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Un’alternativa è possibile rispetto al tutto chiuso: il lasciapassare di Tubinga

Un’alternativa è possibile rispetto al tutto chiuso: il lasciapassare di Tubinga
(Tom Weller/picture alliance via Getty Images)
  • Da 15 giorni l'esperimento della città tedesca: dopo un tampone rapido negativo, un ticket giornaliero per vivere come prima. E il tasso di positività è rimasto costante.
  • Entro il 7 aprile le 12 città ospitanti, per noi Roma, devono decidere sullo stadio aperto.

Lo speciale contiene due articoli.


I puristi della libertà e gli incontentabili dell'antistatalismo diranno che non è il massimo, che non si può vivere stando sempre con un pezzo di carta in mano. E ovviamente ci sarebbe del vero anche in obiezioni di questo tipo. Ma se l'essenza della saggezza è scegliere il male minore, va guardato con estrema simpatia l'esperimento di Tubinga, in Germania, dove da un paio di settimane l'amministrazione del sindaco Boris Palmer (49 anni, dei Verdi) ha messo in campo una trovata degna del proverbiale uovo di Colombo: una soluzione semplice quanto efficace. E per questa via, la nota località (meno di 100.000 abitanti, forse la più celebre città universitaria, sul fiume Neckar, a sud di Stoccarda) si è conquistata una libertà pressoché totale, sconosciuta al resto della Germania, in particolare per ciò che riguarda la possibilità di aprire (per gli esercenti) e di frequentare (per tutti i cittadini) i cosiddetti locali ritenuti «non essenziali», secondo l'orribile e burocratica espressione che ha condannato alla chiusura una valanga di negozi.

Di che si tratta? Della possibilità di ottenere un tagesticket, cioè un ticket di giornata, un permesso giornaliero per girare, fare shopping, entrare ovunque, andare al cinema, frequentare ristoranti, pranzare all'aperto, vivere normalmente come prima. E cosa occorre per conquistarsi questo lasciapassare quotidiano? O la vaccinazione (cosa che però, anche in Germania, è ancora un «privilegio» per pochissimi), o un certificato medico che metta nero su bianco la guarigione, oppure (ecco la terza opzione a disposizione di chiunque) l'esito negativo di un test rapido effettuato in giornata. Insomma, fai un tampone negativo e vivi la vita di prima.

C'è da immaginare il panico dei chiusuristi ossessivi, dei talebani del lockdown, dei mistici dei divieti, che - leggendo la notizia - si affretteranno a fare esorcismi contro il rischio di «focolai». E invece no: l'esperimento, per ora, funziona alla grande: con un ritmo di 4.000 tamponi al giorno, dal 16 marzo, il tasso di positività è rimasto bassissimo e costante. Tutto sotto controllo, quindi: si può tornare a vivere senza che ciò sia viatico di chissà quali sciagure.

Il sindaco Palmer mette le cose in modo lineare e ragionevole: «Penso che abbiamo la responsabilità di dare una prospettiva e un'opportunità. Quando si viene sottoposti al test, ci si può muovere liberamente come prima e godersi la vita in città. È quello che volevamo tentare».

Lisa Federle, responsabile anti pandemia in città, conferma i dati rassicuranti della sperimentazione: «Per ora l'incidenza a Tubinga non è aumentata. I numeri restano bassi, anche se è tutto aperto e per quanto adesso da noi ci sia abbastanza vita e movimento». E conclude indicando cittadini e passanti: «Guardate la gente qui, chiedete a loro. Non finiscono di ringraziarci».

E in effetti le immagini dei servizi televisivi e online parlano chiaro: persone allegre che girano, sia pure rispettando le distanze e indossando la mascherina, locali dove si mangia, negozi del centro storico tornati a rifiorire, e anche turisti che arrivano in camper o con altri mezzi.

Con una certa irritazione di Angela Merkel, l'esperimento (che durerà almeno fino al 18 aprile) promette di moltiplicarsi qua e là, e c'è già chi tenta di «esportarlo» in altri lander, clonando il tentativo dal Baden Wurttemberg (dove si trova Tubinga) anche altrove, ad esempio in Baviera. Ovunque c'è desiderio di superare una situazione di sostanziale chiusura dei negozi «non essenziali» che complessivamente, in Germania, si trascina da metà dicembre.

Naturalmente, gli avversari del progetto obiettano che Tubinga è una città piccola, e che le condizioni non sono facilmente replicabili in una dimensione più grande. Sarà: ma qualcosa occorrerà pur fare nelle situazioni in cui (vale per la Germania, per l'Italia e per il resto dei Paesi Ue) la campagna vaccinale procede con lentezza eccessiva.

Restano infatti almeno due osservazioni indiscutibilmente positive dopo il racconto dei fatti. La prima: ci era stato detto per mesi, in tutto il primo periodo della pandemia, a inizio 2020, che sarebbe stato desiderabile arrivare in futuro a «convivere con il virus», prima della vittoria finale attraverso il buon esito della campagna vaccinale. Ecco, siamo proprio qui: siamo esattamente al punto in cui occorrerebbe «convivere», evitando restrizioni tali da ammazzare l'economia o da rendere permanente un lockdown strisciante. Tubinga ha scelto questa strada di «convivenza» intelligente.

La seconda: un modello alternativo è dunque possibile, e si possono cercare altre strade rispetto alla soluzione unica «chiusurista». I profeti del panico, non solo in Italia, vorrebbero imporre un solo modello, la segregazione delle persone. E invece esperimenti diversi possono essere tentati: e proprio i numeri dei contagi sotto controllo, ormai da due settimane a Tubinga, mostrano che un livello accettabile di esposizione al rischio non determina affatto conseguenze letali. Anzi, fa rifiorire l'economia e lo spirito delle persone.


La Uefa non rinuncia al pubblico. L'Italia forse rinuncia all'Europeo

A stimolare una svolta nell'emergenza sanitaria, più che i virologi in disaccordo tra loro e le star dei social che si fanno iniettare il siero anti Covid sbandierandolo ai quattro venti, potrebbe pensarci lo sport nazionalpopolare per eccellenza. Manca poco all'inaugurazione dei Campionati europei di calcio - il fischio d'inizio è fissato all'11 giugno, dopo il rinvio dell'anno scorso a causa della pandemia -, manca ancor meno al 7 aprile, data indicata dall'Uefa per conoscere quali Paesi saranno disposti a far disputare le partite con il pubblico negli stadi. La competizione sarà itinerante, abbraccerà 12 sedi sparse sul continente. Ma a condizione di assicurare la presenza dei tifosi sugli spalti.

Logico pensare che la nazione incapace di mantenere l'impegno subirebbe un danno economico non irrilevante, oltre alla figuraccia d'immagine. Il presidente Uefa, l'avvocato sloveno Aleksander Ceferin, è stato drastico: «Stiamo lavorando a diversi scenari, l'opzione di giocare una qualsiasi partita di Euro 2020 in uno stadio vuoto è fuori discussione. Ogni città dovrà garantire che ci saranno supporter sugli spalti durante i match». Chi non se la sentisse, finirebbe depennato dall'elenco. Continua Ceferin ai microfoni di Sky Sport: «Lo scenario ideale è giocare il torneo nelle 12 sedi originali previste, se ciò non fosse praticabile, si andrà avanti in 10 o 11 Paesi. Dipenderà dalla possibilità di soddisfare le condizioni richieste. Se una città proponesse uno scenario a porte chiuse, gli incontri inizialmente previsti in quella sede potrebbero essere spostati altrove».

L'uso del condizionale fa sottintendere che ci siano margini di trattativa, ma il senso è chiaro. Su un campo silenzioso, circondato soltanto da telecamere, non si gioca. Le città ospitanti avranno tempo fino al 7 aprile per comunicare all'Uefa la loro decisione, dopodiché si svolgerà una riunione del comitato esecutivo, fissata per il 19 aprile. C'è già chi sta scaldando i motori per abbracciare la prospettiva. Sabato 27 marzo, ad Amsterdam, durante Olanda-Lettonia, sfida di qualificazione alla Coppa del Mondo 2022, la Federcalcio olandese ha aperto i cancelli a 5.000 tifosi risultati negativi al Covid. I biglietti sono stati venduti in poco più di mezz'ora, l'esperimento è arrivato dopo quelli già effettuati in occasione delle partite Nec-De Graafschap e Almere City-Cambuur, con 1.300 persone sulle tribune e un solo positivo al termine delle due gare. La dinamica di accesso agli impianti prevederebbe regole precise: compilare un'autocertificazione con le condizioni di salute fino a 24 ore prima della partita, presentare l'attestazione di un valido test per il Covid risultato negativo, sottoporsi a rilevamento della temperatura, un ulteriore tampone rapido all'ingresso. Nei match olandesi, i tifosi sono stati divisi in comparti distinti. In alcune aree era obbligatoria la mascherina, in altre era sufficiente il distanziamento.

Il diktat di Ceferin comporta risvolti politici. La sfida inaugurale degli Europei tra gli azzurri e la Turchia si dovrebbe tenere proprio allo Stadio Olimpico di Roma, un cambio di programma implicherebbe ricadute psicologiche sulle squadre, un danno economico per l'indotto derivante dall'evento e un'onta istituzionale considerevole. A oggi, assieme allo stadio di Roma, le altre sedi ospitanti sono Baku, Copenhagen, Londra, Monaco di Baviera, Dublino, Amsterdam, Bucarest, San Pietroburgo, Glasgow, Bilbao, Budapest.

Il bilancio di Tedros: 3 vittime, 5 casi confermati («Ma aumenteranno»). Rispuntano Bassetti, Burioni & C. Il capitano della MV Hondius dopo la morte del primo paziente: «Nave sicura». Hostess ricoverata in Olanda.

Mamma mia, here we go again. Ci risiamo davvero? L’epidemia di Hantavirus non è nemmeno un’epidemia, ma i giornali hanno subito ritrovato il gusto dell’apocalisse sanitaria. E sono ricomparse le virostar. Al solito, con tutto e il suo contrario: Matteo Bassetti è preoccupato per la letalità della malattia e per la dispersione dei potenziali untori; Fabrizio Pregliasco esorta a evitare «inutili allarmismi»; Roberto Burioni rispolvera l’arte della spocchia e deride i «milioni di esperti» passati da Hormuz a Garlasco al virus. Come nel 2020, solo lui capisce tutto. Il Corriere della Sera dissotterra una formula capace di evocare vivide memorie: la «paura del contagio». Anche se Tedros Adhanom Ghebreyesus, capo dell’Oms, rassicura: questo non è il nuovo Covid, conosciamo il patogeno e per infettarsi occorrono contatti prolungati. Ma se è vero che, su otto casi sospetti e cinque confermati, ci sono tre morti, Sars-Cov-2 al confronto era un raffreddore. In assenza di terapie specifiche e di vaccini da vendere a miliardi di fiale, l’agenzia Onu ci rifila una dose di moralismo: occorre «solidarietà», ha detto ieri il funzionario etiope, perché «i virus non si curano dei nostri confini». Calma, però: «Non è l’inizio di una pandemia». Almeno, stavolta non ci tocca prendere per oro colato i bollettini cinesi.

Nel dubbio, a differenza di sei anni fa, le autorità si stanno muovendo in anticipo. Ieri, l’Ue ha organizzato una «riunione di follow-up del Comitato per la sicurezza sanitaria». Vi hanno partecipato gli Stati membri dell’Unione e dello Spazio economico europeo, i cui cittadini si trovavano a bordo della nave dalla quale sarebbe partito il focolaio. «La valutazione preliminare», ha comunque garantito la portavoce di Bruxelles, «indica un basso rischio per la popolazione generale».

Il mantra è questo: la trasmissione da uomo a uomo è rara. Eppure, il ceppo andino, sceso dalla crociera sudamericana, è riuscito a prendere l’aereo. Ieri, ad Amsterdam, dov’è ricoverata, è stata sottoposta ai test un’assistente di volo della Klm, che si era incrociata con la moglie del passeggero olandese di 70 anni, morto l’11 aprile sull’imbarcazione. Costei, colta da disturbi intestinali, era approdata insieme alla salma del marito sull’isola di Sant’Elena; poi si era spostata a Johannesburg, dove, lo scorso 25 aprile, aveva provato a prendere un volo per i Paesi Bassi; a causa delle sue condizioni, però, le era stato impedito di salire sul jet. Il giorno dopo, è morta. L’Olanda, intanto, ha confermato la positività di uno dei pazienti evacuati dalla crociera e atterrati nella capitale. In Italia, si è messo in allerta lo Spallanzani. E le opposizioni hanno fatto ripartire il disco: «Il governo riferisca in Aula».

Non è il nuovo Covid. Lo dimostra la cautela dei politici, disciplinati dal prezzo che hanno dovuto pagare per le restrizioni pandemiche. Ieri, ad esempio, il ministro della Sanità di Madrid, Mónica García Gómez, si è appellata «al buon senso dei passeggeri e dei loro familiari», affinché chi arriva alle Canarie rispetti la quarantena. García ha ricordato che i 14 connazionali sul natante dovrebbero firmare un «consenso informato» per essere messi in isolamento, benché abbia poi velatamente minacciato di imporglielo. La nave MV Hondius, infatti, ha ricevuto l’autorizzazione a dirigersi a Tenerife. Tra le polemiche. Il morale a bordo è migliorato, ha assicurato Tedros, fornendo il bilancio dei contagiati: dei tre evacuati l’altro ieri, due sono nei Paesi Bassi in ospedale e uno in isolamento in Germania. Migliora l’uomo che era stato ricoverato in terapia intensiva in Sudafrica, mentre uno finito in corsia a Zurigo è stabile. In Gran Bretagna, gli asintomatici confinati in casa sono due; ed è stazionario un cinquantaseienne ammalato. Resta grave il medico di bordo, colui che avrebbe giudicato «non contagioso» il paziente zero: ieri è spuntato un video in cui si vede il capitano della crociera, il 12 aprile, informare i passeggeri che la nave, visto ii parere del dottore, poteva considerarsi «sicura».

Non è il nuovo Covid. Ma la disavventura ricorda l’odissea della Diamond Princess, la nave inglese che, dal 4 febbraio 2020, finì in quarantena per oltre un mese a Yokohama. L’Oms e l’operatore dello scafo olandese hanno comunicato che i passeggeri con sintomi sono stati tutti trasferiti; mentre il ministero degli Esteri dei Paesi Bassi ha ribadito che, dopo la morte del primo paziente a bordo, circa in 40 erano scesi a Sant’Elena, nell’Atlantico meridionale. Compresa, appunto, la moglie della vittima.

È incerta l’origine di quello che Ghebreyesus ha definito «incidente grave». Si ipotizza che la coppia olandese deceduta abbia contratto il patogeno durante un’escursione per osservare uccelli in una discarica di Ushuaia, nella Terra del Fuoco. Solo che, in quella provincia, non erano stati mai registrati casi. Perciò, si sta ricostruendo il percorso dei coniugi prima dell’imbarco, dal Cile (che esclude coinvolgimenti) alla Patagonia. È acclarato che la variante delle Ande è quella che si diffonde più facilmente tra esseri umani e che, in Argentina, le infezioni stanno aumentando: l’innalzamento delle temperature consente ai topi vettori di prosperare. Fatale, difatti, è l’esposizione a escrementi, urina o saliva dei roditori. Il virus ha un’incubazione che varia tra una e otto settimane e può evolvere in varie forme, dalla febbre emorragica con sindrome renale, alla nefropatia, alla sindrome polmonare, la più frequente nel continente americano. Proprio l’intervallo tra infezione e manifestazione dei sintomi ha indotto l’Oms a precisare che potrebbero emergere nuovi casi.

La MV Hondius era salpata da Ushuaia il primo aprile, con circa 150 persone. Il 6, lo sfortunato settantenne olandese ha iniziato a sentirsi male. Ma nessuno, nemmeno il dottore, aveva pensato al morbo respiratorio. Così, fino agli esiti delle analisi sulla donna morta il 26 aprile, la crociera ha proseguito il suo tragitto, lasciando scendere decine di persone. A segnalare il cluster all’Oms è stato il Regno Unito; era il 2 maggio, giorno in cui è spirata la terza vittima tedesca. A quel punto, la MV Hondius è stata bloccata a Capo Verde. Da lì, è ripartita alla volta delle Canarie, in un clima tipo Demeter, il mercantile del romanzo di Bram Stoker infestato da Dracula e trasformato in veicolo di pestilenza. E allora? Ci risiamo? Non è il nuovo Covid, no. Ma chi era in astinenza da salotti tv se lo farà bastare.

Gli Usa in manovra su Schlein e Gentiloni. Elly vede Bank of America e va da Obama
Ansa
La segretaria del Pd sondata dal colosso finanziario a Roma. E oggi vola in Canada.

Nella settimana tra il 20 e il 25 aprile scorso una delegazione di Bank of America-Merrill Lynch, una delle maggiori istituzioni finanziarie mondiali, ha avuto alcuni incontri con personalità politiche italiane tra cui il segretario del Partito democratico, Elly Schlein, e l’ex premier ed ex Commissario Ue, Paolo Gentiloni. Non risultano alla Verità incontri con protagonisti dello stesso livello appartenenti alla maggioranza o al governo italiano, salvo contatti con un parlamentare di Fratelli d’Italia con cui non è stato possibile organizzare un faccia a faccia per via di una contemporanea missione all’estero di quest’ultimo.

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Merz l’antieuropeista ostacola Unicredit
Friedrich Merz (Ansa)
Quando i gioielli sono «suoi», il cancelliere si scopre sovranista: «Non è questo il modo di trattare Commerzbank». E schiera in difesa la «Cassa depositi e prestiti» tedesca. Intanto l’istituto italiano cede al pressing dell’Ue e vende le attività russe.

Gli italiani in Germania possono fare gli operai, i manovali, i cuochi e negli ultimi anni perfino i ristoratori e i medici. Ma non possono fare i banchieri. Sulle banche non si passa. Unicredit ha lanciato un’offerta pubblica su Commerzbank, ma governo e sindacati non ne vogliono sentire parlare e per fermare gli italiani sta per entrare in campo anche la Cdp tedesca. Alla faccia delle regole Ue e del semaforo verde della Bce, oltre che della famosa reciprocità europea. Che evidentemente vale solo per l’Italia, dove Crédit Agricole e Bnp Paribas hanno fatto shopping e si muovono liberamente e i tedeschi, per dire, hanno in mano l’ex Alitalia.

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«Prima gli italiani»? Per i giudici è reato
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Le toghe scavalcano la politica sulla gestione dei migranti. La Consulta boccia il Friuli-Venezia Giulia sulle case popolari: «Vivere qui non conta». Mentre per la Corte di giustizia Ue il criterio dei 10 anni di residenza per il reddito di cittadinanza è «discriminante».

Altro che remigrazione! Con il vento che tira dalle parti dei tribunali dall’Italia non solo non se ne andrà nessuno, ma avere la cittadinanza italiana conterà come il due di coppe quando è briscola bastoni.

E a proposito di «bastoni» ecco due sentenze fresche fresche, una della Corte costituzionale, l’altra della Corte di giustizia Ue: entrambe sembrano appunto svuotare di priorità l’essere cittadini italiani ma anche essere stranieri da diverso tempo in Italia.

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