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2025-08-28
L’Ue toglie i veti per potersi autodistruggere
(Ansa)
Eliminare il diritto di veto in politica estera: i ministri dei 27 Paesi Ue ne discuteranno al Consiglio Affari esteri informale di domani e sabato, a Copenaghen, sotto l’egida della presidenza danese di turno.
Sembra una buona idea: mentre la Storia accelera, l’Unione cerca di snellire il burosauro impedendo che i piccoli Paesi, ovvero l’Ungheria di Viktor Orbán e la Slovacchia di Robert Fico, si mettano di traverso. Il che spianerebbe la strada all’ingresso nel club - in chiave antirussa - dell’Ucraina, oltre che della Moldavia, dove ieri, per celebrare i 34 anni di indipendenza dall’Urss, sono volati Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Donald Tusk. Il triangolo di Weimar all’opera per l’allargamento a Est, cioè per accerchiare Mosca.
Ma a conti fatti, se la riforma tanto auspicata da personalità del calibro di Romano Prodi dovesse andare in porto, per l’Europa sarebbe un pessimo affare. Primo, perché si certificherebbe che le decisioni che contano possono prenderle solo Francia e Germania, senza alcun contropotere in grado di bilanciare il loro peso specifico; poi, perché sfilare certe nazioni dall’orbita di Mosca finirà per moltiplicare i conflitti nella parte orientale del Vecchio continente. E per gestirli non basterà tappare la bocca a Budapest e Bratislava. Anzi, il disimpegno americano non farà che accrescere le spinte centripete: alla fine, nel quadro della contesa per la leadership anche dentro la Nato, chi avrà la capacità e il fondo cassa per ristrutturare i propri eserciti dovrà sobbarcarsi l’onere di disinnescare le tensioni, in assenza di una regia politica comune. E, soprattutto, a fronte di interessi sempre più radicalmente divergenti: Kiev ne ha offerto la prova con i suoi attentati al Nord Stream e alle infrastrutture energetiche da cui dipendono i riottosi magiari e gli slovacchi.
Il risultato? Una Disunione europea, più simile a un grande telo tirato fino al punto di strappo che a una casa condivisa, in cui coltivare un progetto di cooperazione. Se questa è la risposta all’inconsistenza di Bruxelles, è la risposta sbagliata.
La malattia che ci affligge è culturale: mentre le grandi potenze ragionano in termini geopolitici ed economici, l’Europa rimane aggrappata all’ideologia dell’internazionalismo liberale. Pressoché incapace di uscire dagli anni Novanta del secolo scorso.
Gli Stati Uniti di Donald Trump si sforzano di sbloccare l’impasse con Mosca per sottrarla all’abbraccio mortale con la Cina, che considerano il loro vero antagonista. È in questa chiave che vanno lette le indiscrezioni riportate dal Wall Street Journal sui negoziati con Vladimir Putin, che mirerebbero, tra le altre cose, a riportare Exxon Mobil in Russia. In particolare - ha scritto la Tass - con il reintegro nel progetto Sakhalin 1, per la produzione di petrolio e gas. Intanto, i due Paesi hanno riaperto il dialogo sul disarmo nucleare e il tycoon ha sfidato Pechino ad associarsi. Il Dragone ha mangiato la foglia e, ieri, ha risposto che un suo coinvolgimento non sarebbe «né ragionevole né realistico».
Può apparire cinica, ma la tattica del presidente americano è chiara: stemperare il carattere moralistico del confronto con gli avversari, intavolando una trattativa su basi commerciali e con obiettivi geopolitici di medio-lungo periodo. Lo zar non è sordo al richiamo: sa che la Federazione sta andando incontro a quella che, sul piano demografico, più che un inverno è un’era glaciale. E sa che un’alleanza con la Cina si risolverebbe in un vassallaggio nei confronti di Xi Jinping.
In un simile scenario, colpisce invece la mancanza di profondità strategica del pensiero europeo.
Al di là delle lusinghe a Trump, che i leader del continente hanno imparato a temere, l’autentico loro obiettivo sembra essere quello di mandare avanti la guerra fino all’ultimo ucraino. Un proposito forse condiviso con Volodymyr Zelensky, il quale non ha fretta di affrontare nuove elezioni e di tracciare il bilancio di tre anni nei quali aveva promesso la vittoria finale, al prezzo del sacrificio di centinaia di migliaia di giovani, per poi ottenere lo smembramento dell’Ucraina.
Ecco, allora, che Kaja Kallas, colei che esprime la politica estera dell’Ue, in un’intervista a Die Welt ribadisce che Kiev dovrebbe colpire in profondità il territorio russo, impiegando le armi occidentali. Esattamente l’opposto di ciò che avrebbero chiesto gli Usa, nel momento in cui stanno tentando di chiudere la questione con Putin. Anche la presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola, si frega le mani a preparare il prossimo, ennesimo pacchetto di sanzioni. Persino nelle notizie riportate dal Financial Times si colgono pressioni per alzare la posta contro Mosca: stando a fonti, guarda caso, europee e ucraine, citate dal quotidiano britannico, gli americani sarebbero disponibili a offrire sostegno aereo e d’intelligence per la difesa della nazione invasa, ma solo se i volenterosi spedissero truppe nel Donbass.
Sulla logica autodistruttiva dell’allargamento a Est, come sulla convinzione che si debba arrivare alla sconfitta di Putin, ovviamente il fattore ideologico non è l’unico a pesare. Quelli che hanno indossato l’elmetto, mandando però a morire gli ucraini, sentono l’esigenza di occultare uno smacco storico. Bisognerebbe ricordarselo, quando le prediche sull’irrilevanza europea arrivano dal pulpito di chi, ai cittadini, dava lezioni su pace e condizionatori.
Per arruolare 500.000 soldati Berlino torna alla leva obbligatoria
La diplomazia resta al centro della scena del conflitto ucraino, ma i progressi tra Mosca e Kiev procedono a passo lento. Il Cremlino frena le attese di un vertice tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky: «Qualsiasi incontro tra i presidenti deve essere ben preparato», ha spiegato ieri il portavoce dello zar, Dmitry Peskov, sottolineando che al momento non ci sono date fissate e che il lavoro continuerà in un formato riservato. Dall’altra parte dell’Atlantico, gli Stati Uniti, al contrario, spingono per colloqui concreti e garanzie di sicurezza. L’inviato speciale di Donald Trump, Steve Witkoff, incontrerà questa settimana una delegazione ucraina guidata da Andriy Yermak e Rustem Umerov, discutendo possibili futuri incontri bilaterali tra i due leader.
Nel frattempo in Ucraina, dopo oltre tre anni di legge marziale che limitava gli spostamenti, il governo ha deciso di consentire agli uomini tra 18 e 22 anni di attraversare liberamente il confine in entrambe le direzioni, con l’obiettivo di far mantenere ai propri giovani i legami con l’estero e con la patria e ridurre la tensione legata al servizio militare obbligatorio. Un cambiamento significativo che si inserisce in un contesto ancora drammatico sul fronte dei combattimenti. Nella giornata di ieri gli attacchi russi hanno ucciso almeno due civili e ferito altre 28 persone, con infrastrutture energetiche gravemente danneggiate nelle regioni di Sumy, Poltava e Černihiv. Nove località sono state colpite da 21 droni su 95 lanciati, mentre la difesa ucraina ne ha abbattuti 74. A Kherson, un raid notturno ha provocato la morte di una donna di 81 anni, mentre Mosca ha rivendicato la conquista del villaggio di Leontovichi, nel distretto di Pokrovsk. Nelle vicinanze di questo insediamento nella regione di Dnipropetrovsk, alcune fonti russe hanno denunciato che metà del personale del 203° battaglione della 113ª brigata delle Forze armate ucraine sarebbe composta da mercenari colombiani. Ieri, Volodymyr Zelensky ha nominato ambasciatrice negli Usa Olga Stefanishyna, ex vicepremier per l’integrazione euroatlantica.
Oltre i confini ucraini, la percezione della minaccia russa accelera decisioni strategiche in Europa. La Germania ha deciso di raddoppiare la Bundeswehr, portandola a quasi mezzo milione tra effettivi e riservisti. Il piano, annunciato dal ministro della Difesa, Boris Pistorius, prevede un servizio inizialmente volontario, con la prospettiva della leva obbligatoria se i numeri non saranno sufficienti. Dal 1° gennaio, tutti i giovani riceveranno un questionario per valutare forma fisica, competenze e interessi; le donne potranno rispondere volontariamente, gli uomini saranno obbligati. Dal 2027, tutti i diciottenni saranno sottoposti a visita medica, anche senza arruolamento. «La Russia è, e resterà per molto tempo, la più grande minaccia alla libertà, alla pace e alla stabilità in Europa», ha detto il cancelliere Friedrich Merz, spiegando l’obiettivo di dotarsi del più grande esercito convenzionale sul fronte europeo della Nato. La spinta tedesca si intreccia con quella industriale. A Unterluess, vicino Hannover, Rheinmetall ha inaugurato la più grande fabbrica di munizioni d’Europa, con un investimento di 500 milioni di euro. L’azienda prevede di replicare il modello in altri Paesi Nato, creando un ecosistema di difesa paneuropeo. «La capacità produttiva europea di munizioni è cresciuta sei volte in due anni», ha ricordato il segretario generale della Nato, Mark Rutte, evidenziando come l’Europa possa contare su due milioni di munizioni entro fine anno, con Rheinmetall al centro di questa crescita.
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Mentre Usa, Russia e Cina ragionano da grandi potenze, l’Europa valuta di cassare il principio dell’unanimità in politica estera per allargarsi a Est in nome dell’internazionalismo liberale. Ma anziché Mosca, accogliere Kiev e Chisinau danneggerà l’Unione.In Germania la leva obbligatoria scatterà se mancassero volontari. Il Cremlino glissa ancora sul vertice Putin-Zelensky.Lo speciale contiene due articoli.Eliminare il diritto di veto in politica estera: i ministri dei 27 Paesi Ue ne discuteranno al Consiglio Affari esteri informale di domani e sabato, a Copenaghen, sotto l’egida della presidenza danese di turno.Sembra una buona idea: mentre la Storia accelera, l’Unione cerca di snellire il burosauro impedendo che i piccoli Paesi, ovvero l’Ungheria di Viktor Orbán e la Slovacchia di Robert Fico, si mettano di traverso. Il che spianerebbe la strada all’ingresso nel club - in chiave antirussa - dell’Ucraina, oltre che della Moldavia, dove ieri, per celebrare i 34 anni di indipendenza dall’Urss, sono volati Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Donald Tusk. Il triangolo di Weimar all’opera per l’allargamento a Est, cioè per accerchiare Mosca.Ma a conti fatti, se la riforma tanto auspicata da personalità del calibro di Romano Prodi dovesse andare in porto, per l’Europa sarebbe un pessimo affare. Primo, perché si certificherebbe che le decisioni che contano possono prenderle solo Francia e Germania, senza alcun contropotere in grado di bilanciare il loro peso specifico; poi, perché sfilare certe nazioni dall’orbita di Mosca finirà per moltiplicare i conflitti nella parte orientale del Vecchio continente. E per gestirli non basterà tappare la bocca a Budapest e Bratislava. Anzi, il disimpegno americano non farà che accrescere le spinte centripete: alla fine, nel quadro della contesa per la leadership anche dentro la Nato, chi avrà la capacità e il fondo cassa per ristrutturare i propri eserciti dovrà sobbarcarsi l’onere di disinnescare le tensioni, in assenza di una regia politica comune. E, soprattutto, a fronte di interessi sempre più radicalmente divergenti: Kiev ne ha offerto la prova con i suoi attentati al Nord Stream e alle infrastrutture energetiche da cui dipendono i riottosi magiari e gli slovacchi.Il risultato? Una Disunione europea, più simile a un grande telo tirato fino al punto di strappo che a una casa condivisa, in cui coltivare un progetto di cooperazione. Se questa è la risposta all’inconsistenza di Bruxelles, è la risposta sbagliata.La malattia che ci affligge è culturale: mentre le grandi potenze ragionano in termini geopolitici ed economici, l’Europa rimane aggrappata all’ideologia dell’internazionalismo liberale. Pressoché incapace di uscire dagli anni Novanta del secolo scorso.Gli Stati Uniti di Donald Trump si sforzano di sbloccare l’impasse con Mosca per sottrarla all’abbraccio mortale con la Cina, che considerano il loro vero antagonista. È in questa chiave che vanno lette le indiscrezioni riportate dal Wall Street Journal sui negoziati con Vladimir Putin, che mirerebbero, tra le altre cose, a riportare Exxon Mobil in Russia. In particolare - ha scritto la Tass - con il reintegro nel progetto Sakhalin 1, per la produzione di petrolio e gas. Intanto, i due Paesi hanno riaperto il dialogo sul disarmo nucleare e il tycoon ha sfidato Pechino ad associarsi. Il Dragone ha mangiato la foglia e, ieri, ha risposto che un suo coinvolgimento non sarebbe «né ragionevole né realistico».Può apparire cinica, ma la tattica del presidente americano è chiara: stemperare il carattere moralistico del confronto con gli avversari, intavolando una trattativa su basi commerciali e con obiettivi geopolitici di medio-lungo periodo. Lo zar non è sordo al richiamo: sa che la Federazione sta andando incontro a quella che, sul piano demografico, più che un inverno è un’era glaciale. E sa che un’alleanza con la Cina si risolverebbe in un vassallaggio nei confronti di Xi Jinping.In un simile scenario, colpisce invece la mancanza di profondità strategica del pensiero europeo.Al di là delle lusinghe a Trump, che i leader del continente hanno imparato a temere, l’autentico loro obiettivo sembra essere quello di mandare avanti la guerra fino all’ultimo ucraino. Un proposito forse condiviso con Volodymyr Zelensky, il quale non ha fretta di affrontare nuove elezioni e di tracciare il bilancio di tre anni nei quali aveva promesso la vittoria finale, al prezzo del sacrificio di centinaia di migliaia di giovani, per poi ottenere lo smembramento dell’Ucraina.Ecco, allora, che Kaja Kallas, colei che esprime la politica estera dell’Ue, in un’intervista a Die Welt ribadisce che Kiev dovrebbe colpire in profondità il territorio russo, impiegando le armi occidentali. Esattamente l’opposto di ciò che avrebbero chiesto gli Usa, nel momento in cui stanno tentando di chiudere la questione con Putin. Anche la presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola, si frega le mani a preparare il prossimo, ennesimo pacchetto di sanzioni. Persino nelle notizie riportate dal Financial Times si colgono pressioni per alzare la posta contro Mosca: stando a fonti, guarda caso, europee e ucraine, citate dal quotidiano britannico, gli americani sarebbero disponibili a offrire sostegno aereo e d’intelligence per la difesa della nazione invasa, ma solo se i volenterosi spedissero truppe nel Donbass.Sulla logica autodistruttiva dell’allargamento a Est, come sulla convinzione che si debba arrivare alla sconfitta di Putin, ovviamente il fattore ideologico non è l’unico a pesare. Quelli che hanno indossato l’elmetto, mandando però a morire gli ucraini, sentono l’esigenza di occultare uno smacco storico. Bisognerebbe ricordarselo, quando le prediche sull’irrilevanza europea arrivano dal pulpito di chi, ai cittadini, dava lezioni su pace e condizionatori.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/veti-europa-ucraina-2673936932.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-arruolare-500-000-soldati-berlino-torna-alla-leva-obbligatoria" data-post-id="2673936932" data-published-at="1756365759" data-use-pagination="False"> Per arruolare 500.000 soldati Berlino torna alla leva obbligatoria La diplomazia resta al centro della scena del conflitto ucraino, ma i progressi tra Mosca e Kiev procedono a passo lento. Il Cremlino frena le attese di un vertice tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky: «Qualsiasi incontro tra i presidenti deve essere ben preparato», ha spiegato ieri il portavoce dello zar, Dmitry Peskov, sottolineando che al momento non ci sono date fissate e che il lavoro continuerà in un formato riservato. Dall’altra parte dell’Atlantico, gli Stati Uniti, al contrario, spingono per colloqui concreti e garanzie di sicurezza. L’inviato speciale di Donald Trump, Steve Witkoff, incontrerà questa settimana una delegazione ucraina guidata da Andriy Yermak e Rustem Umerov, discutendo possibili futuri incontri bilaterali tra i due leader.Nel frattempo in Ucraina, dopo oltre tre anni di legge marziale che limitava gli spostamenti, il governo ha deciso di consentire agli uomini tra 18 e 22 anni di attraversare liberamente il confine in entrambe le direzioni, con l’obiettivo di far mantenere ai propri giovani i legami con l’estero e con la patria e ridurre la tensione legata al servizio militare obbligatorio. Un cambiamento significativo che si inserisce in un contesto ancora drammatico sul fronte dei combattimenti. Nella giornata di ieri gli attacchi russi hanno ucciso almeno due civili e ferito altre 28 persone, con infrastrutture energetiche gravemente danneggiate nelle regioni di Sumy, Poltava e Černihiv. Nove località sono state colpite da 21 droni su 95 lanciati, mentre la difesa ucraina ne ha abbattuti 74. A Kherson, un raid notturno ha provocato la morte di una donna di 81 anni, mentre Mosca ha rivendicato la conquista del villaggio di Leontovichi, nel distretto di Pokrovsk. Nelle vicinanze di questo insediamento nella regione di Dnipropetrovsk, alcune fonti russe hanno denunciato che metà del personale del 203° battaglione della 113ª brigata delle Forze armate ucraine sarebbe composta da mercenari colombiani. Ieri, Volodymyr Zelensky ha nominato ambasciatrice negli Usa Olga Stefanishyna, ex vicepremier per l’integrazione euroatlantica.Oltre i confini ucraini, la percezione della minaccia russa accelera decisioni strategiche in Europa. La Germania ha deciso di raddoppiare la Bundeswehr, portandola a quasi mezzo milione tra effettivi e riservisti. Il piano, annunciato dal ministro della Difesa, Boris Pistorius, prevede un servizio inizialmente volontario, con la prospettiva della leva obbligatoria se i numeri non saranno sufficienti. Dal 1° gennaio, tutti i giovani riceveranno un questionario per valutare forma fisica, competenze e interessi; le donne potranno rispondere volontariamente, gli uomini saranno obbligati. Dal 2027, tutti i diciottenni saranno sottoposti a visita medica, anche senza arruolamento. «La Russia è, e resterà per molto tempo, la più grande minaccia alla libertà, alla pace e alla stabilità in Europa», ha detto il cancelliere Friedrich Merz, spiegando l’obiettivo di dotarsi del più grande esercito convenzionale sul fronte europeo della Nato. La spinta tedesca si intreccia con quella industriale. A Unterluess, vicino Hannover, Rheinmetall ha inaugurato la più grande fabbrica di munizioni d’Europa, con un investimento di 500 milioni di euro. L’azienda prevede di replicare il modello in altri Paesi Nato, creando un ecosistema di difesa paneuropeo. «La capacità produttiva europea di munizioni è cresciuta sei volte in due anni», ha ricordato il segretario generale della Nato, Mark Rutte, evidenziando come l’Europa possa contare su due milioni di munizioni entro fine anno, con Rheinmetall al centro di questa crescita.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast dell'11 marzo con Carlo Cambi
L’aumento delle bollette energetiche legato alle tensioni in Medio Oriente preoccupa le famiglie italiane. Secondo Eumetra, il 68% ridurrebbe altre spese, dal tempo libero all’abbigliamento, e quasi un quarto potrebbe rinviare visite mediche o controlli dentistici.
Le tensioni in Medio Oriente e il rischio di nuovi rincari dell’energia tornano a pesare sulle preoccupazioni delle famiglie italiane. Se le bollette di luce e gas dovessero aumentare tra il 10 e il 20 per cento, due famiglie su tre sarebbero costrette a ridurre altre spese. È quanto emerge da una ricerca realizzata da Eumetra subito dopo l’attacco all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele, che prova a misurare gli effetti delle tensioni geopolitiche sui bilanci domestici.
Secondo l’indagine, solo una minoranza degli italiani ritiene di poter assorbire senza particolari difficoltà un aumento delle bollette energetiche. Il 12 per cento lo considera sostenibile, mentre il 39 per cento parla di una situazione gestibile ma a prezzo di sacrifici. Più critica la posizione di chi teme un impatto pesante: il 31 per cento giudica l’aumento difficile da sostenere e un ulteriore 18 per cento lo definisce addirittura molto critico. Le difficoltà risultano più marcate tra le donne e nelle regioni del Sud e delle Isole. La quota di chi definisce la situazione “molto critica” è invece più elevata nel Centro Italia.
L’effetto immediato sarebbe un taglio ai consumi. Il 68 per cento degli intervistati afferma infatti che dovrebbe ridurre altre spese per compensare l’aumento dei costi energetici, mentre il 32 per cento ritiene che i propri comportamenti di consumo resterebbero invariati. Anche in questo caso emergono differenze di genere: tra gli uomini il 63 per cento prevede di comprimere altre spese, percentuale che sale al 72 per cento tra le donne. I tagli riguarderebbero soprattutto il tempo libero e le uscite, indicati dal 71 per cento di chi prevede di ridurre i consumi. Seguono la riduzione dell’energia domestica (64 per cento) e le spese per abbigliamento e accessori (62 per cento). Quasi la metà degli intervistati, il 49 per cento, limiterebbe invece spostamenti e trasporti non strettamente necessari.
Non mancano però segnali più preoccupanti. Il 26 per cento dichiara che ridurrebbe anche la spesa alimentare e il 24 per cento afferma che potrebbe rinviare visite mediche, controlli o cure dentistiche. Una scelta che riguarderebbe in particolare le donne. Le strategie cambiano anche in base all’età e al territorio. Gli over 55 indicano più spesso la riduzione dei consumi energetici domestici, scelta citata dal 71 per cento e che nel Nord Est arriva all’81 per cento. Nella stessa fascia d’età è più diffusa anche l’intenzione di tagliare le spese per abbigliamento e accessori, indicata dal 73 per cento. Tra i 35 e i 54 anni emerge invece con maggiore frequenza la volontà di limitare spostamenti e trasporti non indispensabili.
Il tema dei rincari energetici si riflette anche sul dibattito sulle politiche energetiche. Il 41 per cento degli italiani ritiene che il Paese debba accelerare sullo sviluppo delle energie rinnovabili, opzione che raccoglie il maggior consenso. Il 27 per cento punta invece su nuovi accordi per l’importazione di energia, mentre il 24 per cento considera prioritario sviluppare il nucleare, una soluzione che trova maggiore sostegno tra i giovani tra i 18 e i 34 anni. Solo l’8 per cento ritiene che non sia necessario cambiare l’attuale strategia energetica.
Secondo Matteo Lucchi, amministratore delegato di Eumetra, le tensioni internazionali confermano quanto l’energia sia diventata un fattore centrale per la stabilità economica e sociale. Anche aumenti relativamente contenuti delle bollette, osserva, possono produrre effetti a catena sui consumi delle famiglie, con conseguenze che finiscono per coinvolgere l’intero sistema economico.
Nel complesso, conclude la ricerca, il rischio di bollette più alte non riguarda soltanto il settore energetico ma potrebbe tradursi in una contrazione diffusa dei consumi, influenzando le scelte quotidiane delle famiglie e alimentando allo stesso tempo una crescente domanda di cambiamento nelle politiche energetiche del Paese.
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Ansa
Secondo alcune fonti il motivo del ritardo risiede nel fatto che le accise mobili da sole non basterebbero per temperare l’emergenza prezzi. Si starebbe quindi lavorando ad un pacchetto più ampio che potrebbe entrare nel dl bollette. Resta il tema delle coperture, difficile reperirle nella situazione attuale, problema a cui il Mef sta lavorando in queste ore.
Ma la lentezza di intervento è un’epidemia europea. Uno dei pochi casi in cui sembrano tutti allineati. Anche in Francia il dibattito sul caro-carburante domina la scena ma il governo guidato da Sébastien Lecornu punta a rafforzare i controlli (così come annunciato dall’esecutivo Meloni) chiudendo all’ipotesi di un taglio delle accise per mancanza di risorse. «Bisogna aspettare» ha detto su Tf1 il ministro del Commercio escludendo ad ogni modo un taglio delle tasse su benzina e gasolio. L’opinione più diffusa è che si tratti di una bolla speculativa. Il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, in conferenza stampa a Strasburgo ha detto: «Abbiamo imparato delle lezioni dal 2022. Non siamo in una situazione neanche lontanamente così grave come nel 2022, ma abbiamo comunque tratto degli insegnamenti da quell’esperienza. Se ciò accadrà, ci dovranno essere misure temporanee e mirate. Quindi non stiamo parlando di cambiare in modo fondamentale la struttura della determinazione dei prezzi, per esempio il prezzo del carbonio (Ets) o altri meccanismi». La vicepresidente della Commissione europea, la socialista spagnola Teresa Ribera, ha aggiunto: «Il design del mercato dell'energia elettrica è stato rivisto nel 2023 e fornisce una serie di strumenti che non sono pienamente sfruttati. Sappiamo che c’è chi ritiene che potremmo aver bisogno di un disaccoppiamento dei prezzi dell’energia sul mercato ma forse il disaccoppiamento non aiuterebbe a ottenere prezzi più bassi».
La Commissione europea ha inviato una comunicazione in cui raccomanda agli Stati di permettere il cambio di fornitori di elettricità più rapidamente (entro un giorno), oneri più bassi sulle bollette e più trasparenza sulle informazioni relative a contratti e fatture.
Il punto di partenza è che tasse e oneri sull’elettricità rappresentano in media il 25% del prezzo per le famiglie e per questo Bruxelles dice di voler sostenere gli Stati membri anche se, nel contesto delle regole di bilancio che permettono una flessibilità decisamente limitata.
Al termine del Consiglio dei ministri il premier, Giorgia Meloni, ha preso parte a una videocall convocata da Italia, Germania e Belgio tra leader per fare il punto su semplificazione ed energia nel quadro della crisi dei prezzi causata dal conflitto in Iran e nel Golfo. Meloni «si è in particolare soffermata sulla necessità di una sospensione temporanea del meccanismo di tassazione del carbonio (ETS) sulla produzione di energia, in attesa di una rapida e più ampia revisione del meccanismo per affrontare anche i temi delle quote gratuite, della volatilità delle tariffe ETS nonché dell’interazione del meccanismo ETS con le regole del mercato elettrico europeo. Attenzione è stata anche riservata al completamento del Mercato unico e alla semplificazione regolatoria europea».
Il cdm è durato circa un’ora e tra le misure c’è stata la «ratifica ed esecuzione dell’accordo di partenariato tra la Costa d'Avorio e la Comunità europea uno schema di ddl di «ratifica ed esecuzione dell’accordo in materia di coproduzione cinematografica con la Cina». E ancora, l’attuazione della direttiva su prevenzione e la repressione della tratta di esseri umani. Infine si è discusso dei meccanismi che gli Stati membri devono istituire per prevenire l’uso del sistema finanziario a fini di riciclaggio o finanziamento del terrorismo.
Accolta la proposta del ministro della protezione civile Nello Musumeci sullo stato di emergenza in Calabria per un anno stanziando 15 milioni di euro per «i primi interventi urgenti di soccorso e assistenza alla popolazione e al ripristino della funzionalità dei servizi pubblici e delle infrastrutture». Infine, il decreto Infrastrutture dovrà tornare in cdm dopo le correzioni della Ragioneria Generale. Lo si apprende da fonti di governo. Il dl aveva avuto il via libera dal Consiglio dei ministri lo scorso 5 febbraio e quindi «ha definito ulteriormente l’iter approvativo del Ponte sullo Stretto in conformità ai rilievi della Corte dei conti».
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