
Si inizia a scorgere qualche lieve spiraglio diplomatico nella crisi ucraina. Ieri Volodymyr Zelensky ha auspicato «colloqui diretti» con Vladimir Putin, dicendosi aperto ad «alcuni compromessi». Inoltre, il partito dello stesso Zelensky (nonché prima forza politica a livello parlamentare), Servitore del popolo, ha proposto sempre ieri che Kiev firmi un nuovo accordo di sicurezza insieme con Stati Uniti, Russia e Turchia. Questa soluzione allontanerebbe l’eventualità di un ingresso dell’Ucraina nella Nato, ma - al contempo - imporrebbe alla Russia «l’obbligo legale di riconoscere lo Stato ucraino e di astenersi dal minacciare il popolo ucraino e il suo governo».
Anche Mosca, dal canto suo, è sembrata tendere timidamente una mano. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha dichiarato che il Cremlino non sarebbe intenzionato a rovesciare l’attuale governo ucraino: il che è una presa di posizione significativa, visto che, alcuni giorni fa, Putin aveva esortato le forze armate ucraine a deporre Zelensky. In tutto questo, la Zakharova ha anche auspicato che si possa arrivare alla neutralità dell’Ucraina attraverso i colloqui negoziali. Punto fermo per Mosca resta invece il riconoscimento della Crimea ai russi, oltre all’indipendenza del Donbass.
È comunque il tema della neutralità che sta tenendo sempre più banco. Se l’ipotesi di una «finlandizzazione» resta poco digeribile per Kiev (significherebbe rientrare nell’orbita russa), sta prendendo invece progressivamente quota il modello austriaco della «neutralità perpetua», datato 1955. Non è tuttavia detto che Mosca sia disposta ad accettare questa opzione. Pur essendo rimasta fuori dalla Nato, l’Austria è comunque entrata nell’Ue (e proprio su quello che il Cremlino giudicava un eccessivo avvicinamento di Kiev a Bruxelles scoppiò la crisi della Crimea nel 2014). Inoltre l’Austria dispone di un esercito, mentre Mosca ripete di puntare a una demilitarizzazione dell’Ucraina. Dall’altra parte, in una mediazione tutti gli attori devono rinunciare a qualcosa. Anche la Russia dovrà quindi ridurre alcune pretese, forse proprio a partire dalla demilitarizzazione.
Che qualcosa inizi a muoversi seriamente è testimoniato anche dal fatto che si incontreranno oggi in Turchia il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, e l’omologo ucraino, Dmytro Kuleba. Certo, le difficoltà non mancano e lo stesso Kuleba ha espresso ieri scetticismo su questo colloquio, definendo «basse» le proprie aspettative. Dall’altra parte, è tuttavia anche vero che si tratta del primo incontro di alto livello tra Mosca e Kiev da quando l’invasione russa è iniziata. Il Paese ospitante, la Turchia, è uno storico sostenitore dell’Ucraina ma, al contempo, coopera - nonostante la divergenza di interessi - con la Russia su vari dossier (dalla Siria alla Libia). Al di là dei legami energetici, Ankara ha tra l’altro acquistato da Mosca il sistema missilistico S-400. Non a caso, Erdogan ha tenuto un atteggiamento piuttosto ambiguo dall’inizio del conflitto. Che si voglia evitare un inasprimento della crisi, è testimoniato anche dal fatto che ieri Washington e Londra sono tornate a escludere la creazione di una no-fly zone. Insomma, qualche timido spiraglio comincia a registrarsi. Tutto questo poi ovviamente non toglie che sul campo la situazione continui a rivelarsi drammatica (si pensi soltanto ad aree martoriate come Mariupol): un fattore, questo, che induce a ritenere che la strada diplomatica resti comunque ancora in salita.
Un elemento di rischio nel processo di mediazione è rappresentato dalla Cina, intervenuta pesantemente contro l’Occidente. «Le mosse della Nato guidata dagli Stati Uniti hanno spinto le tensioni tra Russia e Ucraina al punto di rottura», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri di cinese, Zhao Lijian. Sono posizioni come queste che dovrebbero spingere l’Occidente a fare attenzione al ruolo cinese nella crisi in corso, perché Pechino - nelle sue offerte di mediazione - punta in realtà soltanto a massimizzare i propri vantaggi geopolitici. Il Dragone spera infatti che la crisi ucraina distolga l’attenzione americana dall’Indo-Pacifico, scommettendo inoltre sulle divisioni del blocco transatlantico (si pensi solo alla questione del gas). Non solo: Xi Jinping sa perfettamente che, in questa traumatica rottura con l’Occidente, Mosca diverrà sempre più succube economicamente di Pechino, mentre la pressione militare e politica su Taiwan sta riprendendo vigore. Ricordiamo che finora la Cina ha di fatto sostenuto la Russia, non appoggiando le sanzioni e astenendosi all’Onu sulla risoluzione di condanna dell’aggressione all’Ucraina. La Cina pensa insomma solo al proprio tornaconto geopolitico, auspicando una progressiva marginalizzazione dell’Occidente. Washington e Bruxelles facciano attenzione: in questa crisi, Pechino è parte del problema.
Qualcosa si muove anche in Italia. Gli uffici della Camera - su indicazione del presidente Roberto Fico - sono in contatto con le autorità ucraine per organizzare nei prossimi giorni un incontro in videoconferenza con il presidente Zelensky nell’aula di Montecitorio.






