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2023-01-31
I vip rubano il farmaco ai diabetici: fa snellire
Kim Kardashian (Ansa)
È il medicinale più in voga a Hollywood, una fiala di norma prescritta a chi abbia il diabete mellito di tipo 2. Ozempic, e il gemello Wegovy, sono pressoché introvabili, negli Stati Uniti. Ma la ragione non sta in quello che dovrebbe essere il suo uso canonico. Ozempic e Wegovy, nel Paese dove tutto è possibile, sono diventati una scorciatoia costosa alla magrezza. Socialite e star, insieme a una platea di pigri dal portafoglio pingue, ne hanno comprato tanto da esaurirlo.
«È molto frustrante per la maggior parte dei pazienti. Alcuni fra questi hanno dovuto aspettare diversi mesi prima di riuscire a trovare il medicinale, con ripercussioni importanti sulla loro salute, fisica e mentale», ha dichiarato al New York Post il dottor Gregory Dodell, del Central Park Endocrinology, spiegando come l’Ozempic abbia cominciato a essere prescritto anche a persone ossessionate dai chili di troppo.
Il farmaco, approvato negli Stati Uniti nel 2017, è composto di semaglutide, in grado di replicare la sintesi di un ormone che l’intestino umano produce naturalmente. La semaglutide, a ogni pasto, aiuta il pancreas a rilasciare una giusta dose di insulina, andando a controbilanciare così i picchi glicemici. Non solo. «La semaglutide viene prodotta mentre mangiamo ed è colei che dice al nostro cervello che siamo sazi, pieni. Aiuta le persone a sentirsi meno affamate, aiuta a raggiungere prima un livello di sazietà e aiuta a mantenere più a lungo questo livello di sazietà.
Tutto questo, però, accade quando non siamo davvero pieni come le iniezioni di semaglutide ci inducono a credere», ha spiegato ancora la dottoressa Katherine H. Sanders al Post, raccontando come le punture di Ozempic debbano essere fatte una volta alla settimana, sottopelle, nella pancia, nelle braccia oppure nelle cosce.
Di norma, le punture servono a chi abbia il diabete, per abbassare il livello di zuccheri nel sangue, o a chi abbia problemi importanti di sovrappeso. Nella fattispecie, però, complice un tam tam mediatico condotto su TikTok, le punture sono diventate l’assillo di chi voglia perdere il 10 o il 15% della propria massa corporea. Il social più giovane del momento è impazzito per l’Ozempic. L’hashtag dedicato al farmaco è stato usato circa 400 milioni di volte.
Diversi utenti hanno cominciato a tessere l’elogio della pennetta pre-riempita, decantandone i poteri «miracolosi». Altri hanno documentato il proprio percorso di dimagrimento, cercato di emulare le grandi star, di indurle a confessare questo loro segreto di bellezza. Kim Kardashian, la sorella Khloe, Kylie Richards, Chelsea Handler, Elon Musk. I fruitori dell’Ozempic sarebbero tanti, e sarebbero ricchi. Il farmaco, che negli Stati Uniti non è coperto dall’assicurazione sanitaria, ha un dosaggio variabile. Ma, di media, può arrivare a costare 1.300 dollari al mese, con singole dosi vendute a 342.
«Per chi non lo sapesse, “gaslighting” significa cercare di convincere qualcuno che la sua percezione della realtà sia sbagliata. È un po’ come quando le celebrità giurano di aver perso peso bevendo più acqua, ma in verità si scopre che è stato l’Ozempic», ha scherzato Chelsea Handler presentando, il 15 gennaio scorso, i Critics’ Choice Awards, mentre Musk, candidamente, ha ammesso su Twitter come il segreto della sua forma fisica siano «il digiuno intermittente e il Wegovy». Farmaco che, come l’Ozempic, ha non pochi effetti collaterali.
Tik Tok, fautore della moda, parla di «faccia da Ozempic»: un teschio scarno, incartapecorito, con la pelle ormai vuota e flaccida. L’Ozempic, che può dare anche bruciori di stomaco e problemi di reflusso gastroesofageo, smagrisce il corpo ma, sul viso, porta via ogni traccia di grasso. «E il grasso, per l’invecchiamento della faccia, non è mai un nemico. Piuttosto, direi che è un amico», ha spiegato ancora il dottor Oren Tepper, secondo cui «Una perdita di peso può riportare indietro l’orologio biologico quando si parla di fisici. Quando si parla di visi, la perdita di peso l’orologio biologico lo sposta in avanti, invecchia». E, soprattutto, se raggiunta attraverso iniezioni di Ozempic o Wegovy, la perdita di peso espone a rischi incalcolabili.
Il farmaco è relativamente nuovo sul mercato. Non sono, perciò, disponibili studi che spieghino se e quali effetti collaterali l’Ozempic e il Wegovy possano avere sul lungo termine. Chelsea Handler, che di recente ha dichiarato pubblicamente di aver smesso le iniezioni, ha parlato di un «senso diffuso di malessere». «Mi lasciava nauseata, non lo prenderò più», ha detto.
«Non è un farmaco miracoloso e usarlo per persone che vogliano perdere qualche chilo sarebbe inappropriato. L’obesità è una condizione medica. Per persone che abbiano un sovrappeso di almeno 45 chili, Ozempic e Wegovy sono terapie necessarie. Ma somministrare farmaci a chiunque, senza un bisogno reale, non è prudente», ha concluso il dottor Scott Kahan, del National Center for weight and wellness di Washington Dc.
Il «dottor trans» che opera i minori si vanta (e li circuisce) a suon di post
Per quanto attuale, il fenomeno delle virostar - i medici che, per loro formazione epidemiologica divenuta centrale con la pandemia, sui media si sentono titolati a pontificare su tutto -, potrebbe essere superato.
La nuova frontiera sembra infatti esser un’altra: quella dei chirurghi pro gender che, atteggiandosi a influencer, esortano i ragazzini al «cambio di sesso». Ne è un chiaro esempio il dottor Tony Mangubat del La Belle Vie cosmetic surgery center and med spa di Seattle, un medico il cui successo sui social è letteralmente clamoroso. Mangubat è, infatti, popolarissimo su Tik Tok dove, col nickname «TikDocTony», vanta oltre 220.000 follower. Un seguito di cui il chirurgo di Seattle, in perfetto stile pubblicitario, si serve per promuovere in modo esplicito la propria attività, che con il «cambio di sesso» ha molto a che vedere.
Gli «interventi chirurgici di affermazione transgender» offerti nella sua clinica includono la solita «ricostruzione del torace», ovvero mastectomie bilaterali - la rimozione dei seni - e, viceversa, l’«aumento del seno», ovvero protesi mammarie per uomini che si identificano come donne. Tra i «servizi» disponibili pure la mascolinizzazione facciale di ragazze che «si sentono» uomini, con tanto di interventi sulla fronte, sulle guance, sul mento e sulla mascella.
Attivo dal 1987, Mangubat ha al suo attivo oltre 10.000 interventi; il che potrebbe essere di relativa importanza, se non stessimo parlando di un medico che sponsorizza la propria attività sul social network più popolare tra i giovani che lui, evidentemente, vede anzitutto come potenziali clienti. Tanto che ha reso pubblico che il paziente più giovane su cui ha eseguito una mastectomia aveva 15 anni; si trattava di una ragazzina che gli era stata mandata da una struttura psichiatrica e che lui non si è fatto troppi problemi a operare.
Del resto, la filosofia di questo chirurgo di Seattle è chiara: non esistono limiti di età minimi per il «cambio di sesso». A dirlo in modo chiaro è sempre lui che, rispondendo a una domanda sul punto - «qual è l’età ideale per sottoporsi a un intervento chirurgico di alto livello?» - ha chiarito: «Quando è giusto per te». Un argomento che pare stare a cuore a Mangubat è quello dei capezzoli. In un video dedicato al tema, ha raccontato di tre diverse richieste ricevute da altrettanti pazienti. Il primo voluto la rimozione dei capezzoli perché erano fonte della disforia di genere; il secondo, un paziente «non binario» che li voleva più grandi per sentirsi più femminile; il terzo era un semplice «intervento chirurgico di ricostruzione maschile».
Il successo sui social di questo medico, da qualche tempo, ha incuriosito anche i grandi media americani. Il giornale on line ThePostMillennial.com, in questi giorni, gli ha dedicato un lungo servizio e una della più note agenzie di stampa del mondo, la Reuters, lo scorso novembre ha pubblicato un accurato reportage sul fenomeno dei baby trans di Michelle Conlin, Robin Respaut e Chad Terhune; nell’articolo si parlava anche del dottor Mangubat che era stato contattato, ma aveva «scelto di non rilasciare commenti». Molto meglio, per lui, dedicarsi ai social e far lievitare il portafogli.
D’altra parte, il «cambio di sesso» da parte dei minori, oltre che una realtà dilagante, costituisce ormai un sostanzioso business. Basti pensare che il giro d’affari attorno al fenomeno, solo negli Stati Uniti, si aggira su 1,9 miliardi di dollari l’anno e si prevede un ulteriore incremento, con un tasso di crescita annuale dell’11,23%; questo fino al 2030, quando toccherà il tetto dei 5 miliardi di dollari. La ragione dell’attivismo social dei medici pro gender è, dunque, fin troppo chiara, anche se non c’è dubbio che chiunque la faccia notare si deve preparare a fronteggiare la solita accusa. Quella di transfobia.
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Negli Stati Uniti l’Ozempic e il gemello Wegovy sono introvabili: le star dei social da Musk alle Kardashian li hanno indicati come ritrovati «miracolosi» che fanno perdere peso. Così è scattata la corsa all’acquisto. E chi ne ha bisogno, i veri malati, è in difficoltà.Il chirurgo pro-gender Tony Mangubat: «Fatti oltre 10.000 interventi, il paziente più piccolo aveva 15 anni».Lo speciale contiene due articoli.È il medicinale più in voga a Hollywood, una fiala di norma prescritta a chi abbia il diabete mellito di tipo 2. Ozempic, e il gemello Wegovy, sono pressoché introvabili, negli Stati Uniti. Ma la ragione non sta in quello che dovrebbe essere il suo uso canonico. Ozempic e Wegovy, nel Paese dove tutto è possibile, sono diventati una scorciatoia costosa alla magrezza. Socialite e star, insieme a una platea di pigri dal portafoglio pingue, ne hanno comprato tanto da esaurirlo.«È molto frustrante per la maggior parte dei pazienti. Alcuni fra questi hanno dovuto aspettare diversi mesi prima di riuscire a trovare il medicinale, con ripercussioni importanti sulla loro salute, fisica e mentale», ha dichiarato al New York Post il dottor Gregory Dodell, del Central Park Endocrinology, spiegando come l’Ozempic abbia cominciato a essere prescritto anche a persone ossessionate dai chili di troppo.Il farmaco, approvato negli Stati Uniti nel 2017, è composto di semaglutide, in grado di replicare la sintesi di un ormone che l’intestino umano produce naturalmente. La semaglutide, a ogni pasto, aiuta il pancreas a rilasciare una giusta dose di insulina, andando a controbilanciare così i picchi glicemici. Non solo. «La semaglutide viene prodotta mentre mangiamo ed è colei che dice al nostro cervello che siamo sazi, pieni. Aiuta le persone a sentirsi meno affamate, aiuta a raggiungere prima un livello di sazietà e aiuta a mantenere più a lungo questo livello di sazietà. Tutto questo, però, accade quando non siamo davvero pieni come le iniezioni di semaglutide ci inducono a credere», ha spiegato ancora la dottoressa Katherine H. Sanders al Post, raccontando come le punture di Ozempic debbano essere fatte una volta alla settimana, sottopelle, nella pancia, nelle braccia oppure nelle cosce.Di norma, le punture servono a chi abbia il diabete, per abbassare il livello di zuccheri nel sangue, o a chi abbia problemi importanti di sovrappeso. Nella fattispecie, però, complice un tam tam mediatico condotto su TikTok, le punture sono diventate l’assillo di chi voglia perdere il 10 o il 15% della propria massa corporea. Il social più giovane del momento è impazzito per l’Ozempic. L’hashtag dedicato al farmaco è stato usato circa 400 milioni di volte.Diversi utenti hanno cominciato a tessere l’elogio della pennetta pre-riempita, decantandone i poteri «miracolosi». Altri hanno documentato il proprio percorso di dimagrimento, cercato di emulare le grandi star, di indurle a confessare questo loro segreto di bellezza. Kim Kardashian, la sorella Khloe, Kylie Richards, Chelsea Handler, Elon Musk. I fruitori dell’Ozempic sarebbero tanti, e sarebbero ricchi. Il farmaco, che negli Stati Uniti non è coperto dall’assicurazione sanitaria, ha un dosaggio variabile. Ma, di media, può arrivare a costare 1.300 dollari al mese, con singole dosi vendute a 342.«Per chi non lo sapesse, “gaslighting” significa cercare di convincere qualcuno che la sua percezione della realtà sia sbagliata. È un po’ come quando le celebrità giurano di aver perso peso bevendo più acqua, ma in verità si scopre che è stato l’Ozempic», ha scherzato Chelsea Handler presentando, il 15 gennaio scorso, i Critics’ Choice Awards, mentre Musk, candidamente, ha ammesso su Twitter come il segreto della sua forma fisica siano «il digiuno intermittente e il Wegovy». Farmaco che, come l’Ozempic, ha non pochi effetti collaterali.Tik Tok, fautore della moda, parla di «faccia da Ozempic»: un teschio scarno, incartapecorito, con la pelle ormai vuota e flaccida. L’Ozempic, che può dare anche bruciori di stomaco e problemi di reflusso gastroesofageo, smagrisce il corpo ma, sul viso, porta via ogni traccia di grasso. «E il grasso, per l’invecchiamento della faccia, non è mai un nemico. Piuttosto, direi che è un amico», ha spiegato ancora il dottor Oren Tepper, secondo cui «Una perdita di peso può riportare indietro l’orologio biologico quando si parla di fisici. Quando si parla di visi, la perdita di peso l’orologio biologico lo sposta in avanti, invecchia». E, soprattutto, se raggiunta attraverso iniezioni di Ozempic o Wegovy, la perdita di peso espone a rischi incalcolabili.Il farmaco è relativamente nuovo sul mercato. Non sono, perciò, disponibili studi che spieghino se e quali effetti collaterali l’Ozempic e il Wegovy possano avere sul lungo termine. Chelsea Handler, che di recente ha dichiarato pubblicamente di aver smesso le iniezioni, ha parlato di un «senso diffuso di malessere». «Mi lasciava nauseata, non lo prenderò più», ha detto. «Non è un farmaco miracoloso e usarlo per persone che vogliano perdere qualche chilo sarebbe inappropriato. L’obesità è una condizione medica. Per persone che abbiano un sovrappeso di almeno 45 chili, Ozempic e Wegovy sono terapie necessarie. 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La nuova frontiera sembra infatti esser un’altra: quella dei chirurghi pro gender che, atteggiandosi a influencer, esortano i ragazzini al «cambio di sesso». Ne è un chiaro esempio il dottor Tony Mangubat del La Belle Vie cosmetic surgery center and med spa di Seattle, un medico il cui successo sui social è letteralmente clamoroso. Mangubat è, infatti, popolarissimo su Tik Tok dove, col nickname «TikDocTony», vanta oltre 220.000 follower. Un seguito di cui il chirurgo di Seattle, in perfetto stile pubblicitario, si serve per promuovere in modo esplicito la propria attività, che con il «cambio di sesso» ha molto a che vedere. Gli «interventi chirurgici di affermazione transgender» offerti nella sua clinica includono la solita «ricostruzione del torace», ovvero mastectomie bilaterali - la rimozione dei seni - e, viceversa, l’«aumento del seno», ovvero protesi mammarie per uomini che si identificano come donne. Tra i «servizi» disponibili pure la mascolinizzazione facciale di ragazze che «si sentono» uomini, con tanto di interventi sulla fronte, sulle guance, sul mento e sulla mascella. Attivo dal 1987, Mangubat ha al suo attivo oltre 10.000 interventi; il che potrebbe essere di relativa importanza, se non stessimo parlando di un medico che sponsorizza la propria attività sul social network più popolare tra i giovani che lui, evidentemente, vede anzitutto come potenziali clienti. Tanto che ha reso pubblico che il paziente più giovane su cui ha eseguito una mastectomia aveva 15 anni; si trattava di una ragazzina che gli era stata mandata da una struttura psichiatrica e che lui non si è fatto troppi problemi a operare. Del resto, la filosofia di questo chirurgo di Seattle è chiara: non esistono limiti di età minimi per il «cambio di sesso». A dirlo in modo chiaro è sempre lui che, rispondendo a una domanda sul punto - «qual è l’età ideale per sottoporsi a un intervento chirurgico di alto livello?» - ha chiarito: «Quando è giusto per te». Un argomento che pare stare a cuore a Mangubat è quello dei capezzoli. In un video dedicato al tema, ha raccontato di tre diverse richieste ricevute da altrettanti pazienti. Il primo voluto la rimozione dei capezzoli perché erano fonte della disforia di genere; il secondo, un paziente «non binario» che li voleva più grandi per sentirsi più femminile; il terzo era un semplice «intervento chirurgico di ricostruzione maschile». Il successo sui social di questo medico, da qualche tempo, ha incuriosito anche i grandi media americani. Il giornale on line ThePostMillennial.com, in questi giorni, gli ha dedicato un lungo servizio e una della più note agenzie di stampa del mondo, la Reuters, lo scorso novembre ha pubblicato un accurato reportage sul fenomeno dei baby trans di Michelle Conlin, Robin Respaut e Chad Terhune; nell’articolo si parlava anche del dottor Mangubat che era stato contattato, ma aveva «scelto di non rilasciare commenti». Molto meglio, per lui, dedicarsi ai social e far lievitare il portafogli. D’altra parte, il «cambio di sesso» da parte dei minori, oltre che una realtà dilagante, costituisce ormai un sostanzioso business. Basti pensare che il giro d’affari attorno al fenomeno, solo negli Stati Uniti, si aggira su 1,9 miliardi di dollari l’anno e si prevede un ulteriore incremento, con un tasso di crescita annuale dell’11,23%; questo fino al 2030, quando toccherà il tetto dei 5 miliardi di dollari. La ragione dell’attivismo social dei medici pro gender è, dunque, fin troppo chiara, anche se non c’è dubbio che chiunque la faccia notare si deve preparare a fronteggiare la solita accusa. Quella di transfobia.
Assentral
I due creano così una pagina Instagram incentrata unicamente su questo modello. Arrivano i primi like e i primi commenti. Che aumentano sempre di più. Dall’altra parte dello schermo, però, non ci sono solo «personale normali». Ci sono soprattutto collezionisti e multimilionari. Gente che ha i garage pieni di pezzi da collezione. «Dal niente», prosegue Leonardo, «abbiamo iniziato a parlare con loro. Ci descrivevano le loro auto, i loro modelli. E così abbiamo iniziato ad archiviare tutto. Un sistema a grappolo in cui segnavamo tutto: il tipo di auto, il colore e così via. In poco tempo abbiamo creato un archivio unico».
Con i loro follower/collezionisti (i cui nomi non ci vengono rivelati: «Per noi il riserbo è tutto»), discutono su tutto, perfino delle questioni familiari. Si crea così un legame di fiducia. Tra di loro c’è anche un certo Alberto, uomo della finanza e dell’imprenditoria attivo anche nel mondo della nautica. Vede del potenziale in quei giovani e chiede di incontrarli. Destinazione Montecarlo. «Andavamo all’università e abbiamo speso tutti i nostri risparmi per andare lì e conoscerlo. Non sapevamo nemmeno che faccia avesse e lui non pensava fossimo così giovani, viste le nostre competenze». È il momento del salto. Quello in cui una passione, coltivata e accresciuta nel tempo («per anni abbiamo studiato solamente questo settore», spiegano i due) diventa un lavoro. Un business. Anche perché nel frattempo arrivano prime richieste: «Ma se volessi quella macchina in particolare?». L’archivio è lì, pronto. E così Leonardo ed Edoardo cominciano a sentire i loro follower, che ora diventano clienti. Diventano il centro, l’asse, che mette in contatto mondi diversi: Assentral, appunto, con l’obbiettivo di soddisfare la domanda di automobili speciali da collezione (e non solo), tramite un sistema innovativo, basato su relazioni sviluppate negli anni.
Ma questo è solo l’inizio. Perché, sempre su Instagram, i due vedono i lavori di Paul, un ragazzo scozzese. Cognome? «Niente cognome, è troppo bravo, poi ce lo portano via». Riesce a riproporre i modelli di auto in modo perfetto. Edoardo e Leonardo estraggono il loro pc per farmi qualche esempio. Cominciano a zoomare un rendering per mostrare la pelle lavorata dei sedili e perfino la marca degli pneumatici. Sembra più vero del vero. «Oggi i nostri clienti ci chiedono questo: modelli unici, fatti unicamente per loro. Noi prepariamo tutto, scegliamo con loro i colori e i dettagli, poi mandiamo i nostri progetti alla casa madre, che li realizza».
È il virtuale che diventa reale. Cosi dalle configurazioni in digitale dello studio di design di Assentral Speclab, si passa al carbonio, alle cuciture e alla pelle vera e propria. E pure a un luogo fisico, che verrà inaugurato a breve negli stessi spazi della D-Factory di Cinisinello Balsamo, la Mecca delle auto di lusso.
Un sogno italiano, quindi. Che fa sognare due giovani imprenditori ma, soprattutto, i loro clienti.
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«Jo Nesbø's Detective Hole» (Netflix)
Dopo il film con Michael Fassbender, il personaggio di Jo Nesbø arriva su Netflix con una serie che ne esplora fragilità e ossessioni. Basata su «La stella del diavolo», segue un’unica indagine tra i demoni personali del protagonista.
Harry Hole, al cinema, ha avuto il volto cupo di Michael Fassbender, i capelli ramati e un accenno di barba. Quando si è deciso di far delle sue gesta un film, si è scelto avesse le fattezze massicce dell'attore, così simile a quelle immaginate da Jo Nesbø. Poi, però, ci si è fermati. Harry Hole non ha avuto seguiti né adattamenti ulteriori. Eppure, Nesbø ha continuato a scrivere. E tanto ha prodotto da aver - finalmente - convinto una piattaforma a fare del suo detective il centro di una serie crime.
Jo Nesbø's Detective Hole, disponibile su Netflix da giovedì 26 marzo, prova a mettere insieme tutti i romanzi dello scrittore norvegese, costruendo su quel suo investigatore una narrazione capace di ricostruirne la complessità.Harry Hole, non più interpretato da Fassbender ma da Tobias Santelmann, è la copia carbone di quello che tanti detective prima di lui sono stati. Un genio preda di fantasmi e tormenti, l'intuitivo fuori scala inversamente proporzionale all'abilità di intessere relazioni umane soddisfacenti. Hole, pur noto ad Oslo come il più talentuoso fra gli investigatori, è vittima di una depressione cronica che, negli anni, lo ha indotto a sviluppare una forma altrettanto cronica di alcolismo. Beve fino a perdere conoscenza, Jim Beam, whiskey per lo più.
Eppure, il vizio non ha mai intaccato le sue capacità deduttive. Si è preso altro: il privato, le relazioni di Hole, monche e lacunose. Il detective, pur temuto e rispettato, ha amato una sola donna, senza riuscire a tenersela accanto. Rachel, un tempo amore, si è trasformata in tormento: tossica quanto e più del whiskey. Harry Hole non è mai riuscito a dirle addio. Rachel è sempre tornata, ondivaga e insicura. E con lei, puntuali, si sono fatti avanti i demoni. Gli stessi che l'investigatore sta goffamente cercando di combattere quando il candore di Oslo, sua città natale, si tinge di rosso. Una ragazza è stata trovata morta nel proprio appartamento, un dito le è stato reciso e, dietro una palpebra, il killer si è premurato di lasciarle un piccolo diamante a forma di stella. Una firma, un indizio, un peccato di vanità che, nella letteratura, ha dato il titolo ad uno dei romanzi di Nesbø.
Benché la serie Netflix ambisca ad essere un compendio di quanto prodotto dallo scrittore, Jo Nesbø's Detective Hole è basata per lo più su uno dei suoi tanti romanzi, il quinto, La stella del diavolo. Così ha voluto Nesbø, che per Netflix ha curato parte della sceneggiatura. Lo show, dunque, si trova a riavvolgere il filo per raccontare, intimamente, chi sia quest'uomo complesso. Poi, però, entra nel merito di un suo solo caso, un solo serial killer e una sola indagine, condotta - come da libro - insieme all'odiato e corretto collega Tom Waaler.
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Ford introduce le versioni BlueCruise Edition su Kuga e Puma, portando la guida assistita di livello 2 su modelli più diffusi. Il sistema è utilizzabile su oltre 135.000 chilometri di strade europee ed è incluso senza abbonamento.
Ford accelera sulla democratizzazione della guida assistita e introduce le nuove BlueCruise Edition su due dei modelli più apprezzati della gamma europea, Kuga e Puma. Le nuove versioni rappresentano un passo concreto verso una mobilità sempre più tecnologica e accessibile, portando su larga scala il sistema di assistenza alla guida di livello 2 che consente la modalità «mani libere, occhi puntati sulla strada».
Dopo il debutto europeo su Mustang Mach-E, primo sistema di questo tipo a ottenere l’approvazione normativa nel continente, BlueCruise amplia ora il proprio raggio d’azione. L’obiettivo è chiaro: offrire un’esperienza di guida più rilassata e sicura anche a un pubblico più ampio, andando oltre il segmento premium e integrandosi su modelli ad alta diffusione.
Le nuove Kuga e Puma BlueCruise Edition nascono infatti con una vocazione precisa: ridurre lo stress nei lunghi viaggi, soprattutto in autostrada. Grazie al Co-Pilot Pack di serie, il sistema consente la guida a mani libere su oltre 135.000 chilometri di arterie europee, le cosiddette «Blue Zones», distribuite in 16 Paesi. Un’estensione significativa che rende la tecnologia concretamente utilizzabile nella quotidianità.
Uno degli elementi più rilevanti dell’offerta è l’assenza di abbonamenti: BlueCruise è incluso senza costi aggiuntivi, insieme alla navigazione connessa basata su cloud, che fornisce aggiornamenti sul traffico in tempo reale e suggerisce percorsi ottimizzati. Una scelta strategica che punta a semplificare l’esperienza d’uso e a rafforzare il valore percepito del prodotto.
Non manca un’attenzione particolare al design. Le BlueCruise Edition si distinguono per dettagli esclusivi, a partire dalla livrea Vapor Blue abbinata al tetto a contrasto nero e agli specchietti coordinati. Completano il look i cerchi in lega dedicati, da 18 pollici su Puma e da 19 su Kuga. All’interno, l’ambiente si caratterizza per finiture Nordic Blue e inserti dei sedili lavorati, che conferiscono un tocco distintivo senza rinunciare alla sobrietà.
Ampia anche la gamma di motorizzazioni. Kuga è proposta in versione full hybrid e plug-in hybrid, mentre Puma affianca alle unità EcoBoost hybrid con cambio automatico anche la nuova declinazione completamente elettrica Gen-E. Una varietà che riflette la strategia multienergia del costruttore, orientata a soddisfare esigenze diverse in termini di utilizzo e sostenibilità.
Con le BlueCruise Edition, Ford compie dunque un passo deciso verso la diffusione capillare della guida assistita avanzata. Non si tratta solo di un’evoluzione tecnologica, ma di un cambio di paradigma: la comodità e il supporto alla guida diventano elementi centrali dell’esperienza automobilistica, accessibili a un pubblico sempre più vasto.
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Ansa
La parabola di Plotino si rispecchia nel bacino Mediterraneo, è l’erede di quei mondi antichi, il maestro di quel passaggio e il crocevia del pensiero, dal Medio Oriente a Roma. Dopo di lui verrà Sant’Agostino, con la Patristica. Nel suo tempo cresce la Gnosi e si diffonde il Manicheismo. A lui si deve il platonismo a Roma, con una scuola frequentata anche dai politici e dalle donne. A lui si deve il grande sogno della città governata dai filosofi, Platonopoli, che sarebbe sorta a due passi da Napoli. A lui si deve il primo, grande pensiero che supera il dualismo, con la teoria dell’emanazione e la nostalgia del Ritorno: l’Uno emana il mondo, come i raggi del sole, e le anime avvertono il conato di tornare alle origini. In Plotino la vita come il pensiero sono percorsi dalla nostalgia dell’origine. Emanazione e Ritorno sono il respiro del mondo, L’Uno espira e dà fiato al mondo, il mondo inspira e torna all’Uno. A lui si deve la prima grande filosofia della bellezza che dal corpo scorre verso l’anima e dall’anima risale a Dio.
Il suo pensiero fecondò la dottrina cristiana e il pensiero arabo, soffiò nel platonismo medioevale e nell’alchimia, poi nell’Umanesimo e nel Rinascimento, l’idealismo e il romanticismo, da Marsilio Ficino a Pico della Mirandola fino a Schelling, e poi a raggiungere nel Novecento personalità eminenti di ambiti differenti come Jung e Florenskij, Yeats e Bergson, Hillmann e Hadot, Eliade e Sestov. Pure Leopardi s’innamorò di lui e a lui dedicò un dialogo, uno dei suoi pochi scritti in difesa della vita, quando Plotino riesce a dissuadere il suo allievo Porfirio, che sarà poi il suo biografo, dal desiderio di suicidarsi.
A lui si riferirono anche scrittori e poeti del secolo scorso: da Albert Camus, che scrisse la tesi di laurea su di lui a Ezra Pound che gli dedicò una poesia giovanile in A lume spento, fino a Borges che ne parlò agli esorti della sua Storia dell’eternità.
Sarebbe un esercizio curioso e intrigante rileggere alcune teorie di Plotino alla luce della tecno-scienza di oggi e della fisica quantica: il nesso tra microcosmo e macrocosmo, la connessione di ogni parte al tutto, la convinzione che ogni particella del cosmo, come una miniatura dell’universo, abbia in sé la totalità del mondo. Tutto ciò precorre su altri versanti le più recenti teorie della fisica, le particelle di Dio, le onde elettromagnetiche e gravitazionali, le vibrazioni cosmiche...
Per tutte queste ragioni, dopo tanti anni di passione per il pensiero di Plotino nel fatidico anno 2000, mi dedicai a lui, autore sommo nel mio pantheon personale. Lo scrissi in forma di autobiografia, in prima persona, riferendomi agli ultimi anni vissuti da Plotino nella campagna di Minturno, dove morì. Al testo letterario ho aggiunto un saggio su di lui e sul suo pensiero. Il testo è un bilancio della sua vita e del suo pensiero, attraverso i luoghi e i temi che li avevano scanditi. Gli impliciti modelli di scrittura erano Così parlò Zarathustra di Nietzsche e le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar.
Dietro l’apparenza di una fictio, i dettagli storici e teorici combaciavano con la realtà storica e col suo pensiero, con le fonti, i nomi e i luoghi. Dalla sua nascita e poi la sua infanzia sulle rive del basso Nilo - nei pressi dell’odierna Asyut - alla sua prima maturità ad Alessandria d’Egitto dove fu iniziato alla filosofia, poi il suo soggiorno ad Antiochia e la sua partecipazione in Siria alla guerra con i persiani, dove rischiò di essere ucciso, nel suo tentativo di spingersi verso Oriente fino a vagheggiare la meta dell’India per conoscere i sapienti. Quindi il suo viaggio verso Roma, dove fondò la sua scuola frequentata anche da senatori e patrizi, che tenne per vent’anni, le sue commemorazioni di Platone, Socrate e Aristotele, il suo sogno di fondare una città ideale a sud di Roma, Platonopoli e di convincere all’impresa l’imperatore Gallieno; il suo dialogo con l’allievo Porfirio per dissuaderlo dal proposito di togliersi la vita, quindi il suo ritiro nella campagna di Minturno, infine la sua morte intorno ai 68 anni.
È solo una congettura, invece, l’incontro con Mani e con Origene il cristiano, suoi contemporanei; autentico è invece il suo incontro fatale con Ammonio Sacca che lo iniziò alla sapienza. L’amore per Gemina è invece un’amorosa illazione su una amicizia effettiva del filosofo con una donna e con sua figlia che aveva lo stesso nome della madre, assidue della sua scuola e appartenenti al ceto nobiliare romano. Plotino aveva ritrosia a parlare e a scrivere di sé. Si vergognava di avere un corpo, fermò il suo allievo Amerio che voleva farlo ritrarre dal pittore Carterio; aveva perfino pudore di mangiare in presenza d’altri. Coltivava la vita incorporea del corpo.
Nella copertina dell’autobiografia appare il ritratto che ne fece Raffaello nella Scuola d’Atene. Immaginai che quella presunta autobiografia Plotino l’avesse poi gettata nel fiume del tempo, inabissandola nelle acque del fiume Lyris, come facevano coloro che attraversavano il fiume e per ingraziarsi l’impervio corso fluviale gettavano una moneta nelle sue acque. La moneta gettata da Plotino per ingraziarsi gli dei era la sua vita raccolta in uno scritto «sacrificale». Quel fiume Liri, oggi noto nella sua parte terminale come Garigliano, si ricongiungeva in una geografia poetica - avrebbe detto Vico - al fiume Nilo delle sue origini, ai fiumi Ilisso e Celari di Socrate, dei suoi allievi e dei suoi dialoghi platonici, poi ai fiumi della sua maturità, il Tigri e l’Eufrate, crinali d’Oriente e Occidente, e infine al Tevere alle cui sponde Plotino rimase per oltre un ventennio. Il libro finisce nei fondali del fiume e si perde ogni sua traccia; e dunque quel che i lettori hanno tra le mani in realtà non può esistere. Vissi la scrittura di quel libro nella primavera del 2000 in uno stato di grazia, felice di scrivere e di vivere in compagnia di Plotino. Spero che altrettanta gioia possa scaturire nella lettura di questo libro in compagnia di quel maestro di luce e di bellezza. Plotino ci indica la via del ritorno all’Uno, alla Casa, all’Origine e la bellezza divina dell’Essere. Come scrive Porfirio nella Vita di Plotino: «Io mi sforzo di ricondurre il divino che è in me al divino che è nell’universo».
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