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2019-01-29
Voodoo, machete e iPhone. Viaggio a Castel Volturno regno dei padrini nigeriani
Ansa
«Magari fossero armati di pistola». Magari? «Magari». Il giovane agente guarda il mio stupore e sorride. Poi spiega: «Li vedi? Adesso girano con il machete». Il machete. «Sì. E quelli più moderni con l'ascia». E allora? «Se usassero la pistola sarebbe un buon segno». Perché? «Vorrebbe dire che hanno iniziato a integrarsi». Lo guardo e mi accorgo che il mio stupore non diminuisce. Anzi. Continua a crescere. Al punto da pensare che per capire davvero Castel Volturno si debba partire da qui. Da un agente che si augura di vedere un segno di integrazione, almeno uno, in qualsiasi parte. In qualsiasi posto. In qualsiasi modo. Persino in una pistola.
Se ti guardi intorno capisci perché. Nigeriani, poi nigeriani, poi nigeriani. Poi ghanesi. E poi ancora nigeriani. Di stranieri tanti, di sbandati troppi, di Italia nemmeno un po'. Non ne è rimasta traccia qui. L'Italia dev'essere sepolta sotto le macerie delle case diroccate. O forse sotto i cumuli di immondizia che intralciano le vie. Castel Volturno è così: uno Stato nello Stato. Un pezzo d'Africa trapiantato nel cuore della Penisola. Un angolo di Continente Nero fra Napoli e Roma. Qui non valgono le nostre regole, le nostre leggi, la nostra lingua, le nostre istituzioni. Qui la terra non è più nostra. E infatti per occuparla bisogna pagare il pizzo ai nuovi padroni. Anzi, ai nuovi padrini.
Coppola? Lupara? Corleone? Macché. Con buona pace di Marlon Brando, il nuovo Padrino indossa un basco, ha la pelle nera e in mano il machete. È nato a Lagos o Benin City. E comanda a casa nostra. Rassegnatevi: neppure nella mafia riusciamo più a primeggiare. La criminalità organizzata che un tempo era la nostra specialità, esportata e conosciuta in tutto il pianeta, ora si fa bagnare il naso dai nuovi venuti. Anzi, si fa proprio spazzare via. Qui a Castel Volturno, per dire, un tempo c'era la camorra. La vecchia stirpe dei casalesi, i principi di Gomorra, la cattiveria made in Savastano delle fiction più amate. Sembravano fortissimi, sembravano invincibili. E invece si sono ritirati. I nuovi ordini di vita e di morte, le regole dello spaccio, il pizzo e il racket delle prostitute, non vengono più comandati in napoletano. Al massimo, in kanuri o igbo. O in qualcun altro degli infiniti dialetti nigeriani.
Del resto l'italiano a Castel Volturno oggi non lo parla più nessuno. Bruna e Vincenzo, che mi accompagnano dentro le viscere di questo cadavere italiano, mi invitano a fare la prova. L'auto accosta di fronte a una villetta. Ovviamente sventrata. Il giardino è un gigantesco cumulo di sterpaglie, qualcuno ha segnato un sentiero. Procediamo. Non ci sono porte, né finestre, la prima stanza è una montagna di immondizia che tocca quasi il soffitto. «C'è qualcuno?» Dalla seconda stanza diroccata spunta un ragazzo. Veste una pettorina arancione, come quelle degli automobilisti quando cambiano gli pneumatici a bordo strada. Come mai la indossi, lì dentro, non si capisce. Dietro di lui, sulla parete sgarrupata, sono appesi in modo assurdamente ordinato pezzi di stereo, vecchie musicassette, pile probabilmente scariche ed elementi di antichi transistor. «Che fai? Vendi? Aggiusti? Recuperi?». Si chiama Yaya. Non pronuncia una parola di italiano. Ma nemmeno di inglese o di francese o di qualsiasi lingua conosciuta. È una situazione surreale: le musicassette, l'immondizia, la casa che cade a pezzi e Yaya che non riesce a spiegare che ci fa lì. Non riesce a comunicare nemmeno i pensieri più elementari. «Sarà appena arrivato», dico ai miei accompagnatori. «Macché», mi rispondono loro. «Qui non parlano italiano nemmeno dopo 20 anni…». E io penso che forse non ne hanno bisogno, in effetti. Perché da queste parti l'italiano è stato abolito. Un po' come l'Italia.
E dire che Castel Volturno era un luogo di villeggiatura. Pineta, sole, spiagge, a metà tra Napoli e Gaeta, lungo la costiera domiziana, una delle più belle del nostro Paese. Ora di quei tempi è rimasto solo il nome su qualche insegna: Villaggio Sole, Lido Annarella, Rodolfo Beach… Piccoli relitti sopravvissuti al naufragio collettivo. Alla distruzione totale. Qui è come se fosse passato un bombardamento. Sembra Aleppo. Sembra Beirut. Non c'è casa che non sia stata occupata e sventrata. I vialetti sono discariche a cielo aperto. Non ci sono fognature, tutti gli allacciamenti elettrici sono abusivi. Reticolati divelti, pezzi di arredamenti, cumuli di rifiuti che arrivano fino al primo piano di quelle che una volta erano villette per famiglie al mare.
Di palazzi distrutti ne ho visti tanti. Ce ne sono in tutte le periferie. Ma in nessun luogo d'Italia esiste un'area così vasta, in pratica un intero paese, ridotto a poltiglia di arbusti e mattoni. E il risultato è paradossale: dopo aver girato per ore fra queste vie che non sono più vie, in mezzo a queste case che non sono più case, mi accorgo di essere talmente assuefatto al degrado da considerarlo normale. «Guardate lì», dico ai miei accompagnatori. «Che cosa c'è?». «Un palazzo che non è stato devastato». Un palazzo rimasto in piedi. Uno dei pochi. Un'eccezione. E mentre lo indico mi rendo conto, di nuovo, di quanto il mio stupore sia, allo stesso tempo, assurdo e normale. Perché l'assurdo, fra le macerie di Castel Volturno, è diventato normalità.
Mi spiegano che questo disastro così esteso e manifesto non è solo frutto dell'incuria. È anche una difesa. Un risultato voluto. Un modo per segnare il territorio. «Alle case devastate e invase dai rifiuti non si avvicina nessuno», mi spiegano. E se nessuno si avvicina, è ovvio, dentro si può organizzare ciò che si vuole. Il traffico della droga. Il traffico delle donne. I riti di iniziazione. Lo smercio di refurtiva. Tutto. Libero crimine in libero rudere. E questo ormai è, a tutti gli effetti, un territorio off limits, fuori dal controllo dello Stato. Le forze dell'ordine faticano anche solo a addentrarsi nel reticolo di vialetti diventati casba. E le poche volte che lo fanno vengono avvistate dalle sentinelle. Respinte. Circondate. Cacciate. Non hanno mai possibilità di intervenire. Così le spiagge su cui si divertivano i bambini con paletta e secchiello sono diventate «Little Nigeria», la capitale della mafia africana. Quella che ha sconfitto nientemeno che i casalesi.
Nessuno sa davvero quanti siano gli stranieri irregolari presenti a Castel Volturno. Ma il numero che mi dicono sottovoce, fra una piazza dello spaccio e l'altra, è impressionante: 27.000. I clandestini (nigeriani soprattutto, poi ghanesi, nordafricani, eccetera) sarebbero dunque più numerosi dei cittadini regolari, che sono 24.000. Di sicuro la città è nelle loro mani. Formalmente non esistono, ma controllano. Non risultano, ma comandano. Non pagano, ma incassano. Soldi tanti. Violenza di più. Integrazione neanche un po'. Frequentano i loro locali. Si curano nei loro ambulatori. Si fidano dei loro santoni. Parlano i loro dialetti, spesso indecifrabili. Hanno i loro riti. A cominciare dal più diffuso di tutti, lo juju, una forma di voodoo con cui tengono schiave le prostitute. Mi raccontano che ne hanno liberata una l'altro giorno, ma lei non se ne andava. «Che aspetti?», le hanno chiesto. E lei si è tolta le mutande: «Dovete mandarle a casa». A casa in Nigeria? «Sì». E che ci fanno in Nigeria con le tue mutande? «Mi liberano dalla macumba». E se non lo fanno? «Io resto prigioniera». Ci credeva davvero.
Mi portano nelle piazze dello spaccio. A Palazzo Grimaldi, sotto l'insegna del parrucchiere per soli uomini African school of fashion, ci sono una decina di ragazzi, tutti ben vestiti, catenine, jeans alla moda, telefonini all'orecchio. «Prendono gli ordini». Machete e iPhone, la nuova mafia funziona così. Ed è imprendibile. Qui i clan sono sparsi, ramificati. Il territorio li favorisce. Il crimine è dovunque, in ogni casa potenzialmente c'è un pusher. O un pappone. Catturarli, in mezzo a questo dedalo di nulla, è impossibile. Per questo usano Castel Volturno come quartier generale. Da qui partono per andare a delinquere in tutta Italia. Nessuno riesce a fermarli.
«Devi vedere cosa succede là davanti di notte». Che succede? «Saltano fuori gli zombi». Siamo arrivati all'hotel Boomerang. Il centro del centro. Il cuore della mafia. il fulcro dei traffici. Una volta ospitava villeggianti. Doveva essere bello, s'intravede il portico, quella che doveva essere la hall. C'era pure la piscina. Adesso è un cumulo di macerie. Ogni stanza, un devasto. Ogni stanza, uno spaccio. Per arrivarci bisogna scavalcare muretti caduti, pezzi di presepe, avanzi di cene, calciobalilla rotti e un tappeto di siringhe ancora coperte di sangue. Al piano terra, le camere dell'hotel sono diventate le camere del buco. La scala per salire al piano superiore è crollata. C'è una scala provvisoria, a pioli, con i gradini malandati. Da sopra si sentono voci. La situazione si fa tesa. «Meglio che ce ne andiamo».
Mentre usciamo veloci dall'ultimo covo chiedo ai miei accompagnatori a che serva far tanti soldi per vivere in questo letamaio. «Questa è solo la base operativa», mi rispondono. Raccontano che alcuni boss della mafia nigeriana si stanno comprando ville nelle zone circostanti. Anche a Casal di Principe, in faccia ai re della camorra. Vogliono sostituirli anche lì? Vogliono espandersi? Scateneranno una guerra? Conquisteranno nuovi territori? Mentre mi faccio queste domande, salgo di corsa sull'auto, che era rimasta con il motore acceso e il muso rivolto verso la strada, pronta a ripartire. Sono un po' affannato. Mi accorgo che ho messo le scarpe nella merda di Castel Volturno. Letteralmente. «Pulisciti con il giornale e buttalo dal finestrino» mi dicono. Ma così spargo merda anch'io, obietto. Mi guardano come se fossi un alieno. In effetti qui spargere merda sembra inevitabile. Per tutti. Persino per gli alieni. E anche questo è il segno di una sconfitta.
Nell’ex fabbrica Zanussi i cinesi puniscono gli operai

Ansa
Sulla fabbrica sventola bandiera rossa. La bandiera cinese. E non sarebbe strano, se non ci trovassimo in mezzo alle Alpi. Invece siamo a Mel, ai piedi delle Dolomiti bellunesi, come recita l'opuscolo dell'ufficio del turismo. Uno dei borghi più belli d'Italia, con quella piazza centrale che sembra uno scorcio di Venezia rubato alla Laguna e trasportato quassù, in mezzo alle montagne. «Io amo dormire fra i caprioli e i cervi», mi dice il giovane barista con l'accento veneto. Mi offre il caffè, ma si capisce che non ama tanto i forestieri. E chissà allora che cosa pensa di quel drappo della Repubblica popolare cinese che è stata innalzato laggiù, nella zona artigianale, su quella che una volta era una fabbrica modello del Veneto. E adesso è diventata un feudo di mister Lu e della municipalità di Canton.
Ci arrivo un giorno di settembre, mentre i giornali annunciano l'ennesimo piano di esuberi. Qui, ai tempi d'oro, ci lavoravano 2.000 dipendenti. Adesso sono rimasti meno di 300. Fuori dai cancelli le bandiere dei sindacati che si mescolano con il rosso di Pechino. Appena si entra nello stabilimento c'è un grande poster con delle cascate. Arabba? La Marmolada? Pian Cansiglio? Macché: cascate cinesi. Accanto, delle lanterne rosse portafortuna. Mi raccontano del primo cinese arrivato qui a gestire l'azienda, il predecessore di mister Lu: si chiamava mister Wu e non usciva mai dal suo ufficio. Così lo aveva trasformato in un pezzo d'Oriente. «Mai andato da nessuna parte, abbiamo faticato anche a trascinarlo per mezza giornata a Venezia», raccontano. Una volta si era messo in testa di infliggere punizioni corporali ai dipendenti. «Chi sbaglia deve fare sessanta flessioni», ha ordinato. «Può esentare almeno le donne?», ha chiesto sommessamente un operaio. E lui, salendo in cattedra: «Non se ne parla nemmeno. Noi cinesi siamo per la parità dei sessi…».
La fabbrica si chiama Acc, oggi Italia Wanbao Acc. Il nome non vi dirà nulla, eppure è un pezzo della gloria industriale italiana. Faceva parte dell'impero Zanussi, quello delle lavatrici Rex, poi anche Zoppas, «loro li fanno, nessuno li distrugge», roba da Carosello in bianco e nero, boom economico e Seicento Fiat. Lo stabilimento sorge nella frazione Villa di Villa, tra capannoni squadrati, avanzi di ponti e campi di granturco. Venne costruito negli anni Sessanta con i fondi del Vajont. E ancora oggi produce il compressore, cioè il cuore tecnologico del frigorifero, l'unica cosa, mi spiegano, che differenzia l'elettrodomestico da un armadio. Un oggetto che sta in tutte le case, ma a cui è difficile dare importanza. A meno che non si rompa, naturalmente. O che faccia troppo rumore. Oppure a meno che non si venga qui, a respirare sotto i capannoni, l'amore e l'orgoglio con cui viene curato in ogni singola valvola.
Eppure, su quell'orgoglio ci hanno giocato in tanti. In troppi. Fino a rischiare di distruggerlo. Fino a metterlo in ginocchio. Fino a consegnarlo ora ai cinesi, che sono diventati, per paradosso, l'unica speranza fra le montagne del bellunese. E allora bisogna raccontarla questa storia, che racchiude in sé un po' tutti i paradossi del sistema produttivo del nostro Paese, così maltrattato e mal gestito da consegnarsi ai signori Wu e alle loro lanterne rosse come se fossero gli unici possibili salvatori.
Fino ai primi anni Duemila qui girava tutto a meraviglia, commesse, fornitori, stipendi, relazioni sindacali d'avanguardia. Poi nel 2004 la decisione choc: la Electrolux-Zanussi vende lo stabilimento Acc di Mel. «Come se avesse venduto la sua anima», dicono da queste parti, addebitando a quella scelta («scellerata») tutti i successivi guai del gruppo. Lo stabilimento viene comprato da alcuni fondi internazionali, coordinati alla Goldman Sachs. Alla presidenza c'è Gian Mario Rossignolo, che era già presidente della Electrolux-Zanussi. Quindi Gian Mario Rossignolo (presidente di Electrolux-Zanussi) vende a Gian Mario Rossignolo (presidente dei fondi). Comincia male.
Sì, comincia male. E purtroppo continua pure peggio. Dopo una serie di operazioni sbagliate, infatti, viene chiesto l'intervento di una società di consulenza specializzata in operazioni hard, la Alix Partners di Milano. La quale, alla fine, consulenza dopo consulenza assume direttamente il controllo dell'azienda di Mel. E, secondo quanto denunciato dall'ex commissario straordinario Maurizio Castro, comincia la spoliazione della medesima. «Quando sono arrivato io», dice, «non c'erano nemmeno le matite per scrivere…».
A guidare Alix Partners è tal Luca Amedeo Ramella, manager rampante, sposato con la contessina Pontello, una vita fra agi, lussi e interventi spregiudicati dentro le società in crisi. Oggi è accusato di bancarotta fraudolenta al tribunale di Pordenone. Gli si contestano conti sballati, marchi sopravvalutati, operazioni strambe e distrazioni di fondi. Per esempio ci sono 11,6 milioni di euro pagati tra il 2008 e il 2013 dalla Acc di Mel (guidata in quel momento da Ramella) alla Alix di Milano (guidata ovviamente dal medesimo Ramella). Un po' strano, no? Alcuni dei suoi collaboratori risultano lavorare, stando alle parcelle, 30 ore al giorno. Essendo il giorno composto di 24 ore, si tratta di un piccolo miracolo finanziario all'ombra del compressore. Peccato che il miracolo non riesca, invece, nello stabilimento di Mel: mentre infatti Ramella (come consulente) incassa gettoni milionari, Ramella (come amministratore della Acc) lascia a casa gli operai. La produzione cala vistosamente e quel che ne resta viene spostato, patriotticamente, nello stabilimento in Austria. Il motivo? Semplice. In Austria non hanno ammortizzatori sociali. In Italia, invece, c'è la cassa integrazione. E quei fessi di contribuenti che pagano per tutti.
Nel 2013 l'azienda è a un passo dal fallimento. Interviene il ministro, viene nominato il commissario. Maurizio Castro, per l'appunto. È un ex dirigente, poi diventato senatore, sempre attaccato al suo territorio, benvoluto da tutti. Mette una pezza allo sfascio con l'aiuto degli operai che per sei mesi lavorano a metà stipendio. Poi va in giro per il mondo, con la valigetta in mano, per cercare un compratore. Dopo un anno e mezzo riesce a concludere con la società Wanbao, di proprietà pubblica, del distretto di Canton. Dicono che durante le trattative i cinesi non capissero le parole «part time» e «cassa integrazione». «Voi pagate persone che stanno a casa?», chiedevano insistentemente. E poi scuotevano la testa: «Avevamo un'altra idea del capitalismo».
Anche noi, per la verità, avevamo un'altra idea del capitalismo. E perciò ci sembra che, in questa storia, ci sia una summa dei mali che hanno avvelenato e ucciso l'impresa italiana. Pensateci. C'era una fabbrica modello. Poi la vendita. L'internazionalizzazione. Qualche decisione scellerata. Poi Goldman Sachs. Poi i fondi anglosassoni che fanno disastri. Qualche furbo italiano che tenta di approfittarne. E la globalizzazione che si trasforma in disperazione. Per metterci una pezza, alla fine, si è disposti a tutto. Perfino a consegnarsi nelle fauci del Dragone. Così a Mel, ora, si sono quasi abituati a vedere quelle lanterne rosse all'ingresso della fabbrica, accanto ai cimeli della storia locale. Non ci fanno più caso. Le considerano normali. Io non ci riesco. Le guardo un po' perplesso. «Davvero pensate che i cinesi vi salveranno?», chiedo all'improvviso. In risposta solo volti imbarazzati. «Loro, almeno, sono onesti» mormorano. Ma non aggiungono di più. Dalla sala mensa, aprendo le finestre, sopra la bandiera della Repubblica popolare svettano le Dolomiti. Chissà se oggi a qualcuno toccherà di nuovo fare le flessioni.
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Palazzi sventrati, più immigrati che nativi e Yaya, che è qui da 20 anni ma non parla italiano. Dove la mafia di Lagos sfida i casalesi, l'integrazione passa per una pistola.Nell'ex fabbrica Zanussi i cinesi puniscono gli operai. A Mel, Dolomiti bellunesi, la Acc produceva compressori per i frigoriferi. Poi la crisi, l'intervento dei fondi stranieri e il nuovo padrone cantonese. Dai metodi draconiani.Lo speciale contiene due articoli. «Magari fossero armati di pistola». Magari? «Magari». Il giovane agente guarda il mio stupore e sorride. Poi spiega: «Li vedi? Adesso girano con il machete». Il machete. «Sì. E quelli più moderni con l'ascia». E allora? «Se usassero la pistola sarebbe un buon segno». Perché? «Vorrebbe dire che hanno iniziato a integrarsi». Lo guardo e mi accorgo che il mio stupore non diminuisce. Anzi. Continua a crescere. Al punto da pensare che per capire davvero Castel Volturno si debba partire da qui. Da un agente che si augura di vedere un segno di integrazione, almeno uno, in qualsiasi parte. In qualsiasi posto. In qualsiasi modo. Persino in una pistola.Se ti guardi intorno capisci perché. Nigeriani, poi nigeriani, poi nigeriani. Poi ghanesi. E poi ancora nigeriani. Di stranieri tanti, di sbandati troppi, di Italia nemmeno un po'. Non ne è rimasta traccia qui. L'Italia dev'essere sepolta sotto le macerie delle case diroccate. O forse sotto i cumuli di immondizia che intralciano le vie. Castel Volturno è così: uno Stato nello Stato. Un pezzo d'Africa trapiantato nel cuore della Penisola. Un angolo di Continente Nero fra Napoli e Roma. Qui non valgono le nostre regole, le nostre leggi, la nostra lingua, le nostre istituzioni. Qui la terra non è più nostra. E infatti per occuparla bisogna pagare il pizzo ai nuovi padroni. Anzi, ai nuovi padrini.Coppola? Lupara? Corleone? Macché. Con buona pace di Marlon Brando, il nuovo Padrino indossa un basco, ha la pelle nera e in mano il machete. È nato a Lagos o Benin City. E comanda a casa nostra. Rassegnatevi: neppure nella mafia riusciamo più a primeggiare. La criminalità organizzata che un tempo era la nostra specialità, esportata e conosciuta in tutto il pianeta, ora si fa bagnare il naso dai nuovi venuti. Anzi, si fa proprio spazzare via. Qui a Castel Volturno, per dire, un tempo c'era la camorra. La vecchia stirpe dei casalesi, i principi di Gomorra, la cattiveria made in Savastano delle fiction più amate. Sembravano fortissimi, sembravano invincibili. E invece si sono ritirati. I nuovi ordini di vita e di morte, le regole dello spaccio, il pizzo e il racket delle prostitute, non vengono più comandati in napoletano. Al massimo, in kanuri o igbo. O in qualcun altro degli infiniti dialetti nigeriani.Del resto l'italiano a Castel Volturno oggi non lo parla più nessuno. Bruna e Vincenzo, che mi accompagnano dentro le viscere di questo cadavere italiano, mi invitano a fare la prova. L'auto accosta di fronte a una villetta. Ovviamente sventrata. Il giardino è un gigantesco cumulo di sterpaglie, qualcuno ha segnato un sentiero. Procediamo. Non ci sono porte, né finestre, la prima stanza è una montagna di immondizia che tocca quasi il soffitto. «C'è qualcuno?» Dalla seconda stanza diroccata spunta un ragazzo. Veste una pettorina arancione, come quelle degli automobilisti quando cambiano gli pneumatici a bordo strada. Come mai la indossi, lì dentro, non si capisce. Dietro di lui, sulla parete sgarrupata, sono appesi in modo assurdamente ordinato pezzi di stereo, vecchie musicassette, pile probabilmente scariche ed elementi di antichi transistor. «Che fai? Vendi? Aggiusti? Recuperi?». Si chiama Yaya. Non pronuncia una parola di italiano. Ma nemmeno di inglese o di francese o di qualsiasi lingua conosciuta. È una situazione surreale: le musicassette, l'immondizia, la casa che cade a pezzi e Yaya che non riesce a spiegare che ci fa lì. Non riesce a comunicare nemmeno i pensieri più elementari. «Sarà appena arrivato», dico ai miei accompagnatori. «Macché», mi rispondono loro. «Qui non parlano italiano nemmeno dopo 20 anni…». E io penso che forse non ne hanno bisogno, in effetti. Perché da queste parti l'italiano è stato abolito. Un po' come l'Italia.E dire che Castel Volturno era un luogo di villeggiatura. Pineta, sole, spiagge, a metà tra Napoli e Gaeta, lungo la costiera domiziana, una delle più belle del nostro Paese. Ora di quei tempi è rimasto solo il nome su qualche insegna: Villaggio Sole, Lido Annarella, Rodolfo Beach… Piccoli relitti sopravvissuti al naufragio collettivo. Alla distruzione totale. Qui è come se fosse passato un bombardamento. Sembra Aleppo. Sembra Beirut. Non c'è casa che non sia stata occupata e sventrata. I vialetti sono discariche a cielo aperto. Non ci sono fognature, tutti gli allacciamenti elettrici sono abusivi. Reticolati divelti, pezzi di arredamenti, cumuli di rifiuti che arrivano fino al primo piano di quelle che una volta erano villette per famiglie al mare.Di palazzi distrutti ne ho visti tanti. Ce ne sono in tutte le periferie. Ma in nessun luogo d'Italia esiste un'area così vasta, in pratica un intero paese, ridotto a poltiglia di arbusti e mattoni. E il risultato è paradossale: dopo aver girato per ore fra queste vie che non sono più vie, in mezzo a queste case che non sono più case, mi accorgo di essere talmente assuefatto al degrado da considerarlo normale. «Guardate lì», dico ai miei accompagnatori. «Che cosa c'è?». «Un palazzo che non è stato devastato». Un palazzo rimasto in piedi. Uno dei pochi. Un'eccezione. E mentre lo indico mi rendo conto, di nuovo, di quanto il mio stupore sia, allo stesso tempo, assurdo e normale. Perché l'assurdo, fra le macerie di Castel Volturno, è diventato normalità.Mi spiegano che questo disastro così esteso e manifesto non è solo frutto dell'incuria. È anche una difesa. Un risultato voluto. Un modo per segnare il territorio. «Alle case devastate e invase dai rifiuti non si avvicina nessuno», mi spiegano. E se nessuno si avvicina, è ovvio, dentro si può organizzare ciò che si vuole. Il traffico della droga. Il traffico delle donne. I riti di iniziazione. Lo smercio di refurtiva. Tutto. Libero crimine in libero rudere. E questo ormai è, a tutti gli effetti, un territorio off limits, fuori dal controllo dello Stato. Le forze dell'ordine faticano anche solo a addentrarsi nel reticolo di vialetti diventati casba. E le poche volte che lo fanno vengono avvistate dalle sentinelle. Respinte. Circondate. Cacciate. Non hanno mai possibilità di intervenire. Così le spiagge su cui si divertivano i bambini con paletta e secchiello sono diventate «Little Nigeria», la capitale della mafia africana. Quella che ha sconfitto nientemeno che i casalesi.Nessuno sa davvero quanti siano gli stranieri irregolari presenti a Castel Volturno. Ma il numero che mi dicono sottovoce, fra una piazza dello spaccio e l'altra, è impressionante: 27.000. I clandestini (nigeriani soprattutto, poi ghanesi, nordafricani, eccetera) sarebbero dunque più numerosi dei cittadini regolari, che sono 24.000. Di sicuro la città è nelle loro mani. Formalmente non esistono, ma controllano. Non risultano, ma comandano. Non pagano, ma incassano. Soldi tanti. Violenza di più. Integrazione neanche un po'. Frequentano i loro locali. Si curano nei loro ambulatori. Si fidano dei loro santoni. Parlano i loro dialetti, spesso indecifrabili. Hanno i loro riti. A cominciare dal più diffuso di tutti, lo juju, una forma di voodoo con cui tengono schiave le prostitute. Mi raccontano che ne hanno liberata una l'altro giorno, ma lei non se ne andava. «Che aspetti?», le hanno chiesto. E lei si è tolta le mutande: «Dovete mandarle a casa». A casa in Nigeria? «Sì». E che ci fanno in Nigeria con le tue mutande? «Mi liberano dalla macumba». E se non lo fanno? «Io resto prigioniera». Ci credeva davvero.Mi portano nelle piazze dello spaccio. A Palazzo Grimaldi, sotto l'insegna del parrucchiere per soli uomini African school of fashion, ci sono una decina di ragazzi, tutti ben vestiti, catenine, jeans alla moda, telefonini all'orecchio. «Prendono gli ordini». Machete e iPhone, la nuova mafia funziona così. Ed è imprendibile. Qui i clan sono sparsi, ramificati. Il territorio li favorisce. Il crimine è dovunque, in ogni casa potenzialmente c'è un pusher. O un pappone. Catturarli, in mezzo a questo dedalo di nulla, è impossibile. Per questo usano Castel Volturno come quartier generale. Da qui partono per andare a delinquere in tutta Italia. Nessuno riesce a fermarli.«Devi vedere cosa succede là davanti di notte». Che succede? «Saltano fuori gli zombi». Siamo arrivati all'hotel Boomerang. Il centro del centro. Il cuore della mafia. il fulcro dei traffici. Una volta ospitava villeggianti. Doveva essere bello, s'intravede il portico, quella che doveva essere la hall. C'era pure la piscina. Adesso è un cumulo di macerie. Ogni stanza, un devasto. Ogni stanza, uno spaccio. Per arrivarci bisogna scavalcare muretti caduti, pezzi di presepe, avanzi di cene, calciobalilla rotti e un tappeto di siringhe ancora coperte di sangue. Al piano terra, le camere dell'hotel sono diventate le camere del buco. La scala per salire al piano superiore è crollata. C'è una scala provvisoria, a pioli, con i gradini malandati. Da sopra si sentono voci. La situazione si fa tesa. «Meglio che ce ne andiamo».Mentre usciamo veloci dall'ultimo covo chiedo ai miei accompagnatori a che serva far tanti soldi per vivere in questo letamaio. «Questa è solo la base operativa», mi rispondono. Raccontano che alcuni boss della mafia nigeriana si stanno comprando ville nelle zone circostanti. Anche a Casal di Principe, in faccia ai re della camorra. Vogliono sostituirli anche lì? Vogliono espandersi? Scateneranno una guerra? Conquisteranno nuovi territori? Mentre mi faccio queste domande, salgo di corsa sull'auto, che era rimasta con il motore acceso e il muso rivolto verso la strada, pronta a ripartire. Sono un po' affannato. Mi accorgo che ho messo le scarpe nella merda di Castel Volturno. Letteralmente. «Pulisciti con il giornale e buttalo dal finestrino» mi dicono. Ma così spargo merda anch'io, obietto. Mi guardano come se fossi un alieno. In effetti qui spargere merda sembra inevitabile. Per tutti. Persino per gli alieni. E anche questo è il segno di una sconfitta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/voodoo-machete-e-iphone-viaggio-a-castel-volturno-regno-dei-padrini-nigeriani-2627340392.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nellex-fabbrica-zanussi-i-cinesi-puniscono-gli-operai" data-post-id="2627340392" data-published-at="1781739575" data-use-pagination="False"> Nell’ex fabbrica Zanussi i cinesi puniscono gli operai Ansa Sulla fabbrica sventola bandiera rossa. La bandiera cinese. E non sarebbe strano, se non ci trovassimo in mezzo alle Alpi. Invece siamo a Mel, ai piedi delle Dolomiti bellunesi, come recita l'opuscolo dell'ufficio del turismo. Uno dei borghi più belli d'Italia, con quella piazza centrale che sembra uno scorcio di Venezia rubato alla Laguna e trasportato quassù, in mezzo alle montagne. «Io amo dormire fra i caprioli e i cervi», mi dice il giovane barista con l'accento veneto. Mi offre il caffè, ma si capisce che non ama tanto i forestieri. E chissà allora che cosa pensa di quel drappo della Repubblica popolare cinese che è stata innalzato laggiù, nella zona artigianale, su quella che una volta era una fabbrica modello del Veneto. E adesso è diventata un feudo di mister Lu e della municipalità di Canton. Ci arrivo un giorno di settembre, mentre i giornali annunciano l'ennesimo piano di esuberi. Qui, ai tempi d'oro, ci lavoravano 2.000 dipendenti. Adesso sono rimasti meno di 300. Fuori dai cancelli le bandiere dei sindacati che si mescolano con il rosso di Pechino. Appena si entra nello stabilimento c'è un grande poster con delle cascate. Arabba? La Marmolada? Pian Cansiglio? Macché: cascate cinesi. Accanto, delle lanterne rosse portafortuna. Mi raccontano del primo cinese arrivato qui a gestire l'azienda, il predecessore di mister Lu: si chiamava mister Wu e non usciva mai dal suo ufficio. Così lo aveva trasformato in un pezzo d'Oriente. «Mai andato da nessuna parte, abbiamo faticato anche a trascinarlo per mezza giornata a Venezia», raccontano. Una volta si era messo in testa di infliggere punizioni corporali ai dipendenti. «Chi sbaglia deve fare sessanta flessioni», ha ordinato. «Può esentare almeno le donne?», ha chiesto sommessamente un operaio. E lui, salendo in cattedra: «Non se ne parla nemmeno. Noi cinesi siamo per la parità dei sessi…». La fabbrica si chiama Acc, oggi Italia Wanbao Acc. Il nome non vi dirà nulla, eppure è un pezzo della gloria industriale italiana. Faceva parte dell'impero Zanussi, quello delle lavatrici Rex, poi anche Zoppas, «loro li fanno, nessuno li distrugge», roba da Carosello in bianco e nero, boom economico e Seicento Fiat. Lo stabilimento sorge nella frazione Villa di Villa, tra capannoni squadrati, avanzi di ponti e campi di granturco. Venne costruito negli anni Sessanta con i fondi del Vajont. E ancora oggi produce il compressore, cioè il cuore tecnologico del frigorifero, l'unica cosa, mi spiegano, che differenzia l'elettrodomestico da un armadio. Un oggetto che sta in tutte le case, ma a cui è difficile dare importanza. A meno che non si rompa, naturalmente. O che faccia troppo rumore. Oppure a meno che non si venga qui, a respirare sotto i capannoni, l'amore e l'orgoglio con cui viene curato in ogni singola valvola. Eppure, su quell'orgoglio ci hanno giocato in tanti. In troppi. Fino a rischiare di distruggerlo. Fino a metterlo in ginocchio. Fino a consegnarlo ora ai cinesi, che sono diventati, per paradosso, l'unica speranza fra le montagne del bellunese. E allora bisogna raccontarla questa storia, che racchiude in sé un po' tutti i paradossi del sistema produttivo del nostro Paese, così maltrattato e mal gestito da consegnarsi ai signori Wu e alle loro lanterne rosse come se fossero gli unici possibili salvatori. Fino ai primi anni Duemila qui girava tutto a meraviglia, commesse, fornitori, stipendi, relazioni sindacali d'avanguardia. Poi nel 2004 la decisione choc: la Electrolux-Zanussi vende lo stabilimento Acc di Mel. «Come se avesse venduto la sua anima», dicono da queste parti, addebitando a quella scelta («scellerata») tutti i successivi guai del gruppo. Lo stabilimento viene comprato da alcuni fondi internazionali, coordinati alla Goldman Sachs. Alla presidenza c'è Gian Mario Rossignolo, che era già presidente della Electrolux-Zanussi. Quindi Gian Mario Rossignolo (presidente di Electrolux-Zanussi) vende a Gian Mario Rossignolo (presidente dei fondi). Comincia male. Sì, comincia male. E purtroppo continua pure peggio. Dopo una serie di operazioni sbagliate, infatti, viene chiesto l'intervento di una società di consulenza specializzata in operazioni hard, la Alix Partners di Milano. La quale, alla fine, consulenza dopo consulenza assume direttamente il controllo dell'azienda di Mel. E, secondo quanto denunciato dall'ex commissario straordinario Maurizio Castro, comincia la spoliazione della medesima. «Quando sono arrivato io», dice, «non c'erano nemmeno le matite per scrivere…». A guidare Alix Partners è tal Luca Amedeo Ramella, manager rampante, sposato con la contessina Pontello, una vita fra agi, lussi e interventi spregiudicati dentro le società in crisi. Oggi è accusato di bancarotta fraudolenta al tribunale di Pordenone. Gli si contestano conti sballati, marchi sopravvalutati, operazioni strambe e distrazioni di fondi. Per esempio ci sono 11,6 milioni di euro pagati tra il 2008 e il 2013 dalla Acc di Mel (guidata in quel momento da Ramella) alla Alix di Milano (guidata ovviamente dal medesimo Ramella). Un po' strano, no? Alcuni dei suoi collaboratori risultano lavorare, stando alle parcelle, 30 ore al giorno. Essendo il giorno composto di 24 ore, si tratta di un piccolo miracolo finanziario all'ombra del compressore. Peccato che il miracolo non riesca, invece, nello stabilimento di Mel: mentre infatti Ramella (come consulente) incassa gettoni milionari, Ramella (come amministratore della Acc) lascia a casa gli operai. La produzione cala vistosamente e quel che ne resta viene spostato, patriotticamente, nello stabilimento in Austria. Il motivo? Semplice. In Austria non hanno ammortizzatori sociali. In Italia, invece, c'è la cassa integrazione. E quei fessi di contribuenti che pagano per tutti. Nel 2013 l'azienda è a un passo dal fallimento. Interviene il ministro, viene nominato il commissario. Maurizio Castro, per l'appunto. È un ex dirigente, poi diventato senatore, sempre attaccato al suo territorio, benvoluto da tutti. Mette una pezza allo sfascio con l'aiuto degli operai che per sei mesi lavorano a metà stipendio. Poi va in giro per il mondo, con la valigetta in mano, per cercare un compratore. Dopo un anno e mezzo riesce a concludere con la società Wanbao, di proprietà pubblica, del distretto di Canton. Dicono che durante le trattative i cinesi non capissero le parole «part time» e «cassa integrazione». «Voi pagate persone che stanno a casa?», chiedevano insistentemente. E poi scuotevano la testa: «Avevamo un'altra idea del capitalismo». Anche noi, per la verità, avevamo un'altra idea del capitalismo. E perciò ci sembra che, in questa storia, ci sia una summa dei mali che hanno avvelenato e ucciso l'impresa italiana. Pensateci. C'era una fabbrica modello. Poi la vendita. L'internazionalizzazione. Qualche decisione scellerata. Poi Goldman Sachs. Poi i fondi anglosassoni che fanno disastri. Qualche furbo italiano che tenta di approfittarne. E la globalizzazione che si trasforma in disperazione. Per metterci una pezza, alla fine, si è disposti a tutto. Perfino a consegnarsi nelle fauci del Dragone. Così a Mel, ora, si sono quasi abituati a vedere quelle lanterne rosse all'ingresso della fabbrica, accanto ai cimeli della storia locale. Non ci fanno più caso. Le considerano normali. Io non ci riesco. Le guardo un po' perplesso. «Davvero pensate che i cinesi vi salveranno?», chiedo all'improvviso. In risposta solo volti imbarazzati. «Loro, almeno, sono onesti» mormorano. Ma non aggiungono di più. Dalla sala mensa, aprendo le finestre, sopra la bandiera della Repubblica popolare svettano le Dolomiti. Chissà se oggi a qualcuno toccherà di nuovo fare le flessioni.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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