Ursula & C. girano a vuoto. Macron brandisce l’atomica: «Aiutiamo gli Stati colpiti»

Secondo la leggenda, Henry Kissinger domandò: chi devo chiamare per parlare con l’Europa? Quel problema, Oltreoceano, ormai non se lo pongono più: l’America non si è minimamente preoccupata di avvisare l’Ue dell’avvio dell’operazione Epic fury. Usa e Israele, come ha confessato ieri il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, «hanno deciso in autonomia e riservatezza».
L’Italia è stata avvertita solo a missione iniziata. L’Inghilterra pure. La Francia, per bocca del suo capo della diplomazia, Jean-Noël Barrot, ha lamentato di essere stata tenuta all’oscuro fino a quando i bombardamenti non erano già cominciati. Germania e Polonia avevano riferito di una notifica preliminare da Washington, ma Tajani sostiene che abbiano subìto lo stesso trattamento di Roma. Anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, nella sua audizione in Senato, ha ribadito che nessuno Stato membro dell’Ue «ha ricevuto alcuna informazione» in anticipo. E infine, al Tg5, pure Giorgia Meloni ne ha rimarcato la deliberata esclusione.
Di sicuro, la Casa Bianca non ha chiesto il permesso di attaccare a Ursula von der Leyen, che anche ieri ha preparato un menù a base di aria fritta: «Lavorare per la de-escalation», «L’unica soluzione duratura è diplomatica», «C’è una nuova speranza per il popolo iraniano oppresso», «Uniti con Cipro». Nell’isola che ospita la base britannica bersagliata dai pasdaran, però, è stata la Grecia, non l’Unione europea, a inviare due fregate, dispiegando intanto i suoi F-16. La presidente della Commissione ha convocato una riunione straordinaria del Collegio di sicurezza, ma si è beccata una lavata di capo per le conversazioni intrattenute con i leader dei Paesi del Golfo. «Sulla base di quali informazioni, quali servizi diplomatici, quali competenze e quale mandato fa queste telefonate?», l’ha rimbrottata la numero uno dello Scudo democratico europeo, Natalie Loiseau, transalpina e macroniana.
Proprio da Parigi è partita la prima iniziativa geopolitica del Vecchio continente. Sempre sotto le insegne nazionali e al di fuori dei vessilli Ue. Già domenica, il governo aveva dirottato dal Baltico al Mediterraneo la portaerei a propulsione nucleare Charles de Gaulle. Ieri, Barrot ha lasciato intendere quale potrebbe essere la ragione: la Francia è «pronta a partecipare» alla difesa degli Stati «deliberatamente presi di mira dai missili e dai droni delle Guardie rivoluzionarie e trascinati in una guerra che non hanno scelto». L’idea è, se non di ritagliarsi un ruolo da coprotagonisti nel conflitto, almeno di comparire sul palcoscenico. Magari, in qualità di contraltare degli Usa di Donald Trump: si fossero degnati di interpellare l’Onu, li ha rimproverati il ministro di Emmanuel Macron, la loro guerra «avrebbe avuto la legittimità internazionale che non ha».
Per monsieur le président, questa è la ghiotta occasione di rilanciare le ambizioni egemoniche sul continente. Tant’è che ieri è corso alla base di Crozon e ha comunicato l’intenzione di incrementare l’arsenale atomico francese - ma con «un approccio progressista»: fiori dentro le testate? Non verrà più comunicato il numero di ordigni disponibili, allo scopo di alimentare l’«ambiguità strategica» e di passare a una «deterrenza avanzata». «Uno solo dei nostri sottomarini», si è vantato Macron, parlando di fronte al sommergibile Le Temeraire, «contiene nel suo seno la potenza equivalente a tutte le bombe esplose della seconda guerra mondiale». «Per essere liberi», ha ammonito l’inquilino dell’Eliseo, «bisogna essere temuti». Pareva di sentire Eleanor Roosevelt…
In una fase di deterioramento dei rapporti bilaterali, la performance muscolare è servita a ricambiare lo smacco subito dalla Germania - che sta approfondendo le relazioni con l’Italia della Meloni - dopo il fallimento del progetto congiunto per il caccia di sesta generazione, nonché le ramanzine tedesche per la scarsa capacità d’investimento nella Difesa dei francesi, limitati da conti pubblici disastrosi. Berlino può permettersi di spendere cifre astronomiche, ma prima che ristrutturi le sue forze armate ci vorranno anni. Parigi, invece, ha ereditato una buona capacità di proiezione bellica sulle lunghe distanze, che ora briga per esibire. Ai vicini, Macron ha comunque lasciato ampi spiragli: i volenterosi, Uk compreso, lavoreranno a programmi per lo sviluppo di missili a lunghissimo raggio. E, come ha annunciato Friedrich Merz, Germania e Francia istituiranno un direttivo nucleare per coordinare la deterrenza e condurre esercitazioni comuni. Senza gli italiani.
I tedeschi hanno smentito le voci di un coinvolgimento diretto nei combattimenti. Ma distinguendosi dal collega transalpino, che è ai ferri corti con Trump, il cancelliere ha confermato che da oggi sarà in visita alla Casa Bianca. Il viaggio era stato pianificato da tempo e in agenda, oltre al Medio Oriente, ci saranno l’Ucraina e la spinosa questione dei dazi. A proposito della quale non si può dimenticare l’esortazione della Meloni: l’Europa parli con una sola voce. Sarà quella di Merz? Quest’ultimo, a differenza di Barrot, ha evitato critiche a Usa e Israele in merito alla dubbia legittimità del loro intervento in Iran, dichiarando esplicitamente che attribuirgli una classificazione «nell’ambito del diritto internazionale avrà un effetto relativamente scarso». Merz ha precisato che non vuole «dare lezioni» a The Donald e ha riconosciuto che gli sforzi per risolvere i dissapori sul nucleare con gli ayatollah, restando tuttavia nel quadro del diritto internazionale, si sono rivelati infruttuosi.
L’Ue, esclusa dalla plancia del risiko, invece insiste. E indossa l’alta uniforme per invocare «il pieno rispetto del diritto internazionale». Rigore è quando arbitro fischia, diceva Vujadin Boskov. È un bel problema se i giocatori ti scambiano per un raccattapalle.






