2021-05-28
Via alla commissione sugli affidi illeciti. «Giustizia per i bimbi rubati ai genitori»
Laura Cavandoli (Ansa)
- Costituito l'organo parlamentare di indagine sulle case famiglia a 10 mesi dalla sua creazione. Farà luce su Bibbiano e non solo.
- La legge infliggerà alle imprese raffiche di corsi arcobaleno: è il «business inclusivo».
Lo speciale contiene due articoli.
Se ne parlava da mesi ed ora, finalmente, è realtà. Si è costituita la commissione parlamentare d'inchiesta sugli affidi illeciti e le case famiglia, i cui lavori, nella prima seduta tenutasi ieri mattina a palazzo San Macuto, hanno preso avvio con l'elezione delle cariche, a partire dalla presidenza, assegnata alla deputata leghista Laura Cavandoli, alla quale sono andati 24 voti. La deputata Iv Lisa Noja e la senatrice M5s Barbara Guidolin - elette rispettivamente con 16 ed 8 voti - sono invece state designate vicepresidenti della commissione, che avrà come segretari il deputato forzista Alessandro Battilocchio e la senatrice dem Paola Boldrini.
Riunitosi a dieci mesi dalla sua istituzione per legge, questo organo avrà il compito di far luce sui fatti già oggetto dell'inchiesta Angeli e Demoni, relativa ai bambini strappati ai genitori in Val d'Enza. Uno scandalo da cui La Verità non ha mai distolto l'attenzione e in conseguenza del quale, giova ricordarlo, si sta celebrando un processo che la settimana scorsa, nell'aula del tribunale a Reggio Emilia, ha visto lo psicoterapeuta Claudio Foti rompere il silenzio, rispondendo alle domande per tre ore ed offrendo la sua versione su quanto accaduto a Bibbiano.
Il neocostituito organo parlamentare, già definito da Carlo Ioppoli, presidente dell'Associazione nazionale familiaristi italiani, «una vittoria dello Stato italiano, per far luce e restituire verità, proteggere i bambini e le loro rispettive famiglie», non è però solo una risposta ai fatti di Bibbiano. Anche in Piemonte, come denunciato da Giorgia Meloni a seguito di una indagine effettuata da Fdi, è emerso come addirittura il 70-80% dei bambini oggetto dei provvedimenti non avrebbe dovuto essere allontanato. Non solo. Pur in assenza di scandali noti, dal novembre 2019 è attiva anche in Trentino una commissione speciale di indagine in materia di affidamento di minori, presieduta dalla consigliera leghista Mara Dalzocchio.
Insomma, l'avvio dei lavori della commissione parlamentare arriva dopo che tanto, a livello regionale - giudiziario e non solo - è stato fatto. L'organo avrà tuttavia un ruolo fondamentale, anche se, a ben vedere, il suo insediamento non è purtroppo avvenuto all'insegna dell'auspicabile concordia tra le forze politiche. L'assegnazione della presidenza all'onorevole Cavandoli è stata infatti accolta con favore, come comprensibile, dal mondo leghista; di «un'ottima guida» ha parlato Matteo Rancan, capogruppo della Lega in Regione Emilia-Romagna, e una nota di chiaro apprezzamento è arrivata anche dal leader, Matteo Salvini, secondo cui, grazie a questa «mamma e parlamentare della Lega, eletta presidente della commissione di inchiesta sulle case famiglia», pur riconoscendo «il buon lavoro delle tante comunità che svolgono davvero un servizio positivo», si potrà «rendere giustizia alle migliaia di bambini, mamme e papà che sono stati ingiustamente allontanati in passato».
C'è però anche chi, in queste prime battute dei lavori del neocostituito organo, è rimasto a bocca asciutta. Si tratta del partito della Meloni, che per mesi aveva fatto pressioni affinché la commissione partisse. In particolare, a lamentare un'ingiusta esclusione dalle cariche interne all'organo è stata Maria Teresa Bellucci, deputata e capogruppo per Fratelli d'Italia in commissione Affari sociali e bicamerale Infanzia e adolescenza, che con una nota di rammarico ha sottolineato come all'opposizione parlamentare non sia «stata riconosciuta né la presidenza della commissione, né tanto meno in alternativa una delle due vicepresidenze». Cariche, specie quest'ultime, «che da sempre spettano all'opposizione così da garantire un assetto pienamente democratico», ha segnalato la Bellucci. «Non mancheremo, comunque, di far sentire la nostra voce su quelle che sono le battaglie in difesa dei minori e del loro supremo interesse», ha concluso l'onorevole di Fdi il cui impegno su tali versanti è notorio.
In effetti, la sensazione è che nella costituzione della commissione d'inchiesta a prevalere siano state logiche eminentemente spartitorie, più che rappresentative sia dell'arco parlamentare sia, come già detto, di chi si è finora speso per far luce sugli affidi illeciti e sulle case famiglia. Non resta allora che augurarsi che questa partenza non esattamente armoniosa dell'organo non ne pregiudichi i futuri lavori, dato che i fatti gravissimi di cui sono stati vittime i minori ingiustamente allontanati dalle loro famiglie dovranno essere approfonditi con la massima attenzione.
Il ddl Zan fa ricchi i formatori Lgbt. A spese di aziende e partite iva
Più si analizza nel dettaglio il ddl Zan e più insidie nascoste emergono. Ce n'è per tutti, anche per le tanto bistrattate «partite Iva», ovvero i lavoratori autonomi del mondo dell'impresa, delle professioni, dell'artigianato, del commercio, e via elencando.
L'articolo 8 dell'ormai famigerato disegno di legge, infatti, prevede espressamente che l'ente governativo denominato Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, noto come Unar, elabori «con cadenza triennale una strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni per motivi legati all'orientamento sessuale e all'identità di genere». Continua l'articolo: «La strategia reca la definizione degli obiettivi e l'individuazione di misure relative all'educazione e all'istruzione, al lavoro, alla sicurezza, anche con riferimento alla situazione carceraria, alla comunicazione e ai media».
Per capire di cosa si tratti in concreto, basta considerare che nel 2013 lo stesso Unar già elaborò una «Strategia nazionale» (che fortunatamente allora riuscimmo a fermare), proprio nei quattro ambiti indicati dal ddl Zan, che vennero definiti «assi»: (I) Educazione e istruzione, (II) Lavoro, (III) Sicurezza e carcere, (IV) Comunicazione e media.
Vediamo, quindi, che cosa prevede proprio il secondo asse di quella Strategia cui il ddl Zan vorrebbe dare valore legale tramite l'articolo 8, ossia quello del lavoro privato costituito dai piccoli, medi e grandi imprenditori, dai professionisti, dagli artigiani, dai commercianti e dalle partite Iva in generale.
Il documento dell'Unar pone l'accento sull'«importanza delle pratiche di diversity management», che «favorisce l'attivazione dei talenti e incrementa la produttività aziendale», e sul cosiddetto «business inclusivo», concetto noto a pochi privilegiati. Seguono corsi di informazione per «sensibilizzare i datori di lavoro, le figure dirigenziali, i lavoratori e le lavoratrici, le associazioni di categoria sulle tematiche Lgbt», nonché la «creazione di network Lgbt all'interno delle aziende e istituzione a livello di alta dirigenza del ruolo di mentore Lgbt», di «appositi fondi strutturali europei», di «benefit specifici per le persone Lgbt, anche in relazione alle famiglie omogenitoriali», nonché «la certificazione delle aziende gay friendly e l'istituzione del primo indice italiano (Equality index) che misuri l'uguaglianza-inclusione come rispetto delle persone Lgbt nelle imprese operanti in Italia».
Non poteva mancare, poi, la solita opera rieducatrice. E allora ecco corsi «di sensibilizzazione e formazione per i dipendenti e per tutti i livelli di management, che aiutano a costruire programmi di mentoring e a migliorare i propri percorsi professionali», «iniziative specifiche di formazione professionale per transessuali e transgender», «pubblicazioni informative rivolte ai datori di lavoro». Né potevano mancare, ovviamente, le agevolazioni. E allora ecco le «borse lavoro, voucher o carte di credito di formazione per persone Lgbt», le «azioni positive per imprenditoria giovanile Lgbt», e la «promozione dell'accesso al credito agevolato e alla formazione per imprese cooperative per i giovani gay delle Regioni del Sud». Poiché non appare chiaro come possa accertarsi il requisito di omosessualità e transessualità richiesto per le agevolazioni ed i sussidi, è facile presumere una formidabile impennata di giovani gay nel Mezzogiorno del nostro Paese.
Si capisce molto bene, comunque, come dietro questa «strategia» si nasconda in maniera neanche troppo velata il business dei consulenti aziendali, dei formatori professionali, dei certificatori, di tutta quella pletora di soggetti disposti, previo profumato compenso, a spiegare come imprenditori e professionisti dovranno mettersi in regola con le disposizioni dettate dall'Unar. Un po' quello che è successo in passato con la cosiddetta «legge 626» (in realtà era il decreto legislativo n. 626/94) sulla sicurezza sul lavoro, o con la normativa sulla «privacy».
Ma davvero, imprenditori, professionisti, artigiani, commercianti, e lavoratori autonomi di vario tipo non hanno nulla da dire su quest'ulteriore fardello burocratico che verrebbe loro addossato nel caso passasse definitivamente al Senato il ddl Zan? Resta comunque sempre più chiaro il vero obiettivo di questa proposta di legge, che non ha nulla a che vedere con la tutela penale di omosessuali e transessuali. Tre sono le vere ragioni di Alessandro Zan: indottrinare non solo la scuola ma l'intera società; imbavagliare chi osa dissentire rispetto al pensiero unico gay friendly; mettere in piedi un business milionario. Tre ottime ragioni per dire no a questo sciagurato e liberticida disegno di legge.
Costituito l'organo parlamentare di indagine sulle case famiglia a 10 mesi dalla sua creazione. Farà luce su Bibbiano e non solo.La legge infliggerà alle imprese raffiche di corsi arcobaleno: è il «business inclusivo».Lo speciale contiene due articoli.Se ne parlava da mesi ed ora, finalmente, è realtà. Si è costituita la commissione parlamentare d'inchiesta sugli affidi illeciti e le case famiglia, i cui lavori, nella prima seduta tenutasi ieri mattina a palazzo San Macuto, hanno preso avvio con l'elezione delle cariche, a partire dalla presidenza, assegnata alla deputata leghista Laura Cavandoli, alla quale sono andati 24 voti. La deputata Iv Lisa Noja e la senatrice M5s Barbara Guidolin - elette rispettivamente con 16 ed 8 voti - sono invece state designate vicepresidenti della commissione, che avrà come segretari il deputato forzista Alessandro Battilocchio e la senatrice dem Paola Boldrini. Riunitosi a dieci mesi dalla sua istituzione per legge, questo organo avrà il compito di far luce sui fatti già oggetto dell'inchiesta Angeli e Demoni, relativa ai bambini strappati ai genitori in Val d'Enza. Uno scandalo da cui La Verità non ha mai distolto l'attenzione e in conseguenza del quale, giova ricordarlo, si sta celebrando un processo che la settimana scorsa, nell'aula del tribunale a Reggio Emilia, ha visto lo psicoterapeuta Claudio Foti rompere il silenzio, rispondendo alle domande per tre ore ed offrendo la sua versione su quanto accaduto a Bibbiano.Il neocostituito organo parlamentare, già definito da Carlo Ioppoli, presidente dell'Associazione nazionale familiaristi italiani, «una vittoria dello Stato italiano, per far luce e restituire verità, proteggere i bambini e le loro rispettive famiglie», non è però solo una risposta ai fatti di Bibbiano. Anche in Piemonte, come denunciato da Giorgia Meloni a seguito di una indagine effettuata da Fdi, è emerso come addirittura il 70-80% dei bambini oggetto dei provvedimenti non avrebbe dovuto essere allontanato. Non solo. Pur in assenza di scandali noti, dal novembre 2019 è attiva anche in Trentino una commissione speciale di indagine in materia di affidamento di minori, presieduta dalla consigliera leghista Mara Dalzocchio.Insomma, l'avvio dei lavori della commissione parlamentare arriva dopo che tanto, a livello regionale - giudiziario e non solo - è stato fatto. L'organo avrà tuttavia un ruolo fondamentale, anche se, a ben vedere, il suo insediamento non è purtroppo avvenuto all'insegna dell'auspicabile concordia tra le forze politiche. L'assegnazione della presidenza all'onorevole Cavandoli è stata infatti accolta con favore, come comprensibile, dal mondo leghista; di «un'ottima guida» ha parlato Matteo Rancan, capogruppo della Lega in Regione Emilia-Romagna, e una nota di chiaro apprezzamento è arrivata anche dal leader, Matteo Salvini, secondo cui, grazie a questa «mamma e parlamentare della Lega, eletta presidente della commissione di inchiesta sulle case famiglia», pur riconoscendo «il buon lavoro delle tante comunità che svolgono davvero un servizio positivo», si potrà «rendere giustizia alle migliaia di bambini, mamme e papà che sono stati ingiustamente allontanati in passato». C'è però anche chi, in queste prime battute dei lavori del neocostituito organo, è rimasto a bocca asciutta. Si tratta del partito della Meloni, che per mesi aveva fatto pressioni affinché la commissione partisse. In particolare, a lamentare un'ingiusta esclusione dalle cariche interne all'organo è stata Maria Teresa Bellucci, deputata e capogruppo per Fratelli d'Italia in commissione Affari sociali e bicamerale Infanzia e adolescenza, che con una nota di rammarico ha sottolineato come all'opposizione parlamentare non sia «stata riconosciuta né la presidenza della commissione, né tanto meno in alternativa una delle due vicepresidenze». Cariche, specie quest'ultime, «che da sempre spettano all'opposizione così da garantire un assetto pienamente democratico», ha segnalato la Bellucci. «Non mancheremo, comunque, di far sentire la nostra voce su quelle che sono le battaglie in difesa dei minori e del loro supremo interesse», ha concluso l'onorevole di Fdi il cui impegno su tali versanti è notorio.In effetti, la sensazione è che nella costituzione della commissione d'inchiesta a prevalere siano state logiche eminentemente spartitorie, più che rappresentative sia dell'arco parlamentare sia, come già detto, di chi si è finora speso per far luce sugli affidi illeciti e sulle case famiglia. Non resta allora che augurarsi che questa partenza non esattamente armoniosa dell'organo non ne pregiudichi i futuri lavori, dato che i fatti gravissimi di cui sono stati vittime i minori ingiustamente allontanati dalle loro famiglie dovranno essere approfonditi con la massima attenzione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/via-alla-commissione-nlsugli-affidi-illeciti-giustizia-per-i-bimbi-rubati-ai-genitori-2653138767.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-ddl-zan-fa-ricchi-i-formatori-lgbt-a-spese-di-aziende-e-partite-iva" data-post-id="2653138767" data-published-at="1622139757" data-use-pagination="False"> Il ddl Zan fa ricchi i formatori Lgbt. A spese di aziende e partite iva Più si analizza nel dettaglio il ddl Zan e più insidie nascoste emergono. Ce n'è per tutti, anche per le tanto bistrattate «partite Iva», ovvero i lavoratori autonomi del mondo dell'impresa, delle professioni, dell'artigianato, del commercio, e via elencando. L'articolo 8 dell'ormai famigerato disegno di legge, infatti, prevede espressamente che l'ente governativo denominato Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, noto come Unar, elabori «con cadenza triennale una strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni per motivi legati all'orientamento sessuale e all'identità di genere». Continua l'articolo: «La strategia reca la definizione degli obiettivi e l'individuazione di misure relative all'educazione e all'istruzione, al lavoro, alla sicurezza, anche con riferimento alla situazione carceraria, alla comunicazione e ai media». Per capire di cosa si tratti in concreto, basta considerare che nel 2013 lo stesso Unar già elaborò una «Strategia nazionale» (che fortunatamente allora riuscimmo a fermare), proprio nei quattro ambiti indicati dal ddl Zan, che vennero definiti «assi»: (I) Educazione e istruzione, (II) Lavoro, (III) Sicurezza e carcere, (IV) Comunicazione e media. Vediamo, quindi, che cosa prevede proprio il secondo asse di quella Strategia cui il ddl Zan vorrebbe dare valore legale tramite l'articolo 8, ossia quello del lavoro privato costituito dai piccoli, medi e grandi imprenditori, dai professionisti, dagli artigiani, dai commercianti e dalle partite Iva in generale. Il documento dell'Unar pone l'accento sull'«importanza delle pratiche di diversity management», che «favorisce l'attivazione dei talenti e incrementa la produttività aziendale», e sul cosiddetto «business inclusivo», concetto noto a pochi privilegiati. Seguono corsi di informazione per «sensibilizzare i datori di lavoro, le figure dirigenziali, i lavoratori e le lavoratrici, le associazioni di categoria sulle tematiche Lgbt», nonché la «creazione di network Lgbt all'interno delle aziende e istituzione a livello di alta dirigenza del ruolo di mentore Lgbt», di «appositi fondi strutturali europei», di «benefit specifici per le persone Lgbt, anche in relazione alle famiglie omogenitoriali», nonché «la certificazione delle aziende gay friendly e l'istituzione del primo indice italiano (Equality index) che misuri l'uguaglianza-inclusione come rispetto delle persone Lgbt nelle imprese operanti in Italia». Non poteva mancare, poi, la solita opera rieducatrice. E allora ecco corsi «di sensibilizzazione e formazione per i dipendenti e per tutti i livelli di management, che aiutano a costruire programmi di mentoring e a migliorare i propri percorsi professionali», «iniziative specifiche di formazione professionale per transessuali e transgender», «pubblicazioni informative rivolte ai datori di lavoro». Né potevano mancare, ovviamente, le agevolazioni. E allora ecco le «borse lavoro, voucher o carte di credito di formazione per persone Lgbt», le «azioni positive per imprenditoria giovanile Lgbt», e la «promozione dell'accesso al credito agevolato e alla formazione per imprese cooperative per i giovani gay delle Regioni del Sud». Poiché non appare chiaro come possa accertarsi il requisito di omosessualità e transessualità richiesto per le agevolazioni ed i sussidi, è facile presumere una formidabile impennata di giovani gay nel Mezzogiorno del nostro Paese. Si capisce molto bene, comunque, come dietro questa «strategia» si nasconda in maniera neanche troppo velata il business dei consulenti aziendali, dei formatori professionali, dei certificatori, di tutta quella pletora di soggetti disposti, previo profumato compenso, a spiegare come imprenditori e professionisti dovranno mettersi in regola con le disposizioni dettate dall'Unar. Un po' quello che è successo in passato con la cosiddetta «legge 626» (in realtà era il decreto legislativo n. 626/94) sulla sicurezza sul lavoro, o con la normativa sulla «privacy». Ma davvero, imprenditori, professionisti, artigiani, commercianti, e lavoratori autonomi di vario tipo non hanno nulla da dire su quest'ulteriore fardello burocratico che verrebbe loro addossato nel caso passasse definitivamente al Senato il ddl Zan? Resta comunque sempre più chiaro il vero obiettivo di questa proposta di legge, che non ha nulla a che vedere con la tutela penale di omosessuali e transessuali. Tre sono le vere ragioni di Alessandro Zan: indottrinare non solo la scuola ma l'intera società; imbavagliare chi osa dissentire rispetto al pensiero unico gay friendly; mettere in piedi un business milionario. Tre ottime ragioni per dire no a questo sciagurato e liberticida disegno di legge.
Leone XIV (Ansa)
Il documento, dedicato alla «custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza artificiale», reca la datadel 15 maggio, il giorno in cui sono caduti i 135 anni dalla promulgazione della Rerum Novarum di Leone XIII: è a lui che Robert Francis Prevost ha voluto ispirarsi nella scelta del nome, perché, come il predecessore, sente di doversi impegnare nella questione sociale dell’epoca contemporanea. Tanto che ha appena approvato l’istituzione della Commissione interdicasteriale incaricata di seguire il dossier IA. Così, se Benedetto XVI si opponeva alla «dittatura del relativismo», lui combatte la dittatura degli algoritmi.
L’enciclica sarà presentata lunedì prossimo nell’Aula del Sinodo. Sarà presente il pontefice in persona, insieme ai cardinali Víctor Manuel Fernández (prefetto della Fede) e Michael Czerny (prefetto per il Servizio allo sviluppo umano integrale); alla professoressa Anna Dowlands, teologa della Durham University, nel Regno Unito; a Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, il volto «buono» dell’IA; e alla professoressa Leocadie Lushombo, docente di teologica politica della Jesuit school of theology di Santa Clara, in California. La conclusione sarà affidata al segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin. E al termine dell’evento, il vicario di Cristo impartirà la benedizione.
È ragionevole aspettarsi che il testo riprenda le argomentazioni di Quo vadis, humanitas?, il documento della Commissione teologica internazionale uscito il 4 marzo. Lo scritto presentava un’ampia disamina delle insidie collegate al rapido sviluppo dell’Intelligenza artificiale generale, suscettibile di rendere «incontrollabili e quindi ingovernabili» le dinamiche economiche, politiche e persino militari, oltre che di schiudere perniciosi orizzonti alle pratiche di «controllo sociale», nonché di privare la democrazia dei «legami solidali» che ne costituiscono il nutrimento. Centrale era l’invito a non liquidare i poveri in quanto meri «danni collaterali» del progresso e a tenere presente la «dignità infinita» della persona, contro le derive transumane e postumane.
D’altronde, già il 10 maggio 2025, a due giorni dalla sua elezione, al Collegio cardinalizio, Prevost spiegò che la Chiesa era chiamata ad affrontare gli effetti di «un’altra rivoluzione industriale e gli sviluppi dell’Intelligenza artificiale». Lo scorso gennaio, nel suo messaggio per la sessantesima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, il Papa americano ha ricordato che quella umana non è «una specie fatta di algoritmi biochimici, definiti in anticipo». E ha segnalato che addirittura «gran parte dell’industria creativa» è in pericolo, con «i capolavori del genio umano» che vengono «ridotti a un mero campo di addestramento delle macchine», destinate a soppiantare i prodotti dell’arte e della fantasia.
Le trappole di quello che Leone chiamava «affidamento ingenuamente acritico all’Intelligenza artificiale», «“oracolo” di ogni consiglio», emergono, proprio in questi giorni, da un dettaglio sulle amministrative francesi: un’inchiesta del think tank Terra Nova ha svelato che, alle elezioni municipali di marzo, un francese su sei ha fatto ricorso all’IA per decidere quale candidato votare. Il 7% vi ha trovato solo una conferma delle proprie preferenze; ma il 5%, sotto la sua influenza, ha cambiato parere; e il 4%, privo di un’opinione, se l’è fatta suggerire dal cervellone elettronico. Sono cifre piccole, che però offrono un assaggio della gigantesca transizione che stiamo attraversando: se l’IA contribuirà a definire i contorni della coscienza collettiva, diventerà cruciale portare alla luce il reticolo di interessi che si cela dietro la fornitura dei servizi digitali. E operare affinché la logica algoritmica sia messa al servizio del bene comune, piuttosto che del tornaconto di pochi miliardari e delle potenze imperiali. Il vaglio critico del «potere computazionale» è esattamente il compito che, nel suo ultimo saggio, La nuova logica del dominio, affida all’etica delle tecnologie padre Paolo Benanti, dirigente dell’Osservatorio sull’Intelligenza artificiale istituito dal ministero del Lavoro.
A subire l’impatto più devastante dal perfezionamento e dalla diffusione pervasiva dell’IA sarà il lavoro. Tanto che lo stesso Elon Musk ha sentito il bisogno di rispondere alle proiezioni che prevedono la cancellazione di 300 milioni di impieghi nel mondo, proponendo un «alto reddito universale» che compensi la disoccupazione.
Il pontefice ha ben presente questa piaga. E avverte l’urgenza di tutelare i minori dai tranelli dei modelli linguistici robotici, capaci di «imitare i sentimenti umani e simulare così una relazione». Ma nel mondo sdoppiato delle tecnologie basate sui dati, la persona diventa secondaria; a chi governa questa «forza invisibile» interessa solo il nostro simulacro digitale.
E poi c’è la guerra: Leone ne ha appena parlato nel suo discorso alla Sapienza, paventando che l’applicazione dell’IA in ambito bellico peggiori «la tragicità dei conflitti» e deresponsabilizzi «le scelte umane». Forse, per l’annientamento non serve un Terminator. A «terminarci» siamo già bravi da soli.
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Mario Delpini (Ansa)
Si può: tutto questo accade a Milano, dove la diocesi ha presentato nei giorni scorsi il progetto del Monastero ambrosiano firmato da Stefano Boeri, «la modalità con cui la diocesi di Milano sarà presente all’interno di Mind, il Milano innovation district, il distretto sorto nell’area dell’Expo 2015. Nel 2023 era stata lanciata una Call for ideas, così la chiamano, che aveva coinvolto realtà ecclesiali, istituzioni, centri di ricerca e studi di architettura: l’obiettivo, decidere che cosa realizzare in quell’area. Da allora, Stefano Boeri ha preso il largo e ha firmato il progetto finale benedetto anche dall’arcivescovo, Mario Delpini, e che si estenderà nell’area all’incrocio tra il Cardo e il Decumano, in un’area che entro il 2030 (anno in cui è prevista la realizzazione del Monastero) ospiterà circa 70.000 persone tra residenti, lavoratori e studenti. Questo Monastero «avrà una presenza stabile di pastorale ordinaria, affidata a una piccola comunità che scandisce i ritmi della preghiera e della vita liturgica». Cinque le mini strutture abitative che ospiteranno i monaci del futuro. Gli altri spazi vedranno la presenza di un Chiostro delle religioni, un Giardino delle religioni, «dove le diverse tradizioni monoteiste presenti a Milano sono richiamate simbolicamente attraverso le essenze vegetali», e una Biblioteca delle religioni.
Boeri ha spiegato che il nuovo Monastero si svilupperà su una superficie di 2.700 metri quadri, 1.100 dei quali destinati agli spazi aperti. La chiesa vera e propria avrà un impianto trigono e potrà accogliere 300-350 fedeli. Ipotizzando la capienza massima, secondo le linee guida ufficiali per la progettazione di nuove chiese pubblicate dall’Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici, l’aula dell’assemblea sarà grande circa 350 metri quadri. A questa bisogna aggiungere il presbiterio (circa 50 mq), i vani accessorio (atri, corridoi, bagni, depositi: altri 150 mq), la sacrestia (30 mq): si arriva così a poco meno di 600 mq di sola chiesa, poco meno di un quinto dello spazio interessato dall’intervento. Forse un po’ pochino, visto che dovrebbe essere anche la chiesa di riferimenti dell’attiguo quartiere di Cascina Merlata, nuovo di zecca, popoloso ma privo di strutture religiose. Costo stimato? «Edificare nuovi centri parrocchiali», ha ricordato monsignor Luca Bressan, vicario episcopale per la Cultura, la carità, la missione e l’azione sociale, «costa fra i 5 e i 6 milioni di euro. Il Monastero ambrosiano non costerà di meno». I soldi saranno saranno reperiti attraverso una raccolta fondi.
Sui social, i fedeli non hanno preso bene il progetto. C’è chi dubita della funzionalità della struttura per ospitare celebrazioni sacre, chi si chiede «Ma sempre Boeri?», chi (tantissimi) sottolinea che, invece di costruirne uno nuovo, la Curia dovrebbe badare ai numerosi monasteri chiusi o che stanno chiudendo e che rischiano di rovinarsi (e qui il grande accusato è proprio l’arcivescovo Delpini). La domanda, infine, che molti si pongono è: quale è la ratio di una diocesi che finanzia un centro per il sincretismo religioso? Non dovrebbe annunciare Cristo invece di mischiare la fede cristiana con il resto del mondo? Il monastero medievale, al quale quello «ambrosiano» si richiama, era il pilastro della società di allora. Nella visione boeriana, la chiesa è messa in un angolo, lo spazio viene fagocitato dalla mescolanza della fede cristiana con gli altri credo. Lo stesso Boeri, nel rispondere a un commento particolarmente critico di un utente su Facebook che si domandava «Chi dovrebbe usufruire di una simile costruzione?», ha risposto: «Cittadini e fedeli di fedi diverse».
E c’è un altro fattore, da considerare: non è che l’idea del Monastero ambrosiano arrivi troppo tardi? Il 30 gennaio 2022 monsignor Luigi Stucchi, allora collaboratore del vicario episcopale per la vita consacrata della Diocesi di Milano, sottolineava il calo generale delle vocazioni per le congregazioni religiose. Il «monastero contemporaneo, manca dei pilastri fondamentali di un monastero: non è un baluardo della fede. Rischia di essere solo un Bosco orizzontale».
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Ecco #DimmiLaVerità del 19 maggio 2026. L'eurodeputata della Lega Anna Cisint sottolinea i rischi della islamizzazione.
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Stavolta l’allarme è assai più serio di quanto accaduto con la «infection boat», la nave da crociera Hondius arrivata ieri nel porto di Rotterdam e dove a bordo si era sviluppato il focolaio di Hantavirus. L’Oms, come si legge nel bollettino ufficiale, «ha dichiarato, il 17 maggio, un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale per l’epidemia di malattia da virus ebola causata dalla variante Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda».
Il focolaio si è sviluppato nella zona di confine tra Uganda e Sud Sudan, una delle aree più povere e depresse del mondo, ed è già passato in Congo dove questa è la diciassettesima epidemia di un virus insidiosissimo. Il governo congolese ha già preso misure di contenimento. Ma l’interrogativo che più preoccupa è: se si estende il contagio come contrastarlo? Questo ceppo di Ebola, scoperto nel 2007 anche se è lievemente meno letale con un’incidenza del 50% di mortalità rispetto alla variante Zaire che arriva fino al 90% di decessi, non ha nessun vaccino per contrastarlo né alcuna terapia: avvenuto il contagio si possono solo contenere gli effetti e sperare che il sistema immunitario faccia il suo lavoro. Questo però mette in evidenza come l’industria dei vaccini sia più attenta al mercato che alla salute. Anche nel caso dell’Hantavirus si è detto che in nove mesi si poteva arrivare al siero per contrastarlo, adottando come parametro i tempi per la puntura anti Covid. La verità è che l’Hantavirus è stato studiato e l’antidoto c’è, ma non è stato mai ultimato perché non ha mercato.
Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha ammesso che ci sono «notevoli incertezze sul numero reale di persone infette e sulla diffusione geografica». Le cifre attestano 246 casi sospetti con 80 decessi sospetti e 8 casi confermati, oltre a due decessi in Uganda e a un focolaio di almeno 80 contagi in Sud Sudan. Secondo le autorità congolesi, i morti in realtà sarebbero 95 e i contagiati 400. A queste cifre va aggiunto quanto riferiscono i Cdc americani: sei operatori sanitari statunitensi esposti al contagio. Sempre i Centers for disease control and prevention di Atlanta, sia pure parlando di rischio basso per la popolazione statunitense, hanno attivato le procedure d’emergenza e per il rimpatrio dei sei contagiati hanno predisposto un primo trasferimento in una base militare in Germania. L’ambasciata Usa a Kinshasa ha contestualmente vietato i viaggi nella provincia dell’Ituri, l’epicentro del focolaio. Da quel che si è saputo la paziente zero sarebbe un’infermiera del Congo che ha accusato la malattia dal 24 aprile. Per stessa ammissione dell’Oms, essendo così rara al variante Bundibugyo, la ricerca scientifica ed economica si è concentrata quasi interamente sul ceppo Zaire di Ebola, per il quale ora esistono vaccini e farmaci efficaci, lasciando un vuoto di ricerca per questa specie. Tedros Adhanom Ghebreyesus ha anche precisato che «l’emergenza sanitaria internazionale è comunque uno dei livelli di allerta più alti, secondo solo alla pandemia». Come detto, al momento non ci sono cure. Gli unici provvedimenti terapeutici applicabili una volta che si manifestano i sintomi (febbre alta e forti dolori muscolari, vomito e diarrea, emorragie interne ed esterne) sono reidratazione aggressiva, supporto emodinamico e gestione dei sintomi con farmaci per il dolore, per la febbre e gli antiemetici. Il contagio avviene solo con contatti diretti con infetti, scambio di sangue e fluidi organici.
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