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2018-12-09
Macron fa arrestare un gilet giallo su 130
ANSA
Il manganello agitato da Emmanuel Macron non ha impedito ai gilet gialli di scendere in piazza a Parigi e in tutta la Francia. I numerosi tentativi governativi e presidenziali di assimilare i manifestanti in giallo all'estrema destra non hanno funzionato.
Un po' ovunque in Francia, le manifestazioni si sono svolte piuttosto pacificamente. Le tensioni più importanti si sono verificate a Parigi, intorno a metà giornata, soprattutto nella zona degli Champs-Elysées, Grands Boulevards e della Bastiglia. Vicino all'Arco di Trionfo, sono stati assaltati alcuni negozi e delle vetture sono state date alle fiamme dai soliti casseur infiltrati. I manifestanti, quelli veri, hanno sfilato pacificamente.
Molti hanno anche offerto fiori ai poliziotti. In generale, i danni sono stati molto più limitati rispetto a sabato primo dicembre. Ma questo è stato dovuto anche a un dispositivo di sicurezza degno della peggiore emergenza terroristica. A fine giornata, ieri, si contavano 1.385 persone controllate e 974 fermi (619 solo nella capitale), alcuni dei quali peraltro preventivi, avvenuti la mattina presto o addirittura il giorno precedente. A Parigi, il bilancio degli scontri è stato di 71 feriti e sette tra le forze dell'ordine.
Non è chiaro, tuttavia, perché, dopo una mattinata trascorsa piuttosto tranquillamente nella capitale e dopo centinaia di arresti, sia stato necessario fare ricorso a cariche della polizia. In effetti gli agenti avevano dei poteri rafforzati. Ai poliziotti, che hanno perquisito migliaia di persone nei punti d'accesso all'avenue «più bella del mondo» e nei metrò della capitale, bastava pochissimo per fermare una persona. Da qui l'altissimo numero di controlli.
Il sottosegretario all'interno Laurent Nuñez ha dichiarato al Tg delle 13 di France 2 che, in tutta la Francia, i manifestanti erano 31.000, di cui 8.000 nella sola Parigi. Numeri improbabili, anche solo a giudicare dalle foto viste in giro, corretti in serata dal ministro dell'Interno Christophe Castaner, che ha parlato di 125.000 gilet gialli scesi in strada in tutto il Paese. Si contano quindi un arrestato ogni 128 persone e un controllato ogni 90.
In diverse città si sono tenuti cortei, per lo più pacifici. Anche a Puy-en-Velay e a Marsiglia - città che avevano registrato importanti violenze sul finire della giornata sabato scorso - la tensione era notevolmente più bassa, anche se qualche scontro c'è stato. Sempre a Marsiglia, alcune decise di manifestanti si sono inginocchiate tenendo le mani sopra la testa, per ricordare i circa 150 studenti arrestati e immobilizzati, a Mantes-La-Jolie, alle porte di Parigi. Stessa scena si è vista un po' in tutte le manifestazioni. Disordini anche a Bordeaux e Tolosa, dove l'incendio di una barricata ha richiesto la chiusura di una linea del metrò. A Lione gli scontri hanno rischiato di compromettere la tradizionale Fête des lumières.
Tafferugli si sono registrati pure a Bruxelles: gli incidenti sono scoppiati dopo che un gruppo di dimostranti ha forzato il cordone di polizia lanciando bottiglie e un cartello stradale. Le forze dell'ordine hanno risposto con i lacrimogeni e si parla di circa 400 identificazioni e 10 arresti. Cortei pacifici nelle principali città olandesi, da Amsterdam a Rotterdam e l'Aja.
Tornando in Francia, il traffico su varie autostrade, ad esempio in Costa Azzurra e Nuova Aquitania, è stato rallentato dalle manifestazioni dei gilet gialli. A Parigi i manifestanti hanno occupato per qualche istante il boulevard périphérique, ovvero il raccordo anulare che racchiude la capitale francese, prima di accettare l'invito della polizia a liberare la carreggiata. Sempre lontano dalla capitale, l'accesso a numerosi centri commerciali è stato disturbato da presidi pacifici di cittadini in giallo. A Orange, il proprietario di un supermercato ha cercato di forzare un blocco stradale di protesta, ferendo leggermente un gilet giallo.
Quale che fosse la manifestazione, le richieste scandite a gran voce dai cittadini in giallo sono state ovunque le stesse: «Macron, dimettiti!» e «Più potere d'acquisto!». Tuttavia il presidente della Repubblica e i membri del suo governo non si sono visti durante tutta la giornata. Solo il primo ministro, Edouard Philippe, e il ministro dell'Interno, Christophe Castaner, hanno fatto un breve passaggio sui media, nella sala del coordinamento delle operazioni di sicurezza della prefettura.
Sul fronte politico solo Jean-Luc Mélenchon si è espresso a metà giornata. Il leader comunista de La France Insoumise ha affermato che il clima tranquillo nel quale si sono svolto svolte le manifestazioni dei gilet gialli «segnano il fallimento del potere e del suo tentativo di fare indietreggiare la mobilitazione. Il presidente si trova ormai con le spalle al muro, dovrà trovare una risposta politica ad una crisi che non rientra». Mélenchon si è detto favorevole a una sola via d'uscita da questa situazione: «Bisogna andare al voto. La dissoluzione mi sembra si avvicini come una via ragionevole, tranquilla e positiva».
Marine Le Pen, dal canto suo, si è limitata a twittare all'inizio delle manifestazioni: «Malgrado una campagna governativa di intimidazioni e di demonizzazioni, i gilet gialli sono presenti in tutto il Paese! Speriamo per le forze dell'ordine e per i manifestanti che i teppisti non parassitino delle manifestazioni largamente pacifiche».
Nei ranghi della maggioranza, il deputato macronista Jacques Marie, ospite del canale d'informazione Lci, si è detto preoccupato «che questo movimento politico possa avere delle conseguenze politiche all'italiana». Il riferimento era a uno sbocco politico simile al Movimento 5 stelle. Una nuova dimostrazione della paura che attanaglia la maggioranza presidenziale francese che non vuol sentire parlare di ritorno alle urne e di un ricorso più importante alla democrazia diretta.
L’incapacità dell’Eliseo imbarazza gli ultrà macroniani di casa nostra
Chi glielo spiega, ora, ai macroniani di Francia e, soprattutto, d'Italia che il président jupitérien si è dato alla macchia di fronte alle prime contestazioni, non senza aver scatenato una feroce repressione contro lavoratori e liceali? Era stato lo stesso Emmanuel Macron, nell'ottobre 2016, a porre il suo futuro mandato niente di meno che sotto l'egida di Zeus: «La Francia ha bisogno di un capo di Stato iupiterino», che regni sull'Esagono come il padre degli dèi comanda sui mortali e sulle altre divinità stesse.
Un modo per marcare la differenza dal «presidente normale», come amava definirsi invece François Hollande. Peccato che questo polso, questa autorevolezza, questo carisma Macron sia riusciti a ostentarli solo con quell'adolescente che lo aveva chiamato «Manu», umiliato in favore di telecamera perché il presidente non si chiama per nomignolo.
E che dire dello sfoggio di decisionismo mostrato con quel ragazzo che si lamentò di essere disoccupato? «Attraverso la strada e glielo trovo io un lavoro!», replicò stizzito il leader di En Marche. Che piglio, che attributi. Facile, con i ragazzini. Quando il gioco si è fatto duro, tuttavia, il finto duro si è rifiutato di entrare in campo. La gestione macroniana dell'emergenza dei gilet gialli è stata incommentabile, molto semplicemente perché non si può parlare di qualcosa che non c'è. «Emmanuel Macron dovrebbe uscire alla svelta dal suo silenzio», lo bacchettava ieri Le Monde, che non è esattamente una gazzetta accusabile di populismo. Il quotidiano della gauche caviar ha fatto la cronaca delle ultime giornate vissute dall'inquilino dell'Eliseo. L'ultima volta che Macron si è espresso, condannando le prime violenze, era il 1° dicembre e il presidente si trovava a Buenos Aires per il G20. Al suo rientro in Francia, il giorno successivo, aveva però lasciato il primo ministro, Edouard Philippe, solo davanti all'emergenza. Dopodiché, restano agli atti una visita discreta in una prefettura data alle fiamme, il 4 dicembre, un appello alla calma lanciato in consiglio dei ministri, il 5, un incontro con la gendarmeria il 7. Un basso profilo che sa di resa, e che comunque non ha impedito a una fonte dell'Eliseo di parlare al Figaro per annunciare un implausibile colpo di Stato alle porte. Benzina sul fuoco buona per giustificare gli arresti preventivi e la brutalità poliziesca mostrata nei licei, roba che per molto meno da noi si sarebbe evocato il Cile di Augusto Pinochet.
E infatti ora più di qualche crepa, nella Macron-mania dilagante nelle buone borghesie progressiste europee, comincia a vedersi. In fin dei conti se la grande stampa aveva sposato in pieno il progetto macroniano era proprio per salvare la Francia dal «fascismo» di Marine Le Pen. E giù editoriali apocalittici in cui ci si immaginava la Francia lepenizzata con giri di vite fra gli oppositori e l'Eliseo trasformato in una dépendance della famiglia Le Pen. Ovvero tutto quello poi avveratosi con Macron, con la repressione delle rivolte di questi giorni e prima ancora con il caso di Alexandre Benalla.
E allora fa una certa tenerezza, oggi, rileggere quei tweet pieni di fiducia nel nuovo enfant prodige del progressismo continentale. L'allora premier Paolo Gentiloni parafrasava Karl Marx: «Evviva Macron presidente. Una speranza si aggira per l'Europa». Gli faceva eco Matteo Renzi che scriveva: «La vittoria di Macron scrive una straordinaria pagina di speranza per la Francia e per l'Europa». Mai troppo a suo agio con il tempismo e l'opportunità politica, l'ex sindaco di Firenze ha peraltro avuto il coraggio di perseverare anche in questi giorni («E qualcuno a casa nostra fa il tifo per i gilet gialli. Io invece credo nella democrazia, nelle forze dell'ordine, nella legalità. Io sto dalla parte del ministro dell'Interno francese Christophe Castaner, non di chi porta la violenza nel cuore di Parigi», ha twittato).
Sempre in quel 7 maggio 2017, Laura Boldrini scriveva: «È una bella serata per l'Europa. La vittoria di Macron dimostra che l'ondata populista può essere fermata». Persino Angelino Alfano, allora alla Farnesina, twittava: «Brinda la Francia e chi crede nell'Europa, nel libero mercato, nella solidarietà». Oltre alle congratulazioni di rito, Sergio Mattarella si sentiva in diritto di sottolineare che il voto francese «costituisce una prova di fiducia nel futuro e un segnale di adesione all'ideale dell'integrazione continentale». E un profetico Antonio Tajani si sbilanciava: «Contiamo su una Francia che contribuisca a cambiare l'Unione per riavvicinarla ai cittadini!». Quando si dice avere fiuto politico.
Trump sfotte Parigi su clima e difesa comune
Ci risiamo. Il presidente americano, Donald Trump, è tornato ad attaccare il suo omologo francese, Emmanuel Macron. E lo ha fatto in un momento non poco delicato per quest'ultimo: le nuove stilettate da parte dell'inquilino della Casa Bianca arrivano infatti nelle stesse ore in cui Parigi è messa a ferro e fuoco dalla rivolta dei gilet gialli.
In due tweet lapidari, ieri Trump ha attaccato a testa bassa. Nel primo, il presidente americano ha parlato, ancora una volta, degli accordi di Parigi sul clima. «L'accordo di Parigi non sta funzionando così bene per Parigi. Proteste e rivolte in tutta la Francia. Le persone non vogliono pagare grosse somme di denaro, molte a Paesi del terzo mondo (che sono gestiti in modo discutibile), al fine di proteggere forse l'ambiente. Cantano “We Want Trump!" Love France». Anche il secondo tweet è stato abbastanza al vetriolo, tornando tra l'altro a battere sulla dolente nota dell'esercito europeo. «L'idea di un esercito europeo», ha scritto Trump, «non ha funzionato troppo bene durante le due guerre mondiali. Ma gli Stati Uniti erano lì per voi, e lo saranno sempre. Tutto ciò che chiediamo è che paghiate la vostra giusta parte della Nato. La Germania paga l'1% mentre gli Stati Uniti pagano il 4,3% di un Pil molto più grande - per proteggere l'Europa. Equità!».
Già nei giorni scorsi, del resto, il presidente americano non aveva celato la sua simpatia per il movimento dei gilet gialli e Trump aveva proprio per questo salutato con estremo favore la retromarcia di Macron per quanto riguarda la tassa sulla benzina: la causa scatenante della protesta che attualmente dilaga in Francia. D'altronde, non sono poche le analogie tra i gilet gialli e il trumpismo sotto il profilo ideologico. Benché una certa vulgata giornalistica si ostini a parlare di questi fenomeni semplicisticamente come realtà di «estrema destra», entrambi presentano invece una natura ben più complessa e non poi così estranea ad alcune battaglie storicamente della sinistra. Come Trump è molto distante dalla tradizione reaganiana su alcune questioni decisive (dalle infrastrutture al commercio internazionale), così la protesta francese sembra ospitare al suo interno sia elettori di Marine Le Pen che dello stesso Jean-Luc Mélenchon, sancendo in questo modo forse una nuova categorizzazione di che cosa è destra e che cosa è sinistra. Del resto, al di là del piano ideologico, la rivalità tra Trump e Macron affonda radici in ragioni antiche e strutturali. Se in un primo momento i due sembravano quasi andare d'accordo, nel giro di poco tempo le cose sono cambiate. Approfittando della debolezza della cancelliera tedesca, Angela Merkel, il presidente francese ha cercato col tempo di scalzarla, per assumere un ruolo guida in seno all'Unione europea.
In tal senso, l'europeismo enfatico di Macron è sempre stato funzionale a sostenere questa malcelata brama di grandeur. Neanche a dirlo, Trump non ha granché accettato una simile strategia napoleonica: non solo per le smanie di potenza dell'inquilino dell'Eliseo ma anche perché l'idea di ordine internazionale che costituisce l'impalcatura dell'Unione europea (il multilateralismo) rappresenta, agli occhi di Trump, un modello da superare. È proprio in questa cornice complessa che si inserisce l'ormai vecchio battibecco su esercito europeo e clima. Il presidente americano non vuole pastoie internazionali che impediscano all'America di agire liberamente. E, soprattutto, non vuole regole sovranazionali che possano obbligarlo a prendere provvedimenti di politica interna in contraddizione con il proprio elettorato di riferimento (la classe operaia della Rust Belt). Anche per questo, Trump in Europa sta cercando una sponda con l'Italia: una sponda che gli consenta di mettere i bastoni tra le ruote alla Germania (sul piano politico e commerciale). Ed è probabile che questo sostegno mediatico da lui fornito ai gilet gialli sia finalizzato ad indebolire ulteriormente il presidente francese. Un presidente in crisi di rappresentanza. E che - contrariamente a Trump - forse non ha mai rappresentato altri che sé stesso.
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Cortei in tutta la Francia, fra fermi preventivi e retate indiscriminate. Scontri in diverse città. La protesta dilaga anche in Belgio e Olanda.Il presidente francese si è dimostrato inadeguato per tutta la durata della crisi nata per i rincari del carburante. Ennesima sberla per la sinistra italiana, che ne aveva fatto un modello da importare al di qua delle Alpi.Donald Trump fa il bullo su Twitter: «Esercito europeo? Non ha certo brillato nelle guerre mondiali».Lo speciale contiene tre articoli.Il manganello agitato da Emmanuel Macron non ha impedito ai gilet gialli di scendere in piazza a Parigi e in tutta la Francia. I numerosi tentativi governativi e presidenziali di assimilare i manifestanti in giallo all'estrema destra non hanno funzionato. Un po' ovunque in Francia, le manifestazioni si sono svolte piuttosto pacificamente. Le tensioni più importanti si sono verificate a Parigi, intorno a metà giornata, soprattutto nella zona degli Champs-Elysées, Grands Boulevards e della Bastiglia. Vicino all'Arco di Trionfo, sono stati assaltati alcuni negozi e delle vetture sono state date alle fiamme dai soliti casseur infiltrati. I manifestanti, quelli veri, hanno sfilato pacificamente. Molti hanno anche offerto fiori ai poliziotti. In generale, i danni sono stati molto più limitati rispetto a sabato primo dicembre. Ma questo è stato dovuto anche a un dispositivo di sicurezza degno della peggiore emergenza terroristica. A fine giornata, ieri, si contavano 1.385 persone controllate e 974 fermi (619 solo nella capitale), alcuni dei quali peraltro preventivi, avvenuti la mattina presto o addirittura il giorno precedente. A Parigi, il bilancio degli scontri è stato di 71 feriti e sette tra le forze dell'ordine.Non è chiaro, tuttavia, perché, dopo una mattinata trascorsa piuttosto tranquillamente nella capitale e dopo centinaia di arresti, sia stato necessario fare ricorso a cariche della polizia. In effetti gli agenti avevano dei poteri rafforzati. Ai poliziotti, che hanno perquisito migliaia di persone nei punti d'accesso all'avenue «più bella del mondo» e nei metrò della capitale, bastava pochissimo per fermare una persona. Da qui l'altissimo numero di controlli. Il sottosegretario all'interno Laurent Nuñez ha dichiarato al Tg delle 13 di France 2 che, in tutta la Francia, i manifestanti erano 31.000, di cui 8.000 nella sola Parigi. Numeri improbabili, anche solo a giudicare dalle foto viste in giro, corretti in serata dal ministro dell'Interno Christophe Castaner, che ha parlato di 125.000 gilet gialli scesi in strada in tutto il Paese. Si contano quindi un arrestato ogni 128 persone e un controllato ogni 90.In diverse città si sono tenuti cortei, per lo più pacifici. Anche a Puy-en-Velay e a Marsiglia - città che avevano registrato importanti violenze sul finire della giornata sabato scorso - la tensione era notevolmente più bassa, anche se qualche scontro c'è stato. Sempre a Marsiglia, alcune decise di manifestanti si sono inginocchiate tenendo le mani sopra la testa, per ricordare i circa 150 studenti arrestati e immobilizzati, a Mantes-La-Jolie, alle porte di Parigi. Stessa scena si è vista un po' in tutte le manifestazioni. Disordini anche a Bordeaux e Tolosa, dove l'incendio di una barricata ha richiesto la chiusura di una linea del metrò. A Lione gli scontri hanno rischiato di compromettere la tradizionale Fête des lumières. Tafferugli si sono registrati pure a Bruxelles: gli incidenti sono scoppiati dopo che un gruppo di dimostranti ha forzato il cordone di polizia lanciando bottiglie e un cartello stradale. Le forze dell'ordine hanno risposto con i lacrimogeni e si parla di circa 400 identificazioni e 10 arresti. Cortei pacifici nelle principali città olandesi, da Amsterdam a Rotterdam e l'Aja. Tornando in Francia, il traffico su varie autostrade, ad esempio in Costa Azzurra e Nuova Aquitania, è stato rallentato dalle manifestazioni dei gilet gialli. A Parigi i manifestanti hanno occupato per qualche istante il boulevard périphérique, ovvero il raccordo anulare che racchiude la capitale francese, prima di accettare l'invito della polizia a liberare la carreggiata. Sempre lontano dalla capitale, l'accesso a numerosi centri commerciali è stato disturbato da presidi pacifici di cittadini in giallo. A Orange, il proprietario di un supermercato ha cercato di forzare un blocco stradale di protesta, ferendo leggermente un gilet giallo. Quale che fosse la manifestazione, le richieste scandite a gran voce dai cittadini in giallo sono state ovunque le stesse: «Macron, dimettiti!» e «Più potere d'acquisto!». Tuttavia il presidente della Repubblica e i membri del suo governo non si sono visti durante tutta la giornata. Solo il primo ministro, Edouard Philippe, e il ministro dell'Interno, Christophe Castaner, hanno fatto un breve passaggio sui media, nella sala del coordinamento delle operazioni di sicurezza della prefettura. Sul fronte politico solo Jean-Luc Mélenchon si è espresso a metà giornata. Il leader comunista de La France Insoumise ha affermato che il clima tranquillo nel quale si sono svolto svolte le manifestazioni dei gilet gialli «segnano il fallimento del potere e del suo tentativo di fare indietreggiare la mobilitazione. Il presidente si trova ormai con le spalle al muro, dovrà trovare una risposta politica ad una crisi che non rientra». Mélenchon si è detto favorevole a una sola via d'uscita da questa situazione: «Bisogna andare al voto. La dissoluzione mi sembra si avvicini come una via ragionevole, tranquilla e positiva».Marine Le Pen, dal canto suo, si è limitata a twittare all'inizio delle manifestazioni: «Malgrado una campagna governativa di intimidazioni e di demonizzazioni, i gilet gialli sono presenti in tutto il Paese! Speriamo per le forze dell'ordine e per i manifestanti che i teppisti non parassitino delle manifestazioni largamente pacifiche». Nei ranghi della maggioranza, il deputato macronista Jacques Marie, ospite del canale d'informazione Lci, si è detto preoccupato «che questo movimento politico possa avere delle conseguenze politiche all'italiana». Il riferimento era a uno sbocco politico simile al Movimento 5 stelle. Una nuova dimostrazione della paura che attanaglia la maggioranza presidenziale francese che non vuol sentire parlare di ritorno alle urne e di un ricorso più importante alla democrazia diretta. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vince-lo-stato-di-polizia-arrestato-un-gilet-giallo-ogni-130-manifestanti-2622806711.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lincapacita-delleliseo-imbarazza-gli-ultra-macroniani-di-casa-nostra" data-post-id="2622806711" data-published-at="1778172495" data-use-pagination="False"> L’incapacità dell’Eliseo imbarazza gli ultrà macroniani di casa nostra Chi glielo spiega, ora, ai macroniani di Francia e, soprattutto, d'Italia che il président jupitérien si è dato alla macchia di fronte alle prime contestazioni, non senza aver scatenato una feroce repressione contro lavoratori e liceali? Era stato lo stesso Emmanuel Macron, nell'ottobre 2016, a porre il suo futuro mandato niente di meno che sotto l'egida di Zeus: «La Francia ha bisogno di un capo di Stato iupiterino», che regni sull'Esagono come il padre degli dèi comanda sui mortali e sulle altre divinità stesse. Un modo per marcare la differenza dal «presidente normale», come amava definirsi invece François Hollande. Peccato che questo polso, questa autorevolezza, questo carisma Macron sia riusciti a ostentarli solo con quell'adolescente che lo aveva chiamato «Manu», umiliato in favore di telecamera perché il presidente non si chiama per nomignolo. E che dire dello sfoggio di decisionismo mostrato con quel ragazzo che si lamentò di essere disoccupato? «Attraverso la strada e glielo trovo io un lavoro!», replicò stizzito il leader di En Marche. Che piglio, che attributi. Facile, con i ragazzini. Quando il gioco si è fatto duro, tuttavia, il finto duro si è rifiutato di entrare in campo. La gestione macroniana dell'emergenza dei gilet gialli è stata incommentabile, molto semplicemente perché non si può parlare di qualcosa che non c'è. «Emmanuel Macron dovrebbe uscire alla svelta dal suo silenzio», lo bacchettava ieri Le Monde, che non è esattamente una gazzetta accusabile di populismo. Il quotidiano della gauche caviar ha fatto la cronaca delle ultime giornate vissute dall'inquilino dell'Eliseo. L'ultima volta che Macron si è espresso, condannando le prime violenze, era il 1° dicembre e il presidente si trovava a Buenos Aires per il G20. Al suo rientro in Francia, il giorno successivo, aveva però lasciato il primo ministro, Edouard Philippe, solo davanti all'emergenza. Dopodiché, restano agli atti una visita discreta in una prefettura data alle fiamme, il 4 dicembre, un appello alla calma lanciato in consiglio dei ministri, il 5, un incontro con la gendarmeria il 7. Un basso profilo che sa di resa, e che comunque non ha impedito a una fonte dell'Eliseo di parlare al Figaro per annunciare un implausibile colpo di Stato alle porte. Benzina sul fuoco buona per giustificare gli arresti preventivi e la brutalità poliziesca mostrata nei licei, roba che per molto meno da noi si sarebbe evocato il Cile di Augusto Pinochet. E infatti ora più di qualche crepa, nella Macron-mania dilagante nelle buone borghesie progressiste europee, comincia a vedersi. In fin dei conti se la grande stampa aveva sposato in pieno il progetto macroniano era proprio per salvare la Francia dal «fascismo» di Marine Le Pen. E giù editoriali apocalittici in cui ci si immaginava la Francia lepenizzata con giri di vite fra gli oppositori e l'Eliseo trasformato in una dépendance della famiglia Le Pen. Ovvero tutto quello poi avveratosi con Macron, con la repressione delle rivolte di questi giorni e prima ancora con il caso di Alexandre Benalla. E allora fa una certa tenerezza, oggi, rileggere quei tweet pieni di fiducia nel nuovo enfant prodige del progressismo continentale. L'allora premier Paolo Gentiloni parafrasava Karl Marx: «Evviva Macron presidente. Una speranza si aggira per l'Europa». Gli faceva eco Matteo Renzi che scriveva: «La vittoria di Macron scrive una straordinaria pagina di speranza per la Francia e per l'Europa». Mai troppo a suo agio con il tempismo e l'opportunità politica, l'ex sindaco di Firenze ha peraltro avuto il coraggio di perseverare anche in questi giorni («E qualcuno a casa nostra fa il tifo per i gilet gialli. Io invece credo nella democrazia, nelle forze dell'ordine, nella legalità. Io sto dalla parte del ministro dell'Interno francese Christophe Castaner, non di chi porta la violenza nel cuore di Parigi», ha twittato). Sempre in quel 7 maggio 2017, Laura Boldrini scriveva: «È una bella serata per l'Europa. La vittoria di Macron dimostra che l'ondata populista può essere fermata». Persino Angelino Alfano, allora alla Farnesina, twittava: «Brinda la Francia e chi crede nell'Europa, nel libero mercato, nella solidarietà». Oltre alle congratulazioni di rito, Sergio Mattarella si sentiva in diritto di sottolineare che il voto francese «costituisce una prova di fiducia nel futuro e un segnale di adesione all'ideale dell'integrazione continentale». E un profetico Antonio Tajani si sbilanciava: «Contiamo su una Francia che contribuisca a cambiare l'Unione per riavvicinarla ai cittadini!». Quando si dice avere fiuto politico. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vince-lo-stato-di-polizia-arrestato-un-gilet-giallo-ogni-130-manifestanti-2622806711.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="trump-sfotte-parigi-su-clima-e-difesa-comune" data-post-id="2622806711" data-published-at="1778172495" data-use-pagination="False"> Trump sfotte Parigi su clima e difesa comune Ci risiamo. Il presidente americano, Donald Trump, è tornato ad attaccare il suo omologo francese, Emmanuel Macron. E lo ha fatto in un momento non poco delicato per quest'ultimo: le nuove stilettate da parte dell'inquilino della Casa Bianca arrivano infatti nelle stesse ore in cui Parigi è messa a ferro e fuoco dalla rivolta dei gilet gialli. In due tweet lapidari, ieri Trump ha attaccato a testa bassa. Nel primo, il presidente americano ha parlato, ancora una volta, degli accordi di Parigi sul clima. «L'accordo di Parigi non sta funzionando così bene per Parigi. Proteste e rivolte in tutta la Francia. Le persone non vogliono pagare grosse somme di denaro, molte a Paesi del terzo mondo (che sono gestiti in modo discutibile), al fine di proteggere forse l'ambiente. Cantano “We Want Trump!" Love France». Anche il secondo tweet è stato abbastanza al vetriolo, tornando tra l'altro a battere sulla dolente nota dell'esercito europeo. «L'idea di un esercito europeo», ha scritto Trump, «non ha funzionato troppo bene durante le due guerre mondiali. Ma gli Stati Uniti erano lì per voi, e lo saranno sempre. Tutto ciò che chiediamo è che paghiate la vostra giusta parte della Nato. La Germania paga l'1% mentre gli Stati Uniti pagano il 4,3% di un Pil molto più grande - per proteggere l'Europa. Equità!». Già nei giorni scorsi, del resto, il presidente americano non aveva celato la sua simpatia per il movimento dei gilet gialli e Trump aveva proprio per questo salutato con estremo favore la retromarcia di Macron per quanto riguarda la tassa sulla benzina: la causa scatenante della protesta che attualmente dilaga in Francia. D'altronde, non sono poche le analogie tra i gilet gialli e il trumpismo sotto il profilo ideologico. Benché una certa vulgata giornalistica si ostini a parlare di questi fenomeni semplicisticamente come realtà di «estrema destra», entrambi presentano invece una natura ben più complessa e non poi così estranea ad alcune battaglie storicamente della sinistra. Come Trump è molto distante dalla tradizione reaganiana su alcune questioni decisive (dalle infrastrutture al commercio internazionale), così la protesta francese sembra ospitare al suo interno sia elettori di Marine Le Pen che dello stesso Jean-Luc Mélenchon, sancendo in questo modo forse una nuova categorizzazione di che cosa è destra e che cosa è sinistra. Del resto, al di là del piano ideologico, la rivalità tra Trump e Macron affonda radici in ragioni antiche e strutturali. Se in un primo momento i due sembravano quasi andare d'accordo, nel giro di poco tempo le cose sono cambiate. Approfittando della debolezza della cancelliera tedesca, Angela Merkel, il presidente francese ha cercato col tempo di scalzarla, per assumere un ruolo guida in seno all'Unione europea. In tal senso, l'europeismo enfatico di Macron è sempre stato funzionale a sostenere questa malcelata brama di grandeur. Neanche a dirlo, Trump non ha granché accettato una simile strategia napoleonica: non solo per le smanie di potenza dell'inquilino dell'Eliseo ma anche perché l'idea di ordine internazionale che costituisce l'impalcatura dell'Unione europea (il multilateralismo) rappresenta, agli occhi di Trump, un modello da superare. È proprio in questa cornice complessa che si inserisce l'ormai vecchio battibecco su esercito europeo e clima. Il presidente americano non vuole pastoie internazionali che impediscano all'America di agire liberamente. E, soprattutto, non vuole regole sovranazionali che possano obbligarlo a prendere provvedimenti di politica interna in contraddizione con il proprio elettorato di riferimento (la classe operaia della Rust Belt). Anche per questo, Trump in Europa sta cercando una sponda con l'Italia: una sponda che gli consenta di mettere i bastoni tra le ruote alla Germania (sul piano politico e commerciale). Ed è probabile che questo sostegno mediatico da lui fornito ai gilet gialli sia finalizzato ad indebolire ulteriormente il presidente francese. Un presidente in crisi di rappresentanza. E che - contrariamente a Trump - forse non ha mai rappresentato altri che sé stesso.
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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A Roma, al termine del Med9, il vicepremier Antonio Tajani annuncia la nascita di una coalizione tra Ue, Balcani, Golfo, Nord Africa e Lega Araba per garantire sicurezza alimentare e accesso ai fertilizzanti attraverso lo stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco stabile.
Laura Boldrini (Ansa)
La missione guidata da Laura Boldrini nei campi sahrawi si inserisce in un contesto altamente sensibile, tra accuse sul ruolo dell’Algeria nella destabilizzazione del Sahara e del Sahel e la controversa posizione del Fronte Polisario, che alimentano tensioni politiche e diplomatiche.
La recente missione istituzionale del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nei campi sahrawi di Tindouf arriva in uno dei momenti più delicati per la sicurezza del Sahel. Una visita che rischia di trasformarsi in un errore politico e diplomatico. Dietro la narrativa umanitaria sul Fronte Polisario e sulla causa sahrawi si muovono infatti accuse pesantissime che chiamano in causa il ruolo dell’Algeria e dell’Iran nella destabilizzazione del Sahara e del Mali attraverso reti jihadiste, infiltrazioni dei servizi segreti e gruppi armati utilizzati come strumenti geopolitici.
La delegazione guidata da Laura Boldrini ha visitato i campi profughi di Tindouf, in Algeria, per incontrare esponenti del Fronte Polisario, movimento nato nel 1973 e sostenuto da Algeri. Prima della visita ai campi, i parlamentari italiani hanno visto anche le autorità algerine, compreso il vicepresidente del Parlamento. Formalmente si è trattato di una missione dedicata ai diritti umani e alla situazione del popolo sahrawi. Politicamente, però, il viaggio rischia di essere interpretato come una legittimazione di un sistema opaco attorno al quale ruotano accuse di collusioni con reti jihadiste e traffici nel Sahel.
A rendere ancora più controversa questa visita è la recente posizione degli Stati Uniti. Washington ha infatti condannato gli attacchi attribuiti al Fronte Polisario contro la città di Smara, nel Sahara Occidentale, sostenendo che tali azioni compromettano gli sforzi diplomatici e minaccino la stabilità regionale. In un messaggio pubblicato su X, la missione americana presso le Nazioni Unite ha denunciato violenze «contrarie allo spirito dei recenti negoziati», chiedendo una soluzione definitiva del conflitto nel Sahara. Nel frattempo anche l’Unione Europea ha rafforzato il sostegno al piano di autonomia proposto dal Marocco come base per la soluzione della controversia. Durante una visita ufficiale a Rabat, l’Alta rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ha dichiarato che «una vera autonomia potrebbe rappresentare una delle soluzioni più realistiche» per arrivare a una soluzione politica definitiva. Kallas ha inoltre invitato tutte le parti a partecipare ai negoziati «senza precondizioni e sulla base del piano di autonomia presentato dal Marocco».
La posizione europea, approvata dai 27 Stati membri, è stata formalizzata in un comunicato congiunto diffuso al termine dell’incontro con il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita. Bruxelles ha inoltre accolto favorevolmente la Risoluzione 2797 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che sostiene il rilancio del processo politico sulla base dell’iniziativa marocchina di autonomia sotto sovranità di Rabat. Un orientamento che rappresenta un ulteriore isolamento politico del Fronte Polisario e della linea sostenuta dall’Algeria. A denunciare il ruolo ambiguo di Algeri è soprattutto l’antropologo britannico Jeremy H. Keenan, autore di The Dark Sahara, testo che descrive il rapporto tra servizi segreti algerini e terrorismo islamista nel Nord Africa. Secondo Keenan, dalla fine degli anni Novanta il Mali settentrionale sarebbe stato trasformato in un laboratorio di destabilizzazione controllata.
In quel periodo numerosi militanti del GIA, il Gruppo Islamico Armato protagonista della guerra civile algerina, sarebbero stati progressivamente spinti verso il Sahara. Non come una forza militare visibile, ma come una presenza destinata a radicarsi tra le comunità tuareg attraverso matrimoni, commerci e traffici illegali. L’obiettivo sarebbe stato creare nel Sahel un ecosistema instabile ma controllabile. Per Keenan la svolta avvenne dopo l’11 settembre 2001. Il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika comprese che la guerra globale al terrorismo lanciata dagli Stati Uniti poteva diventare un’enorme opportunità strategica. L’Algeria usciva dal Decennio Nero, segnato da massacri, accuse contro esercito e servizi segreti, isolamento internazionale e sanzioni. Aveva bisogno di ricostruire la propria immagine e ottenere nuove forniture militari occidentali.
Secondo Keenan, Algeri doveva presentarsi come un partner indispensabile nella lotta al terrorismo. Ma per riuscirci era necessario che la minaccia jihadista si espandesse nel Sahara. Le accuse diventano ancora più gravi quando Keenan affronta il ruolo del DRS, i servizi segreti algerini. Nel suo libro sostiene che il DRS non si sarebbe limitato a infiltrare i gruppi islamisti, ma avrebbe contribuito direttamente alla loro creazione e manipolazione. Arriva persino a sostenere che Djamel Zitouni, storico leader del GIA, fosse controllato dai servizi algerini.
Keenan cita anche le dichiarazioni di John Schindler, ex funzionario dell’intelligence americana, secondo cui il GIA sarebbe stato in larga parte una creazione del DRS, utilizzata per screditare gli islamisti attraverso massacri indiscriminati e attentati. Questo schema, sostiene Keenan, sarebbe stato successivamente esportato nel Sahel attraverso il GSPC, poi trasformato in AQMI, Al-Qaeda nel Maghreb Islamico. Secondo questa ricostruzione, l’Algeria avrebbe favorito anche l’ascesa di gruppi come MUJAO e Ansar al-Din per colpire politicamente i movimenti tuareg laici e autonomisti. Nel 2003 il rapimento di 32 turisti europei nel Sahara da parte del gruppo guidato da Amari Saifi, noto come «El Para», ex militare delle forze speciali algerine, segnò un punto di svolta. L’episodio venne utilizzato per presentare il Sahara come nuovo fronte di Al-Qaeda e favorì il dispiegamento occidentale nel Sahel attraverso l’Iniziativa Pan-Sahel, antenata dell’AFRICOM americano.
Le conseguenze furono devastanti soprattutto per le popolazioni tuareg. Il turismo sahariano crollò, intere economie locali vennero distrutte e le comunità nomadi finirono associate al terrorismo internazionale. Nel 2012, dopo la caduta di Gheddafi in Libia e il ritorno nel Sahel di combattenti tuareg armati, scoppiò la nuova rivolta dell’Azawad. Il MNLA proclamò l’indipendenza del nord del Mali, ma poco dopo AQMI, Ansar al-Din e MUJAO presero il controllo delle principali città del nord. Per Keenan anche questa dinamica sarebbe stata favorita dal DRS algerino per impedire il consolidamento di un’entità tuareg autonoma. Dietro la partita militare si muovevano anche enormi interessi energetici. I bacini di Taoudeni e Gao, ricchi di petrolio, gas, oro e uranio, rappresentano una delle grandi poste strategiche del Sahara. Secondo Keenan, Algeri avrebbe utilizzato la propria influenza politica per favorire Sonatrach e ottenere concessioni energetiche nel nord del Mali. È in questo contesto che la visita della delegazione italiana nei campi di Tindouf appare profondamente inopportuna. Quei campi non sono semplicemente un simbolo umanitario, ma uno dei centri nevralgici di una crisi geopolitica e securitaria che da anni alimenta instabilità nel Sahel. Mentre il Mali sprofonda nel caos, i gruppi jihadisti proliferano e il Sahel continua a trasformarsi in una delle aree più instabili del pianeta, una visita istituzionale italiana nei campi controllati dal Polisario rischia dunque di assumere un significato politico ben diverso da quello ufficialmente dichiarato.
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Ansa
Prefetto e i vertici delle forze dell’ordine hanno valutato bene contesto, circostanze e condizioni e ieri hanno comunicato agli organizzatori dell’iniziativa che il raduno degli esponenti di estrema destra, quindi, non si terrà più in piazza Galvani, nel centro storico, ma in piazza della Pace. Le motivazioni della scelta sono ben chiare: l’obiettivo è quello di evitare possibili scontri e momenti di tensione e conflitti ideologici che potrebbero degenerare. Quello che si potrebbe temere è che ci possano essere anche delle contro manifestazioni da parte di collettivi che non gradiscono l’operato del raduno della Remigrazione. In realtà, al momento, non si ha notizia di eventuali proteste da parte di altri movimenti. Però sia la scelta della precedente location che, adesso, lo spostamento del luogo hanno sollevato un mare di polemiche.
Collettivi e movimenti di sinistra non volevano la manifestazione nel centro storico; mentre gli organizzatori non sono soddisfatti di questo spostamento. Ieri mattina, sono stati convocati in Questura e hanno appreso del cambiamento del luogo dell’evento, nonostante ne avessero avuto conferma. La manifestazione è in programma per le 16 di sabato e prevede la formazione di un presidio finalizzato alla raccolta firme per la legge sulla remigrazione. Stefano Colato, referente per Bologna del comitato «Remigrazione e Riconquista», ha spiegato perché è stata scelta quella piazza: «Non c’è stato praticamente margine di trattativa, ci hanno consegnato una lista di prescrizioni per qualsiasi posto a parte piazza della Pace. Ci hanno assegnato d’ufficio quella piazza». In realtà, dopo il divieto di riunirsi in piazza Galvani, nel centro storico, gli organizzatori avevano proposto di spostarsi in altri luoghi della città come piazza Minghetti o piazza Carducci. Ma nessuna loro richiesta è stata accolta. E come ha precisato Colato non c’è stato modo di far accogliere la loro richiesta: «Ripeto: non c’è stato margine di trattativa. Il motivo della necessità dello spostamento? Ragioni di ordine pubblico, ci è stato detto». Da quanto è emerso i partecipanti non dovrebbero essere tantissimi, tra i cento e i centocinquanta.
In realtà, l’organizzazione del raduno della Remigrazione ha sollevato non poche polemiche e creato diverse tensioni perché, da quanto è emerso nel corso di una riunione, il sindaco di Bologna Matteo Lepore e la sua Giunta avrebbero espresso più volte il loro disaccordo allo svolgimento della manifestazione. Il loro timore è che questo evento possa degenerare causando momenti di violenza e aggressioni fisiche. Alla fine, quindi, al termine del vertice in Prefettura, si è deciso di proseguire sul terreno della prudenza e cercare una location che possa garantire la sicurezza e tutelare l’incolumità pubblica. Tutto si dovrà svolgere senza alcun rischio ed evitando qualsiasi tipi di disordine. Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, è rimasto molto «deluso» dallo spostamento della location dell’evento e all’agenzia Dire ha spiegato il perché: «Con lo spostamento della manifestazione per la remigrazione prevista sabato a Bologna in piazza Galvani, ma appunto traslocata in piazza della Pace, si è fatta una scelta che premia i prepotenti. Si crea un precedente per il quale manifestazioni che qualcuno sostiene essere foriere di problemi di ordine pubblico non si possono svolgere come previsto. Da ora in poi anche le manifestazioni dei Pro Pal e dei violenti, quelli davvero violenti, vengano decentrate. Altrimenti passerebbe il messaggio che è la sinistra che decide chi può dire cosa e dove, il che è inaccettabile».
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