2021-12-28
Al vaglio un plotone di pillole anti Covid e la terapia ad aerosol
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- E' ormai chiaro che il vaccino non basta. Bisogna spingere sulle cure ed Ema è al lavoro per portare avanti la strategia integrata «vaccini+terapie»: Allo studio Paxlovid della Pfizer e l’Evusheld sviluppato da Astrazeneca. Ma anche Lagevrio (molnupiravir) di Merck e l’Olumiant di Eli Lilly.
- Alcune ricerche si stanno concentrando sull'inalazione di particelle che, una volta arrivate nei polmoni grazie a un normale inalatore portatile, possono bloccare l'azione della proteina «spike» del virus e quindi fermare la proliferazione dell'infezione.
Lo speciale contiene due articoli sulle cure del 2022.
Somministrare il vaccino al maggior numero di italiani non significa aver finito il lavoro o aver vinto la battaglia. L’alternativa non può continuare ad essere: evita di contagiarti con la puntura o altrimenti finisci a occupare le terapie intensive. L’alternativa è una maggiore e più efficiente sorveglianza epidemiologica rispetto al passato. Ma anche l’investimento (e poi la prescrizione) nei cosiddetti treatment su cui stanno scommettendo le case farmaceutiche. Evita di ammalarti gravemente, vaccinandoti. Ma se ti ammali, quali cure possono aiutarti? Gli attuali approcci generalmente si concentrano sugli antivirali, che impediscono al virus di moltiplicarsi, e sugli immunomodulatori, che aiutano il sistema immunitario a combattere il virus o a impedire che reagisca in modo eccessivo e pericoloso. Alcune potenziali terapie agiscono in modo diverso o attraverso meccanismi multipli. Poi ci sono gli anticorpi sintetici, che suppliscono a quelli che l’organismo non produce abbastanza. Ma tutte funzionano in un approccio integrato con il vaccino.
Nel cassetto dell’Ema c’è un piccolo plotone necessario per portare avanti la strategia integrata «vaccini+terapie». L’agenzia europea del farmaco. Che le divide in tre categorie. La prima è quella dei trattamenti per i quali è stata già attivata la cosiddetta rolling review (revisione progressiva) che è stata fatta anche con i vaccini. In questo momento sono due: la pillola Paxlovid della Pfizer e l’Evusheld sviluppato da Astrazeneca. Il trattamento con il Paxlovid è riservato a adulti con Covid-19 che non richiedono ossigeno supplementare e che sono a maggior rischio di progressione verso una malattia grave. Paxlovid dovrà essere somministrata entro 5 giorni dall’inizio dei sintomi. La terapia dura 5 giorni e non è raccomandata in gravidanza, mentre chi allatta dovrà interrompere le poppate durante il trattamento. Il 13 dicembre l’Agenzia europea ha avviato una revisione continua (rolling review) più completa sulla pillola di Pfizer: la procedura proseguirà fino a quando non saranno disponibili prove sufficienti per consentire all'azienda di presentare una domanda formale di autorizzazione all’immissione in commercio. Anche Astrazeneca ha studiato il suo AZD7442, poi ribattezzato Evusheld, un inibitore con somministrazione intravena che utilizza gli analoghi monoclonali di due anticorpi naturali presenti nel siero dei pazienti convalescenti. L’utilizzo potrà essere in un ambiente ospedaliero o ambulatoriale per pazienti che sono in fase sintomatica sia come prevenzione. Gli ultimi dati mostrano una protezione dell'83% in 6 mesi rispetto al 77% in 3 mesi. Il trattamento riduce dell’88% il rischio di Covid grave se somministrato nei primi 3 giorni.
C'è poi una seconda categoria, quella dei trattamenti su cui l'Ema ha già avviato la valutazione dell'autorizzazione al commercio. Al momento sono due: Lagevrio (molnupiravir) di Merck e l’Olumiant di Eli Lilly. La pillola antivirale di Merck è stata approvata a metà novembre dal regolatore europeo per un utilizzo in casi di urgenza, in attesa che venga messo definitivamente sul mercato. Da novembre è autorizzata nel Regno Unito e lo scorso 23 dicembre è arrivato il via libera anche dalla Food and Drug Administration statunitense. L'Ema sta poi valutando l’estensione dell'uso di Olumiant (baricitinib) sviluppato dalla Eli Lilly e finora autorizzato per gli adulti affetti da artrite reumatoide da moderata a grave o dermatite atopica (eczema). Il suo principio attivo, baricitinib, blocca l'azione di enzimi chiamati Janus chinasi che svolgono un ruolo importante nei processi immunitari che portano all'infiammazione. E questo potrebbe anche aiutare a ridurre l'infiammazione e il danno tissutale associati a una grave infezione dal virus.
L’ultima categoria è quella dei trattamenti già autorizzati. In questa l'Ema ne cita ben cinque. Tra questi c’è l’anticorpo monoclonale sotrovimab (Xevudy). Sviluppato dalla britannica GlaxoSmithKline insieme all’americana Vir Biotechnology, è indicato per trattare il Covid-19 negli adulti e negli over 12 con un peso di almeno 40 chili, che non richiedono ossigeno supplementare e sono a maggior rischio che la malattia diventi grave. La raccomandazione di autorizzare sotrovimab emessa dal Comitato per i medicinali a uso umano (Chmp) dell’Ema si basa sulla valutazione di uno studio su 1.057 pazienti Covid, che mostra come questo monoclonale riduca «significativamente il ricovero e i decessi in pazienti con almeno una condizione di base che li mette a rischio di malattia grave». Si prevede, inoltre, che Xevudy sia attivo «anche contro altre varianti (incluso Omicron)».
L’agenzia europea ha poi autorizzato l’estensione dell’antinfiammatorio anakinra (Kineret), già consentito nell’Ue per varie condizioni infiammatorie, in pazienti adulti con polmonite che richiedono ossigeno supplementare e che sono a rischio di sviluppare una grave insufficienza respiratoria. Si ritiene che Anakinra, commercializzata dalla svedese Sobi, riduca nei malati di Covid il danno delle vie aeree inferiori, prevenendo lo sviluppo di grave insufficienza respiratoria. Il Chmp ha valutato i dati di uno studio che ha coinvolto 606 adulti ospedalizzati con polmonite Covid moderata o grave.
Gli altri tre trattamenti autorizzati sono il Regdanvimab di Celltrion (anticorpo monoclonale che è stato progettato per legarsi alla proteina spike di SARS-CoV-2), l’estensione dell’antinfiammatorio RoActemra di Roche al trattamento di pazienti adulti ospedalizzati con COVID-19 grave che stanno già ricevendo un trattamento con corticosteroidi e richiedono ossigeno extra o ventilazione meccanica. E, infine, il Ronapreve di Regeneron: si tratta di un medicinale composto da casirivimab e imdevimab, due anticorpi monoclonali che sono stati progettati per legarsi alla proteina spike di SARS-CoV-2 in due siti diversi. Quando i principi attivi sono attaccati alla proteina spike, il virus non è in grado di entrare nelle cellule del corpo.
Allo studio una nuova terapia somministrata con aerosol
«Con cinque vaccini e sei trattamenti siamo molto più preparati dell'anno scorso e siamo pronti ad adattare i vaccini e i trattamenti se necessario», ha detto lo scorso 21 dicembre la direttrice esecutiva dell'Ema, Emer Cooke nel corso di una conferenza stampa. Del resto, già il primo settembre Albert Bourla, amministratore delegato di Pfizer, aveva cinguettato su Twitter che «il successo contro il Covid probabilmente richiederà sia vaccini che trattamenti» e annunciato l’avvio di uno studio clinico di fase 2/3 su un antivirale orale, specificamente progettato per combattere il virus in adulti non ospedalizzati e a basso rischio.
Insomma, negli ultimi mesi è arrivato il contrordine compagni, le terapie ci sono e possono essere integrate con il vaccino. Il cambio improvviso della narrazione è stato imposto dalle pillole della stessa Pfizer e quella della Merck, multinazionale americana basata sul Molnupiravir. Eppure in Italia il ministero della Sanità , Roberto Speranza, è andato avanti per mesi fermo sulla propria linea. I pazienti non si curano. Vigile attesa fino alla terapia intensiva. Il messaggio è sempre stato quello di attendere i vaccini. E nella logica del pandemically correct approfondire il tema delle terapie è diventata per mesi quasi un’eresia Adesso che oltre l’85% degli italiani over 12 ha fatto le due dosi, ci si ammala in forma meno grave, ma resta sempre l’incognita degli effetti collaterali o della combinazione con altre patologie. La sfida – lo abbiamo scritto più volte - è accoppiare al vaccino le terapie corrette. Ma a prevalere fin qui è stata la polarizzazione del dibattito tra i fideisti del vaccino (e del green pass) e chi strepita contro le big Pharma e cerca strani intrugli senza passare dai necessari iter clinici. Il punto è sempre lo stesso: evita di ammalarti gravemente vaccinandoti ma se ti ammali quali terapie (ospedaliere, ambulatoriali e non solo domiciliari) possono aiutarti? La risposta può arrivare dalle terapie a cui stanno lavorando le case farmaceutiche e che funzionano in un approccio integrato con il vaccino. Buona parte dei farmaci in valutazione sono stati sviluppati originariamente per trattare altre malattie.
Scorrendo l'elenco dei farmaci su cui si stanno conducendo gli studi più avanzati, ovvero in fase due e tre, spuntano nuovi treatments. Come l'inibitore SNG001 sviluppato da Synairgen e basato sul meccanismo di azione dell'interferone Beta. La differenza è che questa terapia viene somministrata con aerosol e comunque solo a pazienti con sintomi leggeri o moderati. O come l'AT-527 antivirale sviluppato dall'americana Atea Pharmaceuticals insieme alla svizzera Roche. Ha un'azione diretta sulla polimerasi nsp12, un gene presente in tutte le varianti del virus, può essere somministrato per via orale anche fuori dall'ospedale a pazienti che siano in una fase della malattia leggera o moderata. Si tratta di terapie sviluppate ex novo, ovvero non basate sull'estensione di farmaci esistenti o su cocktail di altri trattamenti. Ci sono poi altre terapie in fase di studio meno avanzato, che quindi potrebbero arrivare tra tre o quattro anni. Alcune ricerche si stanno per esempio concentrando sull'aerosol di particelle che, una volta arrivate nei polmoni grazie a un normale inalatore portatile, possono bloccare l'azione della proteina «spike» del virus e quindi fermare la proliferazione dell'infezione. Oggi quando si iniettano per via endovenosa anticorpi (come quelli IgG) contro il Covid, solo lo 0,2% di ciò che è iniettato arriva nei polmoni: tutto il resto viene prima metabolizzato dall'organismo. Quindi sono necessarie notevoli quantità di farmaco per poter avere un effetto sufficiente.
Inoltre, la terapia, anche preventiva in caso di soggetti a rischio, deve comunque passare da strutture sanitarie, anche ambulatoriali, e il trattamento, in infusione, dura diverso tempo. Inalare i nanocorpi è un sistema più efficiente, che richiede quantità di farmaco molto minori nonché risultare molto utile a chi non si può vaccinare perché ha alcune malattie autoimmuni. In teoria potrebbe essere somministrato a casa, anche se probabilmente non come auto-medicazione. Ci sta lavorando un consorzio americano con a capo l'Università di Pittsburgh, che ha appena pubblicato i risultati dei test su animale (criceti) sulla rivista Science. Fin dall'inizio del diffondersi della pandemia, i trial randomizzati controllati hanno dovuto includere il maggior numero di persone possibile senza dover procedere a prelievi o specificità che avrebbero ritardato enormemente le ricerche e quindi l'ottenimento dei risultati. In gioco persistono ancora molti elementi, di carattere biologico e di carattere organizzativo. La vera sfida sarà anche quella di agevolare l'introduzione di una medicina personalizzata anche nel caso dei pazienti Covid-19. Trasformando quello che fin qui è stato un approccio pragmatico di emergenza in approccio personalizzato.
E' ormai chiaro che il vaccino non basta. Bisogna spingere sulle cure ed Ema è al lavoro per portare avanti la strategia integrata «vaccini+terapie»: Allo studio Paxlovid della Pfizer e l’Evusheld sviluppato da Astrazeneca. Ma anche Lagevrio (molnupiravir) di Merck e l’Olumiant di Eli Lilly. Alcune ricerche si stanno concentrando sull'inalazione di particelle che, una volta arrivate nei polmoni grazie a un normale inalatore portatile, possono bloccare l'azione della proteina «spike» del virus e quindi fermare la proliferazione dell'infezione.Lo speciale contiene due articoli sulle cure del 2022. Somministrare il vaccino al maggior numero di italiani non significa aver finito il lavoro o aver vinto la battaglia. L’alternativa non può continuare ad essere: evita di contagiarti con la puntura o altrimenti finisci a occupare le terapie intensive. L’alternativa è una maggiore e più efficiente sorveglianza epidemiologica rispetto al passato. Ma anche l’investimento (e poi la prescrizione) nei cosiddetti treatment su cui stanno scommettendo le case farmaceutiche. Evita di ammalarti gravemente, vaccinandoti. Ma se ti ammali, quali cure possono aiutarti? Gli attuali approcci generalmente si concentrano sugli antivirali, che impediscono al virus di moltiplicarsi, e sugli immunomodulatori, che aiutano il sistema immunitario a combattere il virus o a impedire che reagisca in modo eccessivo e pericoloso. Alcune potenziali terapie agiscono in modo diverso o attraverso meccanismi multipli. Poi ci sono gli anticorpi sintetici, che suppliscono a quelli che l’organismo non produce abbastanza. Ma tutte funzionano in un approccio integrato con il vaccino. Nel cassetto dell’Ema c’è un piccolo plotone necessario per portare avanti la strategia integrata «vaccini+terapie». L’agenzia europea del farmaco. Che le divide in tre categorie. La prima è quella dei trattamenti per i quali è stata già attivata la cosiddetta rolling review (revisione progressiva) che è stata fatta anche con i vaccini. In questo momento sono due: la pillola Paxlovid della Pfizer e l’Evusheld sviluppato da Astrazeneca. Il trattamento con il Paxlovid è riservato a adulti con Covid-19 che non richiedono ossigeno supplementare e che sono a maggior rischio di progressione verso una malattia grave. Paxlovid dovrà essere somministrata entro 5 giorni dall’inizio dei sintomi. La terapia dura 5 giorni e non è raccomandata in gravidanza, mentre chi allatta dovrà interrompere le poppate durante il trattamento. Il 13 dicembre l’Agenzia europea ha avviato una revisione continua (rolling review) più completa sulla pillola di Pfizer: la procedura proseguirà fino a quando non saranno disponibili prove sufficienti per consentire all'azienda di presentare una domanda formale di autorizzazione all’immissione in commercio. Anche Astrazeneca ha studiato il suo AZD7442, poi ribattezzato Evusheld, un inibitore con somministrazione intravena che utilizza gli analoghi monoclonali di due anticorpi naturali presenti nel siero dei pazienti convalescenti. L’utilizzo potrà essere in un ambiente ospedaliero o ambulatoriale per pazienti che sono in fase sintomatica sia come prevenzione. Gli ultimi dati mostrano una protezione dell'83% in 6 mesi rispetto al 77% in 3 mesi. Il trattamento riduce dell’88% il rischio di Covid grave se somministrato nei primi 3 giorni. C'è poi una seconda categoria, quella dei trattamenti su cui l'Ema ha già avviato la valutazione dell'autorizzazione al commercio. Al momento sono due: Lagevrio (molnupiravir) di Merck e l’Olumiant di Eli Lilly. La pillola antivirale di Merck è stata approvata a metà novembre dal regolatore europeo per un utilizzo in casi di urgenza, in attesa che venga messo definitivamente sul mercato. Da novembre è autorizzata nel Regno Unito e lo scorso 23 dicembre è arrivato il via libera anche dalla Food and Drug Administration statunitense. L'Ema sta poi valutando l’estensione dell'uso di Olumiant (baricitinib) sviluppato dalla Eli Lilly e finora autorizzato per gli adulti affetti da artrite reumatoide da moderata a grave o dermatite atopica (eczema). Il suo principio attivo, baricitinib, blocca l'azione di enzimi chiamati Janus chinasi che svolgono un ruolo importante nei processi immunitari che portano all'infiammazione. E questo potrebbe anche aiutare a ridurre l'infiammazione e il danno tissutale associati a una grave infezione dal virus.L’ultima categoria è quella dei trattamenti già autorizzati. In questa l'Ema ne cita ben cinque. Tra questi c’è l’anticorpo monoclonale sotrovimab (Xevudy). Sviluppato dalla britannica GlaxoSmithKline insieme all’americana Vir Biotechnology, è indicato per trattare il Covid-19 negli adulti e negli over 12 con un peso di almeno 40 chili, che non richiedono ossigeno supplementare e sono a maggior rischio che la malattia diventi grave. La raccomandazione di autorizzare sotrovimab emessa dal Comitato per i medicinali a uso umano (Chmp) dell’Ema si basa sulla valutazione di uno studio su 1.057 pazienti Covid, che mostra come questo monoclonale riduca «significativamente il ricovero e i decessi in pazienti con almeno una condizione di base che li mette a rischio di malattia grave». Si prevede, inoltre, che Xevudy sia attivo «anche contro altre varianti (incluso Omicron)».L’agenzia europea ha poi autorizzato l’estensione dell’antinfiammatorio anakinra (Kineret), già consentito nell’Ue per varie condizioni infiammatorie, in pazienti adulti con polmonite che richiedono ossigeno supplementare e che sono a rischio di sviluppare una grave insufficienza respiratoria. Si ritiene che Anakinra, commercializzata dalla svedese Sobi, riduca nei malati di Covid il danno delle vie aeree inferiori, prevenendo lo sviluppo di grave insufficienza respiratoria. Il Chmp ha valutato i dati di uno studio che ha coinvolto 606 adulti ospedalizzati con polmonite Covid moderata o grave. Gli altri tre trattamenti autorizzati sono il Regdanvimab di Celltrion (anticorpo monoclonale che è stato progettato per legarsi alla proteina spike di SARS-CoV-2), l’estensione dell’antinfiammatorio RoActemra di Roche al trattamento di pazienti adulti ospedalizzati con COVID-19 grave che stanno già ricevendo un trattamento con corticosteroidi e richiedono ossigeno extra o ventilazione meccanica. E, infine, il Ronapreve di Regeneron: si tratta di un medicinale composto da casirivimab e imdevimab, due anticorpi monoclonali che sono stati progettati per legarsi alla proteina spike di SARS-CoV-2 in due siti diversi. 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Del resto, già il primo settembre Albert Bourla, amministratore delegato di Pfizer, aveva cinguettato su Twitter che «il successo contro il Covid probabilmente richiederà sia vaccini che trattamenti» e annunciato l’avvio di uno studio clinico di fase 2/3 su un antivirale orale, specificamente progettato per combattere il virus in adulti non ospedalizzati e a basso rischio.Insomma, negli ultimi mesi è arrivato il contrordine compagni, le terapie ci sono e possono essere integrate con il vaccino. Il cambio improvviso della narrazione è stato imposto dalle pillole della stessa Pfizer e quella della Merck, multinazionale americana basata sul Molnupiravir. Eppure in Italia il ministero della Sanità , Roberto Speranza, è andato avanti per mesi fermo sulla propria linea. I pazienti non si curano. Vigile attesa fino alla terapia intensiva. Il messaggio è sempre stato quello di attendere i vaccini. E nella logica del pandemically correct approfondire il tema delle terapie è diventata per mesi quasi un’eresia Adesso che oltre l’85% degli italiani over 12 ha fatto le due dosi, ci si ammala in forma meno grave, ma resta sempre l’incognita degli effetti collaterali o della combinazione con altre patologie. La sfida – lo abbiamo scritto più volte - è accoppiare al vaccino le terapie corrette. Ma a prevalere fin qui è stata la polarizzazione del dibattito tra i fideisti del vaccino (e del green pass) e chi strepita contro le big Pharma e cerca strani intrugli senza passare dai necessari iter clinici. Il punto è sempre lo stesso: evita di ammalarti gravemente vaccinandoti ma se ti ammali quali terapie (ospedaliere, ambulatoriali e non solo domiciliari) possono aiutarti? La risposta può arrivare dalle terapie a cui stanno lavorando le case farmaceutiche e che funzionano in un approccio integrato con il vaccino. Buona parte dei farmaci in valutazione sono stati sviluppati originariamente per trattare altre malattie.Scorrendo l'elenco dei farmaci su cui si stanno conducendo gli studi più avanzati, ovvero in fase due e tre, spuntano nuovi treatments. Come l'inibitore SNG001 sviluppato da Synairgen e basato sul meccanismo di azione dell'interferone Beta. La differenza è che questa terapia viene somministrata con aerosol e comunque solo a pazienti con sintomi leggeri o moderati. O come l'AT-527 antivirale sviluppato dall'americana Atea Pharmaceuticals insieme alla svizzera Roche. Ha un'azione diretta sulla polimerasi nsp12, un gene presente in tutte le varianti del virus, può essere somministrato per via orale anche fuori dall'ospedale a pazienti che siano in una fase della malattia leggera o moderata. Si tratta di terapie sviluppate ex novo, ovvero non basate sull'estensione di farmaci esistenti o su cocktail di altri trattamenti. Ci sono poi altre terapie in fase di studio meno avanzato, che quindi potrebbero arrivare tra tre o quattro anni. Alcune ricerche si stanno per esempio concentrando sull'aerosol di particelle che, una volta arrivate nei polmoni grazie a un normale inalatore portatile, possono bloccare l'azione della proteina «spike» del virus e quindi fermare la proliferazione dell'infezione. Oggi quando si iniettano per via endovenosa anticorpi (come quelli IgG) contro il Covid, solo lo 0,2% di ciò che è iniettato arriva nei polmoni: tutto il resto viene prima metabolizzato dall'organismo. Quindi sono necessarie notevoli quantità di farmaco per poter avere un effetto sufficiente.Inoltre, la terapia, anche preventiva in caso di soggetti a rischio, deve comunque passare da strutture sanitarie, anche ambulatoriali, e il trattamento, in infusione, dura diverso tempo. Inalare i nanocorpi è un sistema più efficiente, che richiede quantità di farmaco molto minori nonché risultare molto utile a chi non si può vaccinare perché ha alcune malattie autoimmuni. In teoria potrebbe essere somministrato a casa, anche se probabilmente non come auto-medicazione. Ci sta lavorando un consorzio americano con a capo l'Università di Pittsburgh, che ha appena pubblicato i risultati dei test su animale (criceti) sulla rivista Science. Fin dall'inizio del diffondersi della pandemia, i trial randomizzati controllati hanno dovuto includere il maggior numero di persone possibile senza dover procedere a prelievi o specificità che avrebbero ritardato enormemente le ricerche e quindi l'ottenimento dei risultati. In gioco persistono ancora molti elementi, di carattere biologico e di carattere organizzativo. La vera sfida sarà anche quella di agevolare l'introduzione di una medicina personalizzata anche nel caso dei pazienti Covid-19. Trasformando quello che fin qui è stato un approccio pragmatico di emergenza in approccio personalizzato.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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