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2019-01-29
Voodoo, machete e iPhone. Viaggio a Castel Volturno regno dei padrini nigeriani
Ansa
«Magari fossero armati di pistola». Magari? «Magari». Il giovane agente guarda il mio stupore e sorride. Poi spiega: «Li vedi? Adesso girano con il machete». Il machete. «Sì. E quelli più moderni con l'ascia». E allora? «Se usassero la pistola sarebbe un buon segno». Perché? «Vorrebbe dire che hanno iniziato a integrarsi». Lo guardo e mi accorgo che il mio stupore non diminuisce. Anzi. Continua a crescere. Al punto da pensare che per capire davvero Castel Volturno si debba partire da qui. Da un agente che si augura di vedere un segno di integrazione, almeno uno, in qualsiasi parte. In qualsiasi posto. In qualsiasi modo. Persino in una pistola.
Se ti guardi intorno capisci perché. Nigeriani, poi nigeriani, poi nigeriani. Poi ghanesi. E poi ancora nigeriani. Di stranieri tanti, di sbandati troppi, di Italia nemmeno un po'. Non ne è rimasta traccia qui. L'Italia dev'essere sepolta sotto le macerie delle case diroccate. O forse sotto i cumuli di immondizia che intralciano le vie. Castel Volturno è così: uno Stato nello Stato. Un pezzo d'Africa trapiantato nel cuore della Penisola. Un angolo di Continente Nero fra Napoli e Roma. Qui non valgono le nostre regole, le nostre leggi, la nostra lingua, le nostre istituzioni. Qui la terra non è più nostra. E infatti per occuparla bisogna pagare il pizzo ai nuovi padroni. Anzi, ai nuovi padrini.
Coppola? Lupara? Corleone? Macché. Con buona pace di Marlon Brando, il nuovo Padrino indossa un basco, ha la pelle nera e in mano il machete. È nato a Lagos o Benin City. E comanda a casa nostra. Rassegnatevi: neppure nella mafia riusciamo più a primeggiare. La criminalità organizzata che un tempo era la nostra specialità, esportata e conosciuta in tutto il pianeta, ora si fa bagnare il naso dai nuovi venuti. Anzi, si fa proprio spazzare via. Qui a Castel Volturno, per dire, un tempo c'era la camorra. La vecchia stirpe dei casalesi, i principi di Gomorra, la cattiveria made in Savastano delle fiction più amate. Sembravano fortissimi, sembravano invincibili. E invece si sono ritirati. I nuovi ordini di vita e di morte, le regole dello spaccio, il pizzo e il racket delle prostitute, non vengono più comandati in napoletano. Al massimo, in kanuri o igbo. O in qualcun altro degli infiniti dialetti nigeriani.
Del resto l'italiano a Castel Volturno oggi non lo parla più nessuno. Bruna e Vincenzo, che mi accompagnano dentro le viscere di questo cadavere italiano, mi invitano a fare la prova. L'auto accosta di fronte a una villetta. Ovviamente sventrata. Il giardino è un gigantesco cumulo di sterpaglie, qualcuno ha segnato un sentiero. Procediamo. Non ci sono porte, né finestre, la prima stanza è una montagna di immondizia che tocca quasi il soffitto. «C'è qualcuno?» Dalla seconda stanza diroccata spunta un ragazzo. Veste una pettorina arancione, come quelle degli automobilisti quando cambiano gli pneumatici a bordo strada. Come mai la indossi, lì dentro, non si capisce. Dietro di lui, sulla parete sgarrupata, sono appesi in modo assurdamente ordinato pezzi di stereo, vecchie musicassette, pile probabilmente scariche ed elementi di antichi transistor. «Che fai? Vendi? Aggiusti? Recuperi?». Si chiama Yaya. Non pronuncia una parola di italiano. Ma nemmeno di inglese o di francese o di qualsiasi lingua conosciuta. È una situazione surreale: le musicassette, l'immondizia, la casa che cade a pezzi e Yaya che non riesce a spiegare che ci fa lì. Non riesce a comunicare nemmeno i pensieri più elementari. «Sarà appena arrivato», dico ai miei accompagnatori. «Macché», mi rispondono loro. «Qui non parlano italiano nemmeno dopo 20 anni…». E io penso che forse non ne hanno bisogno, in effetti. Perché da queste parti l'italiano è stato abolito. Un po' come l'Italia.
E dire che Castel Volturno era un luogo di villeggiatura. Pineta, sole, spiagge, a metà tra Napoli e Gaeta, lungo la costiera domiziana, una delle più belle del nostro Paese. Ora di quei tempi è rimasto solo il nome su qualche insegna: Villaggio Sole, Lido Annarella, Rodolfo Beach… Piccoli relitti sopravvissuti al naufragio collettivo. Alla distruzione totale. Qui è come se fosse passato un bombardamento. Sembra Aleppo. Sembra Beirut. Non c'è casa che non sia stata occupata e sventrata. I vialetti sono discariche a cielo aperto. Non ci sono fognature, tutti gli allacciamenti elettrici sono abusivi. Reticolati divelti, pezzi di arredamenti, cumuli di rifiuti che arrivano fino al primo piano di quelle che una volta erano villette per famiglie al mare.
Di palazzi distrutti ne ho visti tanti. Ce ne sono in tutte le periferie. Ma in nessun luogo d'Italia esiste un'area così vasta, in pratica un intero paese, ridotto a poltiglia di arbusti e mattoni. E il risultato è paradossale: dopo aver girato per ore fra queste vie che non sono più vie, in mezzo a queste case che non sono più case, mi accorgo di essere talmente assuefatto al degrado da considerarlo normale. «Guardate lì», dico ai miei accompagnatori. «Che cosa c'è?». «Un palazzo che non è stato devastato». Un palazzo rimasto in piedi. Uno dei pochi. Un'eccezione. E mentre lo indico mi rendo conto, di nuovo, di quanto il mio stupore sia, allo stesso tempo, assurdo e normale. Perché l'assurdo, fra le macerie di Castel Volturno, è diventato normalità.
Mi spiegano che questo disastro così esteso e manifesto non è solo frutto dell'incuria. È anche una difesa. Un risultato voluto. Un modo per segnare il territorio. «Alle case devastate e invase dai rifiuti non si avvicina nessuno», mi spiegano. E se nessuno si avvicina, è ovvio, dentro si può organizzare ciò che si vuole. Il traffico della droga. Il traffico delle donne. I riti di iniziazione. Lo smercio di refurtiva. Tutto. Libero crimine in libero rudere. E questo ormai è, a tutti gli effetti, un territorio off limits, fuori dal controllo dello Stato. Le forze dell'ordine faticano anche solo a addentrarsi nel reticolo di vialetti diventati casba. E le poche volte che lo fanno vengono avvistate dalle sentinelle. Respinte. Circondate. Cacciate. Non hanno mai possibilità di intervenire. Così le spiagge su cui si divertivano i bambini con paletta e secchiello sono diventate «Little Nigeria», la capitale della mafia africana. Quella che ha sconfitto nientemeno che i casalesi.
Nessuno sa davvero quanti siano gli stranieri irregolari presenti a Castel Volturno. Ma il numero che mi dicono sottovoce, fra una piazza dello spaccio e l'altra, è impressionante: 27.000. I clandestini (nigeriani soprattutto, poi ghanesi, nordafricani, eccetera) sarebbero dunque più numerosi dei cittadini regolari, che sono 24.000. Di sicuro la città è nelle loro mani. Formalmente non esistono, ma controllano. Non risultano, ma comandano. Non pagano, ma incassano. Soldi tanti. Violenza di più. Integrazione neanche un po'. Frequentano i loro locali. Si curano nei loro ambulatori. Si fidano dei loro santoni. Parlano i loro dialetti, spesso indecifrabili. Hanno i loro riti. A cominciare dal più diffuso di tutti, lo juju, una forma di voodoo con cui tengono schiave le prostitute. Mi raccontano che ne hanno liberata una l'altro giorno, ma lei non se ne andava. «Che aspetti?», le hanno chiesto. E lei si è tolta le mutande: «Dovete mandarle a casa». A casa in Nigeria? «Sì». E che ci fanno in Nigeria con le tue mutande? «Mi liberano dalla macumba». E se non lo fanno? «Io resto prigioniera». Ci credeva davvero.
Mi portano nelle piazze dello spaccio. A Palazzo Grimaldi, sotto l'insegna del parrucchiere per soli uomini African school of fashion, ci sono una decina di ragazzi, tutti ben vestiti, catenine, jeans alla moda, telefonini all'orecchio. «Prendono gli ordini». Machete e iPhone, la nuova mafia funziona così. Ed è imprendibile. Qui i clan sono sparsi, ramificati. Il territorio li favorisce. Il crimine è dovunque, in ogni casa potenzialmente c'è un pusher. O un pappone. Catturarli, in mezzo a questo dedalo di nulla, è impossibile. Per questo usano Castel Volturno come quartier generale. Da qui partono per andare a delinquere in tutta Italia. Nessuno riesce a fermarli.
«Devi vedere cosa succede là davanti di notte». Che succede? «Saltano fuori gli zombi». Siamo arrivati all'hotel Boomerang. Il centro del centro. Il cuore della mafia. il fulcro dei traffici. Una volta ospitava villeggianti. Doveva essere bello, s'intravede il portico, quella che doveva essere la hall. C'era pure la piscina. Adesso è un cumulo di macerie. Ogni stanza, un devasto. Ogni stanza, uno spaccio. Per arrivarci bisogna scavalcare muretti caduti, pezzi di presepe, avanzi di cene, calciobalilla rotti e un tappeto di siringhe ancora coperte di sangue. Al piano terra, le camere dell'hotel sono diventate le camere del buco. La scala per salire al piano superiore è crollata. C'è una scala provvisoria, a pioli, con i gradini malandati. Da sopra si sentono voci. La situazione si fa tesa. «Meglio che ce ne andiamo».
Mentre usciamo veloci dall'ultimo covo chiedo ai miei accompagnatori a che serva far tanti soldi per vivere in questo letamaio. «Questa è solo la base operativa», mi rispondono. Raccontano che alcuni boss della mafia nigeriana si stanno comprando ville nelle zone circostanti. Anche a Casal di Principe, in faccia ai re della camorra. Vogliono sostituirli anche lì? Vogliono espandersi? Scateneranno una guerra? Conquisteranno nuovi territori? Mentre mi faccio queste domande, salgo di corsa sull'auto, che era rimasta con il motore acceso e il muso rivolto verso la strada, pronta a ripartire. Sono un po' affannato. Mi accorgo che ho messo le scarpe nella merda di Castel Volturno. Letteralmente. «Pulisciti con il giornale e buttalo dal finestrino» mi dicono. Ma così spargo merda anch'io, obietto. Mi guardano come se fossi un alieno. In effetti qui spargere merda sembra inevitabile. Per tutti. Persino per gli alieni. E anche questo è il segno di una sconfitta.
Nell’ex fabbrica Zanussi i cinesi puniscono gli operai

Ansa
Sulla fabbrica sventola bandiera rossa. La bandiera cinese. E non sarebbe strano, se non ci trovassimo in mezzo alle Alpi. Invece siamo a Mel, ai piedi delle Dolomiti bellunesi, come recita l'opuscolo dell'ufficio del turismo. Uno dei borghi più belli d'Italia, con quella piazza centrale che sembra uno scorcio di Venezia rubato alla Laguna e trasportato quassù, in mezzo alle montagne. «Io amo dormire fra i caprioli e i cervi», mi dice il giovane barista con l'accento veneto. Mi offre il caffè, ma si capisce che non ama tanto i forestieri. E chissà allora che cosa pensa di quel drappo della Repubblica popolare cinese che è stata innalzato laggiù, nella zona artigianale, su quella che una volta era una fabbrica modello del Veneto. E adesso è diventata un feudo di mister Lu e della municipalità di Canton.
Ci arrivo un giorno di settembre, mentre i giornali annunciano l'ennesimo piano di esuberi. Qui, ai tempi d'oro, ci lavoravano 2.000 dipendenti. Adesso sono rimasti meno di 300. Fuori dai cancelli le bandiere dei sindacati che si mescolano con il rosso di Pechino. Appena si entra nello stabilimento c'è un grande poster con delle cascate. Arabba? La Marmolada? Pian Cansiglio? Macché: cascate cinesi. Accanto, delle lanterne rosse portafortuna. Mi raccontano del primo cinese arrivato qui a gestire l'azienda, il predecessore di mister Lu: si chiamava mister Wu e non usciva mai dal suo ufficio. Così lo aveva trasformato in un pezzo d'Oriente. «Mai andato da nessuna parte, abbiamo faticato anche a trascinarlo per mezza giornata a Venezia», raccontano. Una volta si era messo in testa di infliggere punizioni corporali ai dipendenti. «Chi sbaglia deve fare sessanta flessioni», ha ordinato. «Può esentare almeno le donne?», ha chiesto sommessamente un operaio. E lui, salendo in cattedra: «Non se ne parla nemmeno. Noi cinesi siamo per la parità dei sessi…».
La fabbrica si chiama Acc, oggi Italia Wanbao Acc. Il nome non vi dirà nulla, eppure è un pezzo della gloria industriale italiana. Faceva parte dell'impero Zanussi, quello delle lavatrici Rex, poi anche Zoppas, «loro li fanno, nessuno li distrugge», roba da Carosello in bianco e nero, boom economico e Seicento Fiat. Lo stabilimento sorge nella frazione Villa di Villa, tra capannoni squadrati, avanzi di ponti e campi di granturco. Venne costruito negli anni Sessanta con i fondi del Vajont. E ancora oggi produce il compressore, cioè il cuore tecnologico del frigorifero, l'unica cosa, mi spiegano, che differenzia l'elettrodomestico da un armadio. Un oggetto che sta in tutte le case, ma a cui è difficile dare importanza. A meno che non si rompa, naturalmente. O che faccia troppo rumore. Oppure a meno che non si venga qui, a respirare sotto i capannoni, l'amore e l'orgoglio con cui viene curato in ogni singola valvola.
Eppure, su quell'orgoglio ci hanno giocato in tanti. In troppi. Fino a rischiare di distruggerlo. Fino a metterlo in ginocchio. Fino a consegnarlo ora ai cinesi, che sono diventati, per paradosso, l'unica speranza fra le montagne del bellunese. E allora bisogna raccontarla questa storia, che racchiude in sé un po' tutti i paradossi del sistema produttivo del nostro Paese, così maltrattato e mal gestito da consegnarsi ai signori Wu e alle loro lanterne rosse come se fossero gli unici possibili salvatori.
Fino ai primi anni Duemila qui girava tutto a meraviglia, commesse, fornitori, stipendi, relazioni sindacali d'avanguardia. Poi nel 2004 la decisione choc: la Electrolux-Zanussi vende lo stabilimento Acc di Mel. «Come se avesse venduto la sua anima», dicono da queste parti, addebitando a quella scelta («scellerata») tutti i successivi guai del gruppo. Lo stabilimento viene comprato da alcuni fondi internazionali, coordinati alla Goldman Sachs. Alla presidenza c'è Gian Mario Rossignolo, che era già presidente della Electrolux-Zanussi. Quindi Gian Mario Rossignolo (presidente di Electrolux-Zanussi) vende a Gian Mario Rossignolo (presidente dei fondi). Comincia male.
Sì, comincia male. E purtroppo continua pure peggio. Dopo una serie di operazioni sbagliate, infatti, viene chiesto l'intervento di una società di consulenza specializzata in operazioni hard, la Alix Partners di Milano. La quale, alla fine, consulenza dopo consulenza assume direttamente il controllo dell'azienda di Mel. E, secondo quanto denunciato dall'ex commissario straordinario Maurizio Castro, comincia la spoliazione della medesima. «Quando sono arrivato io», dice, «non c'erano nemmeno le matite per scrivere…».
A guidare Alix Partners è tal Luca Amedeo Ramella, manager rampante, sposato con la contessina Pontello, una vita fra agi, lussi e interventi spregiudicati dentro le società in crisi. Oggi è accusato di bancarotta fraudolenta al tribunale di Pordenone. Gli si contestano conti sballati, marchi sopravvalutati, operazioni strambe e distrazioni di fondi. Per esempio ci sono 11,6 milioni di euro pagati tra il 2008 e il 2013 dalla Acc di Mel (guidata in quel momento da Ramella) alla Alix di Milano (guidata ovviamente dal medesimo Ramella). Un po' strano, no? Alcuni dei suoi collaboratori risultano lavorare, stando alle parcelle, 30 ore al giorno. Essendo il giorno composto di 24 ore, si tratta di un piccolo miracolo finanziario all'ombra del compressore. Peccato che il miracolo non riesca, invece, nello stabilimento di Mel: mentre infatti Ramella (come consulente) incassa gettoni milionari, Ramella (come amministratore della Acc) lascia a casa gli operai. La produzione cala vistosamente e quel che ne resta viene spostato, patriotticamente, nello stabilimento in Austria. Il motivo? Semplice. In Austria non hanno ammortizzatori sociali. In Italia, invece, c'è la cassa integrazione. E quei fessi di contribuenti che pagano per tutti.
Nel 2013 l'azienda è a un passo dal fallimento. Interviene il ministro, viene nominato il commissario. Maurizio Castro, per l'appunto. È un ex dirigente, poi diventato senatore, sempre attaccato al suo territorio, benvoluto da tutti. Mette una pezza allo sfascio con l'aiuto degli operai che per sei mesi lavorano a metà stipendio. Poi va in giro per il mondo, con la valigetta in mano, per cercare un compratore. Dopo un anno e mezzo riesce a concludere con la società Wanbao, di proprietà pubblica, del distretto di Canton. Dicono che durante le trattative i cinesi non capissero le parole «part time» e «cassa integrazione». «Voi pagate persone che stanno a casa?», chiedevano insistentemente. E poi scuotevano la testa: «Avevamo un'altra idea del capitalismo».
Anche noi, per la verità, avevamo un'altra idea del capitalismo. E perciò ci sembra che, in questa storia, ci sia una summa dei mali che hanno avvelenato e ucciso l'impresa italiana. Pensateci. C'era una fabbrica modello. Poi la vendita. L'internazionalizzazione. Qualche decisione scellerata. Poi Goldman Sachs. Poi i fondi anglosassoni che fanno disastri. Qualche furbo italiano che tenta di approfittarne. E la globalizzazione che si trasforma in disperazione. Per metterci una pezza, alla fine, si è disposti a tutto. Perfino a consegnarsi nelle fauci del Dragone. Così a Mel, ora, si sono quasi abituati a vedere quelle lanterne rosse all'ingresso della fabbrica, accanto ai cimeli della storia locale. Non ci fanno più caso. Le considerano normali. Io non ci riesco. Le guardo un po' perplesso. «Davvero pensate che i cinesi vi salveranno?», chiedo all'improvviso. In risposta solo volti imbarazzati. «Loro, almeno, sono onesti» mormorano. Ma non aggiungono di più. Dalla sala mensa, aprendo le finestre, sopra la bandiera della Repubblica popolare svettano le Dolomiti. Chissà se oggi a qualcuno toccherà di nuovo fare le flessioni.
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Palazzi sventrati, più immigrati che nativi e Yaya, che è qui da 20 anni ma non parla italiano. Dove la mafia di Lagos sfida i casalesi, l'integrazione passa per una pistola.Nell'ex fabbrica Zanussi i cinesi puniscono gli operai. A Mel, Dolomiti bellunesi, la Acc produceva compressori per i frigoriferi. Poi la crisi, l'intervento dei fondi stranieri e il nuovo padrone cantonese. Dai metodi draconiani.Lo speciale contiene due articoli. «Magari fossero armati di pistola». Magari? «Magari». Il giovane agente guarda il mio stupore e sorride. Poi spiega: «Li vedi? Adesso girano con il machete». Il machete. «Sì. E quelli più moderni con l'ascia». E allora? «Se usassero la pistola sarebbe un buon segno». Perché? «Vorrebbe dire che hanno iniziato a integrarsi». Lo guardo e mi accorgo che il mio stupore non diminuisce. Anzi. Continua a crescere. Al punto da pensare che per capire davvero Castel Volturno si debba partire da qui. Da un agente che si augura di vedere un segno di integrazione, almeno uno, in qualsiasi parte. In qualsiasi posto. In qualsiasi modo. Persino in una pistola.Se ti guardi intorno capisci perché. Nigeriani, poi nigeriani, poi nigeriani. Poi ghanesi. E poi ancora nigeriani. Di stranieri tanti, di sbandati troppi, di Italia nemmeno un po'. Non ne è rimasta traccia qui. L'Italia dev'essere sepolta sotto le macerie delle case diroccate. O forse sotto i cumuli di immondizia che intralciano le vie. Castel Volturno è così: uno Stato nello Stato. Un pezzo d'Africa trapiantato nel cuore della Penisola. Un angolo di Continente Nero fra Napoli e Roma. Qui non valgono le nostre regole, le nostre leggi, la nostra lingua, le nostre istituzioni. Qui la terra non è più nostra. E infatti per occuparla bisogna pagare il pizzo ai nuovi padroni. Anzi, ai nuovi padrini.Coppola? Lupara? Corleone? Macché. Con buona pace di Marlon Brando, il nuovo Padrino indossa un basco, ha la pelle nera e in mano il machete. È nato a Lagos o Benin City. E comanda a casa nostra. Rassegnatevi: neppure nella mafia riusciamo più a primeggiare. La criminalità organizzata che un tempo era la nostra specialità, esportata e conosciuta in tutto il pianeta, ora si fa bagnare il naso dai nuovi venuti. Anzi, si fa proprio spazzare via. Qui a Castel Volturno, per dire, un tempo c'era la camorra. La vecchia stirpe dei casalesi, i principi di Gomorra, la cattiveria made in Savastano delle fiction più amate. Sembravano fortissimi, sembravano invincibili. E invece si sono ritirati. I nuovi ordini di vita e di morte, le regole dello spaccio, il pizzo e il racket delle prostitute, non vengono più comandati in napoletano. Al massimo, in kanuri o igbo. O in qualcun altro degli infiniti dialetti nigeriani.Del resto l'italiano a Castel Volturno oggi non lo parla più nessuno. Bruna e Vincenzo, che mi accompagnano dentro le viscere di questo cadavere italiano, mi invitano a fare la prova. L'auto accosta di fronte a una villetta. Ovviamente sventrata. Il giardino è un gigantesco cumulo di sterpaglie, qualcuno ha segnato un sentiero. Procediamo. Non ci sono porte, né finestre, la prima stanza è una montagna di immondizia che tocca quasi il soffitto. «C'è qualcuno?» Dalla seconda stanza diroccata spunta un ragazzo. Veste una pettorina arancione, come quelle degli automobilisti quando cambiano gli pneumatici a bordo strada. Come mai la indossi, lì dentro, non si capisce. Dietro di lui, sulla parete sgarrupata, sono appesi in modo assurdamente ordinato pezzi di stereo, vecchie musicassette, pile probabilmente scariche ed elementi di antichi transistor. «Che fai? Vendi? Aggiusti? Recuperi?». Si chiama Yaya. Non pronuncia una parola di italiano. Ma nemmeno di inglese o di francese o di qualsiasi lingua conosciuta. È una situazione surreale: le musicassette, l'immondizia, la casa che cade a pezzi e Yaya che non riesce a spiegare che ci fa lì. Non riesce a comunicare nemmeno i pensieri più elementari. «Sarà appena arrivato», dico ai miei accompagnatori. «Macché», mi rispondono loro. «Qui non parlano italiano nemmeno dopo 20 anni…». E io penso che forse non ne hanno bisogno, in effetti. Perché da queste parti l'italiano è stato abolito. Un po' come l'Italia.E dire che Castel Volturno era un luogo di villeggiatura. Pineta, sole, spiagge, a metà tra Napoli e Gaeta, lungo la costiera domiziana, una delle più belle del nostro Paese. Ora di quei tempi è rimasto solo il nome su qualche insegna: Villaggio Sole, Lido Annarella, Rodolfo Beach… Piccoli relitti sopravvissuti al naufragio collettivo. Alla distruzione totale. Qui è come se fosse passato un bombardamento. Sembra Aleppo. Sembra Beirut. Non c'è casa che non sia stata occupata e sventrata. I vialetti sono discariche a cielo aperto. Non ci sono fognature, tutti gli allacciamenti elettrici sono abusivi. Reticolati divelti, pezzi di arredamenti, cumuli di rifiuti che arrivano fino al primo piano di quelle che una volta erano villette per famiglie al mare.Di palazzi distrutti ne ho visti tanti. Ce ne sono in tutte le periferie. Ma in nessun luogo d'Italia esiste un'area così vasta, in pratica un intero paese, ridotto a poltiglia di arbusti e mattoni. E il risultato è paradossale: dopo aver girato per ore fra queste vie che non sono più vie, in mezzo a queste case che non sono più case, mi accorgo di essere talmente assuefatto al degrado da considerarlo normale. «Guardate lì», dico ai miei accompagnatori. «Che cosa c'è?». «Un palazzo che non è stato devastato». Un palazzo rimasto in piedi. Uno dei pochi. Un'eccezione. E mentre lo indico mi rendo conto, di nuovo, di quanto il mio stupore sia, allo stesso tempo, assurdo e normale. Perché l'assurdo, fra le macerie di Castel Volturno, è diventato normalità.Mi spiegano che questo disastro così esteso e manifesto non è solo frutto dell'incuria. È anche una difesa. Un risultato voluto. Un modo per segnare il territorio. «Alle case devastate e invase dai rifiuti non si avvicina nessuno», mi spiegano. E se nessuno si avvicina, è ovvio, dentro si può organizzare ciò che si vuole. Il traffico della droga. Il traffico delle donne. I riti di iniziazione. Lo smercio di refurtiva. Tutto. Libero crimine in libero rudere. E questo ormai è, a tutti gli effetti, un territorio off limits, fuori dal controllo dello Stato. Le forze dell'ordine faticano anche solo a addentrarsi nel reticolo di vialetti diventati casba. E le poche volte che lo fanno vengono avvistate dalle sentinelle. Respinte. Circondate. Cacciate. Non hanno mai possibilità di intervenire. Così le spiagge su cui si divertivano i bambini con paletta e secchiello sono diventate «Little Nigeria», la capitale della mafia africana. Quella che ha sconfitto nientemeno che i casalesi.Nessuno sa davvero quanti siano gli stranieri irregolari presenti a Castel Volturno. Ma il numero che mi dicono sottovoce, fra una piazza dello spaccio e l'altra, è impressionante: 27.000. I clandestini (nigeriani soprattutto, poi ghanesi, nordafricani, eccetera) sarebbero dunque più numerosi dei cittadini regolari, che sono 24.000. Di sicuro la città è nelle loro mani. Formalmente non esistono, ma controllano. Non risultano, ma comandano. Non pagano, ma incassano. Soldi tanti. Violenza di più. Integrazione neanche un po'. Frequentano i loro locali. Si curano nei loro ambulatori. Si fidano dei loro santoni. Parlano i loro dialetti, spesso indecifrabili. Hanno i loro riti. A cominciare dal più diffuso di tutti, lo juju, una forma di voodoo con cui tengono schiave le prostitute. Mi raccontano che ne hanno liberata una l'altro giorno, ma lei non se ne andava. «Che aspetti?», le hanno chiesto. E lei si è tolta le mutande: «Dovete mandarle a casa». A casa in Nigeria? «Sì». E che ci fanno in Nigeria con le tue mutande? «Mi liberano dalla macumba». E se non lo fanno? «Io resto prigioniera». Ci credeva davvero.Mi portano nelle piazze dello spaccio. A Palazzo Grimaldi, sotto l'insegna del parrucchiere per soli uomini African school of fashion, ci sono una decina di ragazzi, tutti ben vestiti, catenine, jeans alla moda, telefonini all'orecchio. «Prendono gli ordini». Machete e iPhone, la nuova mafia funziona così. Ed è imprendibile. Qui i clan sono sparsi, ramificati. Il territorio li favorisce. Il crimine è dovunque, in ogni casa potenzialmente c'è un pusher. O un pappone. Catturarli, in mezzo a questo dedalo di nulla, è impossibile. Per questo usano Castel Volturno come quartier generale. Da qui partono per andare a delinquere in tutta Italia. Nessuno riesce a fermarli.«Devi vedere cosa succede là davanti di notte». Che succede? «Saltano fuori gli zombi». Siamo arrivati all'hotel Boomerang. Il centro del centro. Il cuore della mafia. il fulcro dei traffici. Una volta ospitava villeggianti. Doveva essere bello, s'intravede il portico, quella che doveva essere la hall. C'era pure la piscina. Adesso è un cumulo di macerie. Ogni stanza, un devasto. Ogni stanza, uno spaccio. Per arrivarci bisogna scavalcare muretti caduti, pezzi di presepe, avanzi di cene, calciobalilla rotti e un tappeto di siringhe ancora coperte di sangue. Al piano terra, le camere dell'hotel sono diventate le camere del buco. La scala per salire al piano superiore è crollata. C'è una scala provvisoria, a pioli, con i gradini malandati. Da sopra si sentono voci. La situazione si fa tesa. «Meglio che ce ne andiamo».Mentre usciamo veloci dall'ultimo covo chiedo ai miei accompagnatori a che serva far tanti soldi per vivere in questo letamaio. «Questa è solo la base operativa», mi rispondono. Raccontano che alcuni boss della mafia nigeriana si stanno comprando ville nelle zone circostanti. Anche a Casal di Principe, in faccia ai re della camorra. Vogliono sostituirli anche lì? Vogliono espandersi? Scateneranno una guerra? Conquisteranno nuovi territori? Mentre mi faccio queste domande, salgo di corsa sull'auto, che era rimasta con il motore acceso e il muso rivolto verso la strada, pronta a ripartire. Sono un po' affannato. Mi accorgo che ho messo le scarpe nella merda di Castel Volturno. Letteralmente. «Pulisciti con il giornale e buttalo dal finestrino» mi dicono. Ma così spargo merda anch'io, obietto. Mi guardano come se fossi un alieno. In effetti qui spargere merda sembra inevitabile. Per tutti. Persino per gli alieni. E anche questo è il segno di una sconfitta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/voodoo-machete-e-iphone-viaggio-a-castel-volturno-regno-dei-padrini-nigeriani-2627340392.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nellex-fabbrica-zanussi-i-cinesi-puniscono-gli-operai" data-post-id="2627340392" data-published-at="1767534227" data-use-pagination="False"> Nell’ex fabbrica Zanussi i cinesi puniscono gli operai Ansa Sulla fabbrica sventola bandiera rossa. La bandiera cinese. E non sarebbe strano, se non ci trovassimo in mezzo alle Alpi. Invece siamo a Mel, ai piedi delle Dolomiti bellunesi, come recita l'opuscolo dell'ufficio del turismo. Uno dei borghi più belli d'Italia, con quella piazza centrale che sembra uno scorcio di Venezia rubato alla Laguna e trasportato quassù, in mezzo alle montagne. «Io amo dormire fra i caprioli e i cervi», mi dice il giovane barista con l'accento veneto. Mi offre il caffè, ma si capisce che non ama tanto i forestieri. E chissà allora che cosa pensa di quel drappo della Repubblica popolare cinese che è stata innalzato laggiù, nella zona artigianale, su quella che una volta era una fabbrica modello del Veneto. E adesso è diventata un feudo di mister Lu e della municipalità di Canton. Ci arrivo un giorno di settembre, mentre i giornali annunciano l'ennesimo piano di esuberi. Qui, ai tempi d'oro, ci lavoravano 2.000 dipendenti. Adesso sono rimasti meno di 300. Fuori dai cancelli le bandiere dei sindacati che si mescolano con il rosso di Pechino. Appena si entra nello stabilimento c'è un grande poster con delle cascate. Arabba? La Marmolada? Pian Cansiglio? Macché: cascate cinesi. Accanto, delle lanterne rosse portafortuna. Mi raccontano del primo cinese arrivato qui a gestire l'azienda, il predecessore di mister Lu: si chiamava mister Wu e non usciva mai dal suo ufficio. Così lo aveva trasformato in un pezzo d'Oriente. «Mai andato da nessuna parte, abbiamo faticato anche a trascinarlo per mezza giornata a Venezia», raccontano. Una volta si era messo in testa di infliggere punizioni corporali ai dipendenti. «Chi sbaglia deve fare sessanta flessioni», ha ordinato. «Può esentare almeno le donne?», ha chiesto sommessamente un operaio. E lui, salendo in cattedra: «Non se ne parla nemmeno. Noi cinesi siamo per la parità dei sessi…». La fabbrica si chiama Acc, oggi Italia Wanbao Acc. Il nome non vi dirà nulla, eppure è un pezzo della gloria industriale italiana. Faceva parte dell'impero Zanussi, quello delle lavatrici Rex, poi anche Zoppas, «loro li fanno, nessuno li distrugge», roba da Carosello in bianco e nero, boom economico e Seicento Fiat. Lo stabilimento sorge nella frazione Villa di Villa, tra capannoni squadrati, avanzi di ponti e campi di granturco. Venne costruito negli anni Sessanta con i fondi del Vajont. E ancora oggi produce il compressore, cioè il cuore tecnologico del frigorifero, l'unica cosa, mi spiegano, che differenzia l'elettrodomestico da un armadio. Un oggetto che sta in tutte le case, ma a cui è difficile dare importanza. A meno che non si rompa, naturalmente. O che faccia troppo rumore. Oppure a meno che non si venga qui, a respirare sotto i capannoni, l'amore e l'orgoglio con cui viene curato in ogni singola valvola. Eppure, su quell'orgoglio ci hanno giocato in tanti. In troppi. Fino a rischiare di distruggerlo. Fino a metterlo in ginocchio. Fino a consegnarlo ora ai cinesi, che sono diventati, per paradosso, l'unica speranza fra le montagne del bellunese. E allora bisogna raccontarla questa storia, che racchiude in sé un po' tutti i paradossi del sistema produttivo del nostro Paese, così maltrattato e mal gestito da consegnarsi ai signori Wu e alle loro lanterne rosse come se fossero gli unici possibili salvatori. Fino ai primi anni Duemila qui girava tutto a meraviglia, commesse, fornitori, stipendi, relazioni sindacali d'avanguardia. Poi nel 2004 la decisione choc: la Electrolux-Zanussi vende lo stabilimento Acc di Mel. «Come se avesse venduto la sua anima», dicono da queste parti, addebitando a quella scelta («scellerata») tutti i successivi guai del gruppo. Lo stabilimento viene comprato da alcuni fondi internazionali, coordinati alla Goldman Sachs. Alla presidenza c'è Gian Mario Rossignolo, che era già presidente della Electrolux-Zanussi. Quindi Gian Mario Rossignolo (presidente di Electrolux-Zanussi) vende a Gian Mario Rossignolo (presidente dei fondi). Comincia male. Sì, comincia male. E purtroppo continua pure peggio. Dopo una serie di operazioni sbagliate, infatti, viene chiesto l'intervento di una società di consulenza specializzata in operazioni hard, la Alix Partners di Milano. La quale, alla fine, consulenza dopo consulenza assume direttamente il controllo dell'azienda di Mel. E, secondo quanto denunciato dall'ex commissario straordinario Maurizio Castro, comincia la spoliazione della medesima. «Quando sono arrivato io», dice, «non c'erano nemmeno le matite per scrivere…». A guidare Alix Partners è tal Luca Amedeo Ramella, manager rampante, sposato con la contessina Pontello, una vita fra agi, lussi e interventi spregiudicati dentro le società in crisi. Oggi è accusato di bancarotta fraudolenta al tribunale di Pordenone. Gli si contestano conti sballati, marchi sopravvalutati, operazioni strambe e distrazioni di fondi. Per esempio ci sono 11,6 milioni di euro pagati tra il 2008 e il 2013 dalla Acc di Mel (guidata in quel momento da Ramella) alla Alix di Milano (guidata ovviamente dal medesimo Ramella). Un po' strano, no? Alcuni dei suoi collaboratori risultano lavorare, stando alle parcelle, 30 ore al giorno. Essendo il giorno composto di 24 ore, si tratta di un piccolo miracolo finanziario all'ombra del compressore. Peccato che il miracolo non riesca, invece, nello stabilimento di Mel: mentre infatti Ramella (come consulente) incassa gettoni milionari, Ramella (come amministratore della Acc) lascia a casa gli operai. La produzione cala vistosamente e quel che ne resta viene spostato, patriotticamente, nello stabilimento in Austria. Il motivo? Semplice. In Austria non hanno ammortizzatori sociali. In Italia, invece, c'è la cassa integrazione. E quei fessi di contribuenti che pagano per tutti. Nel 2013 l'azienda è a un passo dal fallimento. Interviene il ministro, viene nominato il commissario. Maurizio Castro, per l'appunto. È un ex dirigente, poi diventato senatore, sempre attaccato al suo territorio, benvoluto da tutti. Mette una pezza allo sfascio con l'aiuto degli operai che per sei mesi lavorano a metà stipendio. Poi va in giro per il mondo, con la valigetta in mano, per cercare un compratore. Dopo un anno e mezzo riesce a concludere con la società Wanbao, di proprietà pubblica, del distretto di Canton. Dicono che durante le trattative i cinesi non capissero le parole «part time» e «cassa integrazione». «Voi pagate persone che stanno a casa?», chiedevano insistentemente. E poi scuotevano la testa: «Avevamo un'altra idea del capitalismo». Anche noi, per la verità, avevamo un'altra idea del capitalismo. E perciò ci sembra che, in questa storia, ci sia una summa dei mali che hanno avvelenato e ucciso l'impresa italiana. Pensateci. C'era una fabbrica modello. Poi la vendita. L'internazionalizzazione. Qualche decisione scellerata. Poi Goldman Sachs. Poi i fondi anglosassoni che fanno disastri. Qualche furbo italiano che tenta di approfittarne. E la globalizzazione che si trasforma in disperazione. Per metterci una pezza, alla fine, si è disposti a tutto. Perfino a consegnarsi nelle fauci del Dragone. Così a Mel, ora, si sono quasi abituati a vedere quelle lanterne rosse all'ingresso della fabbrica, accanto ai cimeli della storia locale. Non ci fanno più caso. Le considerano normali. Io non ci riesco. Le guardo un po' perplesso. «Davvero pensate che i cinesi vi salveranno?», chiedo all'improvviso. In risposta solo volti imbarazzati. «Loro, almeno, sono onesti» mormorano. Ma non aggiungono di più. Dalla sala mensa, aprendo le finestre, sopra la bandiera della Repubblica popolare svettano le Dolomiti. Chissà se oggi a qualcuno toccherà di nuovo fare le flessioni.
Giorgia Meloni (Ansa)
A margine dell’incontro, il capo di Stato maggiore delle forze armate ucraine, Andriy Gnatov, ha reso noto che Kiev e Washington hanno raggiunto un accordo bilaterale sul futuro sostegno all’esercito ucraino. Nel documento vengono descritte «le modalità di supporto all’Ucraina, alle forze armate, al loro approvvigionamento, alla loro modernizzazione». Nel frattempo, il presidente americano, Donald Trump, ha espresso tutta la sua frustrazione nei confronti dello zar russo: «Non mi entusiasma Putin. Non sono contento. Sta uccidendo troppe persone».
In ogni caso, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, dopo la riunione a Kiev, ha scritto su X: «Il lavoro con i consiglieri continua. Stiamo preparando gli incontri in Europa la prossima settimana» e anche quelli «con gli Stati Uniti». Il prossimo appuntamento, a livello di leader, sarà infatti il 6 gennaio quando è previsto a Parigi il vertice della Coalizione dei Volenterosi. A prendere parte all’incontro sarà anche il presidente del consiglio, Giorgia Meloni.
E in vista del summit di Parigi, Zelensky si è anche sentito telefonicamente con il premier britannico, Keir Starmer, per «discutere i dettagli». Ma non solo: i due hanno anche parlato «della necessità di una giusta decisione riguardo ai proventi congelati derivanti dalla vendita del Chelsea». Si tratta di «2,5 miliardi di sterline che possono e devono contribuire in modo significativo a proteggere le vite umane e sostenere la ripresa dell’Ucraina dopo tutti gli attacchi russi» ha scritto Zelensky su X. Solamente un paio di settimane fa, Starmer ha minacciato l’ex proprietario della squadra di calcio, Roman Abramovich, di ricorrere ad azioni legali qualora l’oligarca russo si rifiuti di donare i proventi della vendita a Kiev. Tornando alla telefonata, una nota di Downing Street ha aggiunto che Zelensky «ha discusso del lavoro in corso per garantire il dispiegamento di una forza multinazionale in Ucraina nei giorni successivi al cessate il fuoco».
Oltre alle trattative di pace, il presidente ucraino prosegue con il rimpasto dopo lo scandalo sulla corruzione: ha proposto l’ex primo ministro Denys Shmyhal, che è stato alla guida del ministero della Difesa per meno di sei mesi, come nuovo ministro dell’Energia e primo viceministro. A prendere il posto di Shmyhal al dicastero della Difesa sarà l’ormai ex ministro alla Transizione digitale, Mykhailo Fedorov. Nel motivare quest’ultima decisione, il leader di Kiev ha dichiarato che Fedorov sarà «in grado di attuare cambiamenti nel settore della difesa» visto che è stato già «profondamente impegnato nel lavoro sui droni». Inoltre, Zelensky ha annunciato su X che cambierà i vertici in cinque regioni, ovvero a «Vinnytsia, Dnipro, Poltava, Ternopil e Chernivtsi».
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Ansa
Arrivano le prime certezze dalla Svizzera. «Tre delle vittime sono italiane. Le famiglie sono state avvertite»: ad annunciarlo, in tarda serata, è stato l’ambasciatore Gian Domenico Cornado. I dispersi sono, dunque, tre. Sempre ieri, infatti, in serata, è stata diffusa la notizia dell’identificazione ufficiale, da parte delle autorità elvetiche, del primo morto italiano nella strage di Crans-Montana: si tratta di Giovanni Tamburi , 16 anni di Bologna, che si aggiunge alla probabile morte del golfista genovese, Emanuele Galeppini, e quella di Chiara Costanzo, 15 anni. È il padre di quest’ultima a spegnere ogni speranza una volta saputo che i feriti non identificati sono tutti maschi.
Una giornata, quella di ieri, scandita dalla rabbia delle famiglie. Una risposta al dolore, la loro, spiegano gli psicologi che li assistono. «È una rabbia legata all’attesa e permette di non sentire il dolore e la tristezza. Una risposta fisiologica» che va compresa «senza controreagire», spiegano gli esperti. E chi li cura aggiunge: «Hanno bisogno di sapere e lo stato di attesa è peggiore di una certezza anche terribile».
Chiunque abbia figli ha provato a immaginare quel dolore, è impossibile, eppure la rabbia non monta solo tra i diretti coinvolti perché iniziano a farsi largo le domande che tutte puntualmente, restano senza risposte. Come è potuto succedere? Di chi sono le responsabilità? Possibile che non si riesca a capire chi è morto e chi è vivo? E nelle stesse ore un’altra penosa polemica ha preso piede nei dibattiti televisivi e sui social. Alcuni, senza che ancora si sia messo un punto all’emergenza e alle identificazioni, ha pensato di giudicare quei ragazzi che, presi dall’ingenuità, nei primi momenti dell’emergenza riprendevano le fiamme. Quasi fosse loro la colpa della loro disgrazia. Mancano le risposte ma manca anche il rispetto.
«L’operazione non è affatto conclusa fino a quando l’ultimo dei nostri ragazzi sarà tornato a casa», ha detto l’assessore al Welfare lombardo, Guido Bertolaso, che sta gestendo l’emergenza. «In questi giorni abbiamo fatto oltre venti voli verso la Svizzera per andare a prendere i ragazzi, 40 ore di volo in condizioni meteorologiche non ottimali e attraversando le Alpi. È un gioco di squadra italiano di cui siamo orgogliosi, e non ci fermiamo qui».
Non solo Milano, anche il Villa Scassi di Genova accoglierà una paziente ferita a Crans-Montana. Si tratterebbe di una persona adulta, non è certo se italiana o straniera. L’arrivo in elicottero è previsto intorno alle 15 di oggi, l’ospedale ha messo a disposizione ulteriori quattro posti letto. I pazienti trasferiti dalla Svizzera al Niguarda di Milano, intanto, sono diventati nove e sono tutti in «buone condizioni cliniche», come riferito nell’ultimo bollettino. Nella tarda mattinata di ieri è arrivata un’altra quindicenne, Sofia. Era ricoverata all’ospedale di Losanna «sicuramente la paziente in questo momento più grave», ha detto Bertolaso. Almeno fino a quando non c’è stato un altro arrivo precedentemente non previsto. Contrariamente a quanto comunicato al mattino, infatti, nel pomeriggio è arrivata nell’ospedale del capoluogo lombardo una nuova paziente. Ha 16 anni, era proveniente da Zurigo ed era stata definita in precedenza «non trasportabile». Si tratta di Francesca, anche lei milanese, considerata la paziente più grave e già operata due volte in Svizzera.
Francesca e Sofia frequentano il liceo Virgilio, con loro ci sono altri due ragazzi coinvolti nella tragedia del locale svizzero, tutti e quattro frequentavano la terza D del liceo di Milano che in questi giorni vive momenti di angoscia. Gli altri due, Leonardo, promessa del calcio e Kean, sono ricoverati in Svizzera e, per il momento, non possono essere trasportati. Erano tutti ospiti nella casa a Crans dei genitori di Francesca. Insieme a loro dovevano partire per la vacanza altri due studenti del Virgilio, due amici anche loro invitati dalla famiglia di Francesca, ma all’ultimo hanno rinunciato al viaggio, uno perché malato. Lo ha confermato all’Ansa il preside dell’istituto, Roberto Garrone: inizialmente, infatti, «dovevano partire in sei».
«Poi ci sono due ragazzi nostri, sembrano essere nostri perché non sono ancora stati identificati con certezza», ha detto Bertolaso in uno degli ultimi punti stampa, «sono i due casi più gravi e si trovano al centro grandi ustioni in Zurigo. Abbiamo la ragionevole speranza che si tratti di due ragazzi italiani ma dobbiamo ancora fare le prove del Dna. Hanno il volto completamente coperto da tutte le medicazioni perché, avendo avuto ustioni sul volto, il primo intervento che hanno fatto i sanitari elvetici è stato quello di curare la parte della faccia e, quindi, non possiamo sciogliere quelle che sono le medicazioni per andare a vedere se si tratta di uno piuttosto che di un altro. Ovviamente sono intubati, quindi non sono in grado di parlare e per cui bisogna attendere la possibilità di una identificazione certa».
Una tragedia per le famiglie, ma per un’intera comunità. Il 7 gennaio riaprirà il Virgilio, così come le altre scuole italiane, ma quegli studenti dovranno affrontare questo terribile trauma. Per questo è stato già predisposto l’arrivo di una squadra di psicologi ha spiegato il preside: «la sera dello stesso giorno probabilmente ci sarà un incontro di supporto dedicato ai docenti e ai genitori con degli specialisti». Storie di vite spezzate, tra chi è morto, chi è sopravvissuto e chi per affetto è vicino a queste vittime, nulla sarà più lo stesso.
Indagati i titolari del locale-trappola. Erano senza licenza per la discoteca
Sono indagati per «omicidio, lesioni personali e incendio a titolo colposo per negligenza» Jessica e Jacques Moretti, i titolari di Le Constellation, il locale nella via centrale di Crans-Montana che, la notte di Capodanno, si è trasformato in una trappola senza scampo per 40 giovani bruciati vivi e altri 121 gravemente feriti.
A dare, finalmente, la notizia - che a dire il vero per le logiche della giustizia italiana risultava scontata, se non addirittura in ritardo rispetto all’enormità della tragedia - è stata la Procura cantonale del Vallese che, due giorni fa, aveva annunciato con una conferenza stampa l’avvio di un inchiesta sulle cause del rogo, causato - ormai con pochi dubbi - dalle candele scintillanti accese sulle bottiglie di champagne e finite troppo vicine al soffitto, ricoperto con materiale fonoassorbente evidentemente non ignifugo. In ossequio alla prudenza svizzera, tuttavia, le stesse autorità, ci hanno tenuto a puntualizzare che «la presunzione di innocenza si applica fino alla pronuncia della condanna definitiva» e che, per il momento, a carico della coppia non sono previste misure cautelari in carcere, né ai domiciliari.
Mentre le ore trascorrono - lentissime per le tante famiglie colpite dalla tragedia - le domande senza risposta, su come e con quali logiche, quel locale, aperto ai più giovani, fosse realmente gestito dalla coppia di corsi, sono sempre più numerose e inquietanti. Le misure di sicurezza evidentemente non adeguate, una porta di uscita sul retro che alcuni soccorritori sostengono di aver trovato chiusa a chiave, l’abitudine consolidata di utilizzare giochi pirotecnici in un seminterrato e quella schiuma insonorizzante a tappezzare il soffitto che ha preso fuoco in un attimo e che lascia, legittimamente, aperti tutti i dubbi possibili sull’adeguatezza degli spazi alle norme antincendio.
Eppure, la chiave per capire come sia possibile che, nella precisa Svizzera, un locale così pericoloso fosse accessibile e frequentato, potrebbe nascondersi proprio nella destinazione d’uso degli spazi, ricavati nei sotterranei del palazzo di Rue Central 35 a Crans-Montana. Le Constellation, infatti, era stato autorizzato con la funzione di bar e non di discoteca e non sarebbe mai dovuto essere adibito a sala da ballo. E, forse, proprio qui, si nasconde l’inghippo.
A rendere nota l’incongruenza è l’agenzia di stampa Agi che è entrata in possesso della visura camerale del locale, nella quale è riportato chiaramente che la licenza riguarda attività di «ristorazione, vendita di bevande e commercio dei vini in generale», senza alcuna menzione ad attività di discoteca. Effettivamente, anche guardando semplicemente ai claim promozionali di Le Constellation, arriva la conferma: la scritta all’esterno del locale indica «longue bar» e «cocktail bar» e anche le recensioni su Tripadvisor, sospese dopo la tragedia, non nominano mai locali da ballo: «Pranzo, cena, aperto fino a tardi, bevande da asporto e al tavolo» sono i servizi promossi sul sito per turisti, e niente altro. Ed è chiaro che le norme di sicurezza per servire un cocktail ad avventori seduti a tavolino non sono le stesse che si applicano ad una serata scatenata in pista con centinaia di adolescenti.
Sotto accusa - soprattutto per chi conosceva la storia del locale - ci sono i lavori di ristrutturazione realizzati nel 2015, a quanto pare, direttamente da Jacques Moretti nel tempo record di 100 giorni, ovvero tre mesi, nei quali l’uomo - lavorando instancabilmente - aveva trasformato il seminterrato abbandonato in uno spazio con il permesso di ospitare fino a 300 persone. «Sono stati fatti tre controlli in dieci anni ed era sempre tutto a posto», ha dichiarato più volte lo stesso Moretti e mentre si spera che i risultati di quei controlli siano già al vaglio degli inquirenti elvetici, resta da capire per quale finalità d’uso degli spazi quei controlli erano stati predisposti.
Per esempio quella schiuma insonorizzante in materiale plastico nero, che rivestiva il soffitto - ben visibile in diverse immagini diffuse sui social e nei video drammatici delle prime fiamme - era stato validato come rivestimento per un tranquillo cocktail bar o era stato ritenuto idoneo anche a ricoprire le pareti di una discoteca? Molte ricostruzioni dell’accaduto riportate sui social dagli avventori abituali di Le Constellation sottolineano la vetustà dello stabile e alcune ipotizzano addirittura che durante la ristrutturazione, avvenuta nel 2015, il vano scale che collega i due piani - il terra e il seminterrato - sia stato ridotto per il posizionamento degli arredi.
Comunque sia, la piantina degli ambienti sembra evidenziare una carenza di uscite soprattutto in relazione al numero di persone ammesse, almeno secondo gli standard del nostro Paese. In Italia, infatti, è obbligatorio. per ottenere il via libera a qualsiasi inaugurazione di attività aperta al pubblico. presentare il «piano di sicurezza» formulato e sottoscritto da esperti che basano le autorizzazioni proprio sul rapporto tra il numero e l’ampiezza delle vie di fuga, la capienza delle persone e il tipo di attività previste.
«Non sono in grado di fare paragoni con l’Italia ma quello che posso dire è che in Italia esistono servizi di vigilanza interna, c’è del personale e non oso immaginare un locale notturno gestito in questo modo nel nostro Paese dove abbiamo procedure molto severe», ha dichiarato l’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, interpellato sulla questione.
Truffa e squillo nella vita di Jacques
Lui ex carcerato, finito dentro per sfruttamento della prostituzione, lei imprenditrice rampante, figlia - per beffa del destino - di un vigile del fuoco. Sembrano i protagonisti di un brutto film Jaques Moretti e Jessica Maric, i proprietari del locale Le Constellation, nel centro di Crans-Monatana, all’interno del quale hanno perso la vita, arsi vivi, 40 giovanissimi che festeggiavano lì la notte di Capodanno e che non sono riusciti a fuggire dalle fiamme mentre Jessica Maric, presente, è uscita praticamente illesa dal rogo.
A rivelare il passato dell’uomo è il quotidiano Le Parisien che spiega come Moretti, soprannominato «il corso» e originario di Ghisonaccia, un piccolo paese dell’isola francese, oggi 49 anni, non sarebbe affatto uno sconosciuto per il sistema giudiziario francese. L’uomo, tra la metà degli anni Novanta e il 2005, sarebbe stato processato e poi condannato a un periodo di carcere, scontato nelle galere della Savoia, per reati non banali: truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona. Moretti, tuttavia, dopo aver pagato il suo debito con la giustizia, era uscito dal giro tanto che la polizia francese - sempre secondo Le Parisien - lo ritiene un soggetto ormai «lontano dallo spettro della criminalità organizzata».
Pochi anni dopo, l’incontro con Jessica, allora giovane intraprendente con un curriculum di studi di tutto rispetto. Il profilo di Jessica Maric, oggi 40 anni, è quello di una donna benestante a cui la famiglia ha dato la possibilità di formarsi una solida base culturale. Originaria della Corsica, la donna ha vissuto in Costa Azzurra per molti anni e precisamente a Cannes dove il padre, Jean-Paul Maric, è stato vigile del fuoco nel comparto cittadino e lo zio, Jean-Pierre Maric, presidente del comitato municipale degli incendi forestali ad Auribeau-sur-Siagne.
Dopo gli studi superiori in un istituto di Antibes, Jessica ha frequentato l’Università di Glamorgan, nel Galles meridionale, per poi completare la sua formazione all’Università internazionale di Monaco e alla Montpelier Business School in Francia. Tutte esperienze che dovevano prepararla a un futuro nel commercio e nell’impresa. Oltre che sulla formazione di Jessica, tuttavia, la coppia ha, con ogni probabilità, potuto contare anche su solide basi economiche per arrivare a diventare proprietaria di ben tre locali di livello medio alto, in una delle località sciistiche più rinomate dell’arco alpino. L’idea di investire a Crans Montana sarebbe arrivata proprio dopo una vacanza sulla neve e - detto fatto - da quel momento i due avrebbero intrapreso attività a tal punto efficaci da renderli titolari e gestori in pochi anni, oltre che di Le Constellation, aperto nel 2015, anche del bar ristorante Le Senso e del locale Le vieux Chalet, nel Comune di Lens, specializzato nel servire piatti tipici della Corsica.
La coppia che, a quanto risulta, ha un figlio, la residenza in Corsica e una proprietà immobiliare in Costa Azzurra, a Crans-Montana è molto conosciuta ma non sempre di buona fama. Mentre alcuni ricordano la «cattiva reputazione» di Jaques, altri lo definiscono «un gran lavoratore». Su di lui Le Parisien riporta, tra gli altri, un racconto inquietante. Un anziano del posto, che sostiene di conoscere da tempo Moretti, intervistato dal quotidiano francese ha riferito che l’uomo, in una occasione, gli avrebbe chiesto «di portare dei contanti in Corsica nelle sue valigie quando stava programmando una vacanza lì» e che la stessa proposta sarebbe stata avanzata da parte di Moretti anche ad altri del posto.
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Ogni volta che un’area del mondo si infiamma, Bitcoin si ripresenta come l’oro dei tempi moderni, ma senza miniere, senza cave e soprattutto senza bandiere. Non è una valuta, non è un asset rifugio tradizionale, non è nemmeno più una ribellione: è un riflesso del mercato quando la politica decide di alzare la voce. Subito dietro, con passo più lento ma con la solennità di chi sa di essere eterno, arriva l’oro. Che in realtà non arriva: c’era già. L’oro viaggia sui massimi, attorno ai 4.500 dollari l’oncia, e guarda il mondo con l’aria di chi ha già visto imperi cadere, presidenti rovesciati e guerre annunciate come «interventi chirurgici». Gli acquisti sono previsti, attesi, quasi scontati. Perché quando la geopolitica tossisce, l’oro non si ammala: ingrassa. E poi c’è il petrolio, che in queste storie gioca sempre una doppia partita. Nel breve periodo, il copione è noto: tensioni, rischio geopolitico, qualche spunto rialzista. Basta evocare il Venezuela, basta ricordare che lì sotto la terra ci sono le maggiori riserve di greggio del pianeta, per far tremare le quotazioni. Ma attenzione, perché sul lungo periodo il film potrebbe ribaltarsi. Se davvero il petrolio venezuelano dovesse tornare sul mercato in modo strutturale, con volumi significativi, l’effetto potrebbe essere l’opposto: più offerta, più concorrenza, prezzi sotto pressione. Insomma, oggi il petrolio sale per paura, domani potrebbe scendere per abbondanza. È la schizofrenia tipica delle materie prime quando la politica internazionale decide di rimettere mano alla mappa.
Nel frattempo, mentre Bitcoin corre, l’oro brilla e il petrolio tentenna, c’è un settore che ringrazia in silenzio e incassa. È quello della difesa. Perché ogni volta che il mondo si complica, qualcuno deve pur vendere ordine, sicurezza, deterrenza. E possibilmente fatturare. Titoli come Leonardo, Rheinmetall o Fincantieri sono i veri beneficiari di questa confusione globale. Non perché amino la guerra - almeno ufficialmente - ma perché prosperano nella sua possibilità permanente. Non serve il conflitto aperto: basta l’idea, l’ipotesi, il rischio. È il paradosso dei mercati moderni: più cresce l’instabilità, più aumenta il valore di chi promette stabilità armata. Le borse lo sanno, gli investitori anche. E così, mentre i comunicati ufficiali parlano di «preoccupazione» e «monitoraggio della situazione», i listini fanno esattamente l’opposto: scelgono, puntano, scommettono. Alla fine, il blitz Usa su Maduro è l’ennesimo promemoria di una verità scomoda: la geopolitica non è solo diplomazia e carri armati, è anche un gigantesco market mover. E i mercati, come sempre, non giudicano. Reagiscono. Con cinismo, con rapidità, con memoria corta. Oggi Bitcoin, oro e difesa. Domani chissà. Ma una cosa è certa: quando la storia accelera, la finanza non resta mai ferma a guardare. Anzi, corre. E spesso arriva prima.
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