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2021-01-11
Ma allora uscire dall’Ue si può
Ansa
«I britannici non faranno mai un referendum per uscire dall'Ue». E invece l'hanno fatto. «Il Leave non vincerà mai». E invece ha vinto. «Dopo Brexit, l'Uk subirà un tracollo economico: mancheranno anche farmaci e cibo». E invece ovviamente non è successo. «Un primo ministro non riuscirà mai a compattare il parlamento di Westminster su un'ipotesi condivisa di uscita». E invece Boris Johnson ce l'ha fatta. «Non ci sarà mai un accordo finale di uscita tra Londra e Bruxelles». E invece c'è stato. In questo botta e risposta, abbiamo ripercorso le obiezioni formulate dal 2016 a oggi, contro Brexit, dalla stragrande maggioranza del mondo politico e giornalistico, intellettuale e finanziario europeo. Per una volta, il bilancio finale è che le élites hanno perso e il popolo ha vinto, che gli «esperti» sono stati clamorosamente smentiti, e che la patria della democrazia moderna ha tenuto fede a sé stessa, consentendo agli elettori di decidere una chiara direzione di marcia.
Chi scrive è indubbiamente pro Brexit, lo ammetto. Con franchezza, riconosco tuttavia che si tratta di una scommessa, il cui esito potrà essere giudicato solo tra dieci o vent'anni. Ma è importante che qualcuno abbia rotto un dogma ricordando a tutti che si può essere europei senza apprezzare le regole di questa Ue, che si può essere favorevoli al massimo possibile di scambi commerciali senza volersi amalgamare politicamente e senza voler dar vita a un superstato europeo. Quel che non mi persuade è il doppio standard adottato da troppi: se è giusto (anzi, sacrosanto) adottare un approccio basato sul dubbio rispetto alle scelte di Londra, mi parrebbe altrettanto onesto applicare la stessa logica di dubbio (e non di adesione religiosa) nel valutare le scelte di Bruxelles.
Com'è possibile che si sia accolta con superficialità, e in qualche caso perfino con entusiasmo, l'uscita dall'Ue del Regno Unito, che negli ultimi 6-7 anni ha creato da solo quasi più posti di lavoro degli altri 27 Paesi Ue messi insieme? Com'è possibile che si continui a ripetere (ormai è una via di mezzo tra uno scioglilingua e una giaculatoria) che «ci vuole più Europa», senza vedere che la grande speranza dei fondatori De Gasperi-Adenauer-Schuman è stata colpita al cuore dal modo burocratico, a-democratico, in cui l'Unione è stata costruita decennio dopo decennio?
In un gigantesco discorso tenuto a Bruges nel 1988 Margaret Thatcher aveva spiegato bene proprio questo punto: la deriva di Bruxelles è stata quella di scambiare un mezzo con un fine, di ritenere che la comunità europea dovesse essere un fine in sé, dimenticando le diversità e perfino il valore della competizione tra modelli differenti. Oggi Londra, nella sua scelta di divergere, lancia la sfida di una Global Britain come un superhub mondiale in grado di attrarre risorse e investimenti, uscendo dalla gabbia dell'Ue ma potenziando la possibilità di commerciare con la stessa Europa, gli Stati Uniti, l'Asia, e con ogni altro player.
Questa novità può far del bene a tutti. Aprire una competizione fiscale, legale, burocratica, potrà aiutare anche altri Paesi europei a vedere quale sistema funzioni meglio, e se sia efficace (come credo) una linea di tasse basse e regolamentazione leggera. Addirittura, si sarebbe dovuta cogliere l'occasione delle trattative tra Bruxelles e Londra per aprire un altro negoziato: quello tra i 27 per una rinegoziazione complessiva dei trattati europei, e per abbracciare anche all'interno dell'Ue l'idea di un maggiore riconoscimento delle diversità.
Tra l'altro, in troppi da questa parte della Manica non sembrano rendersi conto che, pur tra mille difficoltà, Londra sembra aver iniziato bene la prima sfida della vaccinazione. Per due volte, proprio grazie all'autonomia consentita da Brexit, l'autorità di regolazione britannica ha bruciato in velocità la burocrazia europea dell'Ema. Morale: la Gran Bretagna, che pure ha avuto una gestione dell'emergenza Covid non priva di caos e incertezze, lavora oggi a una possibile rivincita. I britannici già vaccinati sono quasi 1 milione e mezzo. Già sono attivi 500 punti per la somministrazione (con oltre 10.000 tra medici, infermieri e volontari che hanno ultimato il loro training). Da metà mese, si spera di arrivare a 1 milione di vaccinazioni al giorno. Ed è già avviato lo sforzo organizzativo per tentare di raddoppiare il target e arrivare addirittura a 2 milioni di vaccinazioni quotidiane. L'obiettivo è duplice: uscire di slancio dall'emergenza e scatenare una ripartenza economica sensazionale.
E noi? Davvero non vediamo il rischio di ridurci a una specie di protettorato tedesco? Forse pochi in Italia conoscono l'aneddoto raccontato da Charles Moore nella sua straordinaria biografia di Margaret Thatcher. Una volta, la Lady di Ferro invitò un gruppo di storici a Chequers, la residenza di campagna del primo ministro inglese, e pose loro un paio di questioni. Primo: come fu possibile che un popolo grande e colto come i tedeschi, negli anni Trenta, accettasse l'avventura nazista? Secondo: quella voglia di espansione, quella propensione a unire l'Europa - ma non nella libertà - potevano riproporsi in futuro, ad esempio attraverso l'economia? Ecco, sarebbe il caso di riflettere sugli effetti perversi di questa Ue: si voleva europeizzare la Germania, e invece si è finito per germanizzare l'Europa.
Tutti i vantaggi ottenuti dagli inglesi
La campagna martellante contro l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea ha enfatizzato gli aspetti negativi prospettando una catastrofe, economica e sociale. Ma è davvero così? I primi vantaggi della Brexit si sono già fatti sentire. Il deal prevede l'addio all'Ema, l'Agenzia europea del farmaco che ha spostato la sede da Londra ad Amsterdam. Questo ha permesso al governo inglese di scavalcare la burocrazia europea e velocizzare con grande rapidità il processo di approvazione dei vaccini anti Covid. La vaccinazione con il prodotto Pfizer è stata avviata con un paio di settimane in anticipo rispetto all'Europa, così pure quella con i vaccini AstraZeneca per i quali l'Italia dovrà attendere fine gennaio e inizio febbraio. Un ritardo ancora più ingiustificato dal momento che alla produzione di AstraZeneca ha collaborato anche un'azienda italiana. Sei ospedali britannici hanno cominciato a somministrare le prime 530.000 dosi. Da metà gennaio gli altri ospedali del Regno Unito avranno a disposizione 2 milioni di dosi a settimana.
In realtà, la fuga in avanti di Londra consentita dalla Brexit sarebbe possibile anche per gli altri Paesi dell'Ue. Se l'emergenza lo richiedesse, le regole europee consentirebbero di avviare interventi medici senza attendere il via libera dell'Ema, ma nessuno se l'è sentita. Mettersi sulla scia di Londra avrebbe significato contestare i vincoli europei. Intanto la Gran Bretagna ha guadagnato un mese nella lotta all'epidemia, e non è poco.
Essere fuori dall'Europa significa poi non dover attendere il percorso burocratico del Recovery fund per investire in sanità, centri di ricerca e progetti ecocompatibili di tutela dell'ambiente. Avere la sterlina e non dover sottostare alle rigide regole di bilancio europee: ciò consente al governo inglese di far correre il debito pubblico senza l'incubo di dover rientrare nei tempi e modi fissati da Bruxelles. Il cancelliere dello Scacchiere, Rishi Sunak, ha fatto intendere che eventuali aumenti delle tasse per compensare gli squilibri di bilancio causati dalle spese per la pandemia sarebbero possibili solo a fronte di una crescita economica.
Era stato detto che con la Brexit il Regno Unito non avrebbe più partecipato ai programmi europei, incluso l'Erasmus. Invece se ne salvano 4 che riguardano ricerca, innovazione, energia e spazio (Horizon Europe, Euratom, Iter e Copernicus) mentre l'Erasmus sarà rimpiazzato con il Turing scheme: d'altra parte, non c'è l'Erasmus per gli Stati Uniti ma un programma chiamato Overseas. Il Turing scheme consentirà agli studenti inglesi di trascorrere un periodo di studi all'estero, in Europa e «nelle migliori università del mondo», come ha detto il primo ministro Boris Johnson. Al progetto saranno destinati 100 milioni di sterline. È vero che ora studiare in Inghilterra costerà di più, ma anche le università americane sono molto costose senza che questo impedisca agli stranieri di frequentarle.
La Brexit non sarà uno svantaggio nemmeno per l'export dalla Ue come era parso prima del deal: questo era uno dei punti sul quale i detrattori dell'uscita hanno insistito con maggior vigore. Con l'accordo commerciale di fine anno è stato evitato il rischio di dazi. Il Trattato di libero scambio siglato tra Bruxelles e Londra vale 700 miliardi l'anno e prevede anche zero quote su tutte le merci che rispettano le regole di origine. È sufficiente un'autocertificazione dell'origine preferenziale Ue per far entrare le merci alla frontiera inglese senza pagare. Secondo il premier Johnson, le aziende «faranno ancora più affari con l'Europa».
Il governo britannico disporrà 1.100 funzionari in più alle dogane e all'immigrazione. Gli ingressi irregolari diventeranno più difficili. Chi vorrà trasferirsi in Gran Bretagna per lavoro dovrà avere un visto, che si può ottenere solo se si ha già un'offerta di lavoro con uno stipendio minimo di 25.600 sterline, cioè circa 28.000 euro (meno in caso di lavori essenziali come i medici). Sarà più semplice stabilirsi Oltremanica se si ha un dottorato di ricerca (specialmente in materie scientifiche). Londra quindi punta a ingressi di personale qualificato.
«Finalmente tornati a essere padroni del nostro domani»
«Hanno pronosticato catastrofi economiche, addirittura mancanza di cibo. Hanno detto che il governo avrebbe dovuto creare un fondo apposito per le “punizioni" inflitte dal mercato. Invece eccoci qui. Le nostre aziende faranno più business di prima perché saranno libere dai vincoli Ue e la nostra economia, dopo la pandemia, riprenderà a viaggiare non avendo obblighi di rientro del deficit imposti da Bruxelles. Quanto all'Erasmus, pensate davvero che gli studenti smetteranno di venire a studiare nelle nostre prestigiose università?». Parola di Alex Deane, ex capo di gabinetto del primo ministro David Cameron, ora socio di una società di consulenza della City e commentatore politico.
La Brexit è conveniente?
«Non è il modo giusto di affrontare il tema. È come chiedere a un Paese se è disposto a mettere in discussione la propria sovranità. Questa decisione per noi significa diventare responsabili del nostro destino, mettendo al primo posto i nostri interessi commerciali e non quelli dell'Ue, all'interno della quale il Regno Unito avrebbe avuto una posizione in secondo o terzo piano».
Quali settori economici ne trarranno vantaggio?
«Quelli che importano prodotti con costi tenuti alti dall'Unione doganale protezionista; chi cerca di esportare a condizioni migliori, che beneficerà della capacità del Regno Unito di definire propri accordi commerciali; coloro che usufruiscono della spesa pubblica nazionale. Le imprese inglesi, soprattutto quelle che esportano, avranno più opportunità di business con la Brexit. Ma aumenterà il giro d'affari anche delle aziende importatrici che non dovranno più sottostare agli alti costi doganali Ue».
Che conseguenze ci sono per la vaccinazione anti Covid per l'uscita dall'Agenzia europea del farmaco?
«Il Regno Unito ha beneficiato del proprio programma di approvvigionamento, senza i vincoli e i tempi dell'Unione europea, che sembra aver chiesto agli Stati membri di rallentare nell'interesse della “solidarietà". Mentre parliamo, il tasso di vaccinazione del Regno Unito è di circa l'1,3% mentre in Germania è dello 0,3% e in Francia è ancora peggio, statisticamente parlando, è zero».
Non poter partecipare all'Erasmus penalizzerà gli studenti?
«Assolutamente no. Avremo il programma Turing, in base al quale gli studenti potranno frequentare università in tutto il mondo. Aggiungo che c'è anche qualcosa di poco limpido nell'Erasmus. Gli studenti non sono arieti sociali da utilizzare per piani politici e fini integrazionisti».
Però venire a studiare in Gran Bretagna costerà di più. Le scuole inglesi rischiano di perdere studenti?
«Ne dubito. Il Regno Unito è un mercato educativo estremamente interessante. Molti studenti provengono comunque da Paesi extra Ue. E le nostre restano università di eccellenza molto ambite».
Gli oppositori della Brexit affermano che il debito pubblico britannico è notevolmente aumentato. È vero?
«No. Ci siamo indebitati selvaggiamente a causa del coronavirus, come ogni Paese, ma fino a quel momento il nostro bilancio pubblico stava andando bene. Secondo gli anti Brexit, sarebbe bastato il voto sull'uscita dalla Ue per innescare una recessione senza precedenti, cosa che non è avvenuta. Il voto risale a quattro anni fa. Hanno detto che avremmo dovuto avere un “budget per le punizioni". Che avremmo finito il cibo, che la gente avrebbe assaltato i supermercati, che avremmo impiegato un decennio per ottenere un accordo. Hanno avuto torto. Nessun organo dei media chiede a coloro che hanno preventivato un futuro così nefasto, e che sono stati smentiti dai fatti, di fare ammenda. Forse perché i media sono sempre stati contro la Brexit e pronti a rilanciare ogni falsità pur di contribuire a descrivere in modo negativo l'uscita dall'Ue».
Quali sono i vantaggi per gli europei con la Brexit?
«È una lezione per tutta l'Europa vedere un Paese indipendente forgiare il proprio percorso. Mi auguro che diventi un modello da seguire ma ne dubito, perché la risposta è sempre “più Europa". Chi guida l'Ue ora affermerà che il Regno Unito non è mai stato un vero membro e la Brexit non può che essere un caso isolato. È il loro modo di vedere e di raccontare l'uscita del secondo maggiore contribuente netto dell'Europa».
La Brexit è un modello esportabile?
«Forse. In Francia c'è un vibrante movimento Frexit e in Italia Italexit. Non posso esprimermi per altri Paesi. Io ho abbracciato sin dall'inizio l'uscita dalla Ue perché volevo che il Regno Unito fosse di nuovo una nazione indipendente. Ora finalmente lo siamo».
L'Ue è in declino?
«La Ue non è morta. Il Regno Unito continuerà a essere un Paese amico e un partner degli Stati membri. Ma sarebbe sciocco non guardare alla politica di inarrestabile integrazione e di rifiuto del cambiamento che ha portato all'uscita del Regno Unito».
La politica finora perseguita dalla Ue ha ostacolato la crescita?
«La Ue con le sue regole è un freno alla crescita. È un'unione doganale protezionistica, con barriere erette ai suoi confini e a crescita più lenta del mondo. Non è una coincidenza, non funziona».
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Avevano pronosticato accaparramenti, inflazione, economia ko. Ma non è successo nulla: la volontà espressa nel referendum ha vinto, dimostrando che i vincoli dell'Unione non sono dogmi.I primi effetti del distacco si sono visti con le procedure veloci per approvare i vaccini. Ora meno vincoli di bilancio, più investimenti e costi ridotti per l'assenza dei dazi.Alex Deane, ex capo di gabinetto di David Cameron: «Bruxelles con le sue regole frena la crescita. Ma temo che nessuno seguirà le nostre orme».Lo speciale contiene tre articoli.«I britannici non faranno mai un referendum per uscire dall'Ue». E invece l'hanno fatto. «Il Leave non vincerà mai». E invece ha vinto. «Dopo Brexit, l'Uk subirà un tracollo economico: mancheranno anche farmaci e cibo». E invece ovviamente non è successo. «Un primo ministro non riuscirà mai a compattare il parlamento di Westminster su un'ipotesi condivisa di uscita». E invece Boris Johnson ce l'ha fatta. «Non ci sarà mai un accordo finale di uscita tra Londra e Bruxelles». E invece c'è stato. In questo botta e risposta, abbiamo ripercorso le obiezioni formulate dal 2016 a oggi, contro Brexit, dalla stragrande maggioranza del mondo politico e giornalistico, intellettuale e finanziario europeo. Per una volta, il bilancio finale è che le élites hanno perso e il popolo ha vinto, che gli «esperti» sono stati clamorosamente smentiti, e che la patria della democrazia moderna ha tenuto fede a sé stessa, consentendo agli elettori di decidere una chiara direzione di marcia. Chi scrive è indubbiamente pro Brexit, lo ammetto. Con franchezza, riconosco tuttavia che si tratta di una scommessa, il cui esito potrà essere giudicato solo tra dieci o vent'anni. Ma è importante che qualcuno abbia rotto un dogma ricordando a tutti che si può essere europei senza apprezzare le regole di questa Ue, che si può essere favorevoli al massimo possibile di scambi commerciali senza volersi amalgamare politicamente e senza voler dar vita a un superstato europeo. Quel che non mi persuade è il doppio standard adottato da troppi: se è giusto (anzi, sacrosanto) adottare un approccio basato sul dubbio rispetto alle scelte di Londra, mi parrebbe altrettanto onesto applicare la stessa logica di dubbio (e non di adesione religiosa) nel valutare le scelte di Bruxelles. Com'è possibile che si sia accolta con superficialità, e in qualche caso perfino con entusiasmo, l'uscita dall'Ue del Regno Unito, che negli ultimi 6-7 anni ha creato da solo quasi più posti di lavoro degli altri 27 Paesi Ue messi insieme? Com'è possibile che si continui a ripetere (ormai è una via di mezzo tra uno scioglilingua e una giaculatoria) che «ci vuole più Europa», senza vedere che la grande speranza dei fondatori De Gasperi-Adenauer-Schuman è stata colpita al cuore dal modo burocratico, a-democratico, in cui l'Unione è stata costruita decennio dopo decennio? In un gigantesco discorso tenuto a Bruges nel 1988 Margaret Thatcher aveva spiegato bene proprio questo punto: la deriva di Bruxelles è stata quella di scambiare un mezzo con un fine, di ritenere che la comunità europea dovesse essere un fine in sé, dimenticando le diversità e perfino il valore della competizione tra modelli differenti. Oggi Londra, nella sua scelta di divergere, lancia la sfida di una Global Britain come un superhub mondiale in grado di attrarre risorse e investimenti, uscendo dalla gabbia dell'Ue ma potenziando la possibilità di commerciare con la stessa Europa, gli Stati Uniti, l'Asia, e con ogni altro player. Questa novità può far del bene a tutti. Aprire una competizione fiscale, legale, burocratica, potrà aiutare anche altri Paesi europei a vedere quale sistema funzioni meglio, e se sia efficace (come credo) una linea di tasse basse e regolamentazione leggera. Addirittura, si sarebbe dovuta cogliere l'occasione delle trattative tra Bruxelles e Londra per aprire un altro negoziato: quello tra i 27 per una rinegoziazione complessiva dei trattati europei, e per abbracciare anche all'interno dell'Ue l'idea di un maggiore riconoscimento delle diversità. Tra l'altro, in troppi da questa parte della Manica non sembrano rendersi conto che, pur tra mille difficoltà, Londra sembra aver iniziato bene la prima sfida della vaccinazione. Per due volte, proprio grazie all'autonomia consentita da Brexit, l'autorità di regolazione britannica ha bruciato in velocità la burocrazia europea dell'Ema. Morale: la Gran Bretagna, che pure ha avuto una gestione dell'emergenza Covid non priva di caos e incertezze, lavora oggi a una possibile rivincita. I britannici già vaccinati sono quasi 1 milione e mezzo. Già sono attivi 500 punti per la somministrazione (con oltre 10.000 tra medici, infermieri e volontari che hanno ultimato il loro training). Da metà mese, si spera di arrivare a 1 milione di vaccinazioni al giorno. Ed è già avviato lo sforzo organizzativo per tentare di raddoppiare il target e arrivare addirittura a 2 milioni di vaccinazioni quotidiane. L'obiettivo è duplice: uscire di slancio dall'emergenza e scatenare una ripartenza economica sensazionale.E noi? Davvero non vediamo il rischio di ridurci a una specie di protettorato tedesco? Forse pochi in Italia conoscono l'aneddoto raccontato da Charles Moore nella sua straordinaria biografia di Margaret Thatcher. Una volta, la Lady di Ferro invitò un gruppo di storici a Chequers, la residenza di campagna del primo ministro inglese, e pose loro un paio di questioni. Primo: come fu possibile che un popolo grande e colto come i tedeschi, negli anni Trenta, accettasse l'avventura nazista? Secondo: quella voglia di espansione, quella propensione a unire l'Europa - ma non nella libertà - potevano riproporsi in futuro, ad esempio attraverso l'economia? 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Questo ha permesso al governo inglese di scavalcare la burocrazia europea e velocizzare con grande rapidità il processo di approvazione dei vaccini anti Covid. La vaccinazione con il prodotto Pfizer è stata avviata con un paio di settimane in anticipo rispetto all'Europa, così pure quella con i vaccini AstraZeneca per i quali l'Italia dovrà attendere fine gennaio e inizio febbraio. Un ritardo ancora più ingiustificato dal momento che alla produzione di AstraZeneca ha collaborato anche un'azienda italiana. Sei ospedali britannici hanno cominciato a somministrare le prime 530.000 dosi. Da metà gennaio gli altri ospedali del Regno Unito avranno a disposizione 2 milioni di dosi a settimana. In realtà, la fuga in avanti di Londra consentita dalla Brexit sarebbe possibile anche per gli altri Paesi dell'Ue. Se l'emergenza lo richiedesse, le regole europee consentirebbero di avviare interventi medici senza attendere il via libera dell'Ema, ma nessuno se l'è sentita. Mettersi sulla scia di Londra avrebbe significato contestare i vincoli europei. Intanto la Gran Bretagna ha guadagnato un mese nella lotta all'epidemia, e non è poco. Essere fuori dall'Europa significa poi non dover attendere il percorso burocratico del Recovery fund per investire in sanità, centri di ricerca e progetti ecocompatibili di tutela dell'ambiente. Avere la sterlina e non dover sottostare alle rigide regole di bilancio europee: ciò consente al governo inglese di far correre il debito pubblico senza l'incubo di dover rientrare nei tempi e modi fissati da Bruxelles. Il cancelliere dello Scacchiere, Rishi Sunak, ha fatto intendere che eventuali aumenti delle tasse per compensare gli squilibri di bilancio causati dalle spese per la pandemia sarebbero possibili solo a fronte di una crescita economica. Era stato detto che con la Brexit il Regno Unito non avrebbe più partecipato ai programmi europei, incluso l'Erasmus. Invece se ne salvano 4 che riguardano ricerca, innovazione, energia e spazio (Horizon Europe, Euratom, Iter e Copernicus) mentre l'Erasmus sarà rimpiazzato con il Turing scheme: d'altra parte, non c'è l'Erasmus per gli Stati Uniti ma un programma chiamato Overseas. Il Turing scheme consentirà agli studenti inglesi di trascorrere un periodo di studi all'estero, in Europa e «nelle migliori università del mondo», come ha detto il primo ministro Boris Johnson. Al progetto saranno destinati 100 milioni di sterline. È vero che ora studiare in Inghilterra costerà di più, ma anche le università americane sono molto costose senza che questo impedisca agli stranieri di frequentarle. La Brexit non sarà uno svantaggio nemmeno per l'export dalla Ue come era parso prima del deal: questo era uno dei punti sul quale i detrattori dell'uscita hanno insistito con maggior vigore. Con l'accordo commerciale di fine anno è stato evitato il rischio di dazi. Il Trattato di libero scambio siglato tra Bruxelles e Londra vale 700 miliardi l'anno e prevede anche zero quote su tutte le merci che rispettano le regole di origine. È sufficiente un'autocertificazione dell'origine preferenziale Ue per far entrare le merci alla frontiera inglese senza pagare. Secondo il premier Johnson, le aziende «faranno ancora più affari con l'Europa». Il governo britannico disporrà 1.100 funzionari in più alle dogane e all'immigrazione. Gli ingressi irregolari diventeranno più difficili. Chi vorrà trasferirsi in Gran Bretagna per lavoro dovrà avere un visto, che si può ottenere solo se si ha già un'offerta di lavoro con uno stipendio minimo di 25.600 sterline, cioè circa 28.000 euro (meno in caso di lavori essenziali come i medici). Sarà più semplice stabilirsi Oltremanica se si ha un dottorato di ricerca (specialmente in materie scientifiche). Londra quindi punta a ingressi di personale qualificato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/uscire-dalla-ue-si-puo-2649858375.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="finalmente-tornati-a-essere-padroni-del-nostro-domani" data-post-id="2649858375" data-published-at="1610302943" data-use-pagination="False"> «Finalmente tornati a essere padroni del nostro domani» «Hanno pronosticato catastrofi economiche, addirittura mancanza di cibo. Hanno detto che il governo avrebbe dovuto creare un fondo apposito per le “punizioni" inflitte dal mercato. Invece eccoci qui. Le nostre aziende faranno più business di prima perché saranno libere dai vincoli Ue e la nostra economia, dopo la pandemia, riprenderà a viaggiare non avendo obblighi di rientro del deficit imposti da Bruxelles. Quanto all'Erasmus, pensate davvero che gli studenti smetteranno di venire a studiare nelle nostre prestigiose università?». Parola di Alex Deane, ex capo di gabinetto del primo ministro David Cameron, ora socio di una società di consulenza della City e commentatore politico. La Brexit è conveniente? «Non è il modo giusto di affrontare il tema. È come chiedere a un Paese se è disposto a mettere in discussione la propria sovranità. Questa decisione per noi significa diventare responsabili del nostro destino, mettendo al primo posto i nostri interessi commerciali e non quelli dell'Ue, all'interno della quale il Regno Unito avrebbe avuto una posizione in secondo o terzo piano». Quali settori economici ne trarranno vantaggio? «Quelli che importano prodotti con costi tenuti alti dall'Unione doganale protezionista; chi cerca di esportare a condizioni migliori, che beneficerà della capacità del Regno Unito di definire propri accordi commerciali; coloro che usufruiscono della spesa pubblica nazionale. Le imprese inglesi, soprattutto quelle che esportano, avranno più opportunità di business con la Brexit. Ma aumenterà il giro d'affari anche delle aziende importatrici che non dovranno più sottostare agli alti costi doganali Ue». Che conseguenze ci sono per la vaccinazione anti Covid per l'uscita dall'Agenzia europea del farmaco? «Il Regno Unito ha beneficiato del proprio programma di approvvigionamento, senza i vincoli e i tempi dell'Unione europea, che sembra aver chiesto agli Stati membri di rallentare nell'interesse della “solidarietà". Mentre parliamo, il tasso di vaccinazione del Regno Unito è di circa l'1,3% mentre in Germania è dello 0,3% e in Francia è ancora peggio, statisticamente parlando, è zero». Non poter partecipare all'Erasmus penalizzerà gli studenti? «Assolutamente no. Avremo il programma Turing, in base al quale gli studenti potranno frequentare università in tutto il mondo. Aggiungo che c'è anche qualcosa di poco limpido nell'Erasmus. Gli studenti non sono arieti sociali da utilizzare per piani politici e fini integrazionisti». Però venire a studiare in Gran Bretagna costerà di più. Le scuole inglesi rischiano di perdere studenti? «Ne dubito. Il Regno Unito è un mercato educativo estremamente interessante. Molti studenti provengono comunque da Paesi extra Ue. E le nostre restano università di eccellenza molto ambite». Gli oppositori della Brexit affermano che il debito pubblico britannico è notevolmente aumentato. È vero? «No. Ci siamo indebitati selvaggiamente a causa del coronavirus, come ogni Paese, ma fino a quel momento il nostro bilancio pubblico stava andando bene. Secondo gli anti Brexit, sarebbe bastato il voto sull'uscita dalla Ue per innescare una recessione senza precedenti, cosa che non è avvenuta. Il voto risale a quattro anni fa. Hanno detto che avremmo dovuto avere un “budget per le punizioni". Che avremmo finito il cibo, che la gente avrebbe assaltato i supermercati, che avremmo impiegato un decennio per ottenere un accordo. Hanno avuto torto. Nessun organo dei media chiede a coloro che hanno preventivato un futuro così nefasto, e che sono stati smentiti dai fatti, di fare ammenda. Forse perché i media sono sempre stati contro la Brexit e pronti a rilanciare ogni falsità pur di contribuire a descrivere in modo negativo l'uscita dall'Ue». Quali sono i vantaggi per gli europei con la Brexit? «È una lezione per tutta l'Europa vedere un Paese indipendente forgiare il proprio percorso. Mi auguro che diventi un modello da seguire ma ne dubito, perché la risposta è sempre “più Europa". Chi guida l'Ue ora affermerà che il Regno Unito non è mai stato un vero membro e la Brexit non può che essere un caso isolato. È il loro modo di vedere e di raccontare l'uscita del secondo maggiore contribuente netto dell'Europa». La Brexit è un modello esportabile? «Forse. In Francia c'è un vibrante movimento Frexit e in Italia Italexit. Non posso esprimermi per altri Paesi. Io ho abbracciato sin dall'inizio l'uscita dalla Ue perché volevo che il Regno Unito fosse di nuovo una nazione indipendente. Ora finalmente lo siamo». L'Ue è in declino? «La Ue non è morta. Il Regno Unito continuerà a essere un Paese amico e un partner degli Stati membri. Ma sarebbe sciocco non guardare alla politica di inarrestabile integrazione e di rifiuto del cambiamento che ha portato all'uscita del Regno Unito». La politica finora perseguita dalla Ue ha ostacolato la crescita? «La Ue con le sue regole è un freno alla crescita. È un'unione doganale protezionistica, con barriere erette ai suoi confini e a crescita più lenta del mondo. Non è una coincidenza, non funziona».
Alessio Bertallot racconta l'evoluzione del dj e l'impatto della manipolazione dei dischi sulla cultura del nostro tempo, con un piccolo esempio rivelatore. Prima di regalarci un inedito lasciato in eredità dal grande amico Bosso e un esperimento tra jazz e Michael Jackson.
L'ex procuratore di Pavia Mario Venditti in una immagine di archivio (Ansa)
Un lungo elenco di «non ricordo». È questo il riassunto del verbale del maggiore dei carabinieri in congedo Maurizio Pappalardo. È stato sentito il 2 febbraio 2026 come persona informata dei fatti nel procedimento bresciano in cui è indagato l’ex procuratore aggiunto di Pavia, Mario Venditti, per la contestata archiviazione di Andrea Sempio. Pappalardo, recentemente condannato a 5 anni e 8 mesi di reclusione per corruzione e stalking nei confronti dell’ex fidanzata, è stato comandante del Nucleo informativo di Pavia sino al giugno 2023. L’ex ufficiale è stato convocato perché, la vigilia di Natale del 2016, con il proprio cellulare ha immortalato sulla scrivania di Venditti atti del procedimento su Sempio, anche se, annotano gli investigatori, «l’insolita foto di atti coperti dal segreto» non era finita nell’archivio del Nucleo guidato da Pappalardo. In compenso «si sarebbe, invece, riscontrato che presso» il vecchio ufficio del maggiore «era stato aperto un fascicolo P (permanente) su Andrea Sempio il 25 marzo 2017», dieci giorni dopo l’istanza di archiviazione avanzata da Venditti e dalla collega Giulia Pezzino e accolta il 23 marzo dal giudice.
Nelle carte visionate dalla Verità gli investigatori annotano che «all’interno del fascicolo P era stato inserito non solo il decreto di archiviazione conforme all’originale, ma anche una richiesta di archiviazione in bozza, con appunti manoscritti, differente dalla richiesta di archiviazione definitiva». Nelle note a margine non manca qualche errore (per esempio Stasi viene nominato Andrea e non Alberto), ma le correzioni sono state recepite nel provvedimento definitivo che, al contrario della bozza, non è finita, però, nel fascicolo P. Nella prima versione, preparata dalla pm Pezzino, a proposito del Dna si legge: «Non è idoneo a effettuare nessun confronto». Tutto in maiuscolo. Invece nel testo definitivo è scritto: «Non ha alcuna valenza indiziaria, né tanto meno probatoria della colpevolezza dell’indagato». Ora gli inquirenti pavesi evidenziano che il Nucleo informativo di Pappalardo non aveva «titolo per disporre del provvedimento in bozza con correzioni» e aggiungono di non conoscere «l’esito di eventuali accertamenti della Procura di Brescia sull’autore della scritta a mano».
Il riferimento è a un appunto scritto a mano su carta intestata della società di intercettazioni Rcs che non è altro che l’incipit dell’istanza definitiva. Ma vediamo che cosa (non) ha detto Pappalardo a febbraio ai sei investigatori (tre carabinieri del Nucleo investigativo di Milano e tre finanzieri) che lo hanno compulsato su delega della Procura di Brescia. Quando gli chiedono con che criterio fosse stato «impiantato» il fascicolo P di Sempio, Pappalardo, nonostante le centinaia di ore di trasmissione sul caso Garlasco, risponde con uno sconcertante «Non so chi sia». A questo punto gli investigatori lo aggiornano, spiegandogli che si tratta della «persona che è attualmente indagata per l’omicidio di Garlasco».
Il maggiore insiste: «Non ne ero a conoscenza, avendo moltissimi fascicoli». E riferisce in base a quali fattori vengano aperti i dossier personali: «Ogni soggetto che viene a contatto con l’amministrazione dell’Arma dei carabinieri ha poi un suo fascicolo P». Nel verbale la linea di Pappalardo non cambia mai. La richiesta di archiviazione in bozza? «Non l’ho mai vista». L’appunto sul foglietto della Rcs? «Sconosco sia la grafia che l’atto, che vedo oggi per la prima volta». E subito dopo sottolinea: «Non sapevo che fosse all’interno del casellario del Nucleo informativo». Un vero e proprio catenaccio, che il militare porta avanti senza tentennamenti per 80 minuti. Quando gli mostrano l’ordinanza di archiviazione, quasi sbotta: «Non ho mai visto nulla su Andrea Sempio». Di fronte alla pagina del registro dei fascicoli P da cui risulta l’apertura di quello 099573 intestato al presunto omicida di Chiara Poggi, Pappalardo non è d’aiuto nemmeno per individuare chi abbia materialmente annotato il nuovo report: «Bisognerebbe vedere chi era in servizio quel giorno» si limita a suggerire. Quindi prosegue nei suoi dribbling: «Non sono in grado di riferire come mai venne impiantato il fascicolo poiché non ho conoscenza personale». E fa presente, per chiarire meglio la sua totale estraneità ai fatti, di non avere mai svolto indagini sulla vicenda di Garlasco. A proposito dei suoi rapporti con la Procura di Pavia, riferisce che il Nucleo informativo gestiva la scorta di Venditti e quindi lui si recava «lì per comprendere se vi fossero criticità».
Il 24 dicembre del 2016 Pappalardo, dal memoriale del servizio, risulta assente giustificato per la legge 104. Gli investigatori, con in mano le foto sospette ritrovate nel cellulare del testimone, gli chiedono se ricordi di essere passato in Procura quel giorno. Risposta, scontata: «Non ho memoria del fatto». A questo punto gli inquirenti gli mostrano i tre scatti incriminati. La prima fotografia ritrae il conferimento di incarico fatto dallo studio Giarda (che all’epoca difendeva Stasi) alla società Skp che ha svolto le indagini che hanno innescato l’apertura del fascicolo su Sempio; le altre due ritraggono, invece, una pagina dei tabulati telefonici acquisiti nel 2007 per l’omicidio di Garlasco e poi allegati alla relazione della Skp. Come detto, per gli investigatori, quelle immagini sono state realizzate con il telefonino di Pappalardo e i documenti immortalati si trovavano sulla scrivania di Venditti. Al testimone viene chiesto come mai abbia scattato queste fotografie. Altra risposta prevedibile: «Non ho memoria. Penso che mi fu chiesto dal comando provinciale poiché si seguiva molto il caso di Garlasco». Gli investigatori fanno presente che quel fascicolo era coperto da segreto. Pappalardo non fa un plissé: «Onestamente non me lo ricordo».
Il corpo a corpo prosegue. Ricorda se qualcuno le diede il permesso di fare queste foto? «No, non lo contestualizzo proprio. Penso che sia stato perché il Provinciale voleva avere Informazioni». Ricorda se fosse presente il dottor Venditti? «Non ve lo so dire. Prendo atto». Esclude di aver avuto incarico dalla Procura di fare accertamenti sulla Skp e sui tabulati? «A livello di Nucleo informativo lo escludo, a meno che qualcuno non lo abbia fatto di sua iniziativa senza dirmi nulla». Era prassi che lei entrasse nell’ufficio del dottor Venditti e prendesse un fascicolo fotografandolo? «Non era certamente prassi. Prendo atto della presenza di quelle foto, ma non ricordo proprio i fatti. Sicuramente non mi sono preso il fascicolo di mia iniziativa». Dalle carte emerge anche che quella vigilia di Natale Pappalardo aveva ricevuto numerose chiamate da un altro carabiniere che lavorava in Procura con Venditti. Ma dalle indagini non risulta che i due si siano incontrati negli uffici giudiziari.
In conclusione resta un mistero il motivo per cui l’allora comandante del Nucleo informativo di Pavia si sia recato nell’ufficio del procuratore aggiunto e abbia scattato tre foto che non sono mai entrate nel fascicolo P di Sempio. Resta altrettanto oscuro come e perché la bozza della richiesta di archiviazione del presunto omicida sia invece finita in quella cartella riservata. L’avvocato di Pappalardo, Beatrice Saldarini, si limita a osservare: «Siccome il verbale del mio assistito non è stato interrotto, evidentemente non sono emersi indizi di reità a carico di Pappalardo». L’informativa che lo riguarda, però, è stata inviata da Brescia a Pavia ed è confluita nel procedimento per l’omicidio di Chiara Poggi. «Questo mi ha stupito, ma neanche tanto» conclude la legale.
E spunta l’inchiesta sui giornalisti per «persecuzione» contro i Poggi
C’è una nuova indagine su Garlasco. Ma questa volta non riguarda direttamente l’omicidio di Chiara Poggi, né la posizione di Andrea Sempio, né la possibile revisione della condanna di Alberto Stasi. Riguarda invece il racconto pubblico della vicenda, le accuse rilanciate in tv e sui social come le piste riemerse a ogni nuova svolta investigativa. A darne notizia è stato ieri Gianluigi Nuzzi a Dentro la notizia. Il fascicolo, affidato al pm Antonio Pansa della Procura di Milano, nasce da una mole imponente di esposti e querele che si sono raggruppati negli anni: circa 200 atti, secondo la ricostruzione televisiva. Una settantina sarebbero stati presentati dai genitori di Chiara Poggi, circa un centinaio dalle gemelle Paola e Stefania Cappa, a cui si aggiungerebbero iniziative di altri soggetti, tra cui l’ingegnere Paolo Reale.
L’ipotesi, in alcuni casi, non sarebbe più soltanto la diffamazione, ma anche quella di atti persecutori. Il punto è capire se la reiterazione di accuse, allusioni, ricostruzioni tv e social abbia superato il limite del diritto di cronaca, trasformando familiari e persone mai indagate in bersagli permanenti. Non si conosce ancora l’elenco degli indagati. È però chiaro da dove nasce il fascicolo: dalle azioni legali presentate negli anni dalla famiglia Cappa e dai Poggi contro blogger, giornalisti, direttori di settimanali, comunicatori, youtuber e opinionisti.
Il fronte più strutturato sembra essere quello della famiglia Cappa, l’avvocato Ermanno Cappa, la moglie Maria Rosa Poggi, zia di Chiara, e le figlie Paola e Stefania. In questi anni la loro linea è stata opposta a quella di molti altri protagonisti della storia di Garlasco. Hanno evitato presenze televisive, senza dare risposta al cosiddetto «circo mediatico», scegliendo anzi una sequenza di azioni giudiziarie contro chi ha continuato a chiamarli in causa. Tra i nomi emersi nelle querele e nelle ricostruzioni figurano Massimo Giletti, per Lo Stato delle cose, Olga Mascolo, per Storie Italiane, l’ex maresciallo Francesco Marchetto e, a quanto pare, anche l’avvocato Antonio De Rensis, legale di Alberto Stasi. Sul fronte della carta stampata è stata querelata Albina Perri, direttrice del settimanale Giallo. Anche se il precedente più concreto riguarda Le Iene: per un servizio del 2022 sono stati condannati per diffamazione aggravata Riccardo Festinese e Alessandro De Giuseppe, in relazione a un servizio ritenuto lesivo nei confronti di Stefania Cappa. Del resto, in questi mesi si è spesso tornati a parlare di vecchie piste che non si sono mai consolidate. Marco Muschitta, l’operaio che nel 2007 disse di aver visto una ragazza simile a Stefania Cappa in bicicletta con un attrezzo da camino, salvo poi ritrattare. Gianni Bruscagin, il cosiddetto «super testimone», che ha riferito di aver saputo indirettamente che Stefania sarebbe stata vista entrare nella casa della nonna a Tromello con un grosso borsone. E poi ci sono state le dichiarazioni di Marchetto su un presunto Suv nero o le ipotesi sul Santuario della Bozzola, le teorie su lividi da stampella e persino il riferimento, rilanciato in tv da Roberta Bruzzone (che ne prese le distanze sostenendo di non condividerla), a un presunto giro di droga. Suggestioni, piste, racconti che si sono rivelati spesso privi di riscontri giudiziari solidi.
C’è poi da tempo depositato un ulteriore esposto in Procura, contenente audio dove si ipotizzerebbe una persecuzione subita dalle due gemelle e persino un tentativo di orientare o depistare le indagini. Se confermato, sarebbe un salto di livello, non più soltanto il possibile accanimento mediatico contro soggetti mai indagati, ma l’ipotesi che il «circo mediatico» abbia provato a incidere sul corso stesso dell’inchiesta.
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