
La partita bancaria tra Milano e Francoforte fa un altro passo avanti. Non è ancora quello decisivo ma il traguardo si avvicina. Il primo atto, quello che conta davvero: l’assemblea straordinaria di Unicredit ha dato il via libera all’operazione con un consenso totalitario. Il 99,55% del capitale presente ha detto sì all’aumento fino a 6,7 miliardi di euro, funzionale all’offerta di scambio su Commerzbank. La banca italiana ha fatto il pieno e ora è pronta a partire.
Fino a 470 milioni di nuove azioni. Munizioni per una campagna che non si annuncia breve né priva di trappole. Secondo il presidente di Unicredit Pier Carlo Padoan Commerzbank non sta esprimendo tutto il suo potenziale. E quindi va «liberata». Una parola che in finanza ha sempre un suono ambiguo: liberata da cosa, e soprattutto liberata per chi?
Padoan insiste: non è un blitz, non è un assalto, è un dialogo lungo diciotto mesi. Peccato che a Francoforte il dialogo venga descritto con toni meno fantasiosi e molto più difensivi. Il messaggio di Commerzbank è chiarissimo: non stiamo parlando di una fusione alla pari, ma di un piano che «smantella la banca così come funziona oggi per i suoi clienti e non paga alcun premio agli azionisti». Insomma: più che un matrimonio, un fidanzamento imposto con divisione dei beni già contestata. E mentre gli uffici legali affilano le definizioni, arriva il parere favorevole della Ue. Perché a Bruxelles e dintorni le fusioni bancarie sono viste con ammirazione. Il ministro greco dell’Economia e presidente dell’Eurogruppo, Kyriakos Pierrakakis lo dice con chiarezza: servono «campioni europei piuttosto», e soprattutto «maggiore solidità». Insomma basta banche piccole che si fanno concorrenza domestica. Servono giganti capaci di giocare la partita globale. Pierrakakis osserva che il vero metro di giudizio non è solo il capitale, ma la capacità di investire in tecnologia. E quando si confrontano Europa, Stati Uniti e Cina, il verdetto è impietoso: troppo piccoli per competere davvero sull’innovazione. In altre parole: se restiamo frammentati, perdiamo la partita non con il vicino di casa, ma con i sistemi bancari continentali. E non è un dettaglio che, su questa linea, anche la Banca centrale europea abbia da tempo mostrato un atteggiamento tutt’altro che ostile all’idea dell’ integrazione. Nessuna pressione. Ma un orientamento ormai chiaro: meno frammentazione, più solidità, più economie di scala. Per anni l’Europa ha predicato l’unione bancaria come obiettivo strategico. Poi, quando qualcuno prova a farla sul serio, la discussione torna improvvisamente nazionale, difensiva, quasi identitaria. Come se la teoria fosse europea e la pratica dovesse restare tedesca.
E infatti il fronte di Francoforte non arretra. Michael Kotzbauer, voce del consiglio di amministrazione di Commerzbank, non usa giri di parole: il piano di Unicredit non è integrazione, è in realta una forma di «disarticolazione». E soprattutto non c’è nessun premio agli azionisti. Che in traduzione libera significa: se questa è un’offerta, manca la parte più sostanziosa del menu.
Ma la partita, adesso, è entrata nella fase decisiva. Perché con l’aumento di capitale approvato e la macchina dell’Ops pronta, non si parla più di intenzioni ma di esecuzione. Il calendario, del resto, è già scritto: conti trimestrali oggi, poi l’avvio operativo, e a fine giugno - o poco oltre - le prime risposte vere del mercato. Quelle che non si misurano nei comunicati, ma nei prezzi. E allora si chiude il cerchio con una frase che suona quasi come un manifesto politico-finanziario come lo definisce Padoan: «Stiamo costruendo la banca del futuro per l’Europa».
È qui che il racconto si fa più grande della singola operazione. Perché non si tratta solo di una banca italiana che prova a scalare una banca tedesca. Si tratta dell’ennesimo tentativo di dare all’Europa quello che proclama da vent’anni e realizza con estrema cautela: un sistema bancario davvero continentale. Il problema, come sempre, è che tra il dire e il fare ci sono gli azionisti, i consigli di amministrazione, le capitali nazionali e quella sottile arte europea del compromesso che rende tutto possibile. E in mezzo a tutto questo, mentre i comunicati si inseguono e le dichiarazioni si contraddicono con puntualità, resta una certezza: questa non è più una trattativa bancaria. È una piccola prova generale di Europa.





