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2024-09-15
Ecco perché i cattolici sono più vicini a Trump
Oltre il 20% degli abitanti statunitensi è di confessione cattolica (Getty)
Ha fatto particolare scalpore l’intervento di papa Francesco nella campagna elettorale americana. L’altro ieri, il pontefice ha criticato Donald Trump per le sue politiche restrittive in materia migratoria e Kamala Harris per il suo sostegno all’aborto. «Ambedue sono contro la vita, sia quello che butta via i migranti sia quella che uccide i bambini», ha dichiarato. «Si deve scegliere il male minore. Chi è il male minore? Quella signora o quel signore? Non so», ha aggiunto.
Ora, tralasciando l’equiparazione sul piano morale tra il sostegno all’aborto e la difesa di politiche migratorie restrittive, le dichiarazioni del Pontefice offrono due spunti di analisi: uno relativo alla politica interna americana e uno di carattere geopolitico. Secondo il Pew research center, negli Stati Uniti si contano circa 52 milioni di adulti che si riconoscono come cattolici: il 20% della popolazione totale. Non di rado, chi riesce a ottenere la maggioranza del voto cattolico alle presidenziali è poi capace di arrivare alla Casa Bianca. Si pensi a George W. Bush nel 2004, Barack Obama nel 2008, Trump nel 2016 e Joe Biden (per quanto d’un soffio) nel 2020.
C’è, quindi, da chiedersi come siano attualmente schierati gli elettori cattolici. Secondo un sondaggio Ewtn News condotto a fine agosto, il 50% degli elettori fedeli alla Chiesa di Roma sosterrebbe la Harris, il 43% il tycoon e un 6% risulterebbe indeciso. Un quadro diverso emerge, invece, da una rilevazione del Pew research center, condotta a cavallo tra agosto e settembre: secondo tale rilevazione, Trump sarebbe avanti nel voto cattolico con il 52% dei consensi contro il 47% della Harris.
Va poi detto che, comunque la si pensi, Trump è oggettivamente più vicino dell’avversaria al mondo dei fedeli alla Chiesa di Roma. Ha nominato due giudici cattolici alla Corte suprema, come Brett Kavanaugh e Amy Coney Barret. Senza trascurare che il suo attuale vice, J.D. Vance, si è convertito al cattolicesimo nel 2019, scegliendo come santo patrono Agostino d’Ippona. È pur vero che una parte degli elettori più religiosamente motivati ha storto il naso, quando, a luglio, l’ex presidente ha espunto dal programma del Partito repubblicano la proposta di vietare l’aborto a livello federale. Tuttavia è altrettanto vero che, sull’interruzione di gravidanza, la Harris sposa delle posizioni assai più radicali.
Storicamente spalleggiata dall’organizzazione pro-choice Planned parenthood, la vicepresidente ha sempre tenuto una linea energicamente abortista. Inoltre, durante il dibattito televisivo di martedì, si è rifiutata di chiarire in modo esplicito se sostenga o meno delle limitazioni all’interruzione di gravidanza. In più, il suo vice, Tim Walz, ha firmato l’anno scorso una legge statale che, secondo l’Associated press, ha lasciato il Minnesota «sostanzialmente senza restrizioni sull’aborto in nessuna fase della gravidanza». Tutto questo, senza dimenticare che, da senatrice, la Harris contestò la nomina di un giudice federale in quanto appartenente ai Cavalieri di Colombo: storica associazione cattolica americana, di cui avevano fatto parte anche eminenti esponenti del Partito democratico, come John F. Kennedy. D’altronde, secondo il sondaggista d’area repubblicana Patrick Ruffini, le attuali difficoltà della Harris in Pennsylvania potrebbero essere, almeno in parte, dettate proprio dalla freddezza dei cattolici locali nei suoi confronti.
Ma c’è anche un altro elemento da considerare. Il Papa, come abbiamo visto, ha criticato Trump sull’immigrazione. Va, però, ricordato che, a giugno scorso, l’amministrazione Biden-Harris ha firmato un ordine esecutivo che bloccava, temporaneamente e a certe condizioni, l’ingresso dei richiedenti asilo attraverso la frontiera meridionale degli Stati Uniti: una norma che fu aspramente criticata dal presidente della Commissione sull’immigrazione della Conferenza episcopale Usa, il vescovo Mark Seitz, che accusò l’attuale Casa Bianca di «disprezzo per le fondamentali protezioni umanitarie e per la legge statunitense sull’asilo». Seitz è stato posto alla guida della diocesi di El Paso dallo stesso papa Francesco nel maggio 2013.
Infine, alla base dell’eclatante presa di posizione del Pontefice, si scorgono anche motivazioni di ordine geopolitico. Non è un mistero che, con il suo recente viaggio asiatico, il Papa abbia voluto (anche) strizzare l’occhio alla Cina: non è forse un caso che questo viaggio sia stato salutato positivamente, il 3 settembre, dal Global Times (organo di stampa che fa capo al Pcc). «La Cina per me è un desiderio, nel senso che io vorrei visitare la Cina, perché è un grande Paese; io ammiro la Cina, rispetto la Cina», ha detto venerdì il Pontefice, durante il tragitto di ritorno da Singapore. «È un Paese con una cultura millenaria, una capacità di dialogo, di capirsi tra loro che va oltre i diversi sistemi di governo che ha avuto. Credo che la Cina sia una promessa e una speranza per la Chiesa. La collaborazione si può fare, e per i conflitti certamente. In questo momento, il cardinale Zuppi si muove in questo senso e ha rapporti anche con la Cina», ha aggiunto.
È notorio come, soprattutto con l’accordo sino-vaticano sui vescovi (da lui rivendicato l’altro ieri), il Papa abbia avviato un progressivo avvicinamento a Pechino: una distensione malvista dagli ambienti ratzingeriani e da Washington ma fortemente caldeggiata sia dalla Compagnia di Gesù che dalla Comunità di Sant’Egidio (da cui Matteo Zuppi proviene). Senza trascurare che, l’anno scorso, il Pontefice ha elevato a cardinale il vescovo gesuita di Hong Kong, Stephen Chow: una delle principali figure che mantiene i rapporti tra la Santa Sede e la Repubblica popolare. Di contro, il Papa non ha mai risparmiato stoccate, anche nel recente passato, agli Usa e alla stessa Chiesa statunitense. Ecco che, forse, con le sue parole sulla campagna americana, Francesco ha voluto lanciare un messaggio di (ulteriore) vicinanza geopolitica a Pechino.
Dalla Pennsylvania assist a Donald. Nulli i voti postali con la data errata
I repubblicani tirano un sospiro di sollievo in Pennsylvania. L’altro ieri, la Corte suprema dello Stato ha stabilito che le schede elettorali arrivate per posta con data errata non potranno essere conteggiate il prossimo novembre. La decisione ha di fatto ribaltato la sentenza di un tribunale inferiore che, alcune settimane fa, aveva definito incostituzionale cassare le schede postali erroneamente datate.
«Questo rende il voto postale nel keystone State meno soggetto a frodi. Continueremo a lottare e vinceremo!», ha esultato il presidente del Comitato nazionale repubblicano, Michael Whatley, che ha parlato di «enorme vittoria per l’integrità elettorale». «La sentenza procedurale di oggi è una battuta d’arresto per gli elettori della Pennsylvania, ma continueremo a lottare per loro», ha invece commentato l’organizzazione progressista American civil liberties union, riferendosi al fatto che la Corte suprema ha stabilito che quella inferiore non avesse competenza sulla questione.
Come che sia, la sentenza di venerdì è significativa, anche perché quest’anno la Pennsylvania è destinata a rivelarsi uno Stato particolarmente cruciale: forse ancora di più rispetto al 2016 e al 2020. In questo momento, secondo la media sondaggistica di Real clear politics, il vantaggio della Harris in loco è di appena lo 0,2%: a metà settembre 2020, Biden era avanti di oltre quattro punti, mentre Hillary Clinton, nello stesso periodo del 2016, di oltre sei punti. La Harris, in Pennsylvania, ha tre problemi: i colletti blu, i cattolici e l’estrema sinistra filopalestinese.
Venerdì sera, la candidata dem è stata interrotta, durante un comizio a Wilkes-Barre, da alcuni manifestanti pro Pal. Un problema, questo, che il vicepresidente ha anche in Michigan. Non a caso, l’altro ieri il suo vice, Tim Walz, si è rivolto agli arabo-americani di questo Stato, sostenendo che la Harris sia favorevole a un accordo per il cessate il fuoco e alla soluzione dei due Stati. Nel frattempo, la difesa dell’aborto continua a essere uno dei punti centrali della strategia elettorale della dem. Da giorni, la sua campagna sta conducendo un tour con un pullman su cui è scritto a caratteri cubitali «Combattere per la libertà riproduttiva»: un tour che ha fatto ultimamente tappa soprattutto in Virginia. È stato, intanto, reso noto che gli ex presidenti, Barack Obama e Bill Clinton, faranno campagna per la Harris nelle ultime settimane prima del voto.
Donald Trump, dal canto suo, ha aperto alla possibilità di un altro dibattito televisivo con la rivale. Quando gli è stato chiesto se abbia intenzione di tornare sulla sua decisione di non accettare un nuovo confronto, ha lasciato intendere che potrebbe dire di sì, se fosse «dell’umore giusto». Frattanto continua a tener banco la questione di Springfield (in Ohio). Il candidato repubblicano ha promesso rimpatri di massa degli immigrati haitiani presenti, mentre Joe Biden e Walz lo hanno criticato per le sue recenti affermazioni, secondo cui quegli stessi immigrati mangerebbero i gatti. Ricordiamo che Springfield ha meno di 60.000 abitanti e che, negli ultimi anni, ha dovuto accogliere tra i 15.000 e i 20.000 migranti haitiani a causa delle politiche di ricollocamento dell’amministrazione Biden-Harris. Una situazione che ha creato pressione sui servizi cittadini e preoccupazione tra la popolazione: a parlarne fu, a luglio, lo stesso sindaco della cittadina, Rob Rue.
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L’invito del Pontefice a scegliere «il male minore» non segue l’orientamento dell’elettorato Usa. Il tycoon ha come vice un convertito e sull’aborto non ha posizioni radicali come Kamala Harris. Dietro a quelle parole, però, c’è un ulteriore messaggio di apertura verso la Cina.In Pennsylvania la sentenza della Corte suprema fa esultare i repubblicani: «Stop alle frodi».Lo speciale contiene due articoli Ha fatto particolare scalpore l’intervento di papa Francesco nella campagna elettorale americana. L’altro ieri, il pontefice ha criticato Donald Trump per le sue politiche restrittive in materia migratoria e Kamala Harris per il suo sostegno all’aborto. «Ambedue sono contro la vita, sia quello che butta via i migranti sia quella che uccide i bambini», ha dichiarato. «Si deve scegliere il male minore. Chi è il male minore? Quella signora o quel signore? Non so», ha aggiunto.Ora, tralasciando l’equiparazione sul piano morale tra il sostegno all’aborto e la difesa di politiche migratorie restrittive, le dichiarazioni del Pontefice offrono due spunti di analisi: uno relativo alla politica interna americana e uno di carattere geopolitico. Secondo il Pew research center, negli Stati Uniti si contano circa 52 milioni di adulti che si riconoscono come cattolici: il 20% della popolazione totale. Non di rado, chi riesce a ottenere la maggioranza del voto cattolico alle presidenziali è poi capace di arrivare alla Casa Bianca. Si pensi a George W. Bush nel 2004, Barack Obama nel 2008, Trump nel 2016 e Joe Biden (per quanto d’un soffio) nel 2020.C’è, quindi, da chiedersi come siano attualmente schierati gli elettori cattolici. Secondo un sondaggio Ewtn News condotto a fine agosto, il 50% degli elettori fedeli alla Chiesa di Roma sosterrebbe la Harris, il 43% il tycoon e un 6% risulterebbe indeciso. Un quadro diverso emerge, invece, da una rilevazione del Pew research center, condotta a cavallo tra agosto e settembre: secondo tale rilevazione, Trump sarebbe avanti nel voto cattolico con il 52% dei consensi contro il 47% della Harris.Va poi detto che, comunque la si pensi, Trump è oggettivamente più vicino dell’avversaria al mondo dei fedeli alla Chiesa di Roma. Ha nominato due giudici cattolici alla Corte suprema, come Brett Kavanaugh e Amy Coney Barret. Senza trascurare che il suo attuale vice, J.D. Vance, si è convertito al cattolicesimo nel 2019, scegliendo come santo patrono Agostino d’Ippona. È pur vero che una parte degli elettori più religiosamente motivati ha storto il naso, quando, a luglio, l’ex presidente ha espunto dal programma del Partito repubblicano la proposta di vietare l’aborto a livello federale. Tuttavia è altrettanto vero che, sull’interruzione di gravidanza, la Harris sposa delle posizioni assai più radicali.Storicamente spalleggiata dall’organizzazione pro-choice Planned parenthood, la vicepresidente ha sempre tenuto una linea energicamente abortista. Inoltre, durante il dibattito televisivo di martedì, si è rifiutata di chiarire in modo esplicito se sostenga o meno delle limitazioni all’interruzione di gravidanza. In più, il suo vice, Tim Walz, ha firmato l’anno scorso una legge statale che, secondo l’Associated press, ha lasciato il Minnesota «sostanzialmente senza restrizioni sull’aborto in nessuna fase della gravidanza». Tutto questo, senza dimenticare che, da senatrice, la Harris contestò la nomina di un giudice federale in quanto appartenente ai Cavalieri di Colombo: storica associazione cattolica americana, di cui avevano fatto parte anche eminenti esponenti del Partito democratico, come John F. Kennedy. D’altronde, secondo il sondaggista d’area repubblicana Patrick Ruffini, le attuali difficoltà della Harris in Pennsylvania potrebbero essere, almeno in parte, dettate proprio dalla freddezza dei cattolici locali nei suoi confronti.Ma c’è anche un altro elemento da considerare. Il Papa, come abbiamo visto, ha criticato Trump sull’immigrazione. Va, però, ricordato che, a giugno scorso, l’amministrazione Biden-Harris ha firmato un ordine esecutivo che bloccava, temporaneamente e a certe condizioni, l’ingresso dei richiedenti asilo attraverso la frontiera meridionale degli Stati Uniti: una norma che fu aspramente criticata dal presidente della Commissione sull’immigrazione della Conferenza episcopale Usa, il vescovo Mark Seitz, che accusò l’attuale Casa Bianca di «disprezzo per le fondamentali protezioni umanitarie e per la legge statunitense sull’asilo». Seitz è stato posto alla guida della diocesi di El Paso dallo stesso papa Francesco nel maggio 2013.Infine, alla base dell’eclatante presa di posizione del Pontefice, si scorgono anche motivazioni di ordine geopolitico. Non è un mistero che, con il suo recente viaggio asiatico, il Papa abbia voluto (anche) strizzare l’occhio alla Cina: non è forse un caso che questo viaggio sia stato salutato positivamente, il 3 settembre, dal Global Times (organo di stampa che fa capo al Pcc). «La Cina per me è un desiderio, nel senso che io vorrei visitare la Cina, perché è un grande Paese; io ammiro la Cina, rispetto la Cina», ha detto venerdì il Pontefice, durante il tragitto di ritorno da Singapore. «È un Paese con una cultura millenaria, una capacità di dialogo, di capirsi tra loro che va oltre i diversi sistemi di governo che ha avuto. Credo che la Cina sia una promessa e una speranza per la Chiesa. La collaborazione si può fare, e per i conflitti certamente. In questo momento, il cardinale Zuppi si muove in questo senso e ha rapporti anche con la Cina», ha aggiunto.È notorio come, soprattutto con l’accordo sino-vaticano sui vescovi (da lui rivendicato l’altro ieri), il Papa abbia avviato un progressivo avvicinamento a Pechino: una distensione malvista dagli ambienti ratzingeriani e da Washington ma fortemente caldeggiata sia dalla Compagnia di Gesù che dalla Comunità di Sant’Egidio (da cui Matteo Zuppi proviene). Senza trascurare che, l’anno scorso, il Pontefice ha elevato a cardinale il vescovo gesuita di Hong Kong, Stephen Chow: una delle principali figure che mantiene i rapporti tra la Santa Sede e la Repubblica popolare. Di contro, il Papa non ha mai risparmiato stoccate, anche nel recente passato, agli Usa e alla stessa Chiesa statunitense. Ecco che, forse, con le sue parole sulla campagna americana, Francesco ha voluto lanciare un messaggio di (ulteriore) vicinanza geopolitica a Pechino.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/usa-cattolici-vicini-a-trump-2669206941.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dalla-pennsylvania-assist-a-donald-nulli-i-voti-postali-con-la-data-errata" data-post-id="2669206941" data-published-at="1726347887" data-use-pagination="False"> Dalla Pennsylvania assist a Donald. Nulli i voti postali con la data errata I repubblicani tirano un sospiro di sollievo in Pennsylvania. L’altro ieri, la Corte suprema dello Stato ha stabilito che le schede elettorali arrivate per posta con data errata non potranno essere conteggiate il prossimo novembre. La decisione ha di fatto ribaltato la sentenza di un tribunale inferiore che, alcune settimane fa, aveva definito incostituzionale cassare le schede postali erroneamente datate. «Questo rende il voto postale nel keystone State meno soggetto a frodi. Continueremo a lottare e vinceremo!», ha esultato il presidente del Comitato nazionale repubblicano, Michael Whatley, che ha parlato di «enorme vittoria per l’integrità elettorale». «La sentenza procedurale di oggi è una battuta d’arresto per gli elettori della Pennsylvania, ma continueremo a lottare per loro», ha invece commentato l’organizzazione progressista American civil liberties union, riferendosi al fatto che la Corte suprema ha stabilito che quella inferiore non avesse competenza sulla questione. Come che sia, la sentenza di venerdì è significativa, anche perché quest’anno la Pennsylvania è destinata a rivelarsi uno Stato particolarmente cruciale: forse ancora di più rispetto al 2016 e al 2020. In questo momento, secondo la media sondaggistica di Real clear politics, il vantaggio della Harris in loco è di appena lo 0,2%: a metà settembre 2020, Biden era avanti di oltre quattro punti, mentre Hillary Clinton, nello stesso periodo del 2016, di oltre sei punti. La Harris, in Pennsylvania, ha tre problemi: i colletti blu, i cattolici e l’estrema sinistra filopalestinese. Venerdì sera, la candidata dem è stata interrotta, durante un comizio a Wilkes-Barre, da alcuni manifestanti pro Pal. Un problema, questo, che il vicepresidente ha anche in Michigan. Non a caso, l’altro ieri il suo vice, Tim Walz, si è rivolto agli arabo-americani di questo Stato, sostenendo che la Harris sia favorevole a un accordo per il cessate il fuoco e alla soluzione dei due Stati. Nel frattempo, la difesa dell’aborto continua a essere uno dei punti centrali della strategia elettorale della dem. Da giorni, la sua campagna sta conducendo un tour con un pullman su cui è scritto a caratteri cubitali «Combattere per la libertà riproduttiva»: un tour che ha fatto ultimamente tappa soprattutto in Virginia. È stato, intanto, reso noto che gli ex presidenti, Barack Obama e Bill Clinton, faranno campagna per la Harris nelle ultime settimane prima del voto. Donald Trump, dal canto suo, ha aperto alla possibilità di un altro dibattito televisivo con la rivale. Quando gli è stato chiesto se abbia intenzione di tornare sulla sua decisione di non accettare un nuovo confronto, ha lasciato intendere che potrebbe dire di sì, se fosse «dell’umore giusto». Frattanto continua a tener banco la questione di Springfield (in Ohio). Il candidato repubblicano ha promesso rimpatri di massa degli immigrati haitiani presenti, mentre Joe Biden e Walz lo hanno criticato per le sue recenti affermazioni, secondo cui quegli stessi immigrati mangerebbero i gatti. Ricordiamo che Springfield ha meno di 60.000 abitanti e che, negli ultimi anni, ha dovuto accogliere tra i 15.000 e i 20.000 migranti haitiani a causa delle politiche di ricollocamento dell’amministrazione Biden-Harris. Una situazione che ha creato pressione sui servizi cittadini e preoccupazione tra la popolazione: a parlarne fu, a luglio, lo stesso sindaco della cittadina, Rob Rue.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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