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2025-03-15
Ursula nuoce gravemente al vino mettendo i dazi sul bourbon yankee
IIl presidente della Repubblica Sandro Pertini, in un frangente come questo, avrebbe detto: «A brigante, brigante e mezzo». È la risposta che Donald Trump ha dato a Ursula von der Leyen. A sentire i nostri vignaioli, non tutti per la verità perché quelli che hanno blasone e vendono nella fascia altissima di mercato non fanno una piega così come i migliori produttori di Champagne snobbano le intemerate di Emmanuel Macron, c’è in atto una catastrofe provocata dall’inquilino della Casa Bianca che ce l’ha con l’Europa e minaccia dazi del 200% sui vini e spumanti.
È il caso di ricordare che con il vino, semmai, ce l’ha proprio l’Ue e la baronessa Ursula von der Leyen che voleva tagliare i sostegni all’export e i contributi perché, secondo i suoi funzionari, il vino fa male. Stiamo ai fatti evitando le ipocrisie. A menare le mani sugli alcolici è stata per prima l’Europa. Ha messo dazi aggressivi del 50% sul whisky a stelle e strisce: il bourbon. Pur molto cresciute, le esportazioni in Europa di distillato americano di malto valgono 630 milioni di euro. Il prezzo medio di una bottiglia è di 34 euro, i più cari arrivano a 60. Gli Usa importano dall’Europa vino per 4,9 miliardi di euro: il prezzo medio dei 150 vini italiani più comprati in America a scaffale è di 148 dollari, poco meno di 136 euro. Domanda: chi si fa più male nella guerra dei dazi sugli alcolici? In Italia, obbedendo al chiagne e fotte, si alzano alti lai e le stime sono quasi folli: si dice che perderemo un miliardo di fatturato. Basta ricordarsi che, in forza del massiccio aumento di acquisti che si è avuto a fine 2024 - certificato come dato anomalo dall’Unione italiana vini che oggi piange e che a Natale batteva le mani al più 10% - proprio perché gli importatori temevano i dazi, siamo arrivati a spedire oltreoceano vino per 1,9 miliardi. Ci sta che si dimezzi. Gli americani sono il nostro primo mercato, bevono molto Prosecco che deve stare sotto i 12 dollari altrimenti i Cava spagnoli, gli spumanti cileni e pure i Cremant francesi, lo fanno secco, ma sono anche i più forti consumatori di bottiglie premium.
I prosecchisti, gli stessi che spingono per i vini dealcolati visto che Ursula von der Leyen ha dichiarato guerra agli alcolici in Europa, temono i dazi. Jeremy Hart, chief strategy officer e co-fondatore di Somm.ai e che ha sotto mano le tendenze di consumo del vino italiano negli Usa, dice però che i 150 vini italiani più venduti in America stanno in queste fasce di prezzo: 58 sono sopra i 100 dollari, 92 sotto o vicino a quella cifra. Domanda: è possibile che sopra i cento dollari la domanda sia anelastica, cioè indifferente al prezzo? E che negli Usa vada molto il vino «caro» lo dimostra la classifica per Regioni. Se in testa c’è il Veneto col 36% dell’export anche in forza del Prosecco, le due Regioni che vendono di più sono Piemonte (16%) e Toscana (15%) che sono quelle con i prezzi medi del vino più alti.
Sandro Bottega, leader del Prosecco (e dei distillati), dice: «Ho fiducia che gli americani sopporteranno ugualmente molti degli aumenti di prezzo data l’unicità della produzione italiana. Bisogna agire di diplomazia e su più fronti con grandi conoscenze di scienze economiche, di dialogo e di comunicazione. Se invece», sottolinea Bottega, «la Ue vorrà controbattere con altri dazi, si innescheranno reazioni a catena che danneggiano i consumatori europei e americani». In queste ore Coldiretti si lamenta con Ettore Prandini: «È a rischio l’export italiano che, in 20 anni, è quasi triplicato e ora è pari a 1,94 miliardi. Bisogna fermare i dazi». Luigi Scordamaglia, ad di Filiera Italia, aggiunge: «Credo che ci voglia buon senso da entrambe le parti. La minaccia di Trump è legata alla conferma dell’Europa del dazio del 50% sul whisky americano. La Commissione Ue dovrebbe dimostrare buona volontà mantenendo la moratoria su questo dazio». Luca Rigotti, settore vino di Confcooperative - le cantine sociali vendono a prezzo medio più basso - invita «a scongiurare lo scontro sul vino». Per l’Unione italiana vini, presieduta da Lamberto Frescobaldi, «Con i dazi al 200%, a cui non vogliamo credere, l’Ue perderebbe circa 4,9 miliardi di euro di export, il totale dell’export in Usa. L’Italia perderebbe 470 milioni diretti e un miliardo di danno indiretto: l’80% del nostro vino sarebbe coinvolto».
Ci sono due dati da tenere in conto: il consumo di vino negli Usa è crollato del 4,4% a prescindere dai dazi e Donald Trump - nel suo best seller The art of the deal spiega la strategia commerciale: sparare in alto e poi trattare - ha risposto all’attacco di Ursula von der Leyen, La quale non ha simpatia per il vino. Ha detto sì alle etichette allarmistiche in Irlanda, vara il BeCa - documento anti-cancro - in cui si colpisce il consumo di vino imponendo accise fortissime, vietando la pubblicità, mettendo barriere al commercio e diffondendo allarmi sanitari. Così il consumo di vino in Europa è già crollato a 19,8 litri a testa e scende ancora. La Commissione Ue, sapendo che ci sarebbero state ritorsioni, ha scelto di sparare sul whisky Usa piuttosto che sulle auto. Non si poteva dare un dispiacere ai tedeschi, concittadini di Ursula von der Leyen.
Ora pure Tesla teme delle ritorsioni
Ora i dazi di Donald Trump mettono paura anche al fidato Elon Musk. Può sembrare un paradosso che la strategia politica del presidente Usa vada a colpire gli interessi del suo più stretto collaboratore. Eppure i dazi che proprio Musk ha condiviso, potrebbero andare a colpire anche la sua Tesla, nel caso in cui si dovessero scatenare delle vere e proprie ritorsioni.I Paesi colpiti dalle maggiori imposte doganali americane potrebbero rispondere alla misura applicando, a loro volta, dei rincari sui prodotti provenienti dagli Stati Uniti. Secondo quanto riportato da Reuters, Tesla avrebbe inviato una lettera allo U.S. Trade representative’s office, al rappresentante al commercio americano, nella quale esprime preoccupazione per il rischio di ritorsioni da parte dei Paesi colpiti dalle tariffe dell’amministrazione Trump. La lettera, non firmata ma scritta su carta intestata, sottolinea la necessità di evitare che le decisioni di Washington sulle questioni commerciali danneggino inavvertitamente le aziende statunitensi. Si dice anche che Tesla è «vulnerabile a potenziali ritorsioni in seguito all’intensificarsi dello scontro commerciale». Poi si ricorda che, in passato, ci sono state «reazioni immediate da parte dei Paesi presi di mira», anche con un «aumento dei dazi sui veicoli elettrici importati».Tesla sottolinea anche che, nonostante gli sforzi per circoscrivere la catena di produzione negli Usa, alcuni materiali e componenti restano introvabili o difficilmente reperibili sul territorio americano, specialmente per quanto riguarda le batterie al litio. Quindi, qualora i Paesi fornitori di queste tecnologie e materie prime essenziali per le auto elettriche dovessero limitare le loro esportazioni negli Usa, i costruttori americani ne sarebbero danneggiati.Le prime reazioni già sono arrivate dal Canada. Il ministro dell’energia della Columbia Britannica, Adrian Dix, ha dichiarato che i veicoli Tesla non dovrebbero ricevere sovvenzioni pubbliche. La provincia sta valutando di rimuovere Tesla dal programma di incentivi per l’acquisto delle elettriche.La casa automobilistica da tempo non viaggia in buone acque: dalla vittoria di Trump a metà dicembre, le azioni avevano raddoppiato il valore. Poi gli scontri commerciali hanno fatto di Tesla il bersaglio principale delle ritorsioni da parte dei Paesi danneggiati dalla politica di Washington. Così, da inizio anno, il titolo ha perso più del 40%. A febbraio le vendite in Germania sono diminuite del 76%, in Svezia del 42%; in Francia, nei primi due mesi del 2025, del 45%. In Cina a febbraio il crollo è stato del 49%. Va ricordato che Tesla genera all’estero oltre la metà dei suoi 97 miliardi di ricavi (anzitutto in Cina).L’Italia continua la strada della diplomazia. Il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, nell’incontro bilaterale con il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, «ha sottolineato l’importanza della solida e duratura partnership tra Stati Uniti e Italia». Il dipartimento di Stato ha reso noto che i due «hanno ribadito il loro impegno comune ad affrontare una serie di sfide globali, tra cui l’equilibrio delle relazioni commerciali» e hanno discusso della «necessità di aumentare la condivisione degli oneri tra tutti gli alleati della Nato e porre fine alla guerra tra Russia e Ucraina».Intanto si calcolano i danni delle tariffe sul Made in Italy. Nell’alimentare e in particolare per i prodotti caseari, il Consorzio di tutela del pecorino romano ha stimato che questo formaggio perderebbe 40 milioni di euro di fatturato se rientrasse nella «lista nera» dei dazi. Ancma, l’Associazione del ciclo e motociclo, teme «un’escalation nel settore». In Italia le due ruote valgono 10 miliardi di fatturato.Un’analisi Istat dice che «nel 2024, oltre il 48% del valore dell’export italiano è stato indirizzato al di fuori dell’Ue, una quota superiore a quelle tedesca, francese e spagnola. Gli Usa hanno assorbito circa il 10% delle vendite all’estero dell’Italia e più di un quinto di quelle di prodotti italiani destinati ai mercati extra europei». Quindi, «l’applicazione dei dazi potrebbe avere effetti rilevanti sul nostro Paese».
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Washington pronta a stangare le bottiglie del Vecchio continente del 200% in riposta alla tariffa Ue sul whisky americano che nessuno beve. Dopo le etichette sul rischio cancro, Von der Leyen penalizza ancora il settore.La casa automobilistica scrive all’amministrazione Trump: «Lo scontro commerciale ci trova vulnerabili». Vertice Tajani-Rubio: «Dialoghiamo». Allarmi da Istat e Ancma.Lo speciale contiene due articoli.IIl presidente della Repubblica Sandro Pertini, in un frangente come questo, avrebbe detto: «A brigante, brigante e mezzo». È la risposta che Donald Trump ha dato a Ursula von der Leyen. A sentire i nostri vignaioli, non tutti per la verità perché quelli che hanno blasone e vendono nella fascia altissima di mercato non fanno una piega così come i migliori produttori di Champagne snobbano le intemerate di Emmanuel Macron, c’è in atto una catastrofe provocata dall’inquilino della Casa Bianca che ce l’ha con l’Europa e minaccia dazi del 200% sui vini e spumanti.È il caso di ricordare che con il vino, semmai, ce l’ha proprio l’Ue e la baronessa Ursula von der Leyen che voleva tagliare i sostegni all’export e i contributi perché, secondo i suoi funzionari, il vino fa male. Stiamo ai fatti evitando le ipocrisie. A menare le mani sugli alcolici è stata per prima l’Europa. Ha messo dazi aggressivi del 50% sul whisky a stelle e strisce: il bourbon. Pur molto cresciute, le esportazioni in Europa di distillato americano di malto valgono 630 milioni di euro. Il prezzo medio di una bottiglia è di 34 euro, i più cari arrivano a 60. Gli Usa importano dall’Europa vino per 4,9 miliardi di euro: il prezzo medio dei 150 vini italiani più comprati in America a scaffale è di 148 dollari, poco meno di 136 euro. Domanda: chi si fa più male nella guerra dei dazi sugli alcolici? In Italia, obbedendo al chiagne e fotte, si alzano alti lai e le stime sono quasi folli: si dice che perderemo un miliardo di fatturato. Basta ricordarsi che, in forza del massiccio aumento di acquisti che si è avuto a fine 2024 - certificato come dato anomalo dall’Unione italiana vini che oggi piange e che a Natale batteva le mani al più 10% - proprio perché gli importatori temevano i dazi, siamo arrivati a spedire oltreoceano vino per 1,9 miliardi. Ci sta che si dimezzi. Gli americani sono il nostro primo mercato, bevono molto Prosecco che deve stare sotto i 12 dollari altrimenti i Cava spagnoli, gli spumanti cileni e pure i Cremant francesi, lo fanno secco, ma sono anche i più forti consumatori di bottiglie premium.I prosecchisti, gli stessi che spingono per i vini dealcolati visto che Ursula von der Leyen ha dichiarato guerra agli alcolici in Europa, temono i dazi. Jeremy Hart, chief strategy officer e co-fondatore di Somm.ai e che ha sotto mano le tendenze di consumo del vino italiano negli Usa, dice però che i 150 vini italiani più venduti in America stanno in queste fasce di prezzo: 58 sono sopra i 100 dollari, 92 sotto o vicino a quella cifra. Domanda: è possibile che sopra i cento dollari la domanda sia anelastica, cioè indifferente al prezzo? E che negli Usa vada molto il vino «caro» lo dimostra la classifica per Regioni. Se in testa c’è il Veneto col 36% dell’export anche in forza del Prosecco, le due Regioni che vendono di più sono Piemonte (16%) e Toscana (15%) che sono quelle con i prezzi medi del vino più alti.Sandro Bottega, leader del Prosecco (e dei distillati), dice: «Ho fiducia che gli americani sopporteranno ugualmente molti degli aumenti di prezzo data l’unicità della produzione italiana. Bisogna agire di diplomazia e su più fronti con grandi conoscenze di scienze economiche, di dialogo e di comunicazione. Se invece», sottolinea Bottega, «la Ue vorrà controbattere con altri dazi, si innescheranno reazioni a catena che danneggiano i consumatori europei e americani». In queste ore Coldiretti si lamenta con Ettore Prandini: «È a rischio l’export italiano che, in 20 anni, è quasi triplicato e ora è pari a 1,94 miliardi. Bisogna fermare i dazi». Luigi Scordamaglia, ad di Filiera Italia, aggiunge: «Credo che ci voglia buon senso da entrambe le parti. La minaccia di Trump è legata alla conferma dell’Europa del dazio del 50% sul whisky americano. La Commissione Ue dovrebbe dimostrare buona volontà mantenendo la moratoria su questo dazio». Luca Rigotti, settore vino di Confcooperative - le cantine sociali vendono a prezzo medio più basso - invita «a scongiurare lo scontro sul vino». Per l’Unione italiana vini, presieduta da Lamberto Frescobaldi, «Con i dazi al 200%, a cui non vogliamo credere, l’Ue perderebbe circa 4,9 miliardi di euro di export, il totale dell’export in Usa. L’Italia perderebbe 470 milioni diretti e un miliardo di danno indiretto: l’80% del nostro vino sarebbe coinvolto».Ci sono due dati da tenere in conto: il consumo di vino negli Usa è crollato del 4,4% a prescindere dai dazi e Donald Trump - nel suo best seller The art of the deal spiega la strategia commerciale: sparare in alto e poi trattare - ha risposto all’attacco di Ursula von der Leyen, La quale non ha simpatia per il vino. Ha detto sì alle etichette allarmistiche in Irlanda, vara il BeCa - documento anti-cancro - in cui si colpisce il consumo di vino imponendo accise fortissime, vietando la pubblicità, mettendo barriere al commercio e diffondendo allarmi sanitari. Così il consumo di vino in Europa è già crollato a 19,8 litri a testa e scende ancora. La Commissione Ue, sapendo che ci sarebbero state ritorsioni, ha scelto di sparare sul whisky Usa piuttosto che sulle auto. Non si poteva dare un dispiacere ai tedeschi, concittadini di Ursula von der Leyen. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ursula-nuoce-gravemente-al-vino-2671335691.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ora-pure-tesla-teme-delle-ritorsioni" data-post-id="2671335691" data-published-at="1742046280" data-use-pagination="False"> Ora pure Tesla teme delle ritorsioni Ora i dazi di Donald Trump mettono paura anche al fidato Elon Musk. Può sembrare un paradosso che la strategia politica del presidente Usa vada a colpire gli interessi del suo più stretto collaboratore. Eppure i dazi che proprio Musk ha condiviso, potrebbero andare a colpire anche la sua Tesla, nel caso in cui si dovessero scatenare delle vere e proprie ritorsioni.I Paesi colpiti dalle maggiori imposte doganali americane potrebbero rispondere alla misura applicando, a loro volta, dei rincari sui prodotti provenienti dagli Stati Uniti. Secondo quanto riportato da Reuters, Tesla avrebbe inviato una lettera allo U.S. Trade representative’s office, al rappresentante al commercio americano, nella quale esprime preoccupazione per il rischio di ritorsioni da parte dei Paesi colpiti dalle tariffe dell’amministrazione Trump. La lettera, non firmata ma scritta su carta intestata, sottolinea la necessità di evitare che le decisioni di Washington sulle questioni commerciali danneggino inavvertitamente le aziende statunitensi. Si dice anche che Tesla è «vulnerabile a potenziali ritorsioni in seguito all’intensificarsi dello scontro commerciale». Poi si ricorda che, in passato, ci sono state «reazioni immediate da parte dei Paesi presi di mira», anche con un «aumento dei dazi sui veicoli elettrici importati».Tesla sottolinea anche che, nonostante gli sforzi per circoscrivere la catena di produzione negli Usa, alcuni materiali e componenti restano introvabili o difficilmente reperibili sul territorio americano, specialmente per quanto riguarda le batterie al litio. Quindi, qualora i Paesi fornitori di queste tecnologie e materie prime essenziali per le auto elettriche dovessero limitare le loro esportazioni negli Usa, i costruttori americani ne sarebbero danneggiati.Le prime reazioni già sono arrivate dal Canada. Il ministro dell’energia della Columbia Britannica, Adrian Dix, ha dichiarato che i veicoli Tesla non dovrebbero ricevere sovvenzioni pubbliche. La provincia sta valutando di rimuovere Tesla dal programma di incentivi per l’acquisto delle elettriche.La casa automobilistica da tempo non viaggia in buone acque: dalla vittoria di Trump a metà dicembre, le azioni avevano raddoppiato il valore. Poi gli scontri commerciali hanno fatto di Tesla il bersaglio principale delle ritorsioni da parte dei Paesi danneggiati dalla politica di Washington. Così, da inizio anno, il titolo ha perso più del 40%. A febbraio le vendite in Germania sono diminuite del 76%, in Svezia del 42%; in Francia, nei primi due mesi del 2025, del 45%. In Cina a febbraio il crollo è stato del 49%. Va ricordato che Tesla genera all’estero oltre la metà dei suoi 97 miliardi di ricavi (anzitutto in Cina).L’Italia continua la strada della diplomazia. Il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, nell’incontro bilaterale con il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, «ha sottolineato l’importanza della solida e duratura partnership tra Stati Uniti e Italia». Il dipartimento di Stato ha reso noto che i due «hanno ribadito il loro impegno comune ad affrontare una serie di sfide globali, tra cui l’equilibrio delle relazioni commerciali» e hanno discusso della «necessità di aumentare la condivisione degli oneri tra tutti gli alleati della Nato e porre fine alla guerra tra Russia e Ucraina».Intanto si calcolano i danni delle tariffe sul Made in Italy. Nell’alimentare e in particolare per i prodotti caseari, il Consorzio di tutela del pecorino romano ha stimato che questo formaggio perderebbe 40 milioni di euro di fatturato se rientrasse nella «lista nera» dei dazi. Ancma, l’Associazione del ciclo e motociclo, teme «un’escalation nel settore». In Italia le due ruote valgono 10 miliardi di fatturato.Un’analisi Istat dice che «nel 2024, oltre il 48% del valore dell’export italiano è stato indirizzato al di fuori dell’Ue, una quota superiore a quelle tedesca, francese e spagnola. Gli Usa hanno assorbito circa il 10% delle vendite all’estero dell’Italia e più di un quinto di quelle di prodotti italiani destinati ai mercati extra europei». Quindi, «l’applicazione dei dazi potrebbe avere effetti rilevanti sul nostro Paese».
Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni (Ansa)
Paletti che possono essere riassunti così: questi soldi (comunque debito, ricordiamolo) potranno essere spesi per investimenti in energie rinnovabili, ma non per interventi di «pronto soccorso», come ad esempio il taglio delle accise, che scade dopodomani, 6 giugno. Non è escluso tuttavia che il governo possa dare vita a qualche operazione di «maquillage» contabile, in modo da impegnare i fondi ricavati da questa nuova flessibilità in progetti già finanziati, e liberare così risorse per le esigenze immediate degli italiani.
È questa la strada che probabilmente verrà percorsa, come del resto si può intuire dalle parole di Giorgia Meloni: «La Commissione europea», commenta il presidente del Consiglio in un video diffuso ieri sera, «ha accolto la richiesta italiana di avere maggiore flessibilità di bilancio per affrontare la crisi energetica. Questo ci consentirà di spendere 14 miliardi di euro nei prossimi tre anni per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia che colpisce chiaramente le famiglie vulnerabili, le imprese energivore, che colpisce gli italiani. Nei giorni scorsi avevo scritto alla presidente Von der Leyen per affrontare la questione», aggiunge la Meloni, «e ribadire come in questa fase fosse prioritario consentire maggiore deficit non solo per le spese in sicurezza e difesa ma anche per gli interventi sul caro energia. È quindi un risultato estremamente importante, che in molti consideravano impossibile ma che abbiamo costruito con determinazione e pazienza che conferma la capacità dell’Italia di far valere i propri interessi e di proporre soluzioni efficaci e di buon senso all’intera Europa».
La novità è compresa nel pacchetto-primavera del Semestre europeo, presentato ieri. «Proponiamo una flessibilità fiscale limitata per affrontare le sfide della crisi energetica», spiega il commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, «che consiste nell’estendere l’ambito di applicazione della Clausola nazionale di salvaguardia per la difesa, includendo anche misure che accelerino la transizione e l’uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili. Nello specifico, proponiamo la possibilità di usare fino allo 0,3% del Pil all’anno nel 2026, 2027 e 2028 per misure che rafforzino la resilienza strutturale del sistema energetico con un limite cumulato pari allo 0,6% del Pil nell'arco dei 3 anni». Questi soldi potranno essere utilizzati per «misure volte a ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili, come per esempio grandi progetti di investimento nelle reti elettriche, nel migliorare l’utilizzo delle rinnovabili, ma anche per sussidi per le famiglie e per le imprese, come ad esempio l’acquisto di veicoli elettrici o di sistemi di riscaldamento a migliore efficienza energetica, impianti solari, batterie per conservare l’energia elettrica». Quindi, niente taglio delle accise? «No. Questa flessibilità fiscale aggiuntiva», sottolinea ancora Dombrovskis, «che uno Stato può decidere se usare o meno, non copre le misure di sostegno che sovvenzionano l’uso di combustibili fossili, come ad esempio le riduzioni mirate delle accise. Stiamo affrontando uno shock dell’offerta, e non si può affrontare uno choc dell’offerta stimolando la domanda, perché se molti paesi lo facessero, ciò non farebbe altro che sostenere prezzi dell’energia più elevati per petrolio e gas, e di conseguenza, gli Stati membri spenderebbero molti soldi per un vantaggio limitato. La flessibilità sarà disponibile per le misure intraprese a partire da febbraio 2026».
«Sono soddisfatto», commenta il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, «perché la Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato. Nel momento in cui verranno precisati i limiti di utilizzo il Mef si riserva di fare le proposte più mirate a tutela di imprese e famiglie. Naturalmente la valutazione deve essere fatta complessivamente e dovrà tener conto anche delle ultime stime fornite dalla Commissione e degli elementi contenuti nelle raccomandazioni della Commissione che testimoniano lo sforzo e la serietà della finanza pubblica italiana».
Ma c’è un altro capitolo: la stangata sugli immobili. «I valori catastali in Italia», sottolinea la Commissione europea nelle raccomandazioni per il nostro Paese, «non sono ancora stati sistematicamente avvicinati ai valori di mercato». Bruxelles evidenzia che le abitazioni principali sono esentate dalla tassazione «per quasi tutte le classi di proprietà», il che porta a «basse entrate derivanti dagli immobili a livello locale anche nelle città che affrontano problemi di accessibilità abitativa». Non solo: la Commissione evidenzia pure che «in circa un decimo delle province italiane i costi degli affitti rappresentano più di un terzo dei salari medi e la quota di edilizia sociale è bassa con un patrimonio abitativo pubblico limitato e liste d'attesa molto lunghe». Riflettori accesi anche «sull’elevata quota di abitazioni non occupate e la forte presenza di affitti a breve termine». Caustico il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa: «Sempre peggio. Le raccomandazioni all’Italia diffuse oggi dalla Commissione europea», scrive Spaziani Testa su X, «sembrano scritte da Ilaria Salis. Stavolta, nelle sue raccomandazioni all’Italia, non si è limitata a suggerire al nostro governo, a due settimane dal termine per il pagamento della patrimoniale sugli immobili da 22-23 miliardi di euro l’anno, di aumentare ulteriormente le tasse sulla casa. Ha fatto di più: ha messo esplicitamente in relazione l’esenzione dall’Imu della gran parte delle abitazioni principali con i problemi di accesso all’alloggio. Inoltre, ha collegato le difficoltà abitative al fatto che l’Italia sarebbe caratterizzata da un’elevata quota di abitazioni non occupate e da una “forte presenza” di affitti brevi. Si tratta di una lettura ideologica e che ignora la realtà italiana. Ancora una volta, si preferisce individuare nella proprietà privata il problema anziché riconoscerla come parte della soluzione».
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Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Secondo i media della Repubblica islamica, le detonazioni sarebbero state causate da un’operazione militare americana contro infrastrutture presenti sull’isola. L’allarme si è rapidamente esteso ai Paesi del Golfo. Nel Bahrein sono risuonate le sirene d’allarme mentre le batterie antiaeree intercettavano i vettori diretti verso il Paese. In Kuwait si registra un morto e numerosi feriti. A rivendicare gli attacchi è stato il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. I pasdaran hanno confermato il lancio di missili e droni contro obiettivi militari regionali, sostenendo di aver reagito a una precedente aggressione americana contro Qeshm. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha spiegato che le sue forze sono intervenute per autodifesa dopo aver individuato preparativi offensivi iraniani contro interessi statunitensi e alleati della regione. Secondo la versione americana, nessuno dei missili lanciati da Teheran avrebbe raggiunto il bersaglio e diversi droni diretti contro il traffico commerciale nel Golfo sarebbero stati intercettati.
Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, ha scritto sui social che «gli americani hanno dimostrato di capire meglio il linguaggio dei missili che quello dei diplomatici». Teheran ha inoltre accusato Kuwait e Bahrein di aver facilitato le operazioni statunitensi consentendo l’utilizzo delle proprie basi militari. Il ministero degli Esteri iraniano ha parlato di una «responsabilità diretta e chiara» dei due Paesi negli attacchi contro la Repubblica islamica. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che le forze armate di Teheran stanno conducendo «azioni difensive» contro siti utilizzati dagli Stati Uniti per operazioni che, secondo l’Iran, minacciano il traffico marittimo civile e violano il cessate il fuoco. Sul fronte diplomatico, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha rivelato alcuni segnali di apertura da parte dell’Iran sul dossier nucleare. «Hanno accettato di negoziare aspetti del loro programma nucleare che un mese fa, un anno fa, si rifiutavano persino di menzionare», ha dichiarato davanti alla commissione Esteri della Camera, precisando però che ciò non garantisce il successo dei colloqui. Rubio ha inoltre affermato che Mojtaba Khamenei (che Donald Trump vorrebbe incontrare), «è vivo e sempre più attivo», sottolineando che tutte le comunicazioni tra Washington e la leadership iraniana «sono avvenute in forma scritta e tramite intermediari». Rubio ha inoltre sostenuto che «l’operazione militare americana contro l’Iran si è conclusa» e che eventuali future azioni degli Stati Uniti avranno «carattere puramente difensivo», con l’obiettivo di proteggere il traffico marittimo civile nello Stretto di Hormuz. Nel frattempo continua a far discutere il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha confermato di aver definito il premier israeliano «fottutamente pazzo» durante una telefonata dedicata agli sviluppi della crisi regionale. Trump ha inoltre respinto le accuse di chi sostiene che sarebbe stato trascinato da Netanyahu nello scontro con Teheran. Intervistato dal New York Post, ha dichiarato: «Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare». Il presidente ha poi aggiunto: «Questo riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso». Trump ha ribadito la solidità dell’alleanza con Israele: «Mi piace molto Bibi. Lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra e lui è un primo ministro in tempo di guerra». Netanyahu ha cercato di smorzare le polemiche. «A volte, come nelle migliori famiglie, abbiamo divergenze tattiche. Troviamo sempre il modo di risolverle», ha dichiarato alla Cnbc. Il premier israeliano ha ribadito la convergenza strategica tra Gerusalemme e Washington: «Siamo d’accordo sulle questioni principali», aggiungendo che «Israele è pronto e anche le forze statunitensi sono pronte» qualora la situazione dovesse precipitare nuovamente. Netanyahu ha attaccato alcuni leader europei, in particolare il presidente francese Emmanuel Macron. «Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso», ha affermato. «Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari».
Nel frattempo l’Ue valuta un ruolo più attivo nello Stretto di Hormuz. L’Alto rappresentante Kaja Kallas propone di affidare all’operazione Aspides un ruolo centrale nelle attività di sminamento come contributo europeo agli sforzi della coalizione franco-britannica. La proposta sarà esaminata dai ministri della Difesa dell’Ue nel prossimo incontro informale a Cipro.
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La colonna di fumo causata dall'attacco ucraino a San Pietroburgo (Getty Images)
Sono stati colpiti un terminal petrolifero nella zona del porto e l’area della vicina isola di Kronstadt, sede di una base navale e di una fabbrica di droni. Alte colonne di fumo nero hanno sovrastato la città e le fonti russe hanno parlato di «diversi feriti».
Robert Brovdi, comandante della forza droni ucraina, ha dichiarato che l’attacco ha «incendiato la nave militare lanciamissili Boikiy», in manutenzione nel bacino di carenaggio di Kronstadt. Si tratta una corvetta da 2.100 tonnellate, di classe Stereguschy, in servizio dal 2013, non direttamente implicata nei combattimenti contro l’Ucraina, ma comunque bersaglio simbolico. Il raid di velivoli senza pilota ha gettato così un’ombra sul Forum a cui il presidente russo Vladimir Putin ha invitato delegazioni di 130 Paesi, fra cui l’Arabia Saudita come nazione ospite e gli Stati Uniti di Donald Trump, che per la prima volta dopo anni ha voluto mandare un funzionario americano, il capo della commissione Belle arti Rodney Mims Cook Jr, per proseguire il disgelo Washington-Mosca passando per la cultura. L’arrivo di Putin a San Pietroburgo per il vertice è stato accompagnato da un blocco di internet e della telefonia mobile in città per «assicurare la sicurezza del presidente». È noto che i droni ucraini, con a bordo carte Sim, sfruttano la rete mobile russa come sistema di guida durante i voli in territorio nemico. L’incursione sull’ex-capitale zarista è stata presentata dal presidente ucraino Volodymir Zelensky come «una risposta giusta e legittima agli attacchi russi». Parlando mentre ospitava a Kiev il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, e il presidente del comitato militare dell’alleanza, l’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, giunti in treno nella capitale ucraina per una visita a sorpresa, Zelensky ha affermato che «noi colpiamo solo raffinerie o obiettivi militari». Ma poche ore prima un drone ucraino aveva centrato un autobus di civili russi che transitava dalla regione del Donetsk, annessa alla Russia, causando otto morti e 11 feriti. Come confermato dal governatore locale Denis Pushilin, l’autobus è stato colpito a Jenakijeve, lungo il tragitto con partenza da Mosca e arrivo previsto a Simferopoli, in Crimea. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito «imperdonabile» il raid sul veicolo civile, promettendo che «verrà punito» e ricordando che «l’operazione militare speciale continua per prevenire tali attacchi». Gli ucraini hanno annunciato d’aver colpito con un missile Neptun, di fabbricazione nazionale, la raffineria di petrolio russa di Novoshakhtinsky, nella regione di Rostov, mettendo fuori uso «due impianti di raffinazione del petrolio, ciascuno con capacità fino a 2,5 milioni di tonnellate all’anno, e gli impianti di stoccaggio».
Zelensky ha detto a Rutte che spera di «raggiungere una pace onesta e dignitosa durante l’estate» e s’è detto «pronto a parlare con Putin», rilevando che «spendiamo 50 miliardi di dollari l’anno in armi». Rutte s’è rivolto idealmente ai giovani russi: «Vi stanno rifilando una fregatura. Non sarete addestrati. Avrete equipaggiamento scadente. Se feriti, sarete lasciati a soffrire nel fango e a morire». In parte è propaganda, poiché se i russi continuano a lottare dopo quattro anni è anche perché sono riusciti a migliorare l’efficienza dei loro reparti cercando di limitare le perdite. L’Ucraina ha accumulato enorme esperienza nei droni, i propri e quelli nemici, tanto che Zelensky ha annunciato l’invio di esperti ucraini nella difesa anti-droni in Lituania, Lettonia, Estonia e Romania, ma spesso gli ordigni vanno fuori rotta.
Ieri il ministero degli Esteri di Atene ha inviato una protesta ufficiale a Kiev dopo aver accertato che era ucraino un drone marittimo Magura V5, sorta di motoscafo telecomandato, rinvenuto da pescatori greci fin dal 7 maggio sulla costa dell’isola di Lefkada, nel Mar Ionio. Il drone marino era implicato in azioni sotto copertura nel Mediterraneo per insidiare le navi cargo della «flotta ombra» russa. Sebbene gli ucraini sostengano di aver abbattuto la scorsa notte 189 su 198 droni russi, utilizzando caccia dell’aviazione, contraerea e disturbi elettronici, la difesa dei cieli resta critica perché non sono mai abbastanza i missili Patriot in grado di intercettare missili balistici e da crociera. Zelensky ha chiesto che l’accordo per l’acquisto di nuovi Patriot dagli Usa, utilizzando parte dei 90 miliardi di euro dei fondi europei, venga attivato «entro venerdì». Riconosce però che l’arrivo di questi missili americani, pur a rilento, non s’è azzerato. Sulla partecipazione statunitense ai negoziati di pace che il tandem Ucraina-Unione Europea auspica con la Russia, ammette: «Ci vorrà tempo poiché per gli Usa la priorità è l’Iran e noi veniamo al secondo posto».
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