- Dopo l’ennesimo attacco degli Houthi alle imbarcazioni occidentali nel Mar Rosso, per la prima volta degli elicotteri americani sono intervenuti uccidendo i miliziani: legittima difesa. Joe Biden però continua a tenere una linea politica ambigua nei confronti di Teheran.
- Scambio di minacce Zelensky–Putin. Il presidente ucraino: per Mosca un 2024 di devastazione. Pechino contro Taiwan.
Lo speciale contiene due articoli.
Mentre la tensione cresce in Medio Oriente, l’amministrazione Biden resta irretita dalla sua controversa politica iraniana. Domenica, elicotteri statunitensi hanno affondato tre imbarcazioni appartenenti ai ribelli yemeniti Huthi, storicamente spalleggiati da Teheran, uccidendone una decina. In particolare, le forze aeree di Washington sono partite dalla portaerei Eisenhower per intervenire a seguito di una richiesta di aiuto da parte della nave mercantile Maersk Hangzhou, che aveva subito un tentativo di assalto dei miliziani filoiraniani. Questi ultimi hanno sparato contro gli elicotteri, inducendoli a reagire. «Gli elicotteri della Marina americana hanno risposto al fuoco per legittima difesa», ha affermato Centcom.
Secondo l’Associated Press, è la prima volta che truppe statunitensi uccidono degli Huthi da quando questi ultimi hanno iniziato i loro attacchi alle navi nel Mar Rosso. Ed è qui che è emerso il dilemma per Joe Biden. Da una parte, il presidente americano vuole scongiurare un allargamento del conflitto nella regione mediorientale. È in questo senso che vanno lette le parole pronunciate dal portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale Usa, John Kirby. «Non cerchiamo un allargamento del conflitto nella regione e non cerchiamo un conflitto con gli Huthi. Il miglior risultato qui sarebbe che gli Houthi fermassero questi attacchi, come abbiamo chiarito più e più volte», ha detto. Tuttavia, dall’altra parte il New York Times ha rivelato che il Pentagono starebbe effettuando pressioni su Biden per convincerlo a condurre dei bombardamenti contro gli Huthi direttamente sul territorio yemenita. Un’opzione che tuttavia il presidente sarebbe restio a intraprendere.
Si tratta di una posizione assai meno risoluta di quella assunta da Londra, che non ha escluso attacchi diretti contro i ribelli filoiraniani. «Siamo disposti ad agire direttamente e non esiteremo a intraprendere ulteriori azioni per scoraggiare le minacce alla libertà di navigazione nel Mar Rosso», ha dichiarato il ministro della Difesa britannico, Grant Shapps. «Gli Huthi non dovrebbero equivocare: ci impegniamo a chiedere conto agli attori malevoli responsabili di sequestri e attacchi illegali», ha proseguito. Domenica, il ministro degli Esteri britannico, David Cameron, durante un colloquio con l’omologo iraniano Hossein Amirabdollahian, ha inoltre affermato che «l’Iran condivide la responsabilità di impedire questi attacchi, dato il suo sostegno di lunga data agli Huthi».
Nonostante alcuni giorni fa Teheran abbia negato di essere coinvolta negli attacchi del Mar Rosso, c’è da dubitare di questa versione. Il regime khomeinista ha infatti schierato la fregata Iris Alborz nel Mar Rosso stesso, mentre – secondo Al Jazeera – Amirabdollahian si è incontrato ieri con il portavoce degli Houthi, Mohammad Abdulsalam, il quale aveva già avuto un recente faccia a faccia col segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano, Ali Akbar Ahmadian per parlare di «questioni regionali di interesse comune». Tutto questo, senza trascurare che l’altro ieri il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, è tornato a minacciare Israele, in riferimento all’uccisione, avvenuta di recente in Siria, del generale dei pasdaran, Razi Mousavi. «Certamente questo crimine non resterà senza risposta e i criminali sionisti pagheranno per questo», ha tuonato. Non va poi dimenticato che l’Iran è uno storico finanziatore di Hamas. E proprio ieri lo Stato ebraico ha reso noto di aver ucciso Adil Mismah: uno dei comandanti dell’organizzazione, che avevano preso parte al brutale attacco del 7 ottobre. Tutto questo, mentre, secondo indiscrezioni, una delegazione israeliana si sarebbe recata al Cairo per discutere di un eventuale accordo sugli ostaggi con Hamas. Infine, sempre ieri, l’Iran è entrato nel gruppo dei Brics, rafforzando così i propri legami con Russia e Cina. Insomma, mentre la tensione cresce, Biden trasmette a Teheran un’immagine di irresolutezza. Sia chiaro: è giusto e comprensibile che il presidente americano cerchi di scongiurare un allargamento del conflitto. Tuttavia è dall’inizio della crisi di Gaza che continua a tenere una linea ambigua nei confronti di Teheran. D’altronde, difficilmente avrebbe potuto verificarsi il contrario. Dall’inizio del suo mandato presidenziale, Biden si è contraddistinto per un appeasement verso l’Iran. Un appeasement che ha indebolito la capacità di deterrenza degli Usa e che ha indirettamente rafforzato i khomeinisti, oltre ai gruppi da loro supportati (da Hamas a Hezbollah passando per gli Huthi). L’attuale presidente ha sbloccato fondi al regime degli ayatollah e ha riavviato le trattative per rilanciare il controverso accordo sul nucleare iraniano, abrogando la politica della «massima pressione» su Teheran, che era stata attuata da Donald Trump: una politica che andrebbe urgentemente ripristinata. Il problema tuttavia, per Biden, è politico. Se lo facesse, significherebbe riconoscere che il suo predecessore aveva ragione. Un’ammissione che il presidente vuole evitare nel pieno della campagna elettorale per la riconferma. Intanto però l’Iran si fa più baldanzoso. E continua ad alzare il tiro.
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