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2022-09-07
Un nuovo evviva di Trump a Giuseppi rispolvera l’anomala delega ai servizi
Giuseppe Conte (Ansa)
Trump tifa per Giuseppe Conte? Così qualcuno dice, anche se la situazione potrebbe rivelarsi un po’ diversa da come appare. Tutto nasce da un articolo di La Repubblica. Il quotidiano italiano ha intercettato l’ex presidente americano durante un evento elettorale in New Jersey. Rispondendo fugacemente a una domanda sulle elezioni italiane del 25 settembre, il magnate ha dichiarato: «Ho visto, ho visto. Come sta andando il mio ragazzo?». Un riferimento, questo, a Conte. «Giuseppe, sì, Giuseppe. Ho lavorato bene con lui, spero che faccia bene», ha proseguito Donald Trump. Invece, secondo Repubblica, l’ex inquilino della Casa Bianca si sarebbe mostrato disinteressato a Matteo Salvini. «Non lo so, non lo so. Però Conte è davvero una gran brava persona», ha detto, rispondendo a una domanda sul leader leghista. L’ex premier ha colto la palla al balzo, sostenendo che le parole di Trump dimostrerebbero l’infondatezza delle accuse di chi gli dà del filorusso.
Diciamocelo: da queste fugaci risposte sembra proprio che Trump non sia particolarmente informato (né forse interessato) alla campagna elettorale italiana. Quello a Conte pare tra l’altro più un attestato di simpatia personale che un endorsement politico: una situazione, quindi, ben differente da quel fatidico 27 agosto 2019, quando - nel pieno della crisi di governo italiana - l’allora presidente americano postò il famoso tweet in cui sperava che «Giuseppi» sarebbe rimasto premier. Un endorsement, quello, che in un certo senso favorì la permanenza a Palazzo Chigi di Conte. Dall’altra parte, Trump è sempre apparso restio ad intromettersi nella politica interna degli altri Paesi. E non è affatto detto che abbia percepito il senso politico del camaleontico passaggio dal Conte I al Conte II. Anche perché va ricordato che, a luglio 2018, Trump aveva elogiato il governo italiano per la sua stretta sull’immigrazione clandestina. «Sono molto d’accordo con quello che state facendo riguardo a migrazione, immigrazione clandestina, e anche immigrazione legale», aveva detto a Conte, per poi aggiungere: «L’Italia ha preso una posizione molto ferma alla frontiera, una posizione che pochi Paesi hanno preso e, francamente, secondo me state facendo la cosa giusta». Ora, quella stretta migratoria era stata attuata da Salvini al Viminale, per poi finire cassata da Luciana Lamorgese nell’esecutivo giallorosso, nato il 5 settembre 2019. Questo dimostra come Trump non avesse granché chiaro il senso politico del passaggio dal Conte I al Conte II. Né la sua amministrazione mostrò di amare il secondo governo dell’«avvocato del popolo»: fonti qualificate hanno infatti riferito alla Verità che, nel settembre 2020, il Dipartimento di Stato americano nutriva forti preoccupazioni per le posizioni filocinesi dell’esecutivo giallorosso.
D’altronde, al di là dell’intesa personale con l’allora premier italiano, l’endorsement dell’agosto 2019 non risultava forse troppo legato a una condivisione di linee politiche e ideologiche. Un’ipotesi era che Trump avesse voluto sdebitarsi, perché, secondo la Cnn, durante il G7 di Biarritz Conte aveva spalleggiato la sua richiesta di riammettere la Russia nel G8. Tuttavia, secondo altri, la gratitudine di Trump potrebbe essere legata ad altro: il riferimento è a un momento controverso nella storia dei rapporti tra i servizi segreti italiani e le autorità statunitensi.
È infatti noto che, il 15 agosto 2019, l’allora procuratore generale degli Usa, Bill Barr, si recò a Roma, per incontrare l’allora direttore del Dis, Gennaro Vecchione. Quella stessa sera si tenne anche una cena in un ristorante tra i due: cena, che ha suscitato non poche polemiche per l’irritualità della forma. Una seconda visita romana di Barr avvenne il successivo 27 settembre. Le ricerche del procuratore generale miravano a verificare la tesi, secondo cui l’Italia aveva preso parte a un complotto per impedire la vittoria di Trump nel 2016, quando a Palazzo Chigi risiedeva Matteo Renzi. In particolare, Barr puntava a ottenere delle informazioni sul misterioso professor Joseph Mifsud che, secondo questa tesi, aveva confezionato una polpetta avvelenata da fornire all’allora consigliere di Trump, George Papadopoulos, per collegare strumentalmente il team dello stesso Trump al Cremlino e favorire così la vulgata clintoniana del Russiagate (da lì l’apertura di un’inchiesta dell’Fbi). Alla luce di questo, Conte, che si era tenuto la delega ai servizi, è stato da più parti tacciato di aver fatto un uso troppo disinvolto dell’intelligence: un’accusa che il diretto interessato ha sempre respinto. Sulla «vicenda Barr» si mosse anche il Copasir, mentre è salita la tensione tra Renzi e lo stesso Conte. Un Conte che ieri è tornato sulla questione, annunciando una querela a La Repubblica per aver scritto che il nuovo endorsement di Trump sarebbe un ringraziamento per la sua «fedeltà» sul «caso Barr». «Se qualcuno si permette di dire che io non ho tutelato l’interesse nazionale, sarà chiamato a risponderne nelle sedi opportune, tanto più che anche il Copasir ha certificato la mia estrema correttezza», ha detto l’ex premier che non hai spiegato l’irritualità degli incontri contestati ma che ieri si è irritato per le parole di Enrico Letta. «Immagino che Conte sia imbarazzato dalle parole di Trump», ha affermato. «Io fiero di essere dall’altra parte».
Grillo rispolvera l’odio per i Giochi
È decisamente entrato nella macchina del tempo, il garante del M5s, Beppe Grillo. Una macchina che lo ha fatto riemergere da un silenzio di tomba che durava da settimane (dal braccio di ferro contro Giuseppe Conte sul secondo mandato, per la precisione) e che ha riportato la tribù pentastellata a una decina di anni fa. All’epoca dei referendum sull’acqua pubblica e delle battaglie integraliste all’insegna della cosiddetta «decrescita felice». Una di queste fu l’avversione totale ai Giochi olimpici, che fece perdere alla Capitale, in nome del dogma ultra-ambientalista, un’assegnazione per l’anno 2024 ormai praticamente acquisita dal parte del Cio, respinta al mittente dall’allora neosindaca Virginia Raggi. Per Roma, inutile dirlo, l’appuntamento mancato ha significato un’occasione persa per il rilancio della città e del suo prestigio sul piano internazionale, nonché l’accelerazione di un declino che pare ormai irreversibile.
Ebbene, pensando che la bandiera vetero-ambientalista possa essere ancora redditizia a livello elettorale, ieri sul suo blog Grillo ha fatto tabula rasa di una legislatura al governo dei suoi e con un post pubblicato sul suo blog a firma della senatrice del Movimento, Orietta Vanin, ha puntato il dito sui Giochi invernali di Milano-Cortina 2026. Il titolo dell’articolo è di per sé già evocativo, poiché afferma che si tratta di «Olimpiadi del cemento» invece che Olimpiadi sostenibili, come invece erano state promesse dagli organizzatori: «Un po' alla volta e quasi in sordina», si legge nel post, «si è assistito (soprattutto durante il governo Draghi) a leggi e decreti-legge che hanno portato l’importo economico a carico dello Stato a oltre 2 miliardi e a un progressivo ampliarsi degli interventi di nuova edificazione». La senatrice se la prende in primis contro la pericolosissima nuova pista da bob di Cortina d’Ampezzo, quindi contro la temibile copertura dell’impianto per il pattinaggio di velocità di Baselga di Pinè, per non parlare delle minacce all’ambiente rappresentate dal «palazzetto dello sport Palaitalia nel quartiere milanese di Santa Giulia» e dell’«ampliamento di due bacini artificiali a Cortina per produrre neve da sparare sulle piste».
Non pago, Grillo ha poi voluto ribadire il concetto di persona su Twitter, condividendo il post della senatrice e scrivendo che «i Giochi Olimpici invernali, decantati come “Olimpiadi green” e “low cost”, di green e di low cost hanno ben poco: nuove edificazioni con forte impatto ambientale e un costo a carico dello Stato di oltre 2 miliardi di euro! Ecco», ha concluso per la gioia di no-Tav e similari, «le Olimpiadi del cemento!». A completare la sua giornata sopra le righe, l’Elevato ha pubblicato un’immagine in cui appare nelle vesti dell’Eroe dei due mondi Giuseppe Garibaldi e prende a prestito le parole usate dal Generale nel 1874 per lanciare, dal suo ritiro nell’isola di Caprera, un appello al buon voto per gli elettori italiani.
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Quello a Giuseppe Conte appare più un attestato di simpatia personale che un endorsement politico. Come ai tempi delle polemiche sul viaggio a Roma di Barr e i rapporti con i Servizi. Enrico Letta punzecchia l’ex premier che replica.Beppe Grillo rispolvera l’odio per i Giochi. Il garante del M5s, che con Virginia Raggi fece fallire l’assegnazione a Roma 2024, sventola la bandiera vetero ambientalista contro Milano-Cortina: «Olimpiadi del cemento».Lo speciale comprende due articoli. Trump tifa per Giuseppe Conte? Così qualcuno dice, anche se la situazione potrebbe rivelarsi un po’ diversa da come appare. Tutto nasce da un articolo di La Repubblica. Il quotidiano italiano ha intercettato l’ex presidente americano durante un evento elettorale in New Jersey. Rispondendo fugacemente a una domanda sulle elezioni italiane del 25 settembre, il magnate ha dichiarato: «Ho visto, ho visto. Come sta andando il mio ragazzo?». Un riferimento, questo, a Conte. «Giuseppe, sì, Giuseppe. Ho lavorato bene con lui, spero che faccia bene», ha proseguito Donald Trump. Invece, secondo Repubblica, l’ex inquilino della Casa Bianca si sarebbe mostrato disinteressato a Matteo Salvini. «Non lo so, non lo so. Però Conte è davvero una gran brava persona», ha detto, rispondendo a una domanda sul leader leghista. L’ex premier ha colto la palla al balzo, sostenendo che le parole di Trump dimostrerebbero l’infondatezza delle accuse di chi gli dà del filorusso.Diciamocelo: da queste fugaci risposte sembra proprio che Trump non sia particolarmente informato (né forse interessato) alla campagna elettorale italiana. Quello a Conte pare tra l’altro più un attestato di simpatia personale che un endorsement politico: una situazione, quindi, ben differente da quel fatidico 27 agosto 2019, quando - nel pieno della crisi di governo italiana - l’allora presidente americano postò il famoso tweet in cui sperava che «Giuseppi» sarebbe rimasto premier. Un endorsement, quello, che in un certo senso favorì la permanenza a Palazzo Chigi di Conte. Dall’altra parte, Trump è sempre apparso restio ad intromettersi nella politica interna degli altri Paesi. E non è affatto detto che abbia percepito il senso politico del camaleontico passaggio dal Conte I al Conte II. Anche perché va ricordato che, a luglio 2018, Trump aveva elogiato il governo italiano per la sua stretta sull’immigrazione clandestina. «Sono molto d’accordo con quello che state facendo riguardo a migrazione, immigrazione clandestina, e anche immigrazione legale», aveva detto a Conte, per poi aggiungere: «L’Italia ha preso una posizione molto ferma alla frontiera, una posizione che pochi Paesi hanno preso e, francamente, secondo me state facendo la cosa giusta». Ora, quella stretta migratoria era stata attuata da Salvini al Viminale, per poi finire cassata da Luciana Lamorgese nell’esecutivo giallorosso, nato il 5 settembre 2019. Questo dimostra come Trump non avesse granché chiaro il senso politico del passaggio dal Conte I al Conte II. Né la sua amministrazione mostrò di amare il secondo governo dell’«avvocato del popolo»: fonti qualificate hanno infatti riferito alla Verità che, nel settembre 2020, il Dipartimento di Stato americano nutriva forti preoccupazioni per le posizioni filocinesi dell’esecutivo giallorosso. D’altronde, al di là dell’intesa personale con l’allora premier italiano, l’endorsement dell’agosto 2019 non risultava forse troppo legato a una condivisione di linee politiche e ideologiche. Un’ipotesi era che Trump avesse voluto sdebitarsi, perché, secondo la Cnn, durante il G7 di Biarritz Conte aveva spalleggiato la sua richiesta di riammettere la Russia nel G8. Tuttavia, secondo altri, la gratitudine di Trump potrebbe essere legata ad altro: il riferimento è a un momento controverso nella storia dei rapporti tra i servizi segreti italiani e le autorità statunitensi. È infatti noto che, il 15 agosto 2019, l’allora procuratore generale degli Usa, Bill Barr, si recò a Roma, per incontrare l’allora direttore del Dis, Gennaro Vecchione. Quella stessa sera si tenne anche una cena in un ristorante tra i due: cena, che ha suscitato non poche polemiche per l’irritualità della forma. Una seconda visita romana di Barr avvenne il successivo 27 settembre. Le ricerche del procuratore generale miravano a verificare la tesi, secondo cui l’Italia aveva preso parte a un complotto per impedire la vittoria di Trump nel 2016, quando a Palazzo Chigi risiedeva Matteo Renzi. In particolare, Barr puntava a ottenere delle informazioni sul misterioso professor Joseph Mifsud che, secondo questa tesi, aveva confezionato una polpetta avvelenata da fornire all’allora consigliere di Trump, George Papadopoulos, per collegare strumentalmente il team dello stesso Trump al Cremlino e favorire così la vulgata clintoniana del Russiagate (da lì l’apertura di un’inchiesta dell’Fbi). Alla luce di questo, Conte, che si era tenuto la delega ai servizi, è stato da più parti tacciato di aver fatto un uso troppo disinvolto dell’intelligence: un’accusa che il diretto interessato ha sempre respinto. Sulla «vicenda Barr» si mosse anche il Copasir, mentre è salita la tensione tra Renzi e lo stesso Conte. Un Conte che ieri è tornato sulla questione, annunciando una querela a La Repubblica per aver scritto che il nuovo endorsement di Trump sarebbe un ringraziamento per la sua «fedeltà» sul «caso Barr». «Se qualcuno si permette di dire che io non ho tutelato l’interesse nazionale, sarà chiamato a risponderne nelle sedi opportune, tanto più che anche il Copasir ha certificato la mia estrema correttezza», ha detto l’ex premier che non hai spiegato l’irritualità degli incontri contestati ma che ieri si è irritato per le parole di Enrico Letta. «Immagino che Conte sia imbarazzato dalle parole di Trump», ha affermato. «Io fiero di essere dall’altra parte». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/un-nuovo-evviva-di-trump-a-giuseppi-rispolvera-lanomala-delega-ai-servizi-2658153055.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="grillo-rispolvera-lodio-per-i-giochi" data-post-id="2658153055" data-published-at="1662491720" data-use-pagination="False"> Grillo rispolvera l’odio per i Giochi È decisamente entrato nella macchina del tempo, il garante del M5s, Beppe Grillo. 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Ebbene, pensando che la bandiera vetero-ambientalista possa essere ancora redditizia a livello elettorale, ieri sul suo blog Grillo ha fatto tabula rasa di una legislatura al governo dei suoi e con un post pubblicato sul suo blog a firma della senatrice del Movimento, Orietta Vanin, ha puntato il dito sui Giochi invernali di Milano-Cortina 2026. Il titolo dell’articolo è di per sé già evocativo, poiché afferma che si tratta di «Olimpiadi del cemento» invece che Olimpiadi sostenibili, come invece erano state promesse dagli organizzatori: «Un po' alla volta e quasi in sordina», si legge nel post, «si è assistito (soprattutto durante il governo Draghi) a leggi e decreti-legge che hanno portato l’importo economico a carico dello Stato a oltre 2 miliardi e a un progressivo ampliarsi degli interventi di nuova edificazione». La senatrice se la prende in primis contro la pericolosissima nuova pista da bob di Cortina d’Ampezzo, quindi contro la temibile copertura dell’impianto per il pattinaggio di velocità di Baselga di Pinè, per non parlare delle minacce all’ambiente rappresentate dal «palazzetto dello sport Palaitalia nel quartiere milanese di Santa Giulia» e dell’«ampliamento di due bacini artificiali a Cortina per produrre neve da sparare sulle piste». Non pago, Grillo ha poi voluto ribadire il concetto di persona su Twitter, condividendo il post della senatrice e scrivendo che «i Giochi Olimpici invernali, decantati come “Olimpiadi green” e “low cost”, di green e di low cost hanno ben poco: nuove edificazioni con forte impatto ambientale e un costo a carico dello Stato di oltre 2 miliardi di euro! Ecco», ha concluso per la gioia di no-Tav e similari, «le Olimpiadi del cemento!». A completare la sua giornata sopra le righe, l’Elevato ha pubblicato un’immagine in cui appare nelle vesti dell’Eroe dei due mondi Giuseppe Garibaldi e prende a prestito le parole usate dal Generale nel 1874 per lanciare, dal suo ritiro nell’isola di Caprera, un appello al buon voto per gli elettori italiani.
Giovanni Rezza (Imagoeconomica)
Un’audizione interessante, quella di Rezza, perché, nonostante gli strenui tentativi delle opposizioni che allora governavano (Pd e M5S, con in testa l’onorevole Alfonso Colucci, «difensore d’ufficio» dell’allora premier Giuseppe Conte), l’ex dg ha involontariamente confermato che le misure adottate all’epoca - vaccinazioni di massa dei giovani, obblighi vaccinali e green pass - non poggiavano su evidenze scientifiche certe e non erano state indicate dagli scienziati: «Ha deciso la politica, il Cts ha dato soltanto pareri». Colucci si è buttato a pesce sulla presunta logica del green pass e per ben tre volte ha chiesto a Rezza se con la vaccinazione venisse trasmessa una carica virale inferiore, «quindi si induceva una malattia meno severa». Rezza, per altrettante volte, non ha dato conferma, anzi: «Ci sarebbe stato bisogno di maggiori evidenze. Non possiamo escludere il fatto che una persona vaccinata si ammalasse, su questo bisogna essere intellettualmente onesti». Non solo: «Quando è arrivata Omicron (a dicembre 2021, ossia proprio quando il governo di Mario Draghi intensificò la stretta contro chi non si vaccinava con il super green pass, ndr) la protezione della vaccinazione nei confronti di Omicron è diventata più bassa rispetto alle varianti precedenti», ha spiegato. Smentendo il famoso mantra di Draghi «se non ti vaccini, ti ammali, muori e fai morire»: «L’effetto del lockdown», ha dichiarato l’infettivologo, «non era di evitare il numero totale di casi, ma di distribuire nel tempo i casi di infezione, così da curare non solo i malati Covid ma anche gli altri pazienti». Era un problema di salute pubblica, insomma, con buona pace dei cittadini che sono corsi a vaccinarsi per evitare di ammalarsi.
Il docente ha anche parlato degli effetti collaterali. Il problema, ha osservato, risiedeva nell’incidenza dei casi: «Se va al di sotto di una certa soglia nelle persone più giovani, dato che i vaccini possono causare degli effetti collaterali, allora lì bisogna bilanciare i rischi e benefici. Quando l’incidenza cala, gli effetti collaterali dei vaccini prendono il sopravvento e questo è il motivo per cui noi a un certo punto non abbiamo più vaccinato le persone giovani», ha dichiarato. Senza però spiegare quando esattamente il governo avrebbe smesso di vaccinare le persone più giovani: ancora nel 2022, l’esecutivo Draghi e il ministero della Salute di Speranza stringevano le maglie soprattutto sulla fascia di popolazione da 0 a 20 anni.
«Durante la pandemia, l’allora governo italiano attuò una campagna vaccinale di massa senza conoscere quante persone avevano sviluppato un’immunità naturale. L’assenza della banca dati dei guariti è stata confermata dal professor Rezza. Abbiamo la conferma che le politiche in termini vaccinali hanno ignorato il principio di precauzione e il rapporto tra rischi e benefici», ha commentato Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia.
Se davvero i governi Conte e Draghi hanno commesso così tanti imperdonabili errori sulla pelle dei cittadini in pandemia, resta da capire per quale motivo scienziati come Rezza scelsero il silenzio anziché la protesta. E c’è sempre chi, come Giuseppe Ippolito (ex direttore scientifico dello Spallanzani di Roma e membro del Cts), non rinuncia a buttarla in politica: «L’epidemia di Ebola in Congo e Uganda risente del limitato supporto dato dagli Stati Uniti. L’uscita degli Usa dall’Oms, decisa da Trump, ha fatto sì che ci sia meno personale sul terreno». La colpa, insomma, è sempre del presidente Usa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 27 maggio 2026. Con il nostro Stefano Piazza analizziamo gli errori degli Usa in Iran.
Scontri tra manifestanti e membri della polizia boliviana durante una protesta che chiede le dimissioni del presidente boliviano Rodrigo Paz a La Paz (Ansa)
Da quasi un mese la Bolivia è paralizzata da proteste e blocchi stradali contro il presidente Rodrigo Paz. La sinistra guidata da Evo Morales contesta le riforme economiche del governo, mentre La Paz è stretta tra scontri, carenze e tensione sociale.
Un’ondata di proteste e blocchi stradali che chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi, sta scuotendo la Bolivia. Paz rappresenta il centrodestra cattolico e nello scontro elettorale ha superato due candidati di destra come Tuto Quiroga e Samuel Doria Medina. La sua politica economica guarda al neoliberismo, ma le organizzazioni sindacali e i movimenti di sinistra, capeggiati dall’ex presidente Evo Morales, hanno deciso di scatenare la piazza contro il suo governo.
Il nuovo presidente ha applicato una serie di misure per riformare la stagnante economia boliviana, che secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, ha un Pil in diminuzione del 3,3% nel 2026, il calo più marcato dell'intera regione sudamericana. Paz ha tagliato molti sussidi statali creati dai governi di sinistra al potere da decenni e ha provato a impostare una riforma agraria che ha scatenato le proteste. I coltivatori di coca, detti cocaleros come Evo Morales, e gli agricoltori indigeni sono stati i protagonisti delle guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco il paese andino.
La capitale economica La Paz è stata assediata dai blocchi stradali, guidati dal sindacato dei camionisti schierato con la sinistra, che la polizia ha affrontato con decisione e si contano già quattro morti e diverse centinaia di feriti. La rabbia ha raggiunto tutte le principali città boliviane e sabato scorso il convoglio del ministro dei lavori pubblici Mauricio Zamora è stato attaccato da manifestanti e per alcune ore sembrava che fosse finito in mano ai gruppi di protesta, che chiedono le dimissioni di Paz e nuove elezioni. L’attuale presidente ha un rapporto molto forte con l’Argentina e anche con Javier Milei, ma anche con Washington che non ha fatto mancare il suo sostegno politico alle azioni di Rodrigo Paz. La polizia ha utilizzato i bulldozer per rimuovere i blocchi costituita da rocce e pilastri di cemento, con l'obiettivo di agevolare l'afflusso di cibo e medicinali nella capitale, che non riceve rifornimenti ormai da giorni.
Dietro al caos boliviano c’è il partito di sinistra Mas (Movimento al socialismo) guidato da Morales, un politico screditato che deve affrontare un processo dove è accusato di aver avuto una relazione con una minorenne durante il suo ultimo mandato presidenziale. Paz sta tenendo aperti diversi canali di comunicazione con una parte politica della sinistra ed in segno di buona volontà ha annunciato un taglio del 50% del suo stipendio e di quello di tutti i ministri del suo governo. Ormai La Paz, la città più importante delle nazione adagiata sulle Ande, è entrata nella quarta settimana di blocchi e sta soffrendo una seria carenza di generi di prima necessità e soprattutto di carburante.
Il governo ha tentato di aprire un corridoio umanitario per permettere il passaggio, ma ci sono stati attacchi ai convogli che hanno fatto fallire questa operazione. Rodrigo Paz ha parlato alla televisione nazionale ed ha dichiarato che la Bolivia sta rischiando la bancarotta ed ha accusato la sinistra di voler governare pur essendo soltanto una minoranza e che vuole affamare il popolo. Nemmeno l’annuncio di un rimpasto governativo che potrebbe includere anche alcuni politici vicini al sindacato sembra aver ridotto la pressione, perché i sindacati degli agricoltori e la cosiddetta Centrale operaia boliviana, un network che raggruppa diverse sigle, rifiutano di partecipare ad ogni forma di dialogo. Paz è in una situazione molto complicata perché la sua posizione politica è piuttosto debole e non dispone di un’ampia maggioranza parlamentare, ma al momento non ha ancora dichiarato lo «stato di eccezione», che darebbe poteri straordinari alle forze dell’ordine, continuando a cercare il dialogo con i partiti e le organizzazioni di sinistra.
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Nonostante il gradimento non eccezionale, la presa del Presidente sui repubblicani resta salda, mentre Leone 14° pubblica la sua enciclica sull’IA.