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2022-10-26
Zelensky il Buono non può decidere come dobbiamo sostenere l’Ucraina
Un videomessaggio di Volodymyr Zelensky (Ansa)
In questi mesi abbiamo avuto modo di notare quanto la categoria, utilizzata dal giurista tedesco Carl Schmitt, di «nemico assoluto» fosse utile per comprendere appieno la figura di Vladimir Putin e, soprattutto, il modo in cui viene presentato dalle nostre parti. Più volte, a proposito del conflitto in Ucraina, abbiamo sentito scomodare il concetto di «diritti umani», e ci viene quotidianamente ripetuto che quella contro il mostro russo è una battaglia vitale contro una figura demoniaca. Quando si inizia a utilizzare il concetto di umanità, a «monopolizzare questa parola», diceva Schmitt, ecco allora che si crea un nemico al quale «va tolta la qualità di uomo», in modo che la guerra condotta contro di lui possa «essere portata fino all’estrema inumanità». È un meccanismo terribile, questo, tipico di tutte le guerre contemporanee, e in questi mesi è stato ampiamente sfruttato da ambo le parti in causa. Ovviamente, a ogni nemico assoluto si deve accompagnare la personificazione di un bene assoluto, puro, senza difetti. Se Vladimir Putin è il «Male», il «Bene» non può che essere Volodymyr Zelensky.
Il presidente ucraino è stato disegnato per rientrare alla perfezione nel ritratto dell’eroe dei nostri tempi. Egli è, contemporaneamente, un combattente e una vittima. Non è difficile accorgersi, del resto, di come l’Occidente, negli ultimi decenni, abbia elevato la vittima a feticcio: la minoranza oppressa, il ragazzino «non convenzionale», la modella «diversa», sono tutte variazioni su un unico tema e compongono un variegato pantheon vittimario che ha colonizzato il nostro immaginario. Poco importa la reale profondità della sofferenza o dell’offesa subita: oggi conta esibire le stimmate, e chi più lo fa più ottiene consenso. Zelensky, come personaggio, è una complessa mescolanza di antica e maschia determinazione e di modernissima vessazione. Appare in abiti militari, ma disarmato. È un guerriero che non uccide, perché «vittima di invasione», e dunque è buono per definizione. Il problema del «Buono» assoluto è che - lo dice la parola - non accetta vincoli e non ammette sfumature. Egli si muove innanzitutto sul piano morale, non su quello politico. Tutto ciò che egli fa, o dice, deve essere buono e non ammette repliche: vorrete mica contestare una vittima, no?
È stato così che il leader di Kiev è stato tramutato in una autorità morale. Non un uomo politico con pregi, difetti, qualità e lati in ombra. No: una maschera hollywoodiana che è proibito sfiorare, un piccolo messia dotato di bambinesca purezza. Come spesso succede, tuttavia, il puer aeternus esprime tratti narcisistici o di stizzosa arroganza. Esattamente quelli che ha mostrato ieri Zelensky nella lunga intervista concessa al Corriere della sera. Interpellato come un santo o un oracolo, non si è tirato indietro. Ne ha tutto il diritto, ovviamente, e forse anche il dovere perché il suo compito è quello di battagliare nell’arena mediatica a difesa degli interessi ucraini. Di sicuro, poi, i giornalisti occidentali alimentano la sua tendenza alla predicazione. Fatto sta che, sempre più di frequente, egli si erge a giudice dei comportamenti altrui e non cogliere in questo un’esondazione dal suo ruolo sarebbe rischioso.
Al Corriere, Zelensky ha consegnato la richiesta di nuove armi, nello specifico «difese antiaeree». La lista di desiderata non è breve: «Vogliamo che i nostri profughi tornino in Ucraina, dobbiamo ricostruire la nostra economia, che i bambini vadano a scuola, che la società riprenda a funzionare pienamente. E per questo ci servono armi contro gli attacchi dall’aria e per garantire la sicurezza dei civili», ha detto. E fin qui, tutto come sempre, tutto comprensibile e persino giusto. Le perplessità iniziano quando Volodymyr si arroga il diritto di dettare l’agenda, e di spedire in questo o quel girone infernale i politici che non gli piacciono. Su Giorgia Meloni spende parole di miele, e ci mancherebbe altro. Su Matteo Salvini è più circospetto, la prende alla larga, dice che serve un «lavoro quotidiano contro l’invasione russa», come a far intendere di non essere poi tanto convinto del leghista. Su Silvio Berlusconi, infine, si scatena: «Ha persino utilizzato le stesse espressioni e la narrativa di Putin. (…) Lo vota solo l’8% degli italiani e questa è la risposta confortante del vostro elettorato, ciò mi basta. Comunque, ha quasi 90 anni e gli auguro di restare in buona salute».
Ora, qui a indisporre non è il giudizio su Berlusconi, di cui evidentemente Zelensky può pensare e dire ciò che vuole. Piuttosto, è la pretesa di dettare le regole del gioco, di stabilire il perimetro di che cosa sia accettabile e che cosa no. La scelta del governo italiano (prima con Mario Draghi e ora con Meloni), è stata di chiaro sostegno, per altro costato parecchio. Ma, dev’essere chiaro, non c’è alcun obbligo morale nell’inviare armi all’Ucraina. Forse possiamo pensare, in quanto esseri umani, di essere obbligati a cercare la pace, non certo d’essere tenuti a obbedire a Zelensky. I toni e i modi che egli ha utilizzato in passato con gli oppositori politici che si è trovato in casa non può pensare di utilizzarli con noi, a prescindere dal fatto che abbia ragione o torto. Ed è estremamente sgradevole e pericoloso che i media italiani gli permettano invece di farne largo uso.
Per il presidente ucraino - ed è del tutto legittimo - pace significa isolamento e sconfitta in battaglia della Russia. Ma non può e non deve essere lui a decidere quale sia il nostro limite, e a costruire lo steccato entro cui rinchiudere i nostri interessi nazionali. Zelensky, di interessi, cura i suoi, non quelli dell’umanità intera. Nessuno, giustamente, può chiedergli di rinunciare senza fiatare ai suoi progetti e a quello che ritiene essere il bene del suo popolo. Per lo stesso motivo, lui dovrebbe astenersi dal sindacare sul bene nostro. Persino quando qualche fedele scudiero lo prega di farlo.
Griner in carcere, «scacco» a Biden
Le elezioni di metà mandato si avvicinano. E continuano a cadere tegole politiche su Joe Biden. Il presidente americano si è infatti ritrovato contestato dall’ala di sinistra del Partito democratico a causa della sua politica sull’Ucraina. In particolare, una trentina di parlamentari dem hanno inviato una lettera all’inquilino della Casa Bianca, esortandolo sostanzialmente a cambiare linea in materia.
«Data la distruzione creata da questa guerra per l’Ucraina e per il mondo, nonché il rischio di un’escalation catastrofica, riteniamo anche che sia nell’interesse dell’Ucraina, degli Stati Uniti e del mondo evitare un conflitto prolungato», si legge nella missiva. «Per questo motivo, ti esortiamo ad abbinare il supporto militare ed economico che gli Stati Uniti hanno fornito all’Ucraina con una spinta diplomatica proattiva, raddoppiando gli sforzi per cercare un quadro realistico in vista di un cessate il fuoco», recita ancora la lettera, che è stata firmata da alcuni dei deputati più a sinistra del Partito democratico: da Pramila Jayapal a Ilhan Omar, passando per Alexandria Ocasio-Cortez. Quella stessa Ocasio-Cortez che, alcuni giorni fa, era stata apertamente contestata da alcuni elettori di sinistra per aver votato a favore del sostegno militare a Kiev.
Per Biden si profila una grana non di poco conto. Che alcuni malumori attraversassero da tempo l’Asinello sulla crisi ucraina (soprattutto per le sue ricadute energetiche) non è mai stata una novità. Il punto è che adesso è uscita chiaramente allo scoperto una sorta di opposizione interna, che rischia di spaccare (ulteriormente) il partito del presidente a due settimane dalle elezioni di metà mandato. Non a caso, la Casa Bianca ha cercato di fare buon viso a cattivo gioco.
«Apprezziamo sicuramente i sentimenti espressi da questi membri del Congresso», ha detto il direttore delle comunicazioni strategiche del Consiglio di sicurezza nazionale americano, John Kirby, il quale poi ha poi teso a sottolineare che Vladimir Putin non ha alcuna intenzione di negoziare. In tutto questo, alcuni esponenti dem hanno criticato duramente la lettera dei trenta progressisti: circostanza che ha portato la Jayapal a un chiarimento sulla difensiva. «Lasciatemi essere chiara: siamo uniti come democratici nel nostro impegno inequivocabile a sostenere l’Ucraina nella sua lotta per la sua democrazia e la sua libertà di fronte all’illegale e oltraggiosa invasione russa, e nulla nella lettera sostiene un cambiamento in tale sostegno», ha affermato la deputata in una nota.
Frattanto, è emerso ieri un altro problema politico per Biden: un tribunale russo ha respinto l’appello della cestista statunitense, Brittney Griner, contro la sua condanna a nove anni di reclusione per droga. La sportiva era stata arrestata a febbraio per possesso di cannabis, per poi finire condannata a nove anni di prigione lo scorso agosto, mentre il suo caso è finito al centro delle recenti tensioni tra Washington e Mosca. La Griner aveva, quindi, chiesto una revisione della sentenza, che però è stata respinta. Anche in questo caso, si scorgono due problemi per Biden. Innanzitutto, il presidente americano sconta un’impotenza internazionale che potrebbe danneggiare i dem alle prossime elezioni di metà mandato. In secondo luogo, Putin vuole evidentemente tenere la Griner in ostaggio come eventuale pedina per mettere la Casa Bianca sotto pressione.
Nel frattempo, la Russia sembra intenzionata a schierare più unità lungo il confine con l’Ucraina. «In diverse regioni, in particolare quelle vicine al confine come Belgorod, sono necessarie misure per ulteriori reazioni, che stiamo elaborando sia con le regioni che con il governo», ha affermato il sindaco di Mosca Sergey Sobyanin in una riunione del governo. Putin, dal canto suo, ha invocato ieri un processo decisionale più snello nel conflitto in corso. Il primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki, ha invece auspicato che siano i russi a pagare la ricostruzione dell’Ucraina.
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Intervistato dal «Corriere», il presidente di Kiev ha chiesto nuovi armamenti e ha stilato una sorta di pagella dei leader di centrodestra. Ma non ci può dettare l’agenda. E non siamo tenuti a obbedire ai suoi ricatti morali.Confermata la condanna in Russia della cestista Usa Brittney Griner: aumenta la pressione sulla Casa Bianca, già alle prese con l’ala sinistra dem che vuole una nuova linea sulla guerra.Lo speciale contiene due articoli.In questi mesi abbiamo avuto modo di notare quanto la categoria, utilizzata dal giurista tedesco Carl Schmitt, di «nemico assoluto» fosse utile per comprendere appieno la figura di Vladimir Putin e, soprattutto, il modo in cui viene presentato dalle nostre parti. Più volte, a proposito del conflitto in Ucraina, abbiamo sentito scomodare il concetto di «diritti umani», e ci viene quotidianamente ripetuto che quella contro il mostro russo è una battaglia vitale contro una figura demoniaca. Quando si inizia a utilizzare il concetto di umanità, a «monopolizzare questa parola», diceva Schmitt, ecco allora che si crea un nemico al quale «va tolta la qualità di uomo», in modo che la guerra condotta contro di lui possa «essere portata fino all’estrema inumanità». È un meccanismo terribile, questo, tipico di tutte le guerre contemporanee, e in questi mesi è stato ampiamente sfruttato da ambo le parti in causa. Ovviamente, a ogni nemico assoluto si deve accompagnare la personificazione di un bene assoluto, puro, senza difetti. Se Vladimir Putin è il «Male», il «Bene» non può che essere Volodymyr Zelensky.Il presidente ucraino è stato disegnato per rientrare alla perfezione nel ritratto dell’eroe dei nostri tempi. Egli è, contemporaneamente, un combattente e una vittima. Non è difficile accorgersi, del resto, di come l’Occidente, negli ultimi decenni, abbia elevato la vittima a feticcio: la minoranza oppressa, il ragazzino «non convenzionale», la modella «diversa», sono tutte variazioni su un unico tema e compongono un variegato pantheon vittimario che ha colonizzato il nostro immaginario. Poco importa la reale profondità della sofferenza o dell’offesa subita: oggi conta esibire le stimmate, e chi più lo fa più ottiene consenso. Zelensky, come personaggio, è una complessa mescolanza di antica e maschia determinazione e di modernissima vessazione. Appare in abiti militari, ma disarmato. È un guerriero che non uccide, perché «vittima di invasione», e dunque è buono per definizione. Il problema del «Buono» assoluto è che - lo dice la parola - non accetta vincoli e non ammette sfumature. Egli si muove innanzitutto sul piano morale, non su quello politico. Tutto ciò che egli fa, o dice, deve essere buono e non ammette repliche: vorrete mica contestare una vittima, no? È stato così che il leader di Kiev è stato tramutato in una autorità morale. Non un uomo politico con pregi, difetti, qualità e lati in ombra. No: una maschera hollywoodiana che è proibito sfiorare, un piccolo messia dotato di bambinesca purezza. Come spesso succede, tuttavia, il puer aeternus esprime tratti narcisistici o di stizzosa arroganza. Esattamente quelli che ha mostrato ieri Zelensky nella lunga intervista concessa al Corriere della sera. Interpellato come un santo o un oracolo, non si è tirato indietro. Ne ha tutto il diritto, ovviamente, e forse anche il dovere perché il suo compito è quello di battagliare nell’arena mediatica a difesa degli interessi ucraini. Di sicuro, poi, i giornalisti occidentali alimentano la sua tendenza alla predicazione. Fatto sta che, sempre più di frequente, egli si erge a giudice dei comportamenti altrui e non cogliere in questo un’esondazione dal suo ruolo sarebbe rischioso.Al Corriere, Zelensky ha consegnato la richiesta di nuove armi, nello specifico «difese antiaeree». La lista di desiderata non è breve: «Vogliamo che i nostri profughi tornino in Ucraina, dobbiamo ricostruire la nostra economia, che i bambini vadano a scuola, che la società riprenda a funzionare pienamente. E per questo ci servono armi contro gli attacchi dall’aria e per garantire la sicurezza dei civili», ha detto. E fin qui, tutto come sempre, tutto comprensibile e persino giusto. Le perplessità iniziano quando Volodymyr si arroga il diritto di dettare l’agenda, e di spedire in questo o quel girone infernale i politici che non gli piacciono. Su Giorgia Meloni spende parole di miele, e ci mancherebbe altro. Su Matteo Salvini è più circospetto, la prende alla larga, dice che serve un «lavoro quotidiano contro l’invasione russa», come a far intendere di non essere poi tanto convinto del leghista. Su Silvio Berlusconi, infine, si scatena: «Ha persino utilizzato le stesse espressioni e la narrativa di Putin. (…) Lo vota solo l’8% degli italiani e questa è la risposta confortante del vostro elettorato, ciò mi basta. Comunque, ha quasi 90 anni e gli auguro di restare in buona salute».Ora, qui a indisporre non è il giudizio su Berlusconi, di cui evidentemente Zelensky può pensare e dire ciò che vuole. Piuttosto, è la pretesa di dettare le regole del gioco, di stabilire il perimetro di che cosa sia accettabile e che cosa no. La scelta del governo italiano (prima con Mario Draghi e ora con Meloni), è stata di chiaro sostegno, per altro costato parecchio. Ma, dev’essere chiaro, non c’è alcun obbligo morale nell’inviare armi all’Ucraina. Forse possiamo pensare, in quanto esseri umani, di essere obbligati a cercare la pace, non certo d’essere tenuti a obbedire a Zelensky. I toni e i modi che egli ha utilizzato in passato con gli oppositori politici che si è trovato in casa non può pensare di utilizzarli con noi, a prescindere dal fatto che abbia ragione o torto. Ed è estremamente sgradevole e pericoloso che i media italiani gli permettano invece di farne largo uso. Per il presidente ucraino - ed è del tutto legittimo - pace significa isolamento e sconfitta in battaglia della Russia. Ma non può e non deve essere lui a decidere quale sia il nostro limite, e a costruire lo steccato entro cui rinchiudere i nostri interessi nazionali. Zelensky, di interessi, cura i suoi, non quelli dell’umanità intera. Nessuno, giustamente, può chiedergli di rinunciare senza fiatare ai suoi progetti e a quello che ritiene essere il bene del suo popolo. Per lo stesso motivo, lui dovrebbe astenersi dal sindacare sul bene nostro. Persino quando qualche fedele scudiero lo prega di farlo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zelensky-guerra-opinioni-2658507416.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="griner-in-carcere-scacco-a-biden" data-post-id="2658507416" data-published-at="1666782902" data-use-pagination="False"> Griner in carcere, «scacco» a Biden Le elezioni di metà mandato si avvicinano. E continuano a cadere tegole politiche su Joe Biden. Il presidente americano si è infatti ritrovato contestato dall’ala di sinistra del Partito democratico a causa della sua politica sull’Ucraina. In particolare, una trentina di parlamentari dem hanno inviato una lettera all’inquilino della Casa Bianca, esortandolo sostanzialmente a cambiare linea in materia. «Data la distruzione creata da questa guerra per l’Ucraina e per il mondo, nonché il rischio di un’escalation catastrofica, riteniamo anche che sia nell’interesse dell’Ucraina, degli Stati Uniti e del mondo evitare un conflitto prolungato», si legge nella missiva. «Per questo motivo, ti esortiamo ad abbinare il supporto militare ed economico che gli Stati Uniti hanno fornito all’Ucraina con una spinta diplomatica proattiva, raddoppiando gli sforzi per cercare un quadro realistico in vista di un cessate il fuoco», recita ancora la lettera, che è stata firmata da alcuni dei deputati più a sinistra del Partito democratico: da Pramila Jayapal a Ilhan Omar, passando per Alexandria Ocasio-Cortez. Quella stessa Ocasio-Cortez che, alcuni giorni fa, era stata apertamente contestata da alcuni elettori di sinistra per aver votato a favore del sostegno militare a Kiev. Per Biden si profila una grana non di poco conto. Che alcuni malumori attraversassero da tempo l’Asinello sulla crisi ucraina (soprattutto per le sue ricadute energetiche) non è mai stata una novità. Il punto è che adesso è uscita chiaramente allo scoperto una sorta di opposizione interna, che rischia di spaccare (ulteriormente) il partito del presidente a due settimane dalle elezioni di metà mandato. Non a caso, la Casa Bianca ha cercato di fare buon viso a cattivo gioco. «Apprezziamo sicuramente i sentimenti espressi da questi membri del Congresso», ha detto il direttore delle comunicazioni strategiche del Consiglio di sicurezza nazionale americano, John Kirby, il quale poi ha poi teso a sottolineare che Vladimir Putin non ha alcuna intenzione di negoziare. In tutto questo, alcuni esponenti dem hanno criticato duramente la lettera dei trenta progressisti: circostanza che ha portato la Jayapal a un chiarimento sulla difensiva. «Lasciatemi essere chiara: siamo uniti come democratici nel nostro impegno inequivocabile a sostenere l’Ucraina nella sua lotta per la sua democrazia e la sua libertà di fronte all’illegale e oltraggiosa invasione russa, e nulla nella lettera sostiene un cambiamento in tale sostegno», ha affermato la deputata in una nota. Frattanto, è emerso ieri un altro problema politico per Biden: un tribunale russo ha respinto l’appello della cestista statunitense, Brittney Griner, contro la sua condanna a nove anni di reclusione per droga. La sportiva era stata arrestata a febbraio per possesso di cannabis, per poi finire condannata a nove anni di prigione lo scorso agosto, mentre il suo caso è finito al centro delle recenti tensioni tra Washington e Mosca. La Griner aveva, quindi, chiesto una revisione della sentenza, che però è stata respinta. Anche in questo caso, si scorgono due problemi per Biden. Innanzitutto, il presidente americano sconta un’impotenza internazionale che potrebbe danneggiare i dem alle prossime elezioni di metà mandato. In secondo luogo, Putin vuole evidentemente tenere la Griner in ostaggio come eventuale pedina per mettere la Casa Bianca sotto pressione. Nel frattempo, la Russia sembra intenzionata a schierare più unità lungo il confine con l’Ucraina. «In diverse regioni, in particolare quelle vicine al confine come Belgorod, sono necessarie misure per ulteriori reazioni, che stiamo elaborando sia con le regioni che con il governo», ha affermato il sindaco di Mosca Sergey Sobyanin in una riunione del governo. Putin, dal canto suo, ha invocato ieri un processo decisionale più snello nel conflitto in corso. Il primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki, ha invece auspicato che siano i russi a pagare la ricostruzione dell’Ucraina.
Ma Ursula von der Leyen non intende indugiare. Si aggrappa al pretesto dei dazi americani e dell’impellente necessità di diversificare i nostri mercati di sbocco, anche se, in verità, saremo noi a diventare il mercato di sbocco per merci prodotte senza garanzie su qualità ed equa competizione nei prezzi. L’accordo entrerà in vigore, intanto, con le nazioni che lo hanno ratificato, a partire dal primo giorno del secondo mese successivo alla data in cui l’Ue e l’Uruguay, che è stato il primo ad approvare il testo, si notificheranno le note verbali. E pazienza se nemmeno i Parlamenti nazionali, qui nel Vecchio continente, lo hanno ancora esaminato e autorizzato.
Il punto è che quello che viene spacciato come un passo cruciale verso l’autonomia strategica dell’Unione, in realtà ne certifica lo sgretolamento. La fretta della Von der Leyen è il frutto delle pressioni della sua Germania, in un quadro in cui, all’asse Parigi-Berlino, va subentrando quello Roma-Berlino: anche l’Italia considera vitale il protocollo. Non a caso, la presidente della Commissione ha rivendicato il mandato ricevuto a gennaio dal Consiglio. Ossia, dall’assemblea degli Stati. Ossia da chi, al suo interno, vanta il maggior peso specifico.
La fotografia dello sfarinamento europeo non arriva soltanto dal fronte agroalimentare. Pure in altri settori, dietro l’élite di Bruxelles, si muovono i fili della lotta per ricalibrare il fulcro dell’Ue. Persino l’ipotetica formula per ripristinare la collaborazione tra teutonici e transalpini contribuisce a dimostrare l’implosione dell’utopia federalista: ciò che sembrerebbe uno scatto politico del progetto d’integrazione, a ben vedere, deriverebbe semmai da un compromesso maturato alla luce degli interessi nazionali. Si legga l’analisi di Bloomberg. Ieri, ricostruendo gli attriti in merito alle spese militari, fino al naufragio del caccia di sesta generazione Fcas, la testata Usa osservava che per sbloccare l’impasse potrebbe bastare un equo baratto: l’ombrello nucleare francese da un lato, dall’altro il via libera tedesco al debito comune per finanziare il riarmo.
Il grande balzo in avanti dell’Ue - mettere insieme le risorse per realizzare un unico sistema di difesa, anziché puntare sul rafforzamento degli eserciti nazionali - dovrebbe nascere da un gioco di partite e contropartite, soppesate dalle singole cancellerie. Non che sia un male: è da un realismo del genere che si strutturò il primo nucleo della Comunità economica europea. Ma almeno, ci si risparmi la propaganda: ad esempio, la Von der Leyen che, dopo il blitz sul Mercosur, prova a vendersi un’Ue «più forte e indipendente»; Maros Sefcovic, commissario europeo al Commercio, che plaude alla mossa «fondamentale per la nostra credibilità»; Johann Wadephul, ministro degli Esteri della Germania, che blatera di «ora dell’Europa». Anche perché l’adozione a scaglioni di un’intesa che, alla fine, potrebbe saltare, accresce proprio quell’incertezza di cui gli eurosauri si lamentano a proposito delle tariffe di Donald Trump. Ennesima conferma dell’altro trucchetto perenne che, ormai, riesce a malapena alle classi dirigenti europee: spacciare delle scelte politiche per asettiche valutazioni tecniche. Sono solo le foglie di fico necessarie a coprire le incursioni con le quali si aggira la democrazia, quando genera degli esiti sgraditi. In questa occasione, ne sta uscendo sconfitta la Francia: che, per Macron, l’imposizione del Mercosur sia stata una «sorpresa», la dice lunga. Ma lo stesso Macron si prepara a beffare i concorrenti, spingendo per l’abolizione del criterio dell’unanimità.
Il tutto avviene sullo sfondo di un conflitto di attribuzioni sempre più aspro tra gli organi di governo dell’Ue: è notizia di pochi giorni fa che il Consiglio - di nuovo: gli Stati membri - è pronto a ricorrere alla Corte di giustizia, qualora passasse il bilaterale che darebbe all’Europarlamento quasi il ruolo di promotore del processo legislativo, al fianco della Commissione. La quale, in questa circostanza, sarebbe disposta a violare i Trattati a beneficio dei rappresentanti eletti, mentre li snobba nel dossier Mercosur. Mica male, per essere «l’ora dell’Europa»…
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Carlo Conti e Laura Pausini (Ansa)
La formula è quella ormai nota: tutti e trenta i Campioni tornano a esibirsi e il voto viene ripartito tra televoto (34%), sala stampa, tv e web (33%) e giuria delle radio (33%). Al termine delle esibizioni verrà stilata una classifica complessiva che terrà conto anche delle serate precedenti. I primi cinque, annunciati senza ordine di piazzamento, si sfideranno un’ultima volta davanti alle tre giurie. Solo allora si conoscerà il vincitore, chiamato a rappresentare l’Italia all’Eurovision Song Contest 2026 in programma a Vienna dal 12 al 16 maggio.
La gara prende il via alle 20.45 con Francesco Renga e Il meglio di me. Subito dopo è il turno di Chiello con Ti penso sempre e di Raf con Ora e per sempre. La prima parte della serata prosegue con le Bambole di pezza (Resta con me), Leo Gassmann (Naturale), Malika Ayane (Animali notturni) e Tommaso Paradiso (I romantici). Spazio poi a J-Ax con Italia starter pack, al duo formato da LDA e Aka 7even con Poesie clandestine e a Serena Brancale con Qui con me. La scaletta continua con Patty Pravo (Opera), Sal Da Vinci (Per sempre sì), Elettra Lamborghini (Voilà) ed Ermal Meta (Stella stellina).
Nella seconda parte della maratona si alternano Ditonellapiaga (Che fastidio!), Nayt (Prima che), Arisa (Magica favola) e Sayf (Tu mi piaci tanto). Dalla nave Costa Toscana è previsto il collegamento con Max Pezzali, mentre sul palco dell’Ariston arrivano Levante con Sei tu e il duo Fedez e Marco Masini con Male necessario.
Dopo la mezzanotte si entra nell’ultima parte della competizione con Samurai Jay (Ossessione), Michele Bravi (Prima o poi), Fulminacci (Stupida fortuna) e Luchè (Labirinto). Nel finale si esibiscono Tredici Pietro (Uomo che cade), Mara Sattei (Le cose che non sai di me), Dargen D'Amico (AI AI), Enrico Nigiotti (Ogni volta che non so volare), il duo Maria Antonietta e Colombre con La felicità e basta e, a chiudere la gara, Eddie Brock con Avvoltoi.
La finale non è solo competizione. All’Ariston è atteso Andrea Bocelli, che propone Il mare calmo della sera e Con te partirò, in un passaggio che richiama anche la figura di Pippo Baudo, tra i primi a credere nel tenore toscano. In piazza Colombo, al Suzuki Stage, i Pooh celebrano sessant’anni di carriera con Uomini soli. È previsto anche un momento di raccoglimento con l’intervento di Gino Cecchettin, che porterà un messaggio contro il femminicidio.
Quando il televoto verrà chiuso, inizierà la lettura della classifica dal trentesimo al sesto posto. Poi l’annuncio dei cinque finalisti, il nuovo voto e la consegna dei premi collaterali, dal Mia Martini al riconoscimento per il miglior testo e per la miglior composizione musicale, fino al Premio Tim. Infine resteranno in due. A quel punto il nome del vincitore della 76ª edizione sarà pronunciato e l’Ariston ascolterà ancora una volta la canzone che ha conquistato il Festival, prima dei saluti finali e dei titoli di coda, ben oltre la mezzanotte.
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Per comprendere l’attuale fase di tensione tra Stati Uniti e Iran occorre partire da un presupposto: Teheran ha applicato a Donald Trump uno schema interpretativo già utilizzato con i suoi predecessori, senza cogliere la natura radicalmente diversa del suo approccio politico e negoziale.
Per oltre due decenni la Repubblica islamica ha gestito il confronto con Washington attraverso una strategia calibrata su tempi lunghi, ambiguità calcolate e negoziati diluiti. Con presidenti come Barack Obama o Joe Biden, Teheran aveva individuato margini di trattativa fondati su un presupposto condiviso: evitare l’escalation militare e mantenere aperto un canale diplomatico, anche a costo di incontri ripetuti e progressi minimi. Con Donald Trump, questo paradigma si è rivelato inadeguato.
Trump non ha mai concepito il negoziato come un processo infinito, ma come una sequenza di scadenze ravvicinate, risultati tangibili e pressioni crescenti. L’uscita unilaterale dal Joint Comprehensive Plan of Action nel 2018 aveva già rappresentato un segnale inequivocabile: per la nuova amministrazione non esistevano accordi intoccabili, né automatismi diplomatici. Ogni dossier poteva essere riaperto, rinegoziato oppure stravolto. Teheran, tuttavia, ha continuato a muoversi come se il tempo fosse una variabile a proprio favore. Riunioni tecniche, incontri indiretti, dichiarazioni interlocutorie, aperture seguite da irrigidimenti: una diplomazia rituale che in passato aveva consentito di guadagnare mesi, talvolta anni. L’obiettivo era duplice: alleggerire gradualmente la pressione internazionale e, nel frattempo, consolidare le proprie capacità strategiche, in particolare sul fronte nucleare. Ma provocare Trump con continue riunioni senza risultati concreti è stato un errore fatale.
Un ulteriore elemento di fragilità riguarda la figura del ministro degli Esteri Hossein Amir-Abdollahian (spesso indicato in modo impreciso come «Aranghi»), apparso in questa fase inadeguato alla gravità della crisi. La diplomazia iraniana, tradizionalmente abituata a muoversi su più tavoli e a mantenere canali aperti anche nei momenti di massima tensione, sembra aver perso incisività proprio quando sarebbe stato necessario costruire sponde internazionali e rafforzare la narrativa difensiva di Teheran. Le sue dichiarazioni pubbliche, improntate a toni rigidi ma prive di una chiara strategia di de-escalation, non hanno contribuito a ridurre l’isolamento del Paese. In un sistema in cui la politica estera è fortemente condizionata dalla Guida Suprema e dai Pasdaran, il margine d’azione del capo della diplomazia è certamente limitato; tuttavia, in una fase di possibile transizione al vertice, l’assenza di una regia diplomatica credibile rischia di amplificare l’impressione di disorientamento e di lasciare l’iniziativa interamente nelle mani dell’apparato militare.
Donald Trump (Ansa)
Nel linguaggio politico del presidente americano, l’assenza di un’intesa non equivale a una fase di stallo gestibile, bensì a una sfida diretta. Ogni incontro inconcludente è stato percepito come un tentativo di prendere tempo, se non come una forma di provocazione. In questo quadro, la pressione economica – sanzioni secondarie, isolamento finanziario, targeting delle esportazioni energetiche – è diventata lo strumento privilegiato per forzare un cambio di atteggiamento.
L’Iran ha probabilmente sottovalutato un elemento centrale: Donald Trump non cercava semplicemente di rientrare in un accordo migliorato, ma di ridefinire l’intero equilibrio di deterrenza regionale. La richiesta di condizioni più stringenti, la volontà di estendere la durata di eventuali restrizioni e l’insistenza su un meccanismo permanente di controllo rappresentavano un salto qualitativo rispetto alla logica del compromesso temporaneo. Nel frattempo, la leadership iraniana ha continuato a calibrare la propria risposta su un doppio binario: mantenere formalmente aperto il dialogo e, parallelamente, aumentare la leva strategica attraverso l’arricchimento dell’uranio e il consolidamento delle reti regionali di influenza. Una strategia che con altri presidenti avrebbe potuto produrre nuove fasi negoziali, ma che con Trump ha generato l’effetto opposto.
La differenza non è soltanto ideologica, ma metodologica. Trump ha interpretato la politica estera come una transazione ad alto rischio: o si chiude l’accordo alle sue condizioni, o si alza il livello dello scontro. In questa cornice, la diplomazia dilatoria di Teheran è apparsa come un rifiuto sostanziale. Le conseguenze sono evidenti. L’inasprimento delle sanzioni ha colpito l’economia iraniana in modo sistemico, riducendo le entrate petrolifere e aggravando le tensioni interne. Al tempo stesso, la percezione di una minaccia crescente ha alimentato un clima regionale sempre più instabile, con il rischio costante di incidenti o escalation indirette. L’errore di fondo di Teheran è stato di natura psicologica prima ancora che politica: aver trattato Donald Trump come una variante più rumorosa di presidenti precedenti, senza comprendere che il suo margine di tolleranza verso negoziati inconcludenti è prossimo allo zero. In altre parole, l’Iran ha giocato una partita di logoramento contro un avversario che preferisce le mosse drastiche.
Oggi lo scenario appare segnato da una polarizzazione più netta. Le occasioni di compromesso si sono ridotte, mentre la soglia di rischio si è abbassata. In un contesto regionale già attraversato da conflitti latenti e rivalità strategiche, la combinazione tra ambizioni nucleari iraniane e approccio massimalista statunitense ha creato una miscela altamente instabile. La lezione geopolitica è chiara: nei rapporti internazionali non basta conoscere la forza dell’avversario, occorre comprenderne la mentalità. Teheran ha letto Washington con le lenti del passato. Ma il passato, questa volta, non era più un parametro affidabile.
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«Non sarà una guerra lampo», ha dichiarato il ministro degli Esteri informando la stampa sugli sviluppi dell’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran.