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2024-02-25
«Falsi rimborsi quando era a Mosca». Vannacci sotto inchiesta per peculato
Il generale Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
Il generale Roberto Vannacci è sotto inchiesta da parte della Procura militare con le accuse di truffa e peculato: la notizia, rivelata ieri dal Corriere della Sera, riporta l’autore de Il mondo al contrario sotto i riflettori della cronaca e del dibattito politica.
Una ispezione effettuata dallo Stato maggiore della Difesa, che ha riguardato il periodo in cui Vannacci è stato rappresentante delle nostre forze armate in Russia, si è conclusa con una relazione finale che evidenzia «criticità, anomalie e danni erariali nelle autocertificazioni e richieste di rimborso depositate» che «devono essere valutate dall’autorità giudiziaria».
È bene sottolineare che questo tipo di ispezione fa parte della routine, e che gli ispettori stessi sono alti ufficiali solitamente vicini alla pensione, quindi considerati poco influenzabili. La relazione, inviata alla Procura militare, ha provocato l’apertura del fascicolo. L’ispezione, scrive il Corriere, è durata 10 giorni, dal 20 novembre al 1 dicembre 2023, e ha riguardato «la gestione amministrativa dell’ultimo quinquennio», quindi anche gli altri militari che sono stati in Russia. Gli ispettori hanno passato al setaccio i documenti contabili, le mail, le attestazioni di servizio, e anche interrogato il personale che si trova adesso presso la rappresentanza italiana.
Il generale-scrittore ha ricoperto l’incarico di di addetto per la Difesa alla rappresentanza diplomatica italiana a Mosca, con accreditamenti anche in Bielorussia, Armenia e Turkmenistan, tra i il 7 febbraio del 2021 e terminato il 18 maggio 2022, quando è stato espulso da Mosca insieme ad altre 23 persone, tra diplomatici ed esperti militari italiani per rispondere a un’analoga decisione presa dal governo guidato da Mario Draghi.
Sono diverse le contestazioni mosse dagli ispettori dello Stato maggiore della Difesa che hanno provocato l’apertura del fascicolo contro Vannacci. Si va da presunte indennità di servizio per i familiari percepite illecitamente a spese per benefit legate all’auto di servizio non autorizzate fino a rimborsi per l’organizzazione di eventi e cene che in realtà non sarebbero stati organizzati.
La prima delle contestazioni mosse al generale dalla Procura militare è relativa «alle autocertificazioni in virtù delle quali il generale Vannacci ha percepito l’indennità di servizio all’estero che, come è noto, è attribuita in base all’effettiva presenza dei familiari a carico nella sede di servizio estera»: i denari sono stati versati all’ufficiale, ma gli ispettori non sono certi che la moglie e le figlie fossero davvero insieme a lui in Russia. «È emersa una incongruenza», si legge nella relazione, «tra la dichiarazione resa da Vannacci nel 2021 e i dati riscontrati sui passaporti diplomatici di servizio dei propri familiari (visti di ingresso e di uscita dalla Federazione russa)». Le date non coincidono con le giornate indicate nelle richieste di rimborso presentate dal generale e quindi gli ispettori spiegano di aver «provveduto a dare notizia alle Procure militare e ordinaria di Roma». È bene ricordare infatti che un militare che commette un reato può essere oggetto di un procedimento penale anche da parte della magistratura ordinaria. La seconda contestazione mossa a Vannacci dal pool di ispettori della Difesa riguarda invece feste e cene. L’ispezione ha evidenziato anomalie che dovranno essere valutate dai magistrati. «Risulta», si legge nella relazione, «che il generale Vannacci avrebbe chiesto e ottenuto rimborsi per spese sostenute impropriamente per organizzare eventi conviviali per la “Promozione del Paese Italia” presso ristoranti di Mosca piuttosto che presso la propria abitazione».
Il successore di Vannacci, il colonnello Vittorio Parrella, il cui nominativo era stato inserito nell’elenco dei partecipanti, ha detto agli ispettori di non aver mai preso parte a questi eventi conviviali. Una di queste cene, in particolare, per la quale Vannacci ha chiesto il rimborso delle spese da lui anticipate, è finita sotto la lente di ingrandimento degli ispettori: si sarebbe svolta nell’alloggio di servizio del generale il 23 maggio 2022, dunque il giorno dopo la decisione di Mosca di espulsione dei diplomatici e militari italiani. «Dal controllo dei vari titoli di spesa», si legge nella relazione, «l’ispettore ha chiesto chiarimenti in ordine a un evento conviviale presso l’abitazione del generale Vannacci nella stessa data in cui risulta eseguito il trasloco dei mobili e delle masserizie dalla predetta abitazione». Infine, un possibile danno erariale è stato contestato a Vannacci per l’uso dell’auto di servizio, una Bmw: si tratta di 9.000 euro che sarebbero stati spesi senza giustificazione.
«Le notizie diffuse dalla stampa riguardo al generale Vannacci», commenta il legale del generale, l’avvocato Giorgio Carta, «risultano fare riferimento ad attività d’ufficio già accuratamente ricostruibili dall’interessato oltreché del tutto regolari. Ovviamente, nel rispetto del codice dell’ordinamento militare, tutti i chiarimenti del caso saranno forniti nelle sole sedi istituzionali».
La Lega: «Indagine a orologeria»
«Non sono preoccupato nè demoralizzato! Sono molto sereno e continuo per la mia strada a testa alta»: con poche ma sentite parole il generale Roberto Vannacci commenta la notizia di un’inchiesta aperta su di lui dalla Procura militare con le accuse di truffa e peculato. Una notizia che non inciderà in nessun modo sulla ipotesi di una sua candidatura alle Europee con la Lega. Anzi: secondo gli osservatori più smaliziati, l’indagine, al di là di come finirà, offre a Vannacci la possibilità di stare di nuovo al centro del dibattito mediatico. «Si tratta della solita inchiesta a orologeria», fanno sapere fonti della Lega, «Vannacci è un uomo amato dai cittadini e scomodo al palazzo. Visto che non riescono a intimidirlo in altro modo ci provano con inchieste e minacce. La nostra stima nei suoi confronti non cambia, anzi aumenta». Il riferimento della Lega, che parla di «inchieste a orologeria», non è casuale: oggi si vota in Sardegna, e il presidente uscente, Christian Solinas del Carroccio, ricordiamolo, ha dovuto cedere il passo al meloniano Paolo Truzzu anche a causa di una indagine della magistratura. «Ribadisco la stima nei confronti di una persona scomoda», afferma all’Adnkronos il vicesegretario della Lega, Andrea Crippa, «che evidentemente dà fastidio al sistema. Qualcuno lo colpisce per le posizioni scomode con cui si è esposto, oggi la Lega è ancora di più dalla sua parte, sia dal punto di vista umano che politico». «Devo dire», sottolinea il viceministro delle Infrastrutture Edoardo Rixi del Carroccio, «che mi ha assolutamente sorpreso. Mi dispiace per il generale Vannacci che per tanti anni ha servito questo Paese, non credo che complichi la vita della Lega. Mi auguro che non c’entri niente con le sue scelte eventuali di scendere o meno in politica. Credo che in un Paese come il nostro, chi sceglie di partecipare alla vita pubblica deve avere gli stessi diritti di chi sceglie di non farlo». Fin qui le dichiarazioni ufficiali, ma va sottolineato che nel centrodestra la litania del «mi candido, non mi candido, forse sì, forse no» di Vannacci non appassiona più di tanto: “Decida cosa vuol fare», ci dice una fonte autorevole, «e lo faccia, l’Italia ha problemi ben più importanti della candidatura di Vannacci, con tutto il rispetto per il generale». Il problema è che le elezioni Europee non sono come le politiche, nelle quali esiste la possibilità di avere un seggio blindato o un posto sicuro in un listino: per diventare eurodeputati bisogna infatti raccogliere le preferenze, vale a dire convincere qualche decina di migliaia di persone a scrivere il proprio nome sulla scheda. «Vannacci si congedi e si candidi», ci dice un altro esponente di centrodestra, «questo balletto ha stancato». A complicare ancora di più la situazione, le riflessioni politiche di Domenico Leggiero, presidente dell’Osservatorio Militare e grande amico di Vannacci, con il quale il generale scrittore ha parlato ieri mattina per più di tre ore: «Ci stiamo confrontando», dice Leggiero all’Agi, «lui dovrebbe candidarsi con chi è indipendente da un certo sistema e quindi nè con la Lega nè con Fratelli d’Italia. Gli unici che possono rappresentare le sue idee e tutelare le sue battaglie sono quelli di Indipendenza! Vannacci mi ha detto che si aspettava questa operazione contro di lui. Nella Lega, dopo le Europee», aggiunge Leggiero, «puntano a far fuori Salvini che cercava Vannacci per recuperare consenso e in Fratelli d’Italia non lo vogliono dopo le polemiche con il ministro Crosetto».
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Un’ispezione dello Stato maggiore avrebbe evidenziato alcune irregolarità, come indennità per dei familiari che in realtà non erano presenti, spese non autorizzate per l’auto di servizio e fatture per eventi mai avvenuti.Il generale commenta: «Sono molto sereno e continuo per la mia strada a testa alta». Dal Carroccio fanno sapere: «La nostra stima nei suoi confronti ora è aumentata».Lo speciale contiene due articoli.Il generale Roberto Vannacci è sotto inchiesta da parte della Procura militare con le accuse di truffa e peculato: la notizia, rivelata ieri dal Corriere della Sera, riporta l’autore de Il mondo al contrario sotto i riflettori della cronaca e del dibattito politica. Una ispezione effettuata dallo Stato maggiore della Difesa, che ha riguardato il periodo in cui Vannacci è stato rappresentante delle nostre forze armate in Russia, si è conclusa con una relazione finale che evidenzia «criticità, anomalie e danni erariali nelle autocertificazioni e richieste di rimborso depositate» che «devono essere valutate dall’autorità giudiziaria». È bene sottolineare che questo tipo di ispezione fa parte della routine, e che gli ispettori stessi sono alti ufficiali solitamente vicini alla pensione, quindi considerati poco influenzabili. La relazione, inviata alla Procura militare, ha provocato l’apertura del fascicolo. L’ispezione, scrive il Corriere, è durata 10 giorni, dal 20 novembre al 1 dicembre 2023, e ha riguardato «la gestione amministrativa dell’ultimo quinquennio», quindi anche gli altri militari che sono stati in Russia. Gli ispettori hanno passato al setaccio i documenti contabili, le mail, le attestazioni di servizio, e anche interrogato il personale che si trova adesso presso la rappresentanza italiana. Il generale-scrittore ha ricoperto l’incarico di di addetto per la Difesa alla rappresentanza diplomatica italiana a Mosca, con accreditamenti anche in Bielorussia, Armenia e Turkmenistan, tra i il 7 febbraio del 2021 e terminato il 18 maggio 2022, quando è stato espulso da Mosca insieme ad altre 23 persone, tra diplomatici ed esperti militari italiani per rispondere a un’analoga decisione presa dal governo guidato da Mario Draghi. Sono diverse le contestazioni mosse dagli ispettori dello Stato maggiore della Difesa che hanno provocato l’apertura del fascicolo contro Vannacci. Si va da presunte indennità di servizio per i familiari percepite illecitamente a spese per benefit legate all’auto di servizio non autorizzate fino a rimborsi per l’organizzazione di eventi e cene che in realtà non sarebbero stati organizzati. La prima delle contestazioni mosse al generale dalla Procura militare è relativa «alle autocertificazioni in virtù delle quali il generale Vannacci ha percepito l’indennità di servizio all’estero che, come è noto, è attribuita in base all’effettiva presenza dei familiari a carico nella sede di servizio estera»: i denari sono stati versati all’ufficiale, ma gli ispettori non sono certi che la moglie e le figlie fossero davvero insieme a lui in Russia. «È emersa una incongruenza», si legge nella relazione, «tra la dichiarazione resa da Vannacci nel 2021 e i dati riscontrati sui passaporti diplomatici di servizio dei propri familiari (visti di ingresso e di uscita dalla Federazione russa)». Le date non coincidono con le giornate indicate nelle richieste di rimborso presentate dal generale e quindi gli ispettori spiegano di aver «provveduto a dare notizia alle Procure militare e ordinaria di Roma». È bene ricordare infatti che un militare che commette un reato può essere oggetto di un procedimento penale anche da parte della magistratura ordinaria. La seconda contestazione mossa a Vannacci dal pool di ispettori della Difesa riguarda invece feste e cene. L’ispezione ha evidenziato anomalie che dovranno essere valutate dai magistrati. «Risulta», si legge nella relazione, «che il generale Vannacci avrebbe chiesto e ottenuto rimborsi per spese sostenute impropriamente per organizzare eventi conviviali per la “Promozione del Paese Italia” presso ristoranti di Mosca piuttosto che presso la propria abitazione». Il successore di Vannacci, il colonnello Vittorio Parrella, il cui nominativo era stato inserito nell’elenco dei partecipanti, ha detto agli ispettori di non aver mai preso parte a questi eventi conviviali. Una di queste cene, in particolare, per la quale Vannacci ha chiesto il rimborso delle spese da lui anticipate, è finita sotto la lente di ingrandimento degli ispettori: si sarebbe svolta nell’alloggio di servizio del generale il 23 maggio 2022, dunque il giorno dopo la decisione di Mosca di espulsione dei diplomatici e militari italiani. «Dal controllo dei vari titoli di spesa», si legge nella relazione, «l’ispettore ha chiesto chiarimenti in ordine a un evento conviviale presso l’abitazione del generale Vannacci nella stessa data in cui risulta eseguito il trasloco dei mobili e delle masserizie dalla predetta abitazione». Infine, un possibile danno erariale è stato contestato a Vannacci per l’uso dell’auto di servizio, una Bmw: si tratta di 9.000 euro che sarebbero stati spesi senza giustificazione. «Le notizie diffuse dalla stampa riguardo al generale Vannacci», commenta il legale del generale, l’avvocato Giorgio Carta, «risultano fare riferimento ad attività d’ufficio già accuratamente ricostruibili dall’interessato oltreché del tutto regolari. Ovviamente, nel rispetto del codice dell’ordinamento militare, tutti i chiarimenti del caso saranno forniti nelle sole sedi istituzionali».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vannacci-sotto-inchiesta-per-peculato-2667358628.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-lega-indagine-a-orologeria" data-post-id="2667358628" data-published-at="1708818606" data-use-pagination="False"> La Lega: «Indagine a orologeria» «Non sono preoccupato nè demoralizzato! Sono molto sereno e continuo per la mia strada a testa alta»: con poche ma sentite parole il generale Roberto Vannacci commenta la notizia di un’inchiesta aperta su di lui dalla Procura militare con le accuse di truffa e peculato. Una notizia che non inciderà in nessun modo sulla ipotesi di una sua candidatura alle Europee con la Lega. Anzi: secondo gli osservatori più smaliziati, l’indagine, al di là di come finirà, offre a Vannacci la possibilità di stare di nuovo al centro del dibattito mediatico. «Si tratta della solita inchiesta a orologeria», fanno sapere fonti della Lega, «Vannacci è un uomo amato dai cittadini e scomodo al palazzo. Visto che non riescono a intimidirlo in altro modo ci provano con inchieste e minacce. La nostra stima nei suoi confronti non cambia, anzi aumenta». Il riferimento della Lega, che parla di «inchieste a orologeria», non è casuale: oggi si vota in Sardegna, e il presidente uscente, Christian Solinas del Carroccio, ricordiamolo, ha dovuto cedere il passo al meloniano Paolo Truzzu anche a causa di una indagine della magistratura. «Ribadisco la stima nei confronti di una persona scomoda», afferma all’Adnkronos il vicesegretario della Lega, Andrea Crippa, «che evidentemente dà fastidio al sistema. Qualcuno lo colpisce per le posizioni scomode con cui si è esposto, oggi la Lega è ancora di più dalla sua parte, sia dal punto di vista umano che politico». «Devo dire», sottolinea il viceministro delle Infrastrutture Edoardo Rixi del Carroccio, «che mi ha assolutamente sorpreso. Mi dispiace per il generale Vannacci che per tanti anni ha servito questo Paese, non credo che complichi la vita della Lega. Mi auguro che non c’entri niente con le sue scelte eventuali di scendere o meno in politica. Credo che in un Paese come il nostro, chi sceglie di partecipare alla vita pubblica deve avere gli stessi diritti di chi sceglie di non farlo». Fin qui le dichiarazioni ufficiali, ma va sottolineato che nel centrodestra la litania del «mi candido, non mi candido, forse sì, forse no» di Vannacci non appassiona più di tanto: “Decida cosa vuol fare», ci dice una fonte autorevole, «e lo faccia, l’Italia ha problemi ben più importanti della candidatura di Vannacci, con tutto il rispetto per il generale». Il problema è che le elezioni Europee non sono come le politiche, nelle quali esiste la possibilità di avere un seggio blindato o un posto sicuro in un listino: per diventare eurodeputati bisogna infatti raccogliere le preferenze, vale a dire convincere qualche decina di migliaia di persone a scrivere il proprio nome sulla scheda. «Vannacci si congedi e si candidi», ci dice un altro esponente di centrodestra, «questo balletto ha stancato». A complicare ancora di più la situazione, le riflessioni politiche di Domenico Leggiero, presidente dell’Osservatorio Militare e grande amico di Vannacci, con il quale il generale scrittore ha parlato ieri mattina per più di tre ore: «Ci stiamo confrontando», dice Leggiero all’Agi, «lui dovrebbe candidarsi con chi è indipendente da un certo sistema e quindi nè con la Lega nè con Fratelli d’Italia. Gli unici che possono rappresentare le sue idee e tutelare le sue battaglie sono quelli di Indipendenza! Vannacci mi ha detto che si aspettava questa operazione contro di lui. Nella Lega, dopo le Europee», aggiunge Leggiero, «puntano a far fuori Salvini che cercava Vannacci per recuperare consenso e in Fratelli d’Italia non lo vogliono dopo le polemiche con il ministro Crosetto».
A sorpresa, i dati diffusi martedì da Kering hanno dato una scossa al mercato. Nonostante un calo delle vendite del 10%, il risultato è stato accolto con un balzo del titolo dell’11% a Parigi: un paradosso solo apparente, spiegato dal fatto che gli analisti temevano un tracollo ben peggiore. «Kering ha sorpreso il mercato con risultati migliori delle attese, confermando che il turnaround di Gucci, seppur fragile, sta iniziando a muovere i primi passi», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Il miglioramento nell’area Asia-Pacifico è un segnale incoraggiante dopo dieci trimestri consecutivi di calo. Tuttavia, la redditività di Gucci, oggi al 16%, resta lontana dai fasti del passato. La strategia di Luca de Meo di pulire i bilanci e chiudere decine di boutique è una “cura da cavallo” necessaria, ma la vera sfida per il 2026 sarà trasformare questi segnali di stabilizzazione in crescita reale dei margini».
Se Kering prova a risalire la china, il leader mondiale Lvmh sceglie la via del rigore estremo. Bernard Arnault ha descritto il 2025 come un anno «solido in un contesto turbolento», ma ha già avvertito che il 2026 non sarà una passeggiata. Un elemento tecnico, spesso trascurato, sta infatti pesando enormemente sui profitti: la valuta.
«Il dato più eclatante emerso dai conti di Lvmh riguarda l’impatto dei tassi di cambio», osserva lo strategist di SoldiExpert Scf e co-autore di LetteraSettimanale.it. «Degli 1,8 miliardi di euro di calo dell’utile operativo, ben un miliardo è imputabile alle fluttuazioni valutarie. Senza questo effetto, la discesa sarebbe stata solo del 4%. Questo ci dice che la capacità di gestire il rischio di cambio è oggi determinante quanto il lancio di una nuova collezione».
Il problema strutturale che le Maison devono affrontare è però più profondo di un semplice ciclo economico negativo. Si chiama «luxury fatigue» (stanchezza da lusso), ma nasconde una crisi di fiducia del consumatore. Dal 2019 a oggi, i prezzi di molti beni di lusso sono saliti del 40-50%, spesso senza un corrispondente aumento della qualità o dell’esclusività. «Il settore si trova in una trappola autoinflitta: i prezzi eccessivi hanno allontanato la classe media, che costituiva la base delle vendite», continua l’esperto. Oggi i consumatori, specialmente i più giovani della Gen Z, cercano autenticità e valore reale, non più solo un logo che funga da status symbol. Il 2026 sarà l’anno in cui i brand dovranno riconnettersi con i propri codici originali, offrendo qualcosa che giustifichi i listini attuali, altrimenti il divario tra marchi resilienti e marchi in declino continuerà ad ampliarsi».
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Presentato il Disegno di legge sull’illuminazione pubblica intelligente. I dati Assil-Politecnico parlano chiaro: milioni di impianti da aggiornare e risparmi possibili fino all’80%, con benefici su costi, consumi ed emissioni.
Al Senato si è tornato a parlare di luce, ma non solo in senso figurato. Al centro del confronto, questa volta, c’è l’illuminazione pubblica e il suo possibile ruolo nella transizione energetica e digitale del Paese. Nella Sala Caduti di Nassirya si è tenuta la conferenza stampa dedicata allo «smart lighting», promossa dalla senatrice Clotilde Minasi, partendo dai dati di uno studio di Assil, l’associazione dei produttori di illuminazione, realizzato con il Politecnico di Milano.
Il tema è tutt’altro che tecnico per addetti ai lavori. In Italia ci sono circa 10 milioni di punti luce pubblici e, anche se il 65% è già passato al LED, restano ancora circa 3,5 milioni di impianti da aggiornare. Ed è proprio su questo fronte che si gioca una partita importante, sia in termini di risparmio energetico sia di modernizzazione delle città.
In questo contesto si inserisce il Disegno di legge n. 1700, depositato in Senato, che punta a dare un quadro di riferimento per rendere più efficienti l’illuminazione pubblica e quella degli edifici pubblici attraverso sistemi digitalizzati di ultima generazione. L’obiettivo è chiaro: ridurre consumi ed emissioni, ma anche migliorare la gestione degli impianti, la sicurezza e la qualità del servizio.
La proposta guarda a soluzioni basate su Led, sensori di luminosità e piattaforme di gestione da remoto, capaci di integrare funzioni di monitoraggio, automazione e manutenzione predittiva. In pratica, un’illuminazione che non si limita ad accendersi e spegnersi, ma che può essere controllata in modo intelligente e centralizzato, con benefici anche sui costi di gestione per le amministrazioni.
Lo studio di Assil e Politecnico di Milano disegna tre possibili scenari. Il più prudente prevede la semplice sostituzione degli impianti obsoleti con corpi illuminanti a Led. Quello più avanzato, invece, immagina una vera evoluzione tecnologica, con una diffusione capillare di sistemi intelligenti in linea con l’idea di smart city e con gli obiettivi della direttiva europea Epbd.
I numeri danno la misura dell’impatto. Nello scenario base, il risparmio energetico stimato è di 1,7 GWh, pari a circa 11.950 alberi «equivalenti» piantati ogni anno e a una riduzione di 424 tonnellate di CO2. Nello scenario più avanzato si arriverebbe a 2,4 GWh, con l’equivalente di 17.435 alberi e 619 tonnellate di CO2 in meno.
E non si parla solo di lampioni. L’illuminazione pubblica esterna è un esempio di un approccio che potrebbe estendersi anche alla gestione del patrimonio pubblico. Secondo i dati, l’introduzione di sistemi di smart lighting può portare a risparmi energetici fino al 70-80% rispetto agli impianti tradizionali, a seconda dei contesti.
Il disegno di legge viene presentato come a costo zero per le finanze pubbliche e inserito nel percorso di transizione digitale ed ecologica delle infrastrutture urbane. L’idea è costruire una rete nazionale di illuminazione «intelligente», in linea con gli obiettivi del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima, che punta a una forte riduzione delle emissioni entro il 2030. Se il testo verrà approvato, entro sei mesi la Conferenza Stato-Regioni dovrà adottare le linee guida nazionali, che saranno poi aggiornate ogni tre anni per restare al passo con l’evoluzione tecnologica e le pratiche europee.
Per il settore, si tratta di un passaggio considerato decisivo. «La presentazione di questo Disegno di Legge rappresenta un punto importante per la diffusione delle tecnologie di illuminazione di qualità», ha detto Carlo Comandini, presidente di Assil, sottolineando come il provvedimento possa trasformare l’illuminazione pubblica da semplice voce di spesa a leva strategica per la transizione digitale ed ecologica del Paese.
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Imagoeconomica
È stato confermato che sono in corso le operazioni preliminari per la ripartenza dell’altoforno 2 dopo importanti lavori di ripristino partiti ad agosto e conclusi nei giorni scorsi. L’altoforno 2 dovrebbe riavviarsi intorno al 20 febbraio dopo essere stato fermo due anni e con la sua stabilizzazione, si provvederà a fermare il 4 per lavori di manutenzione che si protrarranno sino a fine aprile. Al termine di questo mese saranno riattivate anche le batterie delle cokerie che intorno al 20 gennaio l’azienda ha bloccato mettendole in preriscaldo, dovendo intervenire sull’impianto di trattamento del gas della cokeria con l’installazione di un nuovo reattore catalitico. In sostanza con le batterie riaccese e due altiforni su tre operativi, da maggio l’azienda raggiungerà una conduzione produttiva migliore. Infine si attende la decisione del Gip di Taranto sulla istanza di dissequestro dell'altoforno 1 presentata dall’azienda. Dall’incidente dello scorso maggio ad Afo1 la Procura non ha ancora assunto una decisione sul dissequestro ma i commissari hanno già acquistato i pezzi necessari per la ripartenza, operazione che potrebbe essere completata in 8-9 mesi (qualche mese in più rispetto al tempo necessario per far ripartire Afo2, danneggiato dalla precedente gestione ArcelorMittal/Morselli).
I commissari straordinari hanno trovato, al loro arrivo, un solo altoforno funzionante e 7 miliardi di danni documentati e periziati, causati dalla precedente gestione.
A partire da febbraio 2024 sono stati destinati oltre 997 milioni alla manutenzione e agli investimenti industriali, a conferma dell’impegno dell’amministrazione straordinaria nel garantire la piena funzionalità degli impianti. Difficile sostenere quindi che non abbia rappresentato una svolta nel corso di questa azienda, fondamentale per l’industria nazionale.
Nel 2025 inoltre il sito industriale ha registrato il più alto numero di ore lavorate negli ultimi anni, sia da parte del personale diretto sia delle imprese terze. Quindi nessuna chiusura imminente, nessuna fine dell’Ilva, come paventato dai sindacati.
Eppure proprio qualche mese fa, a novembre scorso, dopo un vertice a Roma, il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, dichiarando la rottura delle trattative, affermava che il piano presentato dal governo avrebbe portato alla «chiusura definitiva» di tutti gli stabilimenti entro il marzo successivo, con la cassa integrazione di migliaia di lavoratori. Poi criticava il cosiddetto «piano corto» del governo, sostenendo che fosse «corto» non per la durata temporale ma perché «il tempo che rimane alla chiusura totale è molto breve».
Invece il «piano corto» del governo è servito a consentire le necessarie manutenzioni (investimenti da un miliardo nella manutenzioni) per tornare a produrre acciaio, come era sempre stato chiarito dai commissari.
Palombella poi diceva che senza una seria decarbonizzazione, ovvero il passaggio ai forni elettrici, l’azienda sarebbe destinata a sparire, definendo la situazione una «tragedia industriale e umana».
Non meno fosco lo scenario prospettato dalla Cgil, sia a livello nazionale che territoriale. Per Giovanni D’Arcangelo della Cgil Taranto, il governo Meloni era responsabile di «una lenta agonia».
Il leader della Cgil, Maurizio Landini, ha più volte denunciato la mancanza di una strategia pubblica chiara e il rischio di «spezzatino», ovvero la vendita separata dei siti. In generale la Cgil aveva chiesto la nazionalizzazione, unica formula, diceva per garantire la continuità produttiva e la tutela ambientale.
C’è da aprire il capitolo Flacks: il fondo che sta trattando con le amministrazioni straordinarie di Ilva e di Acciaierie d’Italia l’acquisto dell’intera azienda con tutti i suoi stabilimenti, dopo che l’offerta presentata nelle scorse settimane è stata reputata, sia dai commissari che dai comitati di sorveglianza, la migliore.
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Dal 28 al 30 marzo Parma ospita Eos European outdoor show ’26, la fiera italiana più importante di caccia, tiro sportivo e outdoor. Dopo le edizioni veronesi, l’evento si presenta con padiglioni rinnovati, campi prova armi e oltre 350 espositori, promettendo tre giorni di novità per appassionati e operatori del settore.
Dal 28 al 30 marzo Parma sarà il punto di riferimento per chi vive di caccia, tiro sportivo e outdoor. Eos European outdoor show 2026 si prepara a un’edizione che promette di alzare ancora l’asticella, puntando su novità, spazi più funzionali e un’offerta pensata sia per gli appassionati sia per gli operatori del settore.
Il cambio di collocazione nel calendario, a fine marzo, viene presentato come un vantaggio soprattutto per il mondo del turismo venatorio. A fare da cornice sarà Fiere di Parma, che si presenta con un quartiere fieristico rinnovato: tre grandi padiglioni su un unico livello (3, 5 e 6), due ingressi, viabilità migliorata, ristorazione, servizi e ampi parcheggi. Parma, del resto, è facile da raggiungere: dista poco più di un’ora da Milano, Bologna, Verona e Brescia. E porta con sé quasi 80 anni di esperienza fieristica. Una delle carte vincenti dello spostamento a Parma è la possibilità di provare le armi: all’esterno dei padiglioni sarà allestito un campo temporaneo con 13 linee di tiro per testare le novità della canna liscia. Per pistole e carabine, invece, saranno attive navette verso il Tiro a Segno Nazionale di Parma, a circa sette minuti, con linee a 10, 25, 50 e 100 metri. Molte aziende metteranno a disposizione i modelli più recenti, e anche le federazioni di tiro inviteranno i visitatori a cimentarsi con il bersaglio e con diverse discipline.
La fiera è organizzata per aree tematiche: armi, munizioni e accessori per caccia, tiro e outdoor nei padiglioni 5 e 6; associazioni venatorie e federazioni di tiro ancora al 6; lo shopping nel padiglione 3. Gli espositori superano quota 350, con molte nuove presenze rispetto alle edizioni precedenti. In totale, si parla di 60.000 metri quadrati da percorrere, con un’offerta ampia sia per chi cerca viaggi venatori sia per chi vuole acquistare attrezzature e prodotti specializzati.
Eos Show si conferma così come la principale fiera italiana dedicata a caccia, tiro sportivo e outdoor, settori in cui l’Italia vanta un’eccellenza riconosciuta sul piano tecnico, organizzativo e produttivo. Dopo quattro edizioni di successo, Fiere di Parma punta a dare al salone un respiro ancora più internazionale: è in programma un progetto di incoming che dovrebbe portare a Parma circa 250 operatori stranieri da oltre 100 Paesi e 170 giornalisti da tutto il mondo, in collaborazione con le aziende del settore e con le associazioni di categoria, ANPAM e Consorzio Armaioli Italiani.
Nel padiglione 5 ci sarà anche lo spazio di Fondazione Una che, in occasione dei suoi dieci anni, allestirà un’area dedicata alla degustazione di piatti a base di selvaggina, preparati da chef di rilievo. «Fiere di Parma ha un’esperienza ventennale nei grandi eventi di pubblico dedicati anche al settore outdoor», ha spiegato l’amministratore delegato Antonio Cellie, sottolineando come gli spazi, la posizione e la collaborazione con le associazioni siano elementi chiave per far crescere una manifestazione che punta a un ruolo di primo piano in Europa.
Intanto, i numeri dei biglietti venduti online fanno pensare a un’affluenza elevata. L’acquisto anticipato conviene: il biglietto costa 16 euro, 12 per i gruppi da dieci persone, contro i 25 euro alla cassa. Sono già disponibili anche gli abbonamenti da due giorni (30 euro) e da tre giorni (42). L’ingresso è gratuito per i minori di 12 anni, per le forze dell’ordine e per le persone con disabilità con accompagnatore.
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