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2018-12-09
Macron fa arrestare un gilet giallo su 130
ANSA
Il manganello agitato da Emmanuel Macron non ha impedito ai gilet gialli di scendere in piazza a Parigi e in tutta la Francia. I numerosi tentativi governativi e presidenziali di assimilare i manifestanti in giallo all'estrema destra non hanno funzionato.
Un po' ovunque in Francia, le manifestazioni si sono svolte piuttosto pacificamente. Le tensioni più importanti si sono verificate a Parigi, intorno a metà giornata, soprattutto nella zona degli Champs-Elysées, Grands Boulevards e della Bastiglia. Vicino all'Arco di Trionfo, sono stati assaltati alcuni negozi e delle vetture sono state date alle fiamme dai soliti casseur infiltrati. I manifestanti, quelli veri, hanno sfilato pacificamente.
Molti hanno anche offerto fiori ai poliziotti. In generale, i danni sono stati molto più limitati rispetto a sabato primo dicembre. Ma questo è stato dovuto anche a un dispositivo di sicurezza degno della peggiore emergenza terroristica. A fine giornata, ieri, si contavano 1.385 persone controllate e 974 fermi (619 solo nella capitale), alcuni dei quali peraltro preventivi, avvenuti la mattina presto o addirittura il giorno precedente. A Parigi, il bilancio degli scontri è stato di 71 feriti e sette tra le forze dell'ordine.
Non è chiaro, tuttavia, perché, dopo una mattinata trascorsa piuttosto tranquillamente nella capitale e dopo centinaia di arresti, sia stato necessario fare ricorso a cariche della polizia. In effetti gli agenti avevano dei poteri rafforzati. Ai poliziotti, che hanno perquisito migliaia di persone nei punti d'accesso all'avenue «più bella del mondo» e nei metrò della capitale, bastava pochissimo per fermare una persona. Da qui l'altissimo numero di controlli.
Il sottosegretario all'interno Laurent Nuñez ha dichiarato al Tg delle 13 di France 2 che, in tutta la Francia, i manifestanti erano 31.000, di cui 8.000 nella sola Parigi. Numeri improbabili, anche solo a giudicare dalle foto viste in giro, corretti in serata dal ministro dell'Interno Christophe Castaner, che ha parlato di 125.000 gilet gialli scesi in strada in tutto il Paese. Si contano quindi un arrestato ogni 128 persone e un controllato ogni 90.
In diverse città si sono tenuti cortei, per lo più pacifici. Anche a Puy-en-Velay e a Marsiglia - città che avevano registrato importanti violenze sul finire della giornata sabato scorso - la tensione era notevolmente più bassa, anche se qualche scontro c'è stato. Sempre a Marsiglia, alcune decise di manifestanti si sono inginocchiate tenendo le mani sopra la testa, per ricordare i circa 150 studenti arrestati e immobilizzati, a Mantes-La-Jolie, alle porte di Parigi. Stessa scena si è vista un po' in tutte le manifestazioni. Disordini anche a Bordeaux e Tolosa, dove l'incendio di una barricata ha richiesto la chiusura di una linea del metrò. A Lione gli scontri hanno rischiato di compromettere la tradizionale Fête des lumières.
Tafferugli si sono registrati pure a Bruxelles: gli incidenti sono scoppiati dopo che un gruppo di dimostranti ha forzato il cordone di polizia lanciando bottiglie e un cartello stradale. Le forze dell'ordine hanno risposto con i lacrimogeni e si parla di circa 400 identificazioni e 10 arresti. Cortei pacifici nelle principali città olandesi, da Amsterdam a Rotterdam e l'Aja.
Tornando in Francia, il traffico su varie autostrade, ad esempio in Costa Azzurra e Nuova Aquitania, è stato rallentato dalle manifestazioni dei gilet gialli. A Parigi i manifestanti hanno occupato per qualche istante il boulevard périphérique, ovvero il raccordo anulare che racchiude la capitale francese, prima di accettare l'invito della polizia a liberare la carreggiata. Sempre lontano dalla capitale, l'accesso a numerosi centri commerciali è stato disturbato da presidi pacifici di cittadini in giallo. A Orange, il proprietario di un supermercato ha cercato di forzare un blocco stradale di protesta, ferendo leggermente un gilet giallo.
Quale che fosse la manifestazione, le richieste scandite a gran voce dai cittadini in giallo sono state ovunque le stesse: «Macron, dimettiti!» e «Più potere d'acquisto!». Tuttavia il presidente della Repubblica e i membri del suo governo non si sono visti durante tutta la giornata. Solo il primo ministro, Edouard Philippe, e il ministro dell'Interno, Christophe Castaner, hanno fatto un breve passaggio sui media, nella sala del coordinamento delle operazioni di sicurezza della prefettura.
Sul fronte politico solo Jean-Luc Mélenchon si è espresso a metà giornata. Il leader comunista de La France Insoumise ha affermato che il clima tranquillo nel quale si sono svolto svolte le manifestazioni dei gilet gialli «segnano il fallimento del potere e del suo tentativo di fare indietreggiare la mobilitazione. Il presidente si trova ormai con le spalle al muro, dovrà trovare una risposta politica ad una crisi che non rientra». Mélenchon si è detto favorevole a una sola via d'uscita da questa situazione: «Bisogna andare al voto. La dissoluzione mi sembra si avvicini come una via ragionevole, tranquilla e positiva».
Marine Le Pen, dal canto suo, si è limitata a twittare all'inizio delle manifestazioni: «Malgrado una campagna governativa di intimidazioni e di demonizzazioni, i gilet gialli sono presenti in tutto il Paese! Speriamo per le forze dell'ordine e per i manifestanti che i teppisti non parassitino delle manifestazioni largamente pacifiche».
Nei ranghi della maggioranza, il deputato macronista Jacques Marie, ospite del canale d'informazione Lci, si è detto preoccupato «che questo movimento politico possa avere delle conseguenze politiche all'italiana». Il riferimento era a uno sbocco politico simile al Movimento 5 stelle. Una nuova dimostrazione della paura che attanaglia la maggioranza presidenziale francese che non vuol sentire parlare di ritorno alle urne e di un ricorso più importante alla democrazia diretta.
L’incapacità dell’Eliseo imbarazza gli ultrà macroniani di casa nostra
Chi glielo spiega, ora, ai macroniani di Francia e, soprattutto, d'Italia che il président jupitérien si è dato alla macchia di fronte alle prime contestazioni, non senza aver scatenato una feroce repressione contro lavoratori e liceali? Era stato lo stesso Emmanuel Macron, nell'ottobre 2016, a porre il suo futuro mandato niente di meno che sotto l'egida di Zeus: «La Francia ha bisogno di un capo di Stato iupiterino», che regni sull'Esagono come il padre degli dèi comanda sui mortali e sulle altre divinità stesse.
Un modo per marcare la differenza dal «presidente normale», come amava definirsi invece François Hollande. Peccato che questo polso, questa autorevolezza, questo carisma Macron sia riusciti a ostentarli solo con quell'adolescente che lo aveva chiamato «Manu», umiliato in favore di telecamera perché il presidente non si chiama per nomignolo.
E che dire dello sfoggio di decisionismo mostrato con quel ragazzo che si lamentò di essere disoccupato? «Attraverso la strada e glielo trovo io un lavoro!», replicò stizzito il leader di En Marche. Che piglio, che attributi. Facile, con i ragazzini. Quando il gioco si è fatto duro, tuttavia, il finto duro si è rifiutato di entrare in campo. La gestione macroniana dell'emergenza dei gilet gialli è stata incommentabile, molto semplicemente perché non si può parlare di qualcosa che non c'è. «Emmanuel Macron dovrebbe uscire alla svelta dal suo silenzio», lo bacchettava ieri Le Monde, che non è esattamente una gazzetta accusabile di populismo. Il quotidiano della gauche caviar ha fatto la cronaca delle ultime giornate vissute dall'inquilino dell'Eliseo. L'ultima volta che Macron si è espresso, condannando le prime violenze, era il 1° dicembre e il presidente si trovava a Buenos Aires per il G20. Al suo rientro in Francia, il giorno successivo, aveva però lasciato il primo ministro, Edouard Philippe, solo davanti all'emergenza. Dopodiché, restano agli atti una visita discreta in una prefettura data alle fiamme, il 4 dicembre, un appello alla calma lanciato in consiglio dei ministri, il 5, un incontro con la gendarmeria il 7. Un basso profilo che sa di resa, e che comunque non ha impedito a una fonte dell'Eliseo di parlare al Figaro per annunciare un implausibile colpo di Stato alle porte. Benzina sul fuoco buona per giustificare gli arresti preventivi e la brutalità poliziesca mostrata nei licei, roba che per molto meno da noi si sarebbe evocato il Cile di Augusto Pinochet.
E infatti ora più di qualche crepa, nella Macron-mania dilagante nelle buone borghesie progressiste europee, comincia a vedersi. In fin dei conti se la grande stampa aveva sposato in pieno il progetto macroniano era proprio per salvare la Francia dal «fascismo» di Marine Le Pen. E giù editoriali apocalittici in cui ci si immaginava la Francia lepenizzata con giri di vite fra gli oppositori e l'Eliseo trasformato in una dépendance della famiglia Le Pen. Ovvero tutto quello poi avveratosi con Macron, con la repressione delle rivolte di questi giorni e prima ancora con il caso di Alexandre Benalla.
E allora fa una certa tenerezza, oggi, rileggere quei tweet pieni di fiducia nel nuovo enfant prodige del progressismo continentale. L'allora premier Paolo Gentiloni parafrasava Karl Marx: «Evviva Macron presidente. Una speranza si aggira per l'Europa». Gli faceva eco Matteo Renzi che scriveva: «La vittoria di Macron scrive una straordinaria pagina di speranza per la Francia e per l'Europa». Mai troppo a suo agio con il tempismo e l'opportunità politica, l'ex sindaco di Firenze ha peraltro avuto il coraggio di perseverare anche in questi giorni («E qualcuno a casa nostra fa il tifo per i gilet gialli. Io invece credo nella democrazia, nelle forze dell'ordine, nella legalità. Io sto dalla parte del ministro dell'Interno francese Christophe Castaner, non di chi porta la violenza nel cuore di Parigi», ha twittato).
Sempre in quel 7 maggio 2017, Laura Boldrini scriveva: «È una bella serata per l'Europa. La vittoria di Macron dimostra che l'ondata populista può essere fermata». Persino Angelino Alfano, allora alla Farnesina, twittava: «Brinda la Francia e chi crede nell'Europa, nel libero mercato, nella solidarietà». Oltre alle congratulazioni di rito, Sergio Mattarella si sentiva in diritto di sottolineare che il voto francese «costituisce una prova di fiducia nel futuro e un segnale di adesione all'ideale dell'integrazione continentale». E un profetico Antonio Tajani si sbilanciava: «Contiamo su una Francia che contribuisca a cambiare l'Unione per riavvicinarla ai cittadini!». Quando si dice avere fiuto politico.
Trump sfotte Parigi su clima e difesa comune
Ci risiamo. Il presidente americano, Donald Trump, è tornato ad attaccare il suo omologo francese, Emmanuel Macron. E lo ha fatto in un momento non poco delicato per quest'ultimo: le nuove stilettate da parte dell'inquilino della Casa Bianca arrivano infatti nelle stesse ore in cui Parigi è messa a ferro e fuoco dalla rivolta dei gilet gialli.
In due tweet lapidari, ieri Trump ha attaccato a testa bassa. Nel primo, il presidente americano ha parlato, ancora una volta, degli accordi di Parigi sul clima. «L'accordo di Parigi non sta funzionando così bene per Parigi. Proteste e rivolte in tutta la Francia. Le persone non vogliono pagare grosse somme di denaro, molte a Paesi del terzo mondo (che sono gestiti in modo discutibile), al fine di proteggere forse l'ambiente. Cantano “We Want Trump!" Love France». Anche il secondo tweet è stato abbastanza al vetriolo, tornando tra l'altro a battere sulla dolente nota dell'esercito europeo. «L'idea di un esercito europeo», ha scritto Trump, «non ha funzionato troppo bene durante le due guerre mondiali. Ma gli Stati Uniti erano lì per voi, e lo saranno sempre. Tutto ciò che chiediamo è che paghiate la vostra giusta parte della Nato. La Germania paga l'1% mentre gli Stati Uniti pagano il 4,3% di un Pil molto più grande - per proteggere l'Europa. Equità!».
Già nei giorni scorsi, del resto, il presidente americano non aveva celato la sua simpatia per il movimento dei gilet gialli e Trump aveva proprio per questo salutato con estremo favore la retromarcia di Macron per quanto riguarda la tassa sulla benzina: la causa scatenante della protesta che attualmente dilaga in Francia. D'altronde, non sono poche le analogie tra i gilet gialli e il trumpismo sotto il profilo ideologico. Benché una certa vulgata giornalistica si ostini a parlare di questi fenomeni semplicisticamente come realtà di «estrema destra», entrambi presentano invece una natura ben più complessa e non poi così estranea ad alcune battaglie storicamente della sinistra. Come Trump è molto distante dalla tradizione reaganiana su alcune questioni decisive (dalle infrastrutture al commercio internazionale), così la protesta francese sembra ospitare al suo interno sia elettori di Marine Le Pen che dello stesso Jean-Luc Mélenchon, sancendo in questo modo forse una nuova categorizzazione di che cosa è destra e che cosa è sinistra. Del resto, al di là del piano ideologico, la rivalità tra Trump e Macron affonda radici in ragioni antiche e strutturali. Se in un primo momento i due sembravano quasi andare d'accordo, nel giro di poco tempo le cose sono cambiate. Approfittando della debolezza della cancelliera tedesca, Angela Merkel, il presidente francese ha cercato col tempo di scalzarla, per assumere un ruolo guida in seno all'Unione europea.
In tal senso, l'europeismo enfatico di Macron è sempre stato funzionale a sostenere questa malcelata brama di grandeur. Neanche a dirlo, Trump non ha granché accettato una simile strategia napoleonica: non solo per le smanie di potenza dell'inquilino dell'Eliseo ma anche perché l'idea di ordine internazionale che costituisce l'impalcatura dell'Unione europea (il multilateralismo) rappresenta, agli occhi di Trump, un modello da superare. È proprio in questa cornice complessa che si inserisce l'ormai vecchio battibecco su esercito europeo e clima. Il presidente americano non vuole pastoie internazionali che impediscano all'America di agire liberamente. E, soprattutto, non vuole regole sovranazionali che possano obbligarlo a prendere provvedimenti di politica interna in contraddizione con il proprio elettorato di riferimento (la classe operaia della Rust Belt). Anche per questo, Trump in Europa sta cercando una sponda con l'Italia: una sponda che gli consenta di mettere i bastoni tra le ruote alla Germania (sul piano politico e commerciale). Ed è probabile che questo sostegno mediatico da lui fornito ai gilet gialli sia finalizzato ad indebolire ulteriormente il presidente francese. Un presidente in crisi di rappresentanza. E che - contrariamente a Trump - forse non ha mai rappresentato altri che sé stesso.
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Cortei in tutta la Francia, fra fermi preventivi e retate indiscriminate. Scontri in diverse città. La protesta dilaga anche in Belgio e Olanda.Il presidente francese si è dimostrato inadeguato per tutta la durata della crisi nata per i rincari del carburante. Ennesima sberla per la sinistra italiana, che ne aveva fatto un modello da importare al di qua delle Alpi.Donald Trump fa il bullo su Twitter: «Esercito europeo? Non ha certo brillato nelle guerre mondiali».Lo speciale contiene tre articoli.Il manganello agitato da Emmanuel Macron non ha impedito ai gilet gialli di scendere in piazza a Parigi e in tutta la Francia. I numerosi tentativi governativi e presidenziali di assimilare i manifestanti in giallo all'estrema destra non hanno funzionato. Un po' ovunque in Francia, le manifestazioni si sono svolte piuttosto pacificamente. Le tensioni più importanti si sono verificate a Parigi, intorno a metà giornata, soprattutto nella zona degli Champs-Elysées, Grands Boulevards e della Bastiglia. Vicino all'Arco di Trionfo, sono stati assaltati alcuni negozi e delle vetture sono state date alle fiamme dai soliti casseur infiltrati. I manifestanti, quelli veri, hanno sfilato pacificamente. Molti hanno anche offerto fiori ai poliziotti. In generale, i danni sono stati molto più limitati rispetto a sabato primo dicembre. Ma questo è stato dovuto anche a un dispositivo di sicurezza degno della peggiore emergenza terroristica. A fine giornata, ieri, si contavano 1.385 persone controllate e 974 fermi (619 solo nella capitale), alcuni dei quali peraltro preventivi, avvenuti la mattina presto o addirittura il giorno precedente. A Parigi, il bilancio degli scontri è stato di 71 feriti e sette tra le forze dell'ordine.Non è chiaro, tuttavia, perché, dopo una mattinata trascorsa piuttosto tranquillamente nella capitale e dopo centinaia di arresti, sia stato necessario fare ricorso a cariche della polizia. In effetti gli agenti avevano dei poteri rafforzati. Ai poliziotti, che hanno perquisito migliaia di persone nei punti d'accesso all'avenue «più bella del mondo» e nei metrò della capitale, bastava pochissimo per fermare una persona. Da qui l'altissimo numero di controlli. Il sottosegretario all'interno Laurent Nuñez ha dichiarato al Tg delle 13 di France 2 che, in tutta la Francia, i manifestanti erano 31.000, di cui 8.000 nella sola Parigi. Numeri improbabili, anche solo a giudicare dalle foto viste in giro, corretti in serata dal ministro dell'Interno Christophe Castaner, che ha parlato di 125.000 gilet gialli scesi in strada in tutto il Paese. Si contano quindi un arrestato ogni 128 persone e un controllato ogni 90.In diverse città si sono tenuti cortei, per lo più pacifici. Anche a Puy-en-Velay e a Marsiglia - città che avevano registrato importanti violenze sul finire della giornata sabato scorso - la tensione era notevolmente più bassa, anche se qualche scontro c'è stato. Sempre a Marsiglia, alcune decise di manifestanti si sono inginocchiate tenendo le mani sopra la testa, per ricordare i circa 150 studenti arrestati e immobilizzati, a Mantes-La-Jolie, alle porte di Parigi. Stessa scena si è vista un po' in tutte le manifestazioni. Disordini anche a Bordeaux e Tolosa, dove l'incendio di una barricata ha richiesto la chiusura di una linea del metrò. A Lione gli scontri hanno rischiato di compromettere la tradizionale Fête des lumières. Tafferugli si sono registrati pure a Bruxelles: gli incidenti sono scoppiati dopo che un gruppo di dimostranti ha forzato il cordone di polizia lanciando bottiglie e un cartello stradale. Le forze dell'ordine hanno risposto con i lacrimogeni e si parla di circa 400 identificazioni e 10 arresti. Cortei pacifici nelle principali città olandesi, da Amsterdam a Rotterdam e l'Aja. Tornando in Francia, il traffico su varie autostrade, ad esempio in Costa Azzurra e Nuova Aquitania, è stato rallentato dalle manifestazioni dei gilet gialli. A Parigi i manifestanti hanno occupato per qualche istante il boulevard périphérique, ovvero il raccordo anulare che racchiude la capitale francese, prima di accettare l'invito della polizia a liberare la carreggiata. Sempre lontano dalla capitale, l'accesso a numerosi centri commerciali è stato disturbato da presidi pacifici di cittadini in giallo. A Orange, il proprietario di un supermercato ha cercato di forzare un blocco stradale di protesta, ferendo leggermente un gilet giallo. Quale che fosse la manifestazione, le richieste scandite a gran voce dai cittadini in giallo sono state ovunque le stesse: «Macron, dimettiti!» e «Più potere d'acquisto!». Tuttavia il presidente della Repubblica e i membri del suo governo non si sono visti durante tutta la giornata. Solo il primo ministro, Edouard Philippe, e il ministro dell'Interno, Christophe Castaner, hanno fatto un breve passaggio sui media, nella sala del coordinamento delle operazioni di sicurezza della prefettura. Sul fronte politico solo Jean-Luc Mélenchon si è espresso a metà giornata. Il leader comunista de La France Insoumise ha affermato che il clima tranquillo nel quale si sono svolto svolte le manifestazioni dei gilet gialli «segnano il fallimento del potere e del suo tentativo di fare indietreggiare la mobilitazione. Il presidente si trova ormai con le spalle al muro, dovrà trovare una risposta politica ad una crisi che non rientra». Mélenchon si è detto favorevole a una sola via d'uscita da questa situazione: «Bisogna andare al voto. La dissoluzione mi sembra si avvicini come una via ragionevole, tranquilla e positiva».Marine Le Pen, dal canto suo, si è limitata a twittare all'inizio delle manifestazioni: «Malgrado una campagna governativa di intimidazioni e di demonizzazioni, i gilet gialli sono presenti in tutto il Paese! Speriamo per le forze dell'ordine e per i manifestanti che i teppisti non parassitino delle manifestazioni largamente pacifiche». Nei ranghi della maggioranza, il deputato macronista Jacques Marie, ospite del canale d'informazione Lci, si è detto preoccupato «che questo movimento politico possa avere delle conseguenze politiche all'italiana». Il riferimento era a uno sbocco politico simile al Movimento 5 stelle. Una nuova dimostrazione della paura che attanaglia la maggioranza presidenziale francese che non vuol sentire parlare di ritorno alle urne e di un ricorso più importante alla democrazia diretta. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vince-lo-stato-di-polizia-arrestato-un-gilet-giallo-ogni-130-manifestanti-2622806711.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lincapacita-delleliseo-imbarazza-gli-ultra-macroniani-di-casa-nostra" data-post-id="2622806711" data-published-at="1773525491" data-use-pagination="False"> L’incapacità dell’Eliseo imbarazza gli ultrà macroniani di casa nostra Chi glielo spiega, ora, ai macroniani di Francia e, soprattutto, d'Italia che il président jupitérien si è dato alla macchia di fronte alle prime contestazioni, non senza aver scatenato una feroce repressione contro lavoratori e liceali? Era stato lo stesso Emmanuel Macron, nell'ottobre 2016, a porre il suo futuro mandato niente di meno che sotto l'egida di Zeus: «La Francia ha bisogno di un capo di Stato iupiterino», che regni sull'Esagono come il padre degli dèi comanda sui mortali e sulle altre divinità stesse. Un modo per marcare la differenza dal «presidente normale», come amava definirsi invece François Hollande. Peccato che questo polso, questa autorevolezza, questo carisma Macron sia riusciti a ostentarli solo con quell'adolescente che lo aveva chiamato «Manu», umiliato in favore di telecamera perché il presidente non si chiama per nomignolo. E che dire dello sfoggio di decisionismo mostrato con quel ragazzo che si lamentò di essere disoccupato? «Attraverso la strada e glielo trovo io un lavoro!», replicò stizzito il leader di En Marche. Che piglio, che attributi. Facile, con i ragazzini. Quando il gioco si è fatto duro, tuttavia, il finto duro si è rifiutato di entrare in campo. La gestione macroniana dell'emergenza dei gilet gialli è stata incommentabile, molto semplicemente perché non si può parlare di qualcosa che non c'è. «Emmanuel Macron dovrebbe uscire alla svelta dal suo silenzio», lo bacchettava ieri Le Monde, che non è esattamente una gazzetta accusabile di populismo. Il quotidiano della gauche caviar ha fatto la cronaca delle ultime giornate vissute dall'inquilino dell'Eliseo. L'ultima volta che Macron si è espresso, condannando le prime violenze, era il 1° dicembre e il presidente si trovava a Buenos Aires per il G20. Al suo rientro in Francia, il giorno successivo, aveva però lasciato il primo ministro, Edouard Philippe, solo davanti all'emergenza. Dopodiché, restano agli atti una visita discreta in una prefettura data alle fiamme, il 4 dicembre, un appello alla calma lanciato in consiglio dei ministri, il 5, un incontro con la gendarmeria il 7. Un basso profilo che sa di resa, e che comunque non ha impedito a una fonte dell'Eliseo di parlare al Figaro per annunciare un implausibile colpo di Stato alle porte. Benzina sul fuoco buona per giustificare gli arresti preventivi e la brutalità poliziesca mostrata nei licei, roba che per molto meno da noi si sarebbe evocato il Cile di Augusto Pinochet. E infatti ora più di qualche crepa, nella Macron-mania dilagante nelle buone borghesie progressiste europee, comincia a vedersi. In fin dei conti se la grande stampa aveva sposato in pieno il progetto macroniano era proprio per salvare la Francia dal «fascismo» di Marine Le Pen. E giù editoriali apocalittici in cui ci si immaginava la Francia lepenizzata con giri di vite fra gli oppositori e l'Eliseo trasformato in una dépendance della famiglia Le Pen. Ovvero tutto quello poi avveratosi con Macron, con la repressione delle rivolte di questi giorni e prima ancora con il caso di Alexandre Benalla. E allora fa una certa tenerezza, oggi, rileggere quei tweet pieni di fiducia nel nuovo enfant prodige del progressismo continentale. L'allora premier Paolo Gentiloni parafrasava Karl Marx: «Evviva Macron presidente. Una speranza si aggira per l'Europa». Gli faceva eco Matteo Renzi che scriveva: «La vittoria di Macron scrive una straordinaria pagina di speranza per la Francia e per l'Europa». Mai troppo a suo agio con il tempismo e l'opportunità politica, l'ex sindaco di Firenze ha peraltro avuto il coraggio di perseverare anche in questi giorni («E qualcuno a casa nostra fa il tifo per i gilet gialli. Io invece credo nella democrazia, nelle forze dell'ordine, nella legalità. Io sto dalla parte del ministro dell'Interno francese Christophe Castaner, non di chi porta la violenza nel cuore di Parigi», ha twittato). Sempre in quel 7 maggio 2017, Laura Boldrini scriveva: «È una bella serata per l'Europa. La vittoria di Macron dimostra che l'ondata populista può essere fermata». Persino Angelino Alfano, allora alla Farnesina, twittava: «Brinda la Francia e chi crede nell'Europa, nel libero mercato, nella solidarietà». Oltre alle congratulazioni di rito, Sergio Mattarella si sentiva in diritto di sottolineare che il voto francese «costituisce una prova di fiducia nel futuro e un segnale di adesione all'ideale dell'integrazione continentale». E un profetico Antonio Tajani si sbilanciava: «Contiamo su una Francia che contribuisca a cambiare l'Unione per riavvicinarla ai cittadini!». Quando si dice avere fiuto politico. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vince-lo-stato-di-polizia-arrestato-un-gilet-giallo-ogni-130-manifestanti-2622806711.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="trump-sfotte-parigi-su-clima-e-difesa-comune" data-post-id="2622806711" data-published-at="1773525491" data-use-pagination="False"> Trump sfotte Parigi su clima e difesa comune Ci risiamo. Il presidente americano, Donald Trump, è tornato ad attaccare il suo omologo francese, Emmanuel Macron. E lo ha fatto in un momento non poco delicato per quest'ultimo: le nuove stilettate da parte dell'inquilino della Casa Bianca arrivano infatti nelle stesse ore in cui Parigi è messa a ferro e fuoco dalla rivolta dei gilet gialli. In due tweet lapidari, ieri Trump ha attaccato a testa bassa. Nel primo, il presidente americano ha parlato, ancora una volta, degli accordi di Parigi sul clima. «L'accordo di Parigi non sta funzionando così bene per Parigi. Proteste e rivolte in tutta la Francia. Le persone non vogliono pagare grosse somme di denaro, molte a Paesi del terzo mondo (che sono gestiti in modo discutibile), al fine di proteggere forse l'ambiente. Cantano “We Want Trump!" Love France». Anche il secondo tweet è stato abbastanza al vetriolo, tornando tra l'altro a battere sulla dolente nota dell'esercito europeo. «L'idea di un esercito europeo», ha scritto Trump, «non ha funzionato troppo bene durante le due guerre mondiali. Ma gli Stati Uniti erano lì per voi, e lo saranno sempre. Tutto ciò che chiediamo è che paghiate la vostra giusta parte della Nato. La Germania paga l'1% mentre gli Stati Uniti pagano il 4,3% di un Pil molto più grande - per proteggere l'Europa. Equità!». Già nei giorni scorsi, del resto, il presidente americano non aveva celato la sua simpatia per il movimento dei gilet gialli e Trump aveva proprio per questo salutato con estremo favore la retromarcia di Macron per quanto riguarda la tassa sulla benzina: la causa scatenante della protesta che attualmente dilaga in Francia. D'altronde, non sono poche le analogie tra i gilet gialli e il trumpismo sotto il profilo ideologico. Benché una certa vulgata giornalistica si ostini a parlare di questi fenomeni semplicisticamente come realtà di «estrema destra», entrambi presentano invece una natura ben più complessa e non poi così estranea ad alcune battaglie storicamente della sinistra. Come Trump è molto distante dalla tradizione reaganiana su alcune questioni decisive (dalle infrastrutture al commercio internazionale), così la protesta francese sembra ospitare al suo interno sia elettori di Marine Le Pen che dello stesso Jean-Luc Mélenchon, sancendo in questo modo forse una nuova categorizzazione di che cosa è destra e che cosa è sinistra. Del resto, al di là del piano ideologico, la rivalità tra Trump e Macron affonda radici in ragioni antiche e strutturali. Se in un primo momento i due sembravano quasi andare d'accordo, nel giro di poco tempo le cose sono cambiate. Approfittando della debolezza della cancelliera tedesca, Angela Merkel, il presidente francese ha cercato col tempo di scalzarla, per assumere un ruolo guida in seno all'Unione europea. In tal senso, l'europeismo enfatico di Macron è sempre stato funzionale a sostenere questa malcelata brama di grandeur. Neanche a dirlo, Trump non ha granché accettato una simile strategia napoleonica: non solo per le smanie di potenza dell'inquilino dell'Eliseo ma anche perché l'idea di ordine internazionale che costituisce l'impalcatura dell'Unione europea (il multilateralismo) rappresenta, agli occhi di Trump, un modello da superare. È proprio in questa cornice complessa che si inserisce l'ormai vecchio battibecco su esercito europeo e clima. Il presidente americano non vuole pastoie internazionali che impediscano all'America di agire liberamente. E, soprattutto, non vuole regole sovranazionali che possano obbligarlo a prendere provvedimenti di politica interna in contraddizione con il proprio elettorato di riferimento (la classe operaia della Rust Belt). Anche per questo, Trump in Europa sta cercando una sponda con l'Italia: una sponda che gli consenta di mettere i bastoni tra le ruote alla Germania (sul piano politico e commerciale). Ed è probabile che questo sostegno mediatico da lui fornito ai gilet gialli sia finalizzato ad indebolire ulteriormente il presidente francese. Un presidente in crisi di rappresentanza. E che - contrariamente a Trump - forse non ha mai rappresentato altri che sé stesso.
Agra, Utar Pradesh, India, 1999 ©Steve McCurry
Chi di noi, almeno una volta, non si è imbattuto negli occhi grigio verdi di quella splendida bambina afghana che, a metà tra lo spaventato e l’attonito, guardano dritti qualcuno o qualcosa? L’immagine è iconica, talmente straordinario da guadagnarsi l’appellativo di Monna Lisa afghana e dal lontano 1985, quando fu scelta per la copertina del numero di giugno della nota rivista National Geographic, non solo è diventata una sorta di simbolo dei conflitti afgani degli anni ottanta, ma anche lo scatto che ha regalato eterna notorietà al suo autore, il fotoreporter (anche se lui ama definirsi storyteller) statunitense Steve McCurry , dal 1986 membro della prestigiosa agenzia Magnum e autore di straordinari reportage in ogni parte del mondo, dall’India all’Afghanistan , dal Myanmar all’Africa, dalla Cina alla Cambogia, passando per Cuba, il Sud America e il Giappone.
Viaggi avventurosi, spesso pericolosi, fuori dalle rotte comuni, alla ricerca di realtà nascoste e di umanità dimenticate. Viaggi che documentano guerre e le loro tragiche conseguenze, che Mc Curry coglie nei volti tristi e disperati di bambini, donne e uomini, segnati nel corpo e nello spirito, esuli lontani dalle loro terre e relegati nei campi profughi ; ma anche viaggi che raccontano di luoghi remoti, di usi, costumi e tradizioni che il suo occhio attento ed esperto ha colto nella loro straordinaria bellezza di colori densi e accesi, che sembrano trasmettere suoni, odori e profumi. Scatti talmente perfetti da sembrare irreali ( e per questo criticati dai molti suoi detrattori, che lo accusano di fare un uso eccessivo della post produzione), così forti e potenti da arrivare immediatamente ai sensi di chi le osserva, che superano i confini geografici e sociali e vanno oltre le diverse etnie, le latitudini e le longitudini, per parlare un linguaggio universale, fatto non di parole ma di immagini.
Ad animare Mc Curry non è solo la passione smisurata per il proprio lavoro (che coincide con la sua stessa vita…), ma anche la speranza che i suoi lavori possano far prendere coscienza (e anche smuovere le coscienze..) del mondo in cui viviamo, della sua bellezza ma anche delle sue contraddizioni e dei suoi rapidi cambiamenti («… la fotografia, anche se piccola, può avere un ruolo importante nell’alzare l’attenzione e incoraggiare la riflessione…la mia speranza è quella che possa far risplendere una luce su chi siamo e approfondire la nostra conoscenza di un mondo in continuo cambiamento…», ha dichiarato in una recente intervista). Instancabile viaggiatore («Il solo fatto di viaggiare e conoscere culture diverse mi dà gioia e una carica inesauribile»), ogni sua avventura si è «tradotta » in libri, volumi, mostre allestite in ogni parte del globo, tantissime e seguitissime. E se anche, diciamolo, Mc Curry è ’ inflazionato, visto e stravisto, ogni sua mostra è un regalo agli occhi e al cuore. Proprio come la monografica allestita a Parma, nelle sale di Palazzo Pigorini, celebre per essere stato a residenza del poeta Angelo Mazza e dell’esploratore Vittorio Bottego ( che immagino avrebbe sicuramente apprezzato i lavori del reporter di Philadelphia…).
La Mostra
Curata da Biba Giacchetti, esperta conoscitrice dei lavori di McCurry, il percorso espositivo è un’alternanza di immagini iconiche (in primis, la già citata Afghan Girl ) e di scatti meno visti, di foto che incantono ( come lo straordinario Tāj Maḥal riflesso nel’acqua) e di scene che impressionano e fanno riflettere ( come il bambino peruviano che piange mentre si punta il revolver alla tempia). Immagini, tante, che risaltano sulle pareti color pastello delle sale e si susseguono come una storia scandita non dal tempo ma dalle emozioni, accostate per affinità di soggetti e atmosfere, come se fili invisibili legassero fra loro luoghi e persone distanti anni luce. A colpire particolarmente i volti, potenti concentrati di storie, emozioni, dolore, speranza, paura e bellezza. Volti che ti guardano e sembrano parlarti, che mettono a nudo la loro anima per arrivare al cuore: «Ho imparato a essere paziente. Se aspetti abbastanza, le persone dimenticano la macchina fotografica e la loro anima comincia a librarsi verso di te», ha raccontato lo stesso McCurry nel corso di un'intervista.
Personalmente, di questo grande Maestro che amo moltissimo, ho visto mostre un po’ ovunque, in Italia e all'estero. Non ho visto tutto - ovviamente e purtroppo - ma sicuramente ho avuto la fortuna di ammirare i suoi reportage più famosi e i suoi lavori più noti, quelli entrati «prepotentemente» e di diritto nell’immaginario collettivo, quasi «patrimonio dell’umanità». E poco importa se ho visto dieci volte la ragazza afghana, i templi indiani, le donne del Bengala o le strade sconnesse dell’Havana: Mc Curry ogni volta sa sorprendermi e incantarmi. E poi, come dicevano i latini, repetita iuvant...
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Nel riquadro, un ritratto di Giacomo Casanova (IStock)
Giacomo Casanova era un palato libero, poteva frequentare indifferentemente le osterie popolari come le cucine nobiliari, andare al mercato o a pesca. Per lui il piacere della gola godeva di pari apprezzamento come altri per i quali è passato alla storia. Una conferma tra le pagine del suo diario, Histoire de ma vie, scritto nel rifugio boemo del Castello di Dux dove gli aveva donato ospitalità l’amico conte di Waldstein. «Amai i piatti dai sapori forti, come il pasticcio di maccheroni, il vischioso merluzzo, la cacciagione il cui aroma spesso confina con sentori fetidi, così come i formaggi, la cui perfezione si rivela quando i piccoli esseri che li abitano cominciano a diventare visibili», forse un cenno al caciomarcetto abruzzese che leggenda vuole come, deposto nella madia la sera, lo si trovasse parcheggiato altrove il giorno dopo.
Il diario goloso di Giacomo Casanova è una antologia di saperi e sapori narrata con abile penna e occhio curioso. Non ancora ventenne, incontra a Chioggia un amico di studi veneziani che lo invita ad un picnic di accademici maccheronici durante il quale, abbinato ai piatti, ciascun membro avrebbe recitato un brano di sua composizione. «Accettai e, dopo aver letto dieci stanze composte per l’occasione, fui nominato membro per acclamazione». Ma questo è solo l’inizio. «Fui ancor più brillante a tavola e mangiai tanti maccheroni che mi giudicarono degno di essere proclamato principe». Uno pensa: basta e avanza. E invece no. «Presi il mestolo forato e cominciai a riempire i piatti, spargendo sopra ognuno burro e formaggio» in dosi talmente generose che «i maccheroni nuotavano nel burro che arrivava agli orli del piatto».
I maccheroni veneziani del tempo nulla avevano a che fare con quelli preparati all’ombra del Vesuvio. In realtà erano degli gnocchi impastati con farina di grano o pane raffermo, sorta di dischetti conditi con burro e formaggio e passati al forno. Le ostriche coltivate in Laguna godevano di larga e meritata fama, tanto che Ludovico Manin, l’ultimo doge Serenissimo, aveva riservato loro un’area dedicata, le valli dell’Arsenale. Casanova ne fece presto tesoro, ad esempio con una giovane monaca a Murano. Era il tempo in cui, nelle famiglie nobili, molte giovani venivano spedite nei monasteri indipendentemente dalla loro possibile vocazione per una questione di salvaguardia dei relativi rami ereditari. Il rituale ostricante con un protocollo di valorizzazione multisensoriale: «Ci divertimmo a mangiare ostriche passandocele quando le avevamo già in bocca. Lei mi offriva sulla lingua la sua, mentre io le mettevo in bocca la mia». Uno scambio di amorosi sensi ad alto tasso ormonale.
Come ha ben descritto Vincenzo Corrado nel suo Il cuoco galante, uscito nel 1773, al tempo le ostriche si potevano gustare in vari modi. Crude appena pescate. Cotte alla brace, con pangrattato, sale, pepe e succo di limone così come infarinate e fritte, ma per Casanova vi erano solo quelle crude, gustate in purezza, accompagnate esclusivamente «da quella salsa che le accompagna succhiata dalla bocca del proprio amore» e ricambiata di conseguenza. Nei suoi saliscendi di una vita avventurosa senza pari, Casanova dovette anche affrontare oltre un anno di prigionia ai Piombi. Assieme ai maccheroni, il piatto che era sempre presente nella sua dieta quotidiana era la minestra di riso. Riso che, nella tradizione veneziana, riveste un ruolo importante nel contesto socioeconomico del tempo.
La sua coltivazione iniziò sul finire del Quattrocento, nelle vicine terre degli Estensi. Il Consiglio dei Dieci vide l’opportunità di implementare questa produzione così da integrare quanto già si faceva con la coltivazione dei legumi al fine di dare un miglior benessere alimentare a una popolazione che aveva difficoltà a nutrirsi di carne e pesce e, quindi, di proteine, al di fuori dei centri urbani. Tanto che, nel 1533, lo stesso Consiglio dei Dieci emise una legge per cui non vi sarebbe stata alcuna tassa per chi si dedicava a questa nuova coltivazione. Oltre ai classici risi e bisi, altri piatti storici giunti a noi di quell’epoca, e che Casanova amava condividere con i suoi compagni di avventure, sono la castradina così come la fongadina.
La prima è di origine dalmata, giunta dall’altro versante Adriatico con l’epidemia di peste del 1630. Un cosciotto di montone, salato, essiccato e affumicato, consumato in zuppa con verze e cipolle. Immancabile con la Festa della Madonna della salute il 21 novembre. L’altro, la fongadina, è composto da frattaglie di agnello e capretto di cui storica ambasciata al giorno d’oggi si trova «Da Procida», nella trevigiana San Biagio di Callalta. Non stupitevi se, a uno dei tavoli, trovate assorto a gustarsela un certo Arrigo Cipriani. Ma torniamo a bomba, cioè al lover gourmet Casanova.
Dopo le ostriche non poteva mancare il tartufo, nero come si trovava lungo tutta la dorsale appenninica. Il primo incontro quando, diciottenne, diretto a Roma lungo la via Flaminia con l’amico frate francescano Stefano da Belluno, si ferma per una sosta in terra umbra. «Cenammo a Somma, dove la padrona dell’albergo, donna di rara bellezza, ci preparò dell’ottimo cibo che innaffiammo con del vino di Cipro che le davano i suoi corrieri veneziani in cambio degli eccellenti tartufi che lei donava loro … partii lasciando un pezzo del mio cuore a quell’ottima donna». Anche qui ci soccorre il ricettario di Vincenzo Corrado con una variante curiosa, il purè di tartufi. Pestati assieme a pane fritto, con aglio e aromi, sciogliendo il tutto in un brodo di pesce. Chissà mai se anche Casanova lo esibì, assieme al suo talento coinvolgente, nelle cene che via via organizzò, abbinato a pregiati vini conseguenti, nelle varie città europee dove passò lunghe tappe della sua vita errabonda.
Un capitolo a parte merita lo storione, «amato e ricercato anche per la grandezza rara per un pesce d’acqua dolce», oltre che la squisitezza delle sue carni e anche per quel prezioso tesoretto rappresentato dalle uova di caviale. A quel tempo lo storione risaliva per lunghi tratti i maggiori corsi d’acqua della terraferma veneziana, tanto che molte famiglie patrizie, accanto al parco delle loro ville palladiane, avevano delle ampie peschiere dove gli storioni venivano coccolati prima del sacrificio finale. Era il protagonista di pranzi che rivelavano lo status dei proprietari. Per cuocerlo un apposito contenitore di ampie dimensioni dal quale veniva poi estratto, mostrato nella sua bellezza e infine tagliato a fette con adeguata salsa di contorno.
Casanova era una «carnivoro a 360°». Usava molte metafore ripescate dalla cucina per descrivere le realtà con cui si misurava. A volte incontrava «individui che hanno un po’ dello stoccafisso», così quando lo apprezzavano per una buona citazione, precisava che «era farina del mio sacco». Ma la citazione «stellata» era per il ragù: «Noi affrontiamo la fame per meglio assaporare poi salse come il ragù». Uno comincia a chiedersi con quale ricetta, ma la precisazione non lascia dubbi, riservata al dopocena con la bella di turno. «Ogni donna è un ragù differente dall’altro, anche se molte volte… lo si capisce soltanto dopo». Erotofago? Divoratore della bellezza femminile? Sempre con stile. Come quella volta, a Corfù. Era reduce da una performance che possiamo solo immaginare tanto che chiese alla sua dama di lasciargli una ciocca di capelli come ricordo. Richiesta mirata. Conosceva un confettiere ebreo che ridusse quasi in polvere le ciocche sapientemente tagliuzzate e poi diede loro ulteriore fascino con «una pasta zuccherata di essenze d’ambra, angelica, vaniglie e altri aromi fino a farne tanti piccoli confetti». Cui rese poi degno onore abbinandoli a robusti calici di champagne. Noblescse oblige. C’est dommage.
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Come raccontato dal vicedirettore Francesco Borgonovo a Tivù Verità, nuovo scontro nel caso della famiglia nel bosco: l’assistente sociale ha denunciato per violenza privata gli avvocati dei Trevallion. Intanto la garante dell’infanzia Marina Terragni replica duramente ai servizi sociali e parla di segnali di disagio nei bambini.
Nuovo capitolo nello scontro ormai aperto attorno al caso della cosiddetta «famiglia nel bosco». L’assistente sociale che segue la vicenda avrebbe presentato una denuncia per violenza privata contro gli avvocati dei Trevallion, Danila Solinas e Marco Femminella. Una mossa che segna un ulteriore irrigidimento dei rapporti tra i servizi sociali e la famiglia, già al centro di forti tensioni negli ultimi mesi.
L’intera vicenda era partita dalla relazione redatta dall’assistente sociale Veruska D’Angelo, nella quale venivano segnalate diverse criticità legate alla situazione familiare. Da allora il confronto con Catherine Trevallion, madre dei bambini, si è progressivamente trasformato in un conflitto sempre più duro.
Negli ultimi giorni si è aggiunto un altro episodio. Durante la visita a Vasto della garante nazionale per l’infanzia, Marina Terragni, l’assistente sociale non si sarebbe presentata all’incontro fissato. La stessa Terragni ha raccontato di aver avuto difficoltà anche a contattarla telefonicamente. Secondo alcune fonti, tuttavia, quella stessa mattina sarebbe stato organizzato un incontro con Nathan Trevallion e con la garante abruzzese per l’infanzia, dal quale la madre sarebbe rimasta esclusa. In quell’occasione si sarebbe parlato dei possibili passi futuri e di un percorso per riavvicinare i bambini. A stretto giro è intervenuto anche l’avvocato incaricato di tutelare i servizi sociali. Il legale ha contestato le dichiarazioni della garante nazionale, sostenendo che l’assistente sociale non avrebbe partecipato all’incontro perché impegnata in attività legate proprio alla gestione della vicenda. Nella stessa nota si ribadisce inoltre che i servizi sociali avrebbero operato correttamente. Sempre secondo questa ricostruzione, il tribunale aveva disposto non solo l’allontanamento della madre dalla struttura protetta di Vasto ma anche il trasferimento dei bambini. Tuttavia, dopo l’uscita della madre dalla comunità, i rapporti tra il personale della struttura e i minori sarebbero tornati sereni, circostanza che avrebbe consentito ai bambini di restare lì. L’assistente sociale avrebbe inoltre inviato una lettera al tribunale dell’Aquila nella quale ribadisce la correttezza del proprio operato. Nella comunicazione si sostiene che, al momento dell’allontanamento della madre dalla struttura, i bambini fossero tranquilli e che le tensioni sarebbero nate dal comportamento della donna.
Una versione che però viene contestata da alcune testimonianze, secondo le quali durante quel momento i bambini avrebbero reagito con forte agitazione e pianto. Nel frattempo è arrivata anche la replica di Marina Terragni, che ha smentito in modo netto le ricostruzioni dei servizi sociali. La garante ha dichiarato di non aver mai sostenuto che i bambini stiano bene, ma soltanto che si trovano in buone condizioni fisiche. Al tempo stesso ha parlato di una «notevole agitazione psicomotoria» e di atteggiamenti di paura e diffidenza verso gli estranei, segnali che indicherebbero un evidente disagio.
Il risultato è uno scontro sempre più duro: da una parte i servizi sociali, dall’altra la famiglia Trevallion con i propri legali e l’attenzione della garante nazionale. Un conflitto istituzionale che, mentre le posizioni si irrigidiscono, rischia di lasciare in secondo piano proprio i protagonisti più fragili di tutta la vicenda: i bambini.
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Kulsum Shadab Wahab, fondatrice di Ara Lumiere, tra i capi della collezione «Wounds of Gold»
Da anni impegnata nel sostegno alle donne sopravvissute alla violenza di genere, Wahab ha fondato Ara Lumiere con l’obiettivo di offrire dignità, autonomia economica e nuove opportunità a chi è stata vittima di attacchi con l’acido.
Nel novembre scorso è stata inoltre nominata Women empowerment ambassador per la Camera nazionale della moda italiana, riconoscimento che rafforza il legame tra il suo impegno sociale e il sistema della moda. Il progetto Ara Lumiere si fonda su un modello produttivo preciso: l’atelier impiega esclusivamente donne sopravvissute ad attacchi con acido, coinvolgendole in ogni fase della creazione. Non si tratta di un gesto simbolico, ma di una scelta strutturale che integra artigianalità, formazione e indipendenza economica. Da questa esperienza concreta nasce «Wounds of Gold». La collezione trasforma la memoria in linguaggio visivo: le cicatrici non vengono nascoste né attenuate, ma diventano costruzione, superficie e architettura del capo. Linee irregolari, interruzioni materiche e contrasti tattili traducono l’idea di resilienza in forme sartoriali. La collezione attinge alla forza espressiva dei tessuti indiani, interpretati come materiali vivi, plasmati dal tempo e dall’intervento umano.
Le tradizioni della tessitura vengono rilette attraverso una sartorialità contemporanea che unisce radici culturali e visione futura. Ricami in zari e broccati vengono trattati e manipolati per evocare abrasioni e fratture, creando superfici che ricordano metalli consumati. Il risultato sono texture segnate ma risolute, capaci di raccontare una storia senza rinunciare alla raffinatezza. La palette cromatica è intensa e simbolica. L’oro emerge come elemento narrativo centrale: non semplice ornamento, ma segno di dignità riconquistata. L’argento introduce tensione e modernità, l’avorio suggerisce rinascita, mentre il nero ancora la collezione alla realtà, riconoscendo il trauma senza lasciargli dominare il racconto. Insieme, questi colori costruiscono un percorso visivo che va dalla frattura alla ricomposizione, dall’ombra alla luce. Le silhouette si distinguono per una struttura quasi architettonica, che tuttavia conserva una dimensione intima. Giacche e blazer sartoriali assumono la forma di corazze contemporanee: protettive ma eleganti, rigorose ma sensibili. Le linee volutamente irregolari, le proporzioni leggermente alterate e le texture stratificate riflettono corpi modellati dall’esperienza, lontani dall’idea di perfezione idealizzata che spesso domina la moda. A sostenere il percorso di Ara Lumiere è anche l’agenzia Negri Firman Pr & Communications, guidata da Silvia Negri. La collaborazione nasce da una visione comune: valorizzare un progetto che fonde moda etica, sostenibilità e impegno sociale, trasformando l’abbigliamento in uno strumento di advocacy e cambiamento. L’agenzia ha inoltre sviluppato il concept dell’evento di presentazione della collezione, curandone il posizionamento creativo, l’art direction e la produzione, con l’obiettivo di tradurre i valori del brand in un’esperienza immersiva.
Kulsum Shadab Wahab, originaria dell’India, è una filantropa e imprenditrice impegnata nel supporto alle donne sopravvissute alla violenza di genere e agli attacchi con l’acido. La sua attività filantropica e imprenditoriale nasce proprio in India, dove il progetto Ara Lumiere coinvolge donne sopravvissute a queste aggressioni nella produzione artigianale dei capi, offrendo formazione e indipendenza economica. Con «Wounds of Gold», Ara Lumiere dimostra come il processo creativo possa generare opportunità concrete oltre l’estetica. Ogni capo porta con sé una presenza e una storia, trasformando l’abito in una testimonianza viva.
La collezione invita a riconsiderare i concetti di bellezza, forza e lusso, mostrando come anche una cicatrice possa diventare forma, struttura e luce. In questo modo la moda si afferma non solo come espressione stilistica, ma come strumento di autonomia, dignità e rinascita. «Lo spirito delle donne, il loro coraggio, la loro resilienza e quella forza silenziosa saranno sempre la mia guida. Nel mio ruolo di ambasciatrice custodisco le loro storie e vado avanti con determinazione e responsabilità. Attraverso la moda e l’impegno sociale mi adopero per promuovere un mondo in cui ogni donna possa sentirsi libera, forte e capace di costruire il proprio destino, generando un cambiamento globale», ha concluso Kulsum Shadab Wahab.
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