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2025-03-15
Ursula nuoce gravemente al vino mettendo i dazi sul bourbon yankee
IIl presidente della Repubblica Sandro Pertini, in un frangente come questo, avrebbe detto: «A brigante, brigante e mezzo». È la risposta che Donald Trump ha dato a Ursula von der Leyen. A sentire i nostri vignaioli, non tutti per la verità perché quelli che hanno blasone e vendono nella fascia altissima di mercato non fanno una piega così come i migliori produttori di Champagne snobbano le intemerate di Emmanuel Macron, c’è in atto una catastrofe provocata dall’inquilino della Casa Bianca che ce l’ha con l’Europa e minaccia dazi del 200% sui vini e spumanti.
È il caso di ricordare che con il vino, semmai, ce l’ha proprio l’Ue e la baronessa Ursula von der Leyen che voleva tagliare i sostegni all’export e i contributi perché, secondo i suoi funzionari, il vino fa male. Stiamo ai fatti evitando le ipocrisie. A menare le mani sugli alcolici è stata per prima l’Europa. Ha messo dazi aggressivi del 50% sul whisky a stelle e strisce: il bourbon. Pur molto cresciute, le esportazioni in Europa di distillato americano di malto valgono 630 milioni di euro. Il prezzo medio di una bottiglia è di 34 euro, i più cari arrivano a 60. Gli Usa importano dall’Europa vino per 4,9 miliardi di euro: il prezzo medio dei 150 vini italiani più comprati in America a scaffale è di 148 dollari, poco meno di 136 euro. Domanda: chi si fa più male nella guerra dei dazi sugli alcolici? In Italia, obbedendo al chiagne e fotte, si alzano alti lai e le stime sono quasi folli: si dice che perderemo un miliardo di fatturato. Basta ricordarsi che, in forza del massiccio aumento di acquisti che si è avuto a fine 2024 - certificato come dato anomalo dall’Unione italiana vini che oggi piange e che a Natale batteva le mani al più 10% - proprio perché gli importatori temevano i dazi, siamo arrivati a spedire oltreoceano vino per 1,9 miliardi. Ci sta che si dimezzi. Gli americani sono il nostro primo mercato, bevono molto Prosecco che deve stare sotto i 12 dollari altrimenti i Cava spagnoli, gli spumanti cileni e pure i Cremant francesi, lo fanno secco, ma sono anche i più forti consumatori di bottiglie premium.
I prosecchisti, gli stessi che spingono per i vini dealcolati visto che Ursula von der Leyen ha dichiarato guerra agli alcolici in Europa, temono i dazi. Jeremy Hart, chief strategy officer e co-fondatore di Somm.ai e che ha sotto mano le tendenze di consumo del vino italiano negli Usa, dice però che i 150 vini italiani più venduti in America stanno in queste fasce di prezzo: 58 sono sopra i 100 dollari, 92 sotto o vicino a quella cifra. Domanda: è possibile che sopra i cento dollari la domanda sia anelastica, cioè indifferente al prezzo? E che negli Usa vada molto il vino «caro» lo dimostra la classifica per Regioni. Se in testa c’è il Veneto col 36% dell’export anche in forza del Prosecco, le due Regioni che vendono di più sono Piemonte (16%) e Toscana (15%) che sono quelle con i prezzi medi del vino più alti.
Sandro Bottega, leader del Prosecco (e dei distillati), dice: «Ho fiducia che gli americani sopporteranno ugualmente molti degli aumenti di prezzo data l’unicità della produzione italiana. Bisogna agire di diplomazia e su più fronti con grandi conoscenze di scienze economiche, di dialogo e di comunicazione. Se invece», sottolinea Bottega, «la Ue vorrà controbattere con altri dazi, si innescheranno reazioni a catena che danneggiano i consumatori europei e americani». In queste ore Coldiretti si lamenta con Ettore Prandini: «È a rischio l’export italiano che, in 20 anni, è quasi triplicato e ora è pari a 1,94 miliardi. Bisogna fermare i dazi». Luigi Scordamaglia, ad di Filiera Italia, aggiunge: «Credo che ci voglia buon senso da entrambe le parti. La minaccia di Trump è legata alla conferma dell’Europa del dazio del 50% sul whisky americano. La Commissione Ue dovrebbe dimostrare buona volontà mantenendo la moratoria su questo dazio». Luca Rigotti, settore vino di Confcooperative - le cantine sociali vendono a prezzo medio più basso - invita «a scongiurare lo scontro sul vino». Per l’Unione italiana vini, presieduta da Lamberto Frescobaldi, «Con i dazi al 200%, a cui non vogliamo credere, l’Ue perderebbe circa 4,9 miliardi di euro di export, il totale dell’export in Usa. L’Italia perderebbe 470 milioni diretti e un miliardo di danno indiretto: l’80% del nostro vino sarebbe coinvolto».
Ci sono due dati da tenere in conto: il consumo di vino negli Usa è crollato del 4,4% a prescindere dai dazi e Donald Trump - nel suo best seller The art of the deal spiega la strategia commerciale: sparare in alto e poi trattare - ha risposto all’attacco di Ursula von der Leyen, La quale non ha simpatia per il vino. Ha detto sì alle etichette allarmistiche in Irlanda, vara il BeCa - documento anti-cancro - in cui si colpisce il consumo di vino imponendo accise fortissime, vietando la pubblicità, mettendo barriere al commercio e diffondendo allarmi sanitari. Così il consumo di vino in Europa è già crollato a 19,8 litri a testa e scende ancora. La Commissione Ue, sapendo che ci sarebbero state ritorsioni, ha scelto di sparare sul whisky Usa piuttosto che sulle auto. Non si poteva dare un dispiacere ai tedeschi, concittadini di Ursula von der Leyen.
Ora pure Tesla teme delle ritorsioni
Ora i dazi di Donald Trump mettono paura anche al fidato Elon Musk. Può sembrare un paradosso che la strategia politica del presidente Usa vada a colpire gli interessi del suo più stretto collaboratore. Eppure i dazi che proprio Musk ha condiviso, potrebbero andare a colpire anche la sua Tesla, nel caso in cui si dovessero scatenare delle vere e proprie ritorsioni.I Paesi colpiti dalle maggiori imposte doganali americane potrebbero rispondere alla misura applicando, a loro volta, dei rincari sui prodotti provenienti dagli Stati Uniti. Secondo quanto riportato da Reuters, Tesla avrebbe inviato una lettera allo U.S. Trade representative’s office, al rappresentante al commercio americano, nella quale esprime preoccupazione per il rischio di ritorsioni da parte dei Paesi colpiti dalle tariffe dell’amministrazione Trump. La lettera, non firmata ma scritta su carta intestata, sottolinea la necessità di evitare che le decisioni di Washington sulle questioni commerciali danneggino inavvertitamente le aziende statunitensi. Si dice anche che Tesla è «vulnerabile a potenziali ritorsioni in seguito all’intensificarsi dello scontro commerciale». Poi si ricorda che, in passato, ci sono state «reazioni immediate da parte dei Paesi presi di mira», anche con un «aumento dei dazi sui veicoli elettrici importati».Tesla sottolinea anche che, nonostante gli sforzi per circoscrivere la catena di produzione negli Usa, alcuni materiali e componenti restano introvabili o difficilmente reperibili sul territorio americano, specialmente per quanto riguarda le batterie al litio. Quindi, qualora i Paesi fornitori di queste tecnologie e materie prime essenziali per le auto elettriche dovessero limitare le loro esportazioni negli Usa, i costruttori americani ne sarebbero danneggiati.Le prime reazioni già sono arrivate dal Canada. Il ministro dell’energia della Columbia Britannica, Adrian Dix, ha dichiarato che i veicoli Tesla non dovrebbero ricevere sovvenzioni pubbliche. La provincia sta valutando di rimuovere Tesla dal programma di incentivi per l’acquisto delle elettriche.La casa automobilistica da tempo non viaggia in buone acque: dalla vittoria di Trump a metà dicembre, le azioni avevano raddoppiato il valore. Poi gli scontri commerciali hanno fatto di Tesla il bersaglio principale delle ritorsioni da parte dei Paesi danneggiati dalla politica di Washington. Così, da inizio anno, il titolo ha perso più del 40%. A febbraio le vendite in Germania sono diminuite del 76%, in Svezia del 42%; in Francia, nei primi due mesi del 2025, del 45%. In Cina a febbraio il crollo è stato del 49%. Va ricordato che Tesla genera all’estero oltre la metà dei suoi 97 miliardi di ricavi (anzitutto in Cina).L’Italia continua la strada della diplomazia. Il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, nell’incontro bilaterale con il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, «ha sottolineato l’importanza della solida e duratura partnership tra Stati Uniti e Italia». Il dipartimento di Stato ha reso noto che i due «hanno ribadito il loro impegno comune ad affrontare una serie di sfide globali, tra cui l’equilibrio delle relazioni commerciali» e hanno discusso della «necessità di aumentare la condivisione degli oneri tra tutti gli alleati della Nato e porre fine alla guerra tra Russia e Ucraina».Intanto si calcolano i danni delle tariffe sul Made in Italy. Nell’alimentare e in particolare per i prodotti caseari, il Consorzio di tutela del pecorino romano ha stimato che questo formaggio perderebbe 40 milioni di euro di fatturato se rientrasse nella «lista nera» dei dazi. Ancma, l’Associazione del ciclo e motociclo, teme «un’escalation nel settore». In Italia le due ruote valgono 10 miliardi di fatturato.Un’analisi Istat dice che «nel 2024, oltre il 48% del valore dell’export italiano è stato indirizzato al di fuori dell’Ue, una quota superiore a quelle tedesca, francese e spagnola. Gli Usa hanno assorbito circa il 10% delle vendite all’estero dell’Italia e più di un quinto di quelle di prodotti italiani destinati ai mercati extra europei». Quindi, «l’applicazione dei dazi potrebbe avere effetti rilevanti sul nostro Paese».
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Washington pronta a stangare le bottiglie del Vecchio continente del 200% in riposta alla tariffa Ue sul whisky americano che nessuno beve. Dopo le etichette sul rischio cancro, Von der Leyen penalizza ancora il settore.La casa automobilistica scrive all’amministrazione Trump: «Lo scontro commerciale ci trova vulnerabili». Vertice Tajani-Rubio: «Dialoghiamo». Allarmi da Istat e Ancma.Lo speciale contiene due articoli.IIl presidente della Repubblica Sandro Pertini, in un frangente come questo, avrebbe detto: «A brigante, brigante e mezzo». È la risposta che Donald Trump ha dato a Ursula von der Leyen. A sentire i nostri vignaioli, non tutti per la verità perché quelli che hanno blasone e vendono nella fascia altissima di mercato non fanno una piega così come i migliori produttori di Champagne snobbano le intemerate di Emmanuel Macron, c’è in atto una catastrofe provocata dall’inquilino della Casa Bianca che ce l’ha con l’Europa e minaccia dazi del 200% sui vini e spumanti.È il caso di ricordare che con il vino, semmai, ce l’ha proprio l’Ue e la baronessa Ursula von der Leyen che voleva tagliare i sostegni all’export e i contributi perché, secondo i suoi funzionari, il vino fa male. Stiamo ai fatti evitando le ipocrisie. A menare le mani sugli alcolici è stata per prima l’Europa. Ha messo dazi aggressivi del 50% sul whisky a stelle e strisce: il bourbon. Pur molto cresciute, le esportazioni in Europa di distillato americano di malto valgono 630 milioni di euro. Il prezzo medio di una bottiglia è di 34 euro, i più cari arrivano a 60. Gli Usa importano dall’Europa vino per 4,9 miliardi di euro: il prezzo medio dei 150 vini italiani più comprati in America a scaffale è di 148 dollari, poco meno di 136 euro. Domanda: chi si fa più male nella guerra dei dazi sugli alcolici? In Italia, obbedendo al chiagne e fotte, si alzano alti lai e le stime sono quasi folli: si dice che perderemo un miliardo di fatturato. Basta ricordarsi che, in forza del massiccio aumento di acquisti che si è avuto a fine 2024 - certificato come dato anomalo dall’Unione italiana vini che oggi piange e che a Natale batteva le mani al più 10% - proprio perché gli importatori temevano i dazi, siamo arrivati a spedire oltreoceano vino per 1,9 miliardi. Ci sta che si dimezzi. Gli americani sono il nostro primo mercato, bevono molto Prosecco che deve stare sotto i 12 dollari altrimenti i Cava spagnoli, gli spumanti cileni e pure i Cremant francesi, lo fanno secco, ma sono anche i più forti consumatori di bottiglie premium.I prosecchisti, gli stessi che spingono per i vini dealcolati visto che Ursula von der Leyen ha dichiarato guerra agli alcolici in Europa, temono i dazi. Jeremy Hart, chief strategy officer e co-fondatore di Somm.ai e che ha sotto mano le tendenze di consumo del vino italiano negli Usa, dice però che i 150 vini italiani più venduti in America stanno in queste fasce di prezzo: 58 sono sopra i 100 dollari, 92 sotto o vicino a quella cifra. Domanda: è possibile che sopra i cento dollari la domanda sia anelastica, cioè indifferente al prezzo? E che negli Usa vada molto il vino «caro» lo dimostra la classifica per Regioni. Se in testa c’è il Veneto col 36% dell’export anche in forza del Prosecco, le due Regioni che vendono di più sono Piemonte (16%) e Toscana (15%) che sono quelle con i prezzi medi del vino più alti.Sandro Bottega, leader del Prosecco (e dei distillati), dice: «Ho fiducia che gli americani sopporteranno ugualmente molti degli aumenti di prezzo data l’unicità della produzione italiana. Bisogna agire di diplomazia e su più fronti con grandi conoscenze di scienze economiche, di dialogo e di comunicazione. Se invece», sottolinea Bottega, «la Ue vorrà controbattere con altri dazi, si innescheranno reazioni a catena che danneggiano i consumatori europei e americani». In queste ore Coldiretti si lamenta con Ettore Prandini: «È a rischio l’export italiano che, in 20 anni, è quasi triplicato e ora è pari a 1,94 miliardi. Bisogna fermare i dazi». Luigi Scordamaglia, ad di Filiera Italia, aggiunge: «Credo che ci voglia buon senso da entrambe le parti. La minaccia di Trump è legata alla conferma dell’Europa del dazio del 50% sul whisky americano. La Commissione Ue dovrebbe dimostrare buona volontà mantenendo la moratoria su questo dazio». Luca Rigotti, settore vino di Confcooperative - le cantine sociali vendono a prezzo medio più basso - invita «a scongiurare lo scontro sul vino». Per l’Unione italiana vini, presieduta da Lamberto Frescobaldi, «Con i dazi al 200%, a cui non vogliamo credere, l’Ue perderebbe circa 4,9 miliardi di euro di export, il totale dell’export in Usa. L’Italia perderebbe 470 milioni diretti e un miliardo di danno indiretto: l’80% del nostro vino sarebbe coinvolto».Ci sono due dati da tenere in conto: il consumo di vino negli Usa è crollato del 4,4% a prescindere dai dazi e Donald Trump - nel suo best seller The art of the deal spiega la strategia commerciale: sparare in alto e poi trattare - ha risposto all’attacco di Ursula von der Leyen, La quale non ha simpatia per il vino. Ha detto sì alle etichette allarmistiche in Irlanda, vara il BeCa - documento anti-cancro - in cui si colpisce il consumo di vino imponendo accise fortissime, vietando la pubblicità, mettendo barriere al commercio e diffondendo allarmi sanitari. Così il consumo di vino in Europa è già crollato a 19,8 litri a testa e scende ancora. La Commissione Ue, sapendo che ci sarebbero state ritorsioni, ha scelto di sparare sul whisky Usa piuttosto che sulle auto. Non si poteva dare un dispiacere ai tedeschi, concittadini di Ursula von der Leyen. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ursula-nuoce-gravemente-al-vino-2671335691.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ora-pure-tesla-teme-delle-ritorsioni" data-post-id="2671335691" data-published-at="1742046280" data-use-pagination="False"> Ora pure Tesla teme delle ritorsioni Ora i dazi di Donald Trump mettono paura anche al fidato Elon Musk. Può sembrare un paradosso che la strategia politica del presidente Usa vada a colpire gli interessi del suo più stretto collaboratore. Eppure i dazi che proprio Musk ha condiviso, potrebbero andare a colpire anche la sua Tesla, nel caso in cui si dovessero scatenare delle vere e proprie ritorsioni.I Paesi colpiti dalle maggiori imposte doganali americane potrebbero rispondere alla misura applicando, a loro volta, dei rincari sui prodotti provenienti dagli Stati Uniti. Secondo quanto riportato da Reuters, Tesla avrebbe inviato una lettera allo U.S. Trade representative’s office, al rappresentante al commercio americano, nella quale esprime preoccupazione per il rischio di ritorsioni da parte dei Paesi colpiti dalle tariffe dell’amministrazione Trump. La lettera, non firmata ma scritta su carta intestata, sottolinea la necessità di evitare che le decisioni di Washington sulle questioni commerciali danneggino inavvertitamente le aziende statunitensi. Si dice anche che Tesla è «vulnerabile a potenziali ritorsioni in seguito all’intensificarsi dello scontro commerciale». Poi si ricorda che, in passato, ci sono state «reazioni immediate da parte dei Paesi presi di mira», anche con un «aumento dei dazi sui veicoli elettrici importati».Tesla sottolinea anche che, nonostante gli sforzi per circoscrivere la catena di produzione negli Usa, alcuni materiali e componenti restano introvabili o difficilmente reperibili sul territorio americano, specialmente per quanto riguarda le batterie al litio. Quindi, qualora i Paesi fornitori di queste tecnologie e materie prime essenziali per le auto elettriche dovessero limitare le loro esportazioni negli Usa, i costruttori americani ne sarebbero danneggiati.Le prime reazioni già sono arrivate dal Canada. Il ministro dell’energia della Columbia Britannica, Adrian Dix, ha dichiarato che i veicoli Tesla non dovrebbero ricevere sovvenzioni pubbliche. La provincia sta valutando di rimuovere Tesla dal programma di incentivi per l’acquisto delle elettriche.La casa automobilistica da tempo non viaggia in buone acque: dalla vittoria di Trump a metà dicembre, le azioni avevano raddoppiato il valore. Poi gli scontri commerciali hanno fatto di Tesla il bersaglio principale delle ritorsioni da parte dei Paesi danneggiati dalla politica di Washington. Così, da inizio anno, il titolo ha perso più del 40%. A febbraio le vendite in Germania sono diminuite del 76%, in Svezia del 42%; in Francia, nei primi due mesi del 2025, del 45%. In Cina a febbraio il crollo è stato del 49%. Va ricordato che Tesla genera all’estero oltre la metà dei suoi 97 miliardi di ricavi (anzitutto in Cina).L’Italia continua la strada della diplomazia. Il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, nell’incontro bilaterale con il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, «ha sottolineato l’importanza della solida e duratura partnership tra Stati Uniti e Italia». Il dipartimento di Stato ha reso noto che i due «hanno ribadito il loro impegno comune ad affrontare una serie di sfide globali, tra cui l’equilibrio delle relazioni commerciali» e hanno discusso della «necessità di aumentare la condivisione degli oneri tra tutti gli alleati della Nato e porre fine alla guerra tra Russia e Ucraina».Intanto si calcolano i danni delle tariffe sul Made in Italy. Nell’alimentare e in particolare per i prodotti caseari, il Consorzio di tutela del pecorino romano ha stimato che questo formaggio perderebbe 40 milioni di euro di fatturato se rientrasse nella «lista nera» dei dazi. Ancma, l’Associazione del ciclo e motociclo, teme «un’escalation nel settore». In Italia le due ruote valgono 10 miliardi di fatturato.Un’analisi Istat dice che «nel 2024, oltre il 48% del valore dell’export italiano è stato indirizzato al di fuori dell’Ue, una quota superiore a quelle tedesca, francese e spagnola. Gli Usa hanno assorbito circa il 10% delle vendite all’estero dell’Italia e più di un quinto di quelle di prodotti italiani destinati ai mercati extra europei». Quindi, «l’applicazione dei dazi potrebbe avere effetti rilevanti sul nostro Paese».
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.