2021-05-28
Via alla commissione sugli affidi illeciti. «Giustizia per i bimbi rubati ai genitori»
Laura Cavandoli (Ansa)
- Costituito l'organo parlamentare di indagine sulle case famiglia a 10 mesi dalla sua creazione. Farà luce su Bibbiano e non solo.
- La legge infliggerà alle imprese raffiche di corsi arcobaleno: è il «business inclusivo».
Lo speciale contiene due articoli.
Se ne parlava da mesi ed ora, finalmente, è realtà. Si è costituita la commissione parlamentare d'inchiesta sugli affidi illeciti e le case famiglia, i cui lavori, nella prima seduta tenutasi ieri mattina a palazzo San Macuto, hanno preso avvio con l'elezione delle cariche, a partire dalla presidenza, assegnata alla deputata leghista Laura Cavandoli, alla quale sono andati 24 voti. La deputata Iv Lisa Noja e la senatrice M5s Barbara Guidolin - elette rispettivamente con 16 ed 8 voti - sono invece state designate vicepresidenti della commissione, che avrà come segretari il deputato forzista Alessandro Battilocchio e la senatrice dem Paola Boldrini.
Riunitosi a dieci mesi dalla sua istituzione per legge, questo organo avrà il compito di far luce sui fatti già oggetto dell'inchiesta Angeli e Demoni, relativa ai bambini strappati ai genitori in Val d'Enza. Uno scandalo da cui La Verità non ha mai distolto l'attenzione e in conseguenza del quale, giova ricordarlo, si sta celebrando un processo che la settimana scorsa, nell'aula del tribunale a Reggio Emilia, ha visto lo psicoterapeuta Claudio Foti rompere il silenzio, rispondendo alle domande per tre ore ed offrendo la sua versione su quanto accaduto a Bibbiano.
Il neocostituito organo parlamentare, già definito da Carlo Ioppoli, presidente dell'Associazione nazionale familiaristi italiani, «una vittoria dello Stato italiano, per far luce e restituire verità, proteggere i bambini e le loro rispettive famiglie», non è però solo una risposta ai fatti di Bibbiano. Anche in Piemonte, come denunciato da Giorgia Meloni a seguito di una indagine effettuata da Fdi, è emerso come addirittura il 70-80% dei bambini oggetto dei provvedimenti non avrebbe dovuto essere allontanato. Non solo. Pur in assenza di scandali noti, dal novembre 2019 è attiva anche in Trentino una commissione speciale di indagine in materia di affidamento di minori, presieduta dalla consigliera leghista Mara Dalzocchio.
Insomma, l'avvio dei lavori della commissione parlamentare arriva dopo che tanto, a livello regionale - giudiziario e non solo - è stato fatto. L'organo avrà tuttavia un ruolo fondamentale, anche se, a ben vedere, il suo insediamento non è purtroppo avvenuto all'insegna dell'auspicabile concordia tra le forze politiche. L'assegnazione della presidenza all'onorevole Cavandoli è stata infatti accolta con favore, come comprensibile, dal mondo leghista; di «un'ottima guida» ha parlato Matteo Rancan, capogruppo della Lega in Regione Emilia-Romagna, e una nota di chiaro apprezzamento è arrivata anche dal leader, Matteo Salvini, secondo cui, grazie a questa «mamma e parlamentare della Lega, eletta presidente della commissione di inchiesta sulle case famiglia», pur riconoscendo «il buon lavoro delle tante comunità che svolgono davvero un servizio positivo», si potrà «rendere giustizia alle migliaia di bambini, mamme e papà che sono stati ingiustamente allontanati in passato».
C'è però anche chi, in queste prime battute dei lavori del neocostituito organo, è rimasto a bocca asciutta. Si tratta del partito della Meloni, che per mesi aveva fatto pressioni affinché la commissione partisse. In particolare, a lamentare un'ingiusta esclusione dalle cariche interne all'organo è stata Maria Teresa Bellucci, deputata e capogruppo per Fratelli d'Italia in commissione Affari sociali e bicamerale Infanzia e adolescenza, che con una nota di rammarico ha sottolineato come all'opposizione parlamentare non sia «stata riconosciuta né la presidenza della commissione, né tanto meno in alternativa una delle due vicepresidenze». Cariche, specie quest'ultime, «che da sempre spettano all'opposizione così da garantire un assetto pienamente democratico», ha segnalato la Bellucci. «Non mancheremo, comunque, di far sentire la nostra voce su quelle che sono le battaglie in difesa dei minori e del loro supremo interesse», ha concluso l'onorevole di Fdi il cui impegno su tali versanti è notorio.
In effetti, la sensazione è che nella costituzione della commissione d'inchiesta a prevalere siano state logiche eminentemente spartitorie, più che rappresentative sia dell'arco parlamentare sia, come già detto, di chi si è finora speso per far luce sugli affidi illeciti e sulle case famiglia. Non resta allora che augurarsi che questa partenza non esattamente armoniosa dell'organo non ne pregiudichi i futuri lavori, dato che i fatti gravissimi di cui sono stati vittime i minori ingiustamente allontanati dalle loro famiglie dovranno essere approfonditi con la massima attenzione.
Il ddl Zan fa ricchi i formatori Lgbt. A spese di aziende e partite iva
Più si analizza nel dettaglio il ddl Zan e più insidie nascoste emergono. Ce n'è per tutti, anche per le tanto bistrattate «partite Iva», ovvero i lavoratori autonomi del mondo dell'impresa, delle professioni, dell'artigianato, del commercio, e via elencando.
L'articolo 8 dell'ormai famigerato disegno di legge, infatti, prevede espressamente che l'ente governativo denominato Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, noto come Unar, elabori «con cadenza triennale una strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni per motivi legati all'orientamento sessuale e all'identità di genere». Continua l'articolo: «La strategia reca la definizione degli obiettivi e l'individuazione di misure relative all'educazione e all'istruzione, al lavoro, alla sicurezza, anche con riferimento alla situazione carceraria, alla comunicazione e ai media».
Per capire di cosa si tratti in concreto, basta considerare che nel 2013 lo stesso Unar già elaborò una «Strategia nazionale» (che fortunatamente allora riuscimmo a fermare), proprio nei quattro ambiti indicati dal ddl Zan, che vennero definiti «assi»: (I) Educazione e istruzione, (II) Lavoro, (III) Sicurezza e carcere, (IV) Comunicazione e media.
Vediamo, quindi, che cosa prevede proprio il secondo asse di quella Strategia cui il ddl Zan vorrebbe dare valore legale tramite l'articolo 8, ossia quello del lavoro privato costituito dai piccoli, medi e grandi imprenditori, dai professionisti, dagli artigiani, dai commercianti e dalle partite Iva in generale.
Il documento dell'Unar pone l'accento sull'«importanza delle pratiche di diversity management», che «favorisce l'attivazione dei talenti e incrementa la produttività aziendale», e sul cosiddetto «business inclusivo», concetto noto a pochi privilegiati. Seguono corsi di informazione per «sensibilizzare i datori di lavoro, le figure dirigenziali, i lavoratori e le lavoratrici, le associazioni di categoria sulle tematiche Lgbt», nonché la «creazione di network Lgbt all'interno delle aziende e istituzione a livello di alta dirigenza del ruolo di mentore Lgbt», di «appositi fondi strutturali europei», di «benefit specifici per le persone Lgbt, anche in relazione alle famiglie omogenitoriali», nonché «la certificazione delle aziende gay friendly e l'istituzione del primo indice italiano (Equality index) che misuri l'uguaglianza-inclusione come rispetto delle persone Lgbt nelle imprese operanti in Italia».
Non poteva mancare, poi, la solita opera rieducatrice. E allora ecco corsi «di sensibilizzazione e formazione per i dipendenti e per tutti i livelli di management, che aiutano a costruire programmi di mentoring e a migliorare i propri percorsi professionali», «iniziative specifiche di formazione professionale per transessuali e transgender», «pubblicazioni informative rivolte ai datori di lavoro». Né potevano mancare, ovviamente, le agevolazioni. E allora ecco le «borse lavoro, voucher o carte di credito di formazione per persone Lgbt», le «azioni positive per imprenditoria giovanile Lgbt», e la «promozione dell'accesso al credito agevolato e alla formazione per imprese cooperative per i giovani gay delle Regioni del Sud». Poiché non appare chiaro come possa accertarsi il requisito di omosessualità e transessualità richiesto per le agevolazioni ed i sussidi, è facile presumere una formidabile impennata di giovani gay nel Mezzogiorno del nostro Paese.
Si capisce molto bene, comunque, come dietro questa «strategia» si nasconda in maniera neanche troppo velata il business dei consulenti aziendali, dei formatori professionali, dei certificatori, di tutta quella pletora di soggetti disposti, previo profumato compenso, a spiegare come imprenditori e professionisti dovranno mettersi in regola con le disposizioni dettate dall'Unar. Un po' quello che è successo in passato con la cosiddetta «legge 626» (in realtà era il decreto legislativo n. 626/94) sulla sicurezza sul lavoro, o con la normativa sulla «privacy».
Ma davvero, imprenditori, professionisti, artigiani, commercianti, e lavoratori autonomi di vario tipo non hanno nulla da dire su quest'ulteriore fardello burocratico che verrebbe loro addossato nel caso passasse definitivamente al Senato il ddl Zan? Resta comunque sempre più chiaro il vero obiettivo di questa proposta di legge, che non ha nulla a che vedere con la tutela penale di omosessuali e transessuali. Tre sono le vere ragioni di Alessandro Zan: indottrinare non solo la scuola ma l'intera società; imbavagliare chi osa dissentire rispetto al pensiero unico gay friendly; mettere in piedi un business milionario. Tre ottime ragioni per dire no a questo sciagurato e liberticida disegno di legge.
Costituito l'organo parlamentare di indagine sulle case famiglia a 10 mesi dalla sua creazione. Farà luce su Bibbiano e non solo.La legge infliggerà alle imprese raffiche di corsi arcobaleno: è il «business inclusivo».Lo speciale contiene due articoli.Se ne parlava da mesi ed ora, finalmente, è realtà. Si è costituita la commissione parlamentare d'inchiesta sugli affidi illeciti e le case famiglia, i cui lavori, nella prima seduta tenutasi ieri mattina a palazzo San Macuto, hanno preso avvio con l'elezione delle cariche, a partire dalla presidenza, assegnata alla deputata leghista Laura Cavandoli, alla quale sono andati 24 voti. La deputata Iv Lisa Noja e la senatrice M5s Barbara Guidolin - elette rispettivamente con 16 ed 8 voti - sono invece state designate vicepresidenti della commissione, che avrà come segretari il deputato forzista Alessandro Battilocchio e la senatrice dem Paola Boldrini. Riunitosi a dieci mesi dalla sua istituzione per legge, questo organo avrà il compito di far luce sui fatti già oggetto dell'inchiesta Angeli e Demoni, relativa ai bambini strappati ai genitori in Val d'Enza. Uno scandalo da cui La Verità non ha mai distolto l'attenzione e in conseguenza del quale, giova ricordarlo, si sta celebrando un processo che la settimana scorsa, nell'aula del tribunale a Reggio Emilia, ha visto lo psicoterapeuta Claudio Foti rompere il silenzio, rispondendo alle domande per tre ore ed offrendo la sua versione su quanto accaduto a Bibbiano.Il neocostituito organo parlamentare, già definito da Carlo Ioppoli, presidente dell'Associazione nazionale familiaristi italiani, «una vittoria dello Stato italiano, per far luce e restituire verità, proteggere i bambini e le loro rispettive famiglie», non è però solo una risposta ai fatti di Bibbiano. Anche in Piemonte, come denunciato da Giorgia Meloni a seguito di una indagine effettuata da Fdi, è emerso come addirittura il 70-80% dei bambini oggetto dei provvedimenti non avrebbe dovuto essere allontanato. Non solo. Pur in assenza di scandali noti, dal novembre 2019 è attiva anche in Trentino una commissione speciale di indagine in materia di affidamento di minori, presieduta dalla consigliera leghista Mara Dalzocchio.Insomma, l'avvio dei lavori della commissione parlamentare arriva dopo che tanto, a livello regionale - giudiziario e non solo - è stato fatto. L'organo avrà tuttavia un ruolo fondamentale, anche se, a ben vedere, il suo insediamento non è purtroppo avvenuto all'insegna dell'auspicabile concordia tra le forze politiche. L'assegnazione della presidenza all'onorevole Cavandoli è stata infatti accolta con favore, come comprensibile, dal mondo leghista; di «un'ottima guida» ha parlato Matteo Rancan, capogruppo della Lega in Regione Emilia-Romagna, e una nota di chiaro apprezzamento è arrivata anche dal leader, Matteo Salvini, secondo cui, grazie a questa «mamma e parlamentare della Lega, eletta presidente della commissione di inchiesta sulle case famiglia», pur riconoscendo «il buon lavoro delle tante comunità che svolgono davvero un servizio positivo», si potrà «rendere giustizia alle migliaia di bambini, mamme e papà che sono stati ingiustamente allontanati in passato». C'è però anche chi, in queste prime battute dei lavori del neocostituito organo, è rimasto a bocca asciutta. Si tratta del partito della Meloni, che per mesi aveva fatto pressioni affinché la commissione partisse. In particolare, a lamentare un'ingiusta esclusione dalle cariche interne all'organo è stata Maria Teresa Bellucci, deputata e capogruppo per Fratelli d'Italia in commissione Affari sociali e bicamerale Infanzia e adolescenza, che con una nota di rammarico ha sottolineato come all'opposizione parlamentare non sia «stata riconosciuta né la presidenza della commissione, né tanto meno in alternativa una delle due vicepresidenze». Cariche, specie quest'ultime, «che da sempre spettano all'opposizione così da garantire un assetto pienamente democratico», ha segnalato la Bellucci. «Non mancheremo, comunque, di far sentire la nostra voce su quelle che sono le battaglie in difesa dei minori e del loro supremo interesse», ha concluso l'onorevole di Fdi il cui impegno su tali versanti è notorio.In effetti, la sensazione è che nella costituzione della commissione d'inchiesta a prevalere siano state logiche eminentemente spartitorie, più che rappresentative sia dell'arco parlamentare sia, come già detto, di chi si è finora speso per far luce sugli affidi illeciti e sulle case famiglia. Non resta allora che augurarsi che questa partenza non esattamente armoniosa dell'organo non ne pregiudichi i futuri lavori, dato che i fatti gravissimi di cui sono stati vittime i minori ingiustamente allontanati dalle loro famiglie dovranno essere approfonditi con la massima attenzione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/via-alla-commissione-nlsugli-affidi-illeciti-giustizia-per-i-bimbi-rubati-ai-genitori-2653138767.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-ddl-zan-fa-ricchi-i-formatori-lgbt-a-spese-di-aziende-e-partite-iva" data-post-id="2653138767" data-published-at="1622139757" data-use-pagination="False"> Il ddl Zan fa ricchi i formatori Lgbt. A spese di aziende e partite iva Più si analizza nel dettaglio il ddl Zan e più insidie nascoste emergono. Ce n'è per tutti, anche per le tanto bistrattate «partite Iva», ovvero i lavoratori autonomi del mondo dell'impresa, delle professioni, dell'artigianato, del commercio, e via elencando. L'articolo 8 dell'ormai famigerato disegno di legge, infatti, prevede espressamente che l'ente governativo denominato Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, noto come Unar, elabori «con cadenza triennale una strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni per motivi legati all'orientamento sessuale e all'identità di genere». Continua l'articolo: «La strategia reca la definizione degli obiettivi e l'individuazione di misure relative all'educazione e all'istruzione, al lavoro, alla sicurezza, anche con riferimento alla situazione carceraria, alla comunicazione e ai media». Per capire di cosa si tratti in concreto, basta considerare che nel 2013 lo stesso Unar già elaborò una «Strategia nazionale» (che fortunatamente allora riuscimmo a fermare), proprio nei quattro ambiti indicati dal ddl Zan, che vennero definiti «assi»: (I) Educazione e istruzione, (II) Lavoro, (III) Sicurezza e carcere, (IV) Comunicazione e media. Vediamo, quindi, che cosa prevede proprio il secondo asse di quella Strategia cui il ddl Zan vorrebbe dare valore legale tramite l'articolo 8, ossia quello del lavoro privato costituito dai piccoli, medi e grandi imprenditori, dai professionisti, dagli artigiani, dai commercianti e dalle partite Iva in generale. Il documento dell'Unar pone l'accento sull'«importanza delle pratiche di diversity management», che «favorisce l'attivazione dei talenti e incrementa la produttività aziendale», e sul cosiddetto «business inclusivo», concetto noto a pochi privilegiati. Seguono corsi di informazione per «sensibilizzare i datori di lavoro, le figure dirigenziali, i lavoratori e le lavoratrici, le associazioni di categoria sulle tematiche Lgbt», nonché la «creazione di network Lgbt all'interno delle aziende e istituzione a livello di alta dirigenza del ruolo di mentore Lgbt», di «appositi fondi strutturali europei», di «benefit specifici per le persone Lgbt, anche in relazione alle famiglie omogenitoriali», nonché «la certificazione delle aziende gay friendly e l'istituzione del primo indice italiano (Equality index) che misuri l'uguaglianza-inclusione come rispetto delle persone Lgbt nelle imprese operanti in Italia». Non poteva mancare, poi, la solita opera rieducatrice. E allora ecco corsi «di sensibilizzazione e formazione per i dipendenti e per tutti i livelli di management, che aiutano a costruire programmi di mentoring e a migliorare i propri percorsi professionali», «iniziative specifiche di formazione professionale per transessuali e transgender», «pubblicazioni informative rivolte ai datori di lavoro». Né potevano mancare, ovviamente, le agevolazioni. E allora ecco le «borse lavoro, voucher o carte di credito di formazione per persone Lgbt», le «azioni positive per imprenditoria giovanile Lgbt», e la «promozione dell'accesso al credito agevolato e alla formazione per imprese cooperative per i giovani gay delle Regioni del Sud». Poiché non appare chiaro come possa accertarsi il requisito di omosessualità e transessualità richiesto per le agevolazioni ed i sussidi, è facile presumere una formidabile impennata di giovani gay nel Mezzogiorno del nostro Paese. Si capisce molto bene, comunque, come dietro questa «strategia» si nasconda in maniera neanche troppo velata il business dei consulenti aziendali, dei formatori professionali, dei certificatori, di tutta quella pletora di soggetti disposti, previo profumato compenso, a spiegare come imprenditori e professionisti dovranno mettersi in regola con le disposizioni dettate dall'Unar. Un po' quello che è successo in passato con la cosiddetta «legge 626» (in realtà era il decreto legislativo n. 626/94) sulla sicurezza sul lavoro, o con la normativa sulla «privacy». Ma davvero, imprenditori, professionisti, artigiani, commercianti, e lavoratori autonomi di vario tipo non hanno nulla da dire su quest'ulteriore fardello burocratico che verrebbe loro addossato nel caso passasse definitivamente al Senato il ddl Zan? Resta comunque sempre più chiaro il vero obiettivo di questa proposta di legge, che non ha nulla a che vedere con la tutela penale di omosessuali e transessuali. Tre sono le vere ragioni di Alessandro Zan: indottrinare non solo la scuola ma l'intera società; imbavagliare chi osa dissentire rispetto al pensiero unico gay friendly; mettere in piedi un business milionario. Tre ottime ragioni per dire no a questo sciagurato e liberticida disegno di legge.
Giorgia Meloni (Ansa)
La dimostrazione che i dibattiti nazionali calati sul territorio sui cittadini non hanno alcuna presa. La prima reazione del presidente del Consiglio Giorgia Meloni la raccoglie il senatore e coordinatore in Veneto di Fratelli d’Italia, Raffaele Speranzon, che di fronte al comitato elettorale ai giornalisti mostra un messaggio inviato dal premier: «Sarebbe un miracolo mondiale», con riferimento al passaggio al primo turno del centrodestra a Venezia. Più tardi sui social Meloni scrive: «E anche oggi, il tanto annunciato crollo del centrodestra, lo rimandiamo a domani». Lo scrive a margine degli auguri inviati «ai sindaci eletti in questa tornata amministrativa».
«Per come era stata raccontata la situazione in questa città e le percentuali che erano attribuite ai vari candidati sindaco la possibilità per il centrodestra di vincere al primo turno era esclusa da ogni ipotesi ma noi ci abbiamo creduto» ha spiegato Speranzon, e sulla sinistra: «Non credevamo che fosse così indietro il candidato del centrosinistra... Forse, e non è una battuta, la presenza in città contemporanea o quasi di Conte, Schlein, Bonelli, Fratoianni e Renzi non ha giovato al candidato del centrosinistra».
«Chi sperava in un risultato diverso avrà forse modo di stupirsi, noi invece abbiamo ben chiaro che una sinistra sfascista, ideologizzata e produttrice seriale di fake news non ce la farà mai. Insomma, si portano sfiga da soli», è la stoccata del vicepresidente della Camera dei deputati Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia. «Si infrangono sogni della sinistra» per Giovanni Donzelli deputato di Fdi che poi punzecchia la segretaria dem Elly Schlein: «Prendo atto che la Schlein aveva dichiarato: da Venezia arriverà un messaggio per Giorgia Meloni. Il messaggio è arrivato, andiamo avanti così. Perché mi sembra che il messaggio sia arrivato con chiarezza».
Critico il capo della segreteria nazionale di Azione Osvaldo Napoli: «L’impressione però è che Schlein, Conte e gli altri esponenti del centrosinistra hanno sbagliato a politicizzare il voto di Venezia recandosi sulla laguna in campagna elettorale, con ciò esponendosi al rischio di una sconfitta politica evitabile, indotto dalla vittoria del No al referendum, abbia spinto più del centrodestra per politicizzare il voto amministrativo con ciò esponendosi a una sconfitta del tutto evitabile. La varietà delle alleanze e la presenza massiccia di liste civiche rendono quanto meno temeraria ogni valutazione che volesse proiettare il dato locale sul piano nazionale».
Per Maurizio Gasparri, responsabile nazionale enti locali di Forza Italia, «nel 99% dei casi il centrodestra si è presentato unito. A Venezia c’è stata una buona amministrazione che qualcuno voleva liquidare, pensando che le elezioni si decidessero in base ad altre dinamiche, ma alla fine a scegliere sono sempre gli elettori». Gasparri sostiene che l’errore della sinistra sia stato credere che «dopo la vicenda referendaria si sarebbe figurato uno scenario differente, ma i risultati stanno raccontando altro. Io resto cauto e inviterei anche i miei avversari alla prudenza. Le partite sono tante, i risultati richiedono tempo e spesso c’è la tendenza a leggere tutto in chiave politica nazionale. Prima di proclamarsi vincitori bisogna fare i conti con la realtà».
Sulla difensiva Francesco Boccia, senatore del Partito democratico: «In Veneto non è mai semplice. Non è che diciamo che le elezioni politiche cambieranno corso. Il quadro politico nazionale non cambia». Igor Taruffi, braccio destro di Schlein, commenta così: «Noi continuiamo a ritenere che la partita per le elezioni politiche del prossimo anno sia aperta, lo abbiamo detto dopo le regionali, lo abbiamo detto dopo il referendum, lo continuiamo a dire oggi. Da questo punto di vista non è cambiato nulla. I conti dovremo farli alla fine».
Per Italia Viva commenta Maria Elena Boschi. «Non c’è stata la spallata del centrodestra. Queste amministrative raccontano una realtà molto articolata in cui i risultati dei partiti della maggioranza mostrano numeri ben lontani dai trionfalismi di queste ore».
Giuseppe Conte? Non pervenuto. Parla Paola Taverna, vicepresidente vicario del M5s: «Questa tornata elettorale offre risultati in chiaroscuro: alcuni risultati ci rallegrano altri non ci soddisfano».
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Leone XIV presenta l’enciclica nell’aula del Sinodo (Ansa)
Con loro le professoresse Anna Rowlands e Leocadie Lushombo, entrambe insegnanti di teologia politica, l’una alla Durham university, nel Regno Unito, e l’altra alla Jesuit school of theology della Santa Clara university, in California. Infine, c’era Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, uno dei colossi dell’IA nella variegata galassia della Silicon Valley che comprende diverse visioni tecno-filosofiche. Ma soprattutto c’era il Papa, che è intervento alla fine e si è rivolto in modo particolare proprio a Olah, ringraziandolo per aver accettato l’invito.
La presenza di Anthropic, e non quella di altri colossi dell’IA, in un certo senso ha rappresentato una scelta precisa da parte della Santa Sede, visto che la corporation che fa capo a Dario e Daniela Amodei è quella entrata in conflitto aperto con l’amministrazione Trump per aver negato l’uso illimitato della sua tecnologia all’esercito. Una posizione diversa da quella di Palantir, di Peter Thiel e Alexander Karp, che invece teorizzano una sorta di «tecno-repubblicanesimo» volto a ricostruire un complesso software-industriale per difendere l’Occidente. La presenza di Olah in Vaticano probabilmente rappresenta il segnale di quella che si potrebbe definire come un’alleanza tattica con quella realtà che non a caso propone una coalizione di democrazie per il controllo della filiera tecnologica, temendo che anche le nazioni libere possano scivolare verso forme di tecno-autoritarismo interno in nome dell’efficienza.
Proprio Olah nel suo intervento ha sollevato alcune domande chiave. «Come possiamo garantire che i benefici dell’Intelligenza artificiale siano condivisi a livello globale?», si è chiesto il cofondatore di Anthropic. Quindi ha richiamato le preoccupazioni dei genitori «per la mente dei loro figli» e ha sollevato il «bisogno di discernimento sulla natura dei modelli di Intelligenza artificiale». Tutti ambiti che l’enciclica affronta in modo diretto e per cui, ha chiuso Olah, «abbiamo bisogno di critici competenti che dicano ai laboratori quando stanno sbagliando».
E il Papa nel suo intervento conclusivo nell’Aula del Sinodo non è certo venuto meno a questo ruolo quando ha ripetuto un termine che compare anche nella sua enciclica: «L’Intelligenza artificiale deve essere disarmata. La parola è forte, lo so, ma scelta deliberatamente perché questo momento ha bisogno di parole che possano attirare l’attenzione, risvegliare le coscienze e indicare la via all’umanità». Il Papa ha anche fatto riferimento a delle conversazioni che lo hanno portato a dedicare la sua prima enciclica all’Intelligenza artificiale: ha ascoltato leader politici e funzionari che cercavano regole giuste, così come genitori e insegnanti profondamente preoccupati per il futuro delle giovani generazioni. «Mi sono giunte anche altre voci molto inquietanti», ha continuato il Papa, «che parlano di sistemi d’arma sempre più autonomi, praticamente al di fuori di qualsiasi controllo umano che ne impedisca un’efficace regolamentazione. Ricevo segnalazioni molto preoccupanti su algoritmi in grado di bloccare l’accesso all’assistenza sanitaria, al lavoro e alla sicurezza, sulla base di dati distorti da pregiudizi e ingiustizie».
Il cardinale Parolin ha sottolineato un’«asimmetria tra potere tecnico e saggezza morale» come la sfida più forte che consegna Magnifica humanitas. Negli interventi dei cardinali Czerny e Fernández, a capo dei dicasteri che sono stati un po’ il cantiere dell’enciclica, è stata evidenziata anche la «profonda continuità con Laudato si’ e Laudate deum» di papa Francesco. Il prefetto dell’ex Sant’Ufficio ha parlato di una «falsa mistica» che sta dietro all’esaltazione ipertecnologica, mentre, come ha scritto il Papa nell’enciclica, «la finitudine, quando è accolta nella verità, non impoverisce l’essere umano ma lo apre al riconoscimento del volto di Dio».
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Christine Lagarde ospite di Fabio Fazio a «Che tempo che fa»
Quella delle brochure patinate di Bruxelles dove tutti sorridono e pedalano sulle biciclette elettriche sotto le bandiere blu stellate. Nel salotto tv Lagarde ha dipinto il continente come una specie di paradiso in costruzione, una Svizzera gigantesca con i carri armati della Nato parcheggiati dietro le aiuole. Il problema è che non parlava una leader politica eletta, ma il capo di un organismo tecnico che dovrebbe limitarsi a governare la moneta. E invece la presidente della Bce ormai interviene su tutto: debito, deficit, industria, geopolitica, energia, difesa, rapporti con la Cina, strategia europea. Manca solo che dia consigli sulle formazioni della Nazionale. La questione più clamorosa è proprio quella italiana. Giorgia Meloni chiede più flessibilità sul Patto di stabilità davanti alla crisi energetica? La Lagarde risponde senza tentennamenti: le regole si rispettano. Sempre. Comunque. Nessuna apertura. Nessuna valutazione politica. Nessuna considerazione sul fatto che famiglie e imprese siano ancora stritolate dal costo dell’energia e da una crescita europea che cammina col deambulatore. Ma decidere se sospendere, ammorbidire o reinterpretare il Patto di stabilità non è un compito della Bce. È una scelta politica che spetta ai governi e alle istituzioni europee. La Banca centrale dovrebbe garantire la stabilità monetaria, non trasformarsi in un ministero del rigore permanente. Purtroppo l’Europa reale assomiglia sempre meno alla favola raccontata da Lagarde. Fuori dagli studi televisivi il continente sembra molto più un condominio litigioso dove ogni inquilino sbatte le porte e urla contro il vicino. Mentre Lagarde magnificava l’unità europea, quattro Paesi pesanti come Francia, Italia, Paesi Bassi e Lituania chiedevano esattamente il contrario della resa commerciale predicata dalla sacerdotessa dell’euro: più protezione contro la Cina, più difese industriali, più dazi. Una smentita al vangelo della Lagarde. «Non ha senso difendere i pannelli solari». Perché ormai il settore sarebbe stato conquistato dalla Cina dice nel salotto di Fazio. Una frase che sembra pronunciata dal comandante del Titanic mentre controlla la temperatura del mare. Se i cinesi si prendono un settore strategico, l’Europa alza bandiera bianca e passa direttamente al prossimo sacrificio industriale. Peccato che non tutti nel continente abbiano voglia di fare gli spettatori mentre Pechino si compra pezzi interi dell’industria europea. Emmanuel Macron chiede misure protettive sul modello americano. Italia, Paesi Bassi e Lituania concordano. Ma Germania e Polonia frenano, perché Berlino continua a guardare alla Cina come un commerciante guarda il cliente migliore: con gli occhi a forma di fatturato. E così il grande sogno europeo torna quello che è sempre stato: una riunione di condominio infinita, con uno che vuole rifare la facciata, un altro che non vuole spendere, un altro ancora che litiga sulle tende del balcone mentre il tetto perde acqua da anni. Altro che Europa compatta. Altro che unità strategica. La verità è che l’Unione si spacca su tutto: energia, industria, difesa, debito, Cina, dazi, rigore fiscale. Ma Lagarde continua a raccontare un continente che esiste soltanto nei rendering della Commissione europea, come quei villaggi turistici mostrati nei cataloghi dove il mare è sempre turchese e nessuno suda mai. Poi però apri la porta e trovi le crepe nei muri, i tubi che perdono e l’ascensore fermo dal 1987.
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Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
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