True
2022-04-07
Via le virostar, ecco le geopopstar. Storia e teorici della geopolitica
True
Andrea Margelletti (Ansa)
Dalle virostar alle geopopstar. Il repentino cambio di paradigma globale, con il passaggio dall'emergenza pandemica a quella bellica, ha modificato le agende ma non la necessità, per chi fa informazione, di venire incontro alle esigenze di un pubblico smarrito che cerca il parere rassicurante degli esperti sul tema caldo del momento. Via i Bassetti, i Galli, i Pregliasco, quindi, dentro i Caracciolo, i Margelletti, i Fabbri. Basta con le varianti, gli indici di contagio, le curve pandemiche, ora tocca ai missili ipersonici, alla storia dell'Urss, alla composizione etnica del Donbass. In un caso come nell'altro, alla fredda competenza e alla mera esposizione di numeri e fatti si accompagna la capacità di istituire una narrazione che fa la fortuna dell'esperto. Si pensi solo alla rapida ascesa di Dario Fabbri, divenuto volto iconico di Limes e poi passato, con quello che è apparso quasi un colpo di calciomercato, al gruppo editoriale Domani, per cui ha iniziato a curare Scenari. Un passaggio che solo qualche anno fa sarebbe stato notato solo dagli addetti ai lavori e che oggi invece fa discutere.
Ma che cos'è la geopolitica? E quando nasce? È vero che si tratta di una «scienza nazista»? La Treccani, pur avvertendo che non ne esiste una definizione univoca, parla di «una disciplina che studia i rapporti, le influenze, i condizionamenti e le limitazioni dei fattori geografici - fisici e umani - sulla politica, vale a dire su comportamenti, decisioni, percezioni e azioni dei vari attori geopolitici, siano essi gli Stati, le entità sovra- o sub-nazionali, o anche le grandi imprese industriali e commerciali». Si tratta, insomma, di una vera e propria «geografia politica», espressione peraltro spesso usata come sinonimo di geopolitica. La letteratura appare concorde nel ritenere che il termine geopolitica sia stato introdotto nel 1899 dallo svedese Rudolph Kjellen e l'espressione geografia politica si debba invece al tedesco Friedrich Ratzel, che ne parlò la prima volta nel 1897. In particolare, Kjellen considerava la geopolitica una delle cinque categorie necessarie per l'analisi politica degli Stati, le altre essendo la demopolitica, la sociopolitica, l'ecopolitica e la cratopolitica. Quanto a Ratzel, invece, bisogna ricordare che è a lui che dobbiamo il concetto di spazio vitale (Lebensraum), ossia la porzione di superficie terrestre occupata da una specie e in cui si trovano le condizioni ambientali ottimali che ne consentono la proliferazione. Come noto, il termine entrerà poi nel gergo nazionalsocialista per indicare il territorio di cui avrebbe avuto bisogno il popolo tedesco per svilupparsi pienamente, in particolar modo indicando nell'Est Europa il luogo in cui attingere lo spazio mancante.
Erede di Ratzel, e più direttamente coinvolto con la parabola del Terzo Reich, fu invece Karl Hausofer, fondatore, nel 1924, della Zeitschrift für Geopolitik. Amico personale di Rudolf Hess, Hausofer incontrò varie volte Adolf Hitler, ma il suo coinvolgimento nel nazionalsocialismo è stato largamente esagerato. Il teorico tedesco definiva la strategia delle potenze marittime come Anakondapolitik, ossia politica dell’anaconda, perché riteneva che esse accerchiassero e strozzassero i Paesi continentali. Per rompere tale assedio bisognava dar vita all'alleanza tra i Paesi eurasiatici, cioè soprattutto tra Germania e Russia. Per Hausofer, la proiezione tedesca verso Est avrebbe dovuto essere all'insegna della diplomazia, non della conquista.
Essendo un corollario della potenza, la geopolitica viene ovviamente studiata soprattutto nei Paesi potenti. Logico che essa dovesse avere un grande sviluppo nei Paesi anglosassoni. Uno dei pionieri della disciplina è considerato l'ammiraglio statunitense Alfred Thayer Mahan, il teorico del potere marittimo. Per Mahan, l’esercizio della potenza è efficace solo se consente il controllo delle vie acquatiche. Al britannico Halford John Mackinder dobbiamo invece un concetto ancora cruciale nell'attualità geopolitica, quella dell'Heartland, ovvero la zona centrale dell'Eurasia, detta l’«isola del mondo». Per Mackinder, l'Heartland è delimitato a Ovest dal Volga, a Est dal Fiume Azzurro, a Nord dall'Artico e a Sud dalle cime più occidentali dell'Himalaya. Famosa la sua frase: «Chi controlla l’Est Europa comanda l’Heartland: chi controlla l’Heartland comanda l’Isola-Mondo: chi controlla l’Isola-Mondo comanda il mondo». Da notare che, tra il 1919 e il 1920, Mackinder fu inviato a Odessa come alto commissario britannico per la Russia del Sud, il che la dice lunga sulla perdurante importanza delle zone oggi contese tra Russia e Ucraina. Tra i teorici anglosassoni della geopolitica non si può non citare, infine, Nicholas J. Spykman, secondo il quale, invece, l’equilibrio globale dipendeva dall’anello centrale peninsulare, o Rimland, ovvero la fascia marittima e costiera che circonda l'Eurasia.
E l'Italia? La geopolitica italiana è essenzialmente legata a due figure, quelle di Giorgio Roletto ed Ernesto Massi, fondatori negli anni Trenta della Scuola italiana di Geopolitica e della pubblicazione Geopolitica. Rassegna mensile di geografia politica, economica, sociale, coloniale, edita tra il 1939 e il 1942. Anche in questo caso, nell'immaginario italiano, il nome della geopolitica resterà quindi legato alla parabola del fascismo, per essere poi messo in soffitta nel 1945 come un ferro vecchio della scienza, intrinsecamente legato all'imperialismo aggressivo. Almeno fino al 1993, quando la rivista Limes sdoganerà la geopolitica a sinistra, di questi argomenti in Italia non si parlerà più. Peccato che la logica di potenza non abbia smesso di guidare il mondo solo perché noi abbiamo smesso di occuparcene.
Continua a leggereRiduci
Considerata per anni una scienza nazista o fascista, oggi la geopolitica viene sdoganata. E scopriamo che, da più di un secolo, essa vede nelle zone ora contese tra Ucraina e Russia un perno della storia mondiale.Dalle virostar alle geopopstar. Il repentino cambio di paradigma globale, con il passaggio dall'emergenza pandemica a quella bellica, ha modificato le agende ma non la necessità, per chi fa informazione, di venire incontro alle esigenze di un pubblico smarrito che cerca il parere rassicurante degli esperti sul tema caldo del momento. Via i Bassetti, i Galli, i Pregliasco, quindi, dentro i Caracciolo, i Margelletti, i Fabbri. Basta con le varianti, gli indici di contagio, le curve pandemiche, ora tocca ai missili ipersonici, alla storia dell'Urss, alla composizione etnica del Donbass. In un caso come nell'altro, alla fredda competenza e alla mera esposizione di numeri e fatti si accompagna la capacità di istituire una narrazione che fa la fortuna dell'esperto. Si pensi solo alla rapida ascesa di Dario Fabbri, divenuto volto iconico di Limes e poi passato, con quello che è apparso quasi un colpo di calciomercato, al gruppo editoriale Domani, per cui ha iniziato a curare Scenari. Un passaggio che solo qualche anno fa sarebbe stato notato solo dagli addetti ai lavori e che oggi invece fa discutere.Ma che cos'è la geopolitica? E quando nasce? È vero che si tratta di una «scienza nazista»? La Treccani, pur avvertendo che non ne esiste una definizione univoca, parla di «una disciplina che studia i rapporti, le influenze, i condizionamenti e le limitazioni dei fattori geografici - fisici e umani - sulla politica, vale a dire su comportamenti, decisioni, percezioni e azioni dei vari attori geopolitici, siano essi gli Stati, le entità sovra- o sub-nazionali, o anche le grandi imprese industriali e commerciali». Si tratta, insomma, di una vera e propria «geografia politica», espressione peraltro spesso usata come sinonimo di geopolitica. La letteratura appare concorde nel ritenere che il termine geopolitica sia stato introdotto nel 1899 dallo svedese Rudolph Kjellen e l'espressione geografia politica si debba invece al tedesco Friedrich Ratzel, che ne parlò la prima volta nel 1897. In particolare, Kjellen considerava la geopolitica una delle cinque categorie necessarie per l'analisi politica degli Stati, le altre essendo la demopolitica, la sociopolitica, l'ecopolitica e la cratopolitica. Quanto a Ratzel, invece, bisogna ricordare che è a lui che dobbiamo il concetto di spazio vitale (Lebensraum), ossia la porzione di superficie terrestre occupata da una specie e in cui si trovano le condizioni ambientali ottimali che ne consentono la proliferazione. Come noto, il termine entrerà poi nel gergo nazionalsocialista per indicare il territorio di cui avrebbe avuto bisogno il popolo tedesco per svilupparsi pienamente, in particolar modo indicando nell'Est Europa il luogo in cui attingere lo spazio mancante.Erede di Ratzel, e più direttamente coinvolto con la parabola del Terzo Reich, fu invece Karl Hausofer, fondatore, nel 1924, della Zeitschrift für Geopolitik. Amico personale di Rudolf Hess, Hausofer incontrò varie volte Adolf Hitler, ma il suo coinvolgimento nel nazionalsocialismo è stato largamente esagerato. Il teorico tedesco definiva la strategia delle potenze marittime come Anakondapolitik, ossia politica dell’anaconda, perché riteneva che esse accerchiassero e strozzassero i Paesi continentali. Per rompere tale assedio bisognava dar vita all'alleanza tra i Paesi eurasiatici, cioè soprattutto tra Germania e Russia. Per Hausofer, la proiezione tedesca verso Est avrebbe dovuto essere all'insegna della diplomazia, non della conquista.Essendo un corollario della potenza, la geopolitica viene ovviamente studiata soprattutto nei Paesi potenti. Logico che essa dovesse avere un grande sviluppo nei Paesi anglosassoni. Uno dei pionieri della disciplina è considerato l'ammiraglio statunitense Alfred Thayer Mahan, il teorico del potere marittimo. Per Mahan, l’esercizio della potenza è efficace solo se consente il controllo delle vie acquatiche. Al britannico Halford John Mackinder dobbiamo invece un concetto ancora cruciale nell'attualità geopolitica, quella dell'Heartland, ovvero la zona centrale dell'Eurasia, detta l’«isola del mondo». Per Mackinder, l'Heartland è delimitato a Ovest dal Volga, a Est dal Fiume Azzurro, a Nord dall'Artico e a Sud dalle cime più occidentali dell'Himalaya. Famosa la sua frase: «Chi controlla l’Est Europa comanda l’Heartland: chi controlla l’Heartland comanda l’Isola-Mondo: chi controlla l’Isola-Mondo comanda il mondo». Da notare che, tra il 1919 e il 1920, Mackinder fu inviato a Odessa come alto commissario britannico per la Russia del Sud, il che la dice lunga sulla perdurante importanza delle zone oggi contese tra Russia e Ucraina. Tra i teorici anglosassoni della geopolitica non si può non citare, infine, Nicholas J. Spykman, secondo il quale, invece, l’equilibrio globale dipendeva dall’anello centrale peninsulare, o Rimland, ovvero la fascia marittima e costiera che circonda l'Eurasia.E l'Italia? La geopolitica italiana è essenzialmente legata a due figure, quelle di Giorgio Roletto ed Ernesto Massi, fondatori negli anni Trenta della Scuola italiana di Geopolitica e della pubblicazione Geopolitica. Rassegna mensile di geografia politica, economica, sociale, coloniale, edita tra il 1939 e il 1942. Anche in questo caso, nell'immaginario italiano, il nome della geopolitica resterà quindi legato alla parabola del fascismo, per essere poi messo in soffitta nel 1945 come un ferro vecchio della scienza, intrinsecamente legato all'imperialismo aggressivo. Almeno fino al 1993, quando la rivista Limes sdoganerà la geopolitica a sinistra, di questi argomenti in Italia non si parlerà più. Peccato che la logica di potenza non abbia smesso di guidare il mondo solo perché noi abbiamo smesso di occuparcene.
(Getty Images)
Dalla Farnesina fanno sapere che «tutti i partecipanti alla Flotilla sono in corso di trasferimento da Ketziot a Eilat per l’imbarco sui charter Turkish verso Istanbul».
Ecco cosa racconta Carotenuto. Il deputato mostra il braccialetto con il «numero di matricola», fatto indossare durante il fermo: «Io avevo il numero 147», dice. «A noi è andata bene perché altri sono stati torturati, anche le donne e le persone anziane. Qualcuno ha riportato fratture, altri erano bendati e ricevevano colpi in faccia. Ho sentito donne denunciare violenze sessuali. Sono molto provato, è stata un’esperienza terribile», riferisce il parlamentare al suo arrivo a Fiumicino. Con il parlamentare è atterrato in Italia anche l’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani. «Quando ci hanno portati sul container», rivela ancora il deputato, «gli israeliani ci hanno detto: “Welcome to Israe” e ci hanno picchiato. A me hanno dato un pugno in un occhio e per un po’ non ci ho più visto. Molte persone sono state portate in infermeria, alcuni erano messi molto male. A un certo punto ci hanno chiamato, ci hanno fatto avanzare, ci hanno fatto voltare. Avevano i mitra spianati: è stato il momento peggiore della mia vita».
Poi il racconto della cattura: «Gli israeliani sono arrivati a tutta velocità alla nostra barca con tre motoscafi militari e un dispiego di forze impressionante. Ci hanno costretto a salire su gommoni e portati su una nave, dove ci hanno scaraventati a terra, bendati e legati. Ho le ginocchia frantumate, ci hanno messo su di una balaustra di un centimetro, di traverso, con le mani legate, per poi portarci su una nave-carcere. Ci hanno umiliati, facendoci spogliare per prendere freddo e poi per mandarci in un container, una panic room, dove, al buio, tre energumeni ci hanno picchiato».
Mantovani aggiunge: «Ci trovavamo sulla barca, a un certo punto ci hanno sparato addosso non so con quale tipo di proiettili per farci mettere tutti nella parte anteriore. Quindi ci hanno fatto sbarcare: ammanettati e con le caviglie incatenate. Sono stato anche spogliato e mi hanno tolto gli occhiali. Ci hanno anche preso a calci. Eravamo circa 180». Grazie a un telefono messo a disposizione dall’ambasciata italiana, Mantovani ha potuto contattare la famiglia.
Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, sorride soddisfatto: «Benvenuti in Israele, noi siamo i padroni di casa», dice in ebraico. Anche il ministro dei Trasporti, Miri Regev, li deride: «Attivisti ubriachi e drogati, sostenitori del terrorismo che tentano di violare la sovranità dello Stato d’Israele. Il loro posto è in carcere».
Ma le reazioni non si fanno attendere. Dopo le parole di sdegno del capo dello Stato, Sergio Mattarella, del premier Giorgia Meloni, che definisce questo comportamento «inaccettabile», e la convocazione dell’ambasciatore israeliano a Roma da parte del ministero degli Esteri, Antonio Tajani, lo stesso vicepremier ieri ha annunciato su X che «a nome del governo italiano ho formalmente chiesto all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri europei l’adozione di sanzioni contro il ministro Ben-Gvir “per la violazione dei più elementari diritti umani”». Sulla polemica dei biglietti aerei di ritorno degli attivisti Tajani taglia corto: «Così come potevano sono andati e così come potevano possono ritornare, non è quello il problema, non è lo Stato che deve pagare. Noi li abbiamo assistiti in tutti i modi possibili. Il problema è come sono stati trattati là».
La Procura di Roma ha anche aperto un’indagine acquisendo i video dove si vedono i partecipanti inginocchiati e derisi dal ministro Ben-Gvir. Il filmato finirà nel procedimento nel quale i magistrati allegheranno anche le audizioni dei 29 attivisti già rientrati in Italia che verranno ascoltati dagli inquirenti. Inoltre, il team legale della Flotilla ha presentato un esposto alla Procura di Roma in cui si ipotizza il reato di sequestro di persona.
L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, cerca di mediare: «I fatti di ieri non rappresentano i principi e i valori d’Israele».
In tutto questo, la Farnesina fa sapere che negli ultimi due giorni l’Italia ha votato a favore di due risoluzioni sulle «condizioni sanitarie nel territorio palestinese occupato e nel Golan siriano», adottate a Ginevra durante la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità. Quel che si chiede all’Oms è di sostenere il sistema sanitario palestinese, rivolgendo un appello a Israele affinché garantisca le operazioni umanitarie e protegga medici e infermieri.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
Continua a leggereRiduci
La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
Continua a leggereRiduci
Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
Continua a leggereRiduci