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2024-02-25
«Falsi rimborsi quando era a Mosca». Vannacci sotto inchiesta per peculato
Il generale Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
Il generale Roberto Vannacci è sotto inchiesta da parte della Procura militare con le accuse di truffa e peculato: la notizia, rivelata ieri dal Corriere della Sera, riporta l’autore de Il mondo al contrario sotto i riflettori della cronaca e del dibattito politica.
Una ispezione effettuata dallo Stato maggiore della Difesa, che ha riguardato il periodo in cui Vannacci è stato rappresentante delle nostre forze armate in Russia, si è conclusa con una relazione finale che evidenzia «criticità, anomalie e danni erariali nelle autocertificazioni e richieste di rimborso depositate» che «devono essere valutate dall’autorità giudiziaria».
È bene sottolineare che questo tipo di ispezione fa parte della routine, e che gli ispettori stessi sono alti ufficiali solitamente vicini alla pensione, quindi considerati poco influenzabili. La relazione, inviata alla Procura militare, ha provocato l’apertura del fascicolo. L’ispezione, scrive il Corriere, è durata 10 giorni, dal 20 novembre al 1 dicembre 2023, e ha riguardato «la gestione amministrativa dell’ultimo quinquennio», quindi anche gli altri militari che sono stati in Russia. Gli ispettori hanno passato al setaccio i documenti contabili, le mail, le attestazioni di servizio, e anche interrogato il personale che si trova adesso presso la rappresentanza italiana.
Il generale-scrittore ha ricoperto l’incarico di di addetto per la Difesa alla rappresentanza diplomatica italiana a Mosca, con accreditamenti anche in Bielorussia, Armenia e Turkmenistan, tra i il 7 febbraio del 2021 e terminato il 18 maggio 2022, quando è stato espulso da Mosca insieme ad altre 23 persone, tra diplomatici ed esperti militari italiani per rispondere a un’analoga decisione presa dal governo guidato da Mario Draghi.
Sono diverse le contestazioni mosse dagli ispettori dello Stato maggiore della Difesa che hanno provocato l’apertura del fascicolo contro Vannacci. Si va da presunte indennità di servizio per i familiari percepite illecitamente a spese per benefit legate all’auto di servizio non autorizzate fino a rimborsi per l’organizzazione di eventi e cene che in realtà non sarebbero stati organizzati.
La prima delle contestazioni mosse al generale dalla Procura militare è relativa «alle autocertificazioni in virtù delle quali il generale Vannacci ha percepito l’indennità di servizio all’estero che, come è noto, è attribuita in base all’effettiva presenza dei familiari a carico nella sede di servizio estera»: i denari sono stati versati all’ufficiale, ma gli ispettori non sono certi che la moglie e le figlie fossero davvero insieme a lui in Russia. «È emersa una incongruenza», si legge nella relazione, «tra la dichiarazione resa da Vannacci nel 2021 e i dati riscontrati sui passaporti diplomatici di servizio dei propri familiari (visti di ingresso e di uscita dalla Federazione russa)». Le date non coincidono con le giornate indicate nelle richieste di rimborso presentate dal generale e quindi gli ispettori spiegano di aver «provveduto a dare notizia alle Procure militare e ordinaria di Roma». È bene ricordare infatti che un militare che commette un reato può essere oggetto di un procedimento penale anche da parte della magistratura ordinaria. La seconda contestazione mossa a Vannacci dal pool di ispettori della Difesa riguarda invece feste e cene. L’ispezione ha evidenziato anomalie che dovranno essere valutate dai magistrati. «Risulta», si legge nella relazione, «che il generale Vannacci avrebbe chiesto e ottenuto rimborsi per spese sostenute impropriamente per organizzare eventi conviviali per la “Promozione del Paese Italia” presso ristoranti di Mosca piuttosto che presso la propria abitazione».
Il successore di Vannacci, il colonnello Vittorio Parrella, il cui nominativo era stato inserito nell’elenco dei partecipanti, ha detto agli ispettori di non aver mai preso parte a questi eventi conviviali. Una di queste cene, in particolare, per la quale Vannacci ha chiesto il rimborso delle spese da lui anticipate, è finita sotto la lente di ingrandimento degli ispettori: si sarebbe svolta nell’alloggio di servizio del generale il 23 maggio 2022, dunque il giorno dopo la decisione di Mosca di espulsione dei diplomatici e militari italiani. «Dal controllo dei vari titoli di spesa», si legge nella relazione, «l’ispettore ha chiesto chiarimenti in ordine a un evento conviviale presso l’abitazione del generale Vannacci nella stessa data in cui risulta eseguito il trasloco dei mobili e delle masserizie dalla predetta abitazione». Infine, un possibile danno erariale è stato contestato a Vannacci per l’uso dell’auto di servizio, una Bmw: si tratta di 9.000 euro che sarebbero stati spesi senza giustificazione.
«Le notizie diffuse dalla stampa riguardo al generale Vannacci», commenta il legale del generale, l’avvocato Giorgio Carta, «risultano fare riferimento ad attività d’ufficio già accuratamente ricostruibili dall’interessato oltreché del tutto regolari. Ovviamente, nel rispetto del codice dell’ordinamento militare, tutti i chiarimenti del caso saranno forniti nelle sole sedi istituzionali».
La Lega: «Indagine a orologeria»
«Non sono preoccupato nè demoralizzato! Sono molto sereno e continuo per la mia strada a testa alta»: con poche ma sentite parole il generale Roberto Vannacci commenta la notizia di un’inchiesta aperta su di lui dalla Procura militare con le accuse di truffa e peculato. Una notizia che non inciderà in nessun modo sulla ipotesi di una sua candidatura alle Europee con la Lega. Anzi: secondo gli osservatori più smaliziati, l’indagine, al di là di come finirà, offre a Vannacci la possibilità di stare di nuovo al centro del dibattito mediatico. «Si tratta della solita inchiesta a orologeria», fanno sapere fonti della Lega, «Vannacci è un uomo amato dai cittadini e scomodo al palazzo. Visto che non riescono a intimidirlo in altro modo ci provano con inchieste e minacce. La nostra stima nei suoi confronti non cambia, anzi aumenta». Il riferimento della Lega, che parla di «inchieste a orologeria», non è casuale: oggi si vota in Sardegna, e il presidente uscente, Christian Solinas del Carroccio, ricordiamolo, ha dovuto cedere il passo al meloniano Paolo Truzzu anche a causa di una indagine della magistratura. «Ribadisco la stima nei confronti di una persona scomoda», afferma all’Adnkronos il vicesegretario della Lega, Andrea Crippa, «che evidentemente dà fastidio al sistema. Qualcuno lo colpisce per le posizioni scomode con cui si è esposto, oggi la Lega è ancora di più dalla sua parte, sia dal punto di vista umano che politico». «Devo dire», sottolinea il viceministro delle Infrastrutture Edoardo Rixi del Carroccio, «che mi ha assolutamente sorpreso. Mi dispiace per il generale Vannacci che per tanti anni ha servito questo Paese, non credo che complichi la vita della Lega. Mi auguro che non c’entri niente con le sue scelte eventuali di scendere o meno in politica. Credo che in un Paese come il nostro, chi sceglie di partecipare alla vita pubblica deve avere gli stessi diritti di chi sceglie di non farlo». Fin qui le dichiarazioni ufficiali, ma va sottolineato che nel centrodestra la litania del «mi candido, non mi candido, forse sì, forse no» di Vannacci non appassiona più di tanto: “Decida cosa vuol fare», ci dice una fonte autorevole, «e lo faccia, l’Italia ha problemi ben più importanti della candidatura di Vannacci, con tutto il rispetto per il generale». Il problema è che le elezioni Europee non sono come le politiche, nelle quali esiste la possibilità di avere un seggio blindato o un posto sicuro in un listino: per diventare eurodeputati bisogna infatti raccogliere le preferenze, vale a dire convincere qualche decina di migliaia di persone a scrivere il proprio nome sulla scheda. «Vannacci si congedi e si candidi», ci dice un altro esponente di centrodestra, «questo balletto ha stancato». A complicare ancora di più la situazione, le riflessioni politiche di Domenico Leggiero, presidente dell’Osservatorio Militare e grande amico di Vannacci, con il quale il generale scrittore ha parlato ieri mattina per più di tre ore: «Ci stiamo confrontando», dice Leggiero all’Agi, «lui dovrebbe candidarsi con chi è indipendente da un certo sistema e quindi nè con la Lega nè con Fratelli d’Italia. Gli unici che possono rappresentare le sue idee e tutelare le sue battaglie sono quelli di Indipendenza! Vannacci mi ha detto che si aspettava questa operazione contro di lui. Nella Lega, dopo le Europee», aggiunge Leggiero, «puntano a far fuori Salvini che cercava Vannacci per recuperare consenso e in Fratelli d’Italia non lo vogliono dopo le polemiche con il ministro Crosetto».
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Un’ispezione dello Stato maggiore avrebbe evidenziato alcune irregolarità, come indennità per dei familiari che in realtà non erano presenti, spese non autorizzate per l’auto di servizio e fatture per eventi mai avvenuti.Il generale commenta: «Sono molto sereno e continuo per la mia strada a testa alta». Dal Carroccio fanno sapere: «La nostra stima nei suoi confronti ora è aumentata».Lo speciale contiene due articoli.Il generale Roberto Vannacci è sotto inchiesta da parte della Procura militare con le accuse di truffa e peculato: la notizia, rivelata ieri dal Corriere della Sera, riporta l’autore de Il mondo al contrario sotto i riflettori della cronaca e del dibattito politica. Una ispezione effettuata dallo Stato maggiore della Difesa, che ha riguardato il periodo in cui Vannacci è stato rappresentante delle nostre forze armate in Russia, si è conclusa con una relazione finale che evidenzia «criticità, anomalie e danni erariali nelle autocertificazioni e richieste di rimborso depositate» che «devono essere valutate dall’autorità giudiziaria». È bene sottolineare che questo tipo di ispezione fa parte della routine, e che gli ispettori stessi sono alti ufficiali solitamente vicini alla pensione, quindi considerati poco influenzabili. La relazione, inviata alla Procura militare, ha provocato l’apertura del fascicolo. L’ispezione, scrive il Corriere, è durata 10 giorni, dal 20 novembre al 1 dicembre 2023, e ha riguardato «la gestione amministrativa dell’ultimo quinquennio», quindi anche gli altri militari che sono stati in Russia. Gli ispettori hanno passato al setaccio i documenti contabili, le mail, le attestazioni di servizio, e anche interrogato il personale che si trova adesso presso la rappresentanza italiana. Il generale-scrittore ha ricoperto l’incarico di di addetto per la Difesa alla rappresentanza diplomatica italiana a Mosca, con accreditamenti anche in Bielorussia, Armenia e Turkmenistan, tra i il 7 febbraio del 2021 e terminato il 18 maggio 2022, quando è stato espulso da Mosca insieme ad altre 23 persone, tra diplomatici ed esperti militari italiani per rispondere a un’analoga decisione presa dal governo guidato da Mario Draghi. Sono diverse le contestazioni mosse dagli ispettori dello Stato maggiore della Difesa che hanno provocato l’apertura del fascicolo contro Vannacci. Si va da presunte indennità di servizio per i familiari percepite illecitamente a spese per benefit legate all’auto di servizio non autorizzate fino a rimborsi per l’organizzazione di eventi e cene che in realtà non sarebbero stati organizzati. La prima delle contestazioni mosse al generale dalla Procura militare è relativa «alle autocertificazioni in virtù delle quali il generale Vannacci ha percepito l’indennità di servizio all’estero che, come è noto, è attribuita in base all’effettiva presenza dei familiari a carico nella sede di servizio estera»: i denari sono stati versati all’ufficiale, ma gli ispettori non sono certi che la moglie e le figlie fossero davvero insieme a lui in Russia. «È emersa una incongruenza», si legge nella relazione, «tra la dichiarazione resa da Vannacci nel 2021 e i dati riscontrati sui passaporti diplomatici di servizio dei propri familiari (visti di ingresso e di uscita dalla Federazione russa)». Le date non coincidono con le giornate indicate nelle richieste di rimborso presentate dal generale e quindi gli ispettori spiegano di aver «provveduto a dare notizia alle Procure militare e ordinaria di Roma». È bene ricordare infatti che un militare che commette un reato può essere oggetto di un procedimento penale anche da parte della magistratura ordinaria. La seconda contestazione mossa a Vannacci dal pool di ispettori della Difesa riguarda invece feste e cene. L’ispezione ha evidenziato anomalie che dovranno essere valutate dai magistrati. «Risulta», si legge nella relazione, «che il generale Vannacci avrebbe chiesto e ottenuto rimborsi per spese sostenute impropriamente per organizzare eventi conviviali per la “Promozione del Paese Italia” presso ristoranti di Mosca piuttosto che presso la propria abitazione». Il successore di Vannacci, il colonnello Vittorio Parrella, il cui nominativo era stato inserito nell’elenco dei partecipanti, ha detto agli ispettori di non aver mai preso parte a questi eventi conviviali. Una di queste cene, in particolare, per la quale Vannacci ha chiesto il rimborso delle spese da lui anticipate, è finita sotto la lente di ingrandimento degli ispettori: si sarebbe svolta nell’alloggio di servizio del generale il 23 maggio 2022, dunque il giorno dopo la decisione di Mosca di espulsione dei diplomatici e militari italiani. «Dal controllo dei vari titoli di spesa», si legge nella relazione, «l’ispettore ha chiesto chiarimenti in ordine a un evento conviviale presso l’abitazione del generale Vannacci nella stessa data in cui risulta eseguito il trasloco dei mobili e delle masserizie dalla predetta abitazione». Infine, un possibile danno erariale è stato contestato a Vannacci per l’uso dell’auto di servizio, una Bmw: si tratta di 9.000 euro che sarebbero stati spesi senza giustificazione. «Le notizie diffuse dalla stampa riguardo al generale Vannacci», commenta il legale del generale, l’avvocato Giorgio Carta, «risultano fare riferimento ad attività d’ufficio già accuratamente ricostruibili dall’interessato oltreché del tutto regolari. Ovviamente, nel rispetto del codice dell’ordinamento militare, tutti i chiarimenti del caso saranno forniti nelle sole sedi istituzionali».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vannacci-sotto-inchiesta-per-peculato-2667358628.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-lega-indagine-a-orologeria" data-post-id="2667358628" data-published-at="1708818606" data-use-pagination="False"> La Lega: «Indagine a orologeria» «Non sono preoccupato nè demoralizzato! Sono molto sereno e continuo per la mia strada a testa alta»: con poche ma sentite parole il generale Roberto Vannacci commenta la notizia di un’inchiesta aperta su di lui dalla Procura militare con le accuse di truffa e peculato. Una notizia che non inciderà in nessun modo sulla ipotesi di una sua candidatura alle Europee con la Lega. Anzi: secondo gli osservatori più smaliziati, l’indagine, al di là di come finirà, offre a Vannacci la possibilità di stare di nuovo al centro del dibattito mediatico. «Si tratta della solita inchiesta a orologeria», fanno sapere fonti della Lega, «Vannacci è un uomo amato dai cittadini e scomodo al palazzo. Visto che non riescono a intimidirlo in altro modo ci provano con inchieste e minacce. La nostra stima nei suoi confronti non cambia, anzi aumenta». Il riferimento della Lega, che parla di «inchieste a orologeria», non è casuale: oggi si vota in Sardegna, e il presidente uscente, Christian Solinas del Carroccio, ricordiamolo, ha dovuto cedere il passo al meloniano Paolo Truzzu anche a causa di una indagine della magistratura. «Ribadisco la stima nei confronti di una persona scomoda», afferma all’Adnkronos il vicesegretario della Lega, Andrea Crippa, «che evidentemente dà fastidio al sistema. Qualcuno lo colpisce per le posizioni scomode con cui si è esposto, oggi la Lega è ancora di più dalla sua parte, sia dal punto di vista umano che politico». «Devo dire», sottolinea il viceministro delle Infrastrutture Edoardo Rixi del Carroccio, «che mi ha assolutamente sorpreso. Mi dispiace per il generale Vannacci che per tanti anni ha servito questo Paese, non credo che complichi la vita della Lega. Mi auguro che non c’entri niente con le sue scelte eventuali di scendere o meno in politica. Credo che in un Paese come il nostro, chi sceglie di partecipare alla vita pubblica deve avere gli stessi diritti di chi sceglie di non farlo». Fin qui le dichiarazioni ufficiali, ma va sottolineato che nel centrodestra la litania del «mi candido, non mi candido, forse sì, forse no» di Vannacci non appassiona più di tanto: “Decida cosa vuol fare», ci dice una fonte autorevole, «e lo faccia, l’Italia ha problemi ben più importanti della candidatura di Vannacci, con tutto il rispetto per il generale». Il problema è che le elezioni Europee non sono come le politiche, nelle quali esiste la possibilità di avere un seggio blindato o un posto sicuro in un listino: per diventare eurodeputati bisogna infatti raccogliere le preferenze, vale a dire convincere qualche decina di migliaia di persone a scrivere il proprio nome sulla scheda. «Vannacci si congedi e si candidi», ci dice un altro esponente di centrodestra, «questo balletto ha stancato». A complicare ancora di più la situazione, le riflessioni politiche di Domenico Leggiero, presidente dell’Osservatorio Militare e grande amico di Vannacci, con il quale il generale scrittore ha parlato ieri mattina per più di tre ore: «Ci stiamo confrontando», dice Leggiero all’Agi, «lui dovrebbe candidarsi con chi è indipendente da un certo sistema e quindi nè con la Lega nè con Fratelli d’Italia. Gli unici che possono rappresentare le sue idee e tutelare le sue battaglie sono quelli di Indipendenza! Vannacci mi ha detto che si aspettava questa operazione contro di lui. Nella Lega, dopo le Europee», aggiunge Leggiero, «puntano a far fuori Salvini che cercava Vannacci per recuperare consenso e in Fratelli d’Italia non lo vogliono dopo le polemiche con il ministro Crosetto».
Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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