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2024-02-25
«Falsi rimborsi quando era a Mosca». Vannacci sotto inchiesta per peculato
Il generale Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
- Un’ispezione dello Stato maggiore avrebbe evidenziato alcune irregolarità, come indennità per dei familiari che in realtà non erano presenti, spese non autorizzate per l’auto di servizio e fatture per eventi mai avvenuti.
- Il generale commenta: «Sono molto sereno e continuo per la mia strada a testa alta». Dal Carroccio fanno sapere: «La nostra stima nei suoi confronti ora è aumentata».
Lo speciale contiene due articoli.
Il generale Roberto Vannacci è sotto inchiesta da parte della Procura militare con le accuse di truffa e peculato: la notizia, rivelata ieri dal Corriere della Sera, riporta l’autore de Il mondo al contrario sotto i riflettori della cronaca e del dibattito politica.
Una ispezione effettuata dallo Stato maggiore della Difesa, che ha riguardato il periodo in cui Vannacci è stato rappresentante delle nostre forze armate in Russia, si è conclusa con una relazione finale che evidenzia «criticità, anomalie e danni erariali nelle autocertificazioni e richieste di rimborso depositate» che «devono essere valutate dall’autorità giudiziaria».
È bene sottolineare che questo tipo di ispezione fa parte della routine, e che gli ispettori stessi sono alti ufficiali solitamente vicini alla pensione, quindi considerati poco influenzabili. La relazione, inviata alla Procura militare, ha provocato l’apertura del fascicolo. L’ispezione, scrive il Corriere, è durata 10 giorni, dal 20 novembre al 1 dicembre 2023, e ha riguardato «la gestione amministrativa dell’ultimo quinquennio», quindi anche gli altri militari che sono stati in Russia. Gli ispettori hanno passato al setaccio i documenti contabili, le mail, le attestazioni di servizio, e anche interrogato il personale che si trova adesso presso la rappresentanza italiana.
Il generale-scrittore ha ricoperto l’incarico di di addetto per la Difesa alla rappresentanza diplomatica italiana a Mosca, con accreditamenti anche in Bielorussia, Armenia e Turkmenistan, tra i il 7 febbraio del 2021 e terminato il 18 maggio 2022, quando è stato espulso da Mosca insieme ad altre 23 persone, tra diplomatici ed esperti militari italiani per rispondere a un’analoga decisione presa dal governo guidato da Mario Draghi.
Sono diverse le contestazioni mosse dagli ispettori dello Stato maggiore della Difesa che hanno provocato l’apertura del fascicolo contro Vannacci. Si va da presunte indennità di servizio per i familiari percepite illecitamente a spese per benefit legate all’auto di servizio non autorizzate fino a rimborsi per l’organizzazione di eventi e cene che in realtà non sarebbero stati organizzati.
La prima delle contestazioni mosse al generale dalla Procura militare è relativa «alle autocertificazioni in virtù delle quali il generale Vannacci ha percepito l’indennità di servizio all’estero che, come è noto, è attribuita in base all’effettiva presenza dei familiari a carico nella sede di servizio estera»: i denari sono stati versati all’ufficiale, ma gli ispettori non sono certi che la moglie e le figlie fossero davvero insieme a lui in Russia. «È emersa una incongruenza», si legge nella relazione, «tra la dichiarazione resa da Vannacci nel 2021 e i dati riscontrati sui passaporti diplomatici di servizio dei propri familiari (visti di ingresso e di uscita dalla Federazione russa)». Le date non coincidono con le giornate indicate nelle richieste di rimborso presentate dal generale e quindi gli ispettori spiegano di aver «provveduto a dare notizia alle Procure militare e ordinaria di Roma». È bene ricordare infatti che un militare che commette un reato può essere oggetto di un procedimento penale anche da parte della magistratura ordinaria. La seconda contestazione mossa a Vannacci dal pool di ispettori della Difesa riguarda invece feste e cene. L’ispezione ha evidenziato anomalie che dovranno essere valutate dai magistrati. «Risulta», si legge nella relazione, «che il generale Vannacci avrebbe chiesto e ottenuto rimborsi per spese sostenute impropriamente per organizzare eventi conviviali per la “Promozione del Paese Italia” presso ristoranti di Mosca piuttosto che presso la propria abitazione».
Il successore di Vannacci, il colonnello Vittorio Parrella, il cui nominativo era stato inserito nell’elenco dei partecipanti, ha detto agli ispettori di non aver mai preso parte a questi eventi conviviali. Una di queste cene, in particolare, per la quale Vannacci ha chiesto il rimborso delle spese da lui anticipate, è finita sotto la lente di ingrandimento degli ispettori: si sarebbe svolta nell’alloggio di servizio del generale il 23 maggio 2022, dunque il giorno dopo la decisione di Mosca di espulsione dei diplomatici e militari italiani. «Dal controllo dei vari titoli di spesa», si legge nella relazione, «l’ispettore ha chiesto chiarimenti in ordine a un evento conviviale presso l’abitazione del generale Vannacci nella stessa data in cui risulta eseguito il trasloco dei mobili e delle masserizie dalla predetta abitazione». Infine, un possibile danno erariale è stato contestato a Vannacci per l’uso dell’auto di servizio, una Bmw: si tratta di 9.000 euro che sarebbero stati spesi senza giustificazione.
«Le notizie diffuse dalla stampa riguardo al generale Vannacci», commenta il legale del generale, l’avvocato Giorgio Carta, «risultano fare riferimento ad attività d’ufficio già accuratamente ricostruibili dall’interessato oltreché del tutto regolari. Ovviamente, nel rispetto del codice dell’ordinamento militare, tutti i chiarimenti del caso saranno forniti nelle sole sedi istituzionali».
La Lega: «Indagine a orologeria»
«Non sono preoccupato nè demoralizzato! Sono molto sereno e continuo per la mia strada a testa alta»: con poche ma sentite parole il generale Roberto Vannacci commenta la notizia di un’inchiesta aperta su di lui dalla Procura militare con le accuse di truffa e peculato. Una notizia che non inciderà in nessun modo sulla ipotesi di una sua candidatura alle Europee con la Lega. Anzi: secondo gli osservatori più smaliziati, l’indagine, al di là di come finirà, offre a Vannacci la possibilità di stare di nuovo al centro del dibattito mediatico. «Si tratta della solita inchiesta a orologeria», fanno sapere fonti della Lega, «Vannacci è un uomo amato dai cittadini e scomodo al palazzo. Visto che non riescono a intimidirlo in altro modo ci provano con inchieste e minacce. La nostra stima nei suoi confronti non cambia, anzi aumenta». Il riferimento della Lega, che parla di «inchieste a orologeria», non è casuale: oggi si vota in Sardegna, e il presidente uscente, Christian Solinas del Carroccio, ricordiamolo, ha dovuto cedere il passo al meloniano Paolo Truzzu anche a causa di una indagine della magistratura. «Ribadisco la stima nei confronti di una persona scomoda», afferma all’Adnkronos il vicesegretario della Lega, Andrea Crippa, «che evidentemente dà fastidio al sistema. Qualcuno lo colpisce per le posizioni scomode con cui si è esposto, oggi la Lega è ancora di più dalla sua parte, sia dal punto di vista umano che politico». «Devo dire», sottolinea il viceministro delle Infrastrutture Edoardo Rixi del Carroccio, «che mi ha assolutamente sorpreso. Mi dispiace per il generale Vannacci che per tanti anni ha servito questo Paese, non credo che complichi la vita della Lega. Mi auguro che non c’entri niente con le sue scelte eventuali di scendere o meno in politica. Credo che in un Paese come il nostro, chi sceglie di partecipare alla vita pubblica deve avere gli stessi diritti di chi sceglie di non farlo». Fin qui le dichiarazioni ufficiali, ma va sottolineato che nel centrodestra la litania del «mi candido, non mi candido, forse sì, forse no» di Vannacci non appassiona più di tanto: “Decida cosa vuol fare», ci dice una fonte autorevole, «e lo faccia, l’Italia ha problemi ben più importanti della candidatura di Vannacci, con tutto il rispetto per il generale». Il problema è che le elezioni Europee non sono come le politiche, nelle quali esiste la possibilità di avere un seggio blindato o un posto sicuro in un listino: per diventare eurodeputati bisogna infatti raccogliere le preferenze, vale a dire convincere qualche decina di migliaia di persone a scrivere il proprio nome sulla scheda. «Vannacci si congedi e si candidi», ci dice un altro esponente di centrodestra, «questo balletto ha stancato». A complicare ancora di più la situazione, le riflessioni politiche di Domenico Leggiero, presidente dell’Osservatorio Militare e grande amico di Vannacci, con il quale il generale scrittore ha parlato ieri mattina per più di tre ore: «Ci stiamo confrontando», dice Leggiero all’Agi, «lui dovrebbe candidarsi con chi è indipendente da un certo sistema e quindi nè con la Lega nè con Fratelli d’Italia. Gli unici che possono rappresentare le sue idee e tutelare le sue battaglie sono quelli di Indipendenza! Vannacci mi ha detto che si aspettava questa operazione contro di lui. Nella Lega, dopo le Europee», aggiunge Leggiero, «puntano a far fuori Salvini che cercava Vannacci per recuperare consenso e in Fratelli d’Italia non lo vogliono dopo le polemiche con il ministro Crosetto».
Un’ispezione dello Stato maggiore avrebbe evidenziato alcune irregolarità, come indennità per dei familiari che in realtà non erano presenti, spese non autorizzate per l’auto di servizio e fatture per eventi mai avvenuti.Il generale commenta: «Sono molto sereno e continuo per la mia strada a testa alta». Dal Carroccio fanno sapere: «La nostra stima nei suoi confronti ora è aumentata».Lo speciale contiene due articoli.Il generale Roberto Vannacci è sotto inchiesta da parte della Procura militare con le accuse di truffa e peculato: la notizia, rivelata ieri dal Corriere della Sera, riporta l’autore de Il mondo al contrario sotto i riflettori della cronaca e del dibattito politica. Una ispezione effettuata dallo Stato maggiore della Difesa, che ha riguardato il periodo in cui Vannacci è stato rappresentante delle nostre forze armate in Russia, si è conclusa con una relazione finale che evidenzia «criticità, anomalie e danni erariali nelle autocertificazioni e richieste di rimborso depositate» che «devono essere valutate dall’autorità giudiziaria». È bene sottolineare che questo tipo di ispezione fa parte della routine, e che gli ispettori stessi sono alti ufficiali solitamente vicini alla pensione, quindi considerati poco influenzabili. La relazione, inviata alla Procura militare, ha provocato l’apertura del fascicolo. L’ispezione, scrive il Corriere, è durata 10 giorni, dal 20 novembre al 1 dicembre 2023, e ha riguardato «la gestione amministrativa dell’ultimo quinquennio», quindi anche gli altri militari che sono stati in Russia. Gli ispettori hanno passato al setaccio i documenti contabili, le mail, le attestazioni di servizio, e anche interrogato il personale che si trova adesso presso la rappresentanza italiana. Il generale-scrittore ha ricoperto l’incarico di di addetto per la Difesa alla rappresentanza diplomatica italiana a Mosca, con accreditamenti anche in Bielorussia, Armenia e Turkmenistan, tra i il 7 febbraio del 2021 e terminato il 18 maggio 2022, quando è stato espulso da Mosca insieme ad altre 23 persone, tra diplomatici ed esperti militari italiani per rispondere a un’analoga decisione presa dal governo guidato da Mario Draghi. Sono diverse le contestazioni mosse dagli ispettori dello Stato maggiore della Difesa che hanno provocato l’apertura del fascicolo contro Vannacci. Si va da presunte indennità di servizio per i familiari percepite illecitamente a spese per benefit legate all’auto di servizio non autorizzate fino a rimborsi per l’organizzazione di eventi e cene che in realtà non sarebbero stati organizzati. La prima delle contestazioni mosse al generale dalla Procura militare è relativa «alle autocertificazioni in virtù delle quali il generale Vannacci ha percepito l’indennità di servizio all’estero che, come è noto, è attribuita in base all’effettiva presenza dei familiari a carico nella sede di servizio estera»: i denari sono stati versati all’ufficiale, ma gli ispettori non sono certi che la moglie e le figlie fossero davvero insieme a lui in Russia. «È emersa una incongruenza», si legge nella relazione, «tra la dichiarazione resa da Vannacci nel 2021 e i dati riscontrati sui passaporti diplomatici di servizio dei propri familiari (visti di ingresso e di uscita dalla Federazione russa)». Le date non coincidono con le giornate indicate nelle richieste di rimborso presentate dal generale e quindi gli ispettori spiegano di aver «provveduto a dare notizia alle Procure militare e ordinaria di Roma». È bene ricordare infatti che un militare che commette un reato può essere oggetto di un procedimento penale anche da parte della magistratura ordinaria. La seconda contestazione mossa a Vannacci dal pool di ispettori della Difesa riguarda invece feste e cene. L’ispezione ha evidenziato anomalie che dovranno essere valutate dai magistrati. «Risulta», si legge nella relazione, «che il generale Vannacci avrebbe chiesto e ottenuto rimborsi per spese sostenute impropriamente per organizzare eventi conviviali per la “Promozione del Paese Italia” presso ristoranti di Mosca piuttosto che presso la propria abitazione». Il successore di Vannacci, il colonnello Vittorio Parrella, il cui nominativo era stato inserito nell’elenco dei partecipanti, ha detto agli ispettori di non aver mai preso parte a questi eventi conviviali. Una di queste cene, in particolare, per la quale Vannacci ha chiesto il rimborso delle spese da lui anticipate, è finita sotto la lente di ingrandimento degli ispettori: si sarebbe svolta nell’alloggio di servizio del generale il 23 maggio 2022, dunque il giorno dopo la decisione di Mosca di espulsione dei diplomatici e militari italiani. «Dal controllo dei vari titoli di spesa», si legge nella relazione, «l’ispettore ha chiesto chiarimenti in ordine a un evento conviviale presso l’abitazione del generale Vannacci nella stessa data in cui risulta eseguito il trasloco dei mobili e delle masserizie dalla predetta abitazione». Infine, un possibile danno erariale è stato contestato a Vannacci per l’uso dell’auto di servizio, una Bmw: si tratta di 9.000 euro che sarebbero stati spesi senza giustificazione. «Le notizie diffuse dalla stampa riguardo al generale Vannacci», commenta il legale del generale, l’avvocato Giorgio Carta, «risultano fare riferimento ad attività d’ufficio già accuratamente ricostruibili dall’interessato oltreché del tutto regolari. Ovviamente, nel rispetto del codice dell’ordinamento militare, tutti i chiarimenti del caso saranno forniti nelle sole sedi istituzionali».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vannacci-sotto-inchiesta-per-peculato-2667358628.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-lega-indagine-a-orologeria" data-post-id="2667358628" data-published-at="1708818606" data-use-pagination="False"> La Lega: «Indagine a orologeria» «Non sono preoccupato nè demoralizzato! Sono molto sereno e continuo per la mia strada a testa alta»: con poche ma sentite parole il generale Roberto Vannacci commenta la notizia di un’inchiesta aperta su di lui dalla Procura militare con le accuse di truffa e peculato. Una notizia che non inciderà in nessun modo sulla ipotesi di una sua candidatura alle Europee con la Lega. Anzi: secondo gli osservatori più smaliziati, l’indagine, al di là di come finirà, offre a Vannacci la possibilità di stare di nuovo al centro del dibattito mediatico. «Si tratta della solita inchiesta a orologeria», fanno sapere fonti della Lega, «Vannacci è un uomo amato dai cittadini e scomodo al palazzo. Visto che non riescono a intimidirlo in altro modo ci provano con inchieste e minacce. La nostra stima nei suoi confronti non cambia, anzi aumenta». Il riferimento della Lega, che parla di «inchieste a orologeria», non è casuale: oggi si vota in Sardegna, e il presidente uscente, Christian Solinas del Carroccio, ricordiamolo, ha dovuto cedere il passo al meloniano Paolo Truzzu anche a causa di una indagine della magistratura. «Ribadisco la stima nei confronti di una persona scomoda», afferma all’Adnkronos il vicesegretario della Lega, Andrea Crippa, «che evidentemente dà fastidio al sistema. Qualcuno lo colpisce per le posizioni scomode con cui si è esposto, oggi la Lega è ancora di più dalla sua parte, sia dal punto di vista umano che politico». «Devo dire», sottolinea il viceministro delle Infrastrutture Edoardo Rixi del Carroccio, «che mi ha assolutamente sorpreso. Mi dispiace per il generale Vannacci che per tanti anni ha servito questo Paese, non credo che complichi la vita della Lega. Mi auguro che non c’entri niente con le sue scelte eventuali di scendere o meno in politica. Credo che in un Paese come il nostro, chi sceglie di partecipare alla vita pubblica deve avere gli stessi diritti di chi sceglie di non farlo». Fin qui le dichiarazioni ufficiali, ma va sottolineato che nel centrodestra la litania del «mi candido, non mi candido, forse sì, forse no» di Vannacci non appassiona più di tanto: “Decida cosa vuol fare», ci dice una fonte autorevole, «e lo faccia, l’Italia ha problemi ben più importanti della candidatura di Vannacci, con tutto il rispetto per il generale». Il problema è che le elezioni Europee non sono come le politiche, nelle quali esiste la possibilità di avere un seggio blindato o un posto sicuro in un listino: per diventare eurodeputati bisogna infatti raccogliere le preferenze, vale a dire convincere qualche decina di migliaia di persone a scrivere il proprio nome sulla scheda. «Vannacci si congedi e si candidi», ci dice un altro esponente di centrodestra, «questo balletto ha stancato». A complicare ancora di più la situazione, le riflessioni politiche di Domenico Leggiero, presidente dell’Osservatorio Militare e grande amico di Vannacci, con il quale il generale scrittore ha parlato ieri mattina per più di tre ore: «Ci stiamo confrontando», dice Leggiero all’Agi, «lui dovrebbe candidarsi con chi è indipendente da un certo sistema e quindi nè con la Lega nè con Fratelli d’Italia. Gli unici che possono rappresentare le sue idee e tutelare le sue battaglie sono quelli di Indipendenza! Vannacci mi ha detto che si aspettava questa operazione contro di lui. Nella Lega, dopo le Europee», aggiunge Leggiero, «puntano a far fuori Salvini che cercava Vannacci per recuperare consenso e in Fratelli d’Italia non lo vogliono dopo le polemiche con il ministro Crosetto».
Il presidente di Taiwan Lai Ching-te (Getty Images)
L’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano segnala il ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, che avrebbe impedito la visita ufficiale del presidente Lai Ching-te in Eswatini. Nel mirino le pressioni della Repubblica Popolare Cinese.
Gentile redazione,
in qualità di Console Generale/ Direttore Generale dell’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano, desidero informarVi in merito a un grave episodio verificatosi in data odierna. Il Presidente di Taiwan, Lai Ching-te, avrebbe dovuto guidare una delegazione in visita ufficiale nel Regno di Eswatini, alleato africano del nostro Paese, su invito di Sua Maestà il Re Mswati III. Tuttavia, a causa
dell’improvviso ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, avvenuto a seguito delle pressioni esercitate dalla Repubblica Popolare Cinese, l’itinerario non ha potuto svolgersi come previsto.
Il Ministero degli Affari Esteri (MOFA) di Taiwan condanna fermamente la politicizzazione e la strumentalizzazione delle regioni di informazione di volo da parte della Repubblica Popolare Cinese. Tali azioni, volte a interferire nelle decisioni sovrane di altri Paesi, compromettono gravemente il regolare funzionamento dell’aviazione civile globale. Invitiamo la comunità internazionale a riconoscere la coercizione politica ed economica esercitata dalla Cina nei confronti di altri Stati, nonché la sua evidente e ingiustificata ingerenza nelle loro politiche interne. Questo comportamento non è rivolto esclusivamente contro Taiwan, ma rappresenta una minaccia per l’ordine democratico e il diritto internazionale.
Taiwan esprime profonda gratitudine a tutti i Paesi alleati che, in questo momento cruciale, hanno teso la mano e offerto un sostegno tempestivo. La Repubblica di Cina (Taiwan) è una nazione democratica e sovrana: nessuna delle due sponde dello Stretto di Taiwan è subordinata all’altra e rivendichiamo con fermezza il diritto di interagire liberamente e su base paritaria con la comunità internazionale.
Confido nella Vostra sensibilità rispetto alla gravità della situazione e Vi ringrazio sinceramente per l’attenzione che dedicherete a questa rilevante questione.
Colgo l'occasione per porgerVi i miei più cordiali saluti e augurarVi un proficuo lavoro.
di Riccardo Tsan-Nan Lin
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Soldati paramilitari indiani presidiano la città di Pahalgam nel distretto di Anantnag, il 23 aprile 2025, il giorno dopo l'attacco terroristico che ha provocato 26 morti (Ansa)
A distanza di dodici mesi, Islamabad tenta di riscrivere il proprio ruolo. Non più attore del conflitto, ma presunto mediatore di pace in un teatro completamente diverso. Il Pakistan si è proposto come perno nei tentativi di dialogo tra Iran, Stati Uniti e, indirettamente, Israele, ospitando colloqui, facilitando contatti e costruendo un’immagine di rilevanza diplomatica, pur avendo a lungo qualificato il terrorismo islamista contro Israele come «resistenza».
A prima vista, la trasformazione sembra quasi paradossale. Uno Stato segnato da instabilità interna e tensioni croniche nel proprio vicinato che ambisce a stabilizzare uno dei conflitti più esplosivi del Medio Oriente. Un Paese che ha favorito l’ascesa dei talebani, che ha dato rifugio a Osama bin Laden mentre collaborava formalmente con la guerra americana al terrorismo, ora pretende di presentarsi come attore di pace in un conflitto che Teheran stessa definisce una guerra religiosa. Il tutto mentre il capo dell’esercito, Asim Munir, insiste sulla dimensione islamica del potere pakistano, promuove l’immagine di una potenza nucleare islamica e lavora alla costruzione di un asse sunnita con Arabia Saudita, Turchia ed Egitto.
Guardando più da vicino, la contraddizione non è solo evidente. È insanabile. L’attacco di Pahalgam resta il punto di riferimento. Militanti legati a reti radicate nell’ecosistema di sicurezza pakistano hanno compiuto uno degli attacchi più gravi contro civili in India negli ultimi anni, provocando non solo indignazione ma una risposta strategica netta. L’Operazione Sindoor non è stata una semplice rappresaglia. Ha segnato un cambio dottrinale, indicando che il terrorismo transfrontaliero avrebbe comportato conseguenze militari dirette e calibrate.Quel momento ha alterato l’equilibrio regionale e ha mostrato i limiti della negazione plausibile. Che si tratti di sostegno diretto, tolleranza o incapacità di smantellare reti consolidate, il legame del Pakistan con attori militanti resta una costante della sua postura strategica.È in questo quadro che va letta l’attuale ambizione diplomatica. Il tentativo di mediazione nella crisi iraniana non è irrilevante. Islamabad ha ospitato incontri ad alto livello, facilitato comunicazioni tra avversari e cercato di sostenere un fragile processo di de-escalation. Il capo dell’esercito si è ritagliato un ruolo centrale, muovendosi tra Washington, Teheran e le capitali regionali. Ma i risultati contano più delle intenzioni.
I negoziati si sono arenati. Le divergenze di fondo restano intatte. Stati Uniti e Iran continuano a scontrarsi su dossier essenziali, dal nucleare alla sicurezza regionale. Le tregue, quando arrivano, sono precarie, condizionate, reversibili. Il Pakistan può convocare. Non può imporre. Non può convincere. La diplomazia non si fonda solo sull’accesso. Si fonda sulla credibilità. Un mediatore deve essere percepito come neutrale o quantomeno coerente. Il Pakistan non è né l’uno né l’altro. La sua politica estera procede su binari paralleli. In Medio Oriente invoca moderazione e dialogo, perché una guerra più ampia minaccerebbe direttamente la sua sicurezza e la sua economia. In Asia meridionale, invece, la persistenza del terrorismo transfrontaliero continua a funzionare come leva strategica. Questa ambivalenza non sfugge agli interlocutori. Per l’Iran è un vicino necessario ma ambiguo. Per gli Stati Uniti un partner utile ma inaffidabile. Per Israele un attore apertamente ostile. La stessa retorica di Islamabad rende difficile sostenere qualsiasi pretesa di neutralità.Il risultato è una mediazione che esiste nei fatti ma non nella sostanza. Accesso senza fiducia. L’anniversario di Pahalgam rende questa contraddizione ancora più evidente. Ricorda che il principale teatro di instabilità del Pakistan resta il suo immediato vicinato e che il divario tra ambizione globale e comportamento regionale continua ad allargarsi. La lezione è più ampia e riguarda la natura del sistema internazionale.
L’Operazione Sindoor ha segnalato una crescente disponibilità degli Stati a rispondere direttamente alle minacce asimmetriche. La crisi iraniana dimostra quanto i conflitti siano ormai interconnessi, con effetti che vanno dall’energia alla sicurezza marittima. In questo contesto, la mediazione diventa al tempo stesso più necessaria e più difficile. La credibilità non è compartimentabile. Uno Stato percepito come fattore di instabilità in un teatro non può rivendicare autorevolezza in un altro. Il costo reputazionale si accumula e si trasferisce. Il tentativo del Pakistan di proporsi come arbitro tra Iran, Stati Uniti e Israele non è solo un’iniziativa diplomatica. È una prova di maturità strategica. Finora, è una prova fallita. A un anno da Pahalgam, questa non è una valutazione polemica. È una constatazione strutturale.
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