True
2024-01-02
Reazione Usa: affondate navi filo-iraniane
Ansa
Mentre la tensione cresce in Medio Oriente, l’amministrazione Biden resta irretita dalla sua controversa politica iraniana. Domenica, elicotteri statunitensi hanno affondato tre imbarcazioni appartenenti ai ribelli yemeniti Huthi, storicamente spalleggiati da Teheran, uccidendone una decina. In particolare, le forze aeree di Washington sono partite dalla portaerei Eisenhower per intervenire a seguito di una richiesta di aiuto da parte della nave mercantile Maersk Hangzhou, che aveva subito un tentativo di assalto dei miliziani filoiraniani. Questi ultimi hanno sparato contro gli elicotteri, inducendoli a reagire. «Gli elicotteri della Marina americana hanno risposto al fuoco per legittima difesa», ha affermato Centcom.
Secondo l’Associated Press, è la prima volta che truppe statunitensi uccidono degli Huthi da quando questi ultimi hanno iniziato i loro attacchi alle navi nel Mar Rosso. Ed è qui che è emerso il dilemma per Joe Biden. Da una parte, il presidente americano vuole scongiurare un allargamento del conflitto nella regione mediorientale. È in questo senso che vanno lette le parole pronunciate dal portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale Usa, John Kirby. «Non cerchiamo un allargamento del conflitto nella regione e non cerchiamo un conflitto con gli Huthi. Il miglior risultato qui sarebbe che gli Houthi fermassero questi attacchi, come abbiamo chiarito più e più volte», ha detto. Tuttavia, dall’altra parte il New York Times ha rivelato che il Pentagono starebbe effettuando pressioni su Biden per convincerlo a condurre dei bombardamenti contro gli Huthi direttamente sul territorio yemenita. Un’opzione che tuttavia il presidente sarebbe restio a intraprendere.
Si tratta di una posizione assai meno risoluta di quella assunta da Londra, che non ha escluso attacchi diretti contro i ribelli filoiraniani. «Siamo disposti ad agire direttamente e non esiteremo a intraprendere ulteriori azioni per scoraggiare le minacce alla libertà di navigazione nel Mar Rosso», ha dichiarato il ministro della Difesa britannico, Grant Shapps. «Gli Huthi non dovrebbero equivocare: ci impegniamo a chiedere conto agli attori malevoli responsabili di sequestri e attacchi illegali», ha proseguito. Domenica, il ministro degli Esteri britannico, David Cameron, durante un colloquio con l’omologo iraniano Hossein Amirabdollahian, ha inoltre affermato che «l’Iran condivide la responsabilità di impedire questi attacchi, dato il suo sostegno di lunga data agli Huthi».
Nonostante alcuni giorni fa Teheran abbia negato di essere coinvolta negli attacchi del Mar Rosso, c’è da dubitare di questa versione. Il regime khomeinista ha infatti schierato la fregata Iris Alborz nel Mar Rosso stesso, mentre - secondo Al Jazeera - Amirabdollahian si è incontrato ieri con il portavoce degli Houthi, Mohammad Abdulsalam, il quale aveva già avuto un recente faccia a faccia col segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano, Ali Akbar Ahmadian per parlare di «questioni regionali di interesse comune». Tutto questo, senza trascurare che l’altro ieri il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, è tornato a minacciare Israele, in riferimento all’uccisione, avvenuta di recente in Siria, del generale dei pasdaran, Razi Mousavi. «Certamente questo crimine non resterà senza risposta e i criminali sionisti pagheranno per questo», ha tuonato. Non va poi dimenticato che l’Iran è uno storico finanziatore di Hamas. E proprio ieri lo Stato ebraico ha reso noto di aver ucciso Adil Mismah: uno dei comandanti dell’organizzazione, che avevano preso parte al brutale attacco del 7 ottobre. Tutto questo, mentre, secondo indiscrezioni, una delegazione israeliana si sarebbe recata al Cairo per discutere di un eventuale accordo sugli ostaggi con Hamas. Infine, sempre ieri, l’Iran è entrato nel gruppo dei Brics, rafforzando così i propri legami con Russia e Cina. Insomma, mentre la tensione cresce, Biden trasmette a Teheran un’immagine di irresolutezza. Sia chiaro: è giusto e comprensibile che il presidente americano cerchi di scongiurare un allargamento del conflitto. Tuttavia è dall’inizio della crisi di Gaza che continua a tenere una linea ambigua nei confronti di Teheran. D’altronde, difficilmente avrebbe potuto verificarsi il contrario. Dall’inizio del suo mandato presidenziale, Biden si è contraddistinto per un appeasement verso l’Iran. Un appeasement che ha indebolito la capacità di deterrenza degli Usa e che ha indirettamente rafforzato i khomeinisti, oltre ai gruppi da loro supportati (da Hamas a Hezbollah passando per gli Huthi). L’attuale presidente ha sbloccato fondi al regime degli ayatollah e ha riavviato le trattative per rilanciare il controverso accordo sul nucleare iraniano, abrogando la politica della «massima pressione» su Teheran, che era stata attuata da Donald Trump: una politica che andrebbe urgentemente ripristinata. Il problema tuttavia, per Biden, è politico. Se lo facesse, significherebbe riconoscere che il suo predecessore aveva ragione. Un’ammissione che il presidente vuole evitare nel pieno della campagna elettorale per la riconferma. Intanto però l’Iran si fa più baldanzoso. E continua ad alzare il tiro.
Scambio di minacce Zelensky-Putin: «Vi distruggeremo». «Siete finiti»
«Distruggeremo le forze russe». «L’attacco a Belgorod non resterà impunito». Il capodanno in Ucraina e Russia è stato scandito da un forte scambio di minacce tra Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin. I due «nemici» hanno approfittato del tradizionale discorso di fine/inizio anno per recapitare un messaggio, l’uno all’altro. Il presidente ucraino ha promesso alla Russia un 2024 di devastazione: «L’anno prossimo il nemico subirà le devastazioni da parte della nostra produzione nazionale», affermando inoltre che l’arsenale a disposizione dell’esercito potrà presto contare su un milione di droni. La risposta dello zar, ovviamente, non è stata da meno: «Nessun altro esercito al mondo possiede armi come quelle di cui dispongono le Forze armate russe. L’Ucraina sta finendo le attrezzature militari e noi aumenteremo la nostra produzione», ha detto nel suo discorso tenuto durante una visita all’ospedale militare Vishnevskij. «L’Occidente», ha continuato Putin, «sta cominciando a realizzare che la Russia non può essere distrutta». Il presidente russo si è poi prodotto in una specie di apertura per una risoluzione pacifica del conflitto, dicendo: «La Russia vuole porre fine alla guerra e il più rapidamente possibile, ma solo alle nostre condizioni», specificando che «il nemico non è l’Ucraina in quanto tale, ma, l’avversario della Russia sono i Paesi occidentali».
Tornando invece sull’attacco ucraino che lo scorso sabato 30 dicembre ha colpito Belgorod, città russa al confine Sud-orientale tra i due Paesi, con un bilancio aggiornato a 25 civili uccisi, tra cui 5 bambini, il presidente della federazione russa ha detto: «È stato un atto terroristico, un’arma indiscriminata con attacchi mirati sulla popolazione civile. Non resterà impunito. Non ricorreremo a bombardamenti sull’area, ma prenderemo di mira i centri decisionali e i siti militari».
Il primo giorno del nuovo anno, però, non è stato caratterizzato soltanto dalle parole dei due leader. I fatti raccontano di altri combattimenti e di un attacco notturno da parte dell’esercito russo concentrato nelle regioni di Dnipro, Mykolaiv e Leopoli, dove i detriti di un drone russo abbattuto dalla contraerea ucraina sono finiti sul tetto di un museo, provocando un incendio che fortunatamente non ha causato nessuna vittima. A Odessa, un raid condotto con i droni ha causato un incendio a un terminal del porto uccidendo una persona e ferendone molte altre. Anche Donetsk ha vissuto una notte di Capodanno sotto le bombe. Qui, però, secondo quanto riferito su Telegram dal capo dell’autoproclamata Repubblica di Donetsk, Denis Pushilin, ad attaccare sono state le forze armate ucraine, provocando 4 morti. Il comando centrale di Kiev ha immediatamente respinto ogni accusa, dicendo che che la responsabilità del bombardamento sull’area è da attribuire a Mosca. L’aeronautica militare ucraina ha comunicato inoltre che nella notte di San Silvestro si è registrato un «record di droni russi», accusando l’esercito russo di aver lanciato 8 missili e 90 velivoli senza pilota, di cui 87 intercettati e abbattuti, su diverse zone del Paese.
E sempre a proposito di discorsi di inizio anno, ha destato molta preoccupazione e fatto drizzare le antenne a molte cancellerie occidentali, quanto detto da Xi Jinping al popolo cinese. Il leader di Pechino, non solo ha ribadito la forte alleanza e amicizia con Putin - «Sotto la nostra guida congiunta la reciproca fiducia politica si è approfondita» - ma ha anche lanciato un messaggio forte e chiaro riguardo a Taiwan: «La Cina sarà sicuramente riunificata. Tutti i cinesi su entrambe le sponde dello Stretto di Taiwan dovrebbero essere legati da un obiettivo comune e condividere la gloria del rinnovamento della Nazione cinese». Parole che lasciano intendere che il pericolo di un’invasione dell’isola da parte dell’esercito cinese è quantomeno reale e concreto, pericolo che a Taipei vorrebbero prevenire con la richiesta di adesione alla Corte penale internazionale dell’Aia, in modo da far desistere Xi da cattive intenzioni.
Continua a leggereRiduci
Dopo l’ennesimo attacco degli Houthi alle imbarcazioni occidentali nel Mar Rosso, per la prima volta degli elicotteri americani sono intervenuti uccidendo i miliziani: legittima difesa. Joe Biden però continua a tenere una linea politica ambigua nei confronti di Teheran.Scambio di minacce Zelensky-Putin. Il presidente ucraino: per Mosca un 2024 di devastazione. Pechino contro Taiwan.Lo speciale contiene due articoli.Mentre la tensione cresce in Medio Oriente, l’amministrazione Biden resta irretita dalla sua controversa politica iraniana. Domenica, elicotteri statunitensi hanno affondato tre imbarcazioni appartenenti ai ribelli yemeniti Huthi, storicamente spalleggiati da Teheran, uccidendone una decina. In particolare, le forze aeree di Washington sono partite dalla portaerei Eisenhower per intervenire a seguito di una richiesta di aiuto da parte della nave mercantile Maersk Hangzhou, che aveva subito un tentativo di assalto dei miliziani filoiraniani. Questi ultimi hanno sparato contro gli elicotteri, inducendoli a reagire. «Gli elicotteri della Marina americana hanno risposto al fuoco per legittima difesa», ha affermato Centcom. Secondo l’Associated Press, è la prima volta che truppe statunitensi uccidono degli Huthi da quando questi ultimi hanno iniziato i loro attacchi alle navi nel Mar Rosso. Ed è qui che è emerso il dilemma per Joe Biden. Da una parte, il presidente americano vuole scongiurare un allargamento del conflitto nella regione mediorientale. È in questo senso che vanno lette le parole pronunciate dal portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale Usa, John Kirby. «Non cerchiamo un allargamento del conflitto nella regione e non cerchiamo un conflitto con gli Huthi. Il miglior risultato qui sarebbe che gli Houthi fermassero questi attacchi, come abbiamo chiarito più e più volte», ha detto. Tuttavia, dall’altra parte il New York Times ha rivelato che il Pentagono starebbe effettuando pressioni su Biden per convincerlo a condurre dei bombardamenti contro gli Huthi direttamente sul territorio yemenita. Un’opzione che tuttavia il presidente sarebbe restio a intraprendere. Si tratta di una posizione assai meno risoluta di quella assunta da Londra, che non ha escluso attacchi diretti contro i ribelli filoiraniani. «Siamo disposti ad agire direttamente e non esiteremo a intraprendere ulteriori azioni per scoraggiare le minacce alla libertà di navigazione nel Mar Rosso», ha dichiarato il ministro della Difesa britannico, Grant Shapps. «Gli Huthi non dovrebbero equivocare: ci impegniamo a chiedere conto agli attori malevoli responsabili di sequestri e attacchi illegali», ha proseguito. Domenica, il ministro degli Esteri britannico, David Cameron, durante un colloquio con l’omologo iraniano Hossein Amirabdollahian, ha inoltre affermato che «l’Iran condivide la responsabilità di impedire questi attacchi, dato il suo sostegno di lunga data agli Huthi». Nonostante alcuni giorni fa Teheran abbia negato di essere coinvolta negli attacchi del Mar Rosso, c’è da dubitare di questa versione. Il regime khomeinista ha infatti schierato la fregata Iris Alborz nel Mar Rosso stesso, mentre - secondo Al Jazeera - Amirabdollahian si è incontrato ieri con il portavoce degli Houthi, Mohammad Abdulsalam, il quale aveva già avuto un recente faccia a faccia col segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano, Ali Akbar Ahmadian per parlare di «questioni regionali di interesse comune». Tutto questo, senza trascurare che l’altro ieri il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, è tornato a minacciare Israele, in riferimento all’uccisione, avvenuta di recente in Siria, del generale dei pasdaran, Razi Mousavi. «Certamente questo crimine non resterà senza risposta e i criminali sionisti pagheranno per questo», ha tuonato. Non va poi dimenticato che l’Iran è uno storico finanziatore di Hamas. E proprio ieri lo Stato ebraico ha reso noto di aver ucciso Adil Mismah: uno dei comandanti dell’organizzazione, che avevano preso parte al brutale attacco del 7 ottobre. Tutto questo, mentre, secondo indiscrezioni, una delegazione israeliana si sarebbe recata al Cairo per discutere di un eventuale accordo sugli ostaggi con Hamas. Infine, sempre ieri, l’Iran è entrato nel gruppo dei Brics, rafforzando così i propri legami con Russia e Cina. Insomma, mentre la tensione cresce, Biden trasmette a Teheran un’immagine di irresolutezza. Sia chiaro: è giusto e comprensibile che il presidente americano cerchi di scongiurare un allargamento del conflitto. Tuttavia è dall’inizio della crisi di Gaza che continua a tenere una linea ambigua nei confronti di Teheran. D’altronde, difficilmente avrebbe potuto verificarsi il contrario. Dall’inizio del suo mandato presidenziale, Biden si è contraddistinto per un appeasement verso l’Iran. Un appeasement che ha indebolito la capacità di deterrenza degli Usa e che ha indirettamente rafforzato i khomeinisti, oltre ai gruppi da loro supportati (da Hamas a Hezbollah passando per gli Huthi). L’attuale presidente ha sbloccato fondi al regime degli ayatollah e ha riavviato le trattative per rilanciare il controverso accordo sul nucleare iraniano, abrogando la politica della «massima pressione» su Teheran, che era stata attuata da Donald Trump: una politica che andrebbe urgentemente ripristinata. Il problema tuttavia, per Biden, è politico. Se lo facesse, significherebbe riconoscere che il suo predecessore aveva ragione. Un’ammissione che il presidente vuole evitare nel pieno della campagna elettorale per la riconferma. Intanto però l’Iran si fa più baldanzoso. E continua ad alzare il tiro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/usa-affondate-navi-filo-iraniane-2666847872.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="scambio-di-minacce-zelensky-putin-vi-distruggeremo-siete-finiti" data-post-id="2666847872" data-published-at="1704210783" data-use-pagination="False"> Scambio di minacce Zelensky-Putin: «Vi distruggeremo». «Siete finiti» «Distruggeremo le forze russe». «L’attacco a Belgorod non resterà impunito». Il capodanno in Ucraina e Russia è stato scandito da un forte scambio di minacce tra Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin. I due «nemici» hanno approfittato del tradizionale discorso di fine/inizio anno per recapitare un messaggio, l’uno all’altro. Il presidente ucraino ha promesso alla Russia un 2024 di devastazione: «L’anno prossimo il nemico subirà le devastazioni da parte della nostra produzione nazionale», affermando inoltre che l’arsenale a disposizione dell’esercito potrà presto contare su un milione di droni. La risposta dello zar, ovviamente, non è stata da meno: «Nessun altro esercito al mondo possiede armi come quelle di cui dispongono le Forze armate russe. L’Ucraina sta finendo le attrezzature militari e noi aumenteremo la nostra produzione», ha detto nel suo discorso tenuto durante una visita all’ospedale militare Vishnevskij. «L’Occidente», ha continuato Putin, «sta cominciando a realizzare che la Russia non può essere distrutta». Il presidente russo si è poi prodotto in una specie di apertura per una risoluzione pacifica del conflitto, dicendo: «La Russia vuole porre fine alla guerra e il più rapidamente possibile, ma solo alle nostre condizioni», specificando che «il nemico non è l’Ucraina in quanto tale, ma, l’avversario della Russia sono i Paesi occidentali». Tornando invece sull’attacco ucraino che lo scorso sabato 30 dicembre ha colpito Belgorod, città russa al confine Sud-orientale tra i due Paesi, con un bilancio aggiornato a 25 civili uccisi, tra cui 5 bambini, il presidente della federazione russa ha detto: «È stato un atto terroristico, un’arma indiscriminata con attacchi mirati sulla popolazione civile. Non resterà impunito. Non ricorreremo a bombardamenti sull’area, ma prenderemo di mira i centri decisionali e i siti militari». Il primo giorno del nuovo anno, però, non è stato caratterizzato soltanto dalle parole dei due leader. I fatti raccontano di altri combattimenti e di un attacco notturno da parte dell’esercito russo concentrato nelle regioni di Dnipro, Mykolaiv e Leopoli, dove i detriti di un drone russo abbattuto dalla contraerea ucraina sono finiti sul tetto di un museo, provocando un incendio che fortunatamente non ha causato nessuna vittima. A Odessa, un raid condotto con i droni ha causato un incendio a un terminal del porto uccidendo una persona e ferendone molte altre. Anche Donetsk ha vissuto una notte di Capodanno sotto le bombe. Qui, però, secondo quanto riferito su Telegram dal capo dell’autoproclamata Repubblica di Donetsk, Denis Pushilin, ad attaccare sono state le forze armate ucraine, provocando 4 morti. Il comando centrale di Kiev ha immediatamente respinto ogni accusa, dicendo che che la responsabilità del bombardamento sull’area è da attribuire a Mosca. L’aeronautica militare ucraina ha comunicato inoltre che nella notte di San Silvestro si è registrato un «record di droni russi», accusando l’esercito russo di aver lanciato 8 missili e 90 velivoli senza pilota, di cui 87 intercettati e abbattuti, su diverse zone del Paese. E sempre a proposito di discorsi di inizio anno, ha destato molta preoccupazione e fatto drizzare le antenne a molte cancellerie occidentali, quanto detto da Xi Jinping al popolo cinese. Il leader di Pechino, non solo ha ribadito la forte alleanza e amicizia con Putin - «Sotto la nostra guida congiunta la reciproca fiducia politica si è approfondita» - ma ha anche lanciato un messaggio forte e chiaro riguardo a Taiwan: «La Cina sarà sicuramente riunificata. Tutti i cinesi su entrambe le sponde dello Stretto di Taiwan dovrebbero essere legati da un obiettivo comune e condividere la gloria del rinnovamento della Nazione cinese». Parole che lasciano intendere che il pericolo di un’invasione dell’isola da parte dell’esercito cinese è quantomeno reale e concreto, pericolo che a Taipei vorrebbero prevenire con la richiesta di adesione alla Corte penale internazionale dell’Aia, in modo da far desistere Xi da cattive intenzioni.
Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
Continua a leggereRiduci
Smontato il giallo internazionale dietro la clemenza concessa a Nicole Minetti: la procedura è partita dal Colle, non da Mosca o chissà dove. Senza prove di corruzione in Uruguay o di festini fantasma, siamo davanti a una campagna di fango basata su presunte fonti anonime e illazioni, come nel caso di Ranucci che accusa Nordio di essere stato nel ranch di Cipriani. In più viene chiarito un fatto: dopo la sentenza della Consulta del 2006, il potere di concedere la grazia è esclusivamente nelle mani del presidente della Repubblica. Il Ministero della Giustizia ha solo un ruolo istruttorio e di verifica formale.
Ecco #DimmiLaVerità del 30 aprile 2026. Il nostro esperto di politica Usa Stefano Graziosi ci spiega che per Trump i sondaggi interni sono disastrosi.
Silvia Salis (Ansa)
C’è chi sceglie di raggiungere la montagna insieme ai partigiani e chi, invece, preferisce raggiungere il lago, per combattere una guerra disperata sotto le bandiere della Repubblica sociale italiana. Ognuno arriva alla propria conclusione dopo enormi sofferenze. Lo stesso fanno gli Alpini. Chi va da una parte e chi dall’altra.
Portava però la penna nera Nuto Revelli che, dopo l’Armistizio di Cassibile, è tra i fondatori delle formazioni di Giustizia e Libertà, diventando poi un testimone chiave della lotta partigiana. Lo stesso fa Mario Rigoni Stern, tornato miracolosamente vivo dalla campagna di Russia per poi combattere sull’Altipiano di Asiago. E pure Enrico Martini Mauri, una delle 62 medaglie d’oro, e attivo in Piemonte. Scrive di lui l’Anpi: «Di sentimenti monarchici, con la mentalità del militare, Mauri (che, grazie ai rapporti preferenziali instaurati con la missione inglese del maggiore «Temple», riceve lanci regolari di armi, munizioni e vettovagliamento), tende a tenere sotto il suo controllo tutta la zona». È un militare di professione. Sa fare la guerra. Difende la sua terra, anche scontrandosi con i partigiani della Brigata Garibaldi. A Genova, attorno al partigiano cattolico e medaglia d’oro Aldo Gastaldi (morto in uno strano incidente a guerra finita a cui Giampaolo Pansa dedicò il libro Uccidete il comandante bianco) si radunano moltissimi alpini. Sanno muoversi e combattere in montagna, del resto. Sono il corpo più adatto per la guerriglia. Sono valorosi e lo dimostreranno in battaglia.
A distanza di 80 anni le Penne nere stanno per tornare a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. Città che si è liberata da sola, prima ancora che arrivassero gli alleati, anche grazie al contributo di quei combattenti che provenivano dalle truppe alpine che oggi pare disprezzare. L’adunata annuale delle Penne nere è stata anticipata dalle solite polemiche. Le femministe di Non una di meno che vedono negli Alpini l’ultimo baluardo del patriarcato e la candidata di Alleanza verdi e sinistra che chiede che le Penne nere vadano altrove. Ma c’è anche chi, come l’alpino e consigliere comunale a Genova, Sergio Gambino, ha firmato un ordine del giorno per chiedere ufficialmente che, dopo le denigrazioni, la città valorizzasse gli Alpini. Una richiesta semplice in cui si domandava al sindaco Silvia Salis di «ribadire pubblicamente il valore sociale e culturale dell’Adunata, respingendo ogni tentativo di strumentalizzazione ideologica volta a dividere la cittadinanza». Ma soprattutto si chiedeva di «prendere pubblicamente le distanze, manifestando solidarietà agli Alpini, da quanto di grave è stato affermato sulle pagine social di Non una di meno».
La risposta che è arrivata dalla giunta della Salis, però, è stata un secco no. Questa la cronaca politica. Che è cronaca, quindi destinata a passare. A differenza delle 62 medaglie d’oro degli Alpini.
Continua a leggereRiduci