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2019-01-29
Voodoo, machete e iPhone. Viaggio a Castel Volturno regno dei padrini nigeriani
Ansa
«Magari fossero armati di pistola». Magari? «Magari». Il giovane agente guarda il mio stupore e sorride. Poi spiega: «Li vedi? Adesso girano con il machete». Il machete. «Sì. E quelli più moderni con l'ascia». E allora? «Se usassero la pistola sarebbe un buon segno». Perché? «Vorrebbe dire che hanno iniziato a integrarsi». Lo guardo e mi accorgo che il mio stupore non diminuisce. Anzi. Continua a crescere. Al punto da pensare che per capire davvero Castel Volturno si debba partire da qui. Da un agente che si augura di vedere un segno di integrazione, almeno uno, in qualsiasi parte. In qualsiasi posto. In qualsiasi modo. Persino in una pistola.
Se ti guardi intorno capisci perché. Nigeriani, poi nigeriani, poi nigeriani. Poi ghanesi. E poi ancora nigeriani. Di stranieri tanti, di sbandati troppi, di Italia nemmeno un po'. Non ne è rimasta traccia qui. L'Italia dev'essere sepolta sotto le macerie delle case diroccate. O forse sotto i cumuli di immondizia che intralciano le vie. Castel Volturno è così: uno Stato nello Stato. Un pezzo d'Africa trapiantato nel cuore della Penisola. Un angolo di Continente Nero fra Napoli e Roma. Qui non valgono le nostre regole, le nostre leggi, la nostra lingua, le nostre istituzioni. Qui la terra non è più nostra. E infatti per occuparla bisogna pagare il pizzo ai nuovi padroni. Anzi, ai nuovi padrini.
Coppola? Lupara? Corleone? Macché. Con buona pace di Marlon Brando, il nuovo Padrino indossa un basco, ha la pelle nera e in mano il machete. È nato a Lagos o Benin City. E comanda a casa nostra. Rassegnatevi: neppure nella mafia riusciamo più a primeggiare. La criminalità organizzata che un tempo era la nostra specialità, esportata e conosciuta in tutto il pianeta, ora si fa bagnare il naso dai nuovi venuti. Anzi, si fa proprio spazzare via. Qui a Castel Volturno, per dire, un tempo c'era la camorra. La vecchia stirpe dei casalesi, i principi di Gomorra, la cattiveria made in Savastano delle fiction più amate. Sembravano fortissimi, sembravano invincibili. E invece si sono ritirati. I nuovi ordini di vita e di morte, le regole dello spaccio, il pizzo e il racket delle prostitute, non vengono più comandati in napoletano. Al massimo, in kanuri o igbo. O in qualcun altro degli infiniti dialetti nigeriani.
Del resto l'italiano a Castel Volturno oggi non lo parla più nessuno. Bruna e Vincenzo, che mi accompagnano dentro le viscere di questo cadavere italiano, mi invitano a fare la prova. L'auto accosta di fronte a una villetta. Ovviamente sventrata. Il giardino è un gigantesco cumulo di sterpaglie, qualcuno ha segnato un sentiero. Procediamo. Non ci sono porte, né finestre, la prima stanza è una montagna di immondizia che tocca quasi il soffitto. «C'è qualcuno?» Dalla seconda stanza diroccata spunta un ragazzo. Veste una pettorina arancione, come quelle degli automobilisti quando cambiano gli pneumatici a bordo strada. Come mai la indossi, lì dentro, non si capisce. Dietro di lui, sulla parete sgarrupata, sono appesi in modo assurdamente ordinato pezzi di stereo, vecchie musicassette, pile probabilmente scariche ed elementi di antichi transistor. «Che fai? Vendi? Aggiusti? Recuperi?». Si chiama Yaya. Non pronuncia una parola di italiano. Ma nemmeno di inglese o di francese o di qualsiasi lingua conosciuta. È una situazione surreale: le musicassette, l'immondizia, la casa che cade a pezzi e Yaya che non riesce a spiegare che ci fa lì. Non riesce a comunicare nemmeno i pensieri più elementari. «Sarà appena arrivato», dico ai miei accompagnatori. «Macché», mi rispondono loro. «Qui non parlano italiano nemmeno dopo 20 anni…». E io penso che forse non ne hanno bisogno, in effetti. Perché da queste parti l'italiano è stato abolito. Un po' come l'Italia.
E dire che Castel Volturno era un luogo di villeggiatura. Pineta, sole, spiagge, a metà tra Napoli e Gaeta, lungo la costiera domiziana, una delle più belle del nostro Paese. Ora di quei tempi è rimasto solo il nome su qualche insegna: Villaggio Sole, Lido Annarella, Rodolfo Beach… Piccoli relitti sopravvissuti al naufragio collettivo. Alla distruzione totale. Qui è come se fosse passato un bombardamento. Sembra Aleppo. Sembra Beirut. Non c'è casa che non sia stata occupata e sventrata. I vialetti sono discariche a cielo aperto. Non ci sono fognature, tutti gli allacciamenti elettrici sono abusivi. Reticolati divelti, pezzi di arredamenti, cumuli di rifiuti che arrivano fino al primo piano di quelle che una volta erano villette per famiglie al mare.
Di palazzi distrutti ne ho visti tanti. Ce ne sono in tutte le periferie. Ma in nessun luogo d'Italia esiste un'area così vasta, in pratica un intero paese, ridotto a poltiglia di arbusti e mattoni. E il risultato è paradossale: dopo aver girato per ore fra queste vie che non sono più vie, in mezzo a queste case che non sono più case, mi accorgo di essere talmente assuefatto al degrado da considerarlo normale. «Guardate lì», dico ai miei accompagnatori. «Che cosa c'è?». «Un palazzo che non è stato devastato». Un palazzo rimasto in piedi. Uno dei pochi. Un'eccezione. E mentre lo indico mi rendo conto, di nuovo, di quanto il mio stupore sia, allo stesso tempo, assurdo e normale. Perché l'assurdo, fra le macerie di Castel Volturno, è diventato normalità.
Mi spiegano che questo disastro così esteso e manifesto non è solo frutto dell'incuria. È anche una difesa. Un risultato voluto. Un modo per segnare il territorio. «Alle case devastate e invase dai rifiuti non si avvicina nessuno», mi spiegano. E se nessuno si avvicina, è ovvio, dentro si può organizzare ciò che si vuole. Il traffico della droga. Il traffico delle donne. I riti di iniziazione. Lo smercio di refurtiva. Tutto. Libero crimine in libero rudere. E questo ormai è, a tutti gli effetti, un territorio off limits, fuori dal controllo dello Stato. Le forze dell'ordine faticano anche solo a addentrarsi nel reticolo di vialetti diventati casba. E le poche volte che lo fanno vengono avvistate dalle sentinelle. Respinte. Circondate. Cacciate. Non hanno mai possibilità di intervenire. Così le spiagge su cui si divertivano i bambini con paletta e secchiello sono diventate «Little Nigeria», la capitale della mafia africana. Quella che ha sconfitto nientemeno che i casalesi.
Nessuno sa davvero quanti siano gli stranieri irregolari presenti a Castel Volturno. Ma il numero che mi dicono sottovoce, fra una piazza dello spaccio e l'altra, è impressionante: 27.000. I clandestini (nigeriani soprattutto, poi ghanesi, nordafricani, eccetera) sarebbero dunque più numerosi dei cittadini regolari, che sono 24.000. Di sicuro la città è nelle loro mani. Formalmente non esistono, ma controllano. Non risultano, ma comandano. Non pagano, ma incassano. Soldi tanti. Violenza di più. Integrazione neanche un po'. Frequentano i loro locali. Si curano nei loro ambulatori. Si fidano dei loro santoni. Parlano i loro dialetti, spesso indecifrabili. Hanno i loro riti. A cominciare dal più diffuso di tutti, lo juju, una forma di voodoo con cui tengono schiave le prostitute. Mi raccontano che ne hanno liberata una l'altro giorno, ma lei non se ne andava. «Che aspetti?», le hanno chiesto. E lei si è tolta le mutande: «Dovete mandarle a casa». A casa in Nigeria? «Sì». E che ci fanno in Nigeria con le tue mutande? «Mi liberano dalla macumba». E se non lo fanno? «Io resto prigioniera». Ci credeva davvero.
Mi portano nelle piazze dello spaccio. A Palazzo Grimaldi, sotto l'insegna del parrucchiere per soli uomini African school of fashion, ci sono una decina di ragazzi, tutti ben vestiti, catenine, jeans alla moda, telefonini all'orecchio. «Prendono gli ordini». Machete e iPhone, la nuova mafia funziona così. Ed è imprendibile. Qui i clan sono sparsi, ramificati. Il territorio li favorisce. Il crimine è dovunque, in ogni casa potenzialmente c'è un pusher. O un pappone. Catturarli, in mezzo a questo dedalo di nulla, è impossibile. Per questo usano Castel Volturno come quartier generale. Da qui partono per andare a delinquere in tutta Italia. Nessuno riesce a fermarli.
«Devi vedere cosa succede là davanti di notte». Che succede? «Saltano fuori gli zombi». Siamo arrivati all'hotel Boomerang. Il centro del centro. Il cuore della mafia. il fulcro dei traffici. Una volta ospitava villeggianti. Doveva essere bello, s'intravede il portico, quella che doveva essere la hall. C'era pure la piscina. Adesso è un cumulo di macerie. Ogni stanza, un devasto. Ogni stanza, uno spaccio. Per arrivarci bisogna scavalcare muretti caduti, pezzi di presepe, avanzi di cene, calciobalilla rotti e un tappeto di siringhe ancora coperte di sangue. Al piano terra, le camere dell'hotel sono diventate le camere del buco. La scala per salire al piano superiore è crollata. C'è una scala provvisoria, a pioli, con i gradini malandati. Da sopra si sentono voci. La situazione si fa tesa. «Meglio che ce ne andiamo».
Mentre usciamo veloci dall'ultimo covo chiedo ai miei accompagnatori a che serva far tanti soldi per vivere in questo letamaio. «Questa è solo la base operativa», mi rispondono. Raccontano che alcuni boss della mafia nigeriana si stanno comprando ville nelle zone circostanti. Anche a Casal di Principe, in faccia ai re della camorra. Vogliono sostituirli anche lì? Vogliono espandersi? Scateneranno una guerra? Conquisteranno nuovi territori? Mentre mi faccio queste domande, salgo di corsa sull'auto, che era rimasta con il motore acceso e il muso rivolto verso la strada, pronta a ripartire. Sono un po' affannato. Mi accorgo che ho messo le scarpe nella merda di Castel Volturno. Letteralmente. «Pulisciti con il giornale e buttalo dal finestrino» mi dicono. Ma così spargo merda anch'io, obietto. Mi guardano come se fossi un alieno. In effetti qui spargere merda sembra inevitabile. Per tutti. Persino per gli alieni. E anche questo è il segno di una sconfitta.
Nell’ex fabbrica Zanussi i cinesi puniscono gli operai

Ansa
Sulla fabbrica sventola bandiera rossa. La bandiera cinese. E non sarebbe strano, se non ci trovassimo in mezzo alle Alpi. Invece siamo a Mel, ai piedi delle Dolomiti bellunesi, come recita l'opuscolo dell'ufficio del turismo. Uno dei borghi più belli d'Italia, con quella piazza centrale che sembra uno scorcio di Venezia rubato alla Laguna e trasportato quassù, in mezzo alle montagne. «Io amo dormire fra i caprioli e i cervi», mi dice il giovane barista con l'accento veneto. Mi offre il caffè, ma si capisce che non ama tanto i forestieri. E chissà allora che cosa pensa di quel drappo della Repubblica popolare cinese che è stata innalzato laggiù, nella zona artigianale, su quella che una volta era una fabbrica modello del Veneto. E adesso è diventata un feudo di mister Lu e della municipalità di Canton.
Ci arrivo un giorno di settembre, mentre i giornali annunciano l'ennesimo piano di esuberi. Qui, ai tempi d'oro, ci lavoravano 2.000 dipendenti. Adesso sono rimasti meno di 300. Fuori dai cancelli le bandiere dei sindacati che si mescolano con il rosso di Pechino. Appena si entra nello stabilimento c'è un grande poster con delle cascate. Arabba? La Marmolada? Pian Cansiglio? Macché: cascate cinesi. Accanto, delle lanterne rosse portafortuna. Mi raccontano del primo cinese arrivato qui a gestire l'azienda, il predecessore di mister Lu: si chiamava mister Wu e non usciva mai dal suo ufficio. Così lo aveva trasformato in un pezzo d'Oriente. «Mai andato da nessuna parte, abbiamo faticato anche a trascinarlo per mezza giornata a Venezia», raccontano. Una volta si era messo in testa di infliggere punizioni corporali ai dipendenti. «Chi sbaglia deve fare sessanta flessioni», ha ordinato. «Può esentare almeno le donne?», ha chiesto sommessamente un operaio. E lui, salendo in cattedra: «Non se ne parla nemmeno. Noi cinesi siamo per la parità dei sessi…».
La fabbrica si chiama Acc, oggi Italia Wanbao Acc. Il nome non vi dirà nulla, eppure è un pezzo della gloria industriale italiana. Faceva parte dell'impero Zanussi, quello delle lavatrici Rex, poi anche Zoppas, «loro li fanno, nessuno li distrugge», roba da Carosello in bianco e nero, boom economico e Seicento Fiat. Lo stabilimento sorge nella frazione Villa di Villa, tra capannoni squadrati, avanzi di ponti e campi di granturco. Venne costruito negli anni Sessanta con i fondi del Vajont. E ancora oggi produce il compressore, cioè il cuore tecnologico del frigorifero, l'unica cosa, mi spiegano, che differenzia l'elettrodomestico da un armadio. Un oggetto che sta in tutte le case, ma a cui è difficile dare importanza. A meno che non si rompa, naturalmente. O che faccia troppo rumore. Oppure a meno che non si venga qui, a respirare sotto i capannoni, l'amore e l'orgoglio con cui viene curato in ogni singola valvola.
Eppure, su quell'orgoglio ci hanno giocato in tanti. In troppi. Fino a rischiare di distruggerlo. Fino a metterlo in ginocchio. Fino a consegnarlo ora ai cinesi, che sono diventati, per paradosso, l'unica speranza fra le montagne del bellunese. E allora bisogna raccontarla questa storia, che racchiude in sé un po' tutti i paradossi del sistema produttivo del nostro Paese, così maltrattato e mal gestito da consegnarsi ai signori Wu e alle loro lanterne rosse come se fossero gli unici possibili salvatori.
Fino ai primi anni Duemila qui girava tutto a meraviglia, commesse, fornitori, stipendi, relazioni sindacali d'avanguardia. Poi nel 2004 la decisione choc: la Electrolux-Zanussi vende lo stabilimento Acc di Mel. «Come se avesse venduto la sua anima», dicono da queste parti, addebitando a quella scelta («scellerata») tutti i successivi guai del gruppo. Lo stabilimento viene comprato da alcuni fondi internazionali, coordinati alla Goldman Sachs. Alla presidenza c'è Gian Mario Rossignolo, che era già presidente della Electrolux-Zanussi. Quindi Gian Mario Rossignolo (presidente di Electrolux-Zanussi) vende a Gian Mario Rossignolo (presidente dei fondi). Comincia male.
Sì, comincia male. E purtroppo continua pure peggio. Dopo una serie di operazioni sbagliate, infatti, viene chiesto l'intervento di una società di consulenza specializzata in operazioni hard, la Alix Partners di Milano. La quale, alla fine, consulenza dopo consulenza assume direttamente il controllo dell'azienda di Mel. E, secondo quanto denunciato dall'ex commissario straordinario Maurizio Castro, comincia la spoliazione della medesima. «Quando sono arrivato io», dice, «non c'erano nemmeno le matite per scrivere…».
A guidare Alix Partners è tal Luca Amedeo Ramella, manager rampante, sposato con la contessina Pontello, una vita fra agi, lussi e interventi spregiudicati dentro le società in crisi. Oggi è accusato di bancarotta fraudolenta al tribunale di Pordenone. Gli si contestano conti sballati, marchi sopravvalutati, operazioni strambe e distrazioni di fondi. Per esempio ci sono 11,6 milioni di euro pagati tra il 2008 e il 2013 dalla Acc di Mel (guidata in quel momento da Ramella) alla Alix di Milano (guidata ovviamente dal medesimo Ramella). Un po' strano, no? Alcuni dei suoi collaboratori risultano lavorare, stando alle parcelle, 30 ore al giorno. Essendo il giorno composto di 24 ore, si tratta di un piccolo miracolo finanziario all'ombra del compressore. Peccato che il miracolo non riesca, invece, nello stabilimento di Mel: mentre infatti Ramella (come consulente) incassa gettoni milionari, Ramella (come amministratore della Acc) lascia a casa gli operai. La produzione cala vistosamente e quel che ne resta viene spostato, patriotticamente, nello stabilimento in Austria. Il motivo? Semplice. In Austria non hanno ammortizzatori sociali. In Italia, invece, c'è la cassa integrazione. E quei fessi di contribuenti che pagano per tutti.
Nel 2013 l'azienda è a un passo dal fallimento. Interviene il ministro, viene nominato il commissario. Maurizio Castro, per l'appunto. È un ex dirigente, poi diventato senatore, sempre attaccato al suo territorio, benvoluto da tutti. Mette una pezza allo sfascio con l'aiuto degli operai che per sei mesi lavorano a metà stipendio. Poi va in giro per il mondo, con la valigetta in mano, per cercare un compratore. Dopo un anno e mezzo riesce a concludere con la società Wanbao, di proprietà pubblica, del distretto di Canton. Dicono che durante le trattative i cinesi non capissero le parole «part time» e «cassa integrazione». «Voi pagate persone che stanno a casa?», chiedevano insistentemente. E poi scuotevano la testa: «Avevamo un'altra idea del capitalismo».
Anche noi, per la verità, avevamo un'altra idea del capitalismo. E perciò ci sembra che, in questa storia, ci sia una summa dei mali che hanno avvelenato e ucciso l'impresa italiana. Pensateci. C'era una fabbrica modello. Poi la vendita. L'internazionalizzazione. Qualche decisione scellerata. Poi Goldman Sachs. Poi i fondi anglosassoni che fanno disastri. Qualche furbo italiano che tenta di approfittarne. E la globalizzazione che si trasforma in disperazione. Per metterci una pezza, alla fine, si è disposti a tutto. Perfino a consegnarsi nelle fauci del Dragone. Così a Mel, ora, si sono quasi abituati a vedere quelle lanterne rosse all'ingresso della fabbrica, accanto ai cimeli della storia locale. Non ci fanno più caso. Le considerano normali. Io non ci riesco. Le guardo un po' perplesso. «Davvero pensate che i cinesi vi salveranno?», chiedo all'improvviso. In risposta solo volti imbarazzati. «Loro, almeno, sono onesti» mormorano. Ma non aggiungono di più. Dalla sala mensa, aprendo le finestre, sopra la bandiera della Repubblica popolare svettano le Dolomiti. Chissà se oggi a qualcuno toccherà di nuovo fare le flessioni.
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Palazzi sventrati, più immigrati che nativi e Yaya, che è qui da 20 anni ma non parla italiano. Dove la mafia di Lagos sfida i casalesi, l'integrazione passa per una pistola.Nell'ex fabbrica Zanussi i cinesi puniscono gli operai. A Mel, Dolomiti bellunesi, la Acc produceva compressori per i frigoriferi. Poi la crisi, l'intervento dei fondi stranieri e il nuovo padrone cantonese. Dai metodi draconiani.Lo speciale contiene due articoli. «Magari fossero armati di pistola». Magari? «Magari». Il giovane agente guarda il mio stupore e sorride. Poi spiega: «Li vedi? Adesso girano con il machete». Il machete. «Sì. E quelli più moderni con l'ascia». E allora? «Se usassero la pistola sarebbe un buon segno». Perché? «Vorrebbe dire che hanno iniziato a integrarsi». Lo guardo e mi accorgo che il mio stupore non diminuisce. Anzi. Continua a crescere. Al punto da pensare che per capire davvero Castel Volturno si debba partire da qui. Da un agente che si augura di vedere un segno di integrazione, almeno uno, in qualsiasi parte. In qualsiasi posto. In qualsiasi modo. Persino in una pistola.Se ti guardi intorno capisci perché. Nigeriani, poi nigeriani, poi nigeriani. Poi ghanesi. E poi ancora nigeriani. Di stranieri tanti, di sbandati troppi, di Italia nemmeno un po'. Non ne è rimasta traccia qui. L'Italia dev'essere sepolta sotto le macerie delle case diroccate. O forse sotto i cumuli di immondizia che intralciano le vie. Castel Volturno è così: uno Stato nello Stato. Un pezzo d'Africa trapiantato nel cuore della Penisola. Un angolo di Continente Nero fra Napoli e Roma. Qui non valgono le nostre regole, le nostre leggi, la nostra lingua, le nostre istituzioni. Qui la terra non è più nostra. E infatti per occuparla bisogna pagare il pizzo ai nuovi padroni. Anzi, ai nuovi padrini.Coppola? Lupara? Corleone? Macché. Con buona pace di Marlon Brando, il nuovo Padrino indossa un basco, ha la pelle nera e in mano il machete. È nato a Lagos o Benin City. E comanda a casa nostra. Rassegnatevi: neppure nella mafia riusciamo più a primeggiare. La criminalità organizzata che un tempo era la nostra specialità, esportata e conosciuta in tutto il pianeta, ora si fa bagnare il naso dai nuovi venuti. Anzi, si fa proprio spazzare via. Qui a Castel Volturno, per dire, un tempo c'era la camorra. La vecchia stirpe dei casalesi, i principi di Gomorra, la cattiveria made in Savastano delle fiction più amate. Sembravano fortissimi, sembravano invincibili. E invece si sono ritirati. I nuovi ordini di vita e di morte, le regole dello spaccio, il pizzo e il racket delle prostitute, non vengono più comandati in napoletano. Al massimo, in kanuri o igbo. O in qualcun altro degli infiniti dialetti nigeriani.Del resto l'italiano a Castel Volturno oggi non lo parla più nessuno. Bruna e Vincenzo, che mi accompagnano dentro le viscere di questo cadavere italiano, mi invitano a fare la prova. L'auto accosta di fronte a una villetta. Ovviamente sventrata. Il giardino è un gigantesco cumulo di sterpaglie, qualcuno ha segnato un sentiero. Procediamo. Non ci sono porte, né finestre, la prima stanza è una montagna di immondizia che tocca quasi il soffitto. «C'è qualcuno?» Dalla seconda stanza diroccata spunta un ragazzo. Veste una pettorina arancione, come quelle degli automobilisti quando cambiano gli pneumatici a bordo strada. Come mai la indossi, lì dentro, non si capisce. Dietro di lui, sulla parete sgarrupata, sono appesi in modo assurdamente ordinato pezzi di stereo, vecchie musicassette, pile probabilmente scariche ed elementi di antichi transistor. «Che fai? Vendi? Aggiusti? Recuperi?». Si chiama Yaya. Non pronuncia una parola di italiano. Ma nemmeno di inglese o di francese o di qualsiasi lingua conosciuta. È una situazione surreale: le musicassette, l'immondizia, la casa che cade a pezzi e Yaya che non riesce a spiegare che ci fa lì. Non riesce a comunicare nemmeno i pensieri più elementari. «Sarà appena arrivato», dico ai miei accompagnatori. «Macché», mi rispondono loro. «Qui non parlano italiano nemmeno dopo 20 anni…». E io penso che forse non ne hanno bisogno, in effetti. Perché da queste parti l'italiano è stato abolito. Un po' come l'Italia.E dire che Castel Volturno era un luogo di villeggiatura. Pineta, sole, spiagge, a metà tra Napoli e Gaeta, lungo la costiera domiziana, una delle più belle del nostro Paese. Ora di quei tempi è rimasto solo il nome su qualche insegna: Villaggio Sole, Lido Annarella, Rodolfo Beach… Piccoli relitti sopravvissuti al naufragio collettivo. Alla distruzione totale. Qui è come se fosse passato un bombardamento. Sembra Aleppo. Sembra Beirut. Non c'è casa che non sia stata occupata e sventrata. I vialetti sono discariche a cielo aperto. Non ci sono fognature, tutti gli allacciamenti elettrici sono abusivi. Reticolati divelti, pezzi di arredamenti, cumuli di rifiuti che arrivano fino al primo piano di quelle che una volta erano villette per famiglie al mare.Di palazzi distrutti ne ho visti tanti. Ce ne sono in tutte le periferie. Ma in nessun luogo d'Italia esiste un'area così vasta, in pratica un intero paese, ridotto a poltiglia di arbusti e mattoni. E il risultato è paradossale: dopo aver girato per ore fra queste vie che non sono più vie, in mezzo a queste case che non sono più case, mi accorgo di essere talmente assuefatto al degrado da considerarlo normale. «Guardate lì», dico ai miei accompagnatori. «Che cosa c'è?». «Un palazzo che non è stato devastato». Un palazzo rimasto in piedi. Uno dei pochi. Un'eccezione. E mentre lo indico mi rendo conto, di nuovo, di quanto il mio stupore sia, allo stesso tempo, assurdo e normale. Perché l'assurdo, fra le macerie di Castel Volturno, è diventato normalità.Mi spiegano che questo disastro così esteso e manifesto non è solo frutto dell'incuria. È anche una difesa. Un risultato voluto. Un modo per segnare il territorio. «Alle case devastate e invase dai rifiuti non si avvicina nessuno», mi spiegano. E se nessuno si avvicina, è ovvio, dentro si può organizzare ciò che si vuole. Il traffico della droga. Il traffico delle donne. I riti di iniziazione. Lo smercio di refurtiva. Tutto. Libero crimine in libero rudere. E questo ormai è, a tutti gli effetti, un territorio off limits, fuori dal controllo dello Stato. Le forze dell'ordine faticano anche solo a addentrarsi nel reticolo di vialetti diventati casba. E le poche volte che lo fanno vengono avvistate dalle sentinelle. Respinte. Circondate. Cacciate. Non hanno mai possibilità di intervenire. Così le spiagge su cui si divertivano i bambini con paletta e secchiello sono diventate «Little Nigeria», la capitale della mafia africana. Quella che ha sconfitto nientemeno che i casalesi.Nessuno sa davvero quanti siano gli stranieri irregolari presenti a Castel Volturno. Ma il numero che mi dicono sottovoce, fra una piazza dello spaccio e l'altra, è impressionante: 27.000. I clandestini (nigeriani soprattutto, poi ghanesi, nordafricani, eccetera) sarebbero dunque più numerosi dei cittadini regolari, che sono 24.000. Di sicuro la città è nelle loro mani. Formalmente non esistono, ma controllano. Non risultano, ma comandano. Non pagano, ma incassano. Soldi tanti. Violenza di più. Integrazione neanche un po'. Frequentano i loro locali. Si curano nei loro ambulatori. Si fidano dei loro santoni. Parlano i loro dialetti, spesso indecifrabili. Hanno i loro riti. A cominciare dal più diffuso di tutti, lo juju, una forma di voodoo con cui tengono schiave le prostitute. Mi raccontano che ne hanno liberata una l'altro giorno, ma lei non se ne andava. «Che aspetti?», le hanno chiesto. E lei si è tolta le mutande: «Dovete mandarle a casa». A casa in Nigeria? «Sì». E che ci fanno in Nigeria con le tue mutande? «Mi liberano dalla macumba». E se non lo fanno? «Io resto prigioniera». Ci credeva davvero.Mi portano nelle piazze dello spaccio. A Palazzo Grimaldi, sotto l'insegna del parrucchiere per soli uomini African school of fashion, ci sono una decina di ragazzi, tutti ben vestiti, catenine, jeans alla moda, telefonini all'orecchio. «Prendono gli ordini». Machete e iPhone, la nuova mafia funziona così. Ed è imprendibile. Qui i clan sono sparsi, ramificati. Il territorio li favorisce. Il crimine è dovunque, in ogni casa potenzialmente c'è un pusher. O un pappone. Catturarli, in mezzo a questo dedalo di nulla, è impossibile. Per questo usano Castel Volturno come quartier generale. Da qui partono per andare a delinquere in tutta Italia. Nessuno riesce a fermarli.«Devi vedere cosa succede là davanti di notte». Che succede? «Saltano fuori gli zombi». Siamo arrivati all'hotel Boomerang. Il centro del centro. Il cuore della mafia. il fulcro dei traffici. Una volta ospitava villeggianti. Doveva essere bello, s'intravede il portico, quella che doveva essere la hall. C'era pure la piscina. Adesso è un cumulo di macerie. Ogni stanza, un devasto. Ogni stanza, uno spaccio. Per arrivarci bisogna scavalcare muretti caduti, pezzi di presepe, avanzi di cene, calciobalilla rotti e un tappeto di siringhe ancora coperte di sangue. Al piano terra, le camere dell'hotel sono diventate le camere del buco. La scala per salire al piano superiore è crollata. C'è una scala provvisoria, a pioli, con i gradini malandati. Da sopra si sentono voci. La situazione si fa tesa. «Meglio che ce ne andiamo».Mentre usciamo veloci dall'ultimo covo chiedo ai miei accompagnatori a che serva far tanti soldi per vivere in questo letamaio. «Questa è solo la base operativa», mi rispondono. Raccontano che alcuni boss della mafia nigeriana si stanno comprando ville nelle zone circostanti. Anche a Casal di Principe, in faccia ai re della camorra. Vogliono sostituirli anche lì? Vogliono espandersi? Scateneranno una guerra? Conquisteranno nuovi territori? Mentre mi faccio queste domande, salgo di corsa sull'auto, che era rimasta con il motore acceso e il muso rivolto verso la strada, pronta a ripartire. Sono un po' affannato. Mi accorgo che ho messo le scarpe nella merda di Castel Volturno. Letteralmente. «Pulisciti con il giornale e buttalo dal finestrino» mi dicono. Ma così spargo merda anch'io, obietto. Mi guardano come se fossi un alieno. In effetti qui spargere merda sembra inevitabile. Per tutti. Persino per gli alieni. E anche questo è il segno di una sconfitta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/voodoo-machete-e-iphone-viaggio-a-castel-volturno-regno-dei-padrini-nigeriani-2627340392.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nellex-fabbrica-zanussi-i-cinesi-puniscono-gli-operai" data-post-id="2627340392" data-published-at="1774145909" data-use-pagination="False"> Nell’ex fabbrica Zanussi i cinesi puniscono gli operai Ansa Sulla fabbrica sventola bandiera rossa. La bandiera cinese. E non sarebbe strano, se non ci trovassimo in mezzo alle Alpi. Invece siamo a Mel, ai piedi delle Dolomiti bellunesi, come recita l'opuscolo dell'ufficio del turismo. Uno dei borghi più belli d'Italia, con quella piazza centrale che sembra uno scorcio di Venezia rubato alla Laguna e trasportato quassù, in mezzo alle montagne. «Io amo dormire fra i caprioli e i cervi», mi dice il giovane barista con l'accento veneto. Mi offre il caffè, ma si capisce che non ama tanto i forestieri. E chissà allora che cosa pensa di quel drappo della Repubblica popolare cinese che è stata innalzato laggiù, nella zona artigianale, su quella che una volta era una fabbrica modello del Veneto. E adesso è diventata un feudo di mister Lu e della municipalità di Canton. Ci arrivo un giorno di settembre, mentre i giornali annunciano l'ennesimo piano di esuberi. Qui, ai tempi d'oro, ci lavoravano 2.000 dipendenti. Adesso sono rimasti meno di 300. Fuori dai cancelli le bandiere dei sindacati che si mescolano con il rosso di Pechino. Appena si entra nello stabilimento c'è un grande poster con delle cascate. Arabba? La Marmolada? Pian Cansiglio? Macché: cascate cinesi. Accanto, delle lanterne rosse portafortuna. Mi raccontano del primo cinese arrivato qui a gestire l'azienda, il predecessore di mister Lu: si chiamava mister Wu e non usciva mai dal suo ufficio. Così lo aveva trasformato in un pezzo d'Oriente. «Mai andato da nessuna parte, abbiamo faticato anche a trascinarlo per mezza giornata a Venezia», raccontano. Una volta si era messo in testa di infliggere punizioni corporali ai dipendenti. «Chi sbaglia deve fare sessanta flessioni», ha ordinato. «Può esentare almeno le donne?», ha chiesto sommessamente un operaio. E lui, salendo in cattedra: «Non se ne parla nemmeno. Noi cinesi siamo per la parità dei sessi…». La fabbrica si chiama Acc, oggi Italia Wanbao Acc. Il nome non vi dirà nulla, eppure è un pezzo della gloria industriale italiana. Faceva parte dell'impero Zanussi, quello delle lavatrici Rex, poi anche Zoppas, «loro li fanno, nessuno li distrugge», roba da Carosello in bianco e nero, boom economico e Seicento Fiat. Lo stabilimento sorge nella frazione Villa di Villa, tra capannoni squadrati, avanzi di ponti e campi di granturco. Venne costruito negli anni Sessanta con i fondi del Vajont. E ancora oggi produce il compressore, cioè il cuore tecnologico del frigorifero, l'unica cosa, mi spiegano, che differenzia l'elettrodomestico da un armadio. Un oggetto che sta in tutte le case, ma a cui è difficile dare importanza. A meno che non si rompa, naturalmente. O che faccia troppo rumore. Oppure a meno che non si venga qui, a respirare sotto i capannoni, l'amore e l'orgoglio con cui viene curato in ogni singola valvola. Eppure, su quell'orgoglio ci hanno giocato in tanti. In troppi. Fino a rischiare di distruggerlo. Fino a metterlo in ginocchio. Fino a consegnarlo ora ai cinesi, che sono diventati, per paradosso, l'unica speranza fra le montagne del bellunese. E allora bisogna raccontarla questa storia, che racchiude in sé un po' tutti i paradossi del sistema produttivo del nostro Paese, così maltrattato e mal gestito da consegnarsi ai signori Wu e alle loro lanterne rosse come se fossero gli unici possibili salvatori. Fino ai primi anni Duemila qui girava tutto a meraviglia, commesse, fornitori, stipendi, relazioni sindacali d'avanguardia. Poi nel 2004 la decisione choc: la Electrolux-Zanussi vende lo stabilimento Acc di Mel. «Come se avesse venduto la sua anima», dicono da queste parti, addebitando a quella scelta («scellerata») tutti i successivi guai del gruppo. Lo stabilimento viene comprato da alcuni fondi internazionali, coordinati alla Goldman Sachs. Alla presidenza c'è Gian Mario Rossignolo, che era già presidente della Electrolux-Zanussi. Quindi Gian Mario Rossignolo (presidente di Electrolux-Zanussi) vende a Gian Mario Rossignolo (presidente dei fondi). Comincia male. Sì, comincia male. E purtroppo continua pure peggio. Dopo una serie di operazioni sbagliate, infatti, viene chiesto l'intervento di una società di consulenza specializzata in operazioni hard, la Alix Partners di Milano. La quale, alla fine, consulenza dopo consulenza assume direttamente il controllo dell'azienda di Mel. E, secondo quanto denunciato dall'ex commissario straordinario Maurizio Castro, comincia la spoliazione della medesima. «Quando sono arrivato io», dice, «non c'erano nemmeno le matite per scrivere…». A guidare Alix Partners è tal Luca Amedeo Ramella, manager rampante, sposato con la contessina Pontello, una vita fra agi, lussi e interventi spregiudicati dentro le società in crisi. Oggi è accusato di bancarotta fraudolenta al tribunale di Pordenone. Gli si contestano conti sballati, marchi sopravvalutati, operazioni strambe e distrazioni di fondi. Per esempio ci sono 11,6 milioni di euro pagati tra il 2008 e il 2013 dalla Acc di Mel (guidata in quel momento da Ramella) alla Alix di Milano (guidata ovviamente dal medesimo Ramella). Un po' strano, no? Alcuni dei suoi collaboratori risultano lavorare, stando alle parcelle, 30 ore al giorno. Essendo il giorno composto di 24 ore, si tratta di un piccolo miracolo finanziario all'ombra del compressore. Peccato che il miracolo non riesca, invece, nello stabilimento di Mel: mentre infatti Ramella (come consulente) incassa gettoni milionari, Ramella (come amministratore della Acc) lascia a casa gli operai. La produzione cala vistosamente e quel che ne resta viene spostato, patriotticamente, nello stabilimento in Austria. Il motivo? Semplice. In Austria non hanno ammortizzatori sociali. In Italia, invece, c'è la cassa integrazione. E quei fessi di contribuenti che pagano per tutti. Nel 2013 l'azienda è a un passo dal fallimento. Interviene il ministro, viene nominato il commissario. Maurizio Castro, per l'appunto. È un ex dirigente, poi diventato senatore, sempre attaccato al suo territorio, benvoluto da tutti. Mette una pezza allo sfascio con l'aiuto degli operai che per sei mesi lavorano a metà stipendio. Poi va in giro per il mondo, con la valigetta in mano, per cercare un compratore. Dopo un anno e mezzo riesce a concludere con la società Wanbao, di proprietà pubblica, del distretto di Canton. Dicono che durante le trattative i cinesi non capissero le parole «part time» e «cassa integrazione». «Voi pagate persone che stanno a casa?», chiedevano insistentemente. E poi scuotevano la testa: «Avevamo un'altra idea del capitalismo». Anche noi, per la verità, avevamo un'altra idea del capitalismo. E perciò ci sembra che, in questa storia, ci sia una summa dei mali che hanno avvelenato e ucciso l'impresa italiana. Pensateci. C'era una fabbrica modello. Poi la vendita. L'internazionalizzazione. Qualche decisione scellerata. Poi Goldman Sachs. Poi i fondi anglosassoni che fanno disastri. Qualche furbo italiano che tenta di approfittarne. E la globalizzazione che si trasforma in disperazione. Per metterci una pezza, alla fine, si è disposti a tutto. Perfino a consegnarsi nelle fauci del Dragone. Così a Mel, ora, si sono quasi abituati a vedere quelle lanterne rosse all'ingresso della fabbrica, accanto ai cimeli della storia locale. Non ci fanno più caso. Le considerano normali. Io non ci riesco. Le guardo un po' perplesso. «Davvero pensate che i cinesi vi salveranno?», chiedo all'improvviso. In risposta solo volti imbarazzati. «Loro, almeno, sono onesti» mormorano. Ma non aggiungono di più. Dalla sala mensa, aprendo le finestre, sopra la bandiera della Repubblica popolare svettano le Dolomiti. Chissà se oggi a qualcuno toccherà di nuovo fare le flessioni.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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