True
2019-07-20
«Vuoi il successo? Fai abortire la tua fidanzatina»
iStock
Sei un adolescente la cui ragazza ha abortito? Niente paura, anzi rallegrati: farai più strada dei tuoi coetanei diventati genitori. È lo sconvolgente messaggio che trapela da un nuovo studio pubblicato sul Journal of Adolescent Health da cui, in sintesi, si evince che ai partner di ragazze che hanno abortito tocca un futuro educativo e finanziario migliore rispetto agli altri coetanei.
Nello specifico, i ricercatori hanno scoperto che i fidanzati di giovani reduci da un aborto sono laureati nel 22% dei casi, contro appena il 6% di quanti invece hanno scelto di diventare genitori.
Anche in termini di istruzione post secondaria la differenza è parsa netta, dal momento che quasi il 60% dei giovani che da adolescenti hanno visto la propria ragazza abortire hanno conseguito un titolo di quel livello, rispetto al 32% degli altri.
Benché la ricerca non sia risultata statisticamente significativa, gli autori non si sono risparmiati di evidenziare pure una differenza di reddito tra i giovani adulti che hanno segnalato l'esperienza di un aborto e quelli che sono diventati padri: i primi guadagnano in media circa 39.000 dollari annui, i secondi 33.000.
Evidenze alla luce delle quali Bethany Everett dell'università dello Utah, l'autrice principale dello studio citato - eloquentemente intitolato «Male abortion beneficiaries» - non si è risparmiata un commento surreale. «In un periodo in cui, negli Stati Uniti, assistiamo al diffondersi di leggi restrittive sull'aborto», ha infatti dichiarato la Everett, «dovremmo considerare anche le potenziali conseguenze dannose di queste restrizioni». Come a dire: attenti, cari politici pro life, a scoraggiare la soppressione prenatale, perché potreste concorrere alla diffusione dell'analfabetismo e dell'abbandono scolastico, se non perfino alla disoccupazione. Siamo evidentemente alle farneticazioni.
Del resto lo stesso studio, esaminato da vicino, presenta limiti enormi. Tanto per cominciare, non accosta le biografie dei maschi che hanno vissuto con la propria partner l'esperienza di un aborto con quanti, invece, da giovani non hanno ingravidato la propria ragazza, che logicamente sarebbe il solo confronto utile a mettere in luce gli eventuali «benefici maschili» dell'aborto in quanto tale.
C'è inoltre da dire che i ricercatori hanno riscontrato solo un'associazione tra aborti e livello di formazione raggiunto dai giovani adulti. Ma un'associazione non equivale sempre a un nesso di causalità. Altrimenti i maschi più istruiti dovrebbero essere quelli che hanno fatto abortire più volte la propria compagna, il che vorrebbe automaticamente dire che i professori universitari hanno tutti almeno un'esperienza di paternità mancata alle spalle. Un assurdo, ovviamente.
In terzo luogo, spulciando le sette pagine dello studio si scopre come gli stessi autori ammettano a denti stretti che il loro campione - pari a 597 uomini individuati nel National longitudinal study of adolescent to adult health, uno studio sugli adolescenti reclutati all'inizio degli anni Novanta e seguiti in età adulta - non consente alcuna conclusione generale. «Our sample may not be generalizable», sono le parole esatte.
Tutto questo, unitamente alla già ricordata e non significativa differenza di reddito tra i giovani padri e gli altri, fa capire come le parole della Everett sulle restrizioni dell'aborto siano da intendersi come una mera opinione, senza alcuna base scientifica.
Un quarto limite di questa ricerca concerne poi il suo ignorare una dimensione fondamentale: quella psicologica. Sì, perché l'aborto ha conseguenze anche sulla salute maschile. Ad attestarlo, numerose ricerche che hanno messo in luce il dolore, l'ansia, i profondi sensi di colpa nonché la depressione che colpiscono i padri mancati. Nel loro libro, Fatherhood aborted: the profound effects of abortion on men, gli studiosi Guy Condon e David Hazard arrivano a parlare addirittura, per l'uomo, di un trauma post abortivo, mentre lo psicologo Vincent Rue evidenzia che la sofferenza maschile per la paternità interrotta è poco esaminata ed è pure difficile da studiare perché gli uomini «sono più propensi a negare il loro dolore o a interiorizzare i loro sentimenti di perdita piuttosto che ad esprimerli apertamente».
Una quinta, enorme criticità di questa ricerca riguarda il fatto che - quand'anche il «beneficio maschile» per una paternità interrotta fosse provato, anche se provato non è affatto, anzi - essa non considera minimamente le conseguenze sulla donna, queste sì riscontrate da evidenze scientifiche che mostrano come l'aborto volontario faccia rima con maggiori rischi di isterectomia post partum, placenta previa, futuri aborti spontanei, depressione, abuso di sostanze, tumori al seno, mortalità materna e suicidi. Meglio andarci piano, insomma, prima di esaltare i presunti benefici dell'aborto.
Anche perché a ben vedere, al di là delle criticità fin qui esposte, quanto emerso nello studio della Everett sembra in realtà avere un'altra spiegazione. La minor istruzione dei padri adolescenti, infatti, più che la penalizzazione per un aborto non effettuato, rispecchia i maggiori - e ovvi - impegni del farsi una famiglia. Lo suggerisce un altro studio pubblicato nel 2012 sulla rivista «peer reviewed» Economic Inquiry, che ha riscontrato come la paternità in giovane età sia legata a matrimoni precoci e a ingressi anticipati nel mondo nel lavoro. In altre parole, non è l'aborto bensì l'irresponsabilità a determinare vantaggi. Vantaggi assai relativi, s'intende. Perché, come chiunque ha figli ben sa, quella della paternità è una gioia che non ha prezzo.
Asse gialloblù contro le parole «sessiste»
Il governo gialloblù, alla ricerca di una rinnovata coesione, sembra trovarla nel politicamente corretto e nella neolingua della parità di genere. L'esempio più lampante emerge, in tutta la sua forza, nella direttiva cofirmata dal ministro della Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno (Lega), e dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari opportunità e ai giovani, Vincenzo Spadafora (M5s), rivolta a quanti lavorano nella Pubblica amministrazione. Un provvedimento che rischia di compromettere le libertà costituzionali (art. 21) e che mira ad affermare il l'obiettivo della «parità di risultato» in luogo del più corretto principio delle «pari opportunità».
Il documento predispone l'avvio di «azioni di sensibilizzazione e formazione di tutta la dirigenza sulle tematiche delle pari opportunità, sulla prevenzione e contrasto di ogni forma di discriminazione». Ma non è tutto: in ogni documento di lavoro - dalle relazioni alle circolari, dai decreti ai regolamenti - viene vivamente consigliato l'uso di «termini non discriminatori», a partire da «sostantivi o nomi collettivi che includano persone dei due generi». Sarà opportuno, quindi, scrivere «persone», anziché «uomini». In perfetto stile gender mainstreaming, la Bongiorno si è trasformata in una Boldrini d'altri tempi, scopiazzando un po' l'idea della rivoluzione di carte e badge che furono messi in circolazione a Montecitorio. Ma una società che voglia davvero permettere alle donne e agli uomini di avere le stesse possibilità ha bisogno di cambiare il normale uso delle parole? Cosa davvero può riequilibrare i rapporti di forza? Perché non aiutare sul posto di lavoro le mamme lavoratrici, considerandole proprio madri e donne come sono, e per questo bisognose di una conciliazione più felice di maternità e lavoro? Troppo facile, poco arcobaleno?
Sul piano operativo, ogni pubblica amministrazione dovrà inoltre promuovere la «formazione» e l'«aggiornamento» allo scopo di contribuire «allo sviluppo della cultura di genere, anche attraverso la promozione di stili di comportamento rispettosi», in linea appunto con i principi del gender mainstreaming tanto cari all'Unione Europea, che li ha messi a punto nel «Piano d'azione sul genere 2016-2020». Su questo punto emerge la contraddizione del programma politico della Lega, in bilico tra un «antieuropeismo di lotta» e un «europeismo di governo», tra l'auspicato ritorno all'Europa delle radici cristiane e dei principi non negoziabili e il cedimento ai diktat tecnocratici di Bruxelles che vogliono il gender (anche nascondendosi dietro il trasformismo delle parole). Un'ambiguità che desta preoccupazione e ci fa alzare sulla sedia.
A quanto riferisce l'Ansa, la direttiva sarebbe stata messa a punto prima del caso Sea Watch 3, in cui il vicepremier Matteo Salvini aveva definito «sbruffoncella» la comandante della nave della Ong tedesca, Carola Rackete. Un epiteto deplorato dallo stesso Spadafora, che aveva parlato di «pericolosa deriva sessista». Quest'affermazione del sottosegretario aveva suscitato «sorpresa» nel ministro Bongiorno, senza però pregiudicare la realizzazione definitiva del documento congiunto. Perché, per questa azione di governo, i due vanno d'amore e d'accordo?
Un prezzo da pagare nella tenuta della coalizione di governo è quindi l'imposizione di un'agenda all'insegna delle «quote rosa» e di un linguaggio che virtualmente annulla le differenze sessuali, affermando il gender neutral. Stabilire i paletti dei due terzi più un terzo per ciascuno sesso rischia così di anteporre l'appartenenza di genere alle reali competenze professionali di impiegati e dirigenti. Altrettanto dannosa o, come minimo, inutile è l'affermazione di terminologie presentate come «non discriminatorie»: scrivere «persone» al posto di «uomini» è una palese concessione al lessico gender fluid e all'ideologia ad esso sottesa.
Georges Bernanos, il famoso scrittore cattolico francese, lo aveva già annunciato: «Se si perde la battaglia delle parole, si perde la battaglia delle idee». Come volevasi dimostrare, la battaglia è in atto. E la vera «riforma» da fare non può essere lessicale, quella è un'illusione ottica oltre che perniciosa. Piuttosto deve partire da un'attenzione alle esigenze reali, che non possono non prendere in considerazione il mondo delle donne (quindi anche delle madri) lavoratrici, poste in primo piano nel Manifesto del Congresso mondiale delle famiglie di Verona. Una battaglia che, a più di tre mesi dalla chiusura del Congresso, noi del mondo pro family continuiamo a combattere alacremente.
Jacopo Coghe
Vicepresidente del Congresso mondiale delle famiglie
«Tra lavoro e famiglia scelgo i figli». La fuga dal posto di mamme e papà
Mentre proprio migliaia di italiani cercano di vincere il concorso per diventare navigator, con l'obiettivo di aiutare i disoccupati con il reddito di cittadinanza a trovare un lavoro, nel nostro Paese ogni anno altrettante migliaia di cittadini sono costretti a lasciarlo solo perché diventati genitori. Il fenomeno è in continua crescita e non riguarda più solo le donne. Nel corso del 2018 i neogenitori che, volontariamente o perché messi alle strette, hanno abbandonato il posto entro tre anni dalla nascita del bebè sono aumentati del 23%. Un'emorragia di professionalità, legata alle scelte familiari, che non accenna ad arginarsi. Basti pensare che nella sola Emilia Romagna sono stati più di 5.100 i lavoratori che lo scorso anno hanno scelto di rimanere a casa, due terzi di loro sono mamme.
I dati sono contenuti nella Relazione annuale per il 2018 sulle convalide di dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri nei primi tre anni di vita del figlio, elaborata dall'Ispettorato nazionale del lavoro. Emerge che la media nazionale è di circa 50.000 rinunce ogni anno. Un numero in costante crescita. Le convalide sono riferite soprattutto alle dimissioni volontarie e per giusta causa. Le risoluzioni consensuali sono invece solo la parte residuale.
Dal documento emerge che, soprattutto nel caso delle donne, il motivo principale che le spinge a rinunciare alla professione è la difficoltà a conciliare la vita professionale con la cura dei bambini. Innanzi tutto perché manca una rete parentale in grado di aiutare le neo mamme, ma anche perché i servizi per l'infanzia, per esempio nidi e baby sitter, nel nostro Paese pesano troppo sulle tasche delle famiglie.
E poi naturalmente ci sono le aziende: troppo spesso si rifiutano di concedere i part time o orari più flessibili, rendendo questa conciliazione quasi impossibile. Il problema affligge in gran parte il mondo femminile, ma sta crescendo il numero di uomini costretti a cambiare lavoro perché il datore è troppo rigido da questo punto di vista. Ecco perché in Italia maternità e paternità sono ancora considerati, a tutti gli effetti, veri e propri fermi lavorativi. L'Emilia Romagna è una delle tre Regioni, insieme con Lombardia e Veneto, con il maggior numero di dimissioni protette in Italia. La gran parte dei casi riguarda persone di nazionalità italiana (sono il 76%, con un aumento del 20% rispetto al 2017). Per quanto riguarda la fascia di età, la maggior parte dei casi riguarda persone comprese fra 34 e 44 anni. Quelle, insomma, che mettono su famiglia e decidono di prolificare. Si tratta molto spesso, nella metà dei casi, di lavoratori con un'anzianità di servizio minima, fino a tre anni. Inoltre, nel 58% dei casi le dimissioni avvengono in famiglie nelle quali c'è un solo figlio. Il settore produttivo maggiormente interessato da questo fenomeno è il terziario, nel quale si registra circa il 75% degli episodi. Questo perché si tratta di un comparto caratterizzato da maggiore presenza femminile.
«La maternità è ancora considerata un costo, in particolare per le piccole e medie imprese», spiega Sonia Alvisi, consigliera regionale dell'Emilia Romagna, «la normativa c'è, ma spesso non è sufficiente per sostenere i costi aziendali. Il governo dovrebbe lavorare su eventuali incentivi». Nel frattempo questa emorragia di professionalità va avanti, soprattutto al Nord. La ricerca ha infatti evidenziato che nelle Regioni settentrionali i casi registrati nel corso del 2018 sono stati 31.691 (il 64%), mentre al centro sono stati 9.055 (18%) e al Sud 8.705 (un altro 18%). In particolare proprio l'Emilia Romagna è fra le regioni più esposte, prima ci si sono solo la Lombardia (10.727 casi nel 2018 e 9.781 nel 2017) e il Veneto (7.720 casi nel 2018 e 5.954 nel 2017). Nel frattempo il nostro Paese invecchia sempre di più. Pochi giorni fa, come ha riportato La Verità, l'Istat ha reso noti i dati, allarmanti, sulla crisi della natalità in Italia. L'Istituto di statistica parla di «recessione demografica», mettendo il rilievo come le nuove nascite siano tornate ai ritmi del 1917-18, quelli insomma della Prima guerra mondiale. Con soli 439.000 neonati inscritti all'anagrafe nel 2018: ben 140.000 in meno rispetto a dieci anni fa. I numeri dell'Istat certificano una situazione drammatica: nel nostro Paese il 45% delle donne fra 18 anni e 45 non ha mai avuto un figlio, ma solo il 5% dichiara di non volerne. Per tutte le altre si tratta di una scelta forzata, perché mancano le possibilità, manca il lavoro. Basti pensare che in Italia circa metà della popolazione femminile non ha un'occupazione, e questa percentuale raggiunge il picco del 70% in alcune zone del Sud. Contemporaneamente le politiche messe in atto dal governo non sono considerate abbastanza efficaci: mancano incentivi per rilanciare l'occupazione femminile e investimenti per supportare le mamme che lavorano. E così l'Italia condanna sé stessa e essere sempre più un Paese per vecchi.
Continua a leggereRiduci
Studio americano teorizza i benefici maschili dell'interruzione di gravidanza. Tutto per fermare i sostenitori delle leggi pro life.Giulia Bongiorno e Vincenzo Spadafora censurano i «termini discriminatori» nella Pa. Ma le donne si aiutano in altro modo.In Italia diventare genitori e prendersi cura dei bambini spesso significa ancora non potersi permettere un'occupazione. Nel 2018 le dimissioni volontarie dopo la nascita di un bebè sono aumentate del 23%.Lo speciale contiene tre articoli.Sei un adolescente la cui ragazza ha abortito? Niente paura, anzi rallegrati: farai più strada dei tuoi coetanei diventati genitori. È lo sconvolgente messaggio che trapela da un nuovo studio pubblicato sul Journal of Adolescent Health da cui, in sintesi, si evince che ai partner di ragazze che hanno abortito tocca un futuro educativo e finanziario migliore rispetto agli altri coetanei. Nello specifico, i ricercatori hanno scoperto che i fidanzati di giovani reduci da un aborto sono laureati nel 22% dei casi, contro appena il 6% di quanti invece hanno scelto di diventare genitori. Anche in termini di istruzione post secondaria la differenza è parsa netta, dal momento che quasi il 60% dei giovani che da adolescenti hanno visto la propria ragazza abortire hanno conseguito un titolo di quel livello, rispetto al 32% degli altri. Benché la ricerca non sia risultata statisticamente significativa, gli autori non si sono risparmiati di evidenziare pure una differenza di reddito tra i giovani adulti che hanno segnalato l'esperienza di un aborto e quelli che sono diventati padri: i primi guadagnano in media circa 39.000 dollari annui, i secondi 33.000.Evidenze alla luce delle quali Bethany Everett dell'università dello Utah, l'autrice principale dello studio citato - eloquentemente intitolato «Male abortion beneficiaries» - non si è risparmiata un commento surreale. «In un periodo in cui, negli Stati Uniti, assistiamo al diffondersi di leggi restrittive sull'aborto», ha infatti dichiarato la Everett, «dovremmo considerare anche le potenziali conseguenze dannose di queste restrizioni». Come a dire: attenti, cari politici pro life, a scoraggiare la soppressione prenatale, perché potreste concorrere alla diffusione dell'analfabetismo e dell'abbandono scolastico, se non perfino alla disoccupazione. Siamo evidentemente alle farneticazioni.Del resto lo stesso studio, esaminato da vicino, presenta limiti enormi. Tanto per cominciare, non accosta le biografie dei maschi che hanno vissuto con la propria partner l'esperienza di un aborto con quanti, invece, da giovani non hanno ingravidato la propria ragazza, che logicamente sarebbe il solo confronto utile a mettere in luce gli eventuali «benefici maschili» dell'aborto in quanto tale.C'è inoltre da dire che i ricercatori hanno riscontrato solo un'associazione tra aborti e livello di formazione raggiunto dai giovani adulti. Ma un'associazione non equivale sempre a un nesso di causalità. Altrimenti i maschi più istruiti dovrebbero essere quelli che hanno fatto abortire più volte la propria compagna, il che vorrebbe automaticamente dire che i professori universitari hanno tutti almeno un'esperienza di paternità mancata alle spalle. Un assurdo, ovviamente.In terzo luogo, spulciando le sette pagine dello studio si scopre come gli stessi autori ammettano a denti stretti che il loro campione - pari a 597 uomini individuati nel National longitudinal study of adolescent to adult health, uno studio sugli adolescenti reclutati all'inizio degli anni Novanta e seguiti in età adulta - non consente alcuna conclusione generale. «Our sample may not be generalizable», sono le parole esatte. Tutto questo, unitamente alla già ricordata e non significativa differenza di reddito tra i giovani padri e gli altri, fa capire come le parole della Everett sulle restrizioni dell'aborto siano da intendersi come una mera opinione, senza alcuna base scientifica.Un quarto limite di questa ricerca concerne poi il suo ignorare una dimensione fondamentale: quella psicologica. Sì, perché l'aborto ha conseguenze anche sulla salute maschile. Ad attestarlo, numerose ricerche che hanno messo in luce il dolore, l'ansia, i profondi sensi di colpa nonché la depressione che colpiscono i padri mancati. Nel loro libro, Fatherhood aborted: the profound effects of abortion on men, gli studiosi Guy Condon e David Hazard arrivano a parlare addirittura, per l'uomo, di un trauma post abortivo, mentre lo psicologo Vincent Rue evidenzia che la sofferenza maschile per la paternità interrotta è poco esaminata ed è pure difficile da studiare perché gli uomini «sono più propensi a negare il loro dolore o a interiorizzare i loro sentimenti di perdita piuttosto che ad esprimerli apertamente».Una quinta, enorme criticità di questa ricerca riguarda il fatto che - quand'anche il «beneficio maschile» per una paternità interrotta fosse provato, anche se provato non è affatto, anzi - essa non considera minimamente le conseguenze sulla donna, queste sì riscontrate da evidenze scientifiche che mostrano come l'aborto volontario faccia rima con maggiori rischi di isterectomia post partum, placenta previa, futuri aborti spontanei, depressione, abuso di sostanze, tumori al seno, mortalità materna e suicidi. Meglio andarci piano, insomma, prima di esaltare i presunti benefici dell'aborto. Anche perché a ben vedere, al di là delle criticità fin qui esposte, quanto emerso nello studio della Everett sembra in realtà avere un'altra spiegazione. La minor istruzione dei padri adolescenti, infatti, più che la penalizzazione per un aborto non effettuato, rispecchia i maggiori - e ovvi - impegni del farsi una famiglia. Lo suggerisce un altro studio pubblicato nel 2012 sulla rivista «peer reviewed» Economic Inquiry, che ha riscontrato come la paternità in giovane età sia legata a matrimoni precoci e a ingressi anticipati nel mondo nel lavoro. In altre parole, non è l'aborto bensì l'irresponsabilità a determinare vantaggi. Vantaggi assai relativi, s'intende. Perché, come chiunque ha figli ben sa, quella della paternità è una gioia che non ha prezzo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vuoi-il-successo-fai-abortire-la-tua-fidanzatina-2639278903.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="asse-gialloblu-contro-le-parole-sessiste" data-post-id="2639278903" data-published-at="1781255854" data-use-pagination="False"> Asse gialloblù contro le parole «sessiste» Il governo gialloblù, alla ricerca di una rinnovata coesione, sembra trovarla nel politicamente corretto e nella neolingua della parità di genere. L'esempio più lampante emerge, in tutta la sua forza, nella direttiva cofirmata dal ministro della Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno (Lega), e dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari opportunità e ai giovani, Vincenzo Spadafora (M5s), rivolta a quanti lavorano nella Pubblica amministrazione. Un provvedimento che rischia di compromettere le libertà costituzionali (art. 21) e che mira ad affermare il l'obiettivo della «parità di risultato» in luogo del più corretto principio delle «pari opportunità». Il documento predispone l'avvio di «azioni di sensibilizzazione e formazione di tutta la dirigenza sulle tematiche delle pari opportunità, sulla prevenzione e contrasto di ogni forma di discriminazione». Ma non è tutto: in ogni documento di lavoro - dalle relazioni alle circolari, dai decreti ai regolamenti - viene vivamente consigliato l'uso di «termini non discriminatori», a partire da «sostantivi o nomi collettivi che includano persone dei due generi». Sarà opportuno, quindi, scrivere «persone», anziché «uomini». In perfetto stile gender mainstreaming, la Bongiorno si è trasformata in una Boldrini d'altri tempi, scopiazzando un po' l'idea della rivoluzione di carte e badge che furono messi in circolazione a Montecitorio. Ma una società che voglia davvero permettere alle donne e agli uomini di avere le stesse possibilità ha bisogno di cambiare il normale uso delle parole? Cosa davvero può riequilibrare i rapporti di forza? Perché non aiutare sul posto di lavoro le mamme lavoratrici, considerandole proprio madri e donne come sono, e per questo bisognose di una conciliazione più felice di maternità e lavoro? Troppo facile, poco arcobaleno? Sul piano operativo, ogni pubblica amministrazione dovrà inoltre promuovere la «formazione» e l'«aggiornamento» allo scopo di contribuire «allo sviluppo della cultura di genere, anche attraverso la promozione di stili di comportamento rispettosi», in linea appunto con i principi del gender mainstreaming tanto cari all'Unione Europea, che li ha messi a punto nel «Piano d'azione sul genere 2016-2020». Su questo punto emerge la contraddizione del programma politico della Lega, in bilico tra un «antieuropeismo di lotta» e un «europeismo di governo», tra l'auspicato ritorno all'Europa delle radici cristiane e dei principi non negoziabili e il cedimento ai diktat tecnocratici di Bruxelles che vogliono il gender (anche nascondendosi dietro il trasformismo delle parole). Un'ambiguità che desta preoccupazione e ci fa alzare sulla sedia. A quanto riferisce l'Ansa, la direttiva sarebbe stata messa a punto prima del caso Sea Watch 3, in cui il vicepremier Matteo Salvini aveva definito «sbruffoncella» la comandante della nave della Ong tedesca, Carola Rackete. Un epiteto deplorato dallo stesso Spadafora, che aveva parlato di «pericolosa deriva sessista». Quest'affermazione del sottosegretario aveva suscitato «sorpresa» nel ministro Bongiorno, senza però pregiudicare la realizzazione definitiva del documento congiunto. Perché, per questa azione di governo, i due vanno d'amore e d'accordo? Un prezzo da pagare nella tenuta della coalizione di governo è quindi l'imposizione di un'agenda all'insegna delle «quote rosa» e di un linguaggio che virtualmente annulla le differenze sessuali, affermando il gender neutral. Stabilire i paletti dei due terzi più un terzo per ciascuno sesso rischia così di anteporre l'appartenenza di genere alle reali competenze professionali di impiegati e dirigenti. Altrettanto dannosa o, come minimo, inutile è l'affermazione di terminologie presentate come «non discriminatorie»: scrivere «persone» al posto di «uomini» è una palese concessione al lessico gender fluid e all'ideologia ad esso sottesa. Georges Bernanos, il famoso scrittore cattolico francese, lo aveva già annunciato: «Se si perde la battaglia delle parole, si perde la battaglia delle idee». Come volevasi dimostrare, la battaglia è in atto. E la vera «riforma» da fare non può essere lessicale, quella è un'illusione ottica oltre che perniciosa. Piuttosto deve partire da un'attenzione alle esigenze reali, che non possono non prendere in considerazione il mondo delle donne (quindi anche delle madri) lavoratrici, poste in primo piano nel Manifesto del Congresso mondiale delle famiglie di Verona. Una battaglia che, a più di tre mesi dalla chiusura del Congresso, noi del mondo pro family continuiamo a combattere alacremente. Jacopo CogheVicepresidente del Congresso mondiale delle famiglie <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vuoi-il-successo-fai-abortire-la-tua-fidanzatina-2639278903.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="tra-lavoro-e-famiglia-scelgo-i-figli-la-fuga-dal-posto-di-mamme-e-papa" data-post-id="2639278903" data-published-at="1781255854" data-use-pagination="False"> «Tra lavoro e famiglia scelgo i figli». La fuga dal posto di mamme e papà Mentre proprio migliaia di italiani cercano di vincere il concorso per diventare navigator, con l'obiettivo di aiutare i disoccupati con il reddito di cittadinanza a trovare un lavoro, nel nostro Paese ogni anno altrettante migliaia di cittadini sono costretti a lasciarlo solo perché diventati genitori. Il fenomeno è in continua crescita e non riguarda più solo le donne. Nel corso del 2018 i neogenitori che, volontariamente o perché messi alle strette, hanno abbandonato il posto entro tre anni dalla nascita del bebè sono aumentati del 23%. Un'emorragia di professionalità, legata alle scelte familiari, che non accenna ad arginarsi. Basti pensare che nella sola Emilia Romagna sono stati più di 5.100 i lavoratori che lo scorso anno hanno scelto di rimanere a casa, due terzi di loro sono mamme. I dati sono contenuti nella Relazione annuale per il 2018 sulle convalide di dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri nei primi tre anni di vita del figlio, elaborata dall'Ispettorato nazionale del lavoro. Emerge che la media nazionale è di circa 50.000 rinunce ogni anno. Un numero in costante crescita. Le convalide sono riferite soprattutto alle dimissioni volontarie e per giusta causa. Le risoluzioni consensuali sono invece solo la parte residuale. Dal documento emerge che, soprattutto nel caso delle donne, il motivo principale che le spinge a rinunciare alla professione è la difficoltà a conciliare la vita professionale con la cura dei bambini. Innanzi tutto perché manca una rete parentale in grado di aiutare le neo mamme, ma anche perché i servizi per l'infanzia, per esempio nidi e baby sitter, nel nostro Paese pesano troppo sulle tasche delle famiglie. E poi naturalmente ci sono le aziende: troppo spesso si rifiutano di concedere i part time o orari più flessibili, rendendo questa conciliazione quasi impossibile. Il problema affligge in gran parte il mondo femminile, ma sta crescendo il numero di uomini costretti a cambiare lavoro perché il datore è troppo rigido da questo punto di vista. Ecco perché in Italia maternità e paternità sono ancora considerati, a tutti gli effetti, veri e propri fermi lavorativi. L'Emilia Romagna è una delle tre Regioni, insieme con Lombardia e Veneto, con il maggior numero di dimissioni protette in Italia. La gran parte dei casi riguarda persone di nazionalità italiana (sono il 76%, con un aumento del 20% rispetto al 2017). Per quanto riguarda la fascia di età, la maggior parte dei casi riguarda persone comprese fra 34 e 44 anni. Quelle, insomma, che mettono su famiglia e decidono di prolificare. Si tratta molto spesso, nella metà dei casi, di lavoratori con un'anzianità di servizio minima, fino a tre anni. Inoltre, nel 58% dei casi le dimissioni avvengono in famiglie nelle quali c'è un solo figlio. Il settore produttivo maggiormente interessato da questo fenomeno è il terziario, nel quale si registra circa il 75% degli episodi. Questo perché si tratta di un comparto caratterizzato da maggiore presenza femminile. «La maternità è ancora considerata un costo, in particolare per le piccole e medie imprese», spiega Sonia Alvisi, consigliera regionale dell'Emilia Romagna, «la normativa c'è, ma spesso non è sufficiente per sostenere i costi aziendali. Il governo dovrebbe lavorare su eventuali incentivi». Nel frattempo questa emorragia di professionalità va avanti, soprattutto al Nord. La ricerca ha infatti evidenziato che nelle Regioni settentrionali i casi registrati nel corso del 2018 sono stati 31.691 (il 64%), mentre al centro sono stati 9.055 (18%) e al Sud 8.705 (un altro 18%). In particolare proprio l'Emilia Romagna è fra le regioni più esposte, prima ci si sono solo la Lombardia (10.727 casi nel 2018 e 9.781 nel 2017) e il Veneto (7.720 casi nel 2018 e 5.954 nel 2017). Nel frattempo il nostro Paese invecchia sempre di più. Pochi giorni fa, come ha riportato La Verità, l'Istat ha reso noti i dati, allarmanti, sulla crisi della natalità in Italia. L'Istituto di statistica parla di «recessione demografica», mettendo il rilievo come le nuove nascite siano tornate ai ritmi del 1917-18, quelli insomma della Prima guerra mondiale. Con soli 439.000 neonati inscritti all'anagrafe nel 2018: ben 140.000 in meno rispetto a dieci anni fa. I numeri dell'Istat certificano una situazione drammatica: nel nostro Paese il 45% delle donne fra 18 anni e 45 non ha mai avuto un figlio, ma solo il 5% dichiara di non volerne. Per tutte le altre si tratta di una scelta forzata, perché mancano le possibilità, manca il lavoro. Basti pensare che in Italia circa metà della popolazione femminile non ha un'occupazione, e questa percentuale raggiunge il picco del 70% in alcune zone del Sud. Contemporaneamente le politiche messe in atto dal governo non sono considerate abbastanza efficaci: mancano incentivi per rilanciare l'occupazione femminile e investimenti per supportare le mamme che lavorano. E così l'Italia condanna sé stessa e essere sempre più un Paese per vecchi.
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Poiché il nodo della difesa aerea è fra i più importanti, l’Unione europea ha aperto al finanziamento dell’acquisto di missili antiaerei e antimissile americani Patriot, stando al portavoce della Commissione europea, Balazs Ujvari: «Se c’è interesse per attrezzature che vanno oltre i droni, siano sistemi antimissile o da difesa aerea, è una possibilità da mettere sul tavolo». A monte, i ripetuti appelli del presidente Volodymir Zelensky per aiuti in difesa aerea.
Fa pensare che, dopo i 6 miliardi di euro per i droni, l’Ue si prepari a pagare nuovi costosi Patriot, sebbene scarsi essendo dirottati nel Golfo Persico per contrastare i missili iraniani. Ma Kiev guarda anche a missili europei, come l’Aster 30 di fabbricazione franco-italiana, coprodotto da industrie fra cui Mbda e la nostra Avio. Un missile con raggio d’azione di 120 km e quota massima di 22 km, imbarcato anche su navi della Marina italiana.
Ne hanno parlato ieri il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov e la ministra francese delle Forze armate, Catherine Vautrin. L’Ucraina, dalla notte all’alba, ha affrontato incursioni di 221 droni e due missili balistici Iskander lanciati dai russi. La difesa avrebbe «abbattuto 195 droni», ma molti dei velivoli telecomandati russi non erano Shahed d’attacco, ma tipi usati come esca, dunque per distrarre le difese, come Parodia e Italmas. Inoltre non sono stati intercettati i missili Iskander, che essendo balistici ipersonici sono ardui da fermare. Fra i bersagli, un deposito di locomotive nella regione di Sumy, dove il bombardamento ha ucciso una ferroviera e ha ferito quattro suoi colleghi. I russi affermano di aver conquistato due villaggi, Okhrimivka, nella regione di Kharkiv, e Rozkishne, in quella del Donetsk già per la maggior parte annessa alla Russia. Il sito di mappatura ucraino Deep State non ha finora confermato queste avanzate russe ed è difficile discriminare fra la vera occupazione integrale di un territorio e l’infiltrazione di avanguardie.
L’Ucraina ha colpito con droni l’ennesima raffineria russa, ad Afipsky, dove è scoppiato un incendio. Altri droni hanno ucciso due persone nella parte occupata dai russi della regione di Zaporizhzhia. Altro obiettivo è stato un convoglio di 50 camion militari russi carichi di carburante e munizioni ad Armyansk, in Crimea, dove le forze di Mosca hanno gettato ponti galleggianti. Kiev ha celebrato ieri per la prima volta una festa istituita da Zelensky, la Giornata delle Forze dei Sistemi a pilotaggio remoto. Per l’occasione il presidente ucraino ha affermato che «il 90% delle perdite russe sul campo di battaglia è dovuto ai droni».
E secondo il comandante della Forza droni ucraina, Robert Brovdi, detto «Madyar» («magiaro») perché d’origine ungherese, «dall’inizio del 2026 la forza droni ha ucciso 50.900 militari russi e colpito 176.500 obbiettivi». Brovdi ha spiegato alla Reuters che si sta bombardando l’autostrada Novorossiya per isolare la Crimea dalla Russia: «La campagna ha ridotto di due terzi, nell’ultimo mese, il traffico sull’autostrada Novorossiya, via di rifornimento russa che traversa l’Ucraina meridionale occupata fino alla Crimea. Entro un mese, l’Ucraina avrà il controllo della strada. Isoleremo la Crimea. Colpire i veicoli è facile come sparare alle pernici in un campo aperto». Se i droni sono l’ultimo grido, i vecchi razzi Grad di origine sovietica vengono ancora usati dai soldati di Zelensky, come ieri sul villaggio russo di Belaya Berezka, nella regione di Bryansk, dove è stato ucciso un civile. Installazioni della Marina Russa a Sebastopoli sono stati invece colpiti con missili Neptune di fabbricazione ucraina.
Continua a leggereRiduci
Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
Continua a leggereRiduci
Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
Continua a leggereRiduci
Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
Continua a leggereRiduci