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2025-03-15
Ursula nuoce gravemente al vino mettendo i dazi sul bourbon yankee
IIl presidente della Repubblica Sandro Pertini, in un frangente come questo, avrebbe detto: «A brigante, brigante e mezzo». È la risposta che Donald Trump ha dato a Ursula von der Leyen. A sentire i nostri vignaioli, non tutti per la verità perché quelli che hanno blasone e vendono nella fascia altissima di mercato non fanno una piega così come i migliori produttori di Champagne snobbano le intemerate di Emmanuel Macron, c’è in atto una catastrofe provocata dall’inquilino della Casa Bianca che ce l’ha con l’Europa e minaccia dazi del 200% sui vini e spumanti.
È il caso di ricordare che con il vino, semmai, ce l’ha proprio l’Ue e la baronessa Ursula von der Leyen che voleva tagliare i sostegni all’export e i contributi perché, secondo i suoi funzionari, il vino fa male. Stiamo ai fatti evitando le ipocrisie. A menare le mani sugli alcolici è stata per prima l’Europa. Ha messo dazi aggressivi del 50% sul whisky a stelle e strisce: il bourbon. Pur molto cresciute, le esportazioni in Europa di distillato americano di malto valgono 630 milioni di euro. Il prezzo medio di una bottiglia è di 34 euro, i più cari arrivano a 60. Gli Usa importano dall’Europa vino per 4,9 miliardi di euro: il prezzo medio dei 150 vini italiani più comprati in America a scaffale è di 148 dollari, poco meno di 136 euro. Domanda: chi si fa più male nella guerra dei dazi sugli alcolici? In Italia, obbedendo al chiagne e fotte, si alzano alti lai e le stime sono quasi folli: si dice che perderemo un miliardo di fatturato. Basta ricordarsi che, in forza del massiccio aumento di acquisti che si è avuto a fine 2024 - certificato come dato anomalo dall’Unione italiana vini che oggi piange e che a Natale batteva le mani al più 10% - proprio perché gli importatori temevano i dazi, siamo arrivati a spedire oltreoceano vino per 1,9 miliardi. Ci sta che si dimezzi. Gli americani sono il nostro primo mercato, bevono molto Prosecco che deve stare sotto i 12 dollari altrimenti i Cava spagnoli, gli spumanti cileni e pure i Cremant francesi, lo fanno secco, ma sono anche i più forti consumatori di bottiglie premium.
I prosecchisti, gli stessi che spingono per i vini dealcolati visto che Ursula von der Leyen ha dichiarato guerra agli alcolici in Europa, temono i dazi. Jeremy Hart, chief strategy officer e co-fondatore di Somm.ai e che ha sotto mano le tendenze di consumo del vino italiano negli Usa, dice però che i 150 vini italiani più venduti in America stanno in queste fasce di prezzo: 58 sono sopra i 100 dollari, 92 sotto o vicino a quella cifra. Domanda: è possibile che sopra i cento dollari la domanda sia anelastica, cioè indifferente al prezzo? E che negli Usa vada molto il vino «caro» lo dimostra la classifica per Regioni. Se in testa c’è il Veneto col 36% dell’export anche in forza del Prosecco, le due Regioni che vendono di più sono Piemonte (16%) e Toscana (15%) che sono quelle con i prezzi medi del vino più alti.
Sandro Bottega, leader del Prosecco (e dei distillati), dice: «Ho fiducia che gli americani sopporteranno ugualmente molti degli aumenti di prezzo data l’unicità della produzione italiana. Bisogna agire di diplomazia e su più fronti con grandi conoscenze di scienze economiche, di dialogo e di comunicazione. Se invece», sottolinea Bottega, «la Ue vorrà controbattere con altri dazi, si innescheranno reazioni a catena che danneggiano i consumatori europei e americani». In queste ore Coldiretti si lamenta con Ettore Prandini: «È a rischio l’export italiano che, in 20 anni, è quasi triplicato e ora è pari a 1,94 miliardi. Bisogna fermare i dazi». Luigi Scordamaglia, ad di Filiera Italia, aggiunge: «Credo che ci voglia buon senso da entrambe le parti. La minaccia di Trump è legata alla conferma dell’Europa del dazio del 50% sul whisky americano. La Commissione Ue dovrebbe dimostrare buona volontà mantenendo la moratoria su questo dazio». Luca Rigotti, settore vino di Confcooperative - le cantine sociali vendono a prezzo medio più basso - invita «a scongiurare lo scontro sul vino». Per l’Unione italiana vini, presieduta da Lamberto Frescobaldi, «Con i dazi al 200%, a cui non vogliamo credere, l’Ue perderebbe circa 4,9 miliardi di euro di export, il totale dell’export in Usa. L’Italia perderebbe 470 milioni diretti e un miliardo di danno indiretto: l’80% del nostro vino sarebbe coinvolto».
Ci sono due dati da tenere in conto: il consumo di vino negli Usa è crollato del 4,4% a prescindere dai dazi e Donald Trump - nel suo best seller The art of the deal spiega la strategia commerciale: sparare in alto e poi trattare - ha risposto all’attacco di Ursula von der Leyen, La quale non ha simpatia per il vino. Ha detto sì alle etichette allarmistiche in Irlanda, vara il BeCa - documento anti-cancro - in cui si colpisce il consumo di vino imponendo accise fortissime, vietando la pubblicità, mettendo barriere al commercio e diffondendo allarmi sanitari. Così il consumo di vino in Europa è già crollato a 19,8 litri a testa e scende ancora. La Commissione Ue, sapendo che ci sarebbero state ritorsioni, ha scelto di sparare sul whisky Usa piuttosto che sulle auto. Non si poteva dare un dispiacere ai tedeschi, concittadini di Ursula von der Leyen.
Ora pure Tesla teme delle ritorsioni
Ora i dazi di Donald Trump mettono paura anche al fidato Elon Musk. Può sembrare un paradosso che la strategia politica del presidente Usa vada a colpire gli interessi del suo più stretto collaboratore. Eppure i dazi che proprio Musk ha condiviso, potrebbero andare a colpire anche la sua Tesla, nel caso in cui si dovessero scatenare delle vere e proprie ritorsioni.I Paesi colpiti dalle maggiori imposte doganali americane potrebbero rispondere alla misura applicando, a loro volta, dei rincari sui prodotti provenienti dagli Stati Uniti. Secondo quanto riportato da Reuters, Tesla avrebbe inviato una lettera allo U.S. Trade representative’s office, al rappresentante al commercio americano, nella quale esprime preoccupazione per il rischio di ritorsioni da parte dei Paesi colpiti dalle tariffe dell’amministrazione Trump. La lettera, non firmata ma scritta su carta intestata, sottolinea la necessità di evitare che le decisioni di Washington sulle questioni commerciali danneggino inavvertitamente le aziende statunitensi. Si dice anche che Tesla è «vulnerabile a potenziali ritorsioni in seguito all’intensificarsi dello scontro commerciale». Poi si ricorda che, in passato, ci sono state «reazioni immediate da parte dei Paesi presi di mira», anche con un «aumento dei dazi sui veicoli elettrici importati».Tesla sottolinea anche che, nonostante gli sforzi per circoscrivere la catena di produzione negli Usa, alcuni materiali e componenti restano introvabili o difficilmente reperibili sul territorio americano, specialmente per quanto riguarda le batterie al litio. Quindi, qualora i Paesi fornitori di queste tecnologie e materie prime essenziali per le auto elettriche dovessero limitare le loro esportazioni negli Usa, i costruttori americani ne sarebbero danneggiati.Le prime reazioni già sono arrivate dal Canada. Il ministro dell’energia della Columbia Britannica, Adrian Dix, ha dichiarato che i veicoli Tesla non dovrebbero ricevere sovvenzioni pubbliche. La provincia sta valutando di rimuovere Tesla dal programma di incentivi per l’acquisto delle elettriche.La casa automobilistica da tempo non viaggia in buone acque: dalla vittoria di Trump a metà dicembre, le azioni avevano raddoppiato il valore. Poi gli scontri commerciali hanno fatto di Tesla il bersaglio principale delle ritorsioni da parte dei Paesi danneggiati dalla politica di Washington. Così, da inizio anno, il titolo ha perso più del 40%. A febbraio le vendite in Germania sono diminuite del 76%, in Svezia del 42%; in Francia, nei primi due mesi del 2025, del 45%. In Cina a febbraio il crollo è stato del 49%. Va ricordato che Tesla genera all’estero oltre la metà dei suoi 97 miliardi di ricavi (anzitutto in Cina).L’Italia continua la strada della diplomazia. Il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, nell’incontro bilaterale con il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, «ha sottolineato l’importanza della solida e duratura partnership tra Stati Uniti e Italia». Il dipartimento di Stato ha reso noto che i due «hanno ribadito il loro impegno comune ad affrontare una serie di sfide globali, tra cui l’equilibrio delle relazioni commerciali» e hanno discusso della «necessità di aumentare la condivisione degli oneri tra tutti gli alleati della Nato e porre fine alla guerra tra Russia e Ucraina».Intanto si calcolano i danni delle tariffe sul Made in Italy. Nell’alimentare e in particolare per i prodotti caseari, il Consorzio di tutela del pecorino romano ha stimato che questo formaggio perderebbe 40 milioni di euro di fatturato se rientrasse nella «lista nera» dei dazi. Ancma, l’Associazione del ciclo e motociclo, teme «un’escalation nel settore». In Italia le due ruote valgono 10 miliardi di fatturato.Un’analisi Istat dice che «nel 2024, oltre il 48% del valore dell’export italiano è stato indirizzato al di fuori dell’Ue, una quota superiore a quelle tedesca, francese e spagnola. Gli Usa hanno assorbito circa il 10% delle vendite all’estero dell’Italia e più di un quinto di quelle di prodotti italiani destinati ai mercati extra europei». Quindi, «l’applicazione dei dazi potrebbe avere effetti rilevanti sul nostro Paese».
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Washington pronta a stangare le bottiglie del Vecchio continente del 200% in riposta alla tariffa Ue sul whisky americano che nessuno beve. Dopo le etichette sul rischio cancro, Von der Leyen penalizza ancora il settore.La casa automobilistica scrive all’amministrazione Trump: «Lo scontro commerciale ci trova vulnerabili». Vertice Tajani-Rubio: «Dialoghiamo». Allarmi da Istat e Ancma.Lo speciale contiene due articoli.IIl presidente della Repubblica Sandro Pertini, in un frangente come questo, avrebbe detto: «A brigante, brigante e mezzo». È la risposta che Donald Trump ha dato a Ursula von der Leyen. A sentire i nostri vignaioli, non tutti per la verità perché quelli che hanno blasone e vendono nella fascia altissima di mercato non fanno una piega così come i migliori produttori di Champagne snobbano le intemerate di Emmanuel Macron, c’è in atto una catastrofe provocata dall’inquilino della Casa Bianca che ce l’ha con l’Europa e minaccia dazi del 200% sui vini e spumanti.È il caso di ricordare che con il vino, semmai, ce l’ha proprio l’Ue e la baronessa Ursula von der Leyen che voleva tagliare i sostegni all’export e i contributi perché, secondo i suoi funzionari, il vino fa male. Stiamo ai fatti evitando le ipocrisie. A menare le mani sugli alcolici è stata per prima l’Europa. Ha messo dazi aggressivi del 50% sul whisky a stelle e strisce: il bourbon. Pur molto cresciute, le esportazioni in Europa di distillato americano di malto valgono 630 milioni di euro. Il prezzo medio di una bottiglia è di 34 euro, i più cari arrivano a 60. Gli Usa importano dall’Europa vino per 4,9 miliardi di euro: il prezzo medio dei 150 vini italiani più comprati in America a scaffale è di 148 dollari, poco meno di 136 euro. Domanda: chi si fa più male nella guerra dei dazi sugli alcolici? In Italia, obbedendo al chiagne e fotte, si alzano alti lai e le stime sono quasi folli: si dice che perderemo un miliardo di fatturato. Basta ricordarsi che, in forza del massiccio aumento di acquisti che si è avuto a fine 2024 - certificato come dato anomalo dall’Unione italiana vini che oggi piange e che a Natale batteva le mani al più 10% - proprio perché gli importatori temevano i dazi, siamo arrivati a spedire oltreoceano vino per 1,9 miliardi. Ci sta che si dimezzi. Gli americani sono il nostro primo mercato, bevono molto Prosecco che deve stare sotto i 12 dollari altrimenti i Cava spagnoli, gli spumanti cileni e pure i Cremant francesi, lo fanno secco, ma sono anche i più forti consumatori di bottiglie premium.I prosecchisti, gli stessi che spingono per i vini dealcolati visto che Ursula von der Leyen ha dichiarato guerra agli alcolici in Europa, temono i dazi. Jeremy Hart, chief strategy officer e co-fondatore di Somm.ai e che ha sotto mano le tendenze di consumo del vino italiano negli Usa, dice però che i 150 vini italiani più venduti in America stanno in queste fasce di prezzo: 58 sono sopra i 100 dollari, 92 sotto o vicino a quella cifra. Domanda: è possibile che sopra i cento dollari la domanda sia anelastica, cioè indifferente al prezzo? E che negli Usa vada molto il vino «caro» lo dimostra la classifica per Regioni. Se in testa c’è il Veneto col 36% dell’export anche in forza del Prosecco, le due Regioni che vendono di più sono Piemonte (16%) e Toscana (15%) che sono quelle con i prezzi medi del vino più alti.Sandro Bottega, leader del Prosecco (e dei distillati), dice: «Ho fiducia che gli americani sopporteranno ugualmente molti degli aumenti di prezzo data l’unicità della produzione italiana. Bisogna agire di diplomazia e su più fronti con grandi conoscenze di scienze economiche, di dialogo e di comunicazione. Se invece», sottolinea Bottega, «la Ue vorrà controbattere con altri dazi, si innescheranno reazioni a catena che danneggiano i consumatori europei e americani». In queste ore Coldiretti si lamenta con Ettore Prandini: «È a rischio l’export italiano che, in 20 anni, è quasi triplicato e ora è pari a 1,94 miliardi. Bisogna fermare i dazi». Luigi Scordamaglia, ad di Filiera Italia, aggiunge: «Credo che ci voglia buon senso da entrambe le parti. La minaccia di Trump è legata alla conferma dell’Europa del dazio del 50% sul whisky americano. La Commissione Ue dovrebbe dimostrare buona volontà mantenendo la moratoria su questo dazio». Luca Rigotti, settore vino di Confcooperative - le cantine sociali vendono a prezzo medio più basso - invita «a scongiurare lo scontro sul vino». Per l’Unione italiana vini, presieduta da Lamberto Frescobaldi, «Con i dazi al 200%, a cui non vogliamo credere, l’Ue perderebbe circa 4,9 miliardi di euro di export, il totale dell’export in Usa. L’Italia perderebbe 470 milioni diretti e un miliardo di danno indiretto: l’80% del nostro vino sarebbe coinvolto».Ci sono due dati da tenere in conto: il consumo di vino negli Usa è crollato del 4,4% a prescindere dai dazi e Donald Trump - nel suo best seller The art of the deal spiega la strategia commerciale: sparare in alto e poi trattare - ha risposto all’attacco di Ursula von der Leyen, La quale non ha simpatia per il vino. Ha detto sì alle etichette allarmistiche in Irlanda, vara il BeCa - documento anti-cancro - in cui si colpisce il consumo di vino imponendo accise fortissime, vietando la pubblicità, mettendo barriere al commercio e diffondendo allarmi sanitari. Così il consumo di vino in Europa è già crollato a 19,8 litri a testa e scende ancora. La Commissione Ue, sapendo che ci sarebbero state ritorsioni, ha scelto di sparare sul whisky Usa piuttosto che sulle auto. Non si poteva dare un dispiacere ai tedeschi, concittadini di Ursula von der Leyen. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ursula-nuoce-gravemente-al-vino-2671335691.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ora-pure-tesla-teme-delle-ritorsioni" data-post-id="2671335691" data-published-at="1742046280" data-use-pagination="False"> Ora pure Tesla teme delle ritorsioni Ora i dazi di Donald Trump mettono paura anche al fidato Elon Musk. Può sembrare un paradosso che la strategia politica del presidente Usa vada a colpire gli interessi del suo più stretto collaboratore. Eppure i dazi che proprio Musk ha condiviso, potrebbero andare a colpire anche la sua Tesla, nel caso in cui si dovessero scatenare delle vere e proprie ritorsioni.I Paesi colpiti dalle maggiori imposte doganali americane potrebbero rispondere alla misura applicando, a loro volta, dei rincari sui prodotti provenienti dagli Stati Uniti. Secondo quanto riportato da Reuters, Tesla avrebbe inviato una lettera allo U.S. Trade representative’s office, al rappresentante al commercio americano, nella quale esprime preoccupazione per il rischio di ritorsioni da parte dei Paesi colpiti dalle tariffe dell’amministrazione Trump. La lettera, non firmata ma scritta su carta intestata, sottolinea la necessità di evitare che le decisioni di Washington sulle questioni commerciali danneggino inavvertitamente le aziende statunitensi. Si dice anche che Tesla è «vulnerabile a potenziali ritorsioni in seguito all’intensificarsi dello scontro commerciale». Poi si ricorda che, in passato, ci sono state «reazioni immediate da parte dei Paesi presi di mira», anche con un «aumento dei dazi sui veicoli elettrici importati».Tesla sottolinea anche che, nonostante gli sforzi per circoscrivere la catena di produzione negli Usa, alcuni materiali e componenti restano introvabili o difficilmente reperibili sul territorio americano, specialmente per quanto riguarda le batterie al litio. Quindi, qualora i Paesi fornitori di queste tecnologie e materie prime essenziali per le auto elettriche dovessero limitare le loro esportazioni negli Usa, i costruttori americani ne sarebbero danneggiati.Le prime reazioni già sono arrivate dal Canada. Il ministro dell’energia della Columbia Britannica, Adrian Dix, ha dichiarato che i veicoli Tesla non dovrebbero ricevere sovvenzioni pubbliche. La provincia sta valutando di rimuovere Tesla dal programma di incentivi per l’acquisto delle elettriche.La casa automobilistica da tempo non viaggia in buone acque: dalla vittoria di Trump a metà dicembre, le azioni avevano raddoppiato il valore. Poi gli scontri commerciali hanno fatto di Tesla il bersaglio principale delle ritorsioni da parte dei Paesi danneggiati dalla politica di Washington. Così, da inizio anno, il titolo ha perso più del 40%. A febbraio le vendite in Germania sono diminuite del 76%, in Svezia del 42%; in Francia, nei primi due mesi del 2025, del 45%. In Cina a febbraio il crollo è stato del 49%. Va ricordato che Tesla genera all’estero oltre la metà dei suoi 97 miliardi di ricavi (anzitutto in Cina).L’Italia continua la strada della diplomazia. Il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, nell’incontro bilaterale con il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, «ha sottolineato l’importanza della solida e duratura partnership tra Stati Uniti e Italia». Il dipartimento di Stato ha reso noto che i due «hanno ribadito il loro impegno comune ad affrontare una serie di sfide globali, tra cui l’equilibrio delle relazioni commerciali» e hanno discusso della «necessità di aumentare la condivisione degli oneri tra tutti gli alleati della Nato e porre fine alla guerra tra Russia e Ucraina».Intanto si calcolano i danni delle tariffe sul Made in Italy. Nell’alimentare e in particolare per i prodotti caseari, il Consorzio di tutela del pecorino romano ha stimato che questo formaggio perderebbe 40 milioni di euro di fatturato se rientrasse nella «lista nera» dei dazi. Ancma, l’Associazione del ciclo e motociclo, teme «un’escalation nel settore». In Italia le due ruote valgono 10 miliardi di fatturato.Un’analisi Istat dice che «nel 2024, oltre il 48% del valore dell’export italiano è stato indirizzato al di fuori dell’Ue, una quota superiore a quelle tedesca, francese e spagnola. Gli Usa hanno assorbito circa il 10% delle vendite all’estero dell’Italia e più di un quinto di quelle di prodotti italiani destinati ai mercati extra europei». Quindi, «l’applicazione dei dazi potrebbe avere effetti rilevanti sul nostro Paese».
Il silenzio che precede il suo intervento è carico di significati politici: la sua ascesa ai vertici del sistema iraniano segnala che l’establishment religioso ha deciso di imboccare apertamente la strada dello scontro con Stati Uniti e Israele. Donald Trump avrebbe detto ai suoi collaboratori di essere disposto ad appoggiare l’uccisione della nuova Guida suprema iraniana, qualora questi si rifiutasse di accogliere le richieste degli Stati Uniti, tra cui la sospensione dello sviluppo del programma nucleare iraniano. Lo riportano al Wall Street Journal funzionari attuali e passati della Casa Bianca. A Washington la nomina di Khamenei è considerata la scelta peggiore possibile, decisa direttamente dai Pasdaran. Secondo le stesse fonti, Israele sarebbe pronto a condurre operazioni mirate contro il nuovo leader, in modalità simili a quelle che hanno portato all’uccisione del predecessore, Ali Khamenei, e sua moglie.
La scelta di puntare su Mojtaba Khamenei, figura da anni molto vicina ai vertici del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e agli apparati di sicurezza, rappresenta un messaggio chiaro: il potere iraniano ha optato per una linea di continuità dura, pronta a sostenere il confronto internazionale anche a costo di devastare il Paese. La sua designazione segna inoltre la definitiva sconfitta delle correnti riformiste che, negli ultimi anni, avevano tentato senza successo di rallentare o bloccare il percorso che lo avrebbe portato alla guida dello Stato. Una parte significativa del clero sciita guarda inoltre con sospetto alla sua nomina, poiché Mojtaba non possiede il percorso accademico religioso tradizionalmente richiesto per ottenere il titolo di ayatollah.
Secondo diversi analisti, il nuovo leader adotterà un atteggiamento particolarmente aggressivo nei confronti dell’Occidente e lo stesso farà con gli strumenti di controllo interno. Una prospettiva che lascia prevedere un giro di vite ancora più duro rispetto alla stagione repressiva del padre. Nonostante abbia sempre mantenuto un profilo pubblico relativamente basso, Mojtaba Khamenei è da tempo considerato un sostenitore della linea della sicurezza totale contro qualsiasi forma di dissenso. Durante le proteste del Movimento Verde del 2009, numerosi osservatori lo indicarono come uno dei principali supervisori della repressione contro i manifestanti. In quelle settimane il suo nome divenne uno dei bersagli più odiati della piazza: «Mojtaba, possa tu morire prima di diventare leader», gridavano i dimostranti. Anche durante le mobilitazioni del 2022, i media vicini al potere lo hanno indicato come uno degli uomini chiave per garantire la stabilità del sistema. I suoi sostenitori - che includono esponenti dei Pasdaran, membri dei paramilitari Basij, religiosi ultraconservatori di Qom e funzionari legati all’ufficio della Guida Suprema - lo descrivono come un uomo riservato, profondamente religioso e con una conoscenza dettagliata degli apparati di sicurezza che parla fluentemente l’inglese. La rete di relazioni costruita da Mojtaba affonda le radici negli anni della sua giovinezza.
Durante la guerra Iran-Iraq prestò servizio nel battaglione Habib delle Guardie rivoluzionarie, un’unità militare dalla quale sarebbero poi emersi numerosi comandanti di alto rango, tra cui Esmail Kowsari. Ma dietro le tensioni politiche che hanno accompagnato la sua ascesa esiste anche un altro elemento, molto più concreto. Non si tratta soltanto di dottrina religiosa o equilibri di potere. In gioco c’è il controllo di uno dei sistemi economici più oscuri dell’intero Medio Oriente. Il centro di questo sistema è il Setad, acronimo persiano di «Sede esecutiva dell’Ordine dell’Imam».
La fondazione fu istituita nel 1989 su ordine di Khomeini con l’obiettivo ufficiale di amministrare i beni confiscati dopo la rivoluzione del 1979. Nel tempo si è trasformata in una gigantesca holding con interessi in quasi ogni comparto dell’economia iraniana: immobili, telecomunicazioni, banche, assicurazioni, agricoltura, energia e industria. Un’inchiesta pubblicata nel 2013 stimò il valore di questo impero economico in circa 95 miliardi di dollari. Oggi quella cifra, secondo diverse valutazioni, avrebbe superato i 200 miliardi. Il potere finanziario legato alla nuova Guida suprema non si limiterebbe però all’Iran.
Mojtaba Khamenei sarebbe infatti associato a un vasto patrimonio immobiliare nel Regno Unito. Undici residenze nel quartiere londinese di Hampstead, noto come «la strada dei miliardari», e due appartamenti di lusso vicino a Kensington Palace sarebbero stati acquistati tra il 2013 e il 2016 con proventi del petrolio iraniano venduto aggirando le sanzioni. Gli immobili risultano intestati all’imprenditore Ali Ansari, ritenuto vicino alla famiglia Khamenei e sospettato di aver agito da prestanome. Le due proprietà di Kensington, del valore di circa 60 milioni di euro e situate a pochi metri dall’ambasciata israeliana, hanno alimentato anche sospetti di possibili attività di intelligence.
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Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti (Ansa)
L’ipotesi più probabile è che si stia lavorando ad un pacchetto ampio per sterilizzare l’emergenza prezzi dovuta all’attacco all’Iran. Quindi non solo accise mobile come già annunciato dal premier Giorgia Meloni. Su questo l’esecutivo è al lavoro da giorni. Ieri al Mimit il ministro Adolfo Urso ha convocato una cabina di regia urgente della Commissione allerta rapida con il ministero dell’Economia e delle finanze, il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, la Guardia di Finanza, Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (Dis) della presidenza del Consiglio dei Ministri, dell’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente (Arera), dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm) e dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (Adm). Ore di riunione per un’analisi dell’andamento dei prezzi dei prodotti petroliferi e per fornire immediati riscontri al governo che è al lavoro per verificare la necessità di eventuali interventi e la loro natura, soprattutto nell’ipotesi in cui dovesse continuare il fenomeno della speculazione sui prezzi. La cabina di regia ha osservato che «i prezzi medi applicati alla pompa sono aumentati più dei prezzi consigliati dalle compagnie di riferimento. Una dinamica che sarà ora oggetto di controlli mirati nell’ambito del piano operativo attivato nei giorni scorsi».
Per quanto riguarda l’ipotesi accise, dal marzo 2023 è prevista, «ai fini della tutela del cittadino consumatore», la possibilità, con decreto del ministro dell’Economia e delle finanze, di concerto con il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, di disporre una riduzione delle aliquote di accisa sui prodotti energetici usati come carburanti o combustibili per riscaldamento per usi civili, a fronte delle maggiori entrate Iva derivanti dalle variazioni di prezzo internazionale del petrolio greggio. Questo meccanismo può essere attivato se il prezzo aumenta, sulla media del mese precedente, rispetto al valore di riferimento, espresso in euro, indicato nell’ultimo Documento di economia e finanza o nella relativa Nota di aggiornamento presentati alle Camere. Il presidente della Federazione italiana gestori carburanti e affini (Fegica), Roberto Di Vincenzo, ha spiegato che però c’è un problema perché il meccanismo «non prevede una rapida applicazione con un decreto interministeriale, ma l’analisi del benchmark di un differenziale fra i due mesi precedenti, per capire se lo scostamento possa giustificare un un’applicazione. So che stanno facendo dei calcoli e probabilmente domani (oggi, ndr) in consiglio dei ministri arriveranno con questa proposta, anche perché con un prezzo del gasolio a 2 euro l’Iva è salita quasi di 10 centesimi; quindi, sarebbe immediatamente fruibile a gettito invariato». Oggi in cdm ogni ministero porterà la sua proposta di intervento. Sul tavolo potrebbe esserci anche la presentazione di un pezzo del piano casa.
Il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, che sta lavorando alla possibilità di eventuali coperture per tamponare l’emergenza prezzi dell’energia coglie un altro aspetto dell’emergenza: «L’Italia è leader in Europa per produzione manifatturiera ma non ha indipendenza energetica: un mix che in momenti di crisi come quello che stiamo vivendo diventa pericoloso. L’instabilità energetica mette a rischio non solo la competitività delle nostre aziende ma anche la nostra sicurezza economica». E poi avverte: «Per l’Europa non ci sono le condizioni d’emergenza e invece per noi dovrebbe valutare l’adozione di misure straordinarie, sulla scia di quelle adottate nel 2022 all’indomani dell’attacco russo contro l’Ucraina. Agire subito stoppando i prezzi dell’energia prima che si diffondano su tutti i beni di consumo come nel 2022».
Intanto la Lega ha presentato alcuni emendamenti per migliorare il decreto bollette promossi dal viceministro del Mase, Vannia Gava. Si lavora su accise e sulle centrali a carbone. Si interviene sull’idroelettrico per consentire alle Regioni di riassegnare le concessioni scadute. Sul biogas la Lega propone di evitare il taglio degli incentivi, perché un taglio metterebbe a rischio la sostenibilità economica degli impianti esistenti, con la concreta possibilità di chiusura di oltre mille strutture, mentre il beneficio sulla bolletta sarebbe marginale, poco più di un euro. Infine su riserve e stoccaggi un emendamento propone la soppressione dell’articolo 9, che prevedeva la vendita di parte del gas stoccato nel 2022 per finanziare riduzioni temporanee di alcune componenti tariffarie, anche qui l’impatto sarebbe marginale.
E mentre si lavora sulle ripercussioni economiche della guerra rispunta Francesco Saverio Garofani, il consigliere del Colle beccato dalla Verità a una cena di tifosi della Roma a Terrazza Borromini, mentre parlava di eventuali scenari per far cadere il governo. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha infatti convocato il Consiglio supremo di Difesa per venerdì alle 10. Ordine del giorno: la guerra in Iran e in Medioriente. Come prevedibile. Alla riunione da prassi parteciperanno sia Garofani che Meloni, nella prima riunione ufficiale dopo i fatti di Terrazza Borromini.
Sui tassi arriva una doppia mazzata
La guerra in Iran e l’impennata dei prezzi dell’energia hanno riaperto, in poche sedute, un capitolo che i mercati sembravano aver già chiuso: la possibilità che il 2026 non sia l’anno dei tagli, ma di nuovi rialzi dei tassi da parte della Bce. La catena di cause che ha scatenato tutto è chiara: shock geopolitico, premio per il rischio sulle materie prime, aspettative d’inflazione in salita e rendimenti obbligazionari sotto pressione.
Il detonatore, sia chiaro, è l’energia. Il Brent è balzato ieri fino a ridosso dei 120 dollari al barile, massimo da metà 2022, mentre la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz – snodo cruciale per una quota stimata intorno a un quinto dei flussi globali di petrolio e Gnl – ha congelato parte dei traffici e alzato il costo dell’assicurazione del rischio. Nel Golfo, poi, tagli di produzione e catene logistiche sotto scacco hanno reso più credibile lo scenario di un’offerta meno elastica. Anche il gas europeo (Ttf) è tornato a muoversi in modo violento, con rialzi giornalieri a doppia cifra.
Il riprezzamento è diventato nitido anche sui derivati: gli swap indicizzati alle scadenze di policy della Bce implicano ora circa il 70% di probabilità di due rialzi da 25 punti base nel 2026 scrive Bloomberg, contro l’unico rialzo che solo fino a venerdì scorso si riteneva plausibile quest’anno. Un primo aumento risulta dunque interamente prezzato entro luglio. In più, un altro rialzo potrebbe arrivare verso la fine dell’anno.
Per la Banca centrale europea il dilemma è chiaro: «guardare oltre» un puro shock dell’offerta di energia, oppure reagire al più presto per evitare che l’energia si trasformi in inflazione persistente attraverso salari e servizi. La Bce ha confermato il 5 febbraio i tassi (con quelli sui depositi al 2%), ribadendo un approccio guidato dai dati («data-dependent»), con una prudente riduzione del costo del denaro a fronte di un’inflazione in calo verso l’obiettivo del 2%.
Ora, molti economisti avvertono che, sei i mercati reagiranno a questa crisi in modo eccessivo, questo potrebbe comportare un rischio per l’economia del Vecchio Continente: una stretta aggressiva su uno shock energetico potrebbe peggiorare la crescita senza spegnere la componente importata dell’inflazione. Ma, se i prezzi restano elevati a lungo, l’impatto sull’inflazione potrebbe valere fino a circa un punto percentuale aggiuntivo, riaprendo anche lo spettro della stagflazione. Il punto è che il 2022 (in cui l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia aveva spaventato non poco i mercati energetici) ha lasciato cicatrici di incertezza: oggi, però, la tolleranza per un nuovo shock energetico sembra più bassa.
Sul fronte politico, il G7 discute l’eventuale ricorso alle riserve strategiche coordinato dall’Agenzia internazionale dell’energia. Una mossa del genere potrebbe attenuare la corsa dei prezzi e comprare tempo, ma non cancella il rischio geopolitico: la variabile decisiva resta la durata del conflitto, la tenuta delle rotte energetiche e la capacità di evitare che il rialzo dell’energia diventi inflazione strutturale.
Ora, insomma, la Bce è a un bivio: tagliare i tassi ne minerebbe probabilmente la credibilità, alzarli rischierebbe di frenare la crescita. Lo stesso vale anche per la Banca centrale inglese e, più in generale, per tutti i mercati europei. Quello che è certo è che, senza una soluzione immediata, per le tasche dei cittadini europei rischia di tornare lo spettro di una inflazione al galoppo.
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Un attacco aereo israeliano colpisce il quartiere di Dahiyeh, nella zona sud di Beirut (Ansa)
Lo scontro contro gli alleati dell’Iran ha causato 486 morti soltanto nell’ultima settimana, tra i quali 83 bambini e 42 donne, secondo quanto dichiarato ieri sera dal ministro della Sanità libanese, Rakan Nassereddine. Tra i morti di ieri figura anche Padre Pierre El Raii, parroco maronita di Qlayaa, località del Sud del Libano. L’ultima zona colpita da Tel Aviv è l’area costiera di Tiro, dove sono dispiegate anche forze dell’esercito nazionale libanese e dove i bombardamenti sono caduti su alcuni centri abitati causando la distruzione di case, infrastrutture e reti di servizi essenziali e almeno undici morti con decine di feriti. Un’altra area costantemente sotto attacco è quella di Dahieh, nella periferia Sud della capitale, roccaforte di Ezbollah che ospita mezzo milione di persone.
Israele ha emanato una serie di ordini di evacuazione soprattutto a Dahieh, a Sud e nella Bekaa, provocando diverse centinaia di migliaia di sfollati. Human Rights Watch ha accusato Tel Aviv di aver usato armi al fosforo bianco in Libano, nelle aree residenziali nella città di Yohmor, ma l’Idf ha dichiarato di non essere a conoscenza di questi fatti e non poter confermare l’utilizzo di munizioni contenenti fosforo bianco nel Paese dei Cedri. Il portavoce dell’esercito ha detto non di aver visionato le immagini utilizzate da Human Rights Watch e di non poter quindi rilasciare dichiarazioni in merito al caso, anche se l’Idf, come molti eserciti occidentali, possiede proiettili contenenti fosforo bianco in quantità legale secondo il diritto internazionale.
Intanto Hezbollah ha giurato fedeltà alla nuova Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, che succede al padre, l’ayatollah Ali Khamenei. In una nota, il movimento sciita filoiraniano ha promesso la sua lealtà e ribadito la sua incrollabile fedeltà sostenendo che questa decisione invia un messaggio a Stati Uniti e Israele: l’Iran non si lascerà intimidire dal terrorismo degli aggressori e dai tentativi di indebolire la rivoluzione. Un attacco missilistico di Hezbollah nel centro di Israele, inoltre, ha provocato 16 feriti.
Mentre sul terreno si continua a combattere, il presidente libanese Joseph Aoun, in un’intervista pubblicata dal quotidiano L’Orient-Le Jour, il principale quotidiano in lingua francese, ha detto che il governo è pronto a riprendere il negoziato con Israele per arrivare a una pace solida, duratura ed efficace, fondata sulla formula «terra in cambio di pace». Il Libano avrebbe già informato le Nazioni Unite e le maggiori potenze di essere pronto a un confronto con Israele per evitare l’escalation (secondo i media americani, è stato chiesto di mediare all’amministrazione Trump). Il leader cristiano maronita ha definito gli attacchi contro l’esercito libanese inaccettabili, sorprendenti e sospetti, accusando contemporaneamente Hezbollah di volere la distruzione di Beirut. «La decisione sulla guerra e sulla pace deve restare prerogativa esclusiva dello stato libanese e ci impegniamo nel continuare il disarmo di Hezbollah», ha concluso Joseph Aoun.
Anche il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen hanno espresso la loro profonda preoccupazione per l’impatto della crisi regionale sul Libano e per le gravi conseguenze sui civili e sui delicati equilibri mediorientali.
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