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2025-11-24
Usa contro i cartelli. Perché la nuova guerra di Trump rischia di diventare un conflitto senza fine
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Il Corpo dei Marines degli Stati Uniti, Marine Fighter Attack Squadron 225, lavora all'aeroporto José Aponte de la Torre, ex base navale di Roosevelt Roads, a Ceiba, Porto Rico (Getty Images)
Oggi Washington sembra invece orientata verso una vera campagna antiterrorismo guidata dall’esercito, segnata da attacchi già condotti in mare aperto, dall’uso di droni, dallo schieramento di F-35 e dalla crescente presenza di assetti militari nei Caraibi. L’impostazione militare rischia però di produrre una spirale di conseguenze difficilmente controllabili. I cartelli operano in territori urbani e rurali complessi, si mimetizzano tra la popolazione e dispongono di reti estese e resilienti, tali da sopravvivere a colpi anche molto duri dall’alto. Nessuna campagna aerea, nella storia recente, è mai riuscita a distruggere in modo definitivo né un’organizzazione terroristica né una rete criminale transnazionale.
La militarizzazione della lotta al narcotraffico aumenterà il rischio di vittime civili e di errori di targeting, fattori che hanno già compromesso operazioni contro Al-Qaeda o l’ISIS, alimentando sentimenti antiamericani e rafforzando i gruppi colpiti. Le modalità dell’amministrazione ricordano, per modalità e retorica, le fasi precedenti alle campagne in Afghanistan e Iraq: direttive segrete, ampliamento progressivo delle forze dispiegate, ridefinizione della minaccia a livello dottrinale e briefing al Congresso che parlano apertamente di «guerra ai cartelli». Anche il quadro dell’intelligence è stato riallineato: nella National Intelligence Threat Assessment del 2025 i gruppi criminali transnazionali superano persino Cina, Russia, Iran e Corea del Nord nella lista delle minacce prioritarie alla sicurezza nazionale. Se il Messico rappresenta il cuore del problema, il Venezuela appare come il teatro più rischioso. Nicolás Maduro sa che un’operazione antiterrorismo americana potrebbe trasformarsi rapidamente in un tentativo di cambio di regime, con conseguenze potenzialmente devastanti.
Le milizie civili che il governo ha iniziato a organizzare renderebbero qualunque intervento un conflitto urbano ad alta intensità, che costringerebbe gli Usa a passare da operazioni mirate a una presenza terrestre prolungata. Una volta caduto Maduro, gli Stati Uniti si troverebbero a gestire un Paese fragile, armato, impoverito e attraversato da gruppi criminali e paramilitari: uno scenario che ricorda, nelle sue dinamiche più profonde, le crisi irachene del dopo-invasione. Il rischio di «slittamento» verso una guerra irregolare di lunga durata è elevatissimo anche in Messico. Piccole operazioni delle forze speciali, inizialmente concepite come incursioni rapide, si trasformerebbero quasi inevitabilmente in raid più ampi, basi avanzate, perdite statunitensi, pressioni politiche interne e un’escalation progressiva. L’esperienza degli Usa negli ultimi vent’anni dimostra che le guerre irregolari richiedono competenze, tempo, risorse e un impegno politico che il Paese non sembra più disposto a sostenere. Ma forse il rischio più grave è quello della cosiddetta «escalation orizzontale»: la possibilità che i cartelli rispondano agli attacchi portando la violenza dentro gli Stati Uniti. Le loro reti sono presenti in decine di città americane e dispongono di capacità paramilitari, armi ed esplosivi. Per la prima volta nella storia moderna, un conflitto condotto fuori dai confini potrebbe avere ritorsioni dirette contro civili americani in luoghi pubblici, contro agenti federali, infrastrutture o obiettivi simbolici.
Questo scenario, per quanto non inevitabile, è considerato credibile dagli esperti e rappresenta uno dei principali argomenti contro un’operazione militare prolungata. Le conseguenze di secondo e terzo ordine sarebbero altrettanto pesanti: aumento del prezzo del petrolio per la paralisi venezuelana, peggioramento delle relazioni con il Messico, rischi per migliaia di aziende statunitensi presenti nel Paese, deviazione delle risorse necessarie per competere con la Cina, ulteriore frammentazione dei cartelli in gruppi più piccoli e violenti, esattamente come avvenuto in Colombia dopo la dissoluzione delle FARC. Il Soufan Center avverte che l’unica strategia sostenibile è rafforzare la cooperazione con il Messico e mantenere la lotta ai cartelli nel perimetro della legalità internazionale, sostenendo le forze dell’ordine, potenziando le capacità investigative e fornendo supporto tecnologico, logistico e di intelligence ai partner regionali. In Venezuela, dove non esiste un interlocutore legittimo, l’opzione più razionale rimane quella di intensificare le operazioni multinazionali di polizia aerea, terrestre e marittima, non un intervento armato diretto. La tesi centrale del rapporto è chiara: agire «perché bisogna fare qualcosa» non è una strategia, e una guerra contro i cartelli potrebbe trasformarsi nella prossima, costosa e insoddisfacente guerra irregolare degli Stati Uniti. Combattere i cartelli nel modo giusto, con partner affidabili, con aspettative realistiche e dentro i confini del diritto internazionale, rappresenta non solo la via più efficace, ma probabilmente l’unico modo per evitare che una crisi di sicurezza diventi una catastrofe geopolitica.
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La scelta di Trump di classificare cartelli e bande latinoamericane come gruppi terroristici apre a un approccio militarizzato. Ma l’escalation in Messico e Venezuela, i rischi per i civili e le possibili ritorsioni negli Usa rendono lo scenario altamente instabile.La decisione dell’amministrazione Trump di ridefinire i cartelli messicani, il Tren de Aragua venezuelano e varie bande latinoamericane come organizzazioni terroristiche straniere ha aperto una nuova fase nella politica di sicurezza degli Stati Uniti, trasformando una minaccia criminale in un nemico strategico da colpire con strumenti militari. È un’evoluzione radicale rispetto al modello che per decenni aveva lasciato alle forze dell’ordine federali la gestione del narcotraffico, con operazioni lente, collaborative, basate su indagini di lungo periodo e interventi chirurgici contro reti complesse.Oggi Washington sembra invece orientata verso una vera campagna antiterrorismo guidata dall’esercito, segnata da attacchi già condotti in mare aperto, dall’uso di droni, dallo schieramento di F-35 e dalla crescente presenza di assetti militari nei Caraibi. L’impostazione militare rischia però di produrre una spirale di conseguenze difficilmente controllabili. I cartelli operano in territori urbani e rurali complessi, si mimetizzano tra la popolazione e dispongono di reti estese e resilienti, tali da sopravvivere a colpi anche molto duri dall’alto. Nessuna campagna aerea, nella storia recente, è mai riuscita a distruggere in modo definitivo né un’organizzazione terroristica né una rete criminale transnazionale.La militarizzazione della lotta al narcotraffico aumenterà il rischio di vittime civili e di errori di targeting, fattori che hanno già compromesso operazioni contro Al-Qaeda o l’ISIS, alimentando sentimenti antiamericani e rafforzando i gruppi colpiti. Le modalità dell’amministrazione ricordano, per modalità e retorica, le fasi precedenti alle campagne in Afghanistan e Iraq: direttive segrete, ampliamento progressivo delle forze dispiegate, ridefinizione della minaccia a livello dottrinale e briefing al Congresso che parlano apertamente di «guerra ai cartelli». Anche il quadro dell’intelligence è stato riallineato: nella National Intelligence Threat Assessment del 2025 i gruppi criminali transnazionali superano persino Cina, Russia, Iran e Corea del Nord nella lista delle minacce prioritarie alla sicurezza nazionale. Se il Messico rappresenta il cuore del problema, il Venezuela appare come il teatro più rischioso. Nicolás Maduro sa che un’operazione antiterrorismo americana potrebbe trasformarsi rapidamente in un tentativo di cambio di regime, con conseguenze potenzialmente devastanti.Le milizie civili che il governo ha iniziato a organizzare renderebbero qualunque intervento un conflitto urbano ad alta intensità, che costringerebbe gli Usa a passare da operazioni mirate a una presenza terrestre prolungata. Una volta caduto Maduro, gli Stati Uniti si troverebbero a gestire un Paese fragile, armato, impoverito e attraversato da gruppi criminali e paramilitari: uno scenario che ricorda, nelle sue dinamiche più profonde, le crisi irachene del dopo-invasione. Il rischio di «slittamento» verso una guerra irregolare di lunga durata è elevatissimo anche in Messico. Piccole operazioni delle forze speciali, inizialmente concepite come incursioni rapide, si trasformerebbero quasi inevitabilmente in raid più ampi, basi avanzate, perdite statunitensi, pressioni politiche interne e un’escalation progressiva. L’esperienza degli Usa negli ultimi vent’anni dimostra che le guerre irregolari richiedono competenze, tempo, risorse e un impegno politico che il Paese non sembra più disposto a sostenere. Ma forse il rischio più grave è quello della cosiddetta «escalation orizzontale»: la possibilità che i cartelli rispondano agli attacchi portando la violenza dentro gli Stati Uniti. Le loro reti sono presenti in decine di città americane e dispongono di capacità paramilitari, armi ed esplosivi. Per la prima volta nella storia moderna, un conflitto condotto fuori dai confini potrebbe avere ritorsioni dirette contro civili americani in luoghi pubblici, contro agenti federali, infrastrutture o obiettivi simbolici.Questo scenario, per quanto non inevitabile, è considerato credibile dagli esperti e rappresenta uno dei principali argomenti contro un’operazione militare prolungata. Le conseguenze di secondo e terzo ordine sarebbero altrettanto pesanti: aumento del prezzo del petrolio per la paralisi venezuelana, peggioramento delle relazioni con il Messico, rischi per migliaia di aziende statunitensi presenti nel Paese, deviazione delle risorse necessarie per competere con la Cina, ulteriore frammentazione dei cartelli in gruppi più piccoli e violenti, esattamente come avvenuto in Colombia dopo la dissoluzione delle FARC. Il Soufan Center avverte che l’unica strategia sostenibile è rafforzare la cooperazione con il Messico e mantenere la lotta ai cartelli nel perimetro della legalità internazionale, sostenendo le forze dell’ordine, potenziando le capacità investigative e fornendo supporto tecnologico, logistico e di intelligence ai partner regionali. In Venezuela, dove non esiste un interlocutore legittimo, l’opzione più razionale rimane quella di intensificare le operazioni multinazionali di polizia aerea, terrestre e marittima, non un intervento armato diretto. La tesi centrale del rapporto è chiara: agire «perché bisogna fare qualcosa» non è una strategia, e una guerra contro i cartelli potrebbe trasformarsi nella prossima, costosa e insoddisfacente guerra irregolare degli Stati Uniti. Combattere i cartelli nel modo giusto, con partner affidabili, con aspettative realistiche e dentro i confini del diritto internazionale, rappresenta non solo la via più efficace, ma probabilmente l’unico modo per evitare che una crisi di sicurezza diventi una catastrofe geopolitica.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».