True
2024-09-15
Ecco perché i cattolici sono più vicini a Trump
Oltre il 20% degli abitanti statunitensi è di confessione cattolica (Getty)
Ha fatto particolare scalpore l’intervento di papa Francesco nella campagna elettorale americana. L’altro ieri, il pontefice ha criticato Donald Trump per le sue politiche restrittive in materia migratoria e Kamala Harris per il suo sostegno all’aborto. «Ambedue sono contro la vita, sia quello che butta via i migranti sia quella che uccide i bambini», ha dichiarato. «Si deve scegliere il male minore. Chi è il male minore? Quella signora o quel signore? Non so», ha aggiunto.
Ora, tralasciando l’equiparazione sul piano morale tra il sostegno all’aborto e la difesa di politiche migratorie restrittive, le dichiarazioni del Pontefice offrono due spunti di analisi: uno relativo alla politica interna americana e uno di carattere geopolitico. Secondo il Pew research center, negli Stati Uniti si contano circa 52 milioni di adulti che si riconoscono come cattolici: il 20% della popolazione totale. Non di rado, chi riesce a ottenere la maggioranza del voto cattolico alle presidenziali è poi capace di arrivare alla Casa Bianca. Si pensi a George W. Bush nel 2004, Barack Obama nel 2008, Trump nel 2016 e Joe Biden (per quanto d’un soffio) nel 2020.
C’è, quindi, da chiedersi come siano attualmente schierati gli elettori cattolici. Secondo un sondaggio Ewtn News condotto a fine agosto, il 50% degli elettori fedeli alla Chiesa di Roma sosterrebbe la Harris, il 43% il tycoon e un 6% risulterebbe indeciso. Un quadro diverso emerge, invece, da una rilevazione del Pew research center, condotta a cavallo tra agosto e settembre: secondo tale rilevazione, Trump sarebbe avanti nel voto cattolico con il 52% dei consensi contro il 47% della Harris.
Va poi detto che, comunque la si pensi, Trump è oggettivamente più vicino dell’avversaria al mondo dei fedeli alla Chiesa di Roma. Ha nominato due giudici cattolici alla Corte suprema, come Brett Kavanaugh e Amy Coney Barret. Senza trascurare che il suo attuale vice, J.D. Vance, si è convertito al cattolicesimo nel 2019, scegliendo come santo patrono Agostino d’Ippona. È pur vero che una parte degli elettori più religiosamente motivati ha storto il naso, quando, a luglio, l’ex presidente ha espunto dal programma del Partito repubblicano la proposta di vietare l’aborto a livello federale. Tuttavia è altrettanto vero che, sull’interruzione di gravidanza, la Harris sposa delle posizioni assai più radicali.
Storicamente spalleggiata dall’organizzazione pro-choice Planned parenthood, la vicepresidente ha sempre tenuto una linea energicamente abortista. Inoltre, durante il dibattito televisivo di martedì, si è rifiutata di chiarire in modo esplicito se sostenga o meno delle limitazioni all’interruzione di gravidanza. In più, il suo vice, Tim Walz, ha firmato l’anno scorso una legge statale che, secondo l’Associated press, ha lasciato il Minnesota «sostanzialmente senza restrizioni sull’aborto in nessuna fase della gravidanza». Tutto questo, senza dimenticare che, da senatrice, la Harris contestò la nomina di un giudice federale in quanto appartenente ai Cavalieri di Colombo: storica associazione cattolica americana, di cui avevano fatto parte anche eminenti esponenti del Partito democratico, come John F. Kennedy. D’altronde, secondo il sondaggista d’area repubblicana Patrick Ruffini, le attuali difficoltà della Harris in Pennsylvania potrebbero essere, almeno in parte, dettate proprio dalla freddezza dei cattolici locali nei suoi confronti.
Ma c’è anche un altro elemento da considerare. Il Papa, come abbiamo visto, ha criticato Trump sull’immigrazione. Va, però, ricordato che, a giugno scorso, l’amministrazione Biden-Harris ha firmato un ordine esecutivo che bloccava, temporaneamente e a certe condizioni, l’ingresso dei richiedenti asilo attraverso la frontiera meridionale degli Stati Uniti: una norma che fu aspramente criticata dal presidente della Commissione sull’immigrazione della Conferenza episcopale Usa, il vescovo Mark Seitz, che accusò l’attuale Casa Bianca di «disprezzo per le fondamentali protezioni umanitarie e per la legge statunitense sull’asilo». Seitz è stato posto alla guida della diocesi di El Paso dallo stesso papa Francesco nel maggio 2013.
Infine, alla base dell’eclatante presa di posizione del Pontefice, si scorgono anche motivazioni di ordine geopolitico. Non è un mistero che, con il suo recente viaggio asiatico, il Papa abbia voluto (anche) strizzare l’occhio alla Cina: non è forse un caso che questo viaggio sia stato salutato positivamente, il 3 settembre, dal Global Times (organo di stampa che fa capo al Pcc). «La Cina per me è un desiderio, nel senso che io vorrei visitare la Cina, perché è un grande Paese; io ammiro la Cina, rispetto la Cina», ha detto venerdì il Pontefice, durante il tragitto di ritorno da Singapore. «È un Paese con una cultura millenaria, una capacità di dialogo, di capirsi tra loro che va oltre i diversi sistemi di governo che ha avuto. Credo che la Cina sia una promessa e una speranza per la Chiesa. La collaborazione si può fare, e per i conflitti certamente. In questo momento, il cardinale Zuppi si muove in questo senso e ha rapporti anche con la Cina», ha aggiunto.
È notorio come, soprattutto con l’accordo sino-vaticano sui vescovi (da lui rivendicato l’altro ieri), il Papa abbia avviato un progressivo avvicinamento a Pechino: una distensione malvista dagli ambienti ratzingeriani e da Washington ma fortemente caldeggiata sia dalla Compagnia di Gesù che dalla Comunità di Sant’Egidio (da cui Matteo Zuppi proviene). Senza trascurare che, l’anno scorso, il Pontefice ha elevato a cardinale il vescovo gesuita di Hong Kong, Stephen Chow: una delle principali figure che mantiene i rapporti tra la Santa Sede e la Repubblica popolare. Di contro, il Papa non ha mai risparmiato stoccate, anche nel recente passato, agli Usa e alla stessa Chiesa statunitense. Ecco che, forse, con le sue parole sulla campagna americana, Francesco ha voluto lanciare un messaggio di (ulteriore) vicinanza geopolitica a Pechino.
Dalla Pennsylvania assist a Donald. Nulli i voti postali con la data errata
I repubblicani tirano un sospiro di sollievo in Pennsylvania. L’altro ieri, la Corte suprema dello Stato ha stabilito che le schede elettorali arrivate per posta con data errata non potranno essere conteggiate il prossimo novembre. La decisione ha di fatto ribaltato la sentenza di un tribunale inferiore che, alcune settimane fa, aveva definito incostituzionale cassare le schede postali erroneamente datate.
«Questo rende il voto postale nel keystone State meno soggetto a frodi. Continueremo a lottare e vinceremo!», ha esultato il presidente del Comitato nazionale repubblicano, Michael Whatley, che ha parlato di «enorme vittoria per l’integrità elettorale». «La sentenza procedurale di oggi è una battuta d’arresto per gli elettori della Pennsylvania, ma continueremo a lottare per loro», ha invece commentato l’organizzazione progressista American civil liberties union, riferendosi al fatto che la Corte suprema ha stabilito che quella inferiore non avesse competenza sulla questione.
Come che sia, la sentenza di venerdì è significativa, anche perché quest’anno la Pennsylvania è destinata a rivelarsi uno Stato particolarmente cruciale: forse ancora di più rispetto al 2016 e al 2020. In questo momento, secondo la media sondaggistica di Real clear politics, il vantaggio della Harris in loco è di appena lo 0,2%: a metà settembre 2020, Biden era avanti di oltre quattro punti, mentre Hillary Clinton, nello stesso periodo del 2016, di oltre sei punti. La Harris, in Pennsylvania, ha tre problemi: i colletti blu, i cattolici e l’estrema sinistra filopalestinese.
Venerdì sera, la candidata dem è stata interrotta, durante un comizio a Wilkes-Barre, da alcuni manifestanti pro Pal. Un problema, questo, che il vicepresidente ha anche in Michigan. Non a caso, l’altro ieri il suo vice, Tim Walz, si è rivolto agli arabo-americani di questo Stato, sostenendo che la Harris sia favorevole a un accordo per il cessate il fuoco e alla soluzione dei due Stati. Nel frattempo, la difesa dell’aborto continua a essere uno dei punti centrali della strategia elettorale della dem. Da giorni, la sua campagna sta conducendo un tour con un pullman su cui è scritto a caratteri cubitali «Combattere per la libertà riproduttiva»: un tour che ha fatto ultimamente tappa soprattutto in Virginia. È stato, intanto, reso noto che gli ex presidenti, Barack Obama e Bill Clinton, faranno campagna per la Harris nelle ultime settimane prima del voto.
Donald Trump, dal canto suo, ha aperto alla possibilità di un altro dibattito televisivo con la rivale. Quando gli è stato chiesto se abbia intenzione di tornare sulla sua decisione di non accettare un nuovo confronto, ha lasciato intendere che potrebbe dire di sì, se fosse «dell’umore giusto». Frattanto continua a tener banco la questione di Springfield (in Ohio). Il candidato repubblicano ha promesso rimpatri di massa degli immigrati haitiani presenti, mentre Joe Biden e Walz lo hanno criticato per le sue recenti affermazioni, secondo cui quegli stessi immigrati mangerebbero i gatti. Ricordiamo che Springfield ha meno di 60.000 abitanti e che, negli ultimi anni, ha dovuto accogliere tra i 15.000 e i 20.000 migranti haitiani a causa delle politiche di ricollocamento dell’amministrazione Biden-Harris. Una situazione che ha creato pressione sui servizi cittadini e preoccupazione tra la popolazione: a parlarne fu, a luglio, lo stesso sindaco della cittadina, Rob Rue.
Continua a leggereRiduci
L’invito del Pontefice a scegliere «il male minore» non segue l’orientamento dell’elettorato Usa. Il tycoon ha come vice un convertito e sull’aborto non ha posizioni radicali come Kamala Harris. Dietro a quelle parole, però, c’è un ulteriore messaggio di apertura verso la Cina.In Pennsylvania la sentenza della Corte suprema fa esultare i repubblicani: «Stop alle frodi».Lo speciale contiene due articoli Ha fatto particolare scalpore l’intervento di papa Francesco nella campagna elettorale americana. L’altro ieri, il pontefice ha criticato Donald Trump per le sue politiche restrittive in materia migratoria e Kamala Harris per il suo sostegno all’aborto. «Ambedue sono contro la vita, sia quello che butta via i migranti sia quella che uccide i bambini», ha dichiarato. «Si deve scegliere il male minore. Chi è il male minore? Quella signora o quel signore? Non so», ha aggiunto.Ora, tralasciando l’equiparazione sul piano morale tra il sostegno all’aborto e la difesa di politiche migratorie restrittive, le dichiarazioni del Pontefice offrono due spunti di analisi: uno relativo alla politica interna americana e uno di carattere geopolitico. Secondo il Pew research center, negli Stati Uniti si contano circa 52 milioni di adulti che si riconoscono come cattolici: il 20% della popolazione totale. Non di rado, chi riesce a ottenere la maggioranza del voto cattolico alle presidenziali è poi capace di arrivare alla Casa Bianca. Si pensi a George W. Bush nel 2004, Barack Obama nel 2008, Trump nel 2016 e Joe Biden (per quanto d’un soffio) nel 2020.C’è, quindi, da chiedersi come siano attualmente schierati gli elettori cattolici. Secondo un sondaggio Ewtn News condotto a fine agosto, il 50% degli elettori fedeli alla Chiesa di Roma sosterrebbe la Harris, il 43% il tycoon e un 6% risulterebbe indeciso. Un quadro diverso emerge, invece, da una rilevazione del Pew research center, condotta a cavallo tra agosto e settembre: secondo tale rilevazione, Trump sarebbe avanti nel voto cattolico con il 52% dei consensi contro il 47% della Harris.Va poi detto che, comunque la si pensi, Trump è oggettivamente più vicino dell’avversaria al mondo dei fedeli alla Chiesa di Roma. Ha nominato due giudici cattolici alla Corte suprema, come Brett Kavanaugh e Amy Coney Barret. Senza trascurare che il suo attuale vice, J.D. Vance, si è convertito al cattolicesimo nel 2019, scegliendo come santo patrono Agostino d’Ippona. È pur vero che una parte degli elettori più religiosamente motivati ha storto il naso, quando, a luglio, l’ex presidente ha espunto dal programma del Partito repubblicano la proposta di vietare l’aborto a livello federale. Tuttavia è altrettanto vero che, sull’interruzione di gravidanza, la Harris sposa delle posizioni assai più radicali.Storicamente spalleggiata dall’organizzazione pro-choice Planned parenthood, la vicepresidente ha sempre tenuto una linea energicamente abortista. Inoltre, durante il dibattito televisivo di martedì, si è rifiutata di chiarire in modo esplicito se sostenga o meno delle limitazioni all’interruzione di gravidanza. In più, il suo vice, Tim Walz, ha firmato l’anno scorso una legge statale che, secondo l’Associated press, ha lasciato il Minnesota «sostanzialmente senza restrizioni sull’aborto in nessuna fase della gravidanza». Tutto questo, senza dimenticare che, da senatrice, la Harris contestò la nomina di un giudice federale in quanto appartenente ai Cavalieri di Colombo: storica associazione cattolica americana, di cui avevano fatto parte anche eminenti esponenti del Partito democratico, come John F. Kennedy. D’altronde, secondo il sondaggista d’area repubblicana Patrick Ruffini, le attuali difficoltà della Harris in Pennsylvania potrebbero essere, almeno in parte, dettate proprio dalla freddezza dei cattolici locali nei suoi confronti.Ma c’è anche un altro elemento da considerare. Il Papa, come abbiamo visto, ha criticato Trump sull’immigrazione. Va, però, ricordato che, a giugno scorso, l’amministrazione Biden-Harris ha firmato un ordine esecutivo che bloccava, temporaneamente e a certe condizioni, l’ingresso dei richiedenti asilo attraverso la frontiera meridionale degli Stati Uniti: una norma che fu aspramente criticata dal presidente della Commissione sull’immigrazione della Conferenza episcopale Usa, il vescovo Mark Seitz, che accusò l’attuale Casa Bianca di «disprezzo per le fondamentali protezioni umanitarie e per la legge statunitense sull’asilo». Seitz è stato posto alla guida della diocesi di El Paso dallo stesso papa Francesco nel maggio 2013.Infine, alla base dell’eclatante presa di posizione del Pontefice, si scorgono anche motivazioni di ordine geopolitico. Non è un mistero che, con il suo recente viaggio asiatico, il Papa abbia voluto (anche) strizzare l’occhio alla Cina: non è forse un caso che questo viaggio sia stato salutato positivamente, il 3 settembre, dal Global Times (organo di stampa che fa capo al Pcc). «La Cina per me è un desiderio, nel senso che io vorrei visitare la Cina, perché è un grande Paese; io ammiro la Cina, rispetto la Cina», ha detto venerdì il Pontefice, durante il tragitto di ritorno da Singapore. «È un Paese con una cultura millenaria, una capacità di dialogo, di capirsi tra loro che va oltre i diversi sistemi di governo che ha avuto. Credo che la Cina sia una promessa e una speranza per la Chiesa. La collaborazione si può fare, e per i conflitti certamente. In questo momento, il cardinale Zuppi si muove in questo senso e ha rapporti anche con la Cina», ha aggiunto.È notorio come, soprattutto con l’accordo sino-vaticano sui vescovi (da lui rivendicato l’altro ieri), il Papa abbia avviato un progressivo avvicinamento a Pechino: una distensione malvista dagli ambienti ratzingeriani e da Washington ma fortemente caldeggiata sia dalla Compagnia di Gesù che dalla Comunità di Sant’Egidio (da cui Matteo Zuppi proviene). Senza trascurare che, l’anno scorso, il Pontefice ha elevato a cardinale il vescovo gesuita di Hong Kong, Stephen Chow: una delle principali figure che mantiene i rapporti tra la Santa Sede e la Repubblica popolare. Di contro, il Papa non ha mai risparmiato stoccate, anche nel recente passato, agli Usa e alla stessa Chiesa statunitense. Ecco che, forse, con le sue parole sulla campagna americana, Francesco ha voluto lanciare un messaggio di (ulteriore) vicinanza geopolitica a Pechino.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/usa-cattolici-vicini-a-trump-2669206941.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dalla-pennsylvania-assist-a-donald-nulli-i-voti-postali-con-la-data-errata" data-post-id="2669206941" data-published-at="1726347887" data-use-pagination="False"> Dalla Pennsylvania assist a Donald. Nulli i voti postali con la data errata I repubblicani tirano un sospiro di sollievo in Pennsylvania. L’altro ieri, la Corte suprema dello Stato ha stabilito che le schede elettorali arrivate per posta con data errata non potranno essere conteggiate il prossimo novembre. La decisione ha di fatto ribaltato la sentenza di un tribunale inferiore che, alcune settimane fa, aveva definito incostituzionale cassare le schede postali erroneamente datate. «Questo rende il voto postale nel keystone State meno soggetto a frodi. Continueremo a lottare e vinceremo!», ha esultato il presidente del Comitato nazionale repubblicano, Michael Whatley, che ha parlato di «enorme vittoria per l’integrità elettorale». «La sentenza procedurale di oggi è una battuta d’arresto per gli elettori della Pennsylvania, ma continueremo a lottare per loro», ha invece commentato l’organizzazione progressista American civil liberties union, riferendosi al fatto che la Corte suprema ha stabilito che quella inferiore non avesse competenza sulla questione. Come che sia, la sentenza di venerdì è significativa, anche perché quest’anno la Pennsylvania è destinata a rivelarsi uno Stato particolarmente cruciale: forse ancora di più rispetto al 2016 e al 2020. In questo momento, secondo la media sondaggistica di Real clear politics, il vantaggio della Harris in loco è di appena lo 0,2%: a metà settembre 2020, Biden era avanti di oltre quattro punti, mentre Hillary Clinton, nello stesso periodo del 2016, di oltre sei punti. La Harris, in Pennsylvania, ha tre problemi: i colletti blu, i cattolici e l’estrema sinistra filopalestinese. Venerdì sera, la candidata dem è stata interrotta, durante un comizio a Wilkes-Barre, da alcuni manifestanti pro Pal. Un problema, questo, che il vicepresidente ha anche in Michigan. Non a caso, l’altro ieri il suo vice, Tim Walz, si è rivolto agli arabo-americani di questo Stato, sostenendo che la Harris sia favorevole a un accordo per il cessate il fuoco e alla soluzione dei due Stati. Nel frattempo, la difesa dell’aborto continua a essere uno dei punti centrali della strategia elettorale della dem. Da giorni, la sua campagna sta conducendo un tour con un pullman su cui è scritto a caratteri cubitali «Combattere per la libertà riproduttiva»: un tour che ha fatto ultimamente tappa soprattutto in Virginia. È stato, intanto, reso noto che gli ex presidenti, Barack Obama e Bill Clinton, faranno campagna per la Harris nelle ultime settimane prima del voto. Donald Trump, dal canto suo, ha aperto alla possibilità di un altro dibattito televisivo con la rivale. Quando gli è stato chiesto se abbia intenzione di tornare sulla sua decisione di non accettare un nuovo confronto, ha lasciato intendere che potrebbe dire di sì, se fosse «dell’umore giusto». Frattanto continua a tener banco la questione di Springfield (in Ohio). Il candidato repubblicano ha promesso rimpatri di massa degli immigrati haitiani presenti, mentre Joe Biden e Walz lo hanno criticato per le sue recenti affermazioni, secondo cui quegli stessi immigrati mangerebbero i gatti. Ricordiamo che Springfield ha meno di 60.000 abitanti e che, negli ultimi anni, ha dovuto accogliere tra i 15.000 e i 20.000 migranti haitiani a causa delle politiche di ricollocamento dell’amministrazione Biden-Harris. Una situazione che ha creato pressione sui servizi cittadini e preoccupazione tra la popolazione: a parlarne fu, a luglio, lo stesso sindaco della cittadina, Rob Rue.
I protagonisti di quello che sta per accadere prendono posto sugli spalti, che nel frattempo si sono trasformati in un golfo mistico. In pochi minuti, 459 cori provenienti da tutta Italia si sciolgono e ne formano uno enorme. Per essere precisi, bisogna contare anche 696 cantori «freelance» e 116 bambini. Il totale fa 3.546 voci e 7.092 occhi puntati verso il palcoscenico, nell’attesa che compaia Riccardo Muti. Tutti - dai 6 anni di Carlotta (da Cagliari) ai 93 di Benito (da Budrio, nel Bolognese) - sono qui per il Maestro, che ha concesso il bis dopo il successo della prima edizione di Cantare amantis est dell’anno scorso (uno degli eventi più visionari del Ravenna Festival, nato dall’intuizione di Cristina Mazzavillani e oggi sotto la guida di Anna Leonardi). Dal coro del Conservatorio di Trieste a quello degli Stonati di Bologna qualche professionista si è imbucato, ma nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di amatori in purezza, alla maniera di Agostino (il motto «Cantare è proprio di chi ama» porta la firma del santo d’Ippona).
Pronti, via, si inizia a lavorare (altro che ponte del 2 giugno!) su un gioiello di apparente semplicità: l’Ave Verum Corpus di Wolfgang Amadeus Mozart (dedicato a un martire della libertà come don Giovanni Minzoni). I coristi hanno in mano uno spartito di due paginette. Sono 46 battute per quattro minuti scarsi di musica. Eppure, quel breve mottetto, spiega Muti, «è una delle pagine piovute su Mozart dal cielo (era il 18 giugno del 1791, ndr), qualche mese prima di morire». Un regalo del compositore alla minuscola parrocchia di Baden per la festa del Corpus Domini, mentre la moglie Constanze, incinta, veniva assistita. «Bravissimi», sottolinea il direttore d’orchestra, «senza che vi dicessi nulla, l’avete cantato con amore. Adesso però cerchiamo l’infinito tra le note». Il Maestro si siede al pianoforte e in un istante quei suoni appena accennati acquistano un significato nuovo che, col senno di poi, era lampante fin dall’inizio.
La breve introduzione orchestrale? «Non è un caso che punti verso l’alto. È un’ascensione: dalla Terra al cospetto di Cristo». Ave verum Corpus. Vi siete accorti che Mozart decide di ripetere due volte “Ave”? La seconda dev’essere più piano. Bisogna ritirarsi, come se avessimo osato troppo». Natum de Maria Virgine. «Qui la tonalità è stabile, ferma, la musica afferma una sicurezza». Vere passum, immolatum in cruce pro homine. «Ascoltate questo intervallo: esprime il dolore di chi patì per gli uomini. Le avvertite queste dissonanze? Sono i chiodi della croce». Cujus latus perforatum. «A livello tonale, dovreste percepire una virata, come se osservassimo una parte del corpo di Cristo». Dal costato sgorgarono sangue e acqua. «Dopo aver sottolineato la sofferenza di Gesù, da questo punto - Esto nobis praegustatum in mortis examine - il genio di Mozart abbandona le quattro parti che cantano insieme, verticalmente. Il coro si sdoppia, si allarga all’umanità perché “tutti noi” possiamo “gustare il Paradiso nell’ora della morte”. Certo, sarebbe bello se fosse così semplice. Quando il compositore affronta per la prima volta questa verità spunta una cadenza evitata. È il dubbio che si insinua ancora, ma poi lascia spazio alla certezza». Parole che acquisiscono un altro peso quando il Maestro chiede che l’ultima esecuzione diventi un omaggio a Riccardo Minghetti, morto a 16 anni nel tragico rogo di Crans-Montana. Il padre Massimo - rivela Muti - è parte di questo popolo che canta e, «davanti a una tragedia immane, ha trovato conforto nella musica».
Gli stessi enigmi insondabili emergeranno poco dopo nel Requiem di Giuseppe Verdi. Nella mattinata della Festa della Repubblica, però, un ripasso dell’Inno di Mameli era d’obbligo. E quindi: «Alzino le mani quelli che son davvero “pronti alla morte”?». Gelo. «Lo sapevo: bisogna cambiare il testo!». Risate liberatorie. Se l’anno scorso le fatiche della leggendaria bacchetta si erano concentrate nella lotta per espungere il «Sì!» dal finale, oggi la raccomandazione del direttore è una lezione di vita: «Non frantumate mai la frase, non sillabate! Va sempre condotta nella sua arcata. Serve nobiltà. Non siamo il Paese delle marcette!». Ma Muti ne ha anche per il Palazzo: «Cari politici, l’inno dev’essere cantato da una moltitudine, non da una persona sola. Cos’è questa moda, copiata dagli americani?». Ovazione. Poteva finire lì, ma dopo qualche ora su 3.546 smartphone iniziano a rimbalzare le immagini di Andrea Bocelli che intona Fratelli d’Italia ai Fori imperiali, solissimo, davanti alle più alte cariche dello Stato. «Non voglio prendermela con il cantante, ma le autorità restituiscano l’inno agli italiani!».
Dai melismi di Casta Diva di Bellini - «un altro tipo di preghiera, alla Luna» - al timore delle schiere dei cherubini che leva il fiato nel Mefistofele di Boito, Muti non si stanca di sporcarsi le mani con i suoi amati «dilettanti» ed è un vulcano di insegnamenti e di domande esistenziali. «Il Requiem di Brahms è una consolazione. In Verdi prevale il punto interrogativo: “Mi salverai, Signore?”». Nell’ora dell’arrivederci, l’ultimo (infinito) rito è l’autografo per tutti i partecipanti. «Iniziando con l’Ave Verum mozartiano e finendo con Verdi il nostro messaggio di cultura, spiritualità e pace l’abbiamo inviato. Ci rivedremo l’anno prossimo? Porta patet sed cor magis. La porta è aperta, ma il cuore ancora di più».
Continua a leggereRiduci
Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci, Papa Leone XIII dal 1878 al 1903 (Getty Images)
Com’era prevedibile, non è passata inosservata, negli organi di stampa, la parte dell’enciclica Magnifica humanitas nella quale papa Leone XIV, a nome della Chiesa, chiede perdono per l’asserito «ritardo con cui la Chiesa e la società hanno condannato il flagello della schiavitù», essendosi dovuto attendere - egli afferma - «il XIX secolo per trovare una condanna formale, assoluta e universale della schiavitù, in particolare con Leone XIII». Il Messaggero di Roma e Famiglia cristiana, in particolare, hanno messo in luce come il Papa abbia soprattutto inteso porre in guardia contro il pericolo di una nuova forma di schiavitù derivante da un uso improprio e non controllato dell’intelligenza artificiale. Sul che, in effetti, non si può che concordare. Lascia però perplessi la ritenuta opportunità di rivangare, nell’enciclica, per sottoporlo a condanna, l’atteggiamento avuto dalla Chiesa, nei secoli passati, nei confronti della schiavitù, quasi che, altrimenti, la segnalazione del pericolo attuale di una nuova schiavitù - ben diversa, comunque, dall’antica - fosse destinata a perdere efficacia. E ancor più perplessi lascia l’assolutezza di detta condanna, basata soltanto sul richiamo, nella nota n. 174, alle due bolle pontificie del papa Eugenio IV Sicut dudum del 13 gennaio 1435 ed Etsi suscepti del 9 gennaio 1442, e alle altre due del papa Niccolò V Dum diversas del 18 giugno 1452 e Romanus Pontifex dell’8 gennaio 1455.
Richiamo, quello ora detto, da riguardarsi, peraltro, come non del tutto felice, per cui sarebbe forse bene che il papa ne individuasse il responsabile e gli tirasse un po’ le orecchie. La prima, infatti, delle suddette bolle, riguardante le isole Canarie, allora venute da poco in possesso della Spagna, lungi dal minimamente giustificare la schiavitù alla quale gli originari abitanti erano stati sottoposti, imponeva, invece, sotto pena di scomunica, di farla immediatamente cessare, vietandola anche per il futuro. Il che, peraltro, era già stato stabilito - senza gran successo - dallo stesso papa Eugenio IV con la precedente bolla Regimini gregis del 29 settembre 1434 e fu poi ribadito, sempre con riguardo alle popolazioni delle isole Canarie, dal papa Pio II con la bolla Pastor bonus del 7 ottobre 1462. Quanto, poi, alle altre bolle citate nella nota summenzionata, soltanto le due del papa Niccolò V presentano specifica attinenza alla questione della schiavitù, in quanto effettivamente conferivano al re di Portogallo Alfonso V il diritto esclusivo non solo di acquisire il controllo dei territori dell’Africa sub sahariana che si affacciano sull’Atlantico, ma anche di ridurre in «perpetua servitù» saraceni, pagani e altri «infedeli» che li abitavano.
Risulta, però, incredibilmente e inspiegabilmente passato sotto silenzio il fatto che la schiavitù, con particolare riferimento alle popolazioni delle Americhe, fu poi ripetutamente condannata, in modo assoluto e sempre sotto pena di scomunica, dai pontefici Paolo III, Urbano VIII e Benedetto XIV rispettivamente con la bolla Sublimis Deus (o Veritas ipsa) del 2 giugno 1537 e con i brevi Commissum nobis del 22 aprile 1639 e Immensa pastorum del 20 dicembre 1741. Di particolare interesse appare la motivazione della Sublimis Deus, essenzialmente basata sul rilievo che Gesù Cristo aveva dato mandato agli apostoli di predicare il vangelo a tutti i popoli della terra, senza eccezione, ritenendoli quindi tutti capaci di ricevere il dono della fede, e che veniva dal Demonio, nemico del genere umano, l’idea che di quella capacità fossero privi, per loro natura, gli abitanti delle Americhe, tanto da poter essere sottoposti a schiavitù. Da ricordare, inoltre, la bolla Cum sicuti di Gregorio XIV, del 18 aprile 1591, con la quale, in linea con la Sublimis Deus, si vietava la riduzione in schiavitù delle popolazioni delle isole Filippine, recentemente venute in possesso della corona spagnola.
Il fatto che, nei documenti anzidetti, non si parlasse della schiavitù con riguardo alle popolazioni africane facilmente si spiega con la considerazione che l’Africa era, all’epoca, in gran parte sottratta al dominio di nazioni europee, per cui del tutto inutile sarebbe stato che il Papa imponesse divieti che nessuno sarebbe stato poi tenuto ad osservare. È però significativo che il papa Gregorio XVI, con il breve In supremo del 3 dicembre 1839, si fosse preoccupato di vietare «l’indegno mercato dei Neri e di qualsiasi altro essere umano» del quale indicava come responsabili taluni cristiani che «accecati dalla bramosia di uno sporco guadagno, in lontane e inaccessibili regioni ridussero in schiavitù Indiani, Negri e altre miserabili creature, oppure, con un sempre maggiore e organizzato commercio, non esitarono ad alimentare l’indegna compravendita di coloro che erano stati catturati da altri». Non è certo per caso, quindi, che la condanna della schiavitù in assoluto (ma con esplicito riferimento, tuttavia, alle particolari condizioni dell’Africa) sia intervenuta, da parte del papa Leone XIII, solo in un periodo storico (fine del XIX secolo) in cui l’Africa era quasi totalmente sotto il dominio di nazioni europee. È ad esse, infatti, che veniva in tal modo fatto carico non certo di astenersi dal ridurre formalmente in schiavitù le popolazioni africane soggette alla loro sovranità (cosa che nessuna potenza coloniale si sognava neppure lontanamente di fare) ma piuttosto di adoperarsi con la massima energia perché la schiavitù, endemica da sempre nel continente africano, venisse totalmente estirpata. E infatti - come osserva Rossella Bottoni nel suo I popoli indigeni nel magistero della Chiesa cattolica, Ledizioni, 2024 - «I governi degli Stati cattolici apprezzarono molto tale sostegno alla causa contro la schiavitù, che essi vedevano come ragione legittimante della loro politica nel continente. Dunque, colonizzatori e missionari si “incontrarono” sul terreno dell’antischiavismo». Conclusione, questa, che potrebbe creare, nell’attuale contesto culturale di cui è partecipe anche il mondo cattolico, un qualche imbarazzo che però, in chi amasse veramente la Chiesa, dovrebbe trovare più che adeguato compenso nel constatare che si pone del tutto in contrasto con la verità storica Famiglia cristiana quando afferma, nel commentare l’enciclica di Leone XIV, che la condotta della Chiesa, «per diciotto secoli», sarebbe stata solo quella di avere «tollerato pratiche oggi considerate abominevoli».
Continua a leggereRiduci
Papa Leone XIV (Ansa)
In filigrana, dietro alle parole di elogio rivolte ieri da papa Leone XIV per il metodo Fse, si è così intravista un’analisi antropologica profonda che sembra rispondere appunto alle recenti e discusse novità dell’Agesci.
Il pontefice ha esordito ricordando che il metodo scout non è un semplice passatempo, ma uno strumento che «mette al centro la persona, curandone tutti gli aspetti relazionali e la ricchezza umana». In questo contesto, Leone XIV ha lodato esplicitamente la scelta della Fse di educare i ragazzi in «distinte sezioni maschili e femminili», spiegando che questa non è una separazione anacronistica, ma una strategia mirata per «dedicare ai ragazzi e alle ragazze un’attenzione specifica».
Secondo il papa, questa distinzione è la chiave di volta per una crescita armonica: «Esplorare in questo modo le caratteristiche fondanti dell’essere donna e dell’essere uomo è una dinamica propedeutica all’incontro autentico e consapevole con l’altro, che può favorire la reciproca maturazione». Per Leone XIV, dunque, l’identità biologica maschile e femminile non è un dato accessorio, ma un pilastro necessario per crescere e prepararsi all’incontro con il prossimo.
È impossibile non leggere in queste riflessioni perlomeno un richiamo alle cronache recenti che hanno visto protagonista l’Agesci. L’associazione, dopo tre anni di dibattiti interni, ha infatti approvato il documento «Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo», sancendo che tali aspetti «non sono e non possono essere criteri di esclusione nella selezione degli educatori». Una decisione definita come una «svolta storica» e una «rivoluzione» mossa dalla volontà di dare «ulteriore concretezza ai nostri valori di accoglienza».
Un cortocircuito spiegato con molte parole, ma che non cancella la preoccupazione principale che riguarda appunto la coerenza educativa: può un’associazione che si definisce cattolica prescindere dalla visione antropologica della Chiesa?
Il papa ieri ha ribadito che «la formazione di buoni cristiani e buoni cittadini rappresenta il fine del metodo scout», un obiettivo che in fondo si raggiunge solo attraverso l’«intesa pedagogica dei capi con ogni ragazza e ragazzo». Qui si inserisce il dubbio antropologico che emerge dalle parole di Leone XIV: può una donna che si considera uomo, o un uomo che vive pubblicamente una relazione con un altro uomo, farsi portatore di quella «dinamica propedeutica» basata sulle «caratteristiche fondanti dell’essere donna e dell’essere uomo» citate dal papa?
Leone XIV è stato chiaro nel ricordare ai capi che di fronte ai ragazzi loro affidati emerge la testimonianza della «coerenza della vostra vita e la maturità delle vostre scelte» che «sono ai loro occhi un esempio molto importante che li aiuta a crescere». Se il riferimento dottrinale cattolico definisce le tendenze omosessuali profondamente radicate come «oggettivamente disordinate» (Catechismo n. 2.357) e gli atti tra persone dello stesso sesso come «intrinsecamente disordinate» (Catechismo n. 2.358), la domanda sulla garanzia di quell’intesa pedagogica diventa ineludibile. Come può un educatore che rivendica una visione dell’identità fluida o soggettiva guidare un ragazzo alla scoperta della propria identità maschile o femminile secondo i binari tracciati dalla tradizione cristiana?
Quindi, il discorso del papa di ieri ai capi scout potrebbe apparire, conoscendo peraltro il felpato linguaggio intraecclesiale, come l’applicazione pratica del proverbio italiano: ha parlato ai capi della Fse (la «nuora») perché i vertici dell’Agesci (la «suocera») intendessero il messaggio. Mentre l’Agesci sembra aver intrapreso una «marcia sostenuta dal basso», il papa ha scelto di rimettere al centro il «Vangelo - vera mappa della vita», che è la persona stessa di Cristo, «buona notizia per un’umanità confusa».
Forse in casa Agesci faranno orecchie da mercante. Magari diranno che il papa stava parlando ad altri, diversi da loro. E loro resteranno fieri delle loro differenze, delle loro piste, delle loro strade. Ognuno convinto di lasciare il mondo un po’ meglio di come lo ha trovato. Perché, in fondo, «todos, todos, todos», come diceva papa Francesco. Lo stesso papa però che, quando parlava di educazione che non tenesse in debito conto la «feconda tensione» tra uomo e donna, la considerava una «colonizzazione ideologica».
Continua a leggereRiduci
Il monumento alle vittime della Kamloops Residential School in British Columbia, Canada (Getty Images)
Per comprendere la portata della vicenda, occorre fare un passo indietro. Per oltre un secolo il Canada gestì, insieme a Chiese cristiane di varie confessioni, un sistema di scuole residenziali destinate ai bambini amerindi. Lo scopo era quello di assimilarli alla cultura dominante, allontanandoli dalle famiglie e scoraggiando o vietando l’uso delle lingue e delle tradizioni native. Circa 150.000 minori passarono attraverso questi istituti. Molti subirono maltrattamenti, abusi fisici e sessuali, mentre migliaia morirono a causa di malattie, denutrizione e condizioni di vita spesso precarie. Nel 2015, la Commissione canadese per la verità e la riconciliazione definì questo sistema una forma di «genocidio culturale».
Su questi fatti storici esiste ormai un ampio consenso. La questione di Kamloops, però, è un’altra. Il 27 maggio 2021 una comunità indigena annunciò che un’indagine effettuata con il georadar aveva individuato nel sottosuolo 215 anomalie nei pressi dell’ex Kamloops indian residential school, attiva dal 1893 al 1969. Nel giro di poche ore, tuttavia, quelle anomalie furono trasformate dai media occidentali in qualcosa di molto diverso: i resti di 215 bambini indiani.
Anche in Italia la notizia fu presentata in termini categorici. Vatican News parlò delle «spoglie di 215 bambini» venute alla luce nei pressi dell’ex scuola, mentre il Corriere della Sera scrisse del «ritrovamento» di centinaia di tombe anonime e dei «resti» dei piccoli alunni. Lo stesso lessico venne adottato da televisioni, agenzie di stampa e quotidiani di mezzo mondo. In pochi giorni, insomma, quella che era nata come un’indagine geofisica diventò nell’immaginario collettivo la scoperta di una gigantesca fossa comune.
Le reazioni politiche furono altrettanto tempestive e perentorie. L’allora primo ministro, Justin Trudeau, ordinò che le bandiere sugli edifici federali venissero esposte a mezz’asta in onore dei «215 bambini» di Kamloops. Il premier della Columbia britannica, John Horgan, parlò di «una tragedia di proporzioni inimmaginabili». Anche papa Francesco, senz’alcuna prudenza gesuitica, intervenne rapidamente per esprimere il proprio «dolore». Nel frattempo, però, l’indignazione collettiva si era trasformata in rabbia: nei mesi successivi, decine di chiese cattoliche in Canada furono incendiate o vandalizzate.
Eppure, il georadar non aveva portato alla luce alcun corpo. Aveva semplicemente rilevato anomalie nel terreno che si potevano prestare a diverse interpretazioni. Con il passare del tempo, peraltro, gli stessi specialisti coinvolti nelle indagini chiarirono i limiti della tecnologia utilizzata. Il linguaggio cominciò così a cambiare. Dai «resti di 215 bambini» si passò alle «possibili tombe», poi alle «probabili sepolture», sino alle più recenti formulazioni che parlano soltanto di «potenziali sepolture».
A mettere in discussione quella narrazione è stata ora una fonte difficilmente sospettabile di simpatie revisioniste: il Globe and Mail, il più importante quotidiano canadese. In un duro editoriale, il giornale ha ammesso che nel 2021 i media, compreso lo stesso Globe, non sottoposero la notizia ad alcuna verifica: «I media, incluso il Globe and Mail, non esaminarono criticamente quell’affermazione e tantomeno la misero in discussione», scrive il quotidiano, riconoscendo che i primi articoli presentarono come un fatto accertato il ritrovamento dei resti dei bambini.
L’editoriale riserva critiche altrettanto severe alla classe politica. Secondo il giornale canadese, leader come Trudeau contribuirono ad alimentare nell’opinione pubblica la convinzione che fossero stati scoperti i corpi di centinaia di minori, quando una simile conclusione non era stata affatto dimostrata. Ancora oggi, osserva il Globe, la politica canadese non ha chiarito perché affermazioni così categoriche siano state formulate in assenza di prove reali: «A differenza dell’ex premier della Columbia Britannica, morto nel 2024, Trudeau ha ancora la possibilità di correggere il quadro dei fatti. Non l’ha fatto, e non l’ha fatto nemmeno l’attuale governo liberale», è la denuncia del Globe.
Cinque anni dopo Kamloops, insomma, la domanda non è se le scuole residenziali per amerindi abbiano rappresentato una pagina oscura della storia canadese. La domanda, semmai, è un’altra: come è stato possibile che una mera ipotesi venisse trasformata, nel giro di pochi giorni, in una certezza assoluta da media, governi e istituzioni religiose? Ma soprattutto: perché, ad oggi, ancora nessuno è riuscito a chiedere scusa?
Continua a leggereRiduci