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2021-01-11
Ma allora uscire dall’Ue si può
Ansa
«I britannici non faranno mai un referendum per uscire dall'Ue». E invece l'hanno fatto. «Il Leave non vincerà mai». E invece ha vinto. «Dopo Brexit, l'Uk subirà un tracollo economico: mancheranno anche farmaci e cibo». E invece ovviamente non è successo. «Un primo ministro non riuscirà mai a compattare il parlamento di Westminster su un'ipotesi condivisa di uscita». E invece Boris Johnson ce l'ha fatta. «Non ci sarà mai un accordo finale di uscita tra Londra e Bruxelles». E invece c'è stato. In questo botta e risposta, abbiamo ripercorso le obiezioni formulate dal 2016 a oggi, contro Brexit, dalla stragrande maggioranza del mondo politico e giornalistico, intellettuale e finanziario europeo. Per una volta, il bilancio finale è che le élites hanno perso e il popolo ha vinto, che gli «esperti» sono stati clamorosamente smentiti, e che la patria della democrazia moderna ha tenuto fede a sé stessa, consentendo agli elettori di decidere una chiara direzione di marcia.
Chi scrive è indubbiamente pro Brexit, lo ammetto. Con franchezza, riconosco tuttavia che si tratta di una scommessa, il cui esito potrà essere giudicato solo tra dieci o vent'anni. Ma è importante che qualcuno abbia rotto un dogma ricordando a tutti che si può essere europei senza apprezzare le regole di questa Ue, che si può essere favorevoli al massimo possibile di scambi commerciali senza volersi amalgamare politicamente e senza voler dar vita a un superstato europeo. Quel che non mi persuade è il doppio standard adottato da troppi: se è giusto (anzi, sacrosanto) adottare un approccio basato sul dubbio rispetto alle scelte di Londra, mi parrebbe altrettanto onesto applicare la stessa logica di dubbio (e non di adesione religiosa) nel valutare le scelte di Bruxelles.
Com'è possibile che si sia accolta con superficialità, e in qualche caso perfino con entusiasmo, l'uscita dall'Ue del Regno Unito, che negli ultimi 6-7 anni ha creato da solo quasi più posti di lavoro degli altri 27 Paesi Ue messi insieme? Com'è possibile che si continui a ripetere (ormai è una via di mezzo tra uno scioglilingua e una giaculatoria) che «ci vuole più Europa», senza vedere che la grande speranza dei fondatori De Gasperi-Adenauer-Schuman è stata colpita al cuore dal modo burocratico, a-democratico, in cui l'Unione è stata costruita decennio dopo decennio?
In un gigantesco discorso tenuto a Bruges nel 1988 Margaret Thatcher aveva spiegato bene proprio questo punto: la deriva di Bruxelles è stata quella di scambiare un mezzo con un fine, di ritenere che la comunità europea dovesse essere un fine in sé, dimenticando le diversità e perfino il valore della competizione tra modelli differenti. Oggi Londra, nella sua scelta di divergere, lancia la sfida di una Global Britain come un superhub mondiale in grado di attrarre risorse e investimenti, uscendo dalla gabbia dell'Ue ma potenziando la possibilità di commerciare con la stessa Europa, gli Stati Uniti, l'Asia, e con ogni altro player.
Questa novità può far del bene a tutti. Aprire una competizione fiscale, legale, burocratica, potrà aiutare anche altri Paesi europei a vedere quale sistema funzioni meglio, e se sia efficace (come credo) una linea di tasse basse e regolamentazione leggera. Addirittura, si sarebbe dovuta cogliere l'occasione delle trattative tra Bruxelles e Londra per aprire un altro negoziato: quello tra i 27 per una rinegoziazione complessiva dei trattati europei, e per abbracciare anche all'interno dell'Ue l'idea di un maggiore riconoscimento delle diversità.
Tra l'altro, in troppi da questa parte della Manica non sembrano rendersi conto che, pur tra mille difficoltà, Londra sembra aver iniziato bene la prima sfida della vaccinazione. Per due volte, proprio grazie all'autonomia consentita da Brexit, l'autorità di regolazione britannica ha bruciato in velocità la burocrazia europea dell'Ema. Morale: la Gran Bretagna, che pure ha avuto una gestione dell'emergenza Covid non priva di caos e incertezze, lavora oggi a una possibile rivincita. I britannici già vaccinati sono quasi 1 milione e mezzo. Già sono attivi 500 punti per la somministrazione (con oltre 10.000 tra medici, infermieri e volontari che hanno ultimato il loro training). Da metà mese, si spera di arrivare a 1 milione di vaccinazioni al giorno. Ed è già avviato lo sforzo organizzativo per tentare di raddoppiare il target e arrivare addirittura a 2 milioni di vaccinazioni quotidiane. L'obiettivo è duplice: uscire di slancio dall'emergenza e scatenare una ripartenza economica sensazionale.
E noi? Davvero non vediamo il rischio di ridurci a una specie di protettorato tedesco? Forse pochi in Italia conoscono l'aneddoto raccontato da Charles Moore nella sua straordinaria biografia di Margaret Thatcher. Una volta, la Lady di Ferro invitò un gruppo di storici a Chequers, la residenza di campagna del primo ministro inglese, e pose loro un paio di questioni. Primo: come fu possibile che un popolo grande e colto come i tedeschi, negli anni Trenta, accettasse l'avventura nazista? Secondo: quella voglia di espansione, quella propensione a unire l'Europa - ma non nella libertà - potevano riproporsi in futuro, ad esempio attraverso l'economia? Ecco, sarebbe il caso di riflettere sugli effetti perversi di questa Ue: si voleva europeizzare la Germania, e invece si è finito per germanizzare l'Europa.
Tutti i vantaggi ottenuti dagli inglesi
La campagna martellante contro l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea ha enfatizzato gli aspetti negativi prospettando una catastrofe, economica e sociale. Ma è davvero così? I primi vantaggi della Brexit si sono già fatti sentire. Il deal prevede l'addio all'Ema, l'Agenzia europea del farmaco che ha spostato la sede da Londra ad Amsterdam. Questo ha permesso al governo inglese di scavalcare la burocrazia europea e velocizzare con grande rapidità il processo di approvazione dei vaccini anti Covid. La vaccinazione con il prodotto Pfizer è stata avviata con un paio di settimane in anticipo rispetto all'Europa, così pure quella con i vaccini AstraZeneca per i quali l'Italia dovrà attendere fine gennaio e inizio febbraio. Un ritardo ancora più ingiustificato dal momento che alla produzione di AstraZeneca ha collaborato anche un'azienda italiana. Sei ospedali britannici hanno cominciato a somministrare le prime 530.000 dosi. Da metà gennaio gli altri ospedali del Regno Unito avranno a disposizione 2 milioni di dosi a settimana.
In realtà, la fuga in avanti di Londra consentita dalla Brexit sarebbe possibile anche per gli altri Paesi dell'Ue. Se l'emergenza lo richiedesse, le regole europee consentirebbero di avviare interventi medici senza attendere il via libera dell'Ema, ma nessuno se l'è sentita. Mettersi sulla scia di Londra avrebbe significato contestare i vincoli europei. Intanto la Gran Bretagna ha guadagnato un mese nella lotta all'epidemia, e non è poco.
Essere fuori dall'Europa significa poi non dover attendere il percorso burocratico del Recovery fund per investire in sanità, centri di ricerca e progetti ecocompatibili di tutela dell'ambiente. Avere la sterlina e non dover sottostare alle rigide regole di bilancio europee: ciò consente al governo inglese di far correre il debito pubblico senza l'incubo di dover rientrare nei tempi e modi fissati da Bruxelles. Il cancelliere dello Scacchiere, Rishi Sunak, ha fatto intendere che eventuali aumenti delle tasse per compensare gli squilibri di bilancio causati dalle spese per la pandemia sarebbero possibili solo a fronte di una crescita economica.
Era stato detto che con la Brexit il Regno Unito non avrebbe più partecipato ai programmi europei, incluso l'Erasmus. Invece se ne salvano 4 che riguardano ricerca, innovazione, energia e spazio (Horizon Europe, Euratom, Iter e Copernicus) mentre l'Erasmus sarà rimpiazzato con il Turing scheme: d'altra parte, non c'è l'Erasmus per gli Stati Uniti ma un programma chiamato Overseas. Il Turing scheme consentirà agli studenti inglesi di trascorrere un periodo di studi all'estero, in Europa e «nelle migliori università del mondo», come ha detto il primo ministro Boris Johnson. Al progetto saranno destinati 100 milioni di sterline. È vero che ora studiare in Inghilterra costerà di più, ma anche le università americane sono molto costose senza che questo impedisca agli stranieri di frequentarle.
La Brexit non sarà uno svantaggio nemmeno per l'export dalla Ue come era parso prima del deal: questo era uno dei punti sul quale i detrattori dell'uscita hanno insistito con maggior vigore. Con l'accordo commerciale di fine anno è stato evitato il rischio di dazi. Il Trattato di libero scambio siglato tra Bruxelles e Londra vale 700 miliardi l'anno e prevede anche zero quote su tutte le merci che rispettano le regole di origine. È sufficiente un'autocertificazione dell'origine preferenziale Ue per far entrare le merci alla frontiera inglese senza pagare. Secondo il premier Johnson, le aziende «faranno ancora più affari con l'Europa».
Il governo britannico disporrà 1.100 funzionari in più alle dogane e all'immigrazione. Gli ingressi irregolari diventeranno più difficili. Chi vorrà trasferirsi in Gran Bretagna per lavoro dovrà avere un visto, che si può ottenere solo se si ha già un'offerta di lavoro con uno stipendio minimo di 25.600 sterline, cioè circa 28.000 euro (meno in caso di lavori essenziali come i medici). Sarà più semplice stabilirsi Oltremanica se si ha un dottorato di ricerca (specialmente in materie scientifiche). Londra quindi punta a ingressi di personale qualificato.
«Finalmente tornati a essere padroni del nostro domani»
«Hanno pronosticato catastrofi economiche, addirittura mancanza di cibo. Hanno detto che il governo avrebbe dovuto creare un fondo apposito per le “punizioni" inflitte dal mercato. Invece eccoci qui. Le nostre aziende faranno più business di prima perché saranno libere dai vincoli Ue e la nostra economia, dopo la pandemia, riprenderà a viaggiare non avendo obblighi di rientro del deficit imposti da Bruxelles. Quanto all'Erasmus, pensate davvero che gli studenti smetteranno di venire a studiare nelle nostre prestigiose università?». Parola di Alex Deane, ex capo di gabinetto del primo ministro David Cameron, ora socio di una società di consulenza della City e commentatore politico.
La Brexit è conveniente?
«Non è il modo giusto di affrontare il tema. È come chiedere a un Paese se è disposto a mettere in discussione la propria sovranità. Questa decisione per noi significa diventare responsabili del nostro destino, mettendo al primo posto i nostri interessi commerciali e non quelli dell'Ue, all'interno della quale il Regno Unito avrebbe avuto una posizione in secondo o terzo piano».
Quali settori economici ne trarranno vantaggio?
«Quelli che importano prodotti con costi tenuti alti dall'Unione doganale protezionista; chi cerca di esportare a condizioni migliori, che beneficerà della capacità del Regno Unito di definire propri accordi commerciali; coloro che usufruiscono della spesa pubblica nazionale. Le imprese inglesi, soprattutto quelle che esportano, avranno più opportunità di business con la Brexit. Ma aumenterà il giro d'affari anche delle aziende importatrici che non dovranno più sottostare agli alti costi doganali Ue».
Che conseguenze ci sono per la vaccinazione anti Covid per l'uscita dall'Agenzia europea del farmaco?
«Il Regno Unito ha beneficiato del proprio programma di approvvigionamento, senza i vincoli e i tempi dell'Unione europea, che sembra aver chiesto agli Stati membri di rallentare nell'interesse della “solidarietà". Mentre parliamo, il tasso di vaccinazione del Regno Unito è di circa l'1,3% mentre in Germania è dello 0,3% e in Francia è ancora peggio, statisticamente parlando, è zero».
Non poter partecipare all'Erasmus penalizzerà gli studenti?
«Assolutamente no. Avremo il programma Turing, in base al quale gli studenti potranno frequentare università in tutto il mondo. Aggiungo che c'è anche qualcosa di poco limpido nell'Erasmus. Gli studenti non sono arieti sociali da utilizzare per piani politici e fini integrazionisti».
Però venire a studiare in Gran Bretagna costerà di più. Le scuole inglesi rischiano di perdere studenti?
«Ne dubito. Il Regno Unito è un mercato educativo estremamente interessante. Molti studenti provengono comunque da Paesi extra Ue. E le nostre restano università di eccellenza molto ambite».
Gli oppositori della Brexit affermano che il debito pubblico britannico è notevolmente aumentato. È vero?
«No. Ci siamo indebitati selvaggiamente a causa del coronavirus, come ogni Paese, ma fino a quel momento il nostro bilancio pubblico stava andando bene. Secondo gli anti Brexit, sarebbe bastato il voto sull'uscita dalla Ue per innescare una recessione senza precedenti, cosa che non è avvenuta. Il voto risale a quattro anni fa. Hanno detto che avremmo dovuto avere un “budget per le punizioni". Che avremmo finito il cibo, che la gente avrebbe assaltato i supermercati, che avremmo impiegato un decennio per ottenere un accordo. Hanno avuto torto. Nessun organo dei media chiede a coloro che hanno preventivato un futuro così nefasto, e che sono stati smentiti dai fatti, di fare ammenda. Forse perché i media sono sempre stati contro la Brexit e pronti a rilanciare ogni falsità pur di contribuire a descrivere in modo negativo l'uscita dall'Ue».
Quali sono i vantaggi per gli europei con la Brexit?
«È una lezione per tutta l'Europa vedere un Paese indipendente forgiare il proprio percorso. Mi auguro che diventi un modello da seguire ma ne dubito, perché la risposta è sempre “più Europa". Chi guida l'Ue ora affermerà che il Regno Unito non è mai stato un vero membro e la Brexit non può che essere un caso isolato. È il loro modo di vedere e di raccontare l'uscita del secondo maggiore contribuente netto dell'Europa».
La Brexit è un modello esportabile?
«Forse. In Francia c'è un vibrante movimento Frexit e in Italia Italexit. Non posso esprimermi per altri Paesi. Io ho abbracciato sin dall'inizio l'uscita dalla Ue perché volevo che il Regno Unito fosse di nuovo una nazione indipendente. Ora finalmente lo siamo».
L'Ue è in declino?
«La Ue non è morta. Il Regno Unito continuerà a essere un Paese amico e un partner degli Stati membri. Ma sarebbe sciocco non guardare alla politica di inarrestabile integrazione e di rifiuto del cambiamento che ha portato all'uscita del Regno Unito».
La politica finora perseguita dalla Ue ha ostacolato la crescita?
«La Ue con le sue regole è un freno alla crescita. È un'unione doganale protezionistica, con barriere erette ai suoi confini e a crescita più lenta del mondo. Non è una coincidenza, non funziona».
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Avevano pronosticato accaparramenti, inflazione, economia ko. Ma non è successo nulla: la volontà espressa nel referendum ha vinto, dimostrando che i vincoli dell'Unione non sono dogmi.I primi effetti del distacco si sono visti con le procedure veloci per approvare i vaccini. Ora meno vincoli di bilancio, più investimenti e costi ridotti per l'assenza dei dazi.Alex Deane, ex capo di gabinetto di David Cameron: «Bruxelles con le sue regole frena la crescita. Ma temo che nessuno seguirà le nostre orme».Lo speciale contiene tre articoli.«I britannici non faranno mai un referendum per uscire dall'Ue». E invece l'hanno fatto. «Il Leave non vincerà mai». E invece ha vinto. «Dopo Brexit, l'Uk subirà un tracollo economico: mancheranno anche farmaci e cibo». E invece ovviamente non è successo. «Un primo ministro non riuscirà mai a compattare il parlamento di Westminster su un'ipotesi condivisa di uscita». E invece Boris Johnson ce l'ha fatta. «Non ci sarà mai un accordo finale di uscita tra Londra e Bruxelles». E invece c'è stato. In questo botta e risposta, abbiamo ripercorso le obiezioni formulate dal 2016 a oggi, contro Brexit, dalla stragrande maggioranza del mondo politico e giornalistico, intellettuale e finanziario europeo. Per una volta, il bilancio finale è che le élites hanno perso e il popolo ha vinto, che gli «esperti» sono stati clamorosamente smentiti, e che la patria della democrazia moderna ha tenuto fede a sé stessa, consentendo agli elettori di decidere una chiara direzione di marcia. Chi scrive è indubbiamente pro Brexit, lo ammetto. Con franchezza, riconosco tuttavia che si tratta di una scommessa, il cui esito potrà essere giudicato solo tra dieci o vent'anni. Ma è importante che qualcuno abbia rotto un dogma ricordando a tutti che si può essere europei senza apprezzare le regole di questa Ue, che si può essere favorevoli al massimo possibile di scambi commerciali senza volersi amalgamare politicamente e senza voler dar vita a un superstato europeo. Quel che non mi persuade è il doppio standard adottato da troppi: se è giusto (anzi, sacrosanto) adottare un approccio basato sul dubbio rispetto alle scelte di Londra, mi parrebbe altrettanto onesto applicare la stessa logica di dubbio (e non di adesione religiosa) nel valutare le scelte di Bruxelles. Com'è possibile che si sia accolta con superficialità, e in qualche caso perfino con entusiasmo, l'uscita dall'Ue del Regno Unito, che negli ultimi 6-7 anni ha creato da solo quasi più posti di lavoro degli altri 27 Paesi Ue messi insieme? Com'è possibile che si continui a ripetere (ormai è una via di mezzo tra uno scioglilingua e una giaculatoria) che «ci vuole più Europa», senza vedere che la grande speranza dei fondatori De Gasperi-Adenauer-Schuman è stata colpita al cuore dal modo burocratico, a-democratico, in cui l'Unione è stata costruita decennio dopo decennio? In un gigantesco discorso tenuto a Bruges nel 1988 Margaret Thatcher aveva spiegato bene proprio questo punto: la deriva di Bruxelles è stata quella di scambiare un mezzo con un fine, di ritenere che la comunità europea dovesse essere un fine in sé, dimenticando le diversità e perfino il valore della competizione tra modelli differenti. Oggi Londra, nella sua scelta di divergere, lancia la sfida di una Global Britain come un superhub mondiale in grado di attrarre risorse e investimenti, uscendo dalla gabbia dell'Ue ma potenziando la possibilità di commerciare con la stessa Europa, gli Stati Uniti, l'Asia, e con ogni altro player. Questa novità può far del bene a tutti. Aprire una competizione fiscale, legale, burocratica, potrà aiutare anche altri Paesi europei a vedere quale sistema funzioni meglio, e se sia efficace (come credo) una linea di tasse basse e regolamentazione leggera. Addirittura, si sarebbe dovuta cogliere l'occasione delle trattative tra Bruxelles e Londra per aprire un altro negoziato: quello tra i 27 per una rinegoziazione complessiva dei trattati europei, e per abbracciare anche all'interno dell'Ue l'idea di un maggiore riconoscimento delle diversità. Tra l'altro, in troppi da questa parte della Manica non sembrano rendersi conto che, pur tra mille difficoltà, Londra sembra aver iniziato bene la prima sfida della vaccinazione. Per due volte, proprio grazie all'autonomia consentita da Brexit, l'autorità di regolazione britannica ha bruciato in velocità la burocrazia europea dell'Ema. Morale: la Gran Bretagna, che pure ha avuto una gestione dell'emergenza Covid non priva di caos e incertezze, lavora oggi a una possibile rivincita. I britannici già vaccinati sono quasi 1 milione e mezzo. Già sono attivi 500 punti per la somministrazione (con oltre 10.000 tra medici, infermieri e volontari che hanno ultimato il loro training). Da metà mese, si spera di arrivare a 1 milione di vaccinazioni al giorno. Ed è già avviato lo sforzo organizzativo per tentare di raddoppiare il target e arrivare addirittura a 2 milioni di vaccinazioni quotidiane. L'obiettivo è duplice: uscire di slancio dall'emergenza e scatenare una ripartenza economica sensazionale.E noi? Davvero non vediamo il rischio di ridurci a una specie di protettorato tedesco? Forse pochi in Italia conoscono l'aneddoto raccontato da Charles Moore nella sua straordinaria biografia di Margaret Thatcher. Una volta, la Lady di Ferro invitò un gruppo di storici a Chequers, la residenza di campagna del primo ministro inglese, e pose loro un paio di questioni. Primo: come fu possibile che un popolo grande e colto come i tedeschi, negli anni Trenta, accettasse l'avventura nazista? Secondo: quella voglia di espansione, quella propensione a unire l'Europa - ma non nella libertà - potevano riproporsi in futuro, ad esempio attraverso l'economia? 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Questo ha permesso al governo inglese di scavalcare la burocrazia europea e velocizzare con grande rapidità il processo di approvazione dei vaccini anti Covid. La vaccinazione con il prodotto Pfizer è stata avviata con un paio di settimane in anticipo rispetto all'Europa, così pure quella con i vaccini AstraZeneca per i quali l'Italia dovrà attendere fine gennaio e inizio febbraio. Un ritardo ancora più ingiustificato dal momento che alla produzione di AstraZeneca ha collaborato anche un'azienda italiana. Sei ospedali britannici hanno cominciato a somministrare le prime 530.000 dosi. Da metà gennaio gli altri ospedali del Regno Unito avranno a disposizione 2 milioni di dosi a settimana. In realtà, la fuga in avanti di Londra consentita dalla Brexit sarebbe possibile anche per gli altri Paesi dell'Ue. Se l'emergenza lo richiedesse, le regole europee consentirebbero di avviare interventi medici senza attendere il via libera dell'Ema, ma nessuno se l'è sentita. Mettersi sulla scia di Londra avrebbe significato contestare i vincoli europei. Intanto la Gran Bretagna ha guadagnato un mese nella lotta all'epidemia, e non è poco. Essere fuori dall'Europa significa poi non dover attendere il percorso burocratico del Recovery fund per investire in sanità, centri di ricerca e progetti ecocompatibili di tutela dell'ambiente. Avere la sterlina e non dover sottostare alle rigide regole di bilancio europee: ciò consente al governo inglese di far correre il debito pubblico senza l'incubo di dover rientrare nei tempi e modi fissati da Bruxelles. Il cancelliere dello Scacchiere, Rishi Sunak, ha fatto intendere che eventuali aumenti delle tasse per compensare gli squilibri di bilancio causati dalle spese per la pandemia sarebbero possibili solo a fronte di una crescita economica. Era stato detto che con la Brexit il Regno Unito non avrebbe più partecipato ai programmi europei, incluso l'Erasmus. Invece se ne salvano 4 che riguardano ricerca, innovazione, energia e spazio (Horizon Europe, Euratom, Iter e Copernicus) mentre l'Erasmus sarà rimpiazzato con il Turing scheme: d'altra parte, non c'è l'Erasmus per gli Stati Uniti ma un programma chiamato Overseas. Il Turing scheme consentirà agli studenti inglesi di trascorrere un periodo di studi all'estero, in Europa e «nelle migliori università del mondo», come ha detto il primo ministro Boris Johnson. Al progetto saranno destinati 100 milioni di sterline. È vero che ora studiare in Inghilterra costerà di più, ma anche le università americane sono molto costose senza che questo impedisca agli stranieri di frequentarle. La Brexit non sarà uno svantaggio nemmeno per l'export dalla Ue come era parso prima del deal: questo era uno dei punti sul quale i detrattori dell'uscita hanno insistito con maggior vigore. Con l'accordo commerciale di fine anno è stato evitato il rischio di dazi. Il Trattato di libero scambio siglato tra Bruxelles e Londra vale 700 miliardi l'anno e prevede anche zero quote su tutte le merci che rispettano le regole di origine. È sufficiente un'autocertificazione dell'origine preferenziale Ue per far entrare le merci alla frontiera inglese senza pagare. Secondo il premier Johnson, le aziende «faranno ancora più affari con l'Europa». Il governo britannico disporrà 1.100 funzionari in più alle dogane e all'immigrazione. Gli ingressi irregolari diventeranno più difficili. Chi vorrà trasferirsi in Gran Bretagna per lavoro dovrà avere un visto, che si può ottenere solo se si ha già un'offerta di lavoro con uno stipendio minimo di 25.600 sterline, cioè circa 28.000 euro (meno in caso di lavori essenziali come i medici). Sarà più semplice stabilirsi Oltremanica se si ha un dottorato di ricerca (specialmente in materie scientifiche). Londra quindi punta a ingressi di personale qualificato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/uscire-dalla-ue-si-puo-2649858375.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="finalmente-tornati-a-essere-padroni-del-nostro-domani" data-post-id="2649858375" data-published-at="1610302943" data-use-pagination="False"> «Finalmente tornati a essere padroni del nostro domani» «Hanno pronosticato catastrofi economiche, addirittura mancanza di cibo. Hanno detto che il governo avrebbe dovuto creare un fondo apposito per le “punizioni" inflitte dal mercato. Invece eccoci qui. Le nostre aziende faranno più business di prima perché saranno libere dai vincoli Ue e la nostra economia, dopo la pandemia, riprenderà a viaggiare non avendo obblighi di rientro del deficit imposti da Bruxelles. Quanto all'Erasmus, pensate davvero che gli studenti smetteranno di venire a studiare nelle nostre prestigiose università?». Parola di Alex Deane, ex capo di gabinetto del primo ministro David Cameron, ora socio di una società di consulenza della City e commentatore politico. La Brexit è conveniente? «Non è il modo giusto di affrontare il tema. È come chiedere a un Paese se è disposto a mettere in discussione la propria sovranità. Questa decisione per noi significa diventare responsabili del nostro destino, mettendo al primo posto i nostri interessi commerciali e non quelli dell'Ue, all'interno della quale il Regno Unito avrebbe avuto una posizione in secondo o terzo piano». Quali settori economici ne trarranno vantaggio? «Quelli che importano prodotti con costi tenuti alti dall'Unione doganale protezionista; chi cerca di esportare a condizioni migliori, che beneficerà della capacità del Regno Unito di definire propri accordi commerciali; coloro che usufruiscono della spesa pubblica nazionale. Le imprese inglesi, soprattutto quelle che esportano, avranno più opportunità di business con la Brexit. Ma aumenterà il giro d'affari anche delle aziende importatrici che non dovranno più sottostare agli alti costi doganali Ue». Che conseguenze ci sono per la vaccinazione anti Covid per l'uscita dall'Agenzia europea del farmaco? «Il Regno Unito ha beneficiato del proprio programma di approvvigionamento, senza i vincoli e i tempi dell'Unione europea, che sembra aver chiesto agli Stati membri di rallentare nell'interesse della “solidarietà". Mentre parliamo, il tasso di vaccinazione del Regno Unito è di circa l'1,3% mentre in Germania è dello 0,3% e in Francia è ancora peggio, statisticamente parlando, è zero». Non poter partecipare all'Erasmus penalizzerà gli studenti? «Assolutamente no. Avremo il programma Turing, in base al quale gli studenti potranno frequentare università in tutto il mondo. Aggiungo che c'è anche qualcosa di poco limpido nell'Erasmus. Gli studenti non sono arieti sociali da utilizzare per piani politici e fini integrazionisti». Però venire a studiare in Gran Bretagna costerà di più. Le scuole inglesi rischiano di perdere studenti? «Ne dubito. Il Regno Unito è un mercato educativo estremamente interessante. Molti studenti provengono comunque da Paesi extra Ue. E le nostre restano università di eccellenza molto ambite». Gli oppositori della Brexit affermano che il debito pubblico britannico è notevolmente aumentato. È vero? «No. Ci siamo indebitati selvaggiamente a causa del coronavirus, come ogni Paese, ma fino a quel momento il nostro bilancio pubblico stava andando bene. Secondo gli anti Brexit, sarebbe bastato il voto sull'uscita dalla Ue per innescare una recessione senza precedenti, cosa che non è avvenuta. Il voto risale a quattro anni fa. Hanno detto che avremmo dovuto avere un “budget per le punizioni". Che avremmo finito il cibo, che la gente avrebbe assaltato i supermercati, che avremmo impiegato un decennio per ottenere un accordo. Hanno avuto torto. Nessun organo dei media chiede a coloro che hanno preventivato un futuro così nefasto, e che sono stati smentiti dai fatti, di fare ammenda. Forse perché i media sono sempre stati contro la Brexit e pronti a rilanciare ogni falsità pur di contribuire a descrivere in modo negativo l'uscita dall'Ue». Quali sono i vantaggi per gli europei con la Brexit? «È una lezione per tutta l'Europa vedere un Paese indipendente forgiare il proprio percorso. Mi auguro che diventi un modello da seguire ma ne dubito, perché la risposta è sempre “più Europa". Chi guida l'Ue ora affermerà che il Regno Unito non è mai stato un vero membro e la Brexit non può che essere un caso isolato. È il loro modo di vedere e di raccontare l'uscita del secondo maggiore contribuente netto dell'Europa». La Brexit è un modello esportabile? «Forse. In Francia c'è un vibrante movimento Frexit e in Italia Italexit. Non posso esprimermi per altri Paesi. Io ho abbracciato sin dall'inizio l'uscita dalla Ue perché volevo che il Regno Unito fosse di nuovo una nazione indipendente. Ora finalmente lo siamo». L'Ue è in declino? «La Ue non è morta. Il Regno Unito continuerà a essere un Paese amico e un partner degli Stati membri. Ma sarebbe sciocco non guardare alla politica di inarrestabile integrazione e di rifiuto del cambiamento che ha portato all'uscita del Regno Unito». La politica finora perseguita dalla Ue ha ostacolato la crescita? «La Ue con le sue regole è un freno alla crescita. È un'unione doganale protezionistica, con barriere erette ai suoi confini e a crescita più lenta del mondo. Non è una coincidenza, non funziona».
Donald Trump (Ansa)
Gli Stati Uniti si preparano ai colloqui previsti oggi a Islamabad. E la Casa Bianca guarda con interesse soprattutto alla delicata questione di Hormuz. «Ci sono notizie secondo cui l’Iran starebbe imponendo tariffe alle petroliere che attraversano lo Stretto di Hormuz: è meglio che non lo stiano facendo e, se lo stanno facendo, è meglio che smettano subito!», ha affermato Donald Trump su Truth. «L’Iran sta facendo un pessimo lavoro, qualcuno direbbe vergognoso, nel permettere al petrolio di attraversare lo Stretto di Hormuz. Questo non è l’accordo che abbiamo», ha anche detto. «Gli iraniani sembrano non rendersi conto di non avere altre carte da giocare se non quella di estorcere denaro al mondo a breve termine, usando le vie di navigazione internazionali. L’unica ragione per cui sono ancora in vita è per negoziare!», ha poi rincarato la dose, sostenendo che Teheran sarebbe più brava a gestire le pubbliche relazioni che a combattere. D’altronde, sempre ieri, l’esercito iraniano ha annunciato di voler mantenere l’iniziativa per il «controllo» dello Stretto.
Non è del resto un mistero che la questione di Hormuz aleggi pesantemente sui colloqui pakistani. Agli occhi di Trump, l’apertura dello Stretto è necessaria per abbassare strutturalmente il costo dell’energia e, in particolare, il prezzo della benzina negli Stati Uniti: un obiettivo cruciale per rafforzare il Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Basti pensare che ieri è stato rivelato che, a marzo, l’inflazione Oltreatlantico è salita dello 0,9% rispetto a febbraio proprio a causa del conflitto contro Teheran. «Ci aspettiamo una rapida riduzione dei prezzi dell’energia una volta che lo Stretto sarà riaperto. Attualmente ci sono navi che lo attraversano, ma a circa il 10% del ritmo normale. Una volta tornati al ritmo normale, prevediamo che la situazione si normalizzerà», ha affermato, sempre ieri, il direttore del National Economic Council della Casa Bianca, Kevin Hassett. «Abbiamo mandato la squadra migliore in Pakistan per negoziare con gli iraniani, e abbiamo anche piani di riserva, se necessario», ha aggiunto. È in questo quadro che il premier britannico, Keir Starmer, ha detto di aver discusso con Trump delle «capacità militari» e della «logistica» per il transito nello Stretto.
Insomma, l’atteggiamento di Teheran su Hormuz sta irritando non poco l’inquilino della Casa Bianca. Dall’altra parte, il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha affermato che, prima dell’avvio dei negoziati con Washington, la Repubblica islamica si aspetta che vi sia un cessate il fuoco in Libano, oltre al «rilascio dei beni iraniani bloccati». Se i nodi sul tavolo non sono pochi, JD Vance, poco prima di partire per Islamabad (dove oggi guiderà il team negoziale statunitense), ha mostrato un cauto ottimismo. «Attendiamo con interesse la fase di negoziazione. Credo che sarà positiva. Vedremo, ovviamente», ha dichiarato. «Se gli iraniani sono disposti a negoziare in buona fede, noi siamo certamente disposti a tendere la mano», ha proseguito, per poi aggiungere: «Se proveranno a metterci in difficoltà, scopriranno che il team negoziale non è molto disponibile».
Chiaramente, oltre a Hormuz, gli americani oggi punteranno a discutere di vari argomenti: dalla liberazione dei cittadini statunitensi detenuti in Iran alla questione dell’arricchimento dell’uranio, senza dimenticare il programma missilistico del regime khomeinista e i suoi pericolosi proxy regionali. Teheran, dal canto suo, mirerà soprattutto a far leva su un punto: la richiesta di revoca delle sanzioni internazionali. Date queste premesse, e a meno che i negoziati non saltino all’ultimo momento, Trump ha comunque intenzione di trattare con la pistola poggiata sul tavolo. «Stiamo caricando le navi con le migliori munizioni, le migliori armi mai realizzate», ha detto ieri, parlando col New York Post. «Se non raggiungeremo un accordo, le utilizzeremo, e le utilizzeremo in modo molto efficace», ha proseguito. «Lo scopriremo tra circa 24 ore. Lo sapremo presto», ha altresì affermato, quando gli è stato chiesto se i colloqui avranno successo.
Ciò detto, Trump non sta mettendo sotto pressione soltanto Teheran. Il presidente americano sta infatti ponendo dei paletti anche a Benjamin Netanyahu. Ieri, la Cnn ha rivelato che, poco prima che il premier israeliano annunciasse dei colloqui diretti con il Libano due giorni fa, Trump avrebbe avuto una telefonata «tesa» con lui. «Netanyahu ha capito che, se non avesse chiesto colloqui diretti con il Libano, Trump avrebbe potuto semplicemente dichiarare un cessate il fuoco», ha riportato la testata. D’altronde, pur avendo ufficialmente escluso che l’accordo di tregua con l’Iran includesse il Libano, il presidente americano temeva che i bombardamenti israeliani sul Paese dei cedri potessero far saltare il tavolo diplomatico con Teheran. È quindi in questo senso che ha spinto Netanyahu ad attenuare gli attacchi e ad avviare trattative con Beirut. Il destino dell’iniziativa diplomatica statunitense con l’Iran naviga tra Scilla e Cariddi. La strada è in salita, certo. Ma non è detto che, alla fine, Vance non riesca a portare a casa qualche risultato concreto.
Teheran all’America: «I colloqui? Stop ai raid e sbloccate gli asset»
Islamabad blindata, strade deserte, posti di blocco sulle arterie principali e sicurezza rafforzata con l’invio di truppe e forze dell’ordine. La capitale pachistana si prepara ai colloqui tra Stati Uniti e Iran con misure eccezionali, mentre il governo ha imposto due giorni festivi per limitare gli spostamenti. I negoziati, in teoria, dovrebbero partire oggi. In pratica, restano appesi a un filo.
L’incertezza è totale. Da un lato è attesa la delegazione americana guidata dal vicepresidente JD Vance, dall’altro Teheran continua a non confermare la propria presenza, lasciando intendere che tutto dipenderà dal rispetto di alcune condizioni. «Finché gli Stati Uniti non rispetteranno il loro impegno a un cessate il fuoco su tutti i fronti, i negoziati restano in sospeso», ha fatto sapere una fonte citata dall’agenzia Tasnim, vicina ai pasdaran. Un messaggio che, già alla vigilia, mette in dubbio l’avvio stesso del tavolo di confronto. Washington prova comunque a mostrarsi fiduciosa: «Non vediamo l’ora che inizino i negoziati. Credo che saranno positivi», ha detto Vance ai giornalisti prima della partenza. L’apertura, però, è accompagnata da un avvertimento molto chiaro: «Se gli iraniani sono disposti a negoziare in buona fede, siamo pronti a tendere la mano. Se invece cercheranno di prenderci in giro, scopriranno che la nostra delegazione non è poi così disponibile». Una linea che combina disponibilità e fermezza, nel tentativo di tenere aperto il dialogo senza concedere margini a manovre dilatorie.
Sul fronte iraniano, il tono resta decisamente più rigido. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, ha ribadito che lo svolgimento dei colloqui è «subordinato all’ottenimento di garanzie» sul rispetto del cessate il fuoco. Ancora più esplicito il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, destinato a guidare la delegazione insieme al ministro degli Esteri, Abbas Araghchi: «Due delle misure concordate», ha dichiarato Ghalibaf, «devono essere ancora attuate: un cessate il fuoco su tutti i fronti e il rilascio degli asset iraniani bloccati. Queste due questioni devono essere soddisfatte prima che i negoziati inizino». Condizioni che, di fatto, trasformano l’avvio del dialogo in un passaggio tutt’altro che scontato.
A complicare ulteriormente il quadro c’è anche la confusione sulle stesse tempistiche. Il Wall Street Journal aveva parlato ieri di una delegazione iraniana già arrivata a Islamabad, ma la notizia è stata smentita da Teheran. «Sono completamente false», ha assicurato una fonte iraniana, precisando che i colloqui restano «in fase di revisione e pianificazione». Un cortocircuito informativo che fotografa bene il clima attorno al negoziato: nulla è davvero confermato, tutto può ancora saltare.
Nel frattempo, sul tavolo si accumulano dossier destinati a complicare ulteriormente il confronto. Secondo il Washington Post, gli Stati Uniti intendono inserire nelle trattative anche il tema del rilascio dei detenuti americani in Iran, allargando così il perimetro del negoziato oltre la sola questione della tregua. Un elemento che rischia di irrigidire ulteriormente le posizioni e di rendere ancora più difficile trovare un’intesa rapida.
E non è l’unico fattore di pressione. Da Washington arriva anche un avvertimento sul possibile coinvolgimento di altri attori globali. Il rappresentante commerciale americano, Jamieson Greer, ha sottolineato che un eventuale ingresso della Cina nel dossier iraniano «complicherebbe il quadro», segnalando il rischio che il confronto tra Stati Uniti e Iran possa trasformarsi in una partita più ampia sul piano geopolitico.
Insomma, tutto rimane appeso a un filo. Lo dimostra anche il messaggio arrivato dal Comando centrale iraniano: le forze armate di Teheran tengono «il dito sul grilletto» e qualsiasi nuovo attacco contro Hezbollah e il Libano «avrà una risposta devastante e dolorosa».
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Silvia Salis (Imagoeconomica)
«Quest’attenzione nazionale mi lusinga». Fieramente contraria alle primarie fino a una settimana fa (per la felicità di Elly Schlein che non la sopporta), Silvia Salis ha puntato il tacco 10 Manolo Blahnik da 1.200 euro e ha fatto inversione di marcia. «Se mi chiedessero di candidarmi contro Giorgia Meloni? Sarebbe una bugia dire che non lo prenderei in considerazione». È bastata la benedizione di Bloomberg per far cambiare idea alla sindaca di Genova e veder calare un’espressione sofferente sul volto della segretaria del Pd. Così la sinistra post-liceale con chitarra e spartito di Manu Chao rischia di dover cedere il passo a quella da vernissage, tendenza Greenwich Village in abito da cocktail.
Non un cambio da niente sul fronte del porto. Ma Bloomberg non può essere ignorato e il reportage del network statunitense interpreta il comune sentire in crescita nei corridoi del Nazareno. «Lei è il nuovo volto italiano», titola il sito nella sezione politica, e argomenta così: «La sconfitta referendaria subita dalla premier sta galvanizzando l’opposizione. Con le speranze di tornare al potere riaccese, è emerso un nuovo nome come potenziale contendente: Silvia Salis. La quarantenne, neofita della politica, non siede in Parlamento ma a Genova, nel cinquecentesco Palazzo Doria Tursi, dove ricopre la carica di sindaco. L’ex lanciatrice di martello olimpica (miglior piazzamento 30ª ai giochi di Londra, ndr) scommette che contrastare la retorica di Meloni, incentrata sulla guerra culturale, e al contempo costruirsi una reputazione a livello nazionale, sarà sufficiente a renderla una sfidante credibile».
Accompagnata da una borsa Vuitton bianca più grande di lei, la Salis presentabile va alla guerra contro Schlein in pocho. Per ora è un approccio gentile, poco conflittuale, prosecco e tartina signora mia. Ma come spiega a Bloomberg, alcuni paletti si vedono con chiarezza sullo sfondo. «Sebbene l’opposizione, composta da blocchi eterogenei che spaziano dal Pd di centrosinistra al Movimento 5 stelle populista fino ad Avs sia stata galvanizzata dalla vittoria referendaria, molto resta ancora da definire. Non è stata fissata una data per le primarie, non è ancora emerso un chiaro favorito ed è tutt’altro che scontato che tutti i No al referendum si riversino contro Meloni alle elezioni. I due principali contendenti sono Giuseppe Conte ed Elly Schlein, leader Pd dal 2023…».
I puntini di sospensione sono proiettili, traccianti che indicano l’elemento di corto circuito in agguato. Lei. A questo punto il triangolo rosso si fa imbarazzante. Se Conte è indiscutibilmente il «lui», che un minuto dopo lo spoglio dei No ha lanciato le primarie ed è stato (guarda la coincidenza) incoronato proprio da Bloomberg come astro rinascente del campo largo, Elly non può che essere «l’altra», quella da corteggiare nelle piazze pro Pal ma da lasciare a casa a sgranocchiare lupini sul divano nelle feste comandate come le elezioni politiche. La segretaria e i fedelissimi del «tortellino magico» si vedono già a Palazzo Chigi, non vorrebbero passare dalla trappola delle primarie e guardano con fastidio le ambizioni altrui. Quelle di Conte che brama il grande rientro sull’onda dei successi del reddito di cittadinanza e del Superbonus (totale debito 200 miliardi) ed ora quelle della sindaca lusingata.
Nella tonnara di centrosinistra si materializza un altro campanello d’allarme per Schlein: la ritrovata consonanza fra il deus ex machina Dario Franceschini e Matteo Renzi. Da abile navigatore da retrobottega, l’ex premier prova a dare le carte e benedice a sua volta le primarie: «Vedo due ipotesi. Se si va a votare in primavera del 2027 fai le primarie nell’autunno del ’26, se invece si va a votare a giugno a scadenza naturale della legislatura, si possono fare nella primavera del 2027», ha detto a Sky Start. Poi l’endorsement: «Mi piacerebbe che ci sia un candidato dell’area riformista. Io voterei Silvia Salis ma i nomi comunque arrivano dopo, prima arrivano le proposte. Le primarie hanno un effetto catartico: dobbiamo portare tre milioni di persone alle urne e poi chi perde appoggerà chi vince».
Per lui intrufolarsi con il 2% di Italia viva è facile ma la sua presenza (considerata tossica come il lattosio dai grillini) è destinata a creare ulteriori imbarazzi. Così lo scenario, già complesso, diventa un rebus: Conte pretende una soglia precisa in percentuale e non vuole il doppio turno perché fiuta la trappola della morsa piddina, Schlein chiede l’atto di fede al partito e propone l’antico smacchiatore di giaguari Pierluigi Bersani come federatore. Il mal di testa è totale, ci mancava Bloomberg a caricare come un’auto elettrica lady Salis. «Se mi chiedessero di candidarmi ci sarei», è la martellata della martellista. Che si prepara al «fatti più in là» con il tacco da guerra ed è pronta a sfilare contro il caro bollette con la Vuitton tendenza Kate Middleton. Chissà come la prendono i camalli.
Conte inizia il tour di autoinvestitura con un occhio a Trump e uno a cinesi
È iniziato il Conte alla rovescia. Cresce l’attivismo del leader M5s, Giuseppe Conte, ossessionato dalla voglia di tornare a Palazzo Chigi. Prima il pranzo, un po’ indigesto, con l’emissario di Donald Trump in Italia, Paolo Zampolli, poi il lancio del suo libro manifesto politico Una nuova primavera, che esce in libreria martedì prossimo, e ancora i messaggi di apertura a Pechino e la frenata sul gas russo. Tutto e il contrario di tutto, che per il CamaleConte è pane quotidiano.
Per uno che è stato presidente del Consiglio, prima in alleanza con la Lega e poi con il Pd, andare a braccetto prima con Trump e poi con Xi Jimping è un gioco da ragazzi. L’avvocatino di Volturara Appula si è fatto prima intervistare (e adulare) da Bloomberg, colosso dell’informazione mondiale con sede a New York, mass media di orientamento pragmatico tutto orientato al business, che lo incorona alla guida del campo progressista, insieme a Silvia Salis, scartando a priori l’ipotesi Elly Schlein, salvo poi rispolverare il suo vecchio cavallo di battaglia: la Via della Seta.
In tutto questo calderone, il campione del mondo di cinismo e trasformismo si fa ben consigliare dall’ambasciatore Pietro Benassi, che è stato il suo sottosegretario a Palazzo Chigi e che ambisce a diventare il ministro degli Esteri del suo, immaginario, terzo governo.
Dunque, il derby Conte-Salis è iniziato con la benedizione di Bloomberg, che non prevede il terzo incomodo Schlein, buttata fuori alle qualificazioni. L’operazione simpatia attraverso il suo libro, che Conte presenterà in tutta Italia, è partita e punta a rilanciare la sua immagine sbiadita e chiacchierata, lanciando nello stesso tempo un’Opa alla sinistra. Ma lo fa, ovviamente, a modo suo, in maniera piuttosto contraddittoria e sgangherata, abituato com’è a tenere i piedi su più staffe, per non rischiare di cadere. Come dice Bloomberg «la sconfitta referendaria subita dalla premier Giorgia Meloni sta galvanizzando l’opposizione italiana», ma soprattutto sta eccitando il professor Conte che lancia nel mare della politica italiana la sua «rete», provando a farci finire dentro la destra.
Tra le altre cose, il proposito che più allarma, è che Conte apra di nuovo alla Cina. «L’Italia deve proteggere i propri interessi anche guardando alla Cina», lascia a verbale. Torna in gloria il «partito cinese» tanto caro a Massimo D’Alema e a Romano Prodi e ora, all’uomo che si autocandida alla guida del campo largo. Lo stesso che nella sua precedente stagione a Palazzo Chigi portò in Italia trionfante Xi Jinping, il dittatore cinese a cui non sembrò vero di mostrare in mondovisione con quanta riverenza veniva ricevuto nel cuore dell’Occidente. Ecco cosa ci aspetterebbe se Conte tornasse ad essere premier nel 2027. Non solo lo sfascio dei conti pubblici (Conte è quello del superbonus), non solo il giustizialismo, ma un secco spostamento del Paese verso l’asse geopolitico anti-Occidente. Meloni ha tenuto l’Italia nella metà campo giusta, l’avvocato del popolo si schiererebbe da quell’altra.
Ma c’è di peggio. Conte accusa Meloni di essere inginocchiata a Trump. Tuttavia in Italia si vede, di nascosto, con il suo inviato. Vuole salire di nuovo sul cavallo made in China. Senza considerare che nel 2025, l’Ue ha esportato beni in Cina per un valore di 199,6 miliardi di euro e ne ha importati per 559,4 miliardi, registrando un deficit commerciale di 359,8 miliardi di euro. Rispetto al 2024, le esportazioni sono diminuite del 6,5%, mentre le importazioni sono aumentate del 6,4%. Lo dice l’Eurostat. Tradotto: la Cina ci riempie di spazzatura e noi glielo lasciamo fare. I dazi di Trump, che Conte osteggia, servono proprio a rallentare questa ondata di merce scadente. Ma Conte preferisce lo stesso essere amico della Cina anche se, in disparte, liscia il pelo a Trump. Il cortocircuito della sinistra è evidente.
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Marina Berlusconi (Ansa)
Dopo un’ampia panoramica sulla situazione politica, economica ed internazionale, e la rinnovata fiducia nel segretario, l’attenzione si è concentrata sul futuro di Forza Italia. È emersa una visione unitaria e condivisa per il rilancio del movimento nello spirito e con i valori del fondatore Silvio Berlusconi. All’incontro hanno partecipato Gianni Letta ed il dottor Danilo Pellegrino (amministratore delegato di Fininvest, ndr)». «Quello con il segretario nazionale di Forza Italia, e vicepremier, Antonio Tajani è stato un incontro molto positivo», fanno sapere all’Ansa fonti dei Berlusconi. Piena fiducia in Tajani da parte della famiglia, quindi, almeno sulla carta, ma del resto Forza Italia in questo momento non può fare a meno del vicepremier e ministro degli Esteri, per almeno due ragioni. La prima: Tajani gode del sostegno di Giorgia Meloni, che ha nel ministro degli Esteri un elemento di stabilizzazione del governo. Tajani non ha mai creato il minimo problema alla Meloni, anzi c’è chi lo accusa di essere fin troppo «appiattito» sulla premier. Accuse che arrivano da chi, al posto suo, sarebbe appiattito tale e quale: la Meloni ha un rapporto diretto con la famiglia, e il leader di Forza Italia, chiunque sia, non può certo permettersi strappi e prese di distanza. Secondo motivo della stabilità di Tajani: non si capisce per quale motivo dovrebbe essere sostituito, considerato che il partito è sopravvissuto alla scomparsa di Silvio Berlusconi molto meglio di quelle che erano alcune previsioni. Al Sud in particolare Fi è sostanzialmente sulle stesse percentuali di Fratelli d’Italia, mentre a livello nazionale si colloca stabilmente intorno al 10%. Non si intravede un trascinatore di masse in grado di far crescere Fi, tanto è vero che alla fine dei giochi il famigerato «rinnovamento», almeno fino ad ora, è consistito nello scambio di postazioni tra Stefania Craxi e Maurizio Gasparri: la prima è diventata capogruppo al Senato, il secondo presidente della Commissione Affari Esteri e Difesa di Palazzo Madama. Un altro cambio potrebbe avvenire alla Camera, dove Paolo Barelli sarebbe sul punto di lasciare il ruolo di capogruppo: la disponibilità a un passo indietro c’è stata, ora bisogna individuare il successore. C’è poi tutta la questione dei congressi, quello nazionale e quelli regionali, che qualcuno vorrebbe rimandare, qualcuno confermare, ma qui siamo di fronte a contrasti tra dirigenti locali, giochi e giochetti di potere in vista della partita delle candidature alle politiche del 2027. Non prima: se c’è una cosa che tutte le nostre fonti ci confermano è che Forza Italia non ha la minima intenzione di partecipare a eventuali giochetti di palazzo che abbiano l’obiettivo di sostituire in corsa Giorgia Meloni con qualche professorone sostenuto pure dal Pd. Il centrodestra, ricordiamolo, governa compatto in Regioni e città, ha una storia ormai più che quarantennale e nessuno, tra deputati e senatori, ha la minima intenzione di assumersi una responsabilità così pesante. Diverso lo scenario per il dopo-elezioni: con l’attuale legge elettorale, in caso di un sostanziale pareggio, Forza Italia potrebbe tirare in ballo la «responsabilità» e accettare di partecipare a un governo multicolor, ma siamo nel campo dell’ignoto. Fino al 2027, Barelli o non Barelli, Craxi o Gasparri, Forza Italia non farà nulla che possa mettere in difficoltà il governo guidato da Giorgia Meloni. A meno che, naturalmente, non si rompa qualcosa tra la stessa Meloni e la famiglia.
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Tre settimane, massimo un mese. Tanto è la capacità degli aeroporti europei di fornire cherosene alle compagnie aeree. Il Financial Times dà conto di una lettera inviata da Aci Europe (l’associazione che rappresenta gli aeroporti europei) alla Commissione Ue nella quale si afferma che le scorte di carburante per aerei si stanno esaurendo e si rischia una carenza nelle prossime tre settimane. Lo stretto di Hormuz rappresenta la via di transito per circa il 40% delle forniture mondiali di carburante per velivoli. L’Europa importa dal Golfo Persico il 43% del suo fabbisogno annuale di jet fuel. Inoltre, l’attività di raffinazione negli impianti europei è già al massimo e quindi non è possibile spingerla oltre.
Nella lettera, l’associazione ha avvertito il commissario europeo per i Trasporti, Apostolos Tzitzikostas, delle «crescenti preoccupazioni del settore aeroportuale per il calo delle scorte e le crescenti difficoltà di approvvigionamento». I fornitori, infatti, non garantiscono consegne oltre maggio. Le preoccupazioni aumentano con l’avvicinarsi della stagione estiva, cruciale per il turismo europeo. A Bruxelles sperano che la tregua tra Usa e Iran regga, così da consentire la ripresa della navigazione delle navi cisterna attraverso Hormuz. Sebbene al momento non si registrino carenze diffuse, i prezzi del jet fuel sono raddoppiati rispetto ai livelli pre-crisi (nell’Europa Nord-occidentale ha raggiunto 1.573 dollari a tonnellata, contro circa 750 dollari prima del conflitto), mentre alcune compagnie aeree hanno già avvertito del rischio di cancellazioni. L'annuncio del presidente statunitense Donald Trump di un cessate il fuoco di due settimane non ha avuto impatti rilevanti sui prezzi globali del petrolio, che sono rimasti elevati. Alcuni vettori hanno iniziato a ridurre i servizi poiché i rincari del cherosene hanno reso alcune rotte non redditizie. Delta Air Lines ridurrà la capacità del 3,5%, inclusi alcuni voli infrasettimanali e notturni, per compensare l’impatto dell’aumento dei prezzi del carburante, e prevede tra aprile e giugno costi aggiuntivi per il jet fuel pari a 2 miliardi di dollari. Anche Air New Zealand ha ridotto alcuni voli e la polacca Lot sta tagliando alcuni servizi meno richiesti e prevede di aumentare i biglietti. Lo scorso fine settimana, quattro aeroporti italiani hanno introdotto restrizioni sul carburante a seguito di un’interruzione dell’approvvigionamento presso un fornitore chiave, sebbene la carenza non fosse direttamente collegata allo stretto di Hormuz.
Ci sono anche altri fattori che rendono complicato lo scenario futuro. Non è sufficiente che Hormuz riapra in modo definitivo e senza sorprese dell’ultim’ora, ma è necessario anche che diminuisca il costo delle assicurazioni sulle navi cisterna. Inoltre, quando riaprirà il canale, serviranno settimane prima che le cisterne possano arrivare a rifornire l’Europa. L’alternativa è rappresentata dagli Stati Uniti, ma a che prezzi?
Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha confermato che se «sul fronte petrolifero e delle disponibilità non ci sono grandi preoccupazioni, possono esserci settori specifici come il jet fuel con criticità, perché una gran parte della produzione arriva dal Golfo Persico. Ma sono criticità settoriali specifiche sulle quali dobbiamo intervenire. Non è che con questo voglia sminuire, ma non è la crisi complessiva».
Intanto le associazioni dei consumatori cominciano a dispensare consigli su come affrontare eventuali cancellazioni di voli per chi ha già acquistato i biglietti. «Si può scegliere tra il rimborso entro sette giorni senza penali dell’intero costo del biglietto e la riprotezione, ossia l’imbarco su di un volo alternativo per la destinazione finale non appena possibile o ad una data successiva più conveniente, a seconda della disponibilità di posti», spiega Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori. E sottolinea che «potrebbe scattare anche la compensazione pecuniaria se le compagnie, pur essendo state informate della mancanza di carburante, non informeranno i consumatori nei tempi previsti, oppure se la compagnia aerea non ordinerà con congruo e sufficiente anticipo il carburante». Intanto Ryanair ha deciso di tagliare alcune delle sue rotte su Spagna, Francia, Germania, Portogallo e Belgio, anche se precisa che è una decisione presa già lo scorso anno per far fronte a una serie di rincari causati dall’aumento delle tasse.
«La crisi pesa sui vettori low cost. Estate più serena con quelli grandi»

Cristiano Spazzali, esperto del settore aereo
«Se il conflitto iraniano non dovesse risolversi entro l’estate o addirittura Teheran dovesse imporre una tassa di circolazione sullo stretto di Hormuz, c’è il rischio di un impatto importante sul sistema del trasporto aereo. Un impatto che metterebbe a dura prova i bilanci soprattutto delle compagnie low cost e, a cascata, potrebbe travolgere i piccoli aeroporti con una ridefinizione degli scali. Il che vale per l’Italia ma anche per l’Europa». Cristiano Spazzali, esperto di trasporto aereo, è uno dei più attenti analisti del settore e qui traccia quello che potrebbe essere uno scenario futuro con il protrarsi della crisi.
«Innanzitutto vorrei rassicurare chi ha progettato di volare nella prossima estate. Non ci dovrebbero essere problemi per le grandi compagnie aeree. Hanno scorte di carburante a sufficienza, tant’è che finora hanno mostrato di saper gestire bene la situazione di emergenza».
Eppure i listini si stanno muovendo al rialzo. Che cosa deve fare chi ha intenzione di volare in estate?
«Il mio consiglio è di acquistare il biglietto prima possibile. I rincari finora sono contenuti ma rischiano di esplodere, complice la speculazione che si alimenta con l’allarmismo».
Come mai Ryanair dice che le scorte di carburante sono garantite fino a maggio e che una parte della flotta potrebbe restare a terra nei mesi estivi?
«La crisi del cherosene si fa sentire soprattutto per le low cost. Le grandi compagnie aeree stringono accordi di rifornimento per il lungo periodo e quindi sono più garantite. Le low cost definiscono gli approvvigionamenti a ridosso data e a condizioni che garantiscano il minor onere possibile. Va ricordato che la bolletta energetica per un vettore rappresenta il 20-25% dei costi operativi complessivi e ora ha raggiunto il 40-50%. I vettori più strutturati sono parzialmente protetti da strategie di copertura del carburante, il cosiddetto fuel hedging. Per le low cost la situazione è più complicata. Di qui i messaggi di allarme che abbiamo visto questi giorni».
Quindi dobbiamo aspettarci biglietti più cari anche dalle low cost?
«Mi sembra inevitabile, anche se ciò è possibile fino ad un certo punto. Le low cost, che fanno della convenienza la loro politica strategica, non possono riversare tutti i maggiori oneri del caro cherosene sui passeggeri. Non possono nemmeno tagliare le tratte, ne andrebbe della loro affidabilità. La concorrenza del trasporto su rotaia se ne avvantaggerebbe. L’utente potrebbe chiedersi: perché volare se la stessa tratta è servita a un costo quasi simile dal treno, che risulta anche più affidabile come certezza della partenza? Alle low cost non rimane quindi che ritrattare l’handling con le società aeroportuali, cioè i servizi di terra. Non mi riferisco a grandi scali, come Malpensa o Fiumicino, ma a piccoli hub che vivono della presenza dei vettori a buon mercato capaci di influenzare anche il territorio con la movimentazione dei flussi turistici».
Si stanno creando le condizioni per una ridefinizione delle tratte?
«I piccoli scali sarebbero costretti ad abbassare il costo dei servizi e di conseguenza a stringere la cinghia a loro volta, dovendo continuare a pagare i dipendenti e le attività aeroportuali. Inoltre, uno scalo in crisi finanziaria diventa una bella gatta da pelare per una Regione».
E se lo stretto di Hormuz fosse soggetto a una sorta di dogana?
«Il problema è in che misura continuerà a esserci il rischio che l’Iran possa in qualsiasi momento far scattare di nuovo la minaccia della chiusura di Hormuz. A fronte di questa incertezza le compagnie aeree, per tutelarsi, potrebbero alzare la fuel surcharge, il supplemento carburante, la tariffa variabile aggiunta al costo del trasporto aereo per compensare l’oscillazione del prezzo del cherosene. Non ci dimentichiamo inoltre che gran parte dell’allarmismo di questi giorni serve anche a giustificare l’aumento dei biglietti».
Ci sarà un cambiamento dei flussi turistici?
«Gli equilibri delle rotte stanno già cambiando. Stanno perdendo slancio le destinazioni del Nord America mentre aumenta il flusso verso l’Oriente. Non a caso Paesi come la Cina, la Malesia, Singapore e tutto il Sud Est asiatico stanno intensificando, con un certo successo, il marketing turistico. Anche quello rivolto all’utenza di fascia alta che ha perso le destinazioni dei Paesi Arabi. Dubai e Abu Dhabi saranno tagliate fuori dalle rotte turistiche per molto tempo ancora. Il Giappone lo ha già fatto negli scorsi anni. Le grandi compagnie asiatiche saranno le protagoniste del prossimo futuro. La crisi le sta avvantaggiando».
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