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2020-11-05
Ma i terroristi continuano a sbarcare
Ansa
Il secondo tunisino che in pochi giorni ha messo in imbarazzo il Viminale è il nipote di un terrorista arrestato in Francia nel 2016 perché sospettato di essere a capo di una cellula jihadista che progettava attentati. Come Brahim Aouissaoui, il tagliagole di Nizza, anche Marouan Elkroumi, 35 anni, è approdato con un barchino a Lampedusa. Al contrario del connazionale che è riuscito a raggiungere indisturbato la Francia, però, il secondo tunisino, avendo un cognome ingombrante e noto all'intelligence, è stato segnalato come «soggetto pericoloso» alla Direzione centrale anticrimine della polizia di Stato. Il questore di Palermo, dopo aver ricevuto una relazione dettagliata dalla Digos agrigentina contenente la segnalazione dell'Aisi (il servizio segreto che si occupa di minaccia interna) e gli ulteriori accertamenti svolti dalla polizia, ha firmato un decreto di espulsione. Elkroumi è stato rimpatriato con un volo diretto Palermo-Tunisi.
Aveva messo piede a Lampedusa, per la seconda volta nella sua vita, il 18 ottobre scorso con altri 16 tunisini. Al momento dell'identificazione è risultato già respinto nel 2017 e destinatario di un provvedimento - inserito dalle autorità francesi - di inammissibilità nell'area Schengen. Insieme allo zio Imed Hamouda, indicato dall'antiterrorismo d'Oltralpe come jihadista, stando a quanto ha segnalato dall'Aisi, avrebbe soggiornato in Italia già dal 2008 al 2015, facendo ingresso sempre dalla Sicilia.
Ora, oltre a ricostruire gli spostamenti dei due sul territorio nazionale, bisognerà accertare cosa abbia riportato Elkroumi in Italia, risalire alla sua cerchia relazionale e verificare se era ancora in contatto con lo zio in Francia.
Insieme all'inchiesta antiterrorismo, affidata allo Sco, il Servizio centrale operativo della polizia di Stato, è scattato anche un accertamento amministrativo, in quanto immigrato irregolare sul territorio nazionale. Il tunisino è stato portato in Questura a Palermo nella giornata di sabato, subito dopo la segnalazione degli 007. Ma l'espulsione, comunica il Viminale (che per la delicatezza della situazione ha accentrato tutta la comunicazione sul caso), è stata eseguita ieri. Si tratta del quarantatreesimo immigrato allontanato per motivi di sicurezza nazionale nel 2020 (dal 2015, l'anno in cui è stata introdotta la misura, ne sono stati espulsi complessivamente 504). Anche per il giovane che ha ospitato ad Alcamo Aouissaoui, un tunisino che lavorava come dipendente in un ristorante etnico, si profila l'espulsione. È stato mandato nel centro per il rimpatrio di Gradisca d'Isonzo (Gorizia), in quanto la sua posizione si è rivelata irregolare. Interrogato dai magistrati di Palermo, ha dichiarato di aver offerto all'amico, che prima di allora non conosceva di persona (tanto da essere stato costretto a farsi mandare una foto di Aouissaoui dalla Tunisia), solo un posto in cui dormire.
«Nei confronti dell'attentatore di Nizza non erano mai emersi, neanche da parte delle autorità tunisine, sotto il profilo della sicurezza, elementi che ne facessero desumere la sua radicalizzazione o la sua vicinanza ad ambienti del jihadismo», si è difeso ieri il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese durante il question time alla Camera. Non ha spiegato, però, come intenda intervenire per contrastare gli arrivi di clandestini potenzialmente pericolosi come gli ultimi due jihadisti.
D'altra parte, i 268 immigrati arrestati nel corso del 2020 per motivi legati al fanatismo religioso la dicono lunga su quanto siano pericolosi gli ingressi incontrollati. Che sembrano non fermarsi.
Dalla mezzanotte di martedì sono arrivati a Lampedusa altri 114 africani a bordo di tre imbarcazioni. Prima è stato soccorso un barchino con 10 tunisini a bordo, poi un altro con 85 persone di varia nazionalità e, infine, all'alba, è stata agganciata un'altra imbarcazione che trasportava 19 persone. Sono finiti tutti nell'hotspot dell'isoletta, dove si è arrivati già a quota 1.300 presenze, a fronte di una capienza massima che sulla carta sarebbe di 192 ospiti. Un centinaio di migranti, poi, sono stati salvati nel corso della mattinata dalla Guardia di finanza: un gommone stava per affondare davanti alla banchina del porto lampedusano dopo aver urtato contro uno scoglio. A bordo c'erano anche donne e bambini. Martedì, dopo l'approdo di 16 imbarcazioni con altri 847 extracomunitari, sono stati trasferiti solo 77 ospiti del centro, imbarcati sulla nave quarantena Allegra. «Nel centro di accoglienza la situazione è totalmente fuori controllo», denuncia Domenico Pianese, segretario generale del sindacato di polizia Coisp, «soprattutto grazie alle modifiche dei decreti sicurezza, che hanno allentato le maglie dei controlli». La situazione a Lampedusa è ancora più difficile della scorsa estate. «Si pensi, ad esempio», aggiunge il sindacalista, «che quest'estate, anche nei momenti più critici, si è arrivati a un massimo di 1.200 persone, ma oggi la situazione è di gran lunga peggiorata». Al controllo della struttura ci sono solo un centinaio di agenti, esposti anche al pericolo di contagio da Covid-19.
Il killer di Vienna si poteva bloccare
Passato lo choc e il dolore, è il momento degli interrogativi. Di fronte all'attacco terroristico che ha insanguinato Vienna, le autorità austriache sono ora sotto pressione per le varie falle nella catena dei controlli che stanno pian piano emergendo. Oltre alla vicenda grottesca della «deradicalizzazione» di Kujtim Fejzulai, che era riuscito a fingersi pentito e a ingannare le autorità, spuntano ora anche gli allarmi ignorati.
Come quello che proveniva dalla Slovacchia. Il Paese confinante aveva infatti avvertito Vienna nei mesi scorsi sul fatto che Fejzulai avesse tentato di acquistare munizioni nel Paese. «La polizia slovacca è stata informata l'estate scorsa che alcuni sospetti provenienti dall'Austria avevano tentato di acquistare munizioni in Slovacchia, senza, però, riuscire nel loro intento», ha scritto su un social network il direttorato della polizia slovacca. L'informazione è stata trasmessa immediatamente alla polizia austriaca, aggiunge il comunicato. Anche se le armi utilizzate dall'attentatore a Vienna (una pistola e un fucile da assalto) non venivano dalla Slovacchia, l'informazione poteva risultare preziosa per attivare un protocollo di prevenzione. E invece non si capisce bene cosa sia successo.
«Qualcosa è andato storto nella comunicazione qui», ha dovuto ammettere mestamente il ministro dell'Interno austriaco, Karl Nehammer. Sul fronte delle indagini, ci sono state «numerose perquisizioni domiciliari» e «14 arresti», ha detto Nehammer, spiegando che gli arrestati avevano tra i 18 e i 28 anni, avevano «tutti un background migratorio» ed erano «in parte cittadini non austriaci». Il cancelliere Sebastian Kurz, intanto, dopo aver proclamato tre giorni di lutto nazionale, ha commentato: «Non ci lasceremo intimidire, difenderemo i nostri valori fondamentali, il nostro modello di vita e la nostra democrazia con tutte le nostre forze». Poi ha aggiunto: «Non cadremo nella trappola del terrorismo. Dobbiamo essere coscienti che non c'è una una battaglia fra cristiani e musulmani, o fra l'Austria e i migranti. No. Questa è una lotta fra le molte persone che credono nella pace e alcuni che auspicano la guerra. È una lotta fra civiltà e barbarie. E questa lotta l'affronteremo con ogni determinazione».
Intanto il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, da molti giudicato fra i responsabili politici della nuova ondata di odio anti europeo che ha travolto molti Paesi musulmani, ha trovato il modo di sfruttare propagandisticamente la situazione, telefonando a Mikail Özen e Recep Tayyip Gültekin, i giovani lottatori turchi di arti marziali miste (Mma) che, insieme a Osama Joda, un palestinese, hanno aiutato i feriti di Vienna. I loro video sui social hanno fatto il giro del mondo e la stampa turca li ha presentati come eroi nazionali. Occasione prontamente colta dal discusso «sultano» di Ankara, che ha trovato il modo per porsi dalla parte dei «buoni» e rilanciare l'immagine dei musulmani solidali e integrati.
Una strategia che però sa molto di trovata mediatica, viste le parole di fuoco usate qualche settimana fa da Erdogan per rilanciare la polemica sulle vignette anti Maometto e, più in generale, sul presunto odio anti islamico dominante in Europa.
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Marouan Elkroumi, nipote del capo di una cellula in Francia, sbarcato a Lampedusa. Paura nell'isola: ci sono 1.300 clandestini.La Slovacchia avvertì che Kujtim Fejzulai, il killer di Vienna, si era introdotto nel Paese in cerca di armamenti, ma gli austriaci non si sono mossi. E ora ammettono: «Qualcosa è andato storto».Lo speciale contiene due articoli.Il secondo tunisino che in pochi giorni ha messo in imbarazzo il Viminale è il nipote di un terrorista arrestato in Francia nel 2016 perché sospettato di essere a capo di una cellula jihadista che progettava attentati. Come Brahim Aouissaoui, il tagliagole di Nizza, anche Marouan Elkroumi, 35 anni, è approdato con un barchino a Lampedusa. Al contrario del connazionale che è riuscito a raggiungere indisturbato la Francia, però, il secondo tunisino, avendo un cognome ingombrante e noto all'intelligence, è stato segnalato come «soggetto pericoloso» alla Direzione centrale anticrimine della polizia di Stato. Il questore di Palermo, dopo aver ricevuto una relazione dettagliata dalla Digos agrigentina contenente la segnalazione dell'Aisi (il servizio segreto che si occupa di minaccia interna) e gli ulteriori accertamenti svolti dalla polizia, ha firmato un decreto di espulsione. Elkroumi è stato rimpatriato con un volo diretto Palermo-Tunisi.Aveva messo piede a Lampedusa, per la seconda volta nella sua vita, il 18 ottobre scorso con altri 16 tunisini. Al momento dell'identificazione è risultato già respinto nel 2017 e destinatario di un provvedimento - inserito dalle autorità francesi - di inammissibilità nell'area Schengen. Insieme allo zio Imed Hamouda, indicato dall'antiterrorismo d'Oltralpe come jihadista, stando a quanto ha segnalato dall'Aisi, avrebbe soggiornato in Italia già dal 2008 al 2015, facendo ingresso sempre dalla Sicilia. Ora, oltre a ricostruire gli spostamenti dei due sul territorio nazionale, bisognerà accertare cosa abbia riportato Elkroumi in Italia, risalire alla sua cerchia relazionale e verificare se era ancora in contatto con lo zio in Francia. Insieme all'inchiesta antiterrorismo, affidata allo Sco, il Servizio centrale operativo della polizia di Stato, è scattato anche un accertamento amministrativo, in quanto immigrato irregolare sul territorio nazionale. Il tunisino è stato portato in Questura a Palermo nella giornata di sabato, subito dopo la segnalazione degli 007. Ma l'espulsione, comunica il Viminale (che per la delicatezza della situazione ha accentrato tutta la comunicazione sul caso), è stata eseguita ieri. Si tratta del quarantatreesimo immigrato allontanato per motivi di sicurezza nazionale nel 2020 (dal 2015, l'anno in cui è stata introdotta la misura, ne sono stati espulsi complessivamente 504). Anche per il giovane che ha ospitato ad Alcamo Aouissaoui, un tunisino che lavorava come dipendente in un ristorante etnico, si profila l'espulsione. È stato mandato nel centro per il rimpatrio di Gradisca d'Isonzo (Gorizia), in quanto la sua posizione si è rivelata irregolare. Interrogato dai magistrati di Palermo, ha dichiarato di aver offerto all'amico, che prima di allora non conosceva di persona (tanto da essere stato costretto a farsi mandare una foto di Aouissaoui dalla Tunisia), solo un posto in cui dormire. «Nei confronti dell'attentatore di Nizza non erano mai emersi, neanche da parte delle autorità tunisine, sotto il profilo della sicurezza, elementi che ne facessero desumere la sua radicalizzazione o la sua vicinanza ad ambienti del jihadismo», si è difeso ieri il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese durante il question time alla Camera. Non ha spiegato, però, come intenda intervenire per contrastare gli arrivi di clandestini potenzialmente pericolosi come gli ultimi due jihadisti. D'altra parte, i 268 immigrati arrestati nel corso del 2020 per motivi legati al fanatismo religioso la dicono lunga su quanto siano pericolosi gli ingressi incontrollati. Che sembrano non fermarsi. Dalla mezzanotte di martedì sono arrivati a Lampedusa altri 114 africani a bordo di tre imbarcazioni. Prima è stato soccorso un barchino con 10 tunisini a bordo, poi un altro con 85 persone di varia nazionalità e, infine, all'alba, è stata agganciata un'altra imbarcazione che trasportava 19 persone. Sono finiti tutti nell'hotspot dell'isoletta, dove si è arrivati già a quota 1.300 presenze, a fronte di una capienza massima che sulla carta sarebbe di 192 ospiti. Un centinaio di migranti, poi, sono stati salvati nel corso della mattinata dalla Guardia di finanza: un gommone stava per affondare davanti alla banchina del porto lampedusano dopo aver urtato contro uno scoglio. A bordo c'erano anche donne e bambini. Martedì, dopo l'approdo di 16 imbarcazioni con altri 847 extracomunitari, sono stati trasferiti solo 77 ospiti del centro, imbarcati sulla nave quarantena Allegra. «Nel centro di accoglienza la situazione è totalmente fuori controllo», denuncia Domenico Pianese, segretario generale del sindacato di polizia Coisp, «soprattutto grazie alle modifiche dei decreti sicurezza, che hanno allentato le maglie dei controlli». La situazione a Lampedusa è ancora più difficile della scorsa estate. «Si pensi, ad esempio», aggiunge il sindacalista, «che quest'estate, anche nei momenti più critici, si è arrivati a un massimo di 1.200 persone, ma oggi la situazione è di gran lunga peggiorata». Al controllo della struttura ci sono solo un centinaio di agenti, esposti anche al pericolo di contagio da Covid-19.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/un-tunisino-espulso-per-terrorismo-ma-nessuno-ferma-larrivo-dei-barconi-2648623795.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-killer-di-vienna-si-poteva-bloccare" data-post-id="2648623795" data-published-at="1604575086" data-use-pagination="False"> Il killer di Vienna si poteva bloccare Passato lo choc e il dolore, è il momento degli interrogativi. Di fronte all'attacco terroristico che ha insanguinato Vienna, le autorità austriache sono ora sotto pressione per le varie falle nella catena dei controlli che stanno pian piano emergendo. Oltre alla vicenda grottesca della «deradicalizzazione» di Kujtim Fejzulai, che era riuscito a fingersi pentito e a ingannare le autorità, spuntano ora anche gli allarmi ignorati. Come quello che proveniva dalla Slovacchia. Il Paese confinante aveva infatti avvertito Vienna nei mesi scorsi sul fatto che Fejzulai avesse tentato di acquistare munizioni nel Paese. «La polizia slovacca è stata informata l'estate scorsa che alcuni sospetti provenienti dall'Austria avevano tentato di acquistare munizioni in Slovacchia, senza, però, riuscire nel loro intento», ha scritto su un social network il direttorato della polizia slovacca. L'informazione è stata trasmessa immediatamente alla polizia austriaca, aggiunge il comunicato. Anche se le armi utilizzate dall'attentatore a Vienna (una pistola e un fucile da assalto) non venivano dalla Slovacchia, l'informazione poteva risultare preziosa per attivare un protocollo di prevenzione. E invece non si capisce bene cosa sia successo. «Qualcosa è andato storto nella comunicazione qui», ha dovuto ammettere mestamente il ministro dell'Interno austriaco, Karl Nehammer. Sul fronte delle indagini, ci sono state «numerose perquisizioni domiciliari» e «14 arresti», ha detto Nehammer, spiegando che gli arrestati avevano tra i 18 e i 28 anni, avevano «tutti un background migratorio» ed erano «in parte cittadini non austriaci». Il cancelliere Sebastian Kurz, intanto, dopo aver proclamato tre giorni di lutto nazionale, ha commentato: «Non ci lasceremo intimidire, difenderemo i nostri valori fondamentali, il nostro modello di vita e la nostra democrazia con tutte le nostre forze». Poi ha aggiunto: «Non cadremo nella trappola del terrorismo. Dobbiamo essere coscienti che non c'è una una battaglia fra cristiani e musulmani, o fra l'Austria e i migranti. No. Questa è una lotta fra le molte persone che credono nella pace e alcuni che auspicano la guerra. È una lotta fra civiltà e barbarie. E questa lotta l'affronteremo con ogni determinazione». Intanto il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, da molti giudicato fra i responsabili politici della nuova ondata di odio anti europeo che ha travolto molti Paesi musulmani, ha trovato il modo di sfruttare propagandisticamente la situazione, telefonando a Mikail Özen e Recep Tayyip Gültekin, i giovani lottatori turchi di arti marziali miste (Mma) che, insieme a Osama Joda, un palestinese, hanno aiutato i feriti di Vienna. I loro video sui social hanno fatto il giro del mondo e la stampa turca li ha presentati come eroi nazionali. Occasione prontamente colta dal discusso «sultano» di Ankara, che ha trovato il modo per porsi dalla parte dei «buoni» e rilanciare l'immagine dei musulmani solidali e integrati. Una strategia che però sa molto di trovata mediatica, viste le parole di fuoco usate qualche settimana fa da Erdogan per rilanciare la polemica sulle vignette anti Maometto e, più in generale, sul presunto odio anti islamico dominante in Europa.
Peter Magyar (Getty Images)
E poi ovviamente c’è il dato più rilevante, ovvero l’esito (provvisorio al momento in cui andiamo in stampa) delle elezioni più combattute degli ultimi anni. Fidesz, il partito di Viktor Orbán, se la gioca fino all’ultimo con Tisza, la formazione guidata da Peter Magyar. Mentre chiudiamo il giornale i primi scrutini (29,1% dei voti esaminati) mostrano un vantaggio dell’opposizione per 132 seggi a 59, ma intanto c’è un’evidenza: per la prima volta dopo molto tempo Fidesz ha una concreta possibilità di perdere. Orbán suda e fatica dopo sedici anni col vento in poppa, tra gli scongiuri dei fanatici europeisti che in questi anni lo hanno dipinto come un mostro, un nuovo Hitler, l’incarnazione dell’incubo sovranista. Ancora ieri, alla vigilia del voto, gli allegri cantori del sistema - gente come Bernard-Henri Lévy - insistevano a parlare del voto in Ungheria come di uno spartiacque per la storia europea: lo scontro finale tra il Bene (ovviamente rappresentato da Bruxelles) e il mostro di Budapest.
Viene però da chiedersi: come mai, se Orbán era davvero un autocrate nemico della democrazia, un disonesto manipolatore, su queste elezioni c’è stata così tanta incertezza? Non dovrebbe un aspirante dittatore, uno che ha esercitato il potere assoluto per quasi un ventennio, preoccuparsi di impedire il corretto funzionamento delle procedure democratiche al fine di assicurarsi un successo scontato e schiacciante? E invece il presunto autocrate ha dovuto lottare e soffrire esattamente come il suo sfidante. A quanto pare non sono servite a levare di mezzo gli ostacoli nemmeno le onnipresenti «ingerenze russe» che ogni volta vengono evocate quando si sospetta che possa vincere un leader sgradito all’establishment liberal-europeista. In compenso, quello sì, sembra che abbiano funzionato e non poco le ingerenze vere e più feroci, cioè le pressioni fortissime esercitate da Bruxelles e dai suoi fedeli cani da guardia.
«Al di là dell’esito, una cosa è certa: queste elezioni si sono svolte sotto fortissime pressioni esterne, soprattutto da parte della Ue e dell’establishment politico-mediatico mainstream», ci dice Thomas Fazi, saggista e attento analista della situazione ungherese. «Da settimane si montava un nuovo Russiagate - presunte interferenze russe prive di qualsiasi prova concreta - con un doppio obiettivo: avvantaggiare l’opposizione o, in caso di vittoria di Orbán, dichiararne invalido il risultato, esattamente come avvenuto in Romania poco più di un anno fa. Particolarmente grave è stato il rilascio di intercettazioni tra il ministro degli Esteri ungherese e il suo omologo russo Lavrov: intercettazioni che non rivelano nulla di scandaloso, se non il fatto - questo sì sconcertante - che qualche servizio di intelligence occidentale stesse spiando il governo Orbán. A ciò si aggiunge il sabotaggio ucraino dell’oleodotto Druzhba, che trasporta petrolio russo in Ungheria: un clamoroso tentativo di destabilizzazione pre-elettorale avvenuto quanto meno con il beneplacito di Bruxelles. Nel complesso», conclude Fazi, «questa elezione conferma una tendenza ormai difficilmente negabile: tenere elezioni davvero libere in Europa è diventato pressoché impossibile, e la responsabilità principale è di Bruxelles».
Per altro, urge ricordare che tutte le tirate sulla democrazia che deve ritornare a Budapest e sulla necessità di svolte liberali fingono di ignorare un dato di fatto. E cioè che Tisza è riuscita a mettere in difficoltà Orbán - operazione in cui tutte le forze di sinistra hanno fallito - proprio perché non è un partito progressista. In pratica Magyar è un Orbán rivisitato che ha saputo accreditarsi molto bene presso la lobby Ue. Il punto, in fondo, è soltanto questo: la disponibilità o meno dell’Ungheria a obbedire ai diktat europei. Orbán ha rappresentato la spina nel fianco di Bruxelles, il leader che continua a rivendicare la sua indipendenza e non cede a una mega macchina costruita per opprimere. Come ha giustamente notato Richard Schenk, direttore dell’Osservatorio sulle interferenze democratiche presso l’Mcc di Bruxelles, chi pensa senza Orbán l’Ungheria si trasformerebbe in una sorta di eden liberale sbaglia di grosso (o mente sapendo di mentire). «Magyar è riuscito a smembrare il sistema politico ungherese e a concentrare quasi tutta l’opposizione attorno a sé, ma il paese è oggi molto più polarizzato di quanto non lo fosse qualche anno fa», sostiene l’analista. A suo dire, anche qualora dovesse trionfare, Magyar è destinato a «affrontare enormi difficoltà di governo. Metà del paese considererebbe la sua vittoria come il risultato di una costante pressione esterna, di una campagna internazionale e di un intervento politico da parte di Bruxelles». Beh, in effetti non è che sia andata poi molto diversamente: contro Fidesz l’Ue ha utilizzato tutte le proprie risorse, specialmente quelle più sgradevoli. Per questo fa bene, di nuovo, Richard Schenk a sostenere che il caso ungherese sia un monito per tutta l’Europa. «Se l’Unione europea iniziasse a considerare illegittimi i governi democraticamente eletti semplicemente perché non condividono la linea politica dominante a Bruxelles, allora il problema non sarebbe più Viktor Orbán. Il problema sarebbe il funzionamento stesso dell’Unione», dice Schenk. «Una volta che diventa accettabile mettere in discussione i risultati elettorali, congelare i fondi, ridurre il pluralismo digitale o isolare un governo dalle istituzioni europee, tale precedente può essere utilizzato domani contro qualsiasi altro Stato membro. E allora la questione non sarà più chi vince le elezioni, ma chi decide se quel risultato può essere accettato».
Del resto sappiamo benissimo quale sia il copione già scritto: vittoria di Magyar uguale liberazione e felicità per Budapest; vittoria di Orbán uguale brogli e democrazia in pericolo. In Ungheria, dicono queste elezioni, la democrazia c’è eccome. Ma per l’Ue una democrazia è buona solo se obbedisce. E non è certo qualcosa per cui gioire.
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Nel riquadro, un fotogramma di un video che immortala le violenze dell’africano, trasmesso su Mediaset da Fuori dal coro
Dopo quante aggressioni con lesioni gravi si può espellere un immigrato o anche solo rinchiuderlo in galera? A me sembrerebbe ovvio che arresto e condanna scattino già alla prima violenza, se poi le risse sono continue penso che sia giusto buttare la chiave. E invece no, la giustizia prima di prendere la decisione di privare della libertà uno straniero violento, a quanto pare ci pensa due volte. Anzi, per la precisione dieci. Tanti sono i fermi di polizia nei confronti di un extracomunitario che staziona tra Marche ed Emilia Romagna.
Gli ultimi interventi delle forze dell’ordine risalgono al 2 aprile, quando alcune pattuglie sono intervenute per sedare e bloccare un immigrato di origine africana che dava in escandescenze. L’operazione si è conclusa con quattro agenti all’ospedale e una prognosi complessiva di 77 giorni. Risultato? Portato davanti al giudice, l’energumeno è stato condannato a pochi mesi e subito liberato. In pratica, gli è stato consentito di continuare a fare ciò che ha sempre fatto da quando è stato segnalato alle forze dell’ordine.
Già il fatto che a un uomo, responsabile di una violenta aggressione nei confronti di quattro agenti, sia consentito di circolare indisturbato è piuttosto scandaloso. Ma questo è niente rispetto a ciò che è venuto dopo. Infatti, trascorsi alcuni giorni, vale a dire il 6 aprile, lo stesso soggetto si è distinto per altre violenze a Cattolica. Chiamata da alcuni negozianti che erano stati aggrediti dall’immigrato, una pattuglia di carabinieri ha rischiato anch’essa di finire al pronto soccorso. Almeno questa volta l’uomo è finito dietro le sbarre? Niente affatto, il giudice, nonostante i precedenti, ha deciso di sospendere la pena in attesa di valutare le condizioni psichiatriche dell’extracomunitario. Cioè, dieci episodi di violenza non sono stati sufficienti per emettere un provvedimento di reclusione o di espulsione.
Aggressioni, rapine, violenze, anche nei confronti di poliziotti e carabinieri non sono giudicate sufficienti per impedirgli di nuocere ancora. Di che altro c’è bisogno? Forse che ci scappi il morto?
Ieri mattina ho letto le motivazioni della condanna nei confronti di Chukwuka Nweke, un nigeriano autore di un efferato delitto a Rovereto. Anche in questo caso l’uomo era noto alle forze dell’ordine per i suoi comportamenti, ma la magistratura non ritenne né di arrestarlo né di cacciarlo. Così tre anni fa aggredì una donna: prima la violentò e poi la uccise. Pensate che qualcuno abbia fatto mea culpa per il brutale omicidio di Iris Setti? Credete che a qualche giudice abbiano tolto la toga? No. Ecco perché la bocciatura della riforma Nordio, che introduceva un’Alta corte disciplinare svincolata dalle correnti della magistratura, riguardava tutti i cittadini e non la Casta come si è voluto far credere. Era una riforma che serviva agli italiani per introdurre anche per giudici e pm la regola che chi sbaglia paga.
Purtroppo i magistrati sono stati bravi a far le vittime e far credere che si volesse metterli al servizio della politica. Così ora ci teniamo i Chukwuka Nweke e i suoi fratelli.
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L'ingresso della 61a Biennale di Venezia (Ansa)
Domani potremmo svegliarci in un mondo nuovo, ancora più duro da affrontare. Un mondo peggiore. E non solo perché alla pompa di benzina o del diesel ci sveneremo come fossimo dal gioielliere. Ma anche questo conta nelle latitudini dove non si sente il fischio delle bombe. Diesel a tre euro, inflazione all’8% e poi vediamo chi avrà ancora voglia di andar dietro alle dichiarazioni ottimistiche della Casa Bianca.
In questo teatro globale delle assurdità, inoltre, non poteva mancare l’inutile e impalpabile Unione Europea, la quale non avendo parti in commedia si inventa posture morali. L’ultima ha messo nel mirino la Biennale di Venezia, colpevole di discostarsi dalla strategia europea contro Putin e quindi di aiutare la Russia. I fatti sono noti: per l’edizione di quest’anno, il presidente Pietrangelo Buttafuoco consentirà alla Russia di riaprire il proprio stand («proprio» nel senso che è di sua proprietà). Bestemmia! Come si permette questo Buttafuoco a sfidare la Ue? Si penta, si ravveda entro 30 giorni altrimenti da Bruxelles non arriveranno più soldi. Già, perché nel tempio del neoliberismo dove la moneta (l’euro) sostanzia le Istituzioni, non si conosce altra sintassi se non quella del soldo. Quindi: o fai come ti diciamo noi, oppure niente più soldi.
Purtroppo, al delirio della Commissione si aggiungerà l’ignavia del governo italiano, che già si è esposto contro la Biennale e contro il suo presidente attraverso il ministro della Cultura Alessandro Giuli, coperto da Palazzo Chigi. Come a dire: Roma e Bruxelles la pensano allo stesso modo e alla Russia non dobbiamo concedere nulla. Quindi bene farà la Ue a tagliare i finanziamenti.
Se però la politica si misura «a peso d’euro», suggerisco al governo di guardare i sondaggi più recenti laddove la gente si sta incazzando per… mancanza di euro in tasca. Insomma, la vita costa troppo, l’energia di più ancora. Pertanto se i prezzi si alzano perché gas e petrolio sono bloccati a Hormuz e perché la guerra di Trump e Netanyahu ha scombinato il mondo, il popolo non ha la minima intenzione di pagare le follie altrui e chiede concretezza: pensate agli italiani. Sarebbe l’abc di quel che un tempo - era la Prima repubblica di Mattei, di Moro, di Craxi, di Andreotti - si chiamava interesse nazionale e che oggi va sotto il termine «sovranismo». In poche parole, se agli italiani chiedeste «Volete più gas e petrolio russo?», la risposta sarebbe affermativa: vogliamo tutto il gas e tutto il petrolio possibile dalla Russia; oltre a quello che già abbiamo comprato in barba alle famose sanzioni. Stupiti? E perché mai? Lo scriviamo da tempo e anche ieri lo ha scritto il direttore Belpietro: l’Europa compra gas dalla Russia, anzi ha fatto la scorta! E con la Russia fanno affari anche diverse multinazionali e non mi sembra che gli amministratori delegati siano agli arresti. Poco ci manca invece che il povero Buttafuoco non sia messo al rogo, a Bruxelles come a Roma, per avere aperto le porte della Biennale alla Russia. Non si può, si deve pentire della scelta; altrimenti - come si diceva - niente soldi. Per come conosciamo Buttafuoco non farà marcia indietro, e bene fa perché da raffinato uomo di cultura sa che la Biennale deve tenere le porte aperte. Con la Russia, come con l’America, che ha attaccato Venezuela e Iran; con lo stesso Iran, che impicca oppositori senza pietà; con Israele, nel cui mito della Super-Sparta bombarda e compie stragi a Gaza, in Iran, in Libano, in Cisgiordania. Usa e Israele sono intoccabili?
Il consiglio che diamo all’Europa come a Palazzo Chigi è quello di restare coi piedi per terra, di preferire il reale con l’ideale. E il reale, cioè il popolo, ci invita a riprendere il dialogo con la Russia sull’energia. La Biennale può essere il ponte diplomatico, un ponte che la Ue vuole bombardare. Il governo che intende fare? I Cinquestelle hanno pronta una interrogazione che obbligherà il governo alla chiarezza prima del voto in Consiglio europeo di fine aprile. La Meloni autorizza Giuli nel delegittimare Buttafuoco? E la Lega, oltre alle dichiarazioni di rito, sarà coerente? Alla fine deciderà Bruxelles o Palazzo Chigi?
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