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2022-02-12
Il vaccino modifica il ciclo? L’Aifa dorme
Ansa
Sono sotto la lente del Comitato per la farmacovigilanza (Prac) dell’Ema, Agenzia europea del farmaco, i «casi di irregolarità del ciclo mestruale» dopo la vaccinazione con vaccini anti-Covid a mRna. Curiosamente, i due disturbi oggetto della valutazione dell’Ema, non sono citati tra le segnalazioni presenti nel report appena pubblicato dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Se si chiede ai ginecologi italiani un chiarimento sul fenomeno, la risposta è che in effetti non è chiaro quanto sia dovuto al vaccino e quanto allo stress. Tale situazione di certo non aiuta a fare chiarezza, tantomeno a un genitore che ha qualche titubanza sul fare la vaccinazione alla figlia nell’età dello sviluppo. Certo, l’argomento è noto, i dati attualmente disponibili non sono allarmanti, ma segnalano una questione che, per l’Ema vale la pena approfondire, mentre per l’agenzia italiana non è nemmeno una questione specificata.
I fatti sono semplici. Ieri, nel sito dell’Ema, si leggeva che il comitato della farmacovigilanza (Prac) valuterà due problematiche del ciclo femminile su cui sono arrivate delle segnalazioni spontanee: aumento del sanguinamento o assenza di mestruazioni (amenorrea) osservate dopo la somministrazione di Comirnaty di Pfizer/Biontech e Spikevax di Moderna. «Dopo aver esaminato le evidenze disponibili», spiega l’Ema, «il Prac ha deciso di richiedere una valutazione approfondita di tutti i dati disponibili, compresi gli episodi riportati in sistemi di segnalazione spontanea, le sperimentazioni cliniche e la letteratura pubblicata». Sull’argomento ci sono già i dati che il comitato ha analizzato in fase di revisione dei report sulla sicurezza per i vaccini Covid presentati dalle aziende durante l’iter di approvazione dei prodotti in Ue. Sulla base di queste evidenze e di quelle registrate fino a luglio 2021, gli esperti sono arrivati alla conclusione che «non supportavano un nesso causale tra questi vaccini e i disturbi mestruali». Alla luce però «delle segnalazioni spontanee» arrivate nel frattempo, per entrambi i vaccini a mRna, il Prac ha deciso di fare una ulteriore indagine sull’incidenza di queste problematiche tipiche di un’alterazione del ciclo ormonale femminile, per stabilire se esista una correlazione, un «legame causale» tra vaccini anti-Covid e questi disturbi. Gli esperti dell’Ema puntualizzano che, flussi abbondanti o, all’opposto, assenza di mestruazioni per tre o più mesi consecutivi, «sono molto comuni e possono verificarsi per un’ampia gamma di condizioni mediche di base, nonché per stress e stanchezza». Colpisce che, di questi due particolari problemi che si possono verificare nel ciclo mensile, non ci sia traccia nel Rapporto annuale sulla sicurezza dei vaccini anti-Covid-19 relativo al 2021 e appena pubblicato dall’Aifa. Nel paragrafo dedicato (pagine 56-59), si riporta che «sono pervenute diverse segnalazioni relative a disturbi/anomalie del ciclo mestruale a seguito di somministrazione di vaccini», quindi si fa solo riferimento ai dati degli studi disponibili da tempo. In particolare a quello americano eseguito con l’app Ava’s Fertility Tracker - che ha rilevato un aumento medio di circa un giorno del ciclo nel mese dopo la vaccinazione - e quello norvegese in cui si registra, nel mese successivo alla prima dose, un flusso più abbondante. In entrambi i casi il problema si è risolto nel giro di 2-3 mesi e una buona percentuale delle donne coinvolte negli studi hanno dichiarato di aver avuto almeno uno di questi fenomeni anche nei cicli precedenti la prima dose. Come si legge negli articoli pubblicati sulle principali riviste scientifiche e pubblicate anche nel report di Aifa, una possibile spiegazione di questi fenomeni potrebbe essere nell’intensa risposta immunitaria innescata dai vaccini a mRna che potrebbe influenzare, temporaneamente, l’asse ormonale che regola il ciclo femminile. «Eventuali piccoli cambiamenti possono essere associati allo stress più che al vaccino in sé», dice Nicola Colacurci, presidente della Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo). «Lo stress psico-fisico, che ormai è generalizzato, è uno dei principali fattori che contribuiscono alle alterazioni del ciclo mestruale». Più cauto Claudio Crescini, presidente dei ginecologi ospedalieri (Aogoi), secondo cui sull’argomento «sono stati pubblicati diversi studi e non è chiaro quanto sia dovuto al vaccino o invece allo stress - emotivo, lavorativo, affettivo, scolastico, lutto - che, da sempre, è noto, influisce sul ciclo mestruale». Sui possibili risvolti che dati di questo tipo possano avere sulle ragazzine di 11-12 anni, in piena età dello sviluppo, Colacurci non ha risposte, ma si domanda «perché tutti i timori riproduttivi della vaccinazione interessino solo le donne e non gli uomini, le ragazzine e non l’impatto nella pubertà dei bambini». Si potrebbe azzardare che, non arrivando segnalazioni in merito, le agenzie del farmaco sono autorizzate a non indagare la questione. E comunque la chiosa di Colacurci, anziché rassicurare sul problema, ne ipotizza uno doppio.
Al di là del caso specifico, lascia alquanto perplessi la differenza con cui la farmacovigilanza è trattata dall’Agenzia europea del farmaco rispetto all’Aifa, ma conferma i dubbi che la Verità ha più volte segnalato sul funzionamento del sistema nazionale che monitora efficacia e sicurezza dei farmaci che sono in commercio. Una situazione che non aiuta a fare chiarezza, ma aumenta il caos e rafforza il dubbio anche dei genitori delle ragazzine di 11-12 anni.
Miocarditi, l’ottimismo è prematuro. Sui bimbi non abbiamo ancora dati
Tutti a sminuire il rischio miocarditi, quando i dati sono allarmanti. Il rapporto annuale degli eventi avversi dopo la vaccinazione anti Covid, presentato dall’Aifa, paradossalmente non li nasconde ma in alcuni passaggi li evidenzia, in altri li nega. Con il risultato che i dubbi aumentano. L’Agenzia italiana del farmaco ammette che «uno studio condotto su un’ampia popolazione di vaccinati in Italia conferma l’eccesso di rischio» di questa malattia infiammatoria del muscolo cardiaco, oltre che di pericardite, «associato ai vaccini a mRna, in particolare nei maschi giovani».
Lo studio cui fa riferimento ha riguardato più di 2,8 milioni di persone di età compresa tra 12 e 39 anni, di Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lazio, vaccinati tra il 27 dicembre 2020 e il 30 settembre 2021. Ben 441 partecipanti hanno sviluppato miocardite o pericardite, diagnosticate in ospedale. La comparsa dei sintomi avveniva entro sette giorni dalla vaccinazione e non si è trattato di disturbi lievi, visto che «il 4% delle segnalazioni sono state inserite come non gravi e il 96% come gravi, di cui l’84% come ospedalizzazione, il 4% come pericolo di vita e il 12% come altra condizione clinicamente rilevante».
L’Aifa, sempre riferendosi allo studio, sottolinea che «i tassi di segnalazione più elevati sono stati osservati negli uomini di età compresa fra 12 e 29 anni». Nessuna notizia si ha su problemi di miocarditi nei più piccoli, infatti, il report pubblicato raccoglie i dati al 26 dicembre 2021, appena dieci giorni dopo l’avvio della campagna vaccinale 5-11 anni. Lo precisa bene: «Il 96% delle dosi è stata somministrata nella fascia di età 12-16 anni (4.005.471 dosi) e il 4% nella fascia di età 5-11 anni (172.890 dosi)». Non sappiamo quante delle 1.170 segnalazioni di sospette reazioni avverse, 278 delle quali gravi, abbiano riguardato i più piccoli perché si parla di «popolazione pediatrica 5-16 anni», quindi il tasso di segnalazione di 28 eventi avversi ogni 100.000 dosi somministrate può riferirsi solo in microscopica parte a quella fascia, vaccinata per appena il 4%.
Speriamo di vedere in tempi rapidi, non fra tre mesi, che cosa emergerà sul piano delle reazioni avverse nei bimbi, auguriamoci che non siano preoccupanti ma certo è infondata la sicurezza che ostenta e tenta di trasmettere la presidente della Società italiana di pediatria. «Il rapporto dell’Aifa sulla farmacovigilanza dei vaccini anti Covid conferma il rischio molto basso di miocarditi post vaccino nella fascia d’età sotto gli 11 anni», ha dichiarato Annamaria Staiano. Come fa a dirlo, se nemmeno l’Agenzia del farmaco ha dati a riguardo?
Forse perché si è limitata a leggere le conclusioni del report, che contraddicendo quanto dichiarato pochi paragrafi sopra, afferma: «ll rischio di miocardite e pericardite dopo vaccini a mRna è molto raro, ovvero, nelle stime più frequenti, fino a 1 caso ogni 10.000 persone vaccinate, soprattutto nei giovani di sesso maschile». La percentuale non è affatto irrilevante, e in ogni caso l’agenzia regolatoria dimostra di avere idee poco chiare sul pericolo miocarditi nei più giovani. Ci pensano gli autori dello studio citato dall’Aifa e appena inserito su medRxiv, a riportare l’attenzione sul rischio «aumentato dopo la seconda dose», nella popolazione di età inferiore ai 40 anni con i vaccini a mRna Pfizer e Moderna. Osservano che «l’implicazione di questi risultati sulla salute pubblica dovrebbe essere valutata alla luce del profilo complessivo di efficacia e sicurezza di entrambi i vaccini».
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Travolta dalle segnalazioni, l’Agenzia europea del farmaco chiede approfondimenti circa l’impatto dei sieri sulla fertilità femminile. Nel report italiano, invece, i disturbi che allarmano l’Ema non sono presi in considerazione. I ginecologi: «Solo stress».Il rapporto sulla farmacovigilanza minimizza, ma mancano i numeri sui più piccoli.Lo speciale contiene due articoli.Sono sotto la lente del Comitato per la farmacovigilanza (Prac) dell’Ema, Agenzia europea del farmaco, i «casi di irregolarità del ciclo mestruale» dopo la vaccinazione con vaccini anti-Covid a mRna. Curiosamente, i due disturbi oggetto della valutazione dell’Ema, non sono citati tra le segnalazioni presenti nel report appena pubblicato dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Se si chiede ai ginecologi italiani un chiarimento sul fenomeno, la risposta è che in effetti non è chiaro quanto sia dovuto al vaccino e quanto allo stress. Tale situazione di certo non aiuta a fare chiarezza, tantomeno a un genitore che ha qualche titubanza sul fare la vaccinazione alla figlia nell’età dello sviluppo. Certo, l’argomento è noto, i dati attualmente disponibili non sono allarmanti, ma segnalano una questione che, per l’Ema vale la pena approfondire, mentre per l’agenzia italiana non è nemmeno una questione specificata. I fatti sono semplici. Ieri, nel sito dell’Ema, si leggeva che il comitato della farmacovigilanza (Prac) valuterà due problematiche del ciclo femminile su cui sono arrivate delle segnalazioni spontanee: aumento del sanguinamento o assenza di mestruazioni (amenorrea) osservate dopo la somministrazione di Comirnaty di Pfizer/Biontech e Spikevax di Moderna. «Dopo aver esaminato le evidenze disponibili», spiega l’Ema, «il Prac ha deciso di richiedere una valutazione approfondita di tutti i dati disponibili, compresi gli episodi riportati in sistemi di segnalazione spontanea, le sperimentazioni cliniche e la letteratura pubblicata». Sull’argomento ci sono già i dati che il comitato ha analizzato in fase di revisione dei report sulla sicurezza per i vaccini Covid presentati dalle aziende durante l’iter di approvazione dei prodotti in Ue. Sulla base di queste evidenze e di quelle registrate fino a luglio 2021, gli esperti sono arrivati alla conclusione che «non supportavano un nesso causale tra questi vaccini e i disturbi mestruali». Alla luce però «delle segnalazioni spontanee» arrivate nel frattempo, per entrambi i vaccini a mRna, il Prac ha deciso di fare una ulteriore indagine sull’incidenza di queste problematiche tipiche di un’alterazione del ciclo ormonale femminile, per stabilire se esista una correlazione, un «legame causale» tra vaccini anti-Covid e questi disturbi. Gli esperti dell’Ema puntualizzano che, flussi abbondanti o, all’opposto, assenza di mestruazioni per tre o più mesi consecutivi, «sono molto comuni e possono verificarsi per un’ampia gamma di condizioni mediche di base, nonché per stress e stanchezza». Colpisce che, di questi due particolari problemi che si possono verificare nel ciclo mensile, non ci sia traccia nel Rapporto annuale sulla sicurezza dei vaccini anti-Covid-19 relativo al 2021 e appena pubblicato dall’Aifa. Nel paragrafo dedicato (pagine 56-59), si riporta che «sono pervenute diverse segnalazioni relative a disturbi/anomalie del ciclo mestruale a seguito di somministrazione di vaccini», quindi si fa solo riferimento ai dati degli studi disponibili da tempo. In particolare a quello americano eseguito con l’app Ava’s Fertility Tracker - che ha rilevato un aumento medio di circa un giorno del ciclo nel mese dopo la vaccinazione - e quello norvegese in cui si registra, nel mese successivo alla prima dose, un flusso più abbondante. In entrambi i casi il problema si è risolto nel giro di 2-3 mesi e una buona percentuale delle donne coinvolte negli studi hanno dichiarato di aver avuto almeno uno di questi fenomeni anche nei cicli precedenti la prima dose. Come si legge negli articoli pubblicati sulle principali riviste scientifiche e pubblicate anche nel report di Aifa, una possibile spiegazione di questi fenomeni potrebbe essere nell’intensa risposta immunitaria innescata dai vaccini a mRna che potrebbe influenzare, temporaneamente, l’asse ormonale che regola il ciclo femminile. «Eventuali piccoli cambiamenti possono essere associati allo stress più che al vaccino in sé», dice Nicola Colacurci, presidente della Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo). «Lo stress psico-fisico, che ormai è generalizzato, è uno dei principali fattori che contribuiscono alle alterazioni del ciclo mestruale». Più cauto Claudio Crescini, presidente dei ginecologi ospedalieri (Aogoi), secondo cui sull’argomento «sono stati pubblicati diversi studi e non è chiaro quanto sia dovuto al vaccino o invece allo stress - emotivo, lavorativo, affettivo, scolastico, lutto - che, da sempre, è noto, influisce sul ciclo mestruale». Sui possibili risvolti che dati di questo tipo possano avere sulle ragazzine di 11-12 anni, in piena età dello sviluppo, Colacurci non ha risposte, ma si domanda «perché tutti i timori riproduttivi della vaccinazione interessino solo le donne e non gli uomini, le ragazzine e non l’impatto nella pubertà dei bambini». Si potrebbe azzardare che, non arrivando segnalazioni in merito, le agenzie del farmaco sono autorizzate a non indagare la questione. E comunque la chiosa di Colacurci, anziché rassicurare sul problema, ne ipotizza uno doppio. Al di là del caso specifico, lascia alquanto perplessi la differenza con cui la farmacovigilanza è trattata dall’Agenzia europea del farmaco rispetto all’Aifa, ma conferma i dubbi che la Verità ha più volte segnalato sul funzionamento del sistema nazionale che monitora efficacia e sicurezza dei farmaci che sono in commercio. Una situazione che non aiuta a fare chiarezza, ma aumenta il caos e rafforza il dubbio anche dei genitori delle ragazzine di 11-12 anni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vaccino-modifica-ciclo-aifa-dorme-2656639767.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="miocarditi-lottimismo-e-prematuro-sui-bimbi-non-abbiamo-ancora-dati" data-post-id="2656639767" data-published-at="1644642419" data-use-pagination="False"> Miocarditi, l’ottimismo è prematuro. Sui bimbi non abbiamo ancora dati Tutti a sminuire il rischio miocarditi, quando i dati sono allarmanti. Il rapporto annuale degli eventi avversi dopo la vaccinazione anti Covid, presentato dall’Aifa, paradossalmente non li nasconde ma in alcuni passaggi li evidenzia, in altri li nega. Con il risultato che i dubbi aumentano. L’Agenzia italiana del farmaco ammette che «uno studio condotto su un’ampia popolazione di vaccinati in Italia conferma l’eccesso di rischio» di questa malattia infiammatoria del muscolo cardiaco, oltre che di pericardite, «associato ai vaccini a mRna, in particolare nei maschi giovani». Lo studio cui fa riferimento ha riguardato più di 2,8 milioni di persone di età compresa tra 12 e 39 anni, di Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lazio, vaccinati tra il 27 dicembre 2020 e il 30 settembre 2021. Ben 441 partecipanti hanno sviluppato miocardite o pericardite, diagnosticate in ospedale. La comparsa dei sintomi avveniva entro sette giorni dalla vaccinazione e non si è trattato di disturbi lievi, visto che «il 4% delle segnalazioni sono state inserite come non gravi e il 96% come gravi, di cui l’84% come ospedalizzazione, il 4% come pericolo di vita e il 12% come altra condizione clinicamente rilevante». L’Aifa, sempre riferendosi allo studio, sottolinea che «i tassi di segnalazione più elevati sono stati osservati negli uomini di età compresa fra 12 e 29 anni». Nessuna notizia si ha su problemi di miocarditi nei più piccoli, infatti, il report pubblicato raccoglie i dati al 26 dicembre 2021, appena dieci giorni dopo l’avvio della campagna vaccinale 5-11 anni. Lo precisa bene: «Il 96% delle dosi è stata somministrata nella fascia di età 12-16 anni (4.005.471 dosi) e il 4% nella fascia di età 5-11 anni (172.890 dosi)». Non sappiamo quante delle 1.170 segnalazioni di sospette reazioni avverse, 278 delle quali gravi, abbiano riguardato i più piccoli perché si parla di «popolazione pediatrica 5-16 anni», quindi il tasso di segnalazione di 28 eventi avversi ogni 100.000 dosi somministrate può riferirsi solo in microscopica parte a quella fascia, vaccinata per appena il 4%. Speriamo di vedere in tempi rapidi, non fra tre mesi, che cosa emergerà sul piano delle reazioni avverse nei bimbi, auguriamoci che non siano preoccupanti ma certo è infondata la sicurezza che ostenta e tenta di trasmettere la presidente della Società italiana di pediatria. «Il rapporto dell’Aifa sulla farmacovigilanza dei vaccini anti Covid conferma il rischio molto basso di miocarditi post vaccino nella fascia d’età sotto gli 11 anni», ha dichiarato Annamaria Staiano. Come fa a dirlo, se nemmeno l’Agenzia del farmaco ha dati a riguardo? Forse perché si è limitata a leggere le conclusioni del report, che contraddicendo quanto dichiarato pochi paragrafi sopra, afferma: «ll rischio di miocardite e pericardite dopo vaccini a mRna è molto raro, ovvero, nelle stime più frequenti, fino a 1 caso ogni 10.000 persone vaccinate, soprattutto nei giovani di sesso maschile». La percentuale non è affatto irrilevante, e in ogni caso l’agenzia regolatoria dimostra di avere idee poco chiare sul pericolo miocarditi nei più giovani. Ci pensano gli autori dello studio citato dall’Aifa e appena inserito su medRxiv, a riportare l’attenzione sul rischio «aumentato dopo la seconda dose», nella popolazione di età inferiore ai 40 anni con i vaccini a mRna Pfizer e Moderna. Osservano che «l’implicazione di questi risultati sulla salute pubblica dovrebbe essere valutata alla luce del profilo complessivo di efficacia e sicurezza di entrambi i vaccini».
Giorgia Meloni con il primo ministro armeno Nikol Pashinyan al vertice Epc di Erevan (Getty Images)
Su questo punto è tornato anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. «I flussi migratori incontrollati mettono a dura prova la sicurezza dei cittadini e, se sfruttati come minaccia ibrida, anche la stabilità degli Stati. Ma non è tutto. Influiscono anche sull’economia, mettendo a dura prova le risorse pubbliche e incidendo sul mercato del lavoro; ciò indebolisce la competitività aumentando l’incertezza e le tensioni sociali», è il monito di Meloni. «Il modello Italia per le politiche migratorie continua a essere un punto di riferimento», ha ricordato anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, «i centri in Albania sono un progetto innovativo di cui parla tutta Europa, che infatti ha tarato le sue normative sui nostri centri. Quindi non stiamo sprecando soldi. Mare Nostrum, peraltro, è costata molto di più, al di là dell’obiettivo nobile».
In questo contesto, ha ripreso il premier, l’Europa è chiamata ad «alzare il tiro e, dopo aver dimostrato di saper rispondere alle emergenze, deve dimostrare di saperle prevedere».
Infine ci sono anche legami con l’energia, «poiché dobbiamo anche affrontare il fatto che molti flussi provengono da regioni instabili che sono fondamentali per i nostri approvvigionamenti energetici». Lo ha spiegato in occasione dell’ottava edizione della Comunità politica europea (Epc) a Erevan, in Armenia. La «necessità» è quella «di agire contro i trafficanti, garantire che i quadri normativi nazionali e internazionali siano solidi, accelerare i rimpatri, stringere nuove partnership, gestire efficacemente la migrazione a monte e contrastare la strumentalizzazione della migrazione», quindi «sostenersi a vicenda in questi sforzi». È quanto si legge nella dichiarazione congiunta dell’Epc.
In Armenia Meloni ha affrontato con il primo ministro canadese Mark Carney il tema delle materie prime critiche, «un altro elemento essenziale della sovranità energetica». E poi: «Credo che anche iniziative come questa che allargano il concetto d’Europa e dei confini propri dell’Unione europea siano utili».
Un vertice che anticipa la visita di Meloni in Azerbaigian, una missione che rientra nel quadro del rafforzamento della sicurezza energetica dell’Italia per proteggere le famiglie e le imprese dagli choc esterni dovuti alla guerra ma non solo. L’Italia si conferma il primo mercato di destinazione dell’export azero ed è anche il secondo fornitore di petrolio e gas all’Italia (17% e 16% del fabbisogno nazionale). Dal 2020 al 2025, sono stati trasportati in Italia circa 45 miliardi di metri cubi via Tap, il Trans-Adriatic pipeline.
In un contesto internazionale segnato da elevata instabilità, che incide sulla tenuta delle catene di approvvigionamento, Meloni e il presidente Ilham Aliyev avranno modo di approfondire le modalità per consolidare le relazioni tra Roma e Baku. «Il progetto Tap, che fa parte del corridoio del gas, deve naturalmente essere ampliato per aumentare le forniture», ha detto Aliyev.
«Dopo il viaggio nel Golfo, chiaramente anche questo (in Azerbaigian) fa parte di una diplomazia dell’energia che serve a difendere i nostri interessi ma non a farlo semplicemente sul piano episodico, a farlo su un piano strutturale di lungo termine e quindi cerchiamo di fare la nostra parte», ha spiegato Meloni. «Noi vogliamo che l’Azerbaigian possa rafforzare il suo ruolo di snodo fondamentale tra Europa e Asia», ha aggiunto, «e che l’Italia possa essere sempre più la porta d’accesso privilegiata al mercato europeo».
Secondo il premier, energia e connettività sono due ambiti nei quali l’Europa «può e deve giocare un ruolo più incisivo», sostenendo investimenti e favorendo una maggiore integrazione dell’Azerbaigian nelle reti energetiche e nei network dei trasporti internazionali. Il governo sul piano energetico punta a diversificare fonti e partner, costruendo una rete di cooperazioni che guarda all’Azerbaigian, al Nord Africa e ai Paesi del Golfo. Una vera e propria «diplomazia dell’energia» pensata per rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti e tutelare gli interessi nazionali nel lungo periodo. Meloni insiste poi sulla necessità di un cambio di paradigma in Europa: «Dopo anni segnati da crisi, dalla pandemia alla guerra in Ucraina, l’Unione europea deve passare da una logica di reazione a una capacità di anticipazione. Serve una strategia di lungo periodo che tenga conto non solo dei partner più affini, ma anche del vicinato geografico».
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Marco Rubio (Ansa)
Si tratta di una missione, quella di Rubio, particolarmente delicata. Non dimentichiamo infatti che, il mese scorso, Donald Trump ha polemizzato sia con Leone che con la stessa Meloni. Al primo ha rimproverato di essere «debole» su crimine e politica estera, mentre ha accusato la seconda di non aver fornito adeguata assistenza agli Usa nella crisi di Hormuz.
Fibrillazioni significative, i cui strascichi, a oggi, non si sono ancora del tutto sopiti. La scorsa settimana, Leone ha messo a capo della diocesi di Wheeling-Charleston un prelato che, oltre a entrare illegalmente negli Stati Uniti da adolescente, è un aperto critico delle politiche migratorie di Trump. Inoltre, proprio ieri, il Papa ha ricevuto i rappresentanti delle Catholic Charities degli Stati Uniti: enti con cui l’attuale amministrazione americana è ai ferri corti sull’immigrazione. Al contempo, sempre ieri, la Meloni ha continuato a mostrare una certa freddezza verso la Casa Bianca. «È una scelta che non dipende da me e che personalmente non condividerei», ha dichiarato, riferendosi all’eventualità, ventilata da Trump, di ritirare le truppe americane dall’Italia. «L’Italia ha sempre mantenuto i suoi impegni, ha mantenuto tutti gli impegni che ha sottoscritto, lo ha sempre fatto. Lo abbiamo fatto particolarmente in ambito Nato, lo abbiamo fatto anche quando non erano in gioco i nostri interessi diretti: lo abbiamo fatto in Afghanistan, lo abbiamo fatto in Iraq», ha anche detto l’inquilina di Palazzo Chigi, per poi aggiungere: «Quindi alcune cose che sono state dette nei nostri confronti non le considero corrette, anche perché a livello di Patto Atlantico nessuno si è presentato in una sede formale a chiedere un sostegno degli alleati sulle scelte che stava facendo».
In tutto questo, il comunicato con cui il Dipartimento di Stato Usa ha annunciato il viaggio romano di Rubio è apparso particolarmente stringato. «Il segretario Rubio incontrerà i vertici della Santa Sede per discutere della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale. Gli incontri con le controparti italiane si concentreranno sugli interessi di sicurezza condivisi e sull’allineamento strategico», si legge nella breve nota. Tuttavia, al di là della freddezza del comunicato, è comunque una notizia che Rubio arrivi in Italia per parlare con Leone e con la Meloni: il che significa che, al netto della retorica, Trump ha interesse a questa doppia ricucitura. Del resto, oltre a essere cattolico, Rubio, all’interno dell’attuale amministrazione statunitense, è la figura meno ostile alla Nato e, più in generale, al Vecchio Continente. Non solo. Oltre a essere segretario di Stato, il diretto interessato riveste anche il ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca: il che ne fa, insieme a JD Vance, l’uomo attualmente più vicino al presidente statunitense.
Ma in che cosa risiede esattamente l’importanza del viaggio di Rubio? Partiamo dalla Santa Sede. Trump ha necessità di ricomporre la frattura con Leone per una serie di ragioni. Dal punto di vista geopolitico, la rottura con l’attuale pontefice rischia indirettamente di rafforzare quei settori filocinesi della Chiesa cattolica che erano usciti sconfitti dal conclave dell’anno scorso. In secondo luogo, Trump, a livello interno, vuole mantenere la presa su quell’elettorato cattolico che, nel 2024, lo votò in larga maggioranza: un elettorato di cui il presidente ha bisogno in vista delle Midterm di novembre e di cui avranno bisogno anche Rubio e Vance, entrambi cattolici, alle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Dall’altra parte, è vero che i vescovi statunitensi sono ai ferri corti con Trump su immigrazione clandestina e guerra in Iran. Ma è altrettanto vero che la gerarchia cattolica americana continua a temere l’ala woke di quel Partito democratico che, quando guidò la Casa Bianca con Joe Biden, non solo portò avanti politiche ferreamente abortiste ma utilizzò anche l’Fbi per mettere nel mirino i cattolici tradizionalisti. Va d’altronde rilevato che, secondo un sondaggio di Fox News, il gradimento dell’attuale presidente americano tra gli elettori cattolici a fine aprile è aumentato rispetto al mese precedente: segno, questo, del fatto che non sempre la base elettorale cattolica statunitense è politicamente allineata all’episcopato locale.
Venendo al governo italiano, è significativo che Trump invii Rubio a Roma proprio mentre sta inasprendo il suo scontro con Berlino. La Casa Bianca ha del resto sempre trovato nel governo Meloni una sponda contro quei leader europei che, da Emmanuel Macron a Pedro Sánchez, hanno cercato di spingere Bruxelles tra le braccia della Cina. Dall’altra parte, la forza dell’inquilina di Palazzo Chigi sul piano internazionale è storicamente in gran parte connessa ai suoi stretti legami con Washington (sia ai tempi di Biden che con Trump). Tutto questo per dire che, al netto delle difficoltà, tutti e tre gli attori in gioco - Usa, Italia e Santa Sede - hanno un interesse a ricomporre le fratture. Rubio è chiamato a portare a termine questo compito. Missione non facile, ma neppure impossibile.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 5 maggio con Carlo Cambi
Lo scontro nello Stretto di Hormuz entra in una fase sempre più critica, tra attacchi, incidenti in mare e dichiarazioni contrapposte che rendono il quadro estremamente instabile. Nelle ultime ore, il corridoio strategico per il traffico energetico globale è tornato al centro di un’escalation che coinvolge direttamente Iran e Stati Uniti, con effetti su tutta la regione del Golfo. I primi segnali arrivano dal fronte asiatico. La Corea del Sud ha annunciato verifiche su un possibile attacco contro una nave battente bandiera sudcoreana nello stretto. Secondo l’agenzia Yonhap, non ci sarebbero vittime, ma restano da accertare danni e responsabilità.
Teheran ha poi dichiarato di aver esploso «colpi di avvertimento» contro unità militari statunitensi che si sarebbero avvicinate senza rispondere agli avvisi radio. La televisione di Stato iraniana parla di missili da crociera e droni impiegati per intimidire i cacciatorpediniere americani. In precedenza, l’agenzia Fars aveva sostenuto che una fregata Usa fosse stata colpita da due missili, notizia poi smentita dal Comando centrale degli Stati Uniti. Sul fronte iraniano, il tono si è ulteriormente alzato anche sul piano retorico. Un portavoce del Corpo delle guardie rivoluzionarie ha dichiarato che «stasera si aprirà un nuovo capitolo di potere, uno che i nemici non hanno mai visto prima», mentre i vertici militari continuano a rivendicare il controllo dell’area.
Washington, dal canto suo, rivendica il controllo della situazione. Il Centcom ha annunciato che due navi mercantili statunitensi hanno attraversato lo Stretto sotto scorta militare nell’ambito dell’operazione «Project Freedom», parlando di «libertà di navigazione ristabilita». Il segretario all’Economia, Scott Bessent, lo ha detto in maniera ancora più chiara: «Abbiamo il completo controllo di «Hormuz». Teheran ha però smentito, affermando che «nessuna nave commerciale ha attraversato lo Stretto di Hormuz nelle ultime ore». A rafforzare la linea americana è intervenuto Donald Trump. Il presidente ha minacciato che, in caso di attacchi contro le navi americane impegnate a scortare il traffico commerciale, l’Iran verrebbe «cancellato dalla faccia della Terra», secondo quanto riportato da Fox News. Allo stesso tempo, Trump ha indicato un possibile spiraglio negoziale, affermando che Teheran sarebbe oggi «più malleabile» nelle trattative grazie alla pressione esercitata da Washington. Alla dichiarazione ha risposto l’agenzia iraniana Tasnim, vicina ai pasdaran, sostenendo che Trump «bluffa» e parlando di «nuovo bluff» del presidente americano. La stessa agenzia ha inoltre affermato che l’Iran avrebbe già «aperto il fuoco contro navi da guerra americane nella regione», alimentando ulteriormente la guerra di narrazioni. Il regime ha inoltre affermato, per bocca del comandante in capo dell’esercito Amir Hatami, che la sicurezza dello Stretto è la sua linea rossa.
Attenzione a quello che si muove sul fronte politico interno statunitense. Un gruppo ristretto di senatori repubblicani sta lavorando a un’autorizzazione all’uso della forza militare contro l’Iran, da attivare nel caso di una ripresa delle ostilità. La proposta potrebbe essere esaminata con procedura accelerata grazie al War Powers Act, consentendo un rapido voto al Senato. Il testo allo studio prevederebbe limiti all’impiego di truppe di terra e una durata definita del conflitto. Le mosse politiche si inseriscono in un contesto operativo sempre più teso. Gli Stati Uniti hanno infatti ammesso di aver modificato le regole d’ingaggio, autorizzando attacchi preventivi contro minacce imminenti, incluse le imbarcazioni veloci dei pasdaran e le postazioni missilistiche iraniane. Secondo fonti militari americane, sei piccole imbarcazioni iraniane sono state neutralizzate mentre cercavano di interferire con la navigazione commerciale, e sono stati intercettati missili e droni lanciati da Teheran. L’inasprimento dello scontro ha avuto effetti immediati anche su Israele. Un funzionario militare ha riferito che lo Stato ebraico è entrato in «stato di massima allerta» proprio dopo l’intercettazione dei vettori iraniani da parte degli Stati Uniti. «L’esercito israeliano sta monitorando attentamente la situazione e rimane in stato di massima allerta», ha spiegato la fonte, segnalando il timore di un allargamento del conflitto. Teheran, dal canto suo, continua a rilanciare sul piano comunicativo. I media statali hanno diffuso una mappa che attribuirebbe all’Iran il controllo di fatto dell’intero Stretto, estendendo simbolicamente la propria influenza fino alle coste emiratine. Una rappresentazione più politica che militare, accompagnata dall’ipotesi di consentire il transito alle navi non legate a Stati Uniti o Israele previo pagamento di un pedaggio. Intanto proseguono i contatti diplomatici con l’Oman per definire un protocollo di sicurezza marittima, ma le posizioni restano distanti. Teheran accusa Washington di avanzare richieste «massimaliste», mentre gli Stati Uniti insistono su una strategia di pressione. Sul terreno si registrano nuovi episodi. In Oman, a Bukha, un edificio residenziale è stato colpito in circostanze ancora da chiarire, causando due feriti. Nelle stesse ore, una nave mercantile è stata fermata dalle autorità iraniane per un controllo, mentre una petroliera ha segnalato di essere stata colpita al largo di Fujairah. «Ogni centimetro di queste acque è sotto il nostro controllo», ha scritto su X sempre il capo dell’esercito iraniano Amir Hatami. Una dichiarazione che sintetizza il clima di contrapposizione crescente.
Si ricomincia: altri raid sugli Emirati
Dopo quasi un mese di tregua nei cieli degli Emirati Arabi Uniti, le allerte missilistiche sono scattate di nuovo ieri. Stando a quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, il regime iraniano ha lanciato quattro missili da crociera diretti contro il Paese: tre sono stati intercettati, mentre l’ultimo è precipitato nelle acque del Golfo.
Poco dopo l’annuncio, come riportato dal Khaleej Times, le autorità degli Emirati hanno comunicato lo scoppio di un incendio nell’impianto petrolifero di Fujairah, a seguito di un attacco con droni. Nel raid «tre cittadini indiani hanno riportato ferite di media entità e sono stati trasportati in ospedale per le cure».
Le allerte negli Emirati sono scattate a partire dalle 17.00, con i residenti che hanno ricevuto sui cellulari almeno quattro alert. Come ha mostrato una fonte della Verità presente sul posto, negli avvisi la popolazione è stata invitata «a cercare immediatamente un luogo sicuro nell’edificio protetto più vicino, tenendosi lontani da finestre, porte e aree aperte». A distanza di dieci minuti dal primo avviso, è arrivato un altro messaggio in cui si comunicava il cessato allarme. Successivamente però sono seguiti altri tre avvisi, a breve distanza l’uno dall’altro. Il ministero della Difesa emiratino ha poi confermato su X che «i rumori uditi in varie parti del Paese sono il risultato dell’intercettazione di missili balistici, missili da crociera e droni da parte dei sistemi di difesa aerea degli Emirati Arabi Uniti». Come rivelato dalla Cnn, Israele avrebbe svolto un ruolo cruciale nell’intercettazione dei vettori: una fonte ha spiegato che Tel Aviv avrebbe schierato «segretamente» negli Emirati Arabi Uniti un sistema di difesa aerea Iron Dome.
Mentre il Paese non si è fatto cogliere impreparato, sono già state annunciate alcune misure precauzionali. Il ministero dell’Istruzione emiratino ha comunicato che in tutto il Paese sarà introdotta «la didattica a distanza» per tutte le scuole, a partire da oggi fino almeno all’8 maggio. Nel frattempo, i raid iraniani hanno già avuto un impatto diretto sullo spazio aereo. Diversi voli diretti negli Emirati, a Dubai e a Sharjah, sono stati sospesi o dirottati verso Muscat.
Le parole di condanna da parte di Abu Dhabi non si sono fatte attendere. Il ministero degli Esteri degli Emirati, tramite una nota su X, ha affermato che «la ripresa degli attacchi da parte della Repubblica Islamica rappresenta una pericolosa escalation, un’azione inaccettabile e una minaccia diretta alla sicurezza e alla stabilità del Paese». E il Paese del Golfo si è riservato «il pieno e legittimo diritto di risposta alle aggressioni». Stando a quanto riferito da Channel 12, anche un alto funzionario emiratino avrebbe confermato: «Il regime iraniano ha iniziato ad attaccarci, noi reagiremo».
Inizialmente, Teheran ha rispedito le accuse al mittente: una fonte militare del regime ha reso noto all’agenzia Tasnim che l’Iran non ha alcun piano di colpire gli Emirati Arabi Uniti. Poco dopo, però, sembra che il regime abbia ammesso «l’errore». La televisione iraniana, riportando quanto affermato da un alto funzionario iraniano, ha comunicato che Teheran «non aveva intenzione di colpire gli Emirati Arabi Uniti».
Peraltro, l’agenzia di stampa dell’Oman ha reso noto che a Bukha, vicino allo Stretto di Hormuz, è stato colpito un edificio in cui risiedono gli expat. Nel momento in cui scriviamo, le autorità dell’Oman stanno ancora indagando sull’origine dell’attacco.
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