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2026-02-05
Vannacci a Salvini: «Traditore sei tu. Ma voglio restare nella coalizione»
Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
È sceso dal taxi e, ora, va a piedi. Roberto Vannacci risponde a tutto tondo alle accuse che gli hanno mosso i suoi detrattori all’indomani del suo addio alla Lega. Da un hotel della periferia di Modena, dove 20 anni va ha fatto l’Accademia militare, ha spiegato il perché della sua uscita: «La Lega mi aveva portato come persona che portava principi, valori e ideali. Nel momento in cui non vengono rispettati non rimango in un contenitore che tradisce la mia identità. Io non ho preso nessun taxi. Evidentemente il taxi ha cambiato direzione, a me interessa arrivare alla meta. Sono sceso da questo taxi, procedo a piedi con lo zaino, bussola e cartina».
E ora? Il giorno dopo l’addio, dentro la Lega, di conti se ne devono fare parecchi. «Non ho preoccupazione su eventuali conseguenze negative per il centrodestra», liquida questa storia Matteo Salvini. Eppure, qualche conseguenza ci sarà. E anche bella grossa. Intanto, l’ex generale si tira dietro i primi adepti. Anche se sarà difficile, per ora, creare un gruppo parlamentare. Ieri il presidente di Mondo al contrario Guido Giacometti ha mandato una mail agli iscritti: «Ognuno di voi è chiamato ad interrogarsi e a decidere da che parte stare. Le prossime fasi non ammettono improvvisazione». «Lo seguirò perché il suo progetto va molto oltre le vecchie categorie politiche. Vannacci può essere il Charles de Gaulle italiano», annuncia su Facebook il deputato misto Emanuele Pozzolo, espulso da Fdi e entrato nel Misto dopo la condanna a un anno e tre mesi per lo sparo di Capodanno a una festa dove fu colpito un uomo. Già pronta a imbarcarsi Sylvie Lubamba, fondatrice del team Vannacci Milano, definendosi «il suo fedelissimo araldo». Il «barone nero» Roberto Jonghi Lavarini: «La maggioranza degli italiani lo seguiranno». Appoggerà Vannacci anche un altro leghista arrugginito, Mario Borghezio, nonché i fedelissimi, piazzati nei consigli regionali: Massimiliano Simoni in Toscana (unico eletto del Carroccio, che quindi sparisce dall’assemblea toscana) e Stefano Valdegamberi in Veneto. La deputata leghista Elisa Montemagni è un’altra indiziata, nonché i leghisti Domenico Furgiuele, quello che voleva fare la conferenza stampa sulla remigrazione, Edoardo Ziello e Rossano Sasso che si è riservato di decidere nei prossimi giorni: «C’è una riflessione in atto».
Vannacci sistema anche Salvini: «Io sleale? È stato Salvini, o meglio il suo partito, nel quale ero che continua a promuovere determinate idee e concetti e poi allo stato dei fatti va in un’altra direzione. Lealtà non vuol dire obbedienza cieca e assoluta, onore non vuol dire immobilismo, disciplina non significa rifiutarsi di pensare». Nella Lega «non mi è stata data la possibilità di essere incisivo dal punto di vista politico». Conclusione: «È Salvini che ha tradito le promesse in qualche modo».
E rivolgendosi a Luca Zaia, che non lo ha mai sopportato, dice: «Non è possibile nei giorni pari dire di essere identitari e sovranisti e nei giorni dispari dire invece di essere liberali e progressisti, come proponeva il documento di Zaia». È una delle ragioni per cui ha scelto di lasciare la Lega. «Non è possibile», ha aggiunto, «i giorni pari fondare una campagna pubblica dicendo basta armi all’Ucraina e poi il giorno dopo invece firmare il decreto di consegna delle armi all’Ucraina. Non è possibile fare una campagna pubblicitaria ed elettorale dicendo che si vuole demolire la legge Fornero e poi invece rimanere all’interno di una coalizione che la legge Fornero l’ha confermata e se vuole anche inasprita».
La fuoriuscita di Vannacci potrebbe essere un problema anche per i conti della Lega in termini di consensi visto che alle Europee 2024 gliene aveva fatti guadagnare oltre mezzo milione. «500.000 voti suoi? Ne ha presi tanti perché lo abbiamo sostenuto noi. Da solo ne varrà 80.000», ribatte Salvini. Ma, in cuor suo, la Lega teme un’emorragia e pure che in scia con il generale si mettano altri esponenti del partito insoddisfatti. Vannacci potrebbe erodere, da destra, parte del gruzzolo di voti della Lega. Forse non molti, ma comunque in grado di indebolire il partito all’interno di una maggioranza che già male digerisce le sparate di Salvini.
Ma Vannacci ha la soluzione anche per questo: «Voglio rendere la coalizione di destra ancora più forte. Un partito come quello che mi approccio a fondare è interlocutore naturale della destra. Presenta principi valori e ideali portati avanti. Forse qualcuno se n'è dimenticato, che predica qualcosa e poi vota altro. Forse l’offerta politica non soddisfa più. Non è un problema di persone o partiti, ma di valori e principi». E se gli si chiede se tutto ciò non sia un assist alla sinistra lui la mette sull’ironico. «Bisogna avere una certa fantasia».
Sulla sua idea di destra per il nuovo soggetto Futuro Nazionale, aggiunge: «È una destra vera, il contrario di moderato non è estremo, ma è forte. Perché dovrebbe essere una destra nera? È vera». E sul sondaggio di YouTrend che lo darebbe già al 4,2% commenta: «Mica male come rampa di lancio per qualcosa che ancora non esiste». Si sussurra poi che Vannacci potrebbe correre alle comunali di Roma o Milano per testare il suo peso elettorale. In molti si chiedono chi finanzierà Futuro Nazionale. Qualcuno ipotizza un sostegno dal mondo Maga, a cui il generale sarebbe molto vicino (previsto un suo viaggio a breve negli Usa per incontrare l’ultradestra Steve Bannon). Nell’orizzonte dell’ex parà c’è anche l’avvicinamento a Alternative für Deutschland, al quale si ispira. A Strasburgo Vannacci confluirà, al momento, nel gruppo Misto, visto che il gruppo dei Patrioti lo ha messo subito alla porta, ma potrebbe presto entrare nel gruppo di Afd. A chi gli chiede se lascerà l’Europarlamento risponde che «non conoscete la Costituzione. Il mandato è in capo all’eletto, non al partito».
Al taxi sembra aver preferito un carro armato.
Il marchio registrato da un ex M5s
Le prime grane per il generale sono già arrivate. Il simbolo del nuovo movimento, un’ala (o fiamma) tricolore su fondo blu, con la scritta «Futuro Nazionale» e «Vannacci» era stato depositato il 24 gennaio presso l’Ufficio Brevetti europeo. Ma quel nome risulta già registrato nel 2011 e il logo è al centro di una contestazione. Roberto Vannacci non potrà utilizzare liberamente la denominazione del suo nuovo partito politico, «Futuro Nazionale». Il nome, infatti, come riportato da Open, risulta appartenente a Riccardo Mercante, ex consigliere regionale dell’Abruzzo, scomparso nel settembre 2020.
Il marchio «Futuro Nazionale» è stato depositato a settembre 2010, quando Mercante svolgeva l’attività di promotore finanziario a Giulianova (in provincia di Teramo). Negli anni successivi, Mercante era entrato in politica, venendo eletto nel consiglio regionale d’Abruzzo tra le fila del Movimento 5 stelle, di cui ha ricoperto anche il ruolo di capogruppo. Dopo la sua morte, avvenuta a seguito di uno scontro tra la motocicletta che guidava e un’automobile, i diritti sul marchio sono passati alla compagna e ai due figli. Saranno dunque gli eredi a detenere la titolarità del nome, ai quali Vannacci dovrà obbligatoriamente chiedere il via libera per qualsiasi eventuale utilizzo.
Ma non è tutto. La questione del marchio non rappresenta l’unico fronte problematico. Anche il logo associato a «Futuro Nazionale» è oggetto di contestazione. Francesco Giubilei, collaboratore del Giornale, direttore di Historica edizioni e Giubilei Regnani editore, ha infatti presentato una diffida, sostenendo che la grafica adottata richiamerebbe in modo indebito quella della sua associazione «Nazione Futura».
«Elevato rischio di confusione e di somiglianza» dice Giubilei, il quale sostiene che il suo simbolo sia uguale a quello partorito da Vannacci. Giubilei avanza una «violazione di un diritto anteriore», in quanto la sua creatura è nata nel 2017. «Un progetto come quello di Vannacci che parte con queste premesse di poca correttezza, nasce già azzoppato», attacca Giubilei, «il nome Futuro Nazionale e il logo scelto (blu con scritta bianca e tricolore stilizzato) sono in modo evidente presi a spunto dall’associazione Nazione Futura». «Non si può nemmeno pensare ad una casualità», insiste, «avendo Vannacci, prima che scendesse in politica, partecipato come ospite a vari eventi della nostra associazione». Secondo Giubilei, il logo di Vannacci risulterebbe privo dei requisiti di novità e distintività, previsti dalla normativa europea, essendo composto dalle stesse componenti verbali, semplicemente invertite nell’ordine.
Il 16 febbraio è stata convocata un’assemblea straordinaria dell’associazione Mondo al Contrario. La raccolta firme sulla proposta di legge di iniziativa popolare «Remigrazione e Riconquista» è arrivata a quasi 100.000. Per il nome della creatura si dovranno attendere i responsi del tribunale.
E il programma? Dalla scuola di Trisulti passerebbe l’idea di infiltrare l’Ue, come previsto da «Project 25», il manuale teorizzato dal think thank Heritage Foundation cui in parte si ispira la seconda presidenza Trump e la versione apocrifa della «Strategia americana di sicurezza» della Casa Bianca che punta ad allontanare Italia, Austria, Polonia, Ungheria dall’Unione. E Vannacci potrebbe essere l’apostolo del trumpismo in Italia.
Prima però deve fondare un partito, con un nome che non sia già registrato e che non sia nemmeno copiato e poi dovrà pensare un modo per raccattare voti. Perché, a parte la fantapolitica, al momento il 4,2% nei sondaggi è un po’ pochino.
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Il generale spiega la sua uscita: «Su armi all’Ucraina e legge Fornero il Carroccio si è contraddetto. Non si può essere un giorno identitari e l’altro progressisti». Il nodo dei fondi e l’ipotesi di correre a Milano e Roma.Altre difficoltà per il nuovo soggetto politico: il nome Futuro nazionale era già stato depositato nel 2011. Per usarlo bisognerà chiedere il permesso ai proprietari.Lo speciale contiene due articoliÈ sceso dal taxi e, ora, va a piedi. Roberto Vannacci risponde a tutto tondo alle accuse che gli hanno mosso i suoi detrattori all’indomani del suo addio alla Lega. Da un hotel della periferia di Modena, dove 20 anni va ha fatto l’Accademia militare, ha spiegato il perché della sua uscita: «La Lega mi aveva portato come persona che portava principi, valori e ideali. Nel momento in cui non vengono rispettati non rimango in un contenitore che tradisce la mia identità. Io non ho preso nessun taxi. Evidentemente il taxi ha cambiato direzione, a me interessa arrivare alla meta. Sono sceso da questo taxi, procedo a piedi con lo zaino, bussola e cartina».E ora? Il giorno dopo l’addio, dentro la Lega, di conti se ne devono fare parecchi. «Non ho preoccupazione su eventuali conseguenze negative per il centrodestra», liquida questa storia Matteo Salvini. Eppure, qualche conseguenza ci sarà. E anche bella grossa. Intanto, l’ex generale si tira dietro i primi adepti. Anche se sarà difficile, per ora, creare un gruppo parlamentare. Ieri il presidente di Mondo al contrario Guido Giacometti ha mandato una mail agli iscritti: «Ognuno di voi è chiamato ad interrogarsi e a decidere da che parte stare. Le prossime fasi non ammettono improvvisazione». «Lo seguirò perché il suo progetto va molto oltre le vecchie categorie politiche. Vannacci può essere il Charles de Gaulle italiano», annuncia su Facebook il deputato misto Emanuele Pozzolo, espulso da Fdi e entrato nel Misto dopo la condanna a un anno e tre mesi per lo sparo di Capodanno a una festa dove fu colpito un uomo. Già pronta a imbarcarsi Sylvie Lubamba, fondatrice del team Vannacci Milano, definendosi «il suo fedelissimo araldo». Il «barone nero» Roberto Jonghi Lavarini: «La maggioranza degli italiani lo seguiranno». Appoggerà Vannacci anche un altro leghista arrugginito, Mario Borghezio, nonché i fedelissimi, piazzati nei consigli regionali: Massimiliano Simoni in Toscana (unico eletto del Carroccio, che quindi sparisce dall’assemblea toscana) e Stefano Valdegamberi in Veneto. La deputata leghista Elisa Montemagni è un’altra indiziata, nonché i leghisti Domenico Furgiuele, quello che voleva fare la conferenza stampa sulla remigrazione, Edoardo Ziello e Rossano Sasso che si è riservato di decidere nei prossimi giorni: «C’è una riflessione in atto».Vannacci sistema anche Salvini: «Io sleale? È stato Salvini, o meglio il suo partito, nel quale ero che continua a promuovere determinate idee e concetti e poi allo stato dei fatti va in un’altra direzione. Lealtà non vuol dire obbedienza cieca e assoluta, onore non vuol dire immobilismo, disciplina non significa rifiutarsi di pensare». Nella Lega «non mi è stata data la possibilità di essere incisivo dal punto di vista politico». Conclusione: «È Salvini che ha tradito le promesse in qualche modo».E rivolgendosi a Luca Zaia, che non lo ha mai sopportato, dice: «Non è possibile nei giorni pari dire di essere identitari e sovranisti e nei giorni dispari dire invece di essere liberali e progressisti, come proponeva il documento di Zaia». È una delle ragioni per cui ha scelto di lasciare la Lega. «Non è possibile», ha aggiunto, «i giorni pari fondare una campagna pubblica dicendo basta armi all’Ucraina e poi il giorno dopo invece firmare il decreto di consegna delle armi all’Ucraina. Non è possibile fare una campagna pubblicitaria ed elettorale dicendo che si vuole demolire la legge Fornero e poi invece rimanere all’interno di una coalizione che la legge Fornero l’ha confermata e se vuole anche inasprita».La fuoriuscita di Vannacci potrebbe essere un problema anche per i conti della Lega in termini di consensi visto che alle Europee 2024 gliene aveva fatti guadagnare oltre mezzo milione. «500.000 voti suoi? Ne ha presi tanti perché lo abbiamo sostenuto noi. Da solo ne varrà 80.000», ribatte Salvini. Ma, in cuor suo, la Lega teme un’emorragia e pure che in scia con il generale si mettano altri esponenti del partito insoddisfatti. Vannacci potrebbe erodere, da destra, parte del gruzzolo di voti della Lega. Forse non molti, ma comunque in grado di indebolire il partito all’interno di una maggioranza che già male digerisce le sparate di Salvini.Ma Vannacci ha la soluzione anche per questo: «Voglio rendere la coalizione di destra ancora più forte. Un partito come quello che mi approccio a fondare è interlocutore naturale della destra. Presenta principi valori e ideali portati avanti. Forse qualcuno se n'è dimenticato, che predica qualcosa e poi vota altro. Forse l’offerta politica non soddisfa più. Non è un problema di persone o partiti, ma di valori e principi». E se gli si chiede se tutto ciò non sia un assist alla sinistra lui la mette sull’ironico. «Bisogna avere una certa fantasia».Sulla sua idea di destra per il nuovo soggetto Futuro Nazionale, aggiunge: «È una destra vera, il contrario di moderato non è estremo, ma è forte. Perché dovrebbe essere una destra nera? È vera». E sul sondaggio di YouTrend che lo darebbe già al 4,2% commenta: «Mica male come rampa di lancio per qualcosa che ancora non esiste». Si sussurra poi che Vannacci potrebbe correre alle comunali di Roma o Milano per testare il suo peso elettorale. In molti si chiedono chi finanzierà Futuro Nazionale. Qualcuno ipotizza un sostegno dal mondo Maga, a cui il generale sarebbe molto vicino (previsto un suo viaggio a breve negli Usa per incontrare l’ultradestra Steve Bannon). Nell’orizzonte dell’ex parà c’è anche l’avvicinamento a Alternative für Deutschland, al quale si ispira. A Strasburgo Vannacci confluirà, al momento, nel gruppo Misto, visto che il gruppo dei Patrioti lo ha messo subito alla porta, ma potrebbe presto entrare nel gruppo di Afd. A chi gli chiede se lascerà l’Europarlamento risponde che «non conoscete la Costituzione. Il mandato è in capo all’eletto, non al partito».Al taxi sembra aver preferito un carro armato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vannacci-da-del-traditore-a-salvini-2675090531.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-marchio-registrato-da-un-ex-m5s" data-post-id="2675090531" data-published-at="1770251631" data-use-pagination="False"> Il marchio registrato da un ex M5s Le prime grane per il generale sono già arrivate. Il simbolo del nuovo movimento, un’ala (o fiamma) tricolore su fondo blu, con la scritta «Futuro Nazionale» e «Vannacci» era stato depositato il 24 gennaio presso l’Ufficio Brevetti europeo. Ma quel nome risulta già registrato nel 2011 e il logo è al centro di una contestazione. Roberto Vannacci non potrà utilizzare liberamente la denominazione del suo nuovo partito politico, «Futuro Nazionale». Il nome, infatti, come riportato da Open, risulta appartenente a Riccardo Mercante, ex consigliere regionale dell’Abruzzo, scomparso nel settembre 2020. Il marchio «Futuro Nazionale» è stato depositato a settembre 2010, quando Mercante svolgeva l’attività di promotore finanziario a Giulianova (in provincia di Teramo). Negli anni successivi, Mercante era entrato in politica, venendo eletto nel consiglio regionale d’Abruzzo tra le fila del Movimento 5 stelle, di cui ha ricoperto anche il ruolo di capogruppo. Dopo la sua morte, avvenuta a seguito di uno scontro tra la motocicletta che guidava e un’automobile, i diritti sul marchio sono passati alla compagna e ai due figli. Saranno dunque gli eredi a detenere la titolarità del nome, ai quali Vannacci dovrà obbligatoriamente chiedere il via libera per qualsiasi eventuale utilizzo.Ma non è tutto. La questione del marchio non rappresenta l’unico fronte problematico. Anche il logo associato a «Futuro Nazionale» è oggetto di contestazione. Francesco Giubilei, collaboratore del Giornale, direttore di Historica edizioni e Giubilei Regnani editore, ha infatti presentato una diffida, sostenendo che la grafica adottata richiamerebbe in modo indebito quella della sua associazione «Nazione Futura».«Elevato rischio di confusione e di somiglianza» dice Giubilei, il quale sostiene che il suo simbolo sia uguale a quello partorito da Vannacci. Giubilei avanza una «violazione di un diritto anteriore», in quanto la sua creatura è nata nel 2017. «Un progetto come quello di Vannacci che parte con queste premesse di poca correttezza, nasce già azzoppato», attacca Giubilei, «il nome Futuro Nazionale e il logo scelto (blu con scritta bianca e tricolore stilizzato) sono in modo evidente presi a spunto dall’associazione Nazione Futura». «Non si può nemmeno pensare ad una casualità», insiste, «avendo Vannacci, prima che scendesse in politica, partecipato come ospite a vari eventi della nostra associazione». Secondo Giubilei, il logo di Vannacci risulterebbe privo dei requisiti di novità e distintività, previsti dalla normativa europea, essendo composto dalle stesse componenti verbali, semplicemente invertite nell’ordine.Il 16 febbraio è stata convocata un’assemblea straordinaria dell’associazione Mondo al Contrario. La raccolta firme sulla proposta di legge di iniziativa popolare «Remigrazione e Riconquista» è arrivata a quasi 100.000. Per il nome della creatura si dovranno attendere i responsi del tribunale.E il programma? Dalla scuola di Trisulti passerebbe l’idea di infiltrare l’Ue, come previsto da «Project 25», il manuale teorizzato dal think thank Heritage Foundation cui in parte si ispira la seconda presidenza Trump e la versione apocrifa della «Strategia americana di sicurezza» della Casa Bianca che punta ad allontanare Italia, Austria, Polonia, Ungheria dall’Unione. E Vannacci potrebbe essere l’apostolo del trumpismo in Italia.Prima però deve fondare un partito, con un nome che non sia già registrato e che non sia nemmeno copiato e poi dovrà pensare un modo per raccattare voti. Perché, a parte la fantapolitica, al momento il 4,2% nei sondaggi è un po’ pochino.
Getty Images
Siamo in Valsesia, meta di trekking ad alta quota e di escursioni a piedi o in mountain-bike fra i boschi, in un territorio che per l’abbondante vegetazione molti considerano la «valle più verde» d’Italia. Ma qui c’è molto più della natura. Questa è stata, e per certi aspetti è ancora, la terra dei Walser: l’antica popolazione di lingua germanica dell’alto Vallese che, a partire dal 1200, attraversò le Alpi alla ricerca di nuovi pascoli, nuove terre da coltivare, nuove opportunità di vita comunitaria.
«Pensiamo al Medioevo come a qualcosa di estraneo alla montagna, invece in Europa è stato un periodo di grandi spostamenti e migrazioni. A quel tempo le valli svizzere cominciavano ad essere molto popolate e i Walser, che di animo erano un po’ nomadi, decisero di spostarsi verso sud, stabilendosi in questi luoghi che sopra i 1.100 metri di quota erano disabitati». A raccontare la storia di come i Walser cambiarono il destino della valle è Davide Zambrino, guida ambientale-escursionistica dell’hotel NH Collection Alagna Mirtillo Rosso in località Riva Valdobbia, ai piedi di Alagna. Arrivando, lo riconosci subito: è un mosaico di quattro grandi chalet (per un totale di 56 camere) ispirati all’architettura walser, di proprietà della famiglia Ponti - quella dell’aceto - oggi sotto il cappello del brand NH Collection Hotels & Resorts, parte del gruppo Minor Hotels (www.minorhotels.com). Un hotel innovativo fin dall’apertura, nel 2015, per via della filosofia eco-sostenibile che sposa i criteri della bioedilizia, con pareti in legno, rivestimenti coibentati, pannelli solari, il recupero dell’acqua piovana. «Nel rispetto dell’ambiente, chiediamo agli ospiti se vogliono rinunciare alla pulizia quotidiana della camera, in cambio di un drink omaggio. E al ristorante Biancospino lo chef Omar Bonecchi utilizza prevalentemente prodotti bio e sostenibili, con grande attenzione ai piccoli produttori del territorio», precisa il direttore Stefano Cerutti.
La vocazione dell’hotel è decisamente family, ma non mancano spazi riservati alle coppie, come la spa di 300 mq (accanto a quella di poco più grande destinata alle famiglie), con piscina interna ed esterna, la vasca di galleggiamento, la sauna, il bagno turco e le cabine per massaggi al profumo di montagna. Anche le escursioni in compagnia di Davide Zambrino sono a misura di ospite: «Organizziamo passeggiate facili per le famiglie e camminate più impegnative fino alle alte vette, al confine fra Piemonte e Valle d’Aosta».
Fra le camminate impegnative, la più famosa è quella al rifugio Margherita, il più alto d’Europa, accoccolato a 4.554 metri di quota sulla vetta della Punta Gnifetti, nel gruppo del Monte Rosa. Ci si arriva per gradi: il primo pezzo è facile, con gli impianti del Monterosa Ski fino a quota 3.300 metri. Poi si cammina fino alla Capanna Gnifetti, chiamata così in onore di Giovanni Gnifetti, il parroco-alpinista di Alagna che, nel XIX secolo, fu fra i primi a scalare quelle montagne. All’ultimo tratto, la salita al rifugio Margherita, una volta all’anno si aggiunge il direttore Cerutti, grande appassionato di montagna, per condividere con i suoi ospiti l’incanto di quell’orizzonte increspato di roccia e di neve. Una meraviglia che richiede passione e un po’ di allenamento. Al contrario, la scoperta delle antiche frazioni Walser di Alagna, è alla portata di tutti. «Consiglio di partire da Pedemonte, perché è lì che sono arrivati i primi Walser, come ci racconta il museo a loro dedicato nel cuore del paese», continua Davide Zambrino. Il museo, altro non è che un piccolo nucleo di case dell’antico popolo vallese, identiche a quando furono costruite, con le pareti in pietra e in legno, i grandi ballatoi esterni, il solaio dove si raccoglieva il fieno, i letti con il materasso di foglie di faggio secco rivestito di canapa.
Un’altra escursione da non perdere è al Sacro Monte di Varallo, struttura immensa che domina dall’alto l’imbocco della valle. «I villaggi Walser sono una poesia delicata, il Sacro Monte è un capolavoro imponente di arte e spiritualità, in un luogo di grande suggestione», conclude la guida. Non a caso, l’Unesco l’ha dichiarato Patrimonio mondiale dell’umanità.
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Le città di pianura @Lucky Red
Per la lagna di Matilda De Angelis sull’impoverimento intellettuale eccetera. Per gli svarioni di Valeria Bruni Tedeschi, ignara dei fondamenti nel tragico Ventennio delle grandi istituzioni cinematografiche italiane. E per i proclami di Lino Musella e i moniti di Rosella Pastorino, autrice di Le assaggiatrici («Si può essere colpevoli per inerzia») che vorrebbero trasporre nel presente la pedagogia resistenziale e antinazista. Non solo per tutto questo che, pure, è già abbastanza per abbatterli.
Anche per altro, molto altro. Da rivedere potrebbe essere il regolamento del premio, reso noto nell’imminenza dell’assegnazione e rimasto tuttora opaco. Da abbattere, appunto, per poi ricostruire è la composizione della giuria. Che stabilisce un circolo di prestigio, non l’unica delle incongruenze di questo sistema autoreferenziale come ha notato Ciak, la bibbia della materia in questione. Una giuria nella quale si entra versando un canone di 90 euro. E, a proposito di conflitti di interesse, una giuria nella quale ci sono tutti gli attori e le attrici, i registi, gli sceneggiatori e i produttori italiani del circoletto. Fate un nome, uno qualsiasi, e lo troverete. Roberto Benigni, Walter Veltroni, Stefano Accorsi, Valeria Golino, Nanni Moretti, Marco Bellocchio, Gianni e Giampaolo Letta, Sabrina Ferilli, Paolo Sorrentino, Ferzan Ozpetek, Silvio Soldini e Gianni Amelio, Aurelio De Laurentiis, Alba e Alice Rohrwacher, non solo un componente, ma intere famiglie dal cognome celebre. Mi fermo, la lista è infinita, oltre 1.600 persone da Abatantuono Diego a Zurolo Davide. Si fa prima a dire chi non c’è: Pupi Avati, per esempio. E Luca Medici e Gennaro Nunziante. Assenze significative. Per il resto, si premiano e si autopremiano. Con l’eccezione di Francesco Sossai, forse troppo periferico, il regista di Feltre travolto da otto David con il suo film outsider che ha sbaragliato i più accreditati Paolo Sorrentino e Luca Guadagnino, portandosi a casa le statuette per miglior film, regia, sceneggiatura, attore (Sergio Romano), brano originale, eccetera.
Non l’avevo visto Le città di pianura quand’era uscito qualche mese fa perché avevo intuito di che cosa si trattasse. Sono veneto, originario di Treviso, la città dove ora vive Sossai, e sono grato alla mia terra, alle mie strade e ai miei borghi. E avevo intuito che in quest’opera dominava un nichilismo neanche tanto camuffato. Una dispersione confinante con la disperazione. La filosofia dell’ultimo bicchiere di due spiantati. Dopo la messe di David sono andato a vederlo per capire se sono vittima di un pregiudizio. E se c’è un motivo valido per ignorare La grazia di Sorrentino oltre a quello accennato su X da Antonio Polito, cioè che è stato Sergio Mattarella con la grazia concessa a Nicole Minetti a farlo bocciare in tutte le sue 14 candidature. E dopo aver visto il film di Sossai, ho concluso che no, non c’è: il provvedimento di clemenza diramato dal capo dello Stato che, pure, ha ricevuto tutto il cinema italiano al Quirinale, è diventato ingombrante anche per il film del nostro ultimo premio Oscar.
Dunque, Le città di pianura è la storia formalmente ben raccontata di una gigantesca negazione. Una negazione consapevole e ribadita. È il Veneto dei non luoghi, caselli autostradali, autogrill, parcheggi sotto le tangenziali, case viste di sguincio, spesso sgangherate, capannoni, garage, osterie dove la gente indossa cappelli da cow boy per gli addii al nubilato, campielli veneziani deserti e dove anche uno degli aeroporti di Venezia si trova appena fuori Treviso e la stessa Venezia è una fondamenta periferica. Un Veneto dall’urbanistica sconclusionata, metafora di vite sgangherate e fatiscenti. Perché, ovviamente, quello di Sossai è un film sull’esistenza persa dispersa e perdente.
L’unico posto strutturato è il Memoriale Brion, ovvero il non cimitero, il «complesso funebre» di Carlo Scarpa, il grande architetto morto in Giappone. Un altro tassello dell’anticartolina perlustrata da due antiprotagonisti. Due che si trascinano e sopravvivono senza meta. Due erranti. Tutto accompagnato da una musica minimal country, chitarra e armonica, come in un west americano, ma desolato e desolante. Si vaga di giorno e di notte, senza fuso orario, per bere l’ultimo bicchiere, birra o gin tonic più che vino e anche questo è un controsenso, una negazione storica. Si vaga nella pianura cancellata dalla grande pittura che privilegia le montagne e la laguna, mentre invece è anch’essa piena di storia e di piccole patrie, che Sossai depenna per dipingere il suo affresco della sconfitta. C’è un segreto della vita e del mondo che i due antiprotagonisti inseguono per tutto il film, non se lo ricordano, perso nei fumi dell’alcol e delle piccole truffe con cui la sfangano. Un segreto che riemerge alla fine, con una discreta trovata di sceneggiatura e regia. L’unico vero colpo d’ala della trama. Ma è un colpo d’ala alla rovescia e si esce intristiti dalla sala. Perché, ahimè, l’assenza di fellinismi e di estetismi neorealisti non basta certo a farne un capolavoro.
Mi spiace, il mio pregiudizio ha trovato conferma. E anche la diagnosi di Sergio Castellitto.
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Richard Hawkins (Getty Images)
Ma mentre Veltroni arriva alle conclusioni di Veltroni - e meno male che non è arrivato a quelle di Corrado Augias, già in passato in difficoltà con alcune mail - il genetista Richard Dawkins, in una sorta di ebbrezza dionisiaca provocata dalle gratificazioni che Claude gli elargisce, prorompe ammettendo che l’IA ha «una coscienza».
La questione non è affatto secondaria perché Dawkins ha dedicato la propria vita alla riduzione della coscienza umana a epifenomeno di una macchina genetica, in particolare con Il gene egoista del 1976. Non solo, in realtà si può sostenere che tutto il pensiero di Dawkins non stesse aspettando altro che l’incontro con un’IA basata sul Large language model per confermare le proprie tesi. Secondo Dawkins, pensatore di riferimento per tutto il materialismo darwinista di fine Novecento, i geni non sarebbero altro che «replicatori egoisti» e gli organismi «semplici macchine di sopravvivenza» prive di scopo intrinseco. Il comportamento complesso ci appare come intelligente ma nasce in realtà da algoritmi ciechi e inconsci frutto della selezione naturale: non serve una mente o una coscienza al livello del gene o dell’organismo per spiegare le dighe dei castori, la danze delle api, l’altruismo e, soprattutto, la trascendenza e l’idea di Dio.
La coscienza umana altro non sarebbe che un prodotto tardivo e misterioso dell’evoluzione cerebrale, priva di qualsiasi addentellato spirituale e di intenzionalità; un banale fenomeno emergente da processi fisici: in pratica Dawkins ha sempre teorizzato che gli organismi funzionino come una sorta di Large language model. Appare così paradossale che lo scrittore de L’illusione di Dio, una volta trovatosi di fronte a ciò che può servire a rafforzare tutto il proprio impianto teorico, si metta a parlare proprio di ciò che ha cercato di confutare per tutta la vita: la coscienza. Ma, forse, non siamo di fronte a un’occasione persa bensì allo smascheramento dell’ossessione antispirituale come reale obiettivo teorico del materialismo darwinista. Forse per tutta la corrente teorica che si è presentata per decenni come la nuova, grande e vera religione scientista, la vera depositaria della verità ultima sulla vita, il fine non è mai stato descrivere la realtà bensì attaccare l’idea di trascendenza, di spiritualità e di Dio.
Se uno scienziato, di fronte alla coscienza umana, ribadisce incessantemente che si tratta solo di un meccanismo ma di fronte ad una macchina che simula una coscienza ammette la plausibilità della coscienza, allora la costante teorica è la volontà di impedire che la coscienza possa essere segno di trascendenza. In sostanza Dawkins, di fronte a ciò che simula una coscienza, ammette di poterla riconoscere come tale perché sa di essere di fronte a un Llm, ma quando si è trovato di fronte a una coscienza umana si è sempre visto costretto a negarne l’esistenza proprio perché non poteva esimersi dal riconoscerne la natura spirituale. E non è un caso se in questi giorni i principali esponenti dello scientismo ateista, da Sam Harris a Daniel Dennett, stiano gridando al crimine di «leso woke» a proposito del dialogo tra Dawkins e Claude: se l’ateo più rigoroso concede la coscienza a un algoritmo, crolla il monopolio materialista sulla spiegazione del mondo.
L’IA emerge, dunque, come specchio dell’inestinguibile nostalgia degli atei per Dio: gli eredi di quell’Illuminismo che dichiarò Dio un’illusione dalla quale liberarsi non riescono a vivere senza un sostituto divino e quando trovano un «automa sapiente» che simula la coscienza, riesplode tutta la loro nostalgia per qualcosa che vada oltre, che fornisca significato, che getti una luce calda sul gelo di cui si sono contornati, ma per farlo vogliono la garanzia di non star parlando di Dio quanto di un neutro meccanismo, il tutto per avere la garanzia di non trasgredire il dogma della religione che impone loro di non alzare mai la testa verso il cielo.
A partire dal positivismo ingenuo sino al behaviorismo ed al funzionalismo, il Novecento ha sempre tentato di dissolvere la coscienza nella computazione per dover tuttavia giungere a constatare che la computazione dell’IA generativa in realtà non dissolve nulla, riproduce solo la forma esteriore della coscienza umana e del suo pensiero e costringe i materialisti a reintrodurre surrettiziamente il termine «coscienza»: Dawkins può riconoscere in Claude una coscienza perché Claude sta simulando quella umana. D’altra parte, se la coscienza è un algoritmo selettivo allora anche i diritti umani lo sono: la dignità, la libertà, la giustizia sociale diventano tutte etichette utili ma arbitrarie, termini che riportano, dopo quasi tre secoli, all’origine kantiana del paradosso: la fonte del valore non può trovarsi nel valore stesso, c’è sempre bisogno di un «di più» al quale riferirsi. Dopo un po’ che parli con Claude, questa cosa ti scappa.
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Una terra molto diversa, sconfinata, abitata da strani esseri (ci vollero circa una cinquantina di anni, e pagine e pagine di discussioni sulla loro natura, affinché gli indios fossero riconosciuti come «veri uomini», dunque dotati di pieni diritti e non riducibili in schiavitù). Pochi anni dopo, nel 1516, Tommaso Moro (poi martire e santo) inventò il termine «utopia», giocando su una possibile doppia etimologia greca: «non-luogo» o «buon luogo». E non è un caso che, proprio in quel periodo, nella cultura occidentale si insinuò l’idea che fosse possibile ripartire da zero, costruire un «mondo nuovo», più giusto e più libero. Per Moro era il tratteggio di uno Stato ideale, ma per molti fu la speranza, al di là degli esiti, di un «altrove» esistente, una nuova terra appena scoperta. E la rottura di una gabbia ideologica che aveva, nel tardo Medioevo, forse un po’ soffocato il mondo in un sistema di pensiero - benché straordinario - come quello scolastico.
Nemmeno può essere un caso, dunque, che gli Stati Uniti, nazione nata dall’incontro di avventurieri e immigrati in cerca di fortuna, siano diventati i grandi produttori globali di narrazioni sugli alieni (dal latino «altrui», ma anche «estraneo») e sull’ignoto, a volte sotto il segno della minaccia a volte sotto quello della curiosità e del mistero. Anche altre culture, naturalmente, hanno raccontato mondi altri, con forme di vita extraterrestri, ma è nella natura stessa degli Stati Uniti una tensione a scoprire e colonizzare l’ignoto. Sono gli Usa la patria di Star Wars, di Et e Isaac Asimov, solo per citarne alcuni. È evidente che queste storie toccano corde profonde dell’inconscio collettivo americano, rinnovano uno slancio originario. Ecco perché, forse, l’amministrazione Maga ha deciso di desecretare i file governativi relativi «alla vita aliena ed extraterrestre, ai fenomeni aerei non identificati (Uap) e agli oggetti volanti non identificati (Ufo)» (Donald Trump, 19 febbraio 2026, su Truth). Per alcuni si tratta del solito vecchio espediente, cioè distrarre la popolazione dai fallimenti del governo, ma sicuramente per gli americani - e non solo - è un tema che va a sollecitare le fibre più intime.
Venerdì il ministero della Guerra ha rilasciato la prima tranche di file. Si tratta di documenti - report, immagini, filmati, audio - che arrivano fino agli anni recenti ma partono già dal 1947. Per esempio, la registrazione delle comunicazioni aria-terra durante il volo della missione Gemini 7. L’astronauta Frank Borman riferisce al centro di controllo missione Nasa a Houston, il 5 dicembre 1965, di aver avvistato un oggetto non identificato che ha chiamato «bogey». Durante lo scambio, Borman descrive tre elementi: il booster (il razzo che ha portato la navicella in orbita), centinaia di piccole particelle e, appunto, un terzo oggetto non identificato.
Una foto della superficie lunare vista dal sito di allunaggio dell’Apollo 12, quindi nel 1969, presenta fenomeni visibili non identificati sopra l’orizzonte. Nel debriefing dell’Apollo 11, reso pubblico per la prima volta dopo quasi 60 anni, l’astronauta Buzz Aldrin descrive la vista di un oggetto «di dimensioni considerevoli» vicino alla superficie lunare e una fonte di luce così intensa da sembrare un laser.
Tra i file figurano video ripresi da sensori militari in diverse aree del mondo. Uno mostra un oggetto a forma di «pallone da football» avvistato nel Mar Cinese Orientale nel 2022, ma in molti altri filmati si vedono «puntini» che si muovono in modo erratico sopra Iraq, Siria ed Emirati Arabi Uniti negli ultimi anni. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha inviato un rapporto su un fenomeno anomalo non identificato ripreso in cinque secondi di filmato da un sensore a infrarossi installato su una piattaforma militare a maggio del 2022. Nel video, un oggetto simile a un missile attraversa lo schermo per pochi secondi a velocità molto sostenuta. «I lettori non devono interpretare alcuna parte di questa descrizione come un giudizio analitico, una conclusione investigativa o una determinazione fattuale riguardo alla validità, natura o rilevanza dell’evento descritto», si legge in fondo al commento del filmato. Eppure, evidentemente, gli esperti Oltreoceano non riescono a spiegare il fenomeno.
Tra i file c’è anche una foto elaborata dall’Fbi che ricrea i resoconti concordanti di testimoni oculari del settembre 2023 riguardanti un apparente oggetto metallico di colore bronzo a forma ellissoidale, lungo tra i 130 e i 195 piedi, che si materializzò da una luce brillante nel cielo e scomparve istantaneamente. In generale, non vi è alcunché di inequivocabile, ed è anzi verosimile che la maggior parte le anomalie registrate dalle videocamere abbiano spiegazioni plausibili da parte degli addetti ai lavori.
Si tratta, comunque, solo della prima tranche: altri rilasci avverranno nei prossimi mesi, in quello che è un immaginario senz’altro molto americano, capace però di affascinare anche il Vecchio continente. E che forse riflette, oggi come allora, un po’ l’archetipo del cercatore/esploratore (antico almeno quanto Ulisse), un po’ la possibilità di un’evasione. E forse anche la speranza, attraverso l’incontro con l’Altro, di scoprire qualcosa di più su noi stessi.
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