettivi». Difficile immaginare che possa avvenire in territorio moscovita. Non solo. Nel mese di dicembre 2018, il Garante italiano ha emesso importanti provvedimenti per il mondo della ricerca scientifica sanitaria ed epidemiologica: regole deontologiche per i trattamenti nell'ambito del sistema statistico nazionale e da parte di enti di ricerca e prescrizioni contenute nelle autorizzazioni generali per trattare dati genetici e per il riuso dei dati sanitari. Ne segue che la Regione Lazio prima di regalare ai russi i dati degli italiani dovrà chiedere il parere al Garante. E non entriamo nei dettagli più complessi che un tale trasferimento imporrebbe. Ciò che deve fare alzare le antenne è però il contorno politico. Lo Spallanzani ha avviato, come La Verità, ha già raccontato, un accordo con Reithera nel marzo del 2020, utilizzando come primi finanziamenti fondi del Cnr. Obiettivo è sviluppare un vaccino a partire dal brevetto della società privata. Il gruppo ha atteso per mesi l'intervento di Invitalia di Domenico Arcuri. Arrivato solo lo scorso febbraio facendo perdere 9 mesi preziosi. Non solo. L'iniezione di liquidità non è minimamente sufficiente per sostenere l'intera fase 3. In pratica, il vaccino rischia di arrivare quando il mercato avrà già sieri di seconda generazione. La scorsa settimana i vertici dell'azienda hanno incontrato il nuovo commissario, il generale Francesco Figliuolo. Dall'incontro non è emersa la possibilità di usare lo stabilimento di Castel Romano per insaccare un vaccino terzo. È facile immaginare che adesso la Regione che vede svanire il vaccino italiano e la possibilità di avere una fabbrica in loco tenti il tutto per tutto con i russi. Ma non è accettabile. Per due motivi. Primo, i dati genetici degli italiani non si possono scambiare per nessun motivo. Secondo, come può una Regione prendere una decisione di tale importanza geopolitica? È vero che Mario Draghi ebbe a dire che se l'Ue non sarebbe stata in grado di opzionare vaccini avremmo potuto pensare pure allo Sputnik. Nel frattempo lo scenario è cambiato. Soltanto l'altro ieri i media americani riportavano una posizione informale della Casa Bianca. L'uso dello Sputnik da parte della Germania potrebbe avviare le sanzioni Usa. Proprio sicuri valga la pena offrire i dati genetici degli italiani, rischiare sanzioni senza la certezza di avere un vaccino aggiuntivo e dall'altra parte offrire a Zingaretti un ritorno politico?
L'ora peggiore per un flirt con Mosca. Gli Stati Uniti varano nuove sanzioni
Il caso dello Spallanzani scoppia in uno dei momenti forse meno opportuni dal punto di vista geopolitico. Nonostante Mario Draghi non abbia inizialmente assunto un atteggiamento di totale chiusura verso la Russia, la situazione sta adesso (almeno parzialmente) cambiando. Il premier si sta infatti sempre più allineando a Washington, soprattutto per disporre di una sponda nella difficile partita libica. E non è un mistero che, con l'arrivo di Joe Biden alla presidenza americana, la tensione tra Casa Bianca e Cremlino sia tornata progressivamente a salire. Giusto ieri, gli Stati Uniti hanno comminato delle sanzioni a Mosca, accusandola di spionaggio informatico ed influenza elettorale. Non solo: Washington è anche pronta ad espellere dieci diplomatici russi, tacciati di appartenere ai servizi di intelligence di Mosca. Il ministro degli Esteri russo, per tutta risposta, ha convocato l'ambasciatore americano in Russia, mentre il Cremlino ha annunciato misure ritorsive. Si aggiunga che, sempre in queste ore, l'ambasciatore russo a Londra, Andrey Kelin, è stato convocato dal ministero degli Esteri britannico in relazione all'operazione di hackeraggio SolarWinds, per la quale è stata accusata Mosca. Biden non ha mai amato Vladimir Putin: non soltanto lo ha aspramente criticato ai tempi della campagna elettorale ma, il mese scorso, è arrivato a definirlo un «assassino» durante un'intervista televisiva. In tutto questo, non vanno neppure dimenticate le turbolenze riesplose in Ucraina, con la Casa Bianca che si è nettamente schierata a fianco di Kiev. Insomma, le relazioni sono tesissime. E questo, nonostante Biden abbia proposto un incontro al presidente russo in un Paese terzo. Vedremo che cosa succederà in tal senso, ma almeno per ora un rasserenamento nei rapporti tra Washington e Mosca risulta fortemente improbabile. Anche perché il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha lasciato intendere ieri che un eventuale vertice bilaterale non risulterebbe comunque imminente.
Un contesto internazionale spinoso, che Draghi ovviamente non può permettersi di ignorare. Come detto, l'obiettivo principale del nostro premier è quello di avere l'amministrazione Biden dalla sua parte, per far tornare Roma protagonista in Libia: un obiettivo che potrebbe riuscire a conseguire. L'incaricato d'Affari presso l'ambasciata americana in Italia, Thomas Smitham, ha in tal senso recentemente affermato: «C'è sintonia tra l'amministrazione Biden e il governo Draghi. Possiamo lavorare insieme su tanti temi importanti». «La Libia», ha aggiunto, «è estremamente importante per l'Italia e Blinken e Di Maio hanno parlato nel loro incontro a Washington della necessità di collaborare di più su questo tema. La nostra posizione, comune con Roma, è che le forze straniere debbano lasciare il Paese». «Tra poche settimane arriverà qui il nostro ambasciatore in Libia per avere un colloquio con l'Italia su questo tema così importante», ha concluso.
Insomma, è chiaro che, avendo la questione libica come principale obiettivo, Draghi si stia allineando alla strategia americana. È d'altronde in questo quadro che vanno inserite le recenti turbolenze diplomatiche di Roma con Mosca (dettate dal caso di Walter Biot) e Ankara (sorte a causa del diverbio con Recep Tayyip Erdogan): non a caso, Russia e Turchia sono le principali protagoniste di quella spartizione libica a cui Biden vuole opporsi, per riportare il Paese nordafricano in un'orbita atlantica. Un'operazione, questa, in cui Washington sembra oggi voler puntare principalmente proprio sul governo Draghi. Certo: non è detto che il contesto internazionale non possa mutare in futuro e che, come accennato, Washington e Mosca non possano tornare a parlarsi (anche perché ci sono dossier che potrebbero avvicinare le due parti: dal nucleare iraniano all'Afghanistan). Tuttavia, almeno per ora, la questione dello Spallanzani rischia di entrare in rotta di collisione con la politica estera di Palazzo Chigi.
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Regione Lazio e Spallanzani cedono informazioni sui ceppi virali e sulle varianti nella trattativa sullo Sputnik, che fu messo a punto anche grazie alla spedizione militare moscovita autorizzata dai giallorossi. La notizia nel giorno delle nuove sanzioni degli Usa. E il Pd ha la faccia tosta di accusare la Lega d'intendersela con Vladimir Putin. Dal Donbass a Vladimir Putin definito «killer»: tra le due potenze la tensione è alle stelle. Lo speciale contiene due articoli. Regione Lazio, Spallanzani e istituto Gamaleya di Mosca firmano un accordo con l'intento di portare in Italia il vaccino Sputnik. I pilastri del documento si basano sulla collaborazione scientifica e lo scambio di materiali e conoscenza. Da un lato si vuole approfondire l'efficacia del vaccino sulle varianti e dall'altro avviare una sperimentazione su 600 volontari italiani che hanno già ricevuto la prima dose con Astrazeneca e sarebbero disposti a farsi iniettare, per la seconda, il siero russo. Dalle comunicazioni ufficiali si capisce che l'obiettivo è una pianificazione congiunta e una conduzione di studi clinici con l'impiego del vaccino Sputnik, nonché l'avvio della fase 4 in contesti reali. Fin qui, tutto può sembrare perfino interessante. In realtà, il pericolo sta nella controparte. I russi in cambio avranno l'accesso ai dati genetici tratti dalla biobanca dell'istituto Spallanzani. Con le informazioni sensibili, Gamaleya potrà sviluppare e far crescere la seconda vita di Sputnik, incrociando gli effetti sulle varianti del virus. Già il 6 marzo si era compreso il potenziale rischio. Ma a confermare la scelta presa dalla Regione guidata da Nicola Zingaretti è stata ieri La Repubblica che ha pubblicato un lungo articolo specificando che ai russi saranno cedute informazioni su ben 120 ceppi virali in cambio di campioni prelevati da chi ha ottenuto le fiale di Mosca. Il dramma è che in caso di controversie non ci sarà un giudizio. Semplicemente si scioglierà l'accordo. E ai russi sarà rimasta questa enorme massa di informazioni sulla quale vale la pena porsi numerosi interrogativi. Ne va innanzitutto del tema del diritto dei data base delle biobanche e del rispetto della norma europea della Gdpr, il regolamento generale sulla protezione dei dati. Posto che lo Spallanzani abbia - immaginiamo certamente di sì - messo in piedi l'intera struttura secondo le norme Uniiso utili alla gestione dell'intero ciclo e abbia preventivamente fatto sapere a tutti i pazienti coinvolti l'intenzione di trasferire i loro dati, una volta che l'accordo politico diventerà un contratto vero e proprio si aprirà il vero scoglio. «Per attivare il trasferimento», spiega alla Verità l'avvocato Giulia Aranguena, esperto di blockchain e di normative privacy, «bisogna calcolare le decisioni di adeguatezza della Commissione europea. Ai sensi dell'articolo 45 del Gdpr il trasferimento di dati personali verso un Paese terzo o un'organizzazione internazionale è ammesso se la Commissione ha deciso che il Paese terzo in questione garantisca un livello di protezione adeguato». Non è il caso della Russia che è stata definita dall'Ue una nazione che non garantisce adeguata privacy. In mancanza di una decisione ai sensi dell'articolo 45», prosegue Aranguena, «il titolare del trattamento o il responsabile del trattamento può trasferire dati personali verso un Paese terzo solo se ha fornito garanzie adeguate e a condizione che gli interessati dispongano di diritti azionabili e mezzi di ricorso effettivi». Difficile immaginare che possa avvenire in territorio moscovita. Non solo. Nel mese di dicembre 2018, il Garante italiano ha emesso importanti provvedimenti per il mondo della ricerca scientifica sanitaria ed epidemiologica: regole deontologiche per i trattamenti nell'ambito del sistema statistico nazionale e da parte di enti di ricerca e prescrizioni contenute nelle autorizzazioni generali per trattare dati genetici e per il riuso dei dati sanitari. Ne segue che la Regione Lazio prima di regalare ai russi i dati degli italiani dovrà chiedere il parere al Garante. E non entriamo nei dettagli più complessi che un tale trasferimento imporrebbe. Ciò che deve fare alzare le antenne è però il contorno politico. Lo Spallanzani ha avviato, come La Verità, ha già raccontato, un accordo con Reithera nel marzo del 2020, utilizzando come primi finanziamenti fondi del Cnr. Obiettivo è sviluppare un vaccino a partire dal brevetto della società privata. Il gruppo ha atteso per mesi l'intervento di Invitalia di Domenico Arcuri. Arrivato solo lo scorso febbraio facendo perdere 9 mesi preziosi. Non solo. L'iniezione di liquidità non è minimamente sufficiente per sostenere l'intera fase 3. In pratica, il vaccino rischia di arrivare quando il mercato avrà già sieri di seconda generazione. La scorsa settimana i vertici dell'azienda hanno incontrato il nuovo commissario, il generale Francesco Figliuolo. Dall'incontro non è emersa la possibilità di usare lo stabilimento di Castel Romano per insaccare un vaccino terzo. È facile immaginare che adesso la Regione che vede svanire il vaccino italiano e la possibilità di avere una fabbrica in loco tenti il tutto per tutto con i russi. Ma non è accettabile. Per due motivi. Primo, i dati genetici degli italiani non si possono scambiare per nessun motivo. Secondo, come può una Regione prendere una decisione di tale importanza geopolitica? È vero che Mario Draghi ebbe a dire che se l'Ue non sarebbe stata in grado di opzionare vaccini avremmo potuto pensare pure allo Sputnik. Nel frattempo lo scenario è cambiato. Soltanto l'altro ieri i media americani riportavano una posizione informale della Casa Bianca. L'uso dello Sputnik da parte della Germania potrebbe avviare le sanzioni Usa. Proprio sicuri valga la pena offrire i dati genetici degli italiani, rischiare sanzioni senza la certezza di avere un vaccino aggiuntivo e dall'altra parte offrire a Zingaretti un ritorno politico? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zingaretti-regala-ai-russi-dati-genetici-degli-italiani-2652596597.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-ora-peggiore-per-un-flirt-con-mosca-gli-stati-uniti-varano-nuove-sanzioni" data-post-id="2652596597" data-published-at="1618514803" data-use-pagination="False"> L'ora peggiore per un flirt con Mosca. Gli Stati Uniti varano nuove sanzioni Il caso dello Spallanzani scoppia in uno dei momenti forse meno opportuni dal punto di vista geopolitico. Nonostante Mario Draghi non abbia inizialmente assunto un atteggiamento di totale chiusura verso la Russia, la situazione sta adesso (almeno parzialmente) cambiando. Il premier si sta infatti sempre più allineando a Washington, soprattutto per disporre di una sponda nella difficile partita libica. E non è un mistero che, con l'arrivo di Joe Biden alla presidenza americana, la tensione tra Casa Bianca e Cremlino sia tornata progressivamente a salire. Giusto ieri, gli Stati Uniti hanno comminato delle sanzioni a Mosca, accusandola di spionaggio informatico ed influenza elettorale. Non solo: Washington è anche pronta ad espellere dieci diplomatici russi, tacciati di appartenere ai servizi di intelligence di Mosca. Il ministro degli Esteri russo, per tutta risposta, ha convocato l'ambasciatore americano in Russia, mentre il Cremlino ha annunciato misure ritorsive. Si aggiunga che, sempre in queste ore, l'ambasciatore russo a Londra, Andrey Kelin, è stato convocato dal ministero degli Esteri britannico in relazione all'operazione di hackeraggio SolarWinds, per la quale è stata accusata Mosca. Biden non ha mai amato Vladimir Putin: non soltanto lo ha aspramente criticato ai tempi della campagna elettorale ma, il mese scorso, è arrivato a definirlo un «assassino» durante un'intervista televisiva. In tutto questo, non vanno neppure dimenticate le turbolenze riesplose in Ucraina, con la Casa Bianca che si è nettamente schierata a fianco di Kiev. Insomma, le relazioni sono tesissime. E questo, nonostante Biden abbia proposto un incontro al presidente russo in un Paese terzo. Vedremo che cosa succederà in tal senso, ma almeno per ora un rasserenamento nei rapporti tra Washington e Mosca risulta fortemente improbabile. Anche perché il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha lasciato intendere ieri che un eventuale vertice bilaterale non risulterebbe comunque imminente. Un contesto internazionale spinoso, che Draghi ovviamente non può permettersi di ignorare. Come detto, l'obiettivo principale del nostro premier è quello di avere l'amministrazione Biden dalla sua parte, per far tornare Roma protagonista in Libia: un obiettivo che potrebbe riuscire a conseguire. L'incaricato d'Affari presso l'ambasciata americana in Italia, Thomas Smitham, ha in tal senso recentemente affermato: «C'è sintonia tra l'amministrazione Biden e il governo Draghi. Possiamo lavorare insieme su tanti temi importanti». «La Libia», ha aggiunto, «è estremamente importante per l'Italia e Blinken e Di Maio hanno parlato nel loro incontro a Washington della necessità di collaborare di più su questo tema. La nostra posizione, comune con Roma, è che le forze straniere debbano lasciare il Paese». «Tra poche settimane arriverà qui il nostro ambasciatore in Libia per avere un colloquio con l'Italia su questo tema così importante», ha concluso. Insomma, è chiaro che, avendo la questione libica come principale obiettivo, Draghi si stia allineando alla strategia americana. È d'altronde in questo quadro che vanno inserite le recenti turbolenze diplomatiche di Roma con Mosca (dettate dal caso di Walter Biot) e Ankara (sorte a causa del diverbio con Recep Tayyip Erdogan): non a caso, Russia e Turchia sono le principali protagoniste di quella spartizione libica a cui Biden vuole opporsi, per riportare il Paese nordafricano in un'orbita atlantica. Un'operazione, questa, in cui Washington sembra oggi voler puntare principalmente proprio sul governo Draghi. Certo: non è detto che il contesto internazionale non possa mutare in futuro e che, come accennato, Washington e Mosca non possano tornare a parlarsi (anche perché ci sono dossier che potrebbero avvicinare le due parti: dal nucleare iraniano all'Afghanistan). Tuttavia, almeno per ora, la questione dello Spallanzani rischia di entrare in rotta di collisione con la politica estera di Palazzo Chigi.
(Arma dei Carabinieri)
Siamo a Torre Annunziata, è quasi mezzanotte. L’aria è umida e più fredda del solito: l’ultimo colpo di coda dell’inverno. Una Fiat Panda percorre via Andolfi quando una gazzella dei Carabinieri decide di fermarla. A bordo ci sono due persone.
Alla guida un 42enne napoletano, residente nel centro storico e sottoposto alla misura della libertà vigilata; accanto a lui una 39enne di Giugliano, anche lei già nota alle forze dell’ordine.
La paletta si alza e intima l’alt. La Panda accosta, il finestrino si abbassa. Nel silenzio della notte si sente una frase che sorprende i militari: «Avete fatto bingo, Brigadiè…».
All’interno dell’auto i Carabinieri trovano un vero e proprio arsenale: un fucile monocanna calibro 12 marca Baikal, una pistola mitragliatrice MP40 calibro 9 — arma tedesca della Seconda guerra mondiale completa di caricatore —, un fucile mitragliatore calibro 5,45 marca Jaker modello AP-74 modificato per utilizzare munizionamento calibro 9, un altro fucile monocanna calibro 12 marca Franchi modello 12 GA, un fucile mitragliatore calibro 5,45 marca Zastava modello AK-74 di provenienza balcanica e altri due fucili mitragliatori dello stesso tipo.
Insieme alle armi vengono rinvenute anche centinaia di munizioni: 298 cartucce calibro 5,45, 42 cartucce calibro 9 e 81 cartucce calibro 12. Tutte le armi sono complete di caricatore e perfettamente funzionanti.
I due non oppongono alcuna resistenza e vengono arrestati. L’intero arsenale, che sembra uscito da un catalogo del traffico illegale di armi, è stato sequestrato e sarà sottoposto ad accertamenti balistici per verificare un eventuale utilizzo in fatti di sangue o altri reati.
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«Assumo l’incarico di capogruppo con senso di responsabilità, lo svolgerò con serietà, entusiasmo e senso delle istituzioni. È una nuova tappa nella mia carriera politica. Ringrazio il segretario Antonio Tajani, che ha accompagnato questo avvicendamento in ogni fase con la sua leadership, e ringrazio il mio predecessore Maurizio Gasparri, che ha lavorato con competenza e passione. È un normale avvicendamento all’interno di un gruppo politico».
Lo ha detto la neo presidente dei senatori di Forza Italia Stefania Craxi parlando con i giornalisti a Palazzo Madama dopo l’assemblea del gruppo che l’ha eletta per acclamazione.
«Forza Italia è una comunità ed è una comunità di valori. Ho letto ricostruzioni totalmente fantasiose. È un avvicendamento in cantiere da prima del referendum. Il referendum c’entra nella misura in cui ci siamo detti: “Non è il momento, prima scavalliamo il referendum”».