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2023-01-31
I vip rubano il farmaco ai diabetici: fa snellire
Kim Kardashian (Ansa)
È il medicinale più in voga a Hollywood, una fiala di norma prescritta a chi abbia il diabete mellito di tipo 2. Ozempic, e il gemello Wegovy, sono pressoché introvabili, negli Stati Uniti. Ma la ragione non sta in quello che dovrebbe essere il suo uso canonico. Ozempic e Wegovy, nel Paese dove tutto è possibile, sono diventati una scorciatoia costosa alla magrezza. Socialite e star, insieme a una platea di pigri dal portafoglio pingue, ne hanno comprato tanto da esaurirlo.
«È molto frustrante per la maggior parte dei pazienti. Alcuni fra questi hanno dovuto aspettare diversi mesi prima di riuscire a trovare il medicinale, con ripercussioni importanti sulla loro salute, fisica e mentale», ha dichiarato al New York Post il dottor Gregory Dodell, del Central Park Endocrinology, spiegando come l’Ozempic abbia cominciato a essere prescritto anche a persone ossessionate dai chili di troppo.
Il farmaco, approvato negli Stati Uniti nel 2017, è composto di semaglutide, in grado di replicare la sintesi di un ormone che l’intestino umano produce naturalmente. La semaglutide, a ogni pasto, aiuta il pancreas a rilasciare una giusta dose di insulina, andando a controbilanciare così i picchi glicemici. Non solo. «La semaglutide viene prodotta mentre mangiamo ed è colei che dice al nostro cervello che siamo sazi, pieni. Aiuta le persone a sentirsi meno affamate, aiuta a raggiungere prima un livello di sazietà e aiuta a mantenere più a lungo questo livello di sazietà.
Tutto questo, però, accade quando non siamo davvero pieni come le iniezioni di semaglutide ci inducono a credere», ha spiegato ancora la dottoressa Katherine H. Sanders al Post, raccontando come le punture di Ozempic debbano essere fatte una volta alla settimana, sottopelle, nella pancia, nelle braccia oppure nelle cosce.
Di norma, le punture servono a chi abbia il diabete, per abbassare il livello di zuccheri nel sangue, o a chi abbia problemi importanti di sovrappeso. Nella fattispecie, però, complice un tam tam mediatico condotto su TikTok, le punture sono diventate l’assillo di chi voglia perdere il 10 o il 15% della propria massa corporea. Il social più giovane del momento è impazzito per l’Ozempic. L’hashtag dedicato al farmaco è stato usato circa 400 milioni di volte.
Diversi utenti hanno cominciato a tessere l’elogio della pennetta pre-riempita, decantandone i poteri «miracolosi». Altri hanno documentato il proprio percorso di dimagrimento, cercato di emulare le grandi star, di indurle a confessare questo loro segreto di bellezza. Kim Kardashian, la sorella Khloe, Kylie Richards, Chelsea Handler, Elon Musk. I fruitori dell’Ozempic sarebbero tanti, e sarebbero ricchi. Il farmaco, che negli Stati Uniti non è coperto dall’assicurazione sanitaria, ha un dosaggio variabile. Ma, di media, può arrivare a costare 1.300 dollari al mese, con singole dosi vendute a 342.
«Per chi non lo sapesse, “gaslighting” significa cercare di convincere qualcuno che la sua percezione della realtà sia sbagliata. È un po’ come quando le celebrità giurano di aver perso peso bevendo più acqua, ma in verità si scopre che è stato l’Ozempic», ha scherzato Chelsea Handler presentando, il 15 gennaio scorso, i Critics’ Choice Awards, mentre Musk, candidamente, ha ammesso su Twitter come il segreto della sua forma fisica siano «il digiuno intermittente e il Wegovy». Farmaco che, come l’Ozempic, ha non pochi effetti collaterali.
Tik Tok, fautore della moda, parla di «faccia da Ozempic»: un teschio scarno, incartapecorito, con la pelle ormai vuota e flaccida. L’Ozempic, che può dare anche bruciori di stomaco e problemi di reflusso gastroesofageo, smagrisce il corpo ma, sul viso, porta via ogni traccia di grasso. «E il grasso, per l’invecchiamento della faccia, non è mai un nemico. Piuttosto, direi che è un amico», ha spiegato ancora il dottor Oren Tepper, secondo cui «Una perdita di peso può riportare indietro l’orologio biologico quando si parla di fisici. Quando si parla di visi, la perdita di peso l’orologio biologico lo sposta in avanti, invecchia». E, soprattutto, se raggiunta attraverso iniezioni di Ozempic o Wegovy, la perdita di peso espone a rischi incalcolabili.
Il farmaco è relativamente nuovo sul mercato. Non sono, perciò, disponibili studi che spieghino se e quali effetti collaterali l’Ozempic e il Wegovy possano avere sul lungo termine. Chelsea Handler, che di recente ha dichiarato pubblicamente di aver smesso le iniezioni, ha parlato di un «senso diffuso di malessere». «Mi lasciava nauseata, non lo prenderò più», ha detto.
«Non è un farmaco miracoloso e usarlo per persone che vogliano perdere qualche chilo sarebbe inappropriato. L’obesità è una condizione medica. Per persone che abbiano un sovrappeso di almeno 45 chili, Ozempic e Wegovy sono terapie necessarie. Ma somministrare farmaci a chiunque, senza un bisogno reale, non è prudente», ha concluso il dottor Scott Kahan, del National Center for weight and wellness di Washington Dc.
Il «dottor trans» che opera i minori si vanta (e li circuisce) a suon di post
Per quanto attuale, il fenomeno delle virostar - i medici che, per loro formazione epidemiologica divenuta centrale con la pandemia, sui media si sentono titolati a pontificare su tutto -, potrebbe essere superato.
La nuova frontiera sembra infatti esser un’altra: quella dei chirurghi pro gender che, atteggiandosi a influencer, esortano i ragazzini al «cambio di sesso». Ne è un chiaro esempio il dottor Tony Mangubat del La Belle Vie cosmetic surgery center and med spa di Seattle, un medico il cui successo sui social è letteralmente clamoroso. Mangubat è, infatti, popolarissimo su Tik Tok dove, col nickname «TikDocTony», vanta oltre 220.000 follower. Un seguito di cui il chirurgo di Seattle, in perfetto stile pubblicitario, si serve per promuovere in modo esplicito la propria attività, che con il «cambio di sesso» ha molto a che vedere.
Gli «interventi chirurgici di affermazione transgender» offerti nella sua clinica includono la solita «ricostruzione del torace», ovvero mastectomie bilaterali - la rimozione dei seni - e, viceversa, l’«aumento del seno», ovvero protesi mammarie per uomini che si identificano come donne. Tra i «servizi» disponibili pure la mascolinizzazione facciale di ragazze che «si sentono» uomini, con tanto di interventi sulla fronte, sulle guance, sul mento e sulla mascella.
Attivo dal 1987, Mangubat ha al suo attivo oltre 10.000 interventi; il che potrebbe essere di relativa importanza, se non stessimo parlando di un medico che sponsorizza la propria attività sul social network più popolare tra i giovani che lui, evidentemente, vede anzitutto come potenziali clienti. Tanto che ha reso pubblico che il paziente più giovane su cui ha eseguito una mastectomia aveva 15 anni; si trattava di una ragazzina che gli era stata mandata da una struttura psichiatrica e che lui non si è fatto troppi problemi a operare.
Del resto, la filosofia di questo chirurgo di Seattle è chiara: non esistono limiti di età minimi per il «cambio di sesso». A dirlo in modo chiaro è sempre lui che, rispondendo a una domanda sul punto - «qual è l’età ideale per sottoporsi a un intervento chirurgico di alto livello?» - ha chiarito: «Quando è giusto per te». Un argomento che pare stare a cuore a Mangubat è quello dei capezzoli. In un video dedicato al tema, ha raccontato di tre diverse richieste ricevute da altrettanti pazienti. Il primo voluto la rimozione dei capezzoli perché erano fonte della disforia di genere; il secondo, un paziente «non binario» che li voleva più grandi per sentirsi più femminile; il terzo era un semplice «intervento chirurgico di ricostruzione maschile».
Il successo sui social di questo medico, da qualche tempo, ha incuriosito anche i grandi media americani. Il giornale on line ThePostMillennial.com, in questi giorni, gli ha dedicato un lungo servizio e una della più note agenzie di stampa del mondo, la Reuters, lo scorso novembre ha pubblicato un accurato reportage sul fenomeno dei baby trans di Michelle Conlin, Robin Respaut e Chad Terhune; nell’articolo si parlava anche del dottor Mangubat che era stato contattato, ma aveva «scelto di non rilasciare commenti». Molto meglio, per lui, dedicarsi ai social e far lievitare il portafogli.
D’altra parte, il «cambio di sesso» da parte dei minori, oltre che una realtà dilagante, costituisce ormai un sostanzioso business. Basti pensare che il giro d’affari attorno al fenomeno, solo negli Stati Uniti, si aggira su 1,9 miliardi di dollari l’anno e si prevede un ulteriore incremento, con un tasso di crescita annuale dell’11,23%; questo fino al 2030, quando toccherà il tetto dei 5 miliardi di dollari. La ragione dell’attivismo social dei medici pro gender è, dunque, fin troppo chiara, anche se non c’è dubbio che chiunque la faccia notare si deve preparare a fronteggiare la solita accusa. Quella di transfobia.
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Negli Stati Uniti l’Ozempic e il gemello Wegovy sono introvabili: le star dei social da Musk alle Kardashian li hanno indicati come ritrovati «miracolosi» che fanno perdere peso. Così è scattata la corsa all’acquisto. E chi ne ha bisogno, i veri malati, è in difficoltà.Il chirurgo pro-gender Tony Mangubat: «Fatti oltre 10.000 interventi, il paziente più piccolo aveva 15 anni».Lo speciale contiene due articoli.È il medicinale più in voga a Hollywood, una fiala di norma prescritta a chi abbia il diabete mellito di tipo 2. Ozempic, e il gemello Wegovy, sono pressoché introvabili, negli Stati Uniti. Ma la ragione non sta in quello che dovrebbe essere il suo uso canonico. Ozempic e Wegovy, nel Paese dove tutto è possibile, sono diventati una scorciatoia costosa alla magrezza. Socialite e star, insieme a una platea di pigri dal portafoglio pingue, ne hanno comprato tanto da esaurirlo.«È molto frustrante per la maggior parte dei pazienti. Alcuni fra questi hanno dovuto aspettare diversi mesi prima di riuscire a trovare il medicinale, con ripercussioni importanti sulla loro salute, fisica e mentale», ha dichiarato al New York Post il dottor Gregory Dodell, del Central Park Endocrinology, spiegando come l’Ozempic abbia cominciato a essere prescritto anche a persone ossessionate dai chili di troppo.Il farmaco, approvato negli Stati Uniti nel 2017, è composto di semaglutide, in grado di replicare la sintesi di un ormone che l’intestino umano produce naturalmente. La semaglutide, a ogni pasto, aiuta il pancreas a rilasciare una giusta dose di insulina, andando a controbilanciare così i picchi glicemici. Non solo. «La semaglutide viene prodotta mentre mangiamo ed è colei che dice al nostro cervello che siamo sazi, pieni. Aiuta le persone a sentirsi meno affamate, aiuta a raggiungere prima un livello di sazietà e aiuta a mantenere più a lungo questo livello di sazietà. Tutto questo, però, accade quando non siamo davvero pieni come le iniezioni di semaglutide ci inducono a credere», ha spiegato ancora la dottoressa Katherine H. Sanders al Post, raccontando come le punture di Ozempic debbano essere fatte una volta alla settimana, sottopelle, nella pancia, nelle braccia oppure nelle cosce.Di norma, le punture servono a chi abbia il diabete, per abbassare il livello di zuccheri nel sangue, o a chi abbia problemi importanti di sovrappeso. Nella fattispecie, però, complice un tam tam mediatico condotto su TikTok, le punture sono diventate l’assillo di chi voglia perdere il 10 o il 15% della propria massa corporea. Il social più giovane del momento è impazzito per l’Ozempic. L’hashtag dedicato al farmaco è stato usato circa 400 milioni di volte.Diversi utenti hanno cominciato a tessere l’elogio della pennetta pre-riempita, decantandone i poteri «miracolosi». Altri hanno documentato il proprio percorso di dimagrimento, cercato di emulare le grandi star, di indurle a confessare questo loro segreto di bellezza. Kim Kardashian, la sorella Khloe, Kylie Richards, Chelsea Handler, Elon Musk. I fruitori dell’Ozempic sarebbero tanti, e sarebbero ricchi. Il farmaco, che negli Stati Uniti non è coperto dall’assicurazione sanitaria, ha un dosaggio variabile. Ma, di media, può arrivare a costare 1.300 dollari al mese, con singole dosi vendute a 342.«Per chi non lo sapesse, “gaslighting” significa cercare di convincere qualcuno che la sua percezione della realtà sia sbagliata. È un po’ come quando le celebrità giurano di aver perso peso bevendo più acqua, ma in verità si scopre che è stato l’Ozempic», ha scherzato Chelsea Handler presentando, il 15 gennaio scorso, i Critics’ Choice Awards, mentre Musk, candidamente, ha ammesso su Twitter come il segreto della sua forma fisica siano «il digiuno intermittente e il Wegovy». Farmaco che, come l’Ozempic, ha non pochi effetti collaterali.Tik Tok, fautore della moda, parla di «faccia da Ozempic»: un teschio scarno, incartapecorito, con la pelle ormai vuota e flaccida. L’Ozempic, che può dare anche bruciori di stomaco e problemi di reflusso gastroesofageo, smagrisce il corpo ma, sul viso, porta via ogni traccia di grasso. «E il grasso, per l’invecchiamento della faccia, non è mai un nemico. Piuttosto, direi che è un amico», ha spiegato ancora il dottor Oren Tepper, secondo cui «Una perdita di peso può riportare indietro l’orologio biologico quando si parla di fisici. Quando si parla di visi, la perdita di peso l’orologio biologico lo sposta in avanti, invecchia». E, soprattutto, se raggiunta attraverso iniezioni di Ozempic o Wegovy, la perdita di peso espone a rischi incalcolabili.Il farmaco è relativamente nuovo sul mercato. Non sono, perciò, disponibili studi che spieghino se e quali effetti collaterali l’Ozempic e il Wegovy possano avere sul lungo termine. Chelsea Handler, che di recente ha dichiarato pubblicamente di aver smesso le iniezioni, ha parlato di un «senso diffuso di malessere». «Mi lasciava nauseata, non lo prenderò più», ha detto. «Non è un farmaco miracoloso e usarlo per persone che vogliano perdere qualche chilo sarebbe inappropriato. L’obesità è una condizione medica. Per persone che abbiano un sovrappeso di almeno 45 chili, Ozempic e Wegovy sono terapie necessarie. 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La nuova frontiera sembra infatti esser un’altra: quella dei chirurghi pro gender che, atteggiandosi a influencer, esortano i ragazzini al «cambio di sesso». Ne è un chiaro esempio il dottor Tony Mangubat del La Belle Vie cosmetic surgery center and med spa di Seattle, un medico il cui successo sui social è letteralmente clamoroso. Mangubat è, infatti, popolarissimo su Tik Tok dove, col nickname «TikDocTony», vanta oltre 220.000 follower. Un seguito di cui il chirurgo di Seattle, in perfetto stile pubblicitario, si serve per promuovere in modo esplicito la propria attività, che con il «cambio di sesso» ha molto a che vedere. Gli «interventi chirurgici di affermazione transgender» offerti nella sua clinica includono la solita «ricostruzione del torace», ovvero mastectomie bilaterali - la rimozione dei seni - e, viceversa, l’«aumento del seno», ovvero protesi mammarie per uomini che si identificano come donne. Tra i «servizi» disponibili pure la mascolinizzazione facciale di ragazze che «si sentono» uomini, con tanto di interventi sulla fronte, sulle guance, sul mento e sulla mascella. Attivo dal 1987, Mangubat ha al suo attivo oltre 10.000 interventi; il che potrebbe essere di relativa importanza, se non stessimo parlando di un medico che sponsorizza la propria attività sul social network più popolare tra i giovani che lui, evidentemente, vede anzitutto come potenziali clienti. Tanto che ha reso pubblico che il paziente più giovane su cui ha eseguito una mastectomia aveva 15 anni; si trattava di una ragazzina che gli era stata mandata da una struttura psichiatrica e che lui non si è fatto troppi problemi a operare. Del resto, la filosofia di questo chirurgo di Seattle è chiara: non esistono limiti di età minimi per il «cambio di sesso». A dirlo in modo chiaro è sempre lui che, rispondendo a una domanda sul punto - «qual è l’età ideale per sottoporsi a un intervento chirurgico di alto livello?» - ha chiarito: «Quando è giusto per te». Un argomento che pare stare a cuore a Mangubat è quello dei capezzoli. In un video dedicato al tema, ha raccontato di tre diverse richieste ricevute da altrettanti pazienti. Il primo voluto la rimozione dei capezzoli perché erano fonte della disforia di genere; il secondo, un paziente «non binario» che li voleva più grandi per sentirsi più femminile; il terzo era un semplice «intervento chirurgico di ricostruzione maschile». Il successo sui social di questo medico, da qualche tempo, ha incuriosito anche i grandi media americani. Il giornale on line ThePostMillennial.com, in questi giorni, gli ha dedicato un lungo servizio e una della più note agenzie di stampa del mondo, la Reuters, lo scorso novembre ha pubblicato un accurato reportage sul fenomeno dei baby trans di Michelle Conlin, Robin Respaut e Chad Terhune; nell’articolo si parlava anche del dottor Mangubat che era stato contattato, ma aveva «scelto di non rilasciare commenti». Molto meglio, per lui, dedicarsi ai social e far lievitare il portafogli. D’altra parte, il «cambio di sesso» da parte dei minori, oltre che una realtà dilagante, costituisce ormai un sostanzioso business. Basti pensare che il giro d’affari attorno al fenomeno, solo negli Stati Uniti, si aggira su 1,9 miliardi di dollari l’anno e si prevede un ulteriore incremento, con un tasso di crescita annuale dell’11,23%; questo fino al 2030, quando toccherà il tetto dei 5 miliardi di dollari. La ragione dell’attivismo social dei medici pro gender è, dunque, fin troppo chiara, anche se non c’è dubbio che chiunque la faccia notare si deve preparare a fronteggiare la solita accusa. Quella di transfobia.
John Bolton (Ansa)
Putin rifiuta l’incontro con Zelensky. La possibilità di trovare un accordo è ancora lontana?
«Penso, come hanno dichiarato molti analisti, che l’Ucraina in questo momento sia in vantaggio. Allo stesso tempo, però, tutto ciò non è sufficiente per cambiare radicalmente la natura del conflitto. Putin è stato probabilmente avvisato dai suoi militari del fatto che le forze ucraine non si sarebbero sgretolate entro l’estate come sosteneva il leader del Cremlino, anzi. Come ho detto, gli ucraini stanno combattendo molto bene e l’attacco a San Pietroburgo con l’invasione nel territorio avversario ne è la prova. Quindi, a un certo punto, Putin deve capire e ammettere che la guerra non sta andando come pensava. Sono ormai passati quattro anni ed è da due che Putin dovrebbe aver imparato il da farsi. Non è immaginabile che la sua propaganda della vittoria russa dietro l’angolo possa durare all’infinito. Non lo è, non è così. Quindi questo potrebbe far scoppiare presto un incendio a Mosca: forse Putin troverà un modo per spegnere l’incendio e trarre comunque credibilità dal conflitto per ricostruire l’economia e l’esercito. Ma questo non significa che la guerra sia finita. Il leader del Cremlino cerca di ricostruire l’impero russo. L’ha detto nel 2005. Temo ci speri ancora, e con lui molti russi. Possedere il 20% di Ucraina non è il suo obbiettivo. Lui vuole tutta l’Ucraina».
E quindi, Putin sta bluffando? O potrebbe esserci una tregua temporanea?
«La storia potrebbe ripetersi, come nel 2014 dopo l’invasione della Crimea, la guerra potrebbe durare ancora molti anni, tra alti e bassi. Può darsi possano esserci dei negoziati, ma temo che Putin non voglia ancora davvero trattare e chiudere la partita».
Anche il braccio di ferro tra Usa e Iran sembra non finire mai. L’Iran ha recentemente interrotto i negoziati con gli Usa: che interesse avrebbero gli ayatollah nel porre fine alla guerra?
«Allora, penso che al momento il regime stia guadagnando tempo. Credono che la loro determinazione sia più forte di quella di Trump. E pensano che Trump farà marcia indietro per ottenere un accordo che apra lo Stretto di Hormuz. Così il prezzo internazionale del petrolio scenderà e quindi il prezzo della benzina alla pompa negli Stati Uniti si abbasserà di conseguenza. Il tempo è dalla parte dell’Iran, anche se gli iraniani sono gravemente danneggiati dal blocco americano del loro petrolio. Credono che ci sia più pressione su Trump che su di loro. E comunque, si potrebbe arrivare a un accordo che alla fine apra lo Stretto di Hormuz. Ma anche senza sapere quali sarebbero i termini, ne beneficerà il regime in Iran più di quanto ne beneficerà Trump. E gli iraniani non si preoccupano della situazione economica del loro popolo. Si preoccupano della sopravvivenza del regime. Questo è il loro obiettivo primario».
Voglio parlare anche degli attacchi in Libano: il premier israeliano Netanyahu sta giocando la sua partita a scapito degli Usa?
«Gli iraniani credono di poter fare pressione su Trump perché faccia pressione su Netanyahu, così da fermare la guerra in Libano contro Hezbollah. Ogni giorno che gli israeliani attaccano Hezbollah e lo affondano, affondano anche l’Iran, questo è chiaro a tutti. E Trump non la vede così: sta iniziando a percepire gli israeliani come un ostacolo per raggiungere il suo accordo con l’Iran. Gli iraniani lo sanno. E quindi Teheran sta usando Trump come se fosse un proprio agente per fermare gli attacchi israeliani. Ora, non è ben chiaro cosa sia successo in Libano: Trump ha detto in un post sui social media che le forze israeliane stavano andando verso Beirut. Ma in realtà non ci sarebbero mai state forze israeliane che andavano verso Beirut. C’era stato un attacco aereo sulle postazioni di Hezbollah. Ma fino a oggi, le operazioni israeliane nel sud di Libano continuano, anche se non c’è un attacco di terra nei sobborghi di Beirut».
Ma cosa ne pensa della media di due post all’ora sui social di Trump? Un modo di fare comunicazione politica in tempo di guerra?
«Trump usa i social tutto il tempo, come tutti sanno. Non penso che sia un buon metodo per gestire gli affari internazionali. A volte stare in silenzio è la cosa migliore da fare. Ma questo è contro il Dna di Trump. Non può stopparsi, darsi un freno e provare a non parlare».
Tornando alla guerra: faccio una sintesi, mi dica se è corretta: gli Stati Uniti sono contro Teheran. Israele è contro il Libano. Troppo semplicistica?
«Penso che i due conflitti siano collegati, non importa come la si guardi. Se fossi al posto di Trump direi a Netanyahu di fare ciò che vuole con Hezbollah. E poi direi agli ayatollah che non si devono preoccupare di ridurre il proprio programma nucleare, tanto finché sarà così Netanyahu continuerà a fare ciò che vuole. Ma Trump non pensa in termini strategici. Non pensa in prospettiva, ma ragiona soltanto su ciò che sta davanti alla sua faccia. E in questo momento stiamo perdendo, anche dal punto di vista economico».
Cosa pensa l’opinione pubblica negli Stati Uniti del presidente Trump in merito alla sua condotta e alle guerre?
«Il suo consenso è in forte declino. E la preoccupazione degli americani per l’economia è aumentata, anzi aumenta giorno dopo giorno. È per questo che i repubblicani in Congresso e in vista delle elezioni sono così preoccupati: perché se il prezzo del petrolio non diminuisce, se l’effetto dei prezzi del gas sui cibi e sugli altri beni di prima necessità non migliora, allora sarà molto dura per loro vincere a novembre».
L’incontro di Trump con Xi Jinping a Pechino è da considerarsi un successo?
«In questo momento è chiaro che quell’incontro non ha portato a nulla. In apparenza Trump ha ottenuto una grande accoglienza, che è ciò che voleva. Ha ricevuto un benvenuto molto caloroso, così come quando era già andato nel 2017. Ma in termini di risultati tangibili, no. Il risultato più evidente finora è che Trump ha descritto la vendita di armi da 14 miliardi di dollari degli Stati Uniti a Taiwan come un’ottima moneta di scambio: e questo è stato un grande shock per le persone a Taiwan e un grande shock per molte persone del Congresso che pensano, invece, che sia importante vendere le armi a Taiwan e proteggere l’isola. Non stiamo regalando le armi, tra l’altro, ma le stiamo vendendo. Ed è importante offrire armi in modo che possano servire come deterrente contro l’aggressione cinese, è ovvio. Certo è che Trump ha ottenuto l’attenzione di tutti su Taiwan».
Ma per distogliere l’attenzione dal pantano Iran, invece, non c’è il rischio che Trump attacchi Cuba?
«Trovo ci sia molta speculazione su questo aspetto. Ma dobbiamo ammettere che esistono una serie di attacchi che sembrano essere sempre più vicini. Non penso che quello a Cuba sia probabile: il regime cubano è stato un fallimento, è vero. La pressione sull’economia per tagliare l’acquisto di petrolio è forte ma le persone dovrebbero ricordarsi che c’è una grande comunità cubana in Florida, e anche nel resto del Paese. Il governo non vuole un accordo con il regime, vuole che il regime si sottometta e basta. E alla Casa Bianca credono, avendo parlato con i giovani sull’isola che non hanno mai vissuto sotto altri governi, che i cubani siano molto insoddisfatti. Quindi vedono un’altissima opposizione al regime, un po’ come se i cubani chiedessero agli Stati Uniti di intervenire. E abbiamo il primo segretario di Stato cubano Marco Rubio, che ascolta le sue radici».
Ma ci sarebbe differenza tra un blitz a Cuba e l’attacco di gennaio in Venezuela?
«Per gli americani Cuba è ̀ diversa da tutto il resto del mondo. Ogni bambino a scuola impara che cosa c’è a pochi chilometri dalle nostre spiagge e non bisogna ricordare la guerra fredda per sapere che Cuba fa parte della storia degli Stati Uniti. Quindi ci sono molte persone con amici e parenti lì: è quasi come se fosse un Paese europeo, l’Irlanda, l’Italia o qualsiasi altra nazione che abbia discendenti negli Stati Uniti. E questa relazione rende diversa Cuba dal Venezuela, dall’Iran o da qualunque altro luogo e obiettivo militare».
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Keir Starmer (Ansa)
In seguito, Calocane si è dichiarato colpevole di omicidio colposo e i suoi legali hanno invocato l’incapacità di intendere e di volere, che è stata parzialmente riconosciuta portando all’internamento del killer in un ospedale psichiatrico di massima sicurezza. Ma sul suo caso è stata allestita una commissione di inchiesta il cui lavoro si è appena concluso, portando alla luce una serie incredibile di errori e sottovalutazioni da parte delle autorità di polizia britanniche. Calocane, affetto da schizofrenia paranoide, avrebbe dovuto essere arrestato ben prima di compiere la strage. Si era già reso responsabile di numerosi episodi violenti, disertava gli incontri con gli psichiatri, si scelse di non internarlo e di lasciarlo libero anche se era evidentemente pericoloso.
Il Daily Telegraph, nei giorni scorsi, ha scritto che la commissione di inchiesta «ha anche rivelato che nel 2020 gli operatori della salute mentale decisero di non sottoporre Calocane a un ricovero coatto in seguito a un violento incidente, dopo aver preso in considerazione una ricerca che suggeriva una sovrarappresentazione dei giovani uomini di colore nelle carceri». Questo particolare è stato smentito con forza da alcuni dei medici auditi dalla commissione, ma è inevitabile che sorgano profondi dubbi a riguardo, soprattutto dopo quello che è accaduto a Henry Nowak, ucciso a pugnalate da un sikh e trattato da criminale mentre moriva soltanto perché bianco.
Emma Webber, madre di una delle vittime di Calocane, ha avuto parole piuttosto chiare sul punto. «Quello che dobbiamo fare è essere coraggiosi e affrontare queste discussioni davvero difficili in questo Paese» ha detto alla stampa. «Calocane era un uomo di colore che ha ucciso tre persone bianche e ha tentato di ucciderne altre tre, e questo non è mai stato oggetto di discussione. Se fosse successo il contrario, lo sarebbe stato». Difficile darle torto. Soprattutto se si legge l’inchiesta realizzata dal Telegraph sul modo in cui il sistema di salute mentale britannico è stato messo sotto pressione in questi anni al fine di «ridurre le diseguaglianze». Nove medici che servono e hanno servito nei servizi di salute mentale inglesi hanno raccontato di essere stati ripetutamente invitati a ridurre il numero di pazienti neri.
«Un medico che lavorava nello stesso ente ospedaliero in cui era stato curato Valdo Calocane ha affermato che l’organismo di controllo aveva visitato il suo reparto poco prima dell'attacco del killer di Nottingham e gli era stato detto che c’erano troppi pazienti neri», riporta il Telegraph. Non è tutto. Il Mental Health Act britannico, la legge che regola appunto i servizi di salute mentale, stabilisce che si svolgano periodiche revisioni indipendenti sulle strutture. Ebbene, nel 2018 la relazione conclusiva di tale revisione spiegò che «cercare di trovare modi per ridurre i ricoveri coatti di persone di origine africana e caraibica in particolare è una delle principali sfide».
E ancora: «Nel 2023, il servizio sanitario nazionale», scrive il Telegraph, «ha raccomandato agli enti ospedalieri di esaminare i ricoveri per problemi di salute mentale spiegando che “nel tempo dovrebbero essere in grado di dimostrare una riduzione delle disuguaglianze”. La Commissione per l’uguaglianza e i diritti umani, consultata sul Mental Health Act del 2025, ha affermato che gli enti ospedalieri dell’NHS dovrebbero essere tenuti a fornire un “piano d’azione completo se non sono in grado di dimostrare una riduzione anno su anno dei tassi di detenzione sproporzionati subiti dai gruppi di minoranza etnica, in particolare dalle persone di colore”». Insomma è piuttosto evidente che ci sia stata una notevole pressione da più fronti e soprattutto da attori istituzionali per ridurre il numero di pazienti di colore. I risultati, purtroppo, si sono visti: morti e feriti. Il fatto è che, come ha notato qualcuno, la malattia mentale non si cura con la sociologia, il crimine non si ferma con l’inclusione. E la realtà, piaccia o meno, non si può annullare per volontà ideologica.
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A rompere gli indugi è stato Banco Bpm. Era nell’aria da mesi. E ieri, all’ora di pranzo, è uscito il comunicato: l’istituto milanese chiede a Mps di andare a nozze. Nessuna Opa. Solo «concordare un’operazione di aggregazione». Operazione finalizzata alla creazione di un nuovo gruppo bancario e finanziario di riferimento in Italia, secondo operatore nazionale per dimensioni, si legge nella nota. L’aggregazione verrebbe attuata nelle modalità tipiche dei «cosiddetti merger of equals, la soluzione più coerente per allineare tutti gli azionisti su un disegno industriale comune, preservando il Dna dei due istituti e valorizzando le rispettive culture», prosegue il comunicato.
Secondo operatore nazionale per dimensioni… Bnp Paribas stima che le nozze potrebbero creare sì un terzo polo bancario, dopo Unicredit e Intesa Sanpaolo, ma appunto il secondo per asset (450 miliardi circa), con un 15% di market share nei prestiti, il 13% nei depositi e 2.900 filiali. L’istituto di Piazza Meda potrebbe contare su sinergie superiori a 1,1 miliardi lordi annui e una capitalizzazione di Borsa potenzialmente superiore a 50 miliardi (attualmente siamo sui 28 miliardi per Siena a 20 per Bpm). L’istituto guidato da Giuseppe Castagna stima inoltre una potenziale generazione di profitto netto a regime pari a 6 miliardi, con una crescita degli utili per azione a doppia cifra.
Numeri incredibili. Ma i numeri sono paradossalmente niente in confronto al centro di potere che «passa da Siena» con questa aggregazione, come ha detto pochi giorni fa Luigi Lovaglio, amministratore delegato di Montepaschi. Mps controlla oltre l’85% di Mediobanca. Mediobanca che ha in mano il 13,2% di Generali, primo azionista del Leone. Non è finita, perché il primo socio del Monte è Delfin - la holding degli eredi di Leonardo Del Vecchio - con il 17,5%, ma Delfin è pure secondo socio nel capitale del Leone di Trieste con il 10,1%. Nel caso di fusione Siena-Milano l’azionista più importante sarebbe sempre Delfin con circa l’11%. Seguito da Credit Agricole. La banca francese, storicamente presente in Italia con Cariparma, Friuladria e non solo, ha iniziato una scalata a Bpm che l’ha portata al 22,9% del capitale. La Banque Verte transalpina potrebbe inoltre essere interessata ad acquistare gli sportelli che il gruppo Bpm-Mps dovrebbe cedere per questioni di Antitrust: 130 filiali, il 4% della futura super banca, calcolano Bnp Paribas e Morgan Stanley. L’Agricole sarebbe così protagonista della finanza italiana, un gradino sotto Leonardo Maria Del Vecchio, figlio del fondatore di Luxottica, che in questi giorni sta per mettere le mani sul 37,5% di Delfin, rilevando quote dai fratelli grazie a un prestito da circa 11 miliardi che vede in prima fila come finanziatori Unicredit (azionista di Generali con l’8,9% e con Delfin socia della banca di piazza Gae Aulenti con il 2,85%) e proprio Credit Agricole.
Visto il potere in ballo, a metà pomeriggio, arriva la controproposta. Da parte di chi? Secondo il Financial Times Intesa Sanpaolo sta preparando un’offerta congiunta con Bpere Unipol su Monte dei Paschi. L’istituto modenese - quinto in Italia per dimensioni con l’assicurazione guidata da Carlo Cimbri come primo azionista - acquisterebbe le attività bancarie del Monte, mentre la banca di Carlo Messina, ne acquisterebbe la recente unità Mediobanca e, di conseguenza, la quota del 13% in Generali. Da Siena non commentano. Oggi però il cda di Mps approfitterà della riunione già convocata per dare le prime risposte.
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