I progressisti esultano per il nuovo premier ungherese. Che vuole chiudere le frontiere ed esalta Meloni. È l’ultimo cortocircuito dei compagni.
I progressisti esultano per il nuovo premier ungherese. Che vuole chiudere le frontiere ed esalta Meloni. È l’ultimo cortocircuito dei compagni.
Giuseppe Conte (Getty Images)
Nel suo libro l’ex premier rivendica: «La decisione spettava soltanto a noi». E critica l’inchiesta parlamentare.
Si improvvisa psicosociologo, l’ex premier Giuseppe Conte, per regalare ai lettori qualche paginetta di strabiliante ricostruzione dell’epoca lockdown. Scrive: «La pandemia ci ha insegnato che uno Stato nazionale isolato e ripiegato su sé stesso non è in grado di rispondere efficacemente alle sfide più complesse che possono compromettere crescita economica e sviluppo sociale.
Le esperienze della solitudine e dell’isolamento possono essere molto pesanti per i singoli individui, ma hanno conseguenze ben più gravi per gli Stati nazionali». Poi, l’avvocato di Volturara Appula ripesca la toga da qualche baule impolverato e tenta di confutare l’accusa di aver gestito malissimo l’emergenza sanitaria da Sars-CoV-2 attaccando la commissione parlamentare d’inchiesta. Indigna, il capitoletto Pandemia del libro del leader del M5s Una nuova primavera. La mia storia, i nostri valori, la sfida progressista per l’Italia, edito da Marsilio Editori. Conferma che senza un cambio di passo della magistratura e una precisa volontà politica, non si farà chiarezza su responsabilità e misfatti dell’epoca Covid.
Dunque, l’ex premier esordisce prendendo per i fondelli gli italiani che hanno subìto lunghi e ripetuti lockdown, spiegando che i problemi loro (salute, lavoro, diritti, tutti calpestati) erano nulla confronto a quello che doveva affrontare il Paese in termini di costi socio-economici. Già, ma il blocco chi l’aveva deciso se non Conte, assieme all’ex ministro della Salute Roberto Speranza e alla sua cerchia di improvvisati esperti? L’avvocato abbozza una giustificazione che invece è un clamoroso autogol. Scrive che aveva consultato «un illustre epidemiologo per avere un suo parere sulle misure da adottare» e che il luminare gli avrebbe risposto suggerendo un «perenne e totale lockdown essendo questa la misura più efficace per prevenire il contagio e proteggere la salute dei cittadini».
Il medico interpellato forse non leggeva la letteratura scientifica, fingeva di ignorare che all’isolamento prolungato della Cina aveva fatto seguito un’esplosione spaventosa di casi e taceva sui contagi ad opera dei vaccinati di casa nostra muniti di green pass. Conte cita l’opinione dell’epidemiologo per ammettere: «Alla fine è solo alla politica che spetta l’onere di assumersi la responsabilità, che non può prescindere da una valutazione complessiva degli interessi in gioco, e dal loro più oculato bilanciamento». Quindi, chiudere fu una decisione politica, non dettata da pareri scientifici. Lo dichiara, nero su bianco, forte e chiaro come mai lo si è sentito dire in audizione. I cittadini sono stati male, non si sono curati, molti sono morti, tanti ancora soffrono per un vaccino sperimentale, però l’allora premier decise la chiusura perché aveva valutato «gli interessi in gioco».
Quali e di chi? L’inopportuno sfottò di Conte prosegue dopo aver lodato le iniziative dell’Unione europea che «dopo alcune settimane di disorientamento ha compreso la gravità e la pervasività dello shock provocato dalla pandemia» e, udite udite, avrebbe risposto «in maniera efficace e per più di un verso, innovativa». Volete sapere come? «Con gli interventi della Bce e con il “patto per il vaccino”», elenca tra gli altri l’ex premier.
Il risultato, e qui la comicità rasenta il grottesco, è che simili iniziative «hanno contribuito almeno in parte a far sentire i cittadini italiani finalmente partecipi del progetto europeo, protetti da una casa comune», scrive il leader pentastellato. Sarà per questo che secondo Eurobarometro della Commissione Ue, nei mesi della pandemia la fiducia degli italiani verso le istituzioni comunitarie era crollata al 28%? E che alle Europee 2024 in Italia meno della metà degli elettori è andata a votare? Un calo storico dell’affluenza che si deve anche a una pessima gestione a livello Ue della pandemia e della campagna acquisti del vaccino Covid.
Giuseppe Conte sorvola, preferisce tratteggiarsi come «la massima istituzione del governo» che all’epoca dovette assumere decisioni impopolari sotto «pressione dell’opinione pubblica, per sua natura ondivaga». Lamenta che i media a volte chiedevano «provvedimenti più restrittivi», mentre «altre volte le stesse misure venivano giudicate troppo penalizzanti».
Pensa un po’, erano i mezzi d’informazione ad avere «oscillazioni altalenanti». Per fortuna c’era Giuseppi che con i suoi esperti ha optato «subito per una metodologia basata su evidenze scientifiche». Non è andata così, le audizioni in commissione parlamentare d’inchiesta hanno messo in luce le posizioni contrastanti di tecnici, esperti, gli inviti a soprassedere, le decisioni prese per ragioni politiche, non certo di salute pubblica. Conte fa la vittima, si rammarica che i suoi sforzi non siano stati compresi e che «molte persone hanno comunque contestato le decisioni presentando esposti e denunce alle Procure». Ma lui, mica si è lamentato, dice, mica ha cercato di «delegittimare i giudici titolari delle inchieste, alludendo a una loro presunta “politicizzazione”». Non soddisfatto dell’esito del referendum sulla riforma della giustizia, l’ex premier si mostra paladino della Costituzione ed esempio calzante di quanto sarebbe sbagliato «alterare l’equilibrio dei poteri», come ripeteva motivando il suo No.
Dunque, dichiara di essersi reso «pienamente disponibile […] non avevo nulla da nascondere […] tutte queste inchieste sono state archiviate senza alcun seguito». Accusa la commissione parlamentare di avere come scopo quello di «attaccare i nemici […] relegando sullo sfondo la tutela dell’interesse pubblico […] e la preparazione nazionale a eventuali future emergenze».
Da quale pulpito, presidente Conte.
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Marco Lisei (Imagoeconomica)
Il presidente della commissione Covid: «Gli ho offerto la possibilità di dimettersi da membro, essere audito e poi rientrare. Peraltro ha partecipato solo a 8 sedute su 112. Sulle mascherine emersi fatti nuovi, mi sorprenderebbe se la Procura non aprisse un fascicolo».
A sentire Marco Lisei, presidente della commissione parlamentare sul Covid, è una versione distorta, per usare un eufemismo, quella riferita a Fuori dal Coro dall’ex premier Giuseppe Conte sullo scandalo delle mascherine.
Mario Giordano aveva appena intervistato l’imprenditore Dario Bianchi, fondatore e amministratore di Jc Electronics, azienda che ha vinto una causa di primo grado presso il Tribunale di Roma contro la struttura commissariale (allora guidata da Domenico Arcuri) per la revoca, ritenuta illegittima, di un contratto di fornitura di mascherine KN95 che, se confermata in giudizio, obbligherà lo Stato a risarcire l’azienda per oltre 203 milioni di euro. Bianchi ha raccontato a Giordano ciò che aveva detto in commissione Covid, ossia di aver avuto un problema con la struttura commissariale e di essere entrato in contatto con un avvocato, Luca Di Donna, che si era a lui presentato come «collega del presidente Conte» (essendo stato stretto collaboratore dell’ex premier nello studio romano che i due condividevano con il noto civilista e mentore di Conte Guido Alpa, dove sarebbe avvenuto il primo incontro con l’imprenditore) proponendogli la risoluzione dei problemi con Arcuri in cambio di una cagnotta presentata sotto forma di «contratto» a condizioni praticamente di strozzo: il 10% di percentuale sul fatturato, peraltro anche quello già conseguito. Bianchi rifiuta la proposta indecente e i problemi con la struttura commissariale, racconta, «non si risolvono ma aumentano». Passano pochi minuti e Conte interviene in diretta: «Ho già chiarito. La Procura ha già indagato, non sono stato neanche sentito e mi risulta che ci sia una richiesta di archiviazione». Quindi attacca la commissione: «Fdi quando è in difficoltà chiama Bianchi, ma non c’è nulla di nuovo. Ho chiesto di essere ascoltato dalla commissione Covid ma non mi hanno mai chiamato».
Presidente Lisei, è vero che non avete voluto ascoltare la testimonianza di Conte?
«Ma quando mai. È una delle tante imprecisioni ed omissioni rese dall’onorevole Conte sulla commissione».
I membri delle commissioni non possono essere ascoltati come testimoni per evitare un corto circuito tra il ruolo di inquirente e di «imputato», quindi automaticamente sono coperti da immunità…
«Per questo ho offerto a Conte la possibilità di essere audito con un escamotage: poteva dimettersi, essere audito e poi rientrare in commissione. C’è la prova video di quando gliel’ho offerto».
Cosa le ha risposto?
«Che non intendeva dimettersi. Quindi, di fatto, respingendo la mia offerta ha evitato di essere ascoltato».
Conte ha detto a Giordano di aver scritto una lettera ai presidenti di Camera e Senato chiedendo di essere audito.
«Quella lettera, più cavillosa che altro, l’ha scritta prima che io gli offrissi la via d’uscita per poter testimoniare. Me l’ha data in commissione e io gli ho risposto che, se voleva, poteva deporre. Punto».
Come ha giustificato il rifiuto?
«Mi ha detto che se si fosse dimesso, non avrebbe avuto garanzia di rientrare».
Una replica plausibile?
«Direi proprio di no. È stata più che altro un’arrampicata sugli specchi perché è il gruppo politico di appartenenza che toglie e rimette in commissione. D’altro canto, ha scelto di diventare membro della commissione ben sapendo che poi non poteva essere audito, a meno che non avesse accettato la nostra proposta. Quindi ciò che ha detto domenica non è corretto».
Conte si sta battendo per la trasparenza, come dichiara? È molto assiduo in commissione Covid?
«Ha partecipato a 8 sedute su 112. Faccia lei…».
Se lui avesse partecipato all’audizione di Bianchi avrebbe potuto fargli domande su Di Donna e su quella richiesta di cagnotta?
«Certo».
Conte ha detto che voi organizzate audizioni «a orologeria», dato che Bianchi era già stato sentito in commissione. Perché lo avete richiamato?
«Bianchi è stato audito perché c’è una sentenza del Tribunale che condanna lo Stato a risarcirgli 203 milioni. Ma, soprattutto, ha riferito fatti nuovi: non aveva mai parlato prima di questa proposta di “contratto”, lo ha detto per la prima volta a noi. Quindi è una cosa totalmente nuova, sulla quale nessuno ha mai indagato».
Perché non lo aveva riferito prima?
«Verosimilmente ha ascoltato l’audizione di Giovanni Buini (altro imprenditore audito lo scorso il 27 gennaio, che ha riferito di aver subito la stessa “proposta indecente”, ndr) che si somma alla sua, perché il metodo è lo stesso…»
Si può parlare di un «sistema»? La Verità ha scritto di un terzo imprenditore calabrese che ha detto di aver ricevuto la stessa offerta dal collega di Conte e da un altro legale, Gianluca Carmelo Maria Esposito.
«Beh, è curioso che ci siano più persone che raccontino la stessa storia: mi sembra a questo punto improbabile che siano tutte invenzioni. E questo può aiutare le Procure a riaprire le indagini».
Conte ha parlato di cose già archiviate…
«Non si vuol capire che le commissioni d’inchiesta fanno un lavoro differente dalle Procure: non è detto che se c’è stata un’archiviazione, il fatto non sia necessariamente accaduto. Forse la Procura, allora, non aveva abbastanza elementi, mentre oggi con l’audizione di Bianchi li ha e può riaprire il fascicolo. Per lo meno, mi aspetto che lo facciano e mi sorprenderebbe il contrario. È successo anche con David Rossi: il caso era chiuso ma grazie alla commissione parlamentare, le indagini sono state riaperte e abbiamo saputo che non si è affatto suicidato».
Dunque Conte potrebbe testimoniare, ma non vuole farlo?
«Se Conte vuole fare chiarezza, può venire a parlare in commissione, ma finora ha rifiutato. Forse perché la trasparenza non gli sta così tanto a cuore come ha dichiarato».
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«C’è una voce che vorrebbe introdurre limitazioni e innalzamento delle tasse su tutti gli alcolici indiscriminatamente». Lo ha dichiarato l’eurodeputato di Fratelli d’Italia Pietro Fiocchi, a margine di Vinitaly 2026 a Verona.
(Getty Images)
Il comparto arredo vale 26,7 miliardi (superata la Germania) e cresce soprattutto in Turchia e Canada. Tra Fiera e Fuorisalone la Design Week milanese genera un indotto di 278 milioni, puntando sull’Intelligenza artificiale con quasi 2.000 eventi diffusi.
Il Salone del Mobile, quest’anno previsto dal 21 al 26 aprile, agisce da acceleratore su un comparto che fa delle esportazioni il suo punto di forza e che dà molto all’economia italiana. Nel perimetro del mobile, Intesa Sanpaolo stima per il 2025 un fatturato in Italia di 26,7 miliardi di euro, primo per valore europeo e davanti alla Germania (21,7 miliardi).
Dopo il rimbalzo 2021-22, nel 2025 l’Italia ha registrato un lieve recupero (+0,5%) mentre Francia (-4,5%) e Polonia (-0,3%) hanno tirato il freno; la Spagna è cresciuta (+4,7%) ma su scala più ridotta (8,6 miliardi).
Guardando alla filiera legno-arredo, FederlegnoArredo indica per il 2025 un fatturato alla produzione sopra i 52,2 miliardi (+1,4%), oltre 62.000 imprese e più di 292.000 addetti. Le esportazioni superano i 19,3 miliardi e l’Europa assorbe oltre il 66% del totale: per questo il Salone si presenta come una vetrina importantissima per il settore quanto a capacità di accesso ai buyer. Dal punto di vista microeconomico, insomma, il Salone è un mercato temporaneo importantissimo: concentra buyer e progettisti globali e comprime i tempi di negoziazione. L’edizione 2026 è in calendario a Fiera Milano Rho; la manifestazione nasce nel 1961 e continua a operare come infrastruttura B2B del design.
Nel 2024 si contano 1.950 espositori da 35 Paesi e 370.824 presenze complessive, con il 65,6% degli operatori dall’estero. Nel 2025 la fiera ha registrato 302.786 presenze da 160 Paesi; l’(Eco) Sistema Design Milano misura, inoltre, il «capitale relazionale» generato: 2.103 espositori, oltre 1,3 milioni di interazioni e l’intenzione di tornare del 93% tra gli espositori. Nonostante le incertezze geopolitiche, tengono i mercati esteri con performance record in Turchia (+43,5%) e Canada (+9%).
La settimana del Salone, inoltre e non va dimenticato, genera un indotto anche su ospitalità, ristorazione, retail e trasporti, con benefici diffusi su microimprese e lavoro nei servizi. Per il 2025 Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza avevano stimato un indotto di 278 milioni di euro: il 73% è attribuito alla spesa dei visitatori stranieri (202,1 milioni). La scomposizione dell’indotto, poi, chiarisce dove si crea valore: alloggio (41,4%), ristorazione (30,4%), shopping (23,6%), biglietti (4,6%). In parallelo, l’Annual Report del Salone conferma l’indotto 2025 a 278 milioni (+15% sul 2023) e segnala un utilizzo della metropolitana di Milano al livello più alto dell’anno (+39,6% sulla media), coerente con la lettura del Salone come choc positivo di domanda urbana e di intensificazione dei flussi.
La Design Week, il Fuorisalone per intenderci, estende poi l’impatto oltre il quartiere fieristico: la città mette il turbo sul campo delle relazioni sociali e del consumo culturale, con ricadute su musei, showroom, palazzi storici e quartieri meno centrali. Inoltrte, i poli produttivi generano l’83% dell’avanzo commerciale del settore (8,4 miliardi di euro complessivi). Nel 2026 il palinsesto ufficiale del Comune di Milano supera le 267 iniziative e gli appuntamenti complessivi in città superano quota 1.850 (+10%), coinvolgendo 19 quartieri: è un ampliamento che sposta flussi e spesa anche fuori dai distretti tradizionali. E l’Intelligenza artificiale è la priorità: il 16% delle imprese del settore ha già adottato soluzioni di Ia. L’effetto positivo non è, poi, solo quantitativo. La programmazione e i criteri dichiarati per il palinsesto verso un’economia circolare dell’evento: il 47% dei progetti accolti adotta soluzioni che non si concludono con la fine della manifestazione (riuso di allestimenti e materiali) e quasi il 52% prevede misure per l’accessibilità alle persone con disabilità sensoriali e motorie. In termini competitivi, il punto è che sostenibilità e inclusione diventano così valori aggiunti dell’offerta (e quindi di prezzo, reputazione e accesso a commesse), soprattutto nei segmenti legati all’hospitality.
La ricaduta non è quindi «locale» per definizione: la domanda aggregata in fiera si traduce in ordini che poi attraversano una catena del valore distribuita (materiali, componentistica, lavorazioni, finiture e servizi di progettazione), alimentando produzione e saldo estero lungo la filiera. In aggiunta, secondo Intesa Sanpaolo il 2026 si colloca in un quadro in cui il mercato interno del mobile è atteso in lieve aumento grazie al traino del boom immobiliare e al turismo di fascia alta (nuove aperture e rinnovi di interni), e in cui l’incertezza globale può persino rafforzare la capacità attrattiva dell’Italia, da sempre ritenuto un Paese che mette al centro una cultura del design e del bello che non ha eguali in Europa e nel mondo.
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