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2022-02-12
Il vaccino modifica il ciclo? L’Aifa dorme
Ansa
Sono sotto la lente del Comitato per la farmacovigilanza (Prac) dell’Ema, Agenzia europea del farmaco, i «casi di irregolarità del ciclo mestruale» dopo la vaccinazione con vaccini anti-Covid a mRna. Curiosamente, i due disturbi oggetto della valutazione dell’Ema, non sono citati tra le segnalazioni presenti nel report appena pubblicato dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Se si chiede ai ginecologi italiani un chiarimento sul fenomeno, la risposta è che in effetti non è chiaro quanto sia dovuto al vaccino e quanto allo stress. Tale situazione di certo non aiuta a fare chiarezza, tantomeno a un genitore che ha qualche titubanza sul fare la vaccinazione alla figlia nell’età dello sviluppo. Certo, l’argomento è noto, i dati attualmente disponibili non sono allarmanti, ma segnalano una questione che, per l’Ema vale la pena approfondire, mentre per l’agenzia italiana non è nemmeno una questione specificata.
I fatti sono semplici. Ieri, nel sito dell’Ema, si leggeva che il comitato della farmacovigilanza (Prac) valuterà due problematiche del ciclo femminile su cui sono arrivate delle segnalazioni spontanee: aumento del sanguinamento o assenza di mestruazioni (amenorrea) osservate dopo la somministrazione di Comirnaty di Pfizer/Biontech e Spikevax di Moderna. «Dopo aver esaminato le evidenze disponibili», spiega l’Ema, «il Prac ha deciso di richiedere una valutazione approfondita di tutti i dati disponibili, compresi gli episodi riportati in sistemi di segnalazione spontanea, le sperimentazioni cliniche e la letteratura pubblicata». Sull’argomento ci sono già i dati che il comitato ha analizzato in fase di revisione dei report sulla sicurezza per i vaccini Covid presentati dalle aziende durante l’iter di approvazione dei prodotti in Ue. Sulla base di queste evidenze e di quelle registrate fino a luglio 2021, gli esperti sono arrivati alla conclusione che «non supportavano un nesso causale tra questi vaccini e i disturbi mestruali». Alla luce però «delle segnalazioni spontanee» arrivate nel frattempo, per entrambi i vaccini a mRna, il Prac ha deciso di fare una ulteriore indagine sull’incidenza di queste problematiche tipiche di un’alterazione del ciclo ormonale femminile, per stabilire se esista una correlazione, un «legame causale» tra vaccini anti-Covid e questi disturbi. Gli esperti dell’Ema puntualizzano che, flussi abbondanti o, all’opposto, assenza di mestruazioni per tre o più mesi consecutivi, «sono molto comuni e possono verificarsi per un’ampia gamma di condizioni mediche di base, nonché per stress e stanchezza». Colpisce che, di questi due particolari problemi che si possono verificare nel ciclo mensile, non ci sia traccia nel Rapporto annuale sulla sicurezza dei vaccini anti-Covid-19 relativo al 2021 e appena pubblicato dall’Aifa. Nel paragrafo dedicato (pagine 56-59), si riporta che «sono pervenute diverse segnalazioni relative a disturbi/anomalie del ciclo mestruale a seguito di somministrazione di vaccini», quindi si fa solo riferimento ai dati degli studi disponibili da tempo. In particolare a quello americano eseguito con l’app Ava’s Fertility Tracker - che ha rilevato un aumento medio di circa un giorno del ciclo nel mese dopo la vaccinazione - e quello norvegese in cui si registra, nel mese successivo alla prima dose, un flusso più abbondante. In entrambi i casi il problema si è risolto nel giro di 2-3 mesi e una buona percentuale delle donne coinvolte negli studi hanno dichiarato di aver avuto almeno uno di questi fenomeni anche nei cicli precedenti la prima dose. Come si legge negli articoli pubblicati sulle principali riviste scientifiche e pubblicate anche nel report di Aifa, una possibile spiegazione di questi fenomeni potrebbe essere nell’intensa risposta immunitaria innescata dai vaccini a mRna che potrebbe influenzare, temporaneamente, l’asse ormonale che regola il ciclo femminile. «Eventuali piccoli cambiamenti possono essere associati allo stress più che al vaccino in sé», dice Nicola Colacurci, presidente della Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo). «Lo stress psico-fisico, che ormai è generalizzato, è uno dei principali fattori che contribuiscono alle alterazioni del ciclo mestruale». Più cauto Claudio Crescini, presidente dei ginecologi ospedalieri (Aogoi), secondo cui sull’argomento «sono stati pubblicati diversi studi e non è chiaro quanto sia dovuto al vaccino o invece allo stress - emotivo, lavorativo, affettivo, scolastico, lutto - che, da sempre, è noto, influisce sul ciclo mestruale». Sui possibili risvolti che dati di questo tipo possano avere sulle ragazzine di 11-12 anni, in piena età dello sviluppo, Colacurci non ha risposte, ma si domanda «perché tutti i timori riproduttivi della vaccinazione interessino solo le donne e non gli uomini, le ragazzine e non l’impatto nella pubertà dei bambini». Si potrebbe azzardare che, non arrivando segnalazioni in merito, le agenzie del farmaco sono autorizzate a non indagare la questione. E comunque la chiosa di Colacurci, anziché rassicurare sul problema, ne ipotizza uno doppio.
Al di là del caso specifico, lascia alquanto perplessi la differenza con cui la farmacovigilanza è trattata dall’Agenzia europea del farmaco rispetto all’Aifa, ma conferma i dubbi che la Verità ha più volte segnalato sul funzionamento del sistema nazionale che monitora efficacia e sicurezza dei farmaci che sono in commercio. Una situazione che non aiuta a fare chiarezza, ma aumenta il caos e rafforza il dubbio anche dei genitori delle ragazzine di 11-12 anni.
Miocarditi, l’ottimismo è prematuro. Sui bimbi non abbiamo ancora dati
Tutti a sminuire il rischio miocarditi, quando i dati sono allarmanti. Il rapporto annuale degli eventi avversi dopo la vaccinazione anti Covid, presentato dall’Aifa, paradossalmente non li nasconde ma in alcuni passaggi li evidenzia, in altri li nega. Con il risultato che i dubbi aumentano. L’Agenzia italiana del farmaco ammette che «uno studio condotto su un’ampia popolazione di vaccinati in Italia conferma l’eccesso di rischio» di questa malattia infiammatoria del muscolo cardiaco, oltre che di pericardite, «associato ai vaccini a mRna, in particolare nei maschi giovani».
Lo studio cui fa riferimento ha riguardato più di 2,8 milioni di persone di età compresa tra 12 e 39 anni, di Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lazio, vaccinati tra il 27 dicembre 2020 e il 30 settembre 2021. Ben 441 partecipanti hanno sviluppato miocardite o pericardite, diagnosticate in ospedale. La comparsa dei sintomi avveniva entro sette giorni dalla vaccinazione e non si è trattato di disturbi lievi, visto che «il 4% delle segnalazioni sono state inserite come non gravi e il 96% come gravi, di cui l’84% come ospedalizzazione, il 4% come pericolo di vita e il 12% come altra condizione clinicamente rilevante».
L’Aifa, sempre riferendosi allo studio, sottolinea che «i tassi di segnalazione più elevati sono stati osservati negli uomini di età compresa fra 12 e 29 anni». Nessuna notizia si ha su problemi di miocarditi nei più piccoli, infatti, il report pubblicato raccoglie i dati al 26 dicembre 2021, appena dieci giorni dopo l’avvio della campagna vaccinale 5-11 anni. Lo precisa bene: «Il 96% delle dosi è stata somministrata nella fascia di età 12-16 anni (4.005.471 dosi) e il 4% nella fascia di età 5-11 anni (172.890 dosi)». Non sappiamo quante delle 1.170 segnalazioni di sospette reazioni avverse, 278 delle quali gravi, abbiano riguardato i più piccoli perché si parla di «popolazione pediatrica 5-16 anni», quindi il tasso di segnalazione di 28 eventi avversi ogni 100.000 dosi somministrate può riferirsi solo in microscopica parte a quella fascia, vaccinata per appena il 4%.
Speriamo di vedere in tempi rapidi, non fra tre mesi, che cosa emergerà sul piano delle reazioni avverse nei bimbi, auguriamoci che non siano preoccupanti ma certo è infondata la sicurezza che ostenta e tenta di trasmettere la presidente della Società italiana di pediatria. «Il rapporto dell’Aifa sulla farmacovigilanza dei vaccini anti Covid conferma il rischio molto basso di miocarditi post vaccino nella fascia d’età sotto gli 11 anni», ha dichiarato Annamaria Staiano. Come fa a dirlo, se nemmeno l’Agenzia del farmaco ha dati a riguardo?
Forse perché si è limitata a leggere le conclusioni del report, che contraddicendo quanto dichiarato pochi paragrafi sopra, afferma: «ll rischio di miocardite e pericardite dopo vaccini a mRna è molto raro, ovvero, nelle stime più frequenti, fino a 1 caso ogni 10.000 persone vaccinate, soprattutto nei giovani di sesso maschile». La percentuale non è affatto irrilevante, e in ogni caso l’agenzia regolatoria dimostra di avere idee poco chiare sul pericolo miocarditi nei più giovani. Ci pensano gli autori dello studio citato dall’Aifa e appena inserito su medRxiv, a riportare l’attenzione sul rischio «aumentato dopo la seconda dose», nella popolazione di età inferiore ai 40 anni con i vaccini a mRna Pfizer e Moderna. Osservano che «l’implicazione di questi risultati sulla salute pubblica dovrebbe essere valutata alla luce del profilo complessivo di efficacia e sicurezza di entrambi i vaccini».
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Travolta dalle segnalazioni, l’Agenzia europea del farmaco chiede approfondimenti circa l’impatto dei sieri sulla fertilità femminile. Nel report italiano, invece, i disturbi che allarmano l’Ema non sono presi in considerazione. I ginecologi: «Solo stress».Il rapporto sulla farmacovigilanza minimizza, ma mancano i numeri sui più piccoli.Lo speciale contiene due articoli.Sono sotto la lente del Comitato per la farmacovigilanza (Prac) dell’Ema, Agenzia europea del farmaco, i «casi di irregolarità del ciclo mestruale» dopo la vaccinazione con vaccini anti-Covid a mRna. Curiosamente, i due disturbi oggetto della valutazione dell’Ema, non sono citati tra le segnalazioni presenti nel report appena pubblicato dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Se si chiede ai ginecologi italiani un chiarimento sul fenomeno, la risposta è che in effetti non è chiaro quanto sia dovuto al vaccino e quanto allo stress. Tale situazione di certo non aiuta a fare chiarezza, tantomeno a un genitore che ha qualche titubanza sul fare la vaccinazione alla figlia nell’età dello sviluppo. Certo, l’argomento è noto, i dati attualmente disponibili non sono allarmanti, ma segnalano una questione che, per l’Ema vale la pena approfondire, mentre per l’agenzia italiana non è nemmeno una questione specificata. I fatti sono semplici. Ieri, nel sito dell’Ema, si leggeva che il comitato della farmacovigilanza (Prac) valuterà due problematiche del ciclo femminile su cui sono arrivate delle segnalazioni spontanee: aumento del sanguinamento o assenza di mestruazioni (amenorrea) osservate dopo la somministrazione di Comirnaty di Pfizer/Biontech e Spikevax di Moderna. «Dopo aver esaminato le evidenze disponibili», spiega l’Ema, «il Prac ha deciso di richiedere una valutazione approfondita di tutti i dati disponibili, compresi gli episodi riportati in sistemi di segnalazione spontanea, le sperimentazioni cliniche e la letteratura pubblicata». Sull’argomento ci sono già i dati che il comitato ha analizzato in fase di revisione dei report sulla sicurezza per i vaccini Covid presentati dalle aziende durante l’iter di approvazione dei prodotti in Ue. Sulla base di queste evidenze e di quelle registrate fino a luglio 2021, gli esperti sono arrivati alla conclusione che «non supportavano un nesso causale tra questi vaccini e i disturbi mestruali». Alla luce però «delle segnalazioni spontanee» arrivate nel frattempo, per entrambi i vaccini a mRna, il Prac ha deciso di fare una ulteriore indagine sull’incidenza di queste problematiche tipiche di un’alterazione del ciclo ormonale femminile, per stabilire se esista una correlazione, un «legame causale» tra vaccini anti-Covid e questi disturbi. Gli esperti dell’Ema puntualizzano che, flussi abbondanti o, all’opposto, assenza di mestruazioni per tre o più mesi consecutivi, «sono molto comuni e possono verificarsi per un’ampia gamma di condizioni mediche di base, nonché per stress e stanchezza». Colpisce che, di questi due particolari problemi che si possono verificare nel ciclo mensile, non ci sia traccia nel Rapporto annuale sulla sicurezza dei vaccini anti-Covid-19 relativo al 2021 e appena pubblicato dall’Aifa. Nel paragrafo dedicato (pagine 56-59), si riporta che «sono pervenute diverse segnalazioni relative a disturbi/anomalie del ciclo mestruale a seguito di somministrazione di vaccini», quindi si fa solo riferimento ai dati degli studi disponibili da tempo. In particolare a quello americano eseguito con l’app Ava’s Fertility Tracker - che ha rilevato un aumento medio di circa un giorno del ciclo nel mese dopo la vaccinazione - e quello norvegese in cui si registra, nel mese successivo alla prima dose, un flusso più abbondante. In entrambi i casi il problema si è risolto nel giro di 2-3 mesi e una buona percentuale delle donne coinvolte negli studi hanno dichiarato di aver avuto almeno uno di questi fenomeni anche nei cicli precedenti la prima dose. Come si legge negli articoli pubblicati sulle principali riviste scientifiche e pubblicate anche nel report di Aifa, una possibile spiegazione di questi fenomeni potrebbe essere nell’intensa risposta immunitaria innescata dai vaccini a mRna che potrebbe influenzare, temporaneamente, l’asse ormonale che regola il ciclo femminile. «Eventuali piccoli cambiamenti possono essere associati allo stress più che al vaccino in sé», dice Nicola Colacurci, presidente della Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo). «Lo stress psico-fisico, che ormai è generalizzato, è uno dei principali fattori che contribuiscono alle alterazioni del ciclo mestruale». Più cauto Claudio Crescini, presidente dei ginecologi ospedalieri (Aogoi), secondo cui sull’argomento «sono stati pubblicati diversi studi e non è chiaro quanto sia dovuto al vaccino o invece allo stress - emotivo, lavorativo, affettivo, scolastico, lutto - che, da sempre, è noto, influisce sul ciclo mestruale». Sui possibili risvolti che dati di questo tipo possano avere sulle ragazzine di 11-12 anni, in piena età dello sviluppo, Colacurci non ha risposte, ma si domanda «perché tutti i timori riproduttivi della vaccinazione interessino solo le donne e non gli uomini, le ragazzine e non l’impatto nella pubertà dei bambini». Si potrebbe azzardare che, non arrivando segnalazioni in merito, le agenzie del farmaco sono autorizzate a non indagare la questione. E comunque la chiosa di Colacurci, anziché rassicurare sul problema, ne ipotizza uno doppio. Al di là del caso specifico, lascia alquanto perplessi la differenza con cui la farmacovigilanza è trattata dall’Agenzia europea del farmaco rispetto all’Aifa, ma conferma i dubbi che la Verità ha più volte segnalato sul funzionamento del sistema nazionale che monitora efficacia e sicurezza dei farmaci che sono in commercio. Una situazione che non aiuta a fare chiarezza, ma aumenta il caos e rafforza il dubbio anche dei genitori delle ragazzine di 11-12 anni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vaccino-modifica-ciclo-aifa-dorme-2656639767.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="miocarditi-lottimismo-e-prematuro-sui-bimbi-non-abbiamo-ancora-dati" data-post-id="2656639767" data-published-at="1644642419" data-use-pagination="False"> Miocarditi, l’ottimismo è prematuro. Sui bimbi non abbiamo ancora dati Tutti a sminuire il rischio miocarditi, quando i dati sono allarmanti. Il rapporto annuale degli eventi avversi dopo la vaccinazione anti Covid, presentato dall’Aifa, paradossalmente non li nasconde ma in alcuni passaggi li evidenzia, in altri li nega. Con il risultato che i dubbi aumentano. L’Agenzia italiana del farmaco ammette che «uno studio condotto su un’ampia popolazione di vaccinati in Italia conferma l’eccesso di rischio» di questa malattia infiammatoria del muscolo cardiaco, oltre che di pericardite, «associato ai vaccini a mRna, in particolare nei maschi giovani». Lo studio cui fa riferimento ha riguardato più di 2,8 milioni di persone di età compresa tra 12 e 39 anni, di Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lazio, vaccinati tra il 27 dicembre 2020 e il 30 settembre 2021. Ben 441 partecipanti hanno sviluppato miocardite o pericardite, diagnosticate in ospedale. La comparsa dei sintomi avveniva entro sette giorni dalla vaccinazione e non si è trattato di disturbi lievi, visto che «il 4% delle segnalazioni sono state inserite come non gravi e il 96% come gravi, di cui l’84% come ospedalizzazione, il 4% come pericolo di vita e il 12% come altra condizione clinicamente rilevante». L’Aifa, sempre riferendosi allo studio, sottolinea che «i tassi di segnalazione più elevati sono stati osservati negli uomini di età compresa fra 12 e 29 anni». Nessuna notizia si ha su problemi di miocarditi nei più piccoli, infatti, il report pubblicato raccoglie i dati al 26 dicembre 2021, appena dieci giorni dopo l’avvio della campagna vaccinale 5-11 anni. Lo precisa bene: «Il 96% delle dosi è stata somministrata nella fascia di età 12-16 anni (4.005.471 dosi) e il 4% nella fascia di età 5-11 anni (172.890 dosi)». Non sappiamo quante delle 1.170 segnalazioni di sospette reazioni avverse, 278 delle quali gravi, abbiano riguardato i più piccoli perché si parla di «popolazione pediatrica 5-16 anni», quindi il tasso di segnalazione di 28 eventi avversi ogni 100.000 dosi somministrate può riferirsi solo in microscopica parte a quella fascia, vaccinata per appena il 4%. Speriamo di vedere in tempi rapidi, non fra tre mesi, che cosa emergerà sul piano delle reazioni avverse nei bimbi, auguriamoci che non siano preoccupanti ma certo è infondata la sicurezza che ostenta e tenta di trasmettere la presidente della Società italiana di pediatria. «Il rapporto dell’Aifa sulla farmacovigilanza dei vaccini anti Covid conferma il rischio molto basso di miocarditi post vaccino nella fascia d’età sotto gli 11 anni», ha dichiarato Annamaria Staiano. Come fa a dirlo, se nemmeno l’Agenzia del farmaco ha dati a riguardo? Forse perché si è limitata a leggere le conclusioni del report, che contraddicendo quanto dichiarato pochi paragrafi sopra, afferma: «ll rischio di miocardite e pericardite dopo vaccini a mRna è molto raro, ovvero, nelle stime più frequenti, fino a 1 caso ogni 10.000 persone vaccinate, soprattutto nei giovani di sesso maschile». La percentuale non è affatto irrilevante, e in ogni caso l’agenzia regolatoria dimostra di avere idee poco chiare sul pericolo miocarditi nei più giovani. Ci pensano gli autori dello studio citato dall’Aifa e appena inserito su medRxiv, a riportare l’attenzione sul rischio «aumentato dopo la seconda dose», nella popolazione di età inferiore ai 40 anni con i vaccini a mRna Pfizer e Moderna. Osservano che «l’implicazione di questi risultati sulla salute pubblica dovrebbe essere valutata alla luce del profilo complessivo di efficacia e sicurezza di entrambi i vaccini».
Elly Schlein (Ansa)
E così, domani, alle ore 11, la Schlein presenterà, all’interno della sede del Partito democratico, una proposta di legge per garantire il diritto dei giovani a rimanere nelle comunità in cui sono nati e vorrebbero crescere. Un progetto concreto che prevede «un potenziamento salariale di 200 euro lordi al mese, quindi 2.400 euro l’anno, a tutti i lavoratori e nei confronti delle imprese che però adottano il contratto comparativamente più rappresentativo», come ha spiegato l’onorevole Marco Sarracino, che fa parte della segreteria nazionale del Pd con delega al Sud e alle aree interne.
Solitamente si dice che piuttosto che niente è meglio piuttosto. Tuttavia, colpisce che, per il Partito democratico, il diritto di restare valga così poco, soprattutto se lo paragoniamo a quanto si spende per i migranti, coloro che invece hanno deciso di non restare nella loro nazione di origine, che ora si trovano nel nostro Paese. E che, molto spesso, non avrebbero alcun diritto di restare qui.
Il costo medio per straniero presente nei centri di accoglienza varia infatti da un minimo di 24,65 euro a un massimo di 46,43 euro al giorno, a seconda della struttura che lo ospita. Questa cifra comprende anche il cosiddetto pocket money che viene concesso agli stranieri presenti nei centri: 2,50 euro al giorno, che però possono diventare anche 7,50 per nucleo familiare. Prendiamo il costo al ribasso: un migrante costa circa 739,50 euro al mese allo Stato. Se invece consideriamo quello più alto, la cifra aumenta parecchio: 1392,90 euro. Quasi il doppio. E ben al di sopra dei 200 euro (lordi, non dimentichiamolo) proposti dal Partito democratico per far sì che i giovani non lascino i comuni in cui sono nati e cresciuti. Ma non solo.
Lo scorso mese è montata una grande polemica politica sul compenso, circa 615 euro, che il governo aveva previsto per gli avvocati che avrebbero aiutato i migranti a fare le pratiche per tornare nei loro Paesi d’origine. All’epoca il Partito democratico si stracciò le vesti. Il Quirinale fece filtrare la propria irritazione e il provvedimento venne fermato. Eppure quella proposta aveva una sua ragion d’essere. Sia perché comunque gli avvocati devono sbrigare delle pratiche per i migranti che desiderano tornare nei loro Paesi d’origine e quindi è giusto che vengano pagati. Sia perché comunque, nel caso in cui il cittadino straniero decidesse di tornare a casa, lo Stato risparmierebbe almeno 100 euro al mese. O addirittura più di 700 nel caso in cui si trovasse in una delle strutture più costose. Un risparmio non da poco, che si sarebbe potuto impiegare, per esempio, per aiutare maggiormente i giovani italiani che desiderano rimanere là dove sono nati.
Ma non è così che ragiona il Pd, il cui slogan potrebbe essere: aiutiamo gli stranieri a casa nostra. Come se tutto ciò non avesse alcun impatto sulle casse del nostro Paese. Come se gli italiani fossero costretti a restare, sempre e comunque, al secondo posto.
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Diffuse le immagini registrate dalle bodycam degli agenti intervenuti a Southampton nel dicembre 2025. Il giovane, ferito mortalmente, ripete più volte di non riuscire a respirare prima di morire. Nel Regno Unito esplode il dibattito sul diverso trattamento riservato a casi che presentano inquietanti analogie.
Le immagini diffuse che ritraggono la scena dell'arresto e poi della morte di Henry Nowak sono particolarmente forti e agghiaccianti. Nel filmato, registrato dalle telecamere in dotazione agli agenti intervenuti sul posto e diffuso dopo la conclusione del processo, il ragazzo appare gravemente ferito mentre cerca di spiegare di essere stato accoltellato. Più volte ripete: «I can't breathe», «non riesco a respirare». Nonostante le sue condizioni, viene inizialmente trattato come un sospetto e ammanettato dagli agenti, che in quei momenti ritengono attendibile la versione fornita dal suo aggressore.
Sono immagini che hanno immediatamente e inevitabilmente richiamato alla memoria il caso di George Floyd, morto a Minneapolis nel 2020. Anche allora le parole «I can't breathe» divennero il simbolo di una vicenda destinata ad avere un impatto mondiale, alimentando proteste, mobilitazioni e la crescita del movimento Black Lives Matter.
La diffusione del video di Henry Nowak ha quindi riaperto nel Regno Unito, e non solo, una discussione molto diversa ma ugualmente accesa. Esponenti politici e commentatori conservatori sostengono che il caso abbia ricevuto un'attenzione pubblica e mediatica incomparabilmente inferiore rispetto a quella riservata alla morte di Floyd, nonostante le evidenti analogie presenti nelle immagini. Tra le voci più critiche c'è quella di Nigel Farage, che ha denunciato l'esistenza di un doppio standard nel modo in cui episodi di questo tipo vengono raccontati e percepiti dall'opinione pubblica. Il caso resta al centro delle polemiche anche per il comportamento degli agenti intervenuti quella notte. La famiglia di Nowak accusa infatti la polizia di non aver compreso immediatamente che il ragazzo fosse la vittima dell'aggressione e non il responsabile. Una circostanza che rende ancora più drammatiche le immagini diffuse in queste ore e che continua ad alimentare il dibattito nel Paese.
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Il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi (Imagoeconomica)
È una discussione, ha evidenziato, che «affronteremo insieme a tutti gli alleati». Un buon campanello d’allarme per i contribuenti mentre con il 1° giugno si è entrati in uno dei mesi topici per gli appuntamenti degli italiani con il fisco. La data più prossima è il 16 che riguarda il versamento dell’acconto Imu l’imposta sulle seconde e terze abitazioni, perchè la prima casa è esentata grazie all’intuizione di Silvio Berlusconi e alla radicata posizione di tutto il centrodestra. A questa prima rata seguirà il saldo a dicembre. Una tassa che vede l’applicazione delle aliquote più alte proprio nei Comuni di centrosinistra. Stessa musica anche per le addizionali comunali sul’Irpef.
Seconda scadenza da tenere d’occhio, il 30 giugno, entro la quale bisogna versare appunto il saldo delle imposte sui redditi del 2025 e il primo acconto del 2026. Con una penalizzazione dello 0,4%, il pagamento della prima rata può essere dilazionato al 30 luglio. Tutto questo senza contare che entro il 1° giugno andavano registrati i contratti di locazioni e versata la relativa imposta di registro. Il 30 giugno scade anche il termine per collegare il Pos al registratore di cassa, una novità che sta dando ottimi risultati anti evasione. Intanto dal 30 aprile ad oggi, oltre 4 milioni di contribuenti hanno già effettuato l’accesso alla dichiarazione precompilata dei loro redditi resa consultabile dall’Agenzia delle Entrate. Anche se sono oltre 11 milioni gli italiani che non fanno il 730, la scadenza è certamente impegnativa per gran parte del Paese. Tra coloro che pagano l’Irpef, il 76,6% ha redditi tra zero e 35.000 euro e paga il 34,9% del totale, il 18,6% tra 35.000 e 70.000 e versa il 32,1%, il 4,6% tra 70.000 e 300.000 euro versa il 26,4% e l’ultimo scaglione, lo 0,2% si colloca oltre 300.000 euro e paga il 6,6%.
Numerose sono le differenze non solo tra le varie categorie e tra scaglioni di reddito - come è logico - ma se guardiamo alle addizionali comunali anche il dato territoriale rappresenta un elemento di differenziazione importante. E anche qui, tra le situazioni di spicco, si notano importanti amministrazioni di centrosinistra. Un recentissimo dossier della Uil sulle politiche fiscali, ha preso in esame due situazioni reddituali: quelle con di 20.000 euro l’anno e quelle con 40.000 euro. Emerge un dato paradossale: i capoluoghi con l’addizionale comunale più alta si trovano prevalentemente al Centro Sud e sono governati dal centrosinistra. La città con l’addizionale comunale più alta è Napoli: 607 euro per un reddito di 20.000 euro e 1.220 euro per un reddito di 40.000. Questa classifica del più alto prelievo vede al secondo posto Roma (556 euro con 20.000 euro e 1.150 con 40.000) seguita da Torino (544 euro e 1.120 euro).
Il centrosinistra fa il pieno di imposte anche per l’Imu. Roma, Milano e Potenza, tutte amministrate dal centrosinistra applicano l’aliquota massima consentita dalla legge pari all’11,4 per mille. Ben 16 capoluoghi su 21, tra cui Torino, Bologna, Firenze, Napoli, Bari e Genova, applicano la fascia standard alta, pari al 10,6 per mille. Naturalmente il costo dell’Imu tiene conto oltre che delle aliquote, del valore catastale delle seconde case e questo spiega una ulteriore differenziazione tra le città più grandi e quelle più piccole e tra Nord e Sud. In base a questa valutazione il costo medio annuo dell’Imu è di 3.499 a Roma (che è di gran lunga la città con l’Imu più cara d’Italia) segue Milano con 2.957 euro, poi Venezia dove pesa il valore degli immobili lagunari con 2.335 euro. Poi in sequenza Torino (1984 euro), Firenze (1.973 euro), Bologna (1.860 euro), Genova (1.410 euro) e Napoli (1.350).
Guardando nello specifico, all’acconto Imu di giugno, Roma si aggiudica il primo posto con una media di versamento di 1.749 euro seguita da Milano (1.479) e da Venezia (1.168 euro).
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