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2022-02-12
Il vaccino modifica il ciclo? L’Aifa dorme
Ansa
Sono sotto la lente del Comitato per la farmacovigilanza (Prac) dell’Ema, Agenzia europea del farmaco, i «casi di irregolarità del ciclo mestruale» dopo la vaccinazione con vaccini anti-Covid a mRna. Curiosamente, i due disturbi oggetto della valutazione dell’Ema, non sono citati tra le segnalazioni presenti nel report appena pubblicato dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Se si chiede ai ginecologi italiani un chiarimento sul fenomeno, la risposta è che in effetti non è chiaro quanto sia dovuto al vaccino e quanto allo stress. Tale situazione di certo non aiuta a fare chiarezza, tantomeno a un genitore che ha qualche titubanza sul fare la vaccinazione alla figlia nell’età dello sviluppo. Certo, l’argomento è noto, i dati attualmente disponibili non sono allarmanti, ma segnalano una questione che, per l’Ema vale la pena approfondire, mentre per l’agenzia italiana non è nemmeno una questione specificata.
I fatti sono semplici. Ieri, nel sito dell’Ema, si leggeva che il comitato della farmacovigilanza (Prac) valuterà due problematiche del ciclo femminile su cui sono arrivate delle segnalazioni spontanee: aumento del sanguinamento o assenza di mestruazioni (amenorrea) osservate dopo la somministrazione di Comirnaty di Pfizer/Biontech e Spikevax di Moderna. «Dopo aver esaminato le evidenze disponibili», spiega l’Ema, «il Prac ha deciso di richiedere una valutazione approfondita di tutti i dati disponibili, compresi gli episodi riportati in sistemi di segnalazione spontanea, le sperimentazioni cliniche e la letteratura pubblicata». Sull’argomento ci sono già i dati che il comitato ha analizzato in fase di revisione dei report sulla sicurezza per i vaccini Covid presentati dalle aziende durante l’iter di approvazione dei prodotti in Ue. Sulla base di queste evidenze e di quelle registrate fino a luglio 2021, gli esperti sono arrivati alla conclusione che «non supportavano un nesso causale tra questi vaccini e i disturbi mestruali». Alla luce però «delle segnalazioni spontanee» arrivate nel frattempo, per entrambi i vaccini a mRna, il Prac ha deciso di fare una ulteriore indagine sull’incidenza di queste problematiche tipiche di un’alterazione del ciclo ormonale femminile, per stabilire se esista una correlazione, un «legame causale» tra vaccini anti-Covid e questi disturbi. Gli esperti dell’Ema puntualizzano che, flussi abbondanti o, all’opposto, assenza di mestruazioni per tre o più mesi consecutivi, «sono molto comuni e possono verificarsi per un’ampia gamma di condizioni mediche di base, nonché per stress e stanchezza». Colpisce che, di questi due particolari problemi che si possono verificare nel ciclo mensile, non ci sia traccia nel Rapporto annuale sulla sicurezza dei vaccini anti-Covid-19 relativo al 2021 e appena pubblicato dall’Aifa. Nel paragrafo dedicato (pagine 56-59), si riporta che «sono pervenute diverse segnalazioni relative a disturbi/anomalie del ciclo mestruale a seguito di somministrazione di vaccini», quindi si fa solo riferimento ai dati degli studi disponibili da tempo. In particolare a quello americano eseguito con l’app Ava’s Fertility Tracker - che ha rilevato un aumento medio di circa un giorno del ciclo nel mese dopo la vaccinazione - e quello norvegese in cui si registra, nel mese successivo alla prima dose, un flusso più abbondante. In entrambi i casi il problema si è risolto nel giro di 2-3 mesi e una buona percentuale delle donne coinvolte negli studi hanno dichiarato di aver avuto almeno uno di questi fenomeni anche nei cicli precedenti la prima dose. Come si legge negli articoli pubblicati sulle principali riviste scientifiche e pubblicate anche nel report di Aifa, una possibile spiegazione di questi fenomeni potrebbe essere nell’intensa risposta immunitaria innescata dai vaccini a mRna che potrebbe influenzare, temporaneamente, l’asse ormonale che regola il ciclo femminile. «Eventuali piccoli cambiamenti possono essere associati allo stress più che al vaccino in sé», dice Nicola Colacurci, presidente della Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo). «Lo stress psico-fisico, che ormai è generalizzato, è uno dei principali fattori che contribuiscono alle alterazioni del ciclo mestruale». Più cauto Claudio Crescini, presidente dei ginecologi ospedalieri (Aogoi), secondo cui sull’argomento «sono stati pubblicati diversi studi e non è chiaro quanto sia dovuto al vaccino o invece allo stress - emotivo, lavorativo, affettivo, scolastico, lutto - che, da sempre, è noto, influisce sul ciclo mestruale». Sui possibili risvolti che dati di questo tipo possano avere sulle ragazzine di 11-12 anni, in piena età dello sviluppo, Colacurci non ha risposte, ma si domanda «perché tutti i timori riproduttivi della vaccinazione interessino solo le donne e non gli uomini, le ragazzine e non l’impatto nella pubertà dei bambini». Si potrebbe azzardare che, non arrivando segnalazioni in merito, le agenzie del farmaco sono autorizzate a non indagare la questione. E comunque la chiosa di Colacurci, anziché rassicurare sul problema, ne ipotizza uno doppio.
Al di là del caso specifico, lascia alquanto perplessi la differenza con cui la farmacovigilanza è trattata dall’Agenzia europea del farmaco rispetto all’Aifa, ma conferma i dubbi che la Verità ha più volte segnalato sul funzionamento del sistema nazionale che monitora efficacia e sicurezza dei farmaci che sono in commercio. Una situazione che non aiuta a fare chiarezza, ma aumenta il caos e rafforza il dubbio anche dei genitori delle ragazzine di 11-12 anni.
Miocarditi, l’ottimismo è prematuro. Sui bimbi non abbiamo ancora dati
Tutti a sminuire il rischio miocarditi, quando i dati sono allarmanti. Il rapporto annuale degli eventi avversi dopo la vaccinazione anti Covid, presentato dall’Aifa, paradossalmente non li nasconde ma in alcuni passaggi li evidenzia, in altri li nega. Con il risultato che i dubbi aumentano. L’Agenzia italiana del farmaco ammette che «uno studio condotto su un’ampia popolazione di vaccinati in Italia conferma l’eccesso di rischio» di questa malattia infiammatoria del muscolo cardiaco, oltre che di pericardite, «associato ai vaccini a mRna, in particolare nei maschi giovani».
Lo studio cui fa riferimento ha riguardato più di 2,8 milioni di persone di età compresa tra 12 e 39 anni, di Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lazio, vaccinati tra il 27 dicembre 2020 e il 30 settembre 2021. Ben 441 partecipanti hanno sviluppato miocardite o pericardite, diagnosticate in ospedale. La comparsa dei sintomi avveniva entro sette giorni dalla vaccinazione e non si è trattato di disturbi lievi, visto che «il 4% delle segnalazioni sono state inserite come non gravi e il 96% come gravi, di cui l’84% come ospedalizzazione, il 4% come pericolo di vita e il 12% come altra condizione clinicamente rilevante».
L’Aifa, sempre riferendosi allo studio, sottolinea che «i tassi di segnalazione più elevati sono stati osservati negli uomini di età compresa fra 12 e 29 anni». Nessuna notizia si ha su problemi di miocarditi nei più piccoli, infatti, il report pubblicato raccoglie i dati al 26 dicembre 2021, appena dieci giorni dopo l’avvio della campagna vaccinale 5-11 anni. Lo precisa bene: «Il 96% delle dosi è stata somministrata nella fascia di età 12-16 anni (4.005.471 dosi) e il 4% nella fascia di età 5-11 anni (172.890 dosi)». Non sappiamo quante delle 1.170 segnalazioni di sospette reazioni avverse, 278 delle quali gravi, abbiano riguardato i più piccoli perché si parla di «popolazione pediatrica 5-16 anni», quindi il tasso di segnalazione di 28 eventi avversi ogni 100.000 dosi somministrate può riferirsi solo in microscopica parte a quella fascia, vaccinata per appena il 4%.
Speriamo di vedere in tempi rapidi, non fra tre mesi, che cosa emergerà sul piano delle reazioni avverse nei bimbi, auguriamoci che non siano preoccupanti ma certo è infondata la sicurezza che ostenta e tenta di trasmettere la presidente della Società italiana di pediatria. «Il rapporto dell’Aifa sulla farmacovigilanza dei vaccini anti Covid conferma il rischio molto basso di miocarditi post vaccino nella fascia d’età sotto gli 11 anni», ha dichiarato Annamaria Staiano. Come fa a dirlo, se nemmeno l’Agenzia del farmaco ha dati a riguardo?
Forse perché si è limitata a leggere le conclusioni del report, che contraddicendo quanto dichiarato pochi paragrafi sopra, afferma: «ll rischio di miocardite e pericardite dopo vaccini a mRna è molto raro, ovvero, nelle stime più frequenti, fino a 1 caso ogni 10.000 persone vaccinate, soprattutto nei giovani di sesso maschile». La percentuale non è affatto irrilevante, e in ogni caso l’agenzia regolatoria dimostra di avere idee poco chiare sul pericolo miocarditi nei più giovani. Ci pensano gli autori dello studio citato dall’Aifa e appena inserito su medRxiv, a riportare l’attenzione sul rischio «aumentato dopo la seconda dose», nella popolazione di età inferiore ai 40 anni con i vaccini a mRna Pfizer e Moderna. Osservano che «l’implicazione di questi risultati sulla salute pubblica dovrebbe essere valutata alla luce del profilo complessivo di efficacia e sicurezza di entrambi i vaccini».
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Travolta dalle segnalazioni, l’Agenzia europea del farmaco chiede approfondimenti circa l’impatto dei sieri sulla fertilità femminile. Nel report italiano, invece, i disturbi che allarmano l’Ema non sono presi in considerazione. I ginecologi: «Solo stress».Il rapporto sulla farmacovigilanza minimizza, ma mancano i numeri sui più piccoli.Lo speciale contiene due articoli.Sono sotto la lente del Comitato per la farmacovigilanza (Prac) dell’Ema, Agenzia europea del farmaco, i «casi di irregolarità del ciclo mestruale» dopo la vaccinazione con vaccini anti-Covid a mRna. Curiosamente, i due disturbi oggetto della valutazione dell’Ema, non sono citati tra le segnalazioni presenti nel report appena pubblicato dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Se si chiede ai ginecologi italiani un chiarimento sul fenomeno, la risposta è che in effetti non è chiaro quanto sia dovuto al vaccino e quanto allo stress. Tale situazione di certo non aiuta a fare chiarezza, tantomeno a un genitore che ha qualche titubanza sul fare la vaccinazione alla figlia nell’età dello sviluppo. Certo, l’argomento è noto, i dati attualmente disponibili non sono allarmanti, ma segnalano una questione che, per l’Ema vale la pena approfondire, mentre per l’agenzia italiana non è nemmeno una questione specificata. I fatti sono semplici. Ieri, nel sito dell’Ema, si leggeva che il comitato della farmacovigilanza (Prac) valuterà due problematiche del ciclo femminile su cui sono arrivate delle segnalazioni spontanee: aumento del sanguinamento o assenza di mestruazioni (amenorrea) osservate dopo la somministrazione di Comirnaty di Pfizer/Biontech e Spikevax di Moderna. «Dopo aver esaminato le evidenze disponibili», spiega l’Ema, «il Prac ha deciso di richiedere una valutazione approfondita di tutti i dati disponibili, compresi gli episodi riportati in sistemi di segnalazione spontanea, le sperimentazioni cliniche e la letteratura pubblicata». Sull’argomento ci sono già i dati che il comitato ha analizzato in fase di revisione dei report sulla sicurezza per i vaccini Covid presentati dalle aziende durante l’iter di approvazione dei prodotti in Ue. Sulla base di queste evidenze e di quelle registrate fino a luglio 2021, gli esperti sono arrivati alla conclusione che «non supportavano un nesso causale tra questi vaccini e i disturbi mestruali». Alla luce però «delle segnalazioni spontanee» arrivate nel frattempo, per entrambi i vaccini a mRna, il Prac ha deciso di fare una ulteriore indagine sull’incidenza di queste problematiche tipiche di un’alterazione del ciclo ormonale femminile, per stabilire se esista una correlazione, un «legame causale» tra vaccini anti-Covid e questi disturbi. Gli esperti dell’Ema puntualizzano che, flussi abbondanti o, all’opposto, assenza di mestruazioni per tre o più mesi consecutivi, «sono molto comuni e possono verificarsi per un’ampia gamma di condizioni mediche di base, nonché per stress e stanchezza». Colpisce che, di questi due particolari problemi che si possono verificare nel ciclo mensile, non ci sia traccia nel Rapporto annuale sulla sicurezza dei vaccini anti-Covid-19 relativo al 2021 e appena pubblicato dall’Aifa. Nel paragrafo dedicato (pagine 56-59), si riporta che «sono pervenute diverse segnalazioni relative a disturbi/anomalie del ciclo mestruale a seguito di somministrazione di vaccini», quindi si fa solo riferimento ai dati degli studi disponibili da tempo. In particolare a quello americano eseguito con l’app Ava’s Fertility Tracker - che ha rilevato un aumento medio di circa un giorno del ciclo nel mese dopo la vaccinazione - e quello norvegese in cui si registra, nel mese successivo alla prima dose, un flusso più abbondante. In entrambi i casi il problema si è risolto nel giro di 2-3 mesi e una buona percentuale delle donne coinvolte negli studi hanno dichiarato di aver avuto almeno uno di questi fenomeni anche nei cicli precedenti la prima dose. Come si legge negli articoli pubblicati sulle principali riviste scientifiche e pubblicate anche nel report di Aifa, una possibile spiegazione di questi fenomeni potrebbe essere nell’intensa risposta immunitaria innescata dai vaccini a mRna che potrebbe influenzare, temporaneamente, l’asse ormonale che regola il ciclo femminile. «Eventuali piccoli cambiamenti possono essere associati allo stress più che al vaccino in sé», dice Nicola Colacurci, presidente della Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo). «Lo stress psico-fisico, che ormai è generalizzato, è uno dei principali fattori che contribuiscono alle alterazioni del ciclo mestruale». Più cauto Claudio Crescini, presidente dei ginecologi ospedalieri (Aogoi), secondo cui sull’argomento «sono stati pubblicati diversi studi e non è chiaro quanto sia dovuto al vaccino o invece allo stress - emotivo, lavorativo, affettivo, scolastico, lutto - che, da sempre, è noto, influisce sul ciclo mestruale». Sui possibili risvolti che dati di questo tipo possano avere sulle ragazzine di 11-12 anni, in piena età dello sviluppo, Colacurci non ha risposte, ma si domanda «perché tutti i timori riproduttivi della vaccinazione interessino solo le donne e non gli uomini, le ragazzine e non l’impatto nella pubertà dei bambini». Si potrebbe azzardare che, non arrivando segnalazioni in merito, le agenzie del farmaco sono autorizzate a non indagare la questione. E comunque la chiosa di Colacurci, anziché rassicurare sul problema, ne ipotizza uno doppio. Al di là del caso specifico, lascia alquanto perplessi la differenza con cui la farmacovigilanza è trattata dall’Agenzia europea del farmaco rispetto all’Aifa, ma conferma i dubbi che la Verità ha più volte segnalato sul funzionamento del sistema nazionale che monitora efficacia e sicurezza dei farmaci che sono in commercio. Una situazione che non aiuta a fare chiarezza, ma aumenta il caos e rafforza il dubbio anche dei genitori delle ragazzine di 11-12 anni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vaccino-modifica-ciclo-aifa-dorme-2656639767.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="miocarditi-lottimismo-e-prematuro-sui-bimbi-non-abbiamo-ancora-dati" data-post-id="2656639767" data-published-at="1644642419" data-use-pagination="False"> Miocarditi, l’ottimismo è prematuro. Sui bimbi non abbiamo ancora dati Tutti a sminuire il rischio miocarditi, quando i dati sono allarmanti. Il rapporto annuale degli eventi avversi dopo la vaccinazione anti Covid, presentato dall’Aifa, paradossalmente non li nasconde ma in alcuni passaggi li evidenzia, in altri li nega. Con il risultato che i dubbi aumentano. L’Agenzia italiana del farmaco ammette che «uno studio condotto su un’ampia popolazione di vaccinati in Italia conferma l’eccesso di rischio» di questa malattia infiammatoria del muscolo cardiaco, oltre che di pericardite, «associato ai vaccini a mRna, in particolare nei maschi giovani». Lo studio cui fa riferimento ha riguardato più di 2,8 milioni di persone di età compresa tra 12 e 39 anni, di Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lazio, vaccinati tra il 27 dicembre 2020 e il 30 settembre 2021. Ben 441 partecipanti hanno sviluppato miocardite o pericardite, diagnosticate in ospedale. La comparsa dei sintomi avveniva entro sette giorni dalla vaccinazione e non si è trattato di disturbi lievi, visto che «il 4% delle segnalazioni sono state inserite come non gravi e il 96% come gravi, di cui l’84% come ospedalizzazione, il 4% come pericolo di vita e il 12% come altra condizione clinicamente rilevante». L’Aifa, sempre riferendosi allo studio, sottolinea che «i tassi di segnalazione più elevati sono stati osservati negli uomini di età compresa fra 12 e 29 anni». Nessuna notizia si ha su problemi di miocarditi nei più piccoli, infatti, il report pubblicato raccoglie i dati al 26 dicembre 2021, appena dieci giorni dopo l’avvio della campagna vaccinale 5-11 anni. Lo precisa bene: «Il 96% delle dosi è stata somministrata nella fascia di età 12-16 anni (4.005.471 dosi) e il 4% nella fascia di età 5-11 anni (172.890 dosi)». Non sappiamo quante delle 1.170 segnalazioni di sospette reazioni avverse, 278 delle quali gravi, abbiano riguardato i più piccoli perché si parla di «popolazione pediatrica 5-16 anni», quindi il tasso di segnalazione di 28 eventi avversi ogni 100.000 dosi somministrate può riferirsi solo in microscopica parte a quella fascia, vaccinata per appena il 4%. Speriamo di vedere in tempi rapidi, non fra tre mesi, che cosa emergerà sul piano delle reazioni avverse nei bimbi, auguriamoci che non siano preoccupanti ma certo è infondata la sicurezza che ostenta e tenta di trasmettere la presidente della Società italiana di pediatria. «Il rapporto dell’Aifa sulla farmacovigilanza dei vaccini anti Covid conferma il rischio molto basso di miocarditi post vaccino nella fascia d’età sotto gli 11 anni», ha dichiarato Annamaria Staiano. Come fa a dirlo, se nemmeno l’Agenzia del farmaco ha dati a riguardo? Forse perché si è limitata a leggere le conclusioni del report, che contraddicendo quanto dichiarato pochi paragrafi sopra, afferma: «ll rischio di miocardite e pericardite dopo vaccini a mRna è molto raro, ovvero, nelle stime più frequenti, fino a 1 caso ogni 10.000 persone vaccinate, soprattutto nei giovani di sesso maschile». La percentuale non è affatto irrilevante, e in ogni caso l’agenzia regolatoria dimostra di avere idee poco chiare sul pericolo miocarditi nei più giovani. Ci pensano gli autori dello studio citato dall’Aifa e appena inserito su medRxiv, a riportare l’attenzione sul rischio «aumentato dopo la seconda dose», nella popolazione di età inferiore ai 40 anni con i vaccini a mRna Pfizer e Moderna. Osservano che «l’implicazione di questi risultati sulla salute pubblica dovrebbe essere valutata alla luce del profilo complessivo di efficacia e sicurezza di entrambi i vaccini».
Friedrich Merz e Donald Trump (Ansa)
Non solo. Il presidente americano sarebbe anche pronto a ricorrere a una pressione di natura militare. Secondo Axios, Centcom avrebbe infatti preparato dei piani per possibili attacchi «brevi e incisivi» contro obiettivi del regime: attacchi che l’inquilino della Casa Bianca potrebbe decidere di ordinare per indebolire la posizione negoziale di Teheran. In particolare, tra le opzioni sul tavolo, ci sarebbe anche la conquista di alcune parti dello Stretto di Hormuz, nonché l’invio di soldati sul terreno per sequestrare le scorte di uranio arricchito iraniano.
In questo quadro, secondo il Wall Street Journal, il Dipartimento di Stato americano starebbe cercando di creare una nuova coalizione internazionale per rendere navigabile lo Stretto: non è del resto un mistero che lo stallo nei negoziati ruoti attorno al destino di Hormuz e all’uranio arricchito di Teheran. Proprio su quest’ultimo punto è infatti intervenuta, in una dichiarazione scritta, la Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei. «Novanta milioni di iraniani orgogliosi e onorevoli, dentro e fuori dal Paese, considerano tutte le capacità dell’Iran, siano esse identitarie, spirituali, umane, scientifiche, industriali e tecnologiche - dalle nanotecnologie e biotecnologie alle capacità nucleari e missilistiche - come beni nazionali e le proteggeranno così come proteggono le acque, la terra e lo spazio aereo del Paese», si legge nel comunicato dell’ayatollah.
Parole, quelle di Khamenei, che rischiano di allontanare ancora di più la possibilità di un accordo. Ricordiamo che, secondo la Cnn, i negoziatori iraniani starebbero lavorando a una proposta di pace «rivista», dopo che Trump aveva escluso di raggiungere intese, senza affrontare fin da subito la spinosa questione nucleare. Non è del resto un mistero che il regime khomeinista sia internamente spaccato tra un’ala aperta alla diplomazia e un’altra che, legata ai pasdaran, preme per la linea dura nei confronti degli Usa. Una debolezza, quella iraniana, che si ripercuote paradossalmente sulla Casa Bianca. Le spaccature in seno ai vertici di Teheran stanno infatti allungando i tempi, mentre Trump ha necessità di chiudere il conflitto e di vedere Hormuz riaperto per abbassare il prezzo dell’energia e rafforzare così il Partito repubblicano in vista delle Midterm novembrine.
Inoltre, secondo la Cnn, al costo del conflitto in corso (che, secondo il Pentagono, si aggirerebbe finora attorno ai 25 miliardi di dollari) andrebbero aggiunti gli esborsi che saranno necessari per riparare le basi americane colpite in Medio Oriente. In tal senso, la testata ha riferito che la stima reale delle spese complessive si aggirerebbe attualmente attorno ai 45 miliardi di dollari. Il fattore tempo è quindi cruciale. Trump scommette sul fatto che, a suon di pressione economica e militare, l’Iran ceda rapidamente, per poi accettare di sedersi al tavolo negoziale con meno pretese. Tuttavia, il successo di questa scommessa dipende dall’eventualità che l’ala dialogante del regime riesca ad avere il sopravvento su quella delle Guardie della rivoluzione: uno scenario, questo, che, al momento, è tutt’altro che certo.
Nel frattempo, il presidente americano si sta mostrando sempre più innervosito da Friedrich Merz, che ha recentemente criticato la gestione della crisi iraniana da parte di Washington. «Il cancelliere tedesco dovrebbe dedicare più tempo a porre fine alla guerra con Russia e Ucraina (dove si è dimostrato totalmente inefficace!) e a risanare il suo Paese in rovina, soprattutto in materia di immigrazione ed energia, e meno tempo a interferire con coloro che si stanno adoperando per eliminare la minaccia nucleare iraniana, rendendo così il mondo, Germania compresa, un luogo più sicuro», ha affermato ieri Trump, aprendo inoltre alla possibilità di ridurre le truppe statunitensi di stanza in territorio tedesco. Merz, dal canto suo, ha cercato di gettare acqua sul fuoco, sostenendo che «la partnership transatlantica ci sta particolarmente a cuore». Il cancelliere ha inoltre affermato che Berlino starebbe contribuendo agli sforzi per riaprire Hormuz.
In tutto questo, ha parlato della crisi iraniana anche il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz. «Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in coordinamento con il primo ministro Benjamin Netanyahu, sta guidando gli sforzi per raggiungere gli obiettivi della campagna», ha affermato, per poi aggiungere: «Sosteniamo questo sforzo e stiamo fornendo il supporto necessario, ma è possibile che presto dovremo intervenire nuovamente per garantire il raggiungimento di questi obiettivi». In particolare, secondo Channel 12, lo Stato ebraico si starebbe preparando a riprendere le ostilità, ritenendo che il processo diplomatico tra Washington e Teheran possa naufragare all’inizio della prossima settimana. Non è del resto un mistero che Israele abbia sempre guardato con una certa freddezza al cessate il fuoco tra Usa e Iran. Dall’altra parte, è JD Vance la figura che, in seno all’amministrazione americana, resta maggiormente propensa a una soluzione diplomatica.
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Sergio Mattarella (Ansa)
Bisogna «cooperare con i governi dei paesi di origine» e in questo ambito «si colloca il piano Mattei, varato e sviluppato dal governo», ha detto il capo dello Stato, in visita alla Piaggio di Pontedera per celebrare il Primo maggio.
Un messaggio di pace e distensione verso Palazzo Chigi, dopo una settimana folle, in cui «la grazia del presidente» prevista dalla Costituzione, è diventata l’ennesima disgrazia del ministro della giustizia.
La serenità di Nicole Minetti, ex consigliere regionale della Lombardia tra le fila del Pdl, non era esattamente in testa alle priorità di Fratelli d’Italia, della Lega, di Giorgia Meloni o di Carlo Nordio. Sarebbe bastata questa elementare considerazione per capire che quel provvedimento di grazia individuale non era farina del sacco del governo. Invece, la lettura dello scandalo accreditata da gran parte dei giornali era quasi ribaltata. Con Repubblica che martedì sparava in prima pagina: «Grazia a Minetti. Il Quirinale contro Nordio».
Veleni romani? Forse a volte basta uscire un po’ dal Palazzo e allora ieri Mattarella è andato a Pontedera, in visita alla Piaggio, e nell’auditorium aziendale ha tenuto un discorso in occasione della Festa dei lavoratori. Visitare la Piaggio della famiglia Colaninno è sempre un piacere per chi ha a cuore il tricolore. È rimasta un’azienda italiana, famosa in tutto il mondo per i suoi scooter, (un misto di tecnica e design) ed è sopravvissuta alla stagione dei saldi di John Elkann semplicemente perché gli Agnelli la fecero fuori già nel 1999.
Mattarella ieri ha seguito il consueto canovaccio da Primo maggio, ovvero ha sottolineato l’importanza della «dignità del lavoro» e, di fronte al ministro Marina Calderone, ha ricordato l’importanza di impiegare più donne e giovani. Non è mancato il richiamo all’importanza della sicurezza, con il presidente che ha osservato come «oltre mille vite spezzate sul lavoro o in itinere all’anno» siano «un tributo inaccettabile».
Il passaggio più imprevisto è stato sull’immigrazione. «Sono numerosi i giovani ben istruiti che lasciano il nostro Paese per lavorare all’estero», ha ricordato Mattarella, ma «sono più di quelli che vengono in Italia» e «nell’interesse del Paese questa tendenza va invertita». Raramente l’inquilino del Colle è stato così netto, sul tema. Non solo, ma dopo aver riconosciuto che «il tema delle migrazioni è rilevante in tutta Europa», ha ammesso che «le nostre società si devono misurare con questi problemi (calo demografico e carenza di mano d’opera, ndr) usando razionalità e saggezza, sollecitando cooperazione con i Paesi di origine». Dopo di che, la caramella per l’esecutivo: «In questo ambito si colloca il piano Mattei per l’Africa, varato e sviluppato dal doverno». Con una grazia a Marcello Dell’Utri, forse arriverebbe anche la benedizione presidenziale alla remigrazione.
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