- Washington pronta a stangare le bottiglie del Vecchio continente del 200% in riposta alla tariffa Ue sul whisky americano che nessuno beve. Dopo le etichette sul rischio cancro, Von der Leyen penalizza ancora il settore.
- La casa automobilistica scrive all’amministrazione Trump: «Lo scontro commerciale ci trova vulnerabili». Vertice Tajani–Rubio: «Dialoghiamo». Allarmi da Istat e Ancma.
Lo speciale contiene due articoli.
IIl presidente della Repubblica Sandro Pertini, in un frangente come questo, avrebbe detto: «A brigante, brigante e mezzo». È la risposta che Donald Trump ha dato a Ursula von der Leyen. A sentire i nostri vignaioli, non tutti per la verità perché quelli che hanno blasone e vendono nella fascia altissima di mercato non fanno una piega così come i migliori produttori di Champagne snobbano le intemerate di Emmanuel Macron, c’è in atto una catastrofe provocata dall’inquilino della Casa Bianca che ce l’ha con l’Europa e minaccia dazi del 200% sui vini e spumanti.
È il caso di ricordare che con il vino, semmai, ce l’ha proprio l’Ue e la baronessa Ursula von der Leyen che voleva tagliare i sostegni all’export e i contributi perché, secondo i suoi funzionari, il vino fa male. Stiamo ai fatti evitando le ipocrisie. A menare le mani sugli alcolici è stata per prima l’Europa. Ha messo dazi aggressivi del 50% sul whisky a stelle e strisce: il bourbon. Pur molto cresciute, le esportazioni in Europa di distillato americano di malto valgono 630 milioni di euro. Il prezzo medio di una bottiglia è di 34 euro, i più cari arrivano a 60. Gli Usa importano dall’Europa vino per 4,9 miliardi di euro: il prezzo medio dei 150 vini italiani più comprati in America a scaffale è di 148 dollari, poco meno di 136 euro. Domanda: chi si fa più male nella guerra dei dazi sugli alcolici? In Italia, obbedendo al chiagne e fotte, si alzano alti lai e le stime sono quasi folli: si dice che perderemo un miliardo di fatturato. Basta ricordarsi che, in forza del massiccio aumento di acquisti che si è avuto a fine 2024 – certificato come dato anomalo dall’Unione italiana vini che oggi piange e che a Natale batteva le mani al più 10% – proprio perché gli importatori temevano i dazi, siamo arrivati a spedire oltreoceano vino per 1,9 miliardi. Ci sta che si dimezzi. Gli americani sono il nostro primo mercato, bevono molto Prosecco che deve stare sotto i 12 dollari altrimenti i Cava spagnoli, gli spumanti cileni e pure i Cremant francesi, lo fanno secco, ma sono anche i più forti consumatori di bottiglie premium.
I prosecchisti, gli stessi che spingono per i vini dealcolati visto che Ursula von der Leyen ha dichiarato guerra agli alcolici in Europa, temono i dazi. Jeremy Hart, chief strategy officer e co-fondatore di Somm.ai e che ha sotto mano le tendenze di consumo del vino italiano negli Usa, dice però che i 150 vini italiani più venduti in America stanno in queste fasce di prezzo: 58 sono sopra i 100 dollari, 92 sotto o vicino a quella cifra. Domanda: è possibile che sopra i cento dollari la domanda sia anelastica, cioè indifferente al prezzo? E che negli Usa vada molto il vino «caro» lo dimostra la classifica per Regioni. Se in testa c’è il Veneto col 36% dell’export anche in forza del Prosecco, le due Regioni che vendono di più sono Piemonte (16%) e Toscana (15%) che sono quelle con i prezzi medi del vino più alti.
Sandro Bottega, leader del Prosecco (e dei distillati), dice: «Ho fiducia che gli americani sopporteranno ugualmente molti degli aumenti di prezzo data l’unicità della produzione italiana. Bisogna agire di diplomazia e su più fronti con grandi conoscenze di scienze economiche, di dialogo e di comunicazione. Se invece», sottolinea Bottega, «la Ue vorrà controbattere con altri dazi, si innescheranno reazioni a catena che danneggiano i consumatori europei e americani». In queste ore Coldiretti si lamenta con Ettore Prandini: «È a rischio l’export italiano che, in 20 anni, è quasi triplicato e ora è pari a 1,94 miliardi. Bisogna fermare i dazi». Luigi Scordamaglia, ad di Filiera Italia, aggiunge: «Credo che ci voglia buon senso da entrambe le parti. La minaccia di Trump è legata alla conferma dell’Europa del dazio del 50% sul whisky americano. La Commissione Ue dovrebbe dimostrare buona volontà mantenendo la moratoria su questo dazio». Luca Rigotti, settore vino di Confcooperative – le cantine sociali vendono a prezzo medio più basso – invita «a scongiurare lo scontro sul vino». Per l’Unione italiana vini, presieduta da Lamberto Frescobaldi, «Con i dazi al 200%, a cui non vogliamo credere, l’Ue perderebbe circa 4,9 miliardi di euro di export, il totale dell’export in Usa. L’Italia perderebbe 470 milioni diretti e un miliardo di danno indiretto: l’80% del nostro vino sarebbe coinvolto».
Ci sono due dati da tenere in conto: il consumo di vino negli Usa è crollato del 4,4% a prescindere dai dazi e Donald Trump – nel suo best seller The art of the deal spiega la strategia commerciale: sparare in alto e poi trattare – ha risposto all’attacco di Ursula von der Leyen, La quale non ha simpatia per il vino. Ha detto sì alle etichette allarmistiche in Irlanda, vara il BeCa – documento anti-cancro – in cui si colpisce il consumo di vino imponendo accise fortissime, vietando la pubblicità, mettendo barriere al commercio e diffondendo allarmi sanitari. Così il consumo di vino in Europa è già crollato a 19,8 litri a testa e scende ancora. La Commissione Ue, sapendo che ci sarebbero state ritorsioni, ha scelto di sparare sul whisky Usa piuttosto che sulle auto. Non si poteva dare un dispiacere ai tedeschi, concittadini di Ursula von der Leyen.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >