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2025-08-28
L’Ue toglie i veti per potersi autodistruggere
(Ansa)
Eliminare il diritto di veto in politica estera: i ministri dei 27 Paesi Ue ne discuteranno al Consiglio Affari esteri informale di domani e sabato, a Copenaghen, sotto l’egida della presidenza danese di turno.
Sembra una buona idea: mentre la Storia accelera, l’Unione cerca di snellire il burosauro impedendo che i piccoli Paesi, ovvero l’Ungheria di Viktor Orbán e la Slovacchia di Robert Fico, si mettano di traverso. Il che spianerebbe la strada all’ingresso nel club - in chiave antirussa - dell’Ucraina, oltre che della Moldavia, dove ieri, per celebrare i 34 anni di indipendenza dall’Urss, sono volati Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Donald Tusk. Il triangolo di Weimar all’opera per l’allargamento a Est, cioè per accerchiare Mosca.
Ma a conti fatti, se la riforma tanto auspicata da personalità del calibro di Romano Prodi dovesse andare in porto, per l’Europa sarebbe un pessimo affare. Primo, perché si certificherebbe che le decisioni che contano possono prenderle solo Francia e Germania, senza alcun contropotere in grado di bilanciare il loro peso specifico; poi, perché sfilare certe nazioni dall’orbita di Mosca finirà per moltiplicare i conflitti nella parte orientale del Vecchio continente. E per gestirli non basterà tappare la bocca a Budapest e Bratislava. Anzi, il disimpegno americano non farà che accrescere le spinte centripete: alla fine, nel quadro della contesa per la leadership anche dentro la Nato, chi avrà la capacità e il fondo cassa per ristrutturare i propri eserciti dovrà sobbarcarsi l’onere di disinnescare le tensioni, in assenza di una regia politica comune. E, soprattutto, a fronte di interessi sempre più radicalmente divergenti: Kiev ne ha offerto la prova con i suoi attentati al Nord Stream e alle infrastrutture energetiche da cui dipendono i riottosi magiari e gli slovacchi.
Il risultato? Una Disunione europea, più simile a un grande telo tirato fino al punto di strappo che a una casa condivisa, in cui coltivare un progetto di cooperazione. Se questa è la risposta all’inconsistenza di Bruxelles, è la risposta sbagliata.
La malattia che ci affligge è culturale: mentre le grandi potenze ragionano in termini geopolitici ed economici, l’Europa rimane aggrappata all’ideologia dell’internazionalismo liberale. Pressoché incapace di uscire dagli anni Novanta del secolo scorso.
Gli Stati Uniti di Donald Trump si sforzano di sbloccare l’impasse con Mosca per sottrarla all’abbraccio mortale con la Cina, che considerano il loro vero antagonista. È in questa chiave che vanno lette le indiscrezioni riportate dal Wall Street Journal sui negoziati con Vladimir Putin, che mirerebbero, tra le altre cose, a riportare Exxon Mobil in Russia. In particolare - ha scritto la Tass - con il reintegro nel progetto Sakhalin 1, per la produzione di petrolio e gas. Intanto, i due Paesi hanno riaperto il dialogo sul disarmo nucleare e il tycoon ha sfidato Pechino ad associarsi. Il Dragone ha mangiato la foglia e, ieri, ha risposto che un suo coinvolgimento non sarebbe «né ragionevole né realistico».
Può apparire cinica, ma la tattica del presidente americano è chiara: stemperare il carattere moralistico del confronto con gli avversari, intavolando una trattativa su basi commerciali e con obiettivi geopolitici di medio-lungo periodo. Lo zar non è sordo al richiamo: sa che la Federazione sta andando incontro a quella che, sul piano demografico, più che un inverno è un’era glaciale. E sa che un’alleanza con la Cina si risolverebbe in un vassallaggio nei confronti di Xi Jinping.
In un simile scenario, colpisce invece la mancanza di profondità strategica del pensiero europeo.
Al di là delle lusinghe a Trump, che i leader del continente hanno imparato a temere, l’autentico loro obiettivo sembra essere quello di mandare avanti la guerra fino all’ultimo ucraino. Un proposito forse condiviso con Volodymyr Zelensky, il quale non ha fretta di affrontare nuove elezioni e di tracciare il bilancio di tre anni nei quali aveva promesso la vittoria finale, al prezzo del sacrificio di centinaia di migliaia di giovani, per poi ottenere lo smembramento dell’Ucraina.
Ecco, allora, che Kaja Kallas, colei che esprime la politica estera dell’Ue, in un’intervista a Die Welt ribadisce che Kiev dovrebbe colpire in profondità il territorio russo, impiegando le armi occidentali. Esattamente l’opposto di ciò che avrebbero chiesto gli Usa, nel momento in cui stanno tentando di chiudere la questione con Putin. Anche la presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola, si frega le mani a preparare il prossimo, ennesimo pacchetto di sanzioni. Persino nelle notizie riportate dal Financial Times si colgono pressioni per alzare la posta contro Mosca: stando a fonti, guarda caso, europee e ucraine, citate dal quotidiano britannico, gli americani sarebbero disponibili a offrire sostegno aereo e d’intelligence per la difesa della nazione invasa, ma solo se i volenterosi spedissero truppe nel Donbass.
Sulla logica autodistruttiva dell’allargamento a Est, come sulla convinzione che si debba arrivare alla sconfitta di Putin, ovviamente il fattore ideologico non è l’unico a pesare. Quelli che hanno indossato l’elmetto, mandando però a morire gli ucraini, sentono l’esigenza di occultare uno smacco storico. Bisognerebbe ricordarselo, quando le prediche sull’irrilevanza europea arrivano dal pulpito di chi, ai cittadini, dava lezioni su pace e condizionatori.
Per arruolare 500.000 soldati Berlino torna alla leva obbligatoria
La diplomazia resta al centro della scena del conflitto ucraino, ma i progressi tra Mosca e Kiev procedono a passo lento. Il Cremlino frena le attese di un vertice tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky: «Qualsiasi incontro tra i presidenti deve essere ben preparato», ha spiegato ieri il portavoce dello zar, Dmitry Peskov, sottolineando che al momento non ci sono date fissate e che il lavoro continuerà in un formato riservato. Dall’altra parte dell’Atlantico, gli Stati Uniti, al contrario, spingono per colloqui concreti e garanzie di sicurezza. L’inviato speciale di Donald Trump, Steve Witkoff, incontrerà questa settimana una delegazione ucraina guidata da Andriy Yermak e Rustem Umerov, discutendo possibili futuri incontri bilaterali tra i due leader.
Nel frattempo in Ucraina, dopo oltre tre anni di legge marziale che limitava gli spostamenti, il governo ha deciso di consentire agli uomini tra 18 e 22 anni di attraversare liberamente il confine in entrambe le direzioni, con l’obiettivo di far mantenere ai propri giovani i legami con l’estero e con la patria e ridurre la tensione legata al servizio militare obbligatorio. Un cambiamento significativo che si inserisce in un contesto ancora drammatico sul fronte dei combattimenti. Nella giornata di ieri gli attacchi russi hanno ucciso almeno due civili e ferito altre 28 persone, con infrastrutture energetiche gravemente danneggiate nelle regioni di Sumy, Poltava e Černihiv. Nove località sono state colpite da 21 droni su 95 lanciati, mentre la difesa ucraina ne ha abbattuti 74. A Kherson, un raid notturno ha provocato la morte di una donna di 81 anni, mentre Mosca ha rivendicato la conquista del villaggio di Leontovichi, nel distretto di Pokrovsk. Nelle vicinanze di questo insediamento nella regione di Dnipropetrovsk, alcune fonti russe hanno denunciato che metà del personale del 203° battaglione della 113ª brigata delle Forze armate ucraine sarebbe composta da mercenari colombiani. Ieri, Volodymyr Zelensky ha nominato ambasciatrice negli Usa Olga Stefanishyna, ex vicepremier per l’integrazione euroatlantica.
Oltre i confini ucraini, la percezione della minaccia russa accelera decisioni strategiche in Europa. La Germania ha deciso di raddoppiare la Bundeswehr, portandola a quasi mezzo milione tra effettivi e riservisti. Il piano, annunciato dal ministro della Difesa, Boris Pistorius, prevede un servizio inizialmente volontario, con la prospettiva della leva obbligatoria se i numeri non saranno sufficienti. Dal 1° gennaio, tutti i giovani riceveranno un questionario per valutare forma fisica, competenze e interessi; le donne potranno rispondere volontariamente, gli uomini saranno obbligati. Dal 2027, tutti i diciottenni saranno sottoposti a visita medica, anche senza arruolamento. «La Russia è, e resterà per molto tempo, la più grande minaccia alla libertà, alla pace e alla stabilità in Europa», ha detto il cancelliere Friedrich Merz, spiegando l’obiettivo di dotarsi del più grande esercito convenzionale sul fronte europeo della Nato. La spinta tedesca si intreccia con quella industriale. A Unterluess, vicino Hannover, Rheinmetall ha inaugurato la più grande fabbrica di munizioni d’Europa, con un investimento di 500 milioni di euro. L’azienda prevede di replicare il modello in altri Paesi Nato, creando un ecosistema di difesa paneuropeo. «La capacità produttiva europea di munizioni è cresciuta sei volte in due anni», ha ricordato il segretario generale della Nato, Mark Rutte, evidenziando come l’Europa possa contare su due milioni di munizioni entro fine anno, con Rheinmetall al centro di questa crescita.
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Mentre Usa, Russia e Cina ragionano da grandi potenze, l’Europa valuta di cassare il principio dell’unanimità in politica estera per allargarsi a Est in nome dell’internazionalismo liberale. Ma anziché Mosca, accogliere Kiev e Chisinau danneggerà l’Unione.In Germania la leva obbligatoria scatterà se mancassero volontari. Il Cremlino glissa ancora sul vertice Putin-Zelensky.Lo speciale contiene due articoli.Eliminare il diritto di veto in politica estera: i ministri dei 27 Paesi Ue ne discuteranno al Consiglio Affari esteri informale di domani e sabato, a Copenaghen, sotto l’egida della presidenza danese di turno.Sembra una buona idea: mentre la Storia accelera, l’Unione cerca di snellire il burosauro impedendo che i piccoli Paesi, ovvero l’Ungheria di Viktor Orbán e la Slovacchia di Robert Fico, si mettano di traverso. Il che spianerebbe la strada all’ingresso nel club - in chiave antirussa - dell’Ucraina, oltre che della Moldavia, dove ieri, per celebrare i 34 anni di indipendenza dall’Urss, sono volati Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Donald Tusk. Il triangolo di Weimar all’opera per l’allargamento a Est, cioè per accerchiare Mosca.Ma a conti fatti, se la riforma tanto auspicata da personalità del calibro di Romano Prodi dovesse andare in porto, per l’Europa sarebbe un pessimo affare. Primo, perché si certificherebbe che le decisioni che contano possono prenderle solo Francia e Germania, senza alcun contropotere in grado di bilanciare il loro peso specifico; poi, perché sfilare certe nazioni dall’orbita di Mosca finirà per moltiplicare i conflitti nella parte orientale del Vecchio continente. E per gestirli non basterà tappare la bocca a Budapest e Bratislava. Anzi, il disimpegno americano non farà che accrescere le spinte centripete: alla fine, nel quadro della contesa per la leadership anche dentro la Nato, chi avrà la capacità e il fondo cassa per ristrutturare i propri eserciti dovrà sobbarcarsi l’onere di disinnescare le tensioni, in assenza di una regia politica comune. E, soprattutto, a fronte di interessi sempre più radicalmente divergenti: Kiev ne ha offerto la prova con i suoi attentati al Nord Stream e alle infrastrutture energetiche da cui dipendono i riottosi magiari e gli slovacchi.Il risultato? Una Disunione europea, più simile a un grande telo tirato fino al punto di strappo che a una casa condivisa, in cui coltivare un progetto di cooperazione. Se questa è la risposta all’inconsistenza di Bruxelles, è la risposta sbagliata.La malattia che ci affligge è culturale: mentre le grandi potenze ragionano in termini geopolitici ed economici, l’Europa rimane aggrappata all’ideologia dell’internazionalismo liberale. Pressoché incapace di uscire dagli anni Novanta del secolo scorso.Gli Stati Uniti di Donald Trump si sforzano di sbloccare l’impasse con Mosca per sottrarla all’abbraccio mortale con la Cina, che considerano il loro vero antagonista. È in questa chiave che vanno lette le indiscrezioni riportate dal Wall Street Journal sui negoziati con Vladimir Putin, che mirerebbero, tra le altre cose, a riportare Exxon Mobil in Russia. In particolare - ha scritto la Tass - con il reintegro nel progetto Sakhalin 1, per la produzione di petrolio e gas. Intanto, i due Paesi hanno riaperto il dialogo sul disarmo nucleare e il tycoon ha sfidato Pechino ad associarsi. Il Dragone ha mangiato la foglia e, ieri, ha risposto che un suo coinvolgimento non sarebbe «né ragionevole né realistico».Può apparire cinica, ma la tattica del presidente americano è chiara: stemperare il carattere moralistico del confronto con gli avversari, intavolando una trattativa su basi commerciali e con obiettivi geopolitici di medio-lungo periodo. Lo zar non è sordo al richiamo: sa che la Federazione sta andando incontro a quella che, sul piano demografico, più che un inverno è un’era glaciale. E sa che un’alleanza con la Cina si risolverebbe in un vassallaggio nei confronti di Xi Jinping.In un simile scenario, colpisce invece la mancanza di profondità strategica del pensiero europeo.Al di là delle lusinghe a Trump, che i leader del continente hanno imparato a temere, l’autentico loro obiettivo sembra essere quello di mandare avanti la guerra fino all’ultimo ucraino. Un proposito forse condiviso con Volodymyr Zelensky, il quale non ha fretta di affrontare nuove elezioni e di tracciare il bilancio di tre anni nei quali aveva promesso la vittoria finale, al prezzo del sacrificio di centinaia di migliaia di giovani, per poi ottenere lo smembramento dell’Ucraina.Ecco, allora, che Kaja Kallas, colei che esprime la politica estera dell’Ue, in un’intervista a Die Welt ribadisce che Kiev dovrebbe colpire in profondità il territorio russo, impiegando le armi occidentali. Esattamente l’opposto di ciò che avrebbero chiesto gli Usa, nel momento in cui stanno tentando di chiudere la questione con Putin. Anche la presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola, si frega le mani a preparare il prossimo, ennesimo pacchetto di sanzioni. Persino nelle notizie riportate dal Financial Times si colgono pressioni per alzare la posta contro Mosca: stando a fonti, guarda caso, europee e ucraine, citate dal quotidiano britannico, gli americani sarebbero disponibili a offrire sostegno aereo e d’intelligence per la difesa della nazione invasa, ma solo se i volenterosi spedissero truppe nel Donbass.Sulla logica autodistruttiva dell’allargamento a Est, come sulla convinzione che si debba arrivare alla sconfitta di Putin, ovviamente il fattore ideologico non è l’unico a pesare. Quelli che hanno indossato l’elmetto, mandando però a morire gli ucraini, sentono l’esigenza di occultare uno smacco storico. Bisognerebbe ricordarselo, quando le prediche sull’irrilevanza europea arrivano dal pulpito di chi, ai cittadini, dava lezioni su pace e condizionatori.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/veti-europa-ucraina-2673936932.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-arruolare-500-000-soldati-berlino-torna-alla-leva-obbligatoria" data-post-id="2673936932" data-published-at="1756365759" data-use-pagination="False"> Per arruolare 500.000 soldati Berlino torna alla leva obbligatoria La diplomazia resta al centro della scena del conflitto ucraino, ma i progressi tra Mosca e Kiev procedono a passo lento. Il Cremlino frena le attese di un vertice tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky: «Qualsiasi incontro tra i presidenti deve essere ben preparato», ha spiegato ieri il portavoce dello zar, Dmitry Peskov, sottolineando che al momento non ci sono date fissate e che il lavoro continuerà in un formato riservato. Dall’altra parte dell’Atlantico, gli Stati Uniti, al contrario, spingono per colloqui concreti e garanzie di sicurezza. L’inviato speciale di Donald Trump, Steve Witkoff, incontrerà questa settimana una delegazione ucraina guidata da Andriy Yermak e Rustem Umerov, discutendo possibili futuri incontri bilaterali tra i due leader.Nel frattempo in Ucraina, dopo oltre tre anni di legge marziale che limitava gli spostamenti, il governo ha deciso di consentire agli uomini tra 18 e 22 anni di attraversare liberamente il confine in entrambe le direzioni, con l’obiettivo di far mantenere ai propri giovani i legami con l’estero e con la patria e ridurre la tensione legata al servizio militare obbligatorio. Un cambiamento significativo che si inserisce in un contesto ancora drammatico sul fronte dei combattimenti. Nella giornata di ieri gli attacchi russi hanno ucciso almeno due civili e ferito altre 28 persone, con infrastrutture energetiche gravemente danneggiate nelle regioni di Sumy, Poltava e Černihiv. Nove località sono state colpite da 21 droni su 95 lanciati, mentre la difesa ucraina ne ha abbattuti 74. A Kherson, un raid notturno ha provocato la morte di una donna di 81 anni, mentre Mosca ha rivendicato la conquista del villaggio di Leontovichi, nel distretto di Pokrovsk. Nelle vicinanze di questo insediamento nella regione di Dnipropetrovsk, alcune fonti russe hanno denunciato che metà del personale del 203° battaglione della 113ª brigata delle Forze armate ucraine sarebbe composta da mercenari colombiani. Ieri, Volodymyr Zelensky ha nominato ambasciatrice negli Usa Olga Stefanishyna, ex vicepremier per l’integrazione euroatlantica.Oltre i confini ucraini, la percezione della minaccia russa accelera decisioni strategiche in Europa. La Germania ha deciso di raddoppiare la Bundeswehr, portandola a quasi mezzo milione tra effettivi e riservisti. Il piano, annunciato dal ministro della Difesa, Boris Pistorius, prevede un servizio inizialmente volontario, con la prospettiva della leva obbligatoria se i numeri non saranno sufficienti. Dal 1° gennaio, tutti i giovani riceveranno un questionario per valutare forma fisica, competenze e interessi; le donne potranno rispondere volontariamente, gli uomini saranno obbligati. Dal 2027, tutti i diciottenni saranno sottoposti a visita medica, anche senza arruolamento. «La Russia è, e resterà per molto tempo, la più grande minaccia alla libertà, alla pace e alla stabilità in Europa», ha detto il cancelliere Friedrich Merz, spiegando l’obiettivo di dotarsi del più grande esercito convenzionale sul fronte europeo della Nato. La spinta tedesca si intreccia con quella industriale. A Unterluess, vicino Hannover, Rheinmetall ha inaugurato la più grande fabbrica di munizioni d’Europa, con un investimento di 500 milioni di euro. L’azienda prevede di replicare il modello in altri Paesi Nato, creando un ecosistema di difesa paneuropeo. «La capacità produttiva europea di munizioni è cresciuta sei volte in due anni», ha ricordato il segretario generale della Nato, Mark Rutte, evidenziando come l’Europa possa contare su due milioni di munizioni entro fine anno, con Rheinmetall al centro di questa crescita.
Luca Signorelli con Sergio Mattarella e Giorgia Meloni (Ansa)
«L’Italia non è morta, c’è ancora». Sono le parole di Luca Signorelli, l’eroe di Modena che fermando l’aggressore, con il suo coraggioso gesto, è riuscito a far scorgere un po’ di bellezza anche all’interno di una tragedia come questa. Lo ha colto subito il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ieri incontrandolo a Modena lo ha stretto in un abbraccio. «Ciò che rende eroica una persona normale è l’istante in cui il cuore sceglie di fare il bene, anche quando questo comporta un rischio. Gli eroi, in fondo, non sono persone straordinarie: sono uomini e donne comuni che, in un momento decisivo, mettono ciò che è giusto davanti a sé stessi. Ed è proprio in quella scelta, così umana e così luminosa, che una vita normale diventa esempio e lascia un segno destinato a restare. Grazie Luca» ha scritto il premier sui social. Meloni ieri sarebbe dovuta essere a Cipro ma presto al mattino ha deciso di annullare tutto e di unirsi al presidente della Repubblica Sergio Mattarella in visita dai feriti per mostrare vicinanza.
È anche ai medici che Mattarella e Meloni mostrano sincera gratitudine recandosi prima nell’ospedale di Modena e poi in quello di Bologna.
In entrambe le strutture hanno incontrato l’equipe dei medici che assistono i feriti, il personale del 118 e i familiari dei feriti presenti all’ospedale. «È stata una prova di integrazione di diversi comportamenti numerosi, ma tutti perfettamente integrati e coordinati», ha detto il presidente della Repubblica parlando dei soccorsi con il personale evidenziando l’ottima capacità di dialogo tra il Baggiovara di Modena e il Maggiore di Bologna. «Grazie per quello che fate in questa circostanza drammatica ma anche abitualmente» ha detto il capo dello Stato, aggiungendo: «Siamo consapevoli di ciò che fate ogni giorno». Parole riferite, in quanto le visite di presidente e premier si sono intrattenute in formula esclusivamente privata. A Modena hanno visitato, oltre i ai familiari dei feriti, anche i due coniugi investiti insieme. Per il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale la visita di Mattarella e Meloni «fa piacere a tutta la comunità modenese ed emiliano-romagnola ed è un segnale di unità nazionale».
«Vogliamo ringraziare il presidente della Repubblica e la presidente Meloni per essere venuti insieme, un segnale molto importante di vicinanza ai familiari e alle vittime di questa tremenda tragedia che è avvenuta a Modena». Così il sindaco di Bologna Matteo Lepore accogliendo le due autorità.
Anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ieri si è recato a Modena ma per andare in prefettura. Lì si è espresso anche sul merito della tragedia. «Non c’è stato poliziotto, operatore sanitario o non so chi altri che non abbia saputo dimostrare in una circostanza del genere, tragica e complicatissima, una capacità di reazione di cui in qualche modo possiamo essere orgogliosi» ha spiegato elogiando in primis la «reazione corale ed efficace dei cittadini». L’episodio per il ministro è frutto di una «situazione di disagio psichiatrico, anche se», ha subito puntualizzato, «non cambia la tragicità degli effetti per quello che è successo». Piantedosi ha anche sottolineato: «Ci conforta che non c’era nulla che ci fosse sfuggito dal punto di vista della prevenzione antiterrorismo, questo lo voglio dire perché la città deve stare tranquilla da questo punto di vista». Insomma per il ministro «l’episodio è stato drammatico, tragico, importante, le istituzioni però hanno reagito».
Commenta poi le parole del vicepremier e segretario della Lega Matteo Salvini che ha «dato mandato a un gruppo di giuristi di rifinire le proposte sulla sicurezza presentate nei giorni scorsi dalle europarlamentari del suo partito, a partire dalla revoca del permesso di soggiorno agli stranieri che commettono reati, con immediata espulsione».
«Col ministro Salvini ho lavorato e credo che con i fatti abbia dimostrato di condividere questa attenzione per certi fenomeni, una gestione più sostenibile dell’immigrazione irregolare o dell’immigrazione in generale per motivi di sicurezza. Qui però è un’altra cosa. Stiamo parlando di altro» ha ribattuto Piantedosi.
Ad ogni modo la Lega e il gruppo dei Patrioti al Parlamento europeo hanno chiesto di discutere i fatti di Modena in aula a Strasburgo. Domani gli europarlamentari leghisti domanderanno al presidente del Parlamento Roberta Metsola di aggiungere ai temi della plenaria di Strasburgo il dibattito sugli «attacchi terroristici di Modena: necessità urgente degli Stati membri di intensificare le misure contro l’islamismo domestico e di rendere più stringenti i criteri di rilascio delle cittadinanze». Furiose le opposizioni che hanno accusato Salvini di «speculare sulla tragedia di Modena». Per il vicepremier «le seconde generazioni che rifiutano la lingua, la cultura, la tradizione e soprattutto la legge del nostro Paese non sono un’opportunità ma un problema». E poi: «Se la fiducia viene meno e tu commetti un reato grave un Paese serio ti revoca il permesso di soggiorno, la cittadinanza e ti espelle immediatamente. È legittima difesa».
«Ho soccorso col laccio emostatico»
La procedura, quando ci sono di mezzo le forze speciali, è sempre la stessa. Puoi parlarci a patto di non rivelare la loro identità. Perfino quando salvano delle persone non puoi svelare il loro nome e cognome. Sono le regole. E, per parlare con gli uomini del Nono col Moschin, bisogna accettarle. «A breve ti passeremo l’ufficiale che ha messo il tourniquet alla signora che è stata falciata a Modena», ci dicono. «Potrai chiamarlo Stefano». E così faremo.
Quando si collega, Stefano ha una voce calma. Non facciamo in tempo a porgli la prima domanda che inizia a raccontare: «Sabato mi trovavo in centro a Modena perché ero in licenza. Volevo raggiungere un negozio e stavo percorrendo via Emilia verso largo Garibaldi. Già all’altezza di corso Canal grande, però, ho cominciato a vedere moltissima gente e pensavo ci fosse un qualche tipo intrattenimento». Immagina ci sia qualcuno che balli la break dance o un cantante in grado di affascinare il suo pubblico. Cambia strada e decide di andare a vedere ciò che sta accadendo. Arrivato, però, trova uno spettacolo molto diverso da ciò che si aspettava: «Non appena ho iniziato ad avvicinarmi, ho cominciato a veder persone scioccate che urlavano e una signora che aveva perso le gambe».
La macchina dell’aspirante killer, mezza distrutta, è ancora lì quando arriva Stefano. «La signora aveva le gambe amputate. Non erano tranciate di netto ma erano sbrandellate. Fortunatamente, per deformazione professionale, avevo con me un tourniquet (un laccio emostatico che va stretto attorno agli arti, ndr). Ho buttato a terra lo zaino, ho preso questo strumento, l’ho messo sulla gamba sinistra della signora e ho cominciato a stringere. Io mi occupavo della sua gamba sinistra. Per la destra, invece, c’era un paramedico che era riuscito a recuperare delle cinture di pantaloni per provare a bloccare l’emorragia». Sono pochi minuti che però sembrano durare un’eternità. L’ufficiale del Nono termina di medicare la donna, si sposta di qualche passo e rialza la testa. «Non appena l’ho fatto ho visto gli altri feriti». Tra questi gli appare anche Luca Signorelli, l’uomo che per primo è riuscito a fermare Salim El Koudri: «Anche lui urlava perché era stato aggredito».
Dopo aver applicato il tourniquet, Stefano chiama i soccorsi: «Li ho aspettati insieme alle altre persone che erano intervenute insieme a me. Anche se ci hanno raggiunto in fretta sembrava che non dovessero arrivare mai».
Un eroe? Certo. Eppure Stefano si schermisce: «Come militare dell’esercito italiano sono abituato a gestire queste cose. Mi porto sempre dietro il tourniquet sperando che non serva e, soprattutto, prego il Signore che io sia in grado di usarlo in ogni contesto. Tutto è figlio dell’addestramento e noi del Nono col Moschin ne facciamo tanto, soprattutto per quando riguarda gli scenari medic. Credo che la preparazione che mi è stata fornita abbia fatto la differenza».
Dopo l’intervento di sabato, Stefano ha mangiato poco e, forse, ha dormito ancora meno: «Ho pensato tutto il tempo a quella signora, se sarebbe riuscita a salvarsi oppure no». Cosa resta di tutto questo? «La speranza che la persona si salvi e che il mio caso è la dimostrazione che la nostra forza armata c’è sempre. Lo diciamo ma è importante anche dimostrarlo. Io, come tanti altri militari come me in altre situazioni, c’ero». Lo ringraziamo per l’intervista e per l’intervento di sabato: «Non c’è bisogno di dire “grazie”. Per me, e per chiunque è al servizio dello Stato, è una cosa normale».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 18 maggio con Carlo Cambi
(Ansa)
Si è avvalso della facoltà di non rispondere Salim El Koudri, il 31enne di origine marocchina, nato nel bergamasco e residente a Ravarino, in provincia di Modena, che sabato pomeriggio ha replicato nel capoluogo emiliano lo schema tipico delle ormai numerose stragi di matrice jihadista che negli ultimi anni hanno insanguinato diverse città europee.
Interrogato nella serata di sabato, dal procuratore di Modena, Luca Masini, e dal pubblico ministero di turno, El Koudri non ha risposto a nessuna delle domande che gli sono state poste.
Si è chiuso nel silenzio senza tentare in alcun modo di spiegare quale motivazione lo abbia spinto a salire sulla propria auto armato di coltello - lo stesso che userà poi durante la fuga - a guidare per oltre 20 chilometri - tanto dista Ravarino da Modena - per scagliarsi, poi, ai 100 km all’ora sui passanti con la chiara intenzione di uccidere.
Chi era presente ha parlato di un’auto lanciata a tutta velocità contro le persone, di un veicolo che puntava direttamente contro chi tentava di fuggire a destra o a sinistra, sterzando intenzionalmente per correggere il tiro e colpire.
E, a chi lo ha visto con i propri occhi, quello che il sindaco di Modena, Massimo Mezzetti, ha con il tipico buonismo, definito come un «atto drammatico» commesso da «un ragazzo» considerato sostanzialmente «normale», è apparso esattamente uguale (quantomeno negli effetti) a qualsiasi altro atto terroristico compiuto fino ad ora: corpi sbalzati per aria, arti spezzati, urla, sangue ovunque.
Dunque, anche nella città con la più solida tradizione rossa, nemmeno la manifestazione indetta ieri dallo stesso Mezzetti, promossa come un «grande abbraccio collettivo di cui Modena ha bisogno» con lo slogan «insieme in piazza contro l’odio» può mitigare la sensazione che, per dirla con un eufemismo, più di qualcosa sia sfuggito di mano.
L’interrogatorio di convalida in carcere di El Koudri è previsto per oggi: l’avvocato nominato d’ufficio per la sua difesa, Francesco Cottafava, ha spiegato di averlo incontrato solo qualche istante dopo l’arresto, di non aver potuto ancora visionare alcun documento.
El Koudri abitava da tempo a Ravarino, un paesino della campagna modenese più profonda, poco noto alle cronache, almeno fino a qualche mese fa.
Premettiamo che i device e l’abitazione del 31enne sono stati perquisiti senza riscontrare elementi che facciano pensare ad una sua radicalizzazione di tipo islamista. Premettiamo pure che questo ha fatto tirare un sospiro di sollievo a chi vigila sulla sicurezza del nostro Paese, tanto che lo stesso ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, all’uscita dalla prefettura di Modena, dove ha preso parte ieri mattina a un vertice sulla sicurezza ha già dichiarato che «il fatto sembra collocabile soprattutto in una situazione di disagio psichiatrico» e che «non c’entra nulla» con il terrorismo.
E aggiungiamo pure che l’imam del paese (ormai ogni Comune italiano ne possiede uno, da interpellare sui fatti di attualità alla stregua di una qualsiasi altra autorità) ha aggiunto di non aver mai conosciuto il 31 enne, che non frequentava la comunità locale aggiungendo anzi di avere in grande stima il padre, persona seria e morigerata.
Tuttavia alcuni aspetti vanno chiariti.
El Koudri, per un periodo in cura presso il centro di salute mentale di Castelfranco Emilia per disturbi di tipo schizoide (caratterizzati di solito da isolamento, chiusura, comportamenti di evitamento sociale), incensurato e da tempo alla ricerca di lavoro, non era del tutto uno sconosciuto. In paese era noto per i suo atteggiamenti ostili verso il prossimo, che sembravano essersi acuiti nell’ultimo periodo.
Frequentava il bar e la tabaccheria dove più volte era stato ripreso dal titolare per le modalità con cui si rapportava alle cameriere e alle ragazze presenti, spesso aveva manifestato ostilità e rabbia per la sua condizione di disoccupazione, manifestando la convinzione che fosse legata al fatto di «essere straniero», mentre alcuni vicini di casa riferiscono di un andirivieni di persone dal suo appartamento, che si era intensificato negli ultimi mesi.
C’è inoltre una coincidenza curiosa nella vicenda: Ravarino è stato recentemente attenzionato per il ritrovamento di finti ordigni esplosivi posizionati nei pressi dell’ex cinema della comunità, acquistato ad aprile del 2025, dalla associazione islamica Alwahda per essere trasformato in un centro islamico più accogliente di quello già in uso ormai divenuto «troppo piccolo per i tanti affiliati».
Se incapace di intendere e volere può evitare i 15 anni che ora rischia
Se le ipotesi di reato a suo carico verranno confermate Salim El Koudri, il trentunenne di origini marocchine ma nato in Italia che sabato pomeriggio ha falciato ad altissima velocità con la sua auto una decina di persone che camminavano su un marciapiedi del centro di Modena, rischia almeno 15 anni di carcere.
Al trentunenne, attualmente in stato di fermo, i pm contestano infatti l’accusa di strage e di lesioni aggravate.
E proprio il primo reato, in caso di condanna, spalancherebbe per El Koudri le porte del carcere per lungo tempo.
La pena prevista dall’articolo 422 del Codice penale «in ogni altro caso» da quelli che vedono la morte di una o più persone è infatti «non inferiore a quindici anni», ai quali andrebbe poi sommata la pena per le lesioni personali aggravate e per eventuali (e allo stato dei fatti del tutto ipotetiche) contestazioni di altri reati connessi.
Ma in caso di decesso di uno o più feriti la pena per l’investitore diventerebbe automaticamente, per il solo reato di strage, quella dell’ergastolo.
Ma sul percorso processuale di El Koudri pesa come un macigno l’ombra delle sue condizioni psichiatriche. Lo stesso ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha infatti dichiarato che «il fatto sembra sia collocabile soprattutto in una situazione di disagio psichiatrico».
E proprio il livello di gravità (se confermato) del disagio psichico dell’uomo potrebbe aprire la porta a scenari processuali del tutto imprevedibili.
Che ruoterebbero però interamente intorno a una parola: «imputabilità», ovvero al valutare se l’imputato è o meno in grado di capire la gravità delle sue azioni, a una intenzionalità consapevole. E l’imputabilità di una persona che ha commesso un reato è il presupposto della sua punibilità. L’articolo 85 del Codice penale stabilisce, infatti, che nessuno può essere punito per un fatto previsto dalla legge come reato se nel momento in cui lo ha commesso non era imputabile, cioè capace di intendere e di volere. Quindi, in mancanza di capacità d’intendere e di volere, il responsabile del fatto non sarà imputabile e non potrà essere sottoposto a una pena. Tuttalpiù, al soggetto potrà essere applicata una misura di sicurezza, cioè un provvedimento finalizzato al suo reinserimento nella società, qualora il giudice dovesse ritenere che questi è socialmente pericoloso e che necessita di essere ricoverato in una struttura adeguata. Ovvero in una Rems, le strutture che hanno preso il posto dei vecchi ospedali psichiatrici giudiziari. Il ricovero non può superare il tempo stabilito per la pena detentiva prevista per il reato commesso, ma per i reati che prevedono la pena dell’ergastolo o la reclusione non inferiore nel minimo a dieci anni, la misura di sicurezza «è ordinata per un tempo non inferiore a tre anni». Se la gravità della patologia è tale da ridurre in maniera consistente, ma non così tanto da escludere del tutto, la capacità di intendere e di volere, allora il giudice provvederà ad applicare una pena, però in misura ridotta. Anche in questi casi, il responsabile del reato viene ricoverato in una Rems.
Va detto che alcuni recenti casi di cronaca dimostrano che il riconoscimento dell’incapacità di intendere e di volere per patologie psichiatriche è tutt’altro che scontato. Anche di fronte a comportamenti criminali che hanno suscitato sconcerto sia nell’opinione pubblica, sia negli inquirenti che hanno seguito le vicende.
Emblematico è il caso di Chiara Petrolini, la ventiduenne di Traversetolo, in provincia di Parma, recentemente condannata in primo grado a 24 anni per aver partorito i suoi due figli da sola in casa e averli poi seppelliti nel giardino della villetta, senza aver rivelato a nessuno, fidanzato compreso, le due gravidanze.
Nel suo caso la perizia psichiatrica disposta dalle Corte d’assise di Parma ha stabilito che la ragazza era perfettamente capace di intendere e di volere, quindi il processo è andato avanti normalmente.
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Fu il protagonista della missione Apollo 10, quella che fece la prova generale dell'allunaggio e il cui modulo di servizio è ancora lassù, da qualche parte attorno al Sole.