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Perché aeroplani ed elicotteri militari statunitensi portano il nome delle tribù indiane? Ecco l’idea un po’ folle ma rivoluzionaria di un generale americano.
Ansa
Magistrati storici, ex procuratori di Cassazione, capi di Tribunale. «La Verità» ha ospitato per settimane i pareri di chi amministra la giustizia e sostiene le ragioni della riforma. Sono la risposta migliore a chi ragiona per slogan. Fino alle 15 c’è tempo per ascoltarli.
Tra poche ore sapremo se la riforma dell’ordinamento giudiziario allestita dalla maggioranza di governo avrà superato il vaglio popolare. Chi in queste ore si sta recando alle urne con l’unico obiettivo di azzoppare Giorgia Meloni, rischia di affossare definitivamente l’ultimo tentativo di staccare la magistratura dalle ideologie e le sentenze dalla discrezionalità.
In questa battaglia senza esclusione di colpi la voce più rumorosa è stata quella delle toghe organizzate in correnti e sindacato, capaci di opporsi alle modifiche proposte dal potere politico con forza di partito Il comitato per il No, con base negli uffici dell’Associazione nazionale magistrati e guidato dai capataz delle correnti, ci ha fatto sapere che il 77% delle toghe non fa parte di gruppi. Quindi il 23, rispondiamo noi, decide praticamente tutto. Ma le ragioni della maggioranza silenziosa dei magistrati, molti dei quali favorevoli al Sì, non sono state rappresentate dalla minoranza rumorosa, che ha in mano le chiavi del sistema e delle nomine. Per questo il Fronte del No ha risposto con tanta virulenza all’idea del cambiamento: sorteggiare i componenti del Csm e far giudicare gli errori delle toghe da un’Alta Corte disciplinare esterna al Csm priverebbe le correnti della loro stessa ragion d’essere ovvero dello ius decidendi sulla vita professionale dei magistrati (dalle promozioni alle sanzioni). In questa lotta per la sopravvivenza, molti pm e giudici hanno preferito non esporsi e lasciare il palcoscenico ai difensori dello status quo, i quali occupano tutti i principali ruoli decisionali della categoria. Difficile, quindi, far emergere verità alternative.
Per fortuna una cinquantina di toghe, attive o in quiescenza, in rappresentanza di mondi e sensibilità diversi (cattolici conservatori, progressisti riformatori e persino ex grillini) sono uscite allo scoperto per provare a liberare la magistratura da queste incrostazioni ideologiche e consentire la realizzazione di quel giusto processo con giudici davvero terzi e imparziali agognato dai Padri costituenti e dai loro epigoni, come l’ex Guardasigilli Giuliano Vassalli che aveva tracciato il solco per la separazione delle carriere dei magistrati e per l’effettiva equiparazione di accusa e difesa. I Cinquanta si sono fatti portavoce di una vera e propria rivoluzione culturale e hanno provato a rispondere con argomenti concreti alle infinite fake news del Fronte del No che annunciava peste e cavallette.
Sono scesi in campo Antonio Di Pietro e l’ex procuratore generale della Cassazione Luigi Salvato, i consiglieri del Csm Andrea Mirenda e Isabella Bertolini e il presidente di sezione della Cassazione Giacomo Rocchi, l’ex presidente della Corte d’Appello di Roma e del Tribunale di Torino Luciano Panzani e il capo dipartimento del ministero Antonio Sangermano, ma anche i procuratori Giuseppe Capoccia, Alfonso D’Avino, Antonio Gustapane e Antonello Racanelli.
Al loro fianco si sono schierati tanti colleghi impegnati tutti i giorni a mandare avanti la giustizia da magistrati «semplici» in territori di frontiera. Tutti insieme, come voci di un unico coro, hanno iniziato a spiegare per iscritto su questo giornale che la riforma non è un tentativo di mettere sotto il controllo dell’Esecutivo la magistratura, ma di dare definitiva attuazione al cosiddetto sistema accusatorio introdotto nel nostro Paese nel 1989, in base al quale accusa e difesa dovrebbero trovarsi sullo stesso piano. Il risultato è stato un puzzle di articoli spesso bellissimi, ma soprattutto onesti e ricchi di aneddoti e di vita vissuta. La ciliegina sulla torta è stata l’intervista al presidente emerito della Corte costituzionale, Augusto Barbera, che ha confermato, se ce ne fosse stato bisogno, che i veri riformisti votano Sì, mentre chi vuole mantenere un sistema nato con il fascismo e improntato alla necessità di un controllo del manovratore sulla giustizia vota No. È stata la parola definitiva.
Che ha chiuso una campagna referendaria piena di sgambetti e colpi bassi. Il procuratore di Napoli Nicola Gratteri ci ha fatto sapere che «voteranno per il Sì indagati, imputati, massoneria deviata e centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente». Poi abbiamo scoperto che una delle toghe impegnate nella battaglia per il No era il pregiudicato Piercamillo Davigo, seguito a ruota («Il rimedio è peggiore del male») dall’ex piduista e pluripregiudicato Luigi Bisignani, finito pure nelle maglie dell’inchiesta sulla cosiddetta P4. Il segretario generale dell’Anm Rocco Maruotti è persino riuscito a collegare in modo ardito l’uccisione da parte della polizia di un attivista Usa alla «riforma Meloni-Nordio». Per fortuna, i Cinquanta, invece, di perdere tempo a terrorizzare i cittadini, vaticinando future dittature e deportazioni di pm, hanno preferito spiegare, testo costituzionale alla mano, che cosa cambierà con la riforma. Lo hanno fatto con competenza e pazienza. Qualcuno ci ha messo più cuore, qualcun altro ha preferito entrare nel dettaglio delle norme. Ma tutti si sono segnalati per chiarezza e preparazione. I nostri lettori, grazie a loro, hanno capito davvero su cosa siamo chiamati a votare. Anziché alzare polveroni i nostri editorialisti e intervistati hanno voluto evidenziare l’occasione offerta dalla riforma: una modernizzazione dell’ordinamento giudiziario, ma soprattutto dell’intero Paese. Per questo ringraziamo questi magistrati che hanno permesso ai nostri lettori di comprendere il vero spirito della legge. L’unica cosa che potete fare per non rendere inutile il loro sforzo è ascoltarli e andare a votare Sì.
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Ansa
Più passano i giorni e più si capisce che la guerra in Iran rischia di essere un nuovo Vietnam o forse un nuovo Afghanistan. A differenza di ciò che ci si immaginava dopo l’uccisione di Ali Khamenei e di alcuni capi militari, la potenza di fuoco degli Stati Uniti e di Israele non è riuscita a piegare Teheran.
Il regime degli ayatollah ha avuto anni per prepararsi a uno scontro frontale e come abbiamo scoperto si è armato fino ai denti, molto di più di quanto immaginassimo. Non solo. La guerra in Ucraina ha aperto a nuovi scenari, cambiando completamente le strategie militari.
Non si vince o si perde solo con l’Aeronautica o con la Marina, con i carrarmati e la contraerea. Si combatte con droni, missili e satelliti, ma pure con il blocco dei traffici mondiali. Così come Putin stoppò le esportazioni di grano e Kiev, con gli attentati ai gasdotti e alle petroliere, interruppe il commercio di combustibili fossili, l’Iran tiene chiuso lo stretto di Hormuz, sapendo che impedire il transito di navi container cariche di materie prime indispensabili per far funzionare le industrie dell’Occidente fa più male delle bombe.
La guerra avrebbe dovuto concludersi in un paio di settimane, ma invece rischia di protrarsi per mesi e forse per anni e con esiti imprevedibili. Infatti, sia l’Iran che Israele lottano per la sopravvivenza. Il regime di Teheran sa benissimo che arrendersi ora servirebbe solo a mettere in pausa il conflitto, consentendo agli avversari di riorganizzarsi e soprattutto di rimuovere il blocco che impedisce a gas e petrolio di passare. Ma allo stesso tempo Israele sa che non arrivare fino in fondo con ayatollah e pasdaran significa pregiudicare il futuro, in quanto la mancata sconfitta dell’Iran con la caduta del regime, rilancerebbe l’influenza della teocrazia sciita in tutta la regione. Il discorso vale anche per gli Stati Uniti e per le monarchie del Golfo, che speravano di farla finita con Khamenei. Il cessate il fuoco senza una resa di Teheran equivarrebbe a una vittoria degli ayatollah, i quali pur se fiaccati da anni di sanzioni, pur se isolati nel mondo, pur con un Paese distrutto dalle bombe, esulterebbero. E potete immaginare come sarebbe recepito il messaggio dalle fazioni islamiche più radicali. L’Iran diventerebbe il simbolo della lotta contro l’impero del male costituito da Stati Uniti e Israele, il Grande e il piccolo Satana, come dicono i pasdaran.
Del resto, che il regime non intenda cedere anche se a prezzo di enormi sacrifici, lo dimostrano le condizioni dettate da Teheran per un cessate il fuoco. Sei punti che di fatto trasformerebbero la teocrazia degli ayatollah nella padrona assoluta del Golfo, con il controllo pieno dello snodo fondamentale per il passaggio di petrolio, gas, elio e di altre materie prime. Dunque, a meno di una rivoluzione armata contro la Guida suprema e i suoi seguaci, la guerra è destinata a proseguire, perché sia gli uni che gli altri non potranno fermarsi. Una resa dei conti senza sconti. Una battaglia che non ammette pause.
Tutto ciò dovrebbe insegnarci alcune cose. La prima e più importante è che non si deve mai sottovalutare l’avversario, perché anche chi appare svantaggiato, nel confronto può alla lunga rivelarsi pericoloso. Vale per la guerra in Ucraina, per quella in Iran e pure per la sfida del referendum. La seconda è che siccome il mondo si regge sulle materie prime e soprattutto sull’energia, occorre riuscire a rendersi indipendenti e autonomi. Altro che rifornirsi comprando gas dalle monarchie o dalle dittature: meglio dipendere da sé stessi perché solo così si finisce per non essere ricattati. La terza cosa che si deve imparare è che le battaglie non si lasciano a metà ma si concludono, perché sennò prima o poi ritornano.
L’ultima cosa su cui dobbiamo riflettere è che le guerre non finiscono sempre con la vittoria dei buoni contro i cattivi. Questo non è un film di Hollywood, ma la realtà e la retorica del bene contro il male dovremmo metterla da parte, perché il mondo non gira intorno ai principi, ma agli interessi, Vale per Putin, per Trump e per gli ayatollah.
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Ansa
Tito Ettore Preioni, ex giudice della Corte d’Appello di Milano: «Le intercettazioni dei dialoghi tra membri del Csm e parlamentari in un hotel nel 2019 svelarono un sistema di potere. Al posto di correggere l’Anm ha preferito insabbiare».
Non dobbiamo dimenticare, mentre andiamo a votare per il referendum, che tutto ha avuto origine nel maggio 2019 dalle conversazioni intercettate in un albergo romano durante una cena alla quale partecipavano alcuni magistrati membri del Consiglio superiore della magistratura, con aggiunta di parlamentari. Le intercettazioni, divulgate dalla stampa, costituivano un saggio delle reali modalità con le quali l’organo di autogoverno della magistratura operava, svelando la realtà di un organo tecnico di alta amministrazione di rilevanza costituzionale, composto da membri togati eletti dai loro colleghi e candidati dalle correnti interne alla magistratura, che operava con le stesse dinamiche lottizzatorie dei partiti politici, in primo luogo nell’assegnazione degli incarichi direttivi, invece di provvedere, come suo dovere, in modo neutrale e trasparente sulla base dei meriti professionali degli aspiranti. Veniva così alla luce un sistema di assegnazione delle dirigenze degli uffici giudiziari fondato sugli accordi tra correnti, cosicché le scelte erano effettuate secondo i criteri dell’appartenenza alle correnti stesse, in grado queste ultime di influire sul voto dei membri di riferimento all’interno del Consiglio superiore. Questa era la realtà sconosciuta all’esterno, ma da decenni ben nota, accettata e comunque tollerata nel mondo dei magistrati. A queste logiche bisogna dire che si sono per anni piegate indistintamente tutte le componenti della magistratura associata, senza eccezione alcuna, che in questo modo pilotavano l’assegnazione degli incarichi specie se direttivi, con potenziali effetti a cascata su tutta l’organizzazione sottostante.
Scoperto e denunciato questo fenomeno distorsivo, vi è stata nel mondo della magistratura una corsa collettiva a proclamare l’assoluta estraneità a quello che è stato definito «mercato delle nomine» o «magistropoli», a cominciare proprio dagli esponenti correntizi maggiormente coinvolti nel fenomeno, che, con buona dose di ipocrisia, hanno da subito indotto a considerare l’accaduto un fatto episodico riconducibile a esclusive responsabilità individuali e non invece a un vero e proprio consolidato «Sistema» che implicava responsabilità collettive quale effettivamente era e in buona sostanza ancora rimane.
A fronte di tale palesato malcostume è innegabile che fosse necessario intervenire adottando le misure più opportune ed efficaci. Data l’unanime indignazione provocata, sembrava naturale che la magistratura, fatta la necessaria autocritica, si mobilitasse fattivamente per individuare e proporre dall’interno soluzioni e rimedi, onde evitare la compromissione dell’immagine e della credibilità dell’istituzione. Ma ciò non è avvenuto. Si è preferito circoscrivere e sostanzialmente insabbiare il fenomeno. Così, quando la politica si è mossa, l’Associazione nazionale magistrati ha mantenuto e mantiene tuttora un atteggiamento oppositivo a ogni efficace intervento in materia, una levata di scudi di tutte le componenti associative, ivi comprese quelle moderate, fatte salve talune eccezioni individuali, che odora di comportamento corporativo volto al mantenimento dello status quo in sospetta difesa del sistema correntizio, peraltro con successiva presa di posizione e toni da campagna elettorale che mal si addicono all’immagine di imparzialità e terzietà dei magistrati.
Va detto che il tentativo di recidere il cordone ombelicale tra le correnti e l’organo di autogoverno della magistratura operato nel 2022 con la riforma Cartabia è in buona sostanza fallito, tanto che, come è stato osservato, le nuove disposizioni aggravano persino il fenomeno, lasciando - come è stato sagacemente osservato - «cartabia-nca» alle correnti medesime. Quella riforma, infatti, escludendo ogni aggancio alla prossimità territoriale rende praticamente impossibile la presentazione di candidature al di fuori delle designazioni correntizie. L’iniziativa di attivarsi per un cambiamento effettivo è stata assunta dall’attuale maggioranza governativa e parlamentare. Si tratta comunque di una problematica molto specifica che avrebbe dovuto essere risolta attraverso il confronto parlamentare senza coinvolgere il comune cittadino, ma soltanto le sue rappresentanze politiche, che purtroppo in questa occasione non hanno trovato quelle ampie sinergie che in precedenti occasioni si erano verificate.
Nell’ottica del superamento del problema iniziale e cioè delle deviazioni verificatesi in seno al Consiglio superiore della magistratura, si è pensato nell’intendimento dei promotori della riforma di ricorrere al sorteggio dei suoi componenti, così da recidere per i membri togati il legame originario con le correnti di cui gli stessi sono ancora attualmente espressione. Si è poi affrontata una tematica propedeutica e cioè quella della completa separazione delle carriere, misura da sempre auspicata da gran parte della classe politica e forense, che comporta per coerenza di risalire al vertice dell’organizzazione giudiziaria con la creazione di due diversi Consigli superiori della magistratura, uno per la funzione giudicante e uno per la funzione requirente, misura vista come il completamento della riforma introduttiva del processo accusatorio varata nel 1989 sotto l’egida dell’allora ministro Giuliano Vassalli, allora e in seguito sostenuta anche dalle forze dell’attuale minoranza. Sempre con l’obiettivo di elidere il potere delle correnti si è pensato da ultimo a istituire un’Alta Corte disciplinare al fine di accentuare il carattere di terzietà dell’organo disciplinare, sottraendo la materia al Consiglio superiore, ora ai due Consigli superiori, che hanno funzioni propriamente amministrative.
Si poteva fare di meglio per dare una risposta legislativa alle tematiche in questione? Le forze della maggioranza sono state accusate di voler normalizzare una magistratura alla quale è stato imputato tra l’altro di assumere iniziative debordanti dal proprio ambito istituzionale.
Le forze dell’opposizione sono state per contro accusate di opporsi al cambiamento soltanto per ostilità alla maggioranza. Da ambo le parti si è fatto ricorso a quegli slogan che sembrano maggiormente adatti a conquistare il voto popolare dal momento che i meccanismi legislativi azionati hanno comportato necessariamente il ricorso al referendum popolare su delicate questioni di natura squisitamente tecnico-giudica con tutte le conseguenze del caso. Senza la pretesa di affrontare delicati profili giuridici, sui quali hanno disquisito e preso posizione da entrambe le parti valenti costituzionalisti e insigni giuristi, pur considerando che la riforma presenta ulteriori difficoltà di percorso, perché si tratterà di passare poi alla normativa di attuazione con le relative problematiche aperte, si deve osservare che se si vuole risolvere il problema originario della degenerazione del funzionamento dell’organo di autogoverno della magistratura collegato alla tematica più generale della totale separazione dei percorsi professionali di magistrati requirenti e magistrati giudicanti un cambiamento deve essere fatto. Diversamente, se prevalesse, sintetizzata dal No referendario, la contrarietà a ogni cambiamento, sarà stato fatto tanto rumore per nulla. Sarà prevalsa la volontà di tenersi il Consiglio superiore della magistratura così com’è, con i suoi vituperati difetti, con le sue correnti onnipotenti e condizionanti proprio come se nulla fosse stato, perché nulla è ancora realmente cambiato all’interno di quell’organo dopo gli scandali. Sarà prevalsa la volontà di non voler portare a compimento la svolta del processo accusatorio introdotto dalla riforma avviata nel 1989 e, quindi, di non volere le condizioni di effettiva parità delle parti e di effettiva terzietà e imparzialità del giudice nel processo penale, come previsto dal giusto processo introdotto dall’articolo 111 della Costituzione.
Se invece sarà prevalsa, come spero, la volontà riformatrice, espressa dal Sì referendario, il primo e indispensabile passo sulla via del cambiamento sarà stato fatto. Avendo svolto per 40 anni le funzioni di magistrato giudicante, ho visto subito con favore questa riforma. Una riforma che, complessivamente considerata, è di natura liberale e garantista e soprattutto va nella direzione di una giustizia più giusta e cioè di una giustizia più indipendente e più terza, come deve essere la giustizia, nel senso che questa riforma valorizza i requisiti di neutralità, imparzialità e terzietà che devono costituire il tratto saliente della magistratura e che integrano l’essenza stessa della funzione giudiziaria.
Questa riforma a mio avviso aiuta a restituire credibilità all’istituzione che viene in prospettiva depurata dagli elementi di inquinamento politico-partitico-correntizio perduranti nel suo organo di vertice con rischio di pesanti ricadute su tutta l’organizzazione sottostante.
In tanti anni di esercizio della funzione giudiziaria ho applicato leggi prodotte da tutte le maggioranze parlamentari e ho assistito a molteplici revisioni degli originari articoli della Costituzione. Non vedo nella riforma pericoli, neppure futuri, di un controllo del potere politico sulla magistratura, come paventato da taluni, e ciò per le radicate tradizioni democratiche del nostro Paese, comprovate dalle numerose alternanze governative proprie di una democrazia matura quale è la nostra. Vedo semplicemente rafforzata, con la riforma, la terzietà della funzione giudicante e più in generale di tutta la magistratura attraverso una coerente separazione e differenziazione dei ruoli inquirente, giudicante e disciplinare.







