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2019-07-20
«Vuoi il successo? Fai abortire la tua fidanzatina»
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Sei un adolescente la cui ragazza ha abortito? Niente paura, anzi rallegrati: farai più strada dei tuoi coetanei diventati genitori. È lo sconvolgente messaggio che trapela da un nuovo studio pubblicato sul Journal of Adolescent Health da cui, in sintesi, si evince che ai partner di ragazze che hanno abortito tocca un futuro educativo e finanziario migliore rispetto agli altri coetanei.
Nello specifico, i ricercatori hanno scoperto che i fidanzati di giovani reduci da un aborto sono laureati nel 22% dei casi, contro appena il 6% di quanti invece hanno scelto di diventare genitori.
Anche in termini di istruzione post secondaria la differenza è parsa netta, dal momento che quasi il 60% dei giovani che da adolescenti hanno visto la propria ragazza abortire hanno conseguito un titolo di quel livello, rispetto al 32% degli altri.
Benché la ricerca non sia risultata statisticamente significativa, gli autori non si sono risparmiati di evidenziare pure una differenza di reddito tra i giovani adulti che hanno segnalato l'esperienza di un aborto e quelli che sono diventati padri: i primi guadagnano in media circa 39.000 dollari annui, i secondi 33.000.
Evidenze alla luce delle quali Bethany Everett dell'università dello Utah, l'autrice principale dello studio citato - eloquentemente intitolato «Male abortion beneficiaries» - non si è risparmiata un commento surreale. «In un periodo in cui, negli Stati Uniti, assistiamo al diffondersi di leggi restrittive sull'aborto», ha infatti dichiarato la Everett, «dovremmo considerare anche le potenziali conseguenze dannose di queste restrizioni». Come a dire: attenti, cari politici pro life, a scoraggiare la soppressione prenatale, perché potreste concorrere alla diffusione dell'analfabetismo e dell'abbandono scolastico, se non perfino alla disoccupazione. Siamo evidentemente alle farneticazioni.
Del resto lo stesso studio, esaminato da vicino, presenta limiti enormi. Tanto per cominciare, non accosta le biografie dei maschi che hanno vissuto con la propria partner l'esperienza di un aborto con quanti, invece, da giovani non hanno ingravidato la propria ragazza, che logicamente sarebbe il solo confronto utile a mettere in luce gli eventuali «benefici maschili» dell'aborto in quanto tale.
C'è inoltre da dire che i ricercatori hanno riscontrato solo un'associazione tra aborti e livello di formazione raggiunto dai giovani adulti. Ma un'associazione non equivale sempre a un nesso di causalità. Altrimenti i maschi più istruiti dovrebbero essere quelli che hanno fatto abortire più volte la propria compagna, il che vorrebbe automaticamente dire che i professori universitari hanno tutti almeno un'esperienza di paternità mancata alle spalle. Un assurdo, ovviamente.
In terzo luogo, spulciando le sette pagine dello studio si scopre come gli stessi autori ammettano a denti stretti che il loro campione - pari a 597 uomini individuati nel National longitudinal study of adolescent to adult health, uno studio sugli adolescenti reclutati all'inizio degli anni Novanta e seguiti in età adulta - non consente alcuna conclusione generale. «Our sample may not be generalizable», sono le parole esatte.
Tutto questo, unitamente alla già ricordata e non significativa differenza di reddito tra i giovani padri e gli altri, fa capire come le parole della Everett sulle restrizioni dell'aborto siano da intendersi come una mera opinione, senza alcuna base scientifica.
Un quarto limite di questa ricerca concerne poi il suo ignorare una dimensione fondamentale: quella psicologica. Sì, perché l'aborto ha conseguenze anche sulla salute maschile. Ad attestarlo, numerose ricerche che hanno messo in luce il dolore, l'ansia, i profondi sensi di colpa nonché la depressione che colpiscono i padri mancati. Nel loro libro, Fatherhood aborted: the profound effects of abortion on men, gli studiosi Guy Condon e David Hazard arrivano a parlare addirittura, per l'uomo, di un trauma post abortivo, mentre lo psicologo Vincent Rue evidenzia che la sofferenza maschile per la paternità interrotta è poco esaminata ed è pure difficile da studiare perché gli uomini «sono più propensi a negare il loro dolore o a interiorizzare i loro sentimenti di perdita piuttosto che ad esprimerli apertamente».
Una quinta, enorme criticità di questa ricerca riguarda il fatto che - quand'anche il «beneficio maschile» per una paternità interrotta fosse provato, anche se provato non è affatto, anzi - essa non considera minimamente le conseguenze sulla donna, queste sì riscontrate da evidenze scientifiche che mostrano come l'aborto volontario faccia rima con maggiori rischi di isterectomia post partum, placenta previa, futuri aborti spontanei, depressione, abuso di sostanze, tumori al seno, mortalità materna e suicidi. Meglio andarci piano, insomma, prima di esaltare i presunti benefici dell'aborto.
Anche perché a ben vedere, al di là delle criticità fin qui esposte, quanto emerso nello studio della Everett sembra in realtà avere un'altra spiegazione. La minor istruzione dei padri adolescenti, infatti, più che la penalizzazione per un aborto non effettuato, rispecchia i maggiori - e ovvi - impegni del farsi una famiglia. Lo suggerisce un altro studio pubblicato nel 2012 sulla rivista «peer reviewed» Economic Inquiry, che ha riscontrato come la paternità in giovane età sia legata a matrimoni precoci e a ingressi anticipati nel mondo nel lavoro. In altre parole, non è l'aborto bensì l'irresponsabilità a determinare vantaggi. Vantaggi assai relativi, s'intende. Perché, come chiunque ha figli ben sa, quella della paternità è una gioia che non ha prezzo.
Asse gialloblù contro le parole «sessiste»
Il governo gialloblù, alla ricerca di una rinnovata coesione, sembra trovarla nel politicamente corretto e nella neolingua della parità di genere. L'esempio più lampante emerge, in tutta la sua forza, nella direttiva cofirmata dal ministro della Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno (Lega), e dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari opportunità e ai giovani, Vincenzo Spadafora (M5s), rivolta a quanti lavorano nella Pubblica amministrazione. Un provvedimento che rischia di compromettere le libertà costituzionali (art. 21) e che mira ad affermare il l'obiettivo della «parità di risultato» in luogo del più corretto principio delle «pari opportunità».
Il documento predispone l'avvio di «azioni di sensibilizzazione e formazione di tutta la dirigenza sulle tematiche delle pari opportunità, sulla prevenzione e contrasto di ogni forma di discriminazione». Ma non è tutto: in ogni documento di lavoro - dalle relazioni alle circolari, dai decreti ai regolamenti - viene vivamente consigliato l'uso di «termini non discriminatori», a partire da «sostantivi o nomi collettivi che includano persone dei due generi». Sarà opportuno, quindi, scrivere «persone», anziché «uomini». In perfetto stile gender mainstreaming, la Bongiorno si è trasformata in una Boldrini d'altri tempi, scopiazzando un po' l'idea della rivoluzione di carte e badge che furono messi in circolazione a Montecitorio. Ma una società che voglia davvero permettere alle donne e agli uomini di avere le stesse possibilità ha bisogno di cambiare il normale uso delle parole? Cosa davvero può riequilibrare i rapporti di forza? Perché non aiutare sul posto di lavoro le mamme lavoratrici, considerandole proprio madri e donne come sono, e per questo bisognose di una conciliazione più felice di maternità e lavoro? Troppo facile, poco arcobaleno?
Sul piano operativo, ogni pubblica amministrazione dovrà inoltre promuovere la «formazione» e l'«aggiornamento» allo scopo di contribuire «allo sviluppo della cultura di genere, anche attraverso la promozione di stili di comportamento rispettosi», in linea appunto con i principi del gender mainstreaming tanto cari all'Unione Europea, che li ha messi a punto nel «Piano d'azione sul genere 2016-2020». Su questo punto emerge la contraddizione del programma politico della Lega, in bilico tra un «antieuropeismo di lotta» e un «europeismo di governo», tra l'auspicato ritorno all'Europa delle radici cristiane e dei principi non negoziabili e il cedimento ai diktat tecnocratici di Bruxelles che vogliono il gender (anche nascondendosi dietro il trasformismo delle parole). Un'ambiguità che desta preoccupazione e ci fa alzare sulla sedia.
A quanto riferisce l'Ansa, la direttiva sarebbe stata messa a punto prima del caso Sea Watch 3, in cui il vicepremier Matteo Salvini aveva definito «sbruffoncella» la comandante della nave della Ong tedesca, Carola Rackete. Un epiteto deplorato dallo stesso Spadafora, che aveva parlato di «pericolosa deriva sessista». Quest'affermazione del sottosegretario aveva suscitato «sorpresa» nel ministro Bongiorno, senza però pregiudicare la realizzazione definitiva del documento congiunto. Perché, per questa azione di governo, i due vanno d'amore e d'accordo?
Un prezzo da pagare nella tenuta della coalizione di governo è quindi l'imposizione di un'agenda all'insegna delle «quote rosa» e di un linguaggio che virtualmente annulla le differenze sessuali, affermando il gender neutral. Stabilire i paletti dei due terzi più un terzo per ciascuno sesso rischia così di anteporre l'appartenenza di genere alle reali competenze professionali di impiegati e dirigenti. Altrettanto dannosa o, come minimo, inutile è l'affermazione di terminologie presentate come «non discriminatorie»: scrivere «persone» al posto di «uomini» è una palese concessione al lessico gender fluid e all'ideologia ad esso sottesa.
Georges Bernanos, il famoso scrittore cattolico francese, lo aveva già annunciato: «Se si perde la battaglia delle parole, si perde la battaglia delle idee». Come volevasi dimostrare, la battaglia è in atto. E la vera «riforma» da fare non può essere lessicale, quella è un'illusione ottica oltre che perniciosa. Piuttosto deve partire da un'attenzione alle esigenze reali, che non possono non prendere in considerazione il mondo delle donne (quindi anche delle madri) lavoratrici, poste in primo piano nel Manifesto del Congresso mondiale delle famiglie di Verona. Una battaglia che, a più di tre mesi dalla chiusura del Congresso, noi del mondo pro family continuiamo a combattere alacremente.
Jacopo Coghe
Vicepresidente del Congresso mondiale delle famiglie
«Tra lavoro e famiglia scelgo i figli». La fuga dal posto di mamme e papà
Mentre proprio migliaia di italiani cercano di vincere il concorso per diventare navigator, con l'obiettivo di aiutare i disoccupati con il reddito di cittadinanza a trovare un lavoro, nel nostro Paese ogni anno altrettante migliaia di cittadini sono costretti a lasciarlo solo perché diventati genitori. Il fenomeno è in continua crescita e non riguarda più solo le donne. Nel corso del 2018 i neogenitori che, volontariamente o perché messi alle strette, hanno abbandonato il posto entro tre anni dalla nascita del bebè sono aumentati del 23%. Un'emorragia di professionalità, legata alle scelte familiari, che non accenna ad arginarsi. Basti pensare che nella sola Emilia Romagna sono stati più di 5.100 i lavoratori che lo scorso anno hanno scelto di rimanere a casa, due terzi di loro sono mamme.
I dati sono contenuti nella Relazione annuale per il 2018 sulle convalide di dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri nei primi tre anni di vita del figlio, elaborata dall'Ispettorato nazionale del lavoro. Emerge che la media nazionale è di circa 50.000 rinunce ogni anno. Un numero in costante crescita. Le convalide sono riferite soprattutto alle dimissioni volontarie e per giusta causa. Le risoluzioni consensuali sono invece solo la parte residuale.
Dal documento emerge che, soprattutto nel caso delle donne, il motivo principale che le spinge a rinunciare alla professione è la difficoltà a conciliare la vita professionale con la cura dei bambini. Innanzi tutto perché manca una rete parentale in grado di aiutare le neo mamme, ma anche perché i servizi per l'infanzia, per esempio nidi e baby sitter, nel nostro Paese pesano troppo sulle tasche delle famiglie.
E poi naturalmente ci sono le aziende: troppo spesso si rifiutano di concedere i part time o orari più flessibili, rendendo questa conciliazione quasi impossibile. Il problema affligge in gran parte il mondo femminile, ma sta crescendo il numero di uomini costretti a cambiare lavoro perché il datore è troppo rigido da questo punto di vista. Ecco perché in Italia maternità e paternità sono ancora considerati, a tutti gli effetti, veri e propri fermi lavorativi. L'Emilia Romagna è una delle tre Regioni, insieme con Lombardia e Veneto, con il maggior numero di dimissioni protette in Italia. La gran parte dei casi riguarda persone di nazionalità italiana (sono il 76%, con un aumento del 20% rispetto al 2017). Per quanto riguarda la fascia di età, la maggior parte dei casi riguarda persone comprese fra 34 e 44 anni. Quelle, insomma, che mettono su famiglia e decidono di prolificare. Si tratta molto spesso, nella metà dei casi, di lavoratori con un'anzianità di servizio minima, fino a tre anni. Inoltre, nel 58% dei casi le dimissioni avvengono in famiglie nelle quali c'è un solo figlio. Il settore produttivo maggiormente interessato da questo fenomeno è il terziario, nel quale si registra circa il 75% degli episodi. Questo perché si tratta di un comparto caratterizzato da maggiore presenza femminile.
«La maternità è ancora considerata un costo, in particolare per le piccole e medie imprese», spiega Sonia Alvisi, consigliera regionale dell'Emilia Romagna, «la normativa c'è, ma spesso non è sufficiente per sostenere i costi aziendali. Il governo dovrebbe lavorare su eventuali incentivi». Nel frattempo questa emorragia di professionalità va avanti, soprattutto al Nord. La ricerca ha infatti evidenziato che nelle Regioni settentrionali i casi registrati nel corso del 2018 sono stati 31.691 (il 64%), mentre al centro sono stati 9.055 (18%) e al Sud 8.705 (un altro 18%). In particolare proprio l'Emilia Romagna è fra le regioni più esposte, prima ci si sono solo la Lombardia (10.727 casi nel 2018 e 9.781 nel 2017) e il Veneto (7.720 casi nel 2018 e 5.954 nel 2017). Nel frattempo il nostro Paese invecchia sempre di più. Pochi giorni fa, come ha riportato La Verità, l'Istat ha reso noti i dati, allarmanti, sulla crisi della natalità in Italia. L'Istituto di statistica parla di «recessione demografica», mettendo il rilievo come le nuove nascite siano tornate ai ritmi del 1917-18, quelli insomma della Prima guerra mondiale. Con soli 439.000 neonati inscritti all'anagrafe nel 2018: ben 140.000 in meno rispetto a dieci anni fa. I numeri dell'Istat certificano una situazione drammatica: nel nostro Paese il 45% delle donne fra 18 anni e 45 non ha mai avuto un figlio, ma solo il 5% dichiara di non volerne. Per tutte le altre si tratta di una scelta forzata, perché mancano le possibilità, manca il lavoro. Basti pensare che in Italia circa metà della popolazione femminile non ha un'occupazione, e questa percentuale raggiunge il picco del 70% in alcune zone del Sud. Contemporaneamente le politiche messe in atto dal governo non sono considerate abbastanza efficaci: mancano incentivi per rilanciare l'occupazione femminile e investimenti per supportare le mamme che lavorano. E così l'Italia condanna sé stessa e essere sempre più un Paese per vecchi.
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Studio americano teorizza i benefici maschili dell'interruzione di gravidanza. Tutto per fermare i sostenitori delle leggi pro life.Giulia Bongiorno e Vincenzo Spadafora censurano i «termini discriminatori» nella Pa. Ma le donne si aiutano in altro modo.In Italia diventare genitori e prendersi cura dei bambini spesso significa ancora non potersi permettere un'occupazione. Nel 2018 le dimissioni volontarie dopo la nascita di un bebè sono aumentate del 23%.Lo speciale contiene tre articoli.Sei un adolescente la cui ragazza ha abortito? Niente paura, anzi rallegrati: farai più strada dei tuoi coetanei diventati genitori. È lo sconvolgente messaggio che trapela da un nuovo studio pubblicato sul Journal of Adolescent Health da cui, in sintesi, si evince che ai partner di ragazze che hanno abortito tocca un futuro educativo e finanziario migliore rispetto agli altri coetanei. Nello specifico, i ricercatori hanno scoperto che i fidanzati di giovani reduci da un aborto sono laureati nel 22% dei casi, contro appena il 6% di quanti invece hanno scelto di diventare genitori. Anche in termini di istruzione post secondaria la differenza è parsa netta, dal momento che quasi il 60% dei giovani che da adolescenti hanno visto la propria ragazza abortire hanno conseguito un titolo di quel livello, rispetto al 32% degli altri. Benché la ricerca non sia risultata statisticamente significativa, gli autori non si sono risparmiati di evidenziare pure una differenza di reddito tra i giovani adulti che hanno segnalato l'esperienza di un aborto e quelli che sono diventati padri: i primi guadagnano in media circa 39.000 dollari annui, i secondi 33.000.Evidenze alla luce delle quali Bethany Everett dell'università dello Utah, l'autrice principale dello studio citato - eloquentemente intitolato «Male abortion beneficiaries» - non si è risparmiata un commento surreale. «In un periodo in cui, negli Stati Uniti, assistiamo al diffondersi di leggi restrittive sull'aborto», ha infatti dichiarato la Everett, «dovremmo considerare anche le potenziali conseguenze dannose di queste restrizioni». Come a dire: attenti, cari politici pro life, a scoraggiare la soppressione prenatale, perché potreste concorrere alla diffusione dell'analfabetismo e dell'abbandono scolastico, se non perfino alla disoccupazione. Siamo evidentemente alle farneticazioni.Del resto lo stesso studio, esaminato da vicino, presenta limiti enormi. Tanto per cominciare, non accosta le biografie dei maschi che hanno vissuto con la propria partner l'esperienza di un aborto con quanti, invece, da giovani non hanno ingravidato la propria ragazza, che logicamente sarebbe il solo confronto utile a mettere in luce gli eventuali «benefici maschili» dell'aborto in quanto tale.C'è inoltre da dire che i ricercatori hanno riscontrato solo un'associazione tra aborti e livello di formazione raggiunto dai giovani adulti. Ma un'associazione non equivale sempre a un nesso di causalità. Altrimenti i maschi più istruiti dovrebbero essere quelli che hanno fatto abortire più volte la propria compagna, il che vorrebbe automaticamente dire che i professori universitari hanno tutti almeno un'esperienza di paternità mancata alle spalle. Un assurdo, ovviamente.In terzo luogo, spulciando le sette pagine dello studio si scopre come gli stessi autori ammettano a denti stretti che il loro campione - pari a 597 uomini individuati nel National longitudinal study of adolescent to adult health, uno studio sugli adolescenti reclutati all'inizio degli anni Novanta e seguiti in età adulta - non consente alcuna conclusione generale. «Our sample may not be generalizable», sono le parole esatte. Tutto questo, unitamente alla già ricordata e non significativa differenza di reddito tra i giovani padri e gli altri, fa capire come le parole della Everett sulle restrizioni dell'aborto siano da intendersi come una mera opinione, senza alcuna base scientifica.Un quarto limite di questa ricerca concerne poi il suo ignorare una dimensione fondamentale: quella psicologica. Sì, perché l'aborto ha conseguenze anche sulla salute maschile. Ad attestarlo, numerose ricerche che hanno messo in luce il dolore, l'ansia, i profondi sensi di colpa nonché la depressione che colpiscono i padri mancati. Nel loro libro, Fatherhood aborted: the profound effects of abortion on men, gli studiosi Guy Condon e David Hazard arrivano a parlare addirittura, per l'uomo, di un trauma post abortivo, mentre lo psicologo Vincent Rue evidenzia che la sofferenza maschile per la paternità interrotta è poco esaminata ed è pure difficile da studiare perché gli uomini «sono più propensi a negare il loro dolore o a interiorizzare i loro sentimenti di perdita piuttosto che ad esprimerli apertamente».Una quinta, enorme criticità di questa ricerca riguarda il fatto che - quand'anche il «beneficio maschile» per una paternità interrotta fosse provato, anche se provato non è affatto, anzi - essa non considera minimamente le conseguenze sulla donna, queste sì riscontrate da evidenze scientifiche che mostrano come l'aborto volontario faccia rima con maggiori rischi di isterectomia post partum, placenta previa, futuri aborti spontanei, depressione, abuso di sostanze, tumori al seno, mortalità materna e suicidi. Meglio andarci piano, insomma, prima di esaltare i presunti benefici dell'aborto. Anche perché a ben vedere, al di là delle criticità fin qui esposte, quanto emerso nello studio della Everett sembra in realtà avere un'altra spiegazione. La minor istruzione dei padri adolescenti, infatti, più che la penalizzazione per un aborto non effettuato, rispecchia i maggiori - e ovvi - impegni del farsi una famiglia. Lo suggerisce un altro studio pubblicato nel 2012 sulla rivista «peer reviewed» Economic Inquiry, che ha riscontrato come la paternità in giovane età sia legata a matrimoni precoci e a ingressi anticipati nel mondo nel lavoro. In altre parole, non è l'aborto bensì l'irresponsabilità a determinare vantaggi. Vantaggi assai relativi, s'intende. 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Un provvedimento che rischia di compromettere le libertà costituzionali (art. 21) e che mira ad affermare il l'obiettivo della «parità di risultato» in luogo del più corretto principio delle «pari opportunità». Il documento predispone l'avvio di «azioni di sensibilizzazione e formazione di tutta la dirigenza sulle tematiche delle pari opportunità, sulla prevenzione e contrasto di ogni forma di discriminazione». Ma non è tutto: in ogni documento di lavoro - dalle relazioni alle circolari, dai decreti ai regolamenti - viene vivamente consigliato l'uso di «termini non discriminatori», a partire da «sostantivi o nomi collettivi che includano persone dei due generi». Sarà opportuno, quindi, scrivere «persone», anziché «uomini». In perfetto stile gender mainstreaming, la Bongiorno si è trasformata in una Boldrini d'altri tempi, scopiazzando un po' l'idea della rivoluzione di carte e badge che furono messi in circolazione a Montecitorio. Ma una società che voglia davvero permettere alle donne e agli uomini di avere le stesse possibilità ha bisogno di cambiare il normale uso delle parole? Cosa davvero può riequilibrare i rapporti di forza? Perché non aiutare sul posto di lavoro le mamme lavoratrici, considerandole proprio madri e donne come sono, e per questo bisognose di una conciliazione più felice di maternità e lavoro? Troppo facile, poco arcobaleno? Sul piano operativo, ogni pubblica amministrazione dovrà inoltre promuovere la «formazione» e l'«aggiornamento» allo scopo di contribuire «allo sviluppo della cultura di genere, anche attraverso la promozione di stili di comportamento rispettosi», in linea appunto con i principi del gender mainstreaming tanto cari all'Unione Europea, che li ha messi a punto nel «Piano d'azione sul genere 2016-2020». Su questo punto emerge la contraddizione del programma politico della Lega, in bilico tra un «antieuropeismo di lotta» e un «europeismo di governo», tra l'auspicato ritorno all'Europa delle radici cristiane e dei principi non negoziabili e il cedimento ai diktat tecnocratici di Bruxelles che vogliono il gender (anche nascondendosi dietro il trasformismo delle parole). Un'ambiguità che desta preoccupazione e ci fa alzare sulla sedia. A quanto riferisce l'Ansa, la direttiva sarebbe stata messa a punto prima del caso Sea Watch 3, in cui il vicepremier Matteo Salvini aveva definito «sbruffoncella» la comandante della nave della Ong tedesca, Carola Rackete. Un epiteto deplorato dallo stesso Spadafora, che aveva parlato di «pericolosa deriva sessista». Quest'affermazione del sottosegretario aveva suscitato «sorpresa» nel ministro Bongiorno, senza però pregiudicare la realizzazione definitiva del documento congiunto. Perché, per questa azione di governo, i due vanno d'amore e d'accordo? Un prezzo da pagare nella tenuta della coalizione di governo è quindi l'imposizione di un'agenda all'insegna delle «quote rosa» e di un linguaggio che virtualmente annulla le differenze sessuali, affermando il gender neutral. Stabilire i paletti dei due terzi più un terzo per ciascuno sesso rischia così di anteporre l'appartenenza di genere alle reali competenze professionali di impiegati e dirigenti. Altrettanto dannosa o, come minimo, inutile è l'affermazione di terminologie presentate come «non discriminatorie»: scrivere «persone» al posto di «uomini» è una palese concessione al lessico gender fluid e all'ideologia ad esso sottesa. Georges Bernanos, il famoso scrittore cattolico francese, lo aveva già annunciato: «Se si perde la battaglia delle parole, si perde la battaglia delle idee». Come volevasi dimostrare, la battaglia è in atto. E la vera «riforma» da fare non può essere lessicale, quella è un'illusione ottica oltre che perniciosa. Piuttosto deve partire da un'attenzione alle esigenze reali, che non possono non prendere in considerazione il mondo delle donne (quindi anche delle madri) lavoratrici, poste in primo piano nel Manifesto del Congresso mondiale delle famiglie di Verona. Una battaglia che, a più di tre mesi dalla chiusura del Congresso, noi del mondo pro family continuiamo a combattere alacremente. Jacopo CogheVicepresidente del Congresso mondiale delle famiglie <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vuoi-il-successo-fai-abortire-la-tua-fidanzatina-2639278903.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="tra-lavoro-e-famiglia-scelgo-i-figli-la-fuga-dal-posto-di-mamme-e-papa" data-post-id="2639278903" data-published-at="1770633664" data-use-pagination="False"> «Tra lavoro e famiglia scelgo i figli». La fuga dal posto di mamme e papà Mentre proprio migliaia di italiani cercano di vincere il concorso per diventare navigator, con l'obiettivo di aiutare i disoccupati con il reddito di cittadinanza a trovare un lavoro, nel nostro Paese ogni anno altrettante migliaia di cittadini sono costretti a lasciarlo solo perché diventati genitori. Il fenomeno è in continua crescita e non riguarda più solo le donne. Nel corso del 2018 i neogenitori che, volontariamente o perché messi alle strette, hanno abbandonato il posto entro tre anni dalla nascita del bebè sono aumentati del 23%. Un'emorragia di professionalità, legata alle scelte familiari, che non accenna ad arginarsi. Basti pensare che nella sola Emilia Romagna sono stati più di 5.100 i lavoratori che lo scorso anno hanno scelto di rimanere a casa, due terzi di loro sono mamme. I dati sono contenuti nella Relazione annuale per il 2018 sulle convalide di dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri nei primi tre anni di vita del figlio, elaborata dall'Ispettorato nazionale del lavoro. Emerge che la media nazionale è di circa 50.000 rinunce ogni anno. Un numero in costante crescita. Le convalide sono riferite soprattutto alle dimissioni volontarie e per giusta causa. Le risoluzioni consensuali sono invece solo la parte residuale. Dal documento emerge che, soprattutto nel caso delle donne, il motivo principale che le spinge a rinunciare alla professione è la difficoltà a conciliare la vita professionale con la cura dei bambini. Innanzi tutto perché manca una rete parentale in grado di aiutare le neo mamme, ma anche perché i servizi per l'infanzia, per esempio nidi e baby sitter, nel nostro Paese pesano troppo sulle tasche delle famiglie. E poi naturalmente ci sono le aziende: troppo spesso si rifiutano di concedere i part time o orari più flessibili, rendendo questa conciliazione quasi impossibile. Il problema affligge in gran parte il mondo femminile, ma sta crescendo il numero di uomini costretti a cambiare lavoro perché il datore è troppo rigido da questo punto di vista. Ecco perché in Italia maternità e paternità sono ancora considerati, a tutti gli effetti, veri e propri fermi lavorativi. L'Emilia Romagna è una delle tre Regioni, insieme con Lombardia e Veneto, con il maggior numero di dimissioni protette in Italia. La gran parte dei casi riguarda persone di nazionalità italiana (sono il 76%, con un aumento del 20% rispetto al 2017). Per quanto riguarda la fascia di età, la maggior parte dei casi riguarda persone comprese fra 34 e 44 anni. Quelle, insomma, che mettono su famiglia e decidono di prolificare. Si tratta molto spesso, nella metà dei casi, di lavoratori con un'anzianità di servizio minima, fino a tre anni. Inoltre, nel 58% dei casi le dimissioni avvengono in famiglie nelle quali c'è un solo figlio. Il settore produttivo maggiormente interessato da questo fenomeno è il terziario, nel quale si registra circa il 75% degli episodi. Questo perché si tratta di un comparto caratterizzato da maggiore presenza femminile. «La maternità è ancora considerata un costo, in particolare per le piccole e medie imprese», spiega Sonia Alvisi, consigliera regionale dell'Emilia Romagna, «la normativa c'è, ma spesso non è sufficiente per sostenere i costi aziendali. Il governo dovrebbe lavorare su eventuali incentivi». Nel frattempo questa emorragia di professionalità va avanti, soprattutto al Nord. La ricerca ha infatti evidenziato che nelle Regioni settentrionali i casi registrati nel corso del 2018 sono stati 31.691 (il 64%), mentre al centro sono stati 9.055 (18%) e al Sud 8.705 (un altro 18%). In particolare proprio l'Emilia Romagna è fra le regioni più esposte, prima ci si sono solo la Lombardia (10.727 casi nel 2018 e 9.781 nel 2017) e il Veneto (7.720 casi nel 2018 e 5.954 nel 2017). Nel frattempo il nostro Paese invecchia sempre di più. Pochi giorni fa, come ha riportato La Verità, l'Istat ha reso noti i dati, allarmanti, sulla crisi della natalità in Italia. L'Istituto di statistica parla di «recessione demografica», mettendo il rilievo come le nuove nascite siano tornate ai ritmi del 1917-18, quelli insomma della Prima guerra mondiale. Con soli 439.000 neonati inscritti all'anagrafe nel 2018: ben 140.000 in meno rispetto a dieci anni fa. I numeri dell'Istat certificano una situazione drammatica: nel nostro Paese il 45% delle donne fra 18 anni e 45 non ha mai avuto un figlio, ma solo il 5% dichiara di non volerne. Per tutte le altre si tratta di una scelta forzata, perché mancano le possibilità, manca il lavoro. Basti pensare che in Italia circa metà della popolazione femminile non ha un'occupazione, e questa percentuale raggiunge il picco del 70% in alcune zone del Sud. Contemporaneamente le politiche messe in atto dal governo non sono considerate abbastanza efficaci: mancano incentivi per rilanciare l'occupazione femminile e investimenti per supportare le mamme che lavorano. E così l'Italia condanna sé stessa e essere sempre più un Paese per vecchi.
Nel riquadro Angelo Simionato, arrestato e poi messo ai domiciliari per l’aggressione di Torino (Ansa)
«Cocco di mamma» ha due significati: uno letterale di «cocco di mamma sua», per indicare i malcresciuti, ma anche quello di «beniamino del potere». Il 9 agosto 2021 a Bergamo c’è stata una manifestazione di piazza contro il Green pass, per protestare contro la follia antidemocratica, antiscientifica e platealmente priva di senso logico se non la persecuzione del dissidente mediante sottrazione dei diritti più elementari, lavorare, entrare in un bar, salire su un treno. Il dissidente non «dissideva» da idee politiche (Lenin in realtà è un sorcio) o di tecnodittatura (l’auto elettrica è una boiata), non irrideva i padri della patria, per esempio asserendo che Draghi in realtà è un mediocre e Christine Madeleine Odette Lallouette, coniugata Lagarde, è ancora più mediocre di lui. Il dissidente non voleva che nel suo corpo fosse iniettato un farmaco sperimentale, con oscuri effetti collaterali e, come dichiarato nelle schede tecniche, nessuna efficacia nel bloccare la trasmissione della malattia. Non c’è stata nessuna violenza, eppure innumerevoli persone sono state fermate e identificate per «radunata sediziosa». Qualche mese dopo, il 4 ottobre 2021, sono stati usati idranti e lacrimogeni contro i portuali a Trieste che protestavano contro l’obbligo di Green pass stando seduti a terra con il rosario in mano.
Cosa deduciamo? Questi non erano cocchi di mamma, loro sì erano contro il potere. Cocchi di mamma sono stati i brigatisti rossi. Il loro incredibile successo, le pene ridicole cui sono stati condannati dopo delitti di una ferocia inaudita, l’essere stati poi accolti a parlare nelle università, dimostrano che i brigatisti rossi sono sempre stati pedine del potere, non il potere ufficiale, quello occulto, quello che comanda sul serio. Le Brigate Rosse non possono essere comprese pienamente senza considerare la trama di relazioni e appoggi esterni che, direttamente o indirettamente, ne favorirono la sopravvivenza e l’efficacia. Dietro l’immagine di un movimento rivoluzionario «autonomo», dedito alla lotta contro il «cuore dello Stato borghese», si nascondeva una realtà più fatta di legami ambigui, sostegni ideologici e, talvolta, veri e propri aiuti logistici provenienti da Paesi dell’Est e da organizzazioni mediorientali. Nonostante la loro retorica di «avanguardia proletaria», molti dei fondatori e dirigenti del gruppo provenivano da famiglie borghesi, con un solido background culturale: studenti universitari, figli di professionisti e piccoli imprenditori, spesso allevati in contesti benestanti. Molti brigatisti avevano come massima prova d’autonomia personale la capacità di soffiarsi il naso da soli, senza l’aiuto della tata, prima di impugnare una pistola in nome della rivoluzione, pistola che hanno impugnato con incapacità tecnica e infinita vigliaccheria, sparando in tre contro persone disarmate. Eppure la magistratura ha concluso che questi mocciosi da soli hanno architettato e portato a termine il rapimento Moro. Diverse inchieste hanno suggerito canali di collegamento con apparati del blocco sovietico, in particolare con il Kgb e la Stasi, soprattutto tramite movimenti terzisti o palestinesi usati come intermediari. Probabilmente ci fu anche un rapporto diretto e organico, sicuramente ci fu un flusso di «aiuti indiretti»: rifugi sicuri, documenti falsi, armi che transitavano in circuiti clandestini comuni a diversi gruppi rivoluzionari europei. Il Medio Oriente rappresentò poi un crocevia fondamentale: i campi di addestramento dell’Olp e di altre sigle palestinesi accolsero militanti delle Br e di altre organizzazioni armate europee. Quei legami, nati all’insegna della solidarietà antimperialista, fornirono esperienze militari, contatti internazionali e reti di fuga.
Il caso Moro si inserisce in questo contesto. Il sequestro e l’assassinio dello statista democristiano nel 1978 mostrarono un livello tecnico e logistico che andava oltre le sole forze interne, ma mostrò anche complicità micidiali a livello istituzionale. Moro non fu rapito in via Fani, non è pensabile che siano stati sparati decine di proiettili su un auto da cui l’ostaggio esce illeso e con gli abiti non sporchi per il sangue della sua scorta massacrata, ma la narrazione ufficiale ha accettato questa tesi. Nessun magistrato durante i processi ha chiesto conto delle quattro costole rotte di Moro, e incredibilmente i medici che hanno eseguito l’autopsia non hanno fatto i prelievi bioptici sulle linee si frattura per stabilirne l’esatta datazione.
Il rapimento e la morte di Aldo Moro con il massacro della sua scorta sono una ferita ancora aperta nella memoria nazionale, resa ancora più bruciante dalla mitezza delle pene scontate e dal sospetto tragico che una raffica di menzogne abbia coperto la vera narrazione, spezzando la fiducia del popolo nelle istituzioni. I brigatisti erano cocchi del potere. Tra i loro pochissimi meriti, in effetti l’unico, i brigatisti non c’avevano la mamma, nel senso che qualcuno li avrà pur messi al mondo, ma non ci siamo mai trovati le loro mamme tra i piedi a cinguettarci quanto carucci sono o erano i bimbi loro.
Quelli dei centri sociali sono in tutto e per tutto cocchi di mamma, sono pedine del potere di Davos e di Soros, e soprattutto sono pedine dell’islamizzazione dell’Europa, attraverso la beatificazione del vittimismo palestinese e di quello dell’immigrato, chiavi di volta dell’islamizzazione. Sono gli alfieri del potere che più odia il popolo, sono parassiti che ingrassano la loro filiforme ideologia con denaro pubblico: mentre le famiglie dei bambini disabili devono arrangiarsi da sole, loro sperperano fiumi di denaro dei contribuenti, non solo occupando e rubando elettricità e acqua, ma con i fiumi di denaro che ci costano le loro distruzioni o i loro disastrosi successi. Grazie a loro i lavori della Tav sono in ritardo di 10 anni e costeranno il 20% di più, ma tanto nessuno dei cocchi di mamma è un contribuente. Il poliziotto e il carabiniere, che sono difensori dell’ordine pubblico, cioè di un ordine all’interno del quale noi, il popolo, possiamo vivere decentemente, diventano il «nemico». Un esempio lo abbiamo già avuto con la beatificazione istituzionale di Carlo Giuliani ucciso per legittima difesa nei disordini di Genova durante il G8 del 2001, mentre tentava di colpire un carabiniere ferito con un estintore: il potere ha premiato il suo sacrificio intitolandogli uno spazio in Senato nel 2007. Durante tutta la folle gestione pandemica, italiani rinchiusi agli arresti domiciliari, persone lasciate senza stipendio per aver rifiutato pericolosi farmaci sperimentali, i bravi e giudiziosi cocchi di mamma dei centri sociali se ne sono rimasti zitti e buoni. Nessuno di loro è andato a sedersi di fianco ai portuali sui moli di Trieste. Quello che rende questi mocciosi col cappuccetto non meno pericolosi delle Br è il patto con la Jihad islamica: insieme a immigrati e maranza spaccano stazioni, auto e vetrine del popolo italiano, in una assoluta impunità, l’impunità appunto dei cocchi del potere.
Oltretutto, questi c’hanno la mamma. Come se già non fossero abbastanza ridicoli così come sono, mentre tutti in gruppo aggrediscono poliziotti che hanno l’ordine di non reagire, esibiscono pure la cara mammina, che ci informa che il suo è un bravo ragazzo. Già il termine ragazzo è ridicolo. Io a 22 anni ero sposata, a 23 ero medico. Il ragazzo dovrebbe finire a 16 anni, non andare mai oltre i 18. Gli uomini e le donne si assumono responsabilità, i ragazzi sono cocchi di mamma, e una mamma ci informa che il suo bimbetto ventiduenne con le guanciotte rosa è tanto un bravo ragazzo. Gentile signora, posso avere l’indirizzo di casa sua? Vorrei venire a trovarla, sfasciare la sua, di auto, a picconate, spaccare i vetri di casa sua e poi prendere a calci lei, solo perché lei sappia cosa si prova, senza nessuna acrimonia e in pieno senso dell’umorismo. Sa, sono una brava ragazza.
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Augusta Montaruli (Imagoeconomica)
Augusta Montaruli è vicecapogruppo alla Camera di Fdi.
Gli scontri di Torino erano stati pianificati?
«Gli organizzatori hanno sempre dichiarato che l’obiettivo era riappropriarsi dello stabile sgombrato e presidiato dalla polizia, di fronte ai doverosi interventi per la sicurezza e alcuni divieti logistici hanno annunciato lo scontro. D’altra parte non ricordo una sola manifestazione di Askatasuna che non sia sfociata con un’aggressione alla polizia. Deviare un percorso, utilizzare i numeri della folla per forzare un blocco delle forze dell’ordine posto a presidio di uno stabile è un’aggressione meditata e organizzata.
Perché Torino è diventata un epicentro dell’antagonismo violento in Italia?
«Torino ha un potenziale straordinario non sfruttato. Purtroppo ha anche una innegabile storia di radicalismo dell’estrema sinistra. C’è ancora il germe del pericoloso mito di quell’ideologia che ha visto soggetti di un periodo ormai lontano diventare anche parte di una certa classe dirigente della città influenzando i suoi figli ritrovati sotto la sigla di Askatasuna. Essa celebra e applica la conflittualità perenne contro le istituzioni. Si spiega quindi la condizione per cui nel comitato che si candidava a interloquire col Comune di Torino per la sanatoria dello stabile di Askatasuna ci sono docenti universitari, avvocati e financo ex giudici chiamati non a caso “garanti”. Un nome per tutti è quello di Livio Pepino, già membro del Csm, giudice ora a riposo, cofondatore di Magistratura democratica, padre di un esponente storico del centro sociale».
Che ruolo ha Askatasuna nel coordinamento delle azioni a Torino?
«Leggendo il loro materiale e le sigle elencate quali partecipanti alla manifestazione di Torino si capisce come Askatasuna aggreghi diverse realtà, dai Carc all’associazione palestinesi in Italia di Hannoun».
Quali rischi pone questo modello per la sicurezza e l’ordine pubblico a Torino?
«Si chiede correttamente di distinguere chi fa violenza dagli altri manifestanti e il dovere delle istituzioni è quello di garantire che il diritto costituzionale venga esercitato. L’approccio della questura di Torino è stato questo, attento e rigoroso. Tuttavia non si può usare la scusa della protesta per deviare un percorso, cercare di rompere un cordone della polizia e lasciare passare avanti chi si è attrezzato per la guerriglia. Fa tristemente sorridere poi che qualcuno dall’opposizione abbia detto che se il governo riteneva la manifestazione pericolosa doveva vietarla, al solo fine di poter dire l’ennesima bugia, alimentare la narrazione di una destra liberticida che in realtà non esiste, fomentare ancora di più lo scontro che anche quel sabato poteva essere evitato se i violenti - asseritamente pochi- fossero scesi in piazza da soli, isolati».
Esistono responsabilità politiche nella tolleranza verso l’antagonismo violento a Torino?
«Il fatto che per quasi trent’anni abbia potuto beneficiare di uno spazio in maniera indisturbata, senza mai una richiesta di sgombero da parte di nessun sindaco, e che il Comune lo abbia messo al centro di una trattativa che ha come interlocutori ultimi gli stessi occupanti ne è la dimostrazione. L’istituzione è stata piegata ad un’esigenza della coalizione di sinistra di tenere insieme i mondi che quei “garanti” di Askatasuna rappresentano, i garantiti di Askatasuna e intere aree politiche anche nazionali che se ne fanno interpreti e che non a caso sono scesi in piazza con loro. Però se vai ad una manifestazione che negli intenti e nella comunicazione è volta alla violenza, o la violenza la sposi e sei un irresponsabile, o sei talmente ingenuo da essere un incapace. Con i violenti non si dialoga, si isolano fisicamente e idealmente, e che le forze politiche dell’opposizione si dividano da noi su questo appello perché non riescono a risolvere un loro problema interno è desolante».
Chi, sul piano politico e istituzionale, ha garantito protezione o legittimazione ad Askatasuna?
«Chi ancora cerca di trovare una giustificazione ad Askatasuna. Il punto non è l’occupazione in sé ma come questa occupazione sia diventata lo strumento per sfogare la violenza ideologica che non a caso non si è affievolita dopo il tentativo di normalizzazione del sindaco Lorusso. Quel patto di collaborazione ha portato alla luce una realtà di garanti e garantiti che mal si concilia alla narrazione di un gruppo che ha bisogno di dirsi autonomo per esistere e infatti hanno dovuto rilanciare sul piano della violenza. Se poi deputati o candidati sindaci dei gruppi di opposizione al governo Meloni partecipano a cortei come quelli di sabato fanno perdere autorevolezza a loro stessi e alla politica tutta».
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(Ansa)
Il caso Askatasuna, a Torino, rappresenta oggi uno degli esempi più chiari di come l’antagonismo italiano abbia superato la dimensione della protesta radicale per assumere tratti strutturalmente violenti e insurrezionali. Gli scontri che hanno investito il capoluogo piemontese, con 108 feriti tra le forze dell’ordine (96 poliziotti, cinque carabinieri e sette finanzieri) e una città paralizzata, non sono il risultato di una degenerazione improvvisa, ma l’esito coerente di una cultura dello scontro coltivata nel tempo, fondata sulla delegittimazione sistematica delle istituzioni e sull’uso della violenza come strumento politico ordinario. L’antagonismo che ruota attorno ad Askatasuna non agisce in isolamento. Al contrario, si inserisce in una rete nazionale ed europea che comprende centri sociali strutturati, collettivi antagonisti e gruppi informali capaci di mobilitarsi rapidamente, spostare militanti da una città all’altra e convergere su obiettivi ritenuti simbolici. Torino, Roma, Milano e il Nord-Est costituiscono snodi italiani di un circuito che dialoga stabilmente con ambienti analoghi in tutta Europa. In questo quadro, Askatasuna ha svolto nel tempo una funzione di hub ideologico e operativo, in grado di attrarre militanti esterni e di fungere da punto di coagulo per azioni ad alto tasso di conflittualità.
Il punto non è soltanto chi scende in piazza, ma come: catene di comando informali, gruppi di copertura, servizi d’ordine paralleli, staffette e un apparato comunicativo che spesso si muove su canali chiusi e messaggistica cifrata. Durante le azioni, hanno documentato gli investigatori della Digos, sono stati usati addirittura i disturbatori di frequenza elettronica (jammer), per rendere più complicate le comunicazioni tra gli operatori delle forze dell’ordine. L’attenzione di Digos e carabinieri del Ros è tutta concentrata sull’area antagonista e anarco-insurrezionalista. Una materia calda, che ribolle. Perché alcuni gruppi provano a compattare il fronte contro quella che chiamano «deriva securitaria» del governo. È una parola che gira, torna e rimbalza sui canali social monitorati. Dentro c’è di tutto. Una massa di attivisti che sa muoversi. Che ha già incendiato diverse piazze: più volte a Torino, ma anche a Roma e a Milano. Sempre grandi manifestazioni, sempre lo stesso copione. Con specialisti della guerriglia urbana, non improvvisati, come protagonisti. Con rinforzi che arrivano anche da oltre confine: Francia, Spagna e perfino Turchia e Grecia. A loro si sono saldati anche minorenni, ragazzi di seconda generazione. I cosiddetti «maranza».
Il modello operativo di riferimento è quello dei Black Bloc, non come organizzazione formalizzata ma come tattica militante condivisa. Piccoli gruppi vestiti di nero, con volto coperto, si muovono all’interno di manifestazioni formalmente legali con l’obiettivo di trasformarle in episodi di guerriglia urbana. La violenza non è reattiva né casuale, ma preordinata: sopralluoghi preventivi, studio dei dispositivi di contenimento, comunicazioni criptate, accumulo di materiali offensivi, definizione di ruoli e vie di fuga. Questo schema, emerso in modo plastico durante il G20 di Amburgo nel 2017, è diventato patrimonio comune dell’antagonismo europeo ed è oggi replicato, con adattamenti locali, anche nel contesto italiano. A renderlo più efficace è l’esistenza di una logistica leggera ma capillare: spostamenti organizzati, ospitalità in spazi occupati, raccolta fondi attraverso iniziative formalmente lecite e una condivisione diffusa di tecniche di scontro.
In questo quadro si inserisce un ulteriore fattore di radicalizzazione: la galassia dei gruppi pro Palestina che opera in prossimità dell’area antagonista. In numerosi contesti italiani ed europei, la causa palestinese viene progressivamente utilizzata non come piattaforma politica o umanitaria, ma come cornice mobilitante per la conflittualità violenta. Cortei formalmente dedicati a Gaza o al cessate il fuoco diventano spazi di convergenza per militanti antagonisti, Black Bloc e anarchici insurrezionalisti, che sfruttano l’emotività del conflitto per legittimare lo scontro con lo Stato. In questo processo, slogan e simbologie pro Pal finiscono spesso per sovrapporsi a narrazioni di giustificazione della violenza, con uno slittamento dalla solidarietà politica alla normalizzazione dell’azione fisica contro forze dell’ordine e istituzioni. Non si tratta, nella maggior parte dei casi, di strutture direttamente riconducibili a organizzazioni terroristiche, ma di ambienti di contiguità, nei quali il confine tra attivismo radicale ed estremismo si fa sempre più labile. L’antagonismo italiano si inserisce in un ecosistema transnazionale di violenza politica, dove in Europa convivono estrema sinistra, aree autonome storiche e ultradestra radicale: mondi ideologicamente opposti ma uniti da pratiche simili, da una logica di conflitto permanente e da una crescente legittimazione della violenza contro lo Stato.
In Francia l’anarchismo violento si manifesta soprattutto attraverso la tattica dei Black Bloc, protagonisti delle grandi mobilitazioni sociali e responsabili di azioni di guerriglia urbana, incendi e attacchi a obiettivi simbolici. A questa galassia si affiancano le Zad (Zones à Défendre), territori occupati che hanno rappresentato vere aree di conflitto strutturale con le istituzioni, come nel caso di Notre-Dame-des-Landes. In Germania il fenomeno appare più radicato e organizzato. I gruppi degli Autonomen, attivi dagli anni Ottanta soprattutto ad Amburgo, Berlino e Lipsia, mostrano una forte continuità organizzativa e un ricorso sistematico alla violenza contro polizia e infrastrutture. Nel Regno Unito Londra è uno dei principali epicentri europei della polarizzazione violenta, dove manifestazioni e contro-manifestazioni degenerano frequentemente in scontri. Sul fronte dell’ultradestra, Combat 18 rappresenta un nodo storico del neonazismo europeo, ispirato alla dottrina della «resistenza senza leader», mentre movimenti come l’English Defence League hanno contribuito a radicalizzare lo spazio pubblico, alimentando una dinamica simmetrica di escalation. Nei Paesi Bassi l’antagonismo è meno strutturato ma altrettanto insidioso: reti fluide e temporanee emergono su temi come immigrazione e ambiente, con Amsterdam e L’Aia divenute piattaforme logistiche dell’estremismo europeo. Nel Nord Europa il baricentro della minaccia è invece l’estremismo neonazista organizzato, con il Nordic Resistance Movement attivo tra Svezia e Danimarca. Copenaghen resta infine uno storico crocevia dell’antagonismo continentale, grazie a spazi autonomi che hanno svolto nel tempo una funzione di hub culturale e logistico transnazionale.
Il dato centrale che emerge, partendo dal caso Askatasuna, è che non ci si trova di fronte a episodi locali o spontanei. L’antagonismo europeo funziona ormai come una rete integrata, caratterizzata da mobilità dei militanti, scambio di competenze, mimetismo organizzativo e una narrazione che giustifica la violenza come risposta necessaria a uno Stato percepito come illegittimo.
Ai «ribelli» il solo auto finanziamento non basta
Per comprendere la capacità di tenuta, mobilitazione e conflitto dell’area antagonista non basta fermarsi alla dimensione ideologica. Il vero fattore strutturale è economico. Dietro cortei, occupazioni, campagne mediatiche e – nei casi più estremi – violenza organizzata, esiste infatti un sistema di finanziamento articolato, frammentato e resiliente, capace di adattarsi alle pressioni giudiziarie e politiche. La prima fonte, rivendicata apertamente, è l’autofinanziamento militante. Concerti, cene sociali, feste politiche e sottoscrizioni pubbliche costituiscono il cuore visibile della raccolta fondi. A queste iniziative si affianca la vendita di gadget – magliette, bandiere, adesivi – che svolgono una doppia funzione: economica e identitaria.
Un secondo pilastro, meno dichiarato ma centrale, è rappresentato dalle occupazioni. L’uso stabile di immobili sottratti al mercato consente un abbattimento drastico dei costi: niente affitti, spese ridotte o assenti per le utenze, disponibilità permanente di spazi per eventi a pagamento. È un finanziamento indiretto, ma strutturale, che garantisce continuità organizzativa e logistica anche in assenza di grandi flussi di cassa.
Esiste poi una vasta area grigia composta da associazioni culturali, circoli ricreativi e progetti sociali formalmente legali. Queste strutture raccolgono fondi attraverso tesseramenti, eventi pubblici e talvolta contributi esterni, fungendo da cerniera tra militanza antagonista e società civile. Non sempre si tratta di attività illecite, ma la destinazione finale delle risorse risulta spesso opaca e difficilmente tracciabile. Negli ultimi anni si è affermato anche il ricorso agli strumenti digitali. Crowdfunding online, appelli social e donazioni elettroniche vengono attivati soprattutto in occasione di arresti, sgomberi o procedimenti giudiziari. Piattaforme di pagamento diffuse consentono di raccogliere rapidamente somme significative, mentre in alcuni casi emergono anche canali in criptovalute, usati per ridurre la tracciabilità dei flussi. Un ruolo non marginale è giocato dalla solidarietà politica. Casse di resistenza, eventi pubblici promossi da ambienti contigui e forme di legittimazione istituzionale contribuiscono a rafforzare l’ecosistema antagonista. Anche se non si configurano come finanziamenti diretti, queste dinamiche moltiplicano risorse, visibilità e capacità di mobilitazione.
Infine, le indagini giudiziarie segnalano l’esistenza di segmenti minoritari ma radicalizzati che ricorrono ad attività illegali o borderline. Spaccio, furti, ricettazione e danneggiamenti non rappresentano l’intero movimento, ma costituiscono un canale di finanziamento e pressione che attira l’attenzione di Procure e forze dell’ordine, soprattutto nei contesti urbani più tesi.
Il quadro è quello di un sistema economico composito, capace di rigenerarsi. Quando un canale è colpito altri subentrano e l’auto finanziamento «puro» non è sufficiente a spiegare la persistenza dell’area antagonista nel tempo.
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