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2022-09-07
Un nuovo evviva di Trump a Giuseppi rispolvera l’anomala delega ai servizi
Giuseppe Conte (Ansa)
Trump tifa per Giuseppe Conte? Così qualcuno dice, anche se la situazione potrebbe rivelarsi un po’ diversa da come appare. Tutto nasce da un articolo di La Repubblica. Il quotidiano italiano ha intercettato l’ex presidente americano durante un evento elettorale in New Jersey. Rispondendo fugacemente a una domanda sulle elezioni italiane del 25 settembre, il magnate ha dichiarato: «Ho visto, ho visto. Come sta andando il mio ragazzo?». Un riferimento, questo, a Conte. «Giuseppe, sì, Giuseppe. Ho lavorato bene con lui, spero che faccia bene», ha proseguito Donald Trump. Invece, secondo Repubblica, l’ex inquilino della Casa Bianca si sarebbe mostrato disinteressato a Matteo Salvini. «Non lo so, non lo so. Però Conte è davvero una gran brava persona», ha detto, rispondendo a una domanda sul leader leghista. L’ex premier ha colto la palla al balzo, sostenendo che le parole di Trump dimostrerebbero l’infondatezza delle accuse di chi gli dà del filorusso.
Diciamocelo: da queste fugaci risposte sembra proprio che Trump non sia particolarmente informato (né forse interessato) alla campagna elettorale italiana. Quello a Conte pare tra l’altro più un attestato di simpatia personale che un endorsement politico: una situazione, quindi, ben differente da quel fatidico 27 agosto 2019, quando - nel pieno della crisi di governo italiana - l’allora presidente americano postò il famoso tweet in cui sperava che «Giuseppi» sarebbe rimasto premier. Un endorsement, quello, che in un certo senso favorì la permanenza a Palazzo Chigi di Conte. Dall’altra parte, Trump è sempre apparso restio ad intromettersi nella politica interna degli altri Paesi. E non è affatto detto che abbia percepito il senso politico del camaleontico passaggio dal Conte I al Conte II. Anche perché va ricordato che, a luglio 2018, Trump aveva elogiato il governo italiano per la sua stretta sull’immigrazione clandestina. «Sono molto d’accordo con quello che state facendo riguardo a migrazione, immigrazione clandestina, e anche immigrazione legale», aveva detto a Conte, per poi aggiungere: «L’Italia ha preso una posizione molto ferma alla frontiera, una posizione che pochi Paesi hanno preso e, francamente, secondo me state facendo la cosa giusta». Ora, quella stretta migratoria era stata attuata da Salvini al Viminale, per poi finire cassata da Luciana Lamorgese nell’esecutivo giallorosso, nato il 5 settembre 2019. Questo dimostra come Trump non avesse granché chiaro il senso politico del passaggio dal Conte I al Conte II. Né la sua amministrazione mostrò di amare il secondo governo dell’«avvocato del popolo»: fonti qualificate hanno infatti riferito alla Verità che, nel settembre 2020, il Dipartimento di Stato americano nutriva forti preoccupazioni per le posizioni filocinesi dell’esecutivo giallorosso.
D’altronde, al di là dell’intesa personale con l’allora premier italiano, l’endorsement dell’agosto 2019 non risultava forse troppo legato a una condivisione di linee politiche e ideologiche. Un’ipotesi era che Trump avesse voluto sdebitarsi, perché, secondo la Cnn, durante il G7 di Biarritz Conte aveva spalleggiato la sua richiesta di riammettere la Russia nel G8. Tuttavia, secondo altri, la gratitudine di Trump potrebbe essere legata ad altro: il riferimento è a un momento controverso nella storia dei rapporti tra i servizi segreti italiani e le autorità statunitensi.
È infatti noto che, il 15 agosto 2019, l’allora procuratore generale degli Usa, Bill Barr, si recò a Roma, per incontrare l’allora direttore del Dis, Gennaro Vecchione. Quella stessa sera si tenne anche una cena in un ristorante tra i due: cena, che ha suscitato non poche polemiche per l’irritualità della forma. Una seconda visita romana di Barr avvenne il successivo 27 settembre. Le ricerche del procuratore generale miravano a verificare la tesi, secondo cui l’Italia aveva preso parte a un complotto per impedire la vittoria di Trump nel 2016, quando a Palazzo Chigi risiedeva Matteo Renzi. In particolare, Barr puntava a ottenere delle informazioni sul misterioso professor Joseph Mifsud che, secondo questa tesi, aveva confezionato una polpetta avvelenata da fornire all’allora consigliere di Trump, George Papadopoulos, per collegare strumentalmente il team dello stesso Trump al Cremlino e favorire così la vulgata clintoniana del Russiagate (da lì l’apertura di un’inchiesta dell’Fbi). Alla luce di questo, Conte, che si era tenuto la delega ai servizi, è stato da più parti tacciato di aver fatto un uso troppo disinvolto dell’intelligence: un’accusa che il diretto interessato ha sempre respinto. Sulla «vicenda Barr» si mosse anche il Copasir, mentre è salita la tensione tra Renzi e lo stesso Conte. Un Conte che ieri è tornato sulla questione, annunciando una querela a La Repubblica per aver scritto che il nuovo endorsement di Trump sarebbe un ringraziamento per la sua «fedeltà» sul «caso Barr». «Se qualcuno si permette di dire che io non ho tutelato l’interesse nazionale, sarà chiamato a risponderne nelle sedi opportune, tanto più che anche il Copasir ha certificato la mia estrema correttezza», ha detto l’ex premier che non hai spiegato l’irritualità degli incontri contestati ma che ieri si è irritato per le parole di Enrico Letta. «Immagino che Conte sia imbarazzato dalle parole di Trump», ha affermato. «Io fiero di essere dall’altra parte».
Grillo rispolvera l’odio per i Giochi
È decisamente entrato nella macchina del tempo, il garante del M5s, Beppe Grillo. Una macchina che lo ha fatto riemergere da un silenzio di tomba che durava da settimane (dal braccio di ferro contro Giuseppe Conte sul secondo mandato, per la precisione) e che ha riportato la tribù pentastellata a una decina di anni fa. All’epoca dei referendum sull’acqua pubblica e delle battaglie integraliste all’insegna della cosiddetta «decrescita felice». Una di queste fu l’avversione totale ai Giochi olimpici, che fece perdere alla Capitale, in nome del dogma ultra-ambientalista, un’assegnazione per l’anno 2024 ormai praticamente acquisita dal parte del Cio, respinta al mittente dall’allora neosindaca Virginia Raggi. Per Roma, inutile dirlo, l’appuntamento mancato ha significato un’occasione persa per il rilancio della città e del suo prestigio sul piano internazionale, nonché l’accelerazione di un declino che pare ormai irreversibile.
Ebbene, pensando che la bandiera vetero-ambientalista possa essere ancora redditizia a livello elettorale, ieri sul suo blog Grillo ha fatto tabula rasa di una legislatura al governo dei suoi e con un post pubblicato sul suo blog a firma della senatrice del Movimento, Orietta Vanin, ha puntato il dito sui Giochi invernali di Milano-Cortina 2026. Il titolo dell’articolo è di per sé già evocativo, poiché afferma che si tratta di «Olimpiadi del cemento» invece che Olimpiadi sostenibili, come invece erano state promesse dagli organizzatori: «Un po' alla volta e quasi in sordina», si legge nel post, «si è assistito (soprattutto durante il governo Draghi) a leggi e decreti-legge che hanno portato l’importo economico a carico dello Stato a oltre 2 miliardi e a un progressivo ampliarsi degli interventi di nuova edificazione». La senatrice se la prende in primis contro la pericolosissima nuova pista da bob di Cortina d’Ampezzo, quindi contro la temibile copertura dell’impianto per il pattinaggio di velocità di Baselga di Pinè, per non parlare delle minacce all’ambiente rappresentate dal «palazzetto dello sport Palaitalia nel quartiere milanese di Santa Giulia» e dell’«ampliamento di due bacini artificiali a Cortina per produrre neve da sparare sulle piste».
Non pago, Grillo ha poi voluto ribadire il concetto di persona su Twitter, condividendo il post della senatrice e scrivendo che «i Giochi Olimpici invernali, decantati come “Olimpiadi green” e “low cost”, di green e di low cost hanno ben poco: nuove edificazioni con forte impatto ambientale e un costo a carico dello Stato di oltre 2 miliardi di euro! Ecco», ha concluso per la gioia di no-Tav e similari, «le Olimpiadi del cemento!». A completare la sua giornata sopra le righe, l’Elevato ha pubblicato un’immagine in cui appare nelle vesti dell’Eroe dei due mondi Giuseppe Garibaldi e prende a prestito le parole usate dal Generale nel 1874 per lanciare, dal suo ritiro nell’isola di Caprera, un appello al buon voto per gli elettori italiani.
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Quello a Giuseppe Conte appare più un attestato di simpatia personale che un endorsement politico. Come ai tempi delle polemiche sul viaggio a Roma di Barr e i rapporti con i Servizi. Enrico Letta punzecchia l’ex premier che replica.Beppe Grillo rispolvera l’odio per i Giochi. Il garante del M5s, che con Virginia Raggi fece fallire l’assegnazione a Roma 2024, sventola la bandiera vetero ambientalista contro Milano-Cortina: «Olimpiadi del cemento».Lo speciale comprende due articoli. Trump tifa per Giuseppe Conte? Così qualcuno dice, anche se la situazione potrebbe rivelarsi un po’ diversa da come appare. Tutto nasce da un articolo di La Repubblica. Il quotidiano italiano ha intercettato l’ex presidente americano durante un evento elettorale in New Jersey. Rispondendo fugacemente a una domanda sulle elezioni italiane del 25 settembre, il magnate ha dichiarato: «Ho visto, ho visto. Come sta andando il mio ragazzo?». Un riferimento, questo, a Conte. «Giuseppe, sì, Giuseppe. Ho lavorato bene con lui, spero che faccia bene», ha proseguito Donald Trump. Invece, secondo Repubblica, l’ex inquilino della Casa Bianca si sarebbe mostrato disinteressato a Matteo Salvini. «Non lo so, non lo so. Però Conte è davvero una gran brava persona», ha detto, rispondendo a una domanda sul leader leghista. L’ex premier ha colto la palla al balzo, sostenendo che le parole di Trump dimostrerebbero l’infondatezza delle accuse di chi gli dà del filorusso.Diciamocelo: da queste fugaci risposte sembra proprio che Trump non sia particolarmente informato (né forse interessato) alla campagna elettorale italiana. Quello a Conte pare tra l’altro più un attestato di simpatia personale che un endorsement politico: una situazione, quindi, ben differente da quel fatidico 27 agosto 2019, quando - nel pieno della crisi di governo italiana - l’allora presidente americano postò il famoso tweet in cui sperava che «Giuseppi» sarebbe rimasto premier. Un endorsement, quello, che in un certo senso favorì la permanenza a Palazzo Chigi di Conte. Dall’altra parte, Trump è sempre apparso restio ad intromettersi nella politica interna degli altri Paesi. E non è affatto detto che abbia percepito il senso politico del camaleontico passaggio dal Conte I al Conte II. Anche perché va ricordato che, a luglio 2018, Trump aveva elogiato il governo italiano per la sua stretta sull’immigrazione clandestina. «Sono molto d’accordo con quello che state facendo riguardo a migrazione, immigrazione clandestina, e anche immigrazione legale», aveva detto a Conte, per poi aggiungere: «L’Italia ha preso una posizione molto ferma alla frontiera, una posizione che pochi Paesi hanno preso e, francamente, secondo me state facendo la cosa giusta». Ora, quella stretta migratoria era stata attuata da Salvini al Viminale, per poi finire cassata da Luciana Lamorgese nell’esecutivo giallorosso, nato il 5 settembre 2019. Questo dimostra come Trump non avesse granché chiaro il senso politico del passaggio dal Conte I al Conte II. Né la sua amministrazione mostrò di amare il secondo governo dell’«avvocato del popolo»: fonti qualificate hanno infatti riferito alla Verità che, nel settembre 2020, il Dipartimento di Stato americano nutriva forti preoccupazioni per le posizioni filocinesi dell’esecutivo giallorosso. D’altronde, al di là dell’intesa personale con l’allora premier italiano, l’endorsement dell’agosto 2019 non risultava forse troppo legato a una condivisione di linee politiche e ideologiche. Un’ipotesi era che Trump avesse voluto sdebitarsi, perché, secondo la Cnn, durante il G7 di Biarritz Conte aveva spalleggiato la sua richiesta di riammettere la Russia nel G8. Tuttavia, secondo altri, la gratitudine di Trump potrebbe essere legata ad altro: il riferimento è a un momento controverso nella storia dei rapporti tra i servizi segreti italiani e le autorità statunitensi. È infatti noto che, il 15 agosto 2019, l’allora procuratore generale degli Usa, Bill Barr, si recò a Roma, per incontrare l’allora direttore del Dis, Gennaro Vecchione. Quella stessa sera si tenne anche una cena in un ristorante tra i due: cena, che ha suscitato non poche polemiche per l’irritualità della forma. Una seconda visita romana di Barr avvenne il successivo 27 settembre. Le ricerche del procuratore generale miravano a verificare la tesi, secondo cui l’Italia aveva preso parte a un complotto per impedire la vittoria di Trump nel 2016, quando a Palazzo Chigi risiedeva Matteo Renzi. In particolare, Barr puntava a ottenere delle informazioni sul misterioso professor Joseph Mifsud che, secondo questa tesi, aveva confezionato una polpetta avvelenata da fornire all’allora consigliere di Trump, George Papadopoulos, per collegare strumentalmente il team dello stesso Trump al Cremlino e favorire così la vulgata clintoniana del Russiagate (da lì l’apertura di un’inchiesta dell’Fbi). Alla luce di questo, Conte, che si era tenuto la delega ai servizi, è stato da più parti tacciato di aver fatto un uso troppo disinvolto dell’intelligence: un’accusa che il diretto interessato ha sempre respinto. Sulla «vicenda Barr» si mosse anche il Copasir, mentre è salita la tensione tra Renzi e lo stesso Conte. Un Conte che ieri è tornato sulla questione, annunciando una querela a La Repubblica per aver scritto che il nuovo endorsement di Trump sarebbe un ringraziamento per la sua «fedeltà» sul «caso Barr». «Se qualcuno si permette di dire che io non ho tutelato l’interesse nazionale, sarà chiamato a risponderne nelle sedi opportune, tanto più che anche il Copasir ha certificato la mia estrema correttezza», ha detto l’ex premier che non hai spiegato l’irritualità degli incontri contestati ma che ieri si è irritato per le parole di Enrico Letta. «Immagino che Conte sia imbarazzato dalle parole di Trump», ha affermato. «Io fiero di essere dall’altra parte». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/un-nuovo-evviva-di-trump-a-giuseppi-rispolvera-lanomala-delega-ai-servizi-2658153055.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="grillo-rispolvera-lodio-per-i-giochi" data-post-id="2658153055" data-published-at="1662491720" data-use-pagination="False"> Grillo rispolvera l’odio per i Giochi È decisamente entrato nella macchina del tempo, il garante del M5s, Beppe Grillo. Una macchina che lo ha fatto riemergere da un silenzio di tomba che durava da settimane (dal braccio di ferro contro Giuseppe Conte sul secondo mandato, per la precisione) e che ha riportato la tribù pentastellata a una decina di anni fa. All’epoca dei referendum sull’acqua pubblica e delle battaglie integraliste all’insegna della cosiddetta «decrescita felice». Una di queste fu l’avversione totale ai Giochi olimpici, che fece perdere alla Capitale, in nome del dogma ultra-ambientalista, un’assegnazione per l’anno 2024 ormai praticamente acquisita dal parte del Cio, respinta al mittente dall’allora neosindaca Virginia Raggi. Per Roma, inutile dirlo, l’appuntamento mancato ha significato un’occasione persa per il rilancio della città e del suo prestigio sul piano internazionale, nonché l’accelerazione di un declino che pare ormai irreversibile. Ebbene, pensando che la bandiera vetero-ambientalista possa essere ancora redditizia a livello elettorale, ieri sul suo blog Grillo ha fatto tabula rasa di una legislatura al governo dei suoi e con un post pubblicato sul suo blog a firma della senatrice del Movimento, Orietta Vanin, ha puntato il dito sui Giochi invernali di Milano-Cortina 2026. Il titolo dell’articolo è di per sé già evocativo, poiché afferma che si tratta di «Olimpiadi del cemento» invece che Olimpiadi sostenibili, come invece erano state promesse dagli organizzatori: «Un po' alla volta e quasi in sordina», si legge nel post, «si è assistito (soprattutto durante il governo Draghi) a leggi e decreti-legge che hanno portato l’importo economico a carico dello Stato a oltre 2 miliardi e a un progressivo ampliarsi degli interventi di nuova edificazione». La senatrice se la prende in primis contro la pericolosissima nuova pista da bob di Cortina d’Ampezzo, quindi contro la temibile copertura dell’impianto per il pattinaggio di velocità di Baselga di Pinè, per non parlare delle minacce all’ambiente rappresentate dal «palazzetto dello sport Palaitalia nel quartiere milanese di Santa Giulia» e dell’«ampliamento di due bacini artificiali a Cortina per produrre neve da sparare sulle piste». Non pago, Grillo ha poi voluto ribadire il concetto di persona su Twitter, condividendo il post della senatrice e scrivendo che «i Giochi Olimpici invernali, decantati come “Olimpiadi green” e “low cost”, di green e di low cost hanno ben poco: nuove edificazioni con forte impatto ambientale e un costo a carico dello Stato di oltre 2 miliardi di euro! Ecco», ha concluso per la gioia di no-Tav e similari, «le Olimpiadi del cemento!». A completare la sua giornata sopra le righe, l’Elevato ha pubblicato un’immagine in cui appare nelle vesti dell’Eroe dei due mondi Giuseppe Garibaldi e prende a prestito le parole usate dal Generale nel 1874 per lanciare, dal suo ritiro nell’isola di Caprera, un appello al buon voto per gli elettori italiani.
L'incontro tra Giorgia Meloni e Nerendra Modi durante il G7 a Borgo Egnazia del 14 giugno 2024 (Ansa)
Si ricongiunge dunque il «Melodi team», per la gioia dei fan indiani della Meloni, che sui social sono tra i più entusiasti sostenitori della Meloni. La visita in Italia del primo ministro indiano, spiegano fonti italiane, riveste particolare importanza nel quadro del consolidamento delle relazioni tra Italia e India e del rafforzamento del dialogo politico tra li due Paesi. Si tratta della prima missione ufficiale a Roma di un primo ministro indiano negli ultimi 26 anni. Modi e Meloni vantano un rapporto, come dicevamo, non solo istituzionale, ma di solida amicizia. I due si sono incontrati ben sette volte in tre anni, consolidando sempre di più il partenariato strategico tra Roma e Nuova Delhi. Grazie all’avvio del Partenariato Strategico Italia-India nel 2023 e al successivo lancio del Piano d’azione strategico congiunto 2025-2029, il dialogo politico tra Italia e India ha raggiunto un livello di intensità senza precedenti, favorendo un significativo ampliamento della cooperazione bilaterale in numerosi ambiti strategici.
La collaborazione si estende oggi dalla difesa alla ricerca scientifica, dal commercio agli investimenti, fino allo sviluppo di un’Intelligenza artificiale umanocentrica, nonché al contrasto del terrorismo e del traffico di esseri umani.
Nel corso del loro incontro, Modi e la Meloni adotteranno una Dichiarazione congiunta che eleverà le relazioni tra Italia e India al rango di Partenariato Strategico Speciale. Il documento individua nuove e ambiziose direttrici di cooperazione bilaterale, rafforzando ulteriormente il quadro del partenariato tra i due Stati.
Tra i principali obiettivi figurano l’istituzionalizzazione di incontri annuali a livello di capi di governo; l’impegno congiunto a raggiungere entro il 2029 un volume di interscambio commerciale pari a 20 miliardi di euro, anche attraverso la valorizzazione del potenziale dell’accordo di libero scambio tra Unione europea e India; il lancio dell’anno della Cultura e del Turismo Italia-India 2027; nonché il rafforzamento dell’iniziativa Innovit India, finalizzata a promuovere il dialogo tra i rispettivi ecosistemi dell’innovazione. I due leader parteciperanno, inoltre, a un pranzo di lavoro con i vertici di importanti gruppi industriali italiani e indiani, nel corso del quale sarà promosso uno scambio di vedute sulle migliori modalità per rafforzare ulteriormente la cooperazione economica, commerciale e nel settore degli investimenti.
Infine, assisteranno alla firma di una serie di intese nei settori del trasporto marittimo, dell’agricoltura, dell’istruzione superiore, dei minerali critici, della cooperazione museale e del contrasto ai reati economico-finanziari. La «relazione speciale» tra Italia e India è, come è evidente, di estrema importanza per il nostro Paese, considerato che la stessa India è ormai una protagonista assoluta dello scacchiere mondiale, una superpotenza economica di primissimo piano con un ruolo centrale in tutte le dinamiche planetarie.
Incessante l’attività del governo sul fronte della diplomazia internazionale: ieri a Palazzo Chigi si sono riuniti i rappresentanti di Italia, Libia, Qatar e Turchia per fare il punto sui seguiti del vertice di Istanbul del 1° agosto 2025. Nel corso della riunione, spiegano fonti di Palazzo Chigi, sono stati esaminati i risultati del lavoro condotto fino ad ora e concordati i prossimi passi per l'avvio di un progetto pilota per una sala operativa congiunta a Tripoli a sostegno delle Autorità libiche nella gestione dei flussi migratori irregolari. Per l’Italia era presente il consigliere diplomatico del presidente del Consiglio, ambasciatore Fabrizio Saggio.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 20 maggio con Carlo Cambi
Romano Prodi e Massimo D'Alema (Ansa)
Scherzando - ma non troppo - potremmo dire che se esistesse il Partito cinese d’Italia, sigla Pcd’I con tanto di suggestiva rievocazione storica, la sua sede potrebbe tranquillamente trovarsi di fronte all’ambasciata francese, in piazza Farnese a Roma: tra lettere in mandarino, schermi di produzione orientale e pile della rivista della Fondazione Italianieuropei. E se davvero esistesse questo fantomatico partito, il Partito cinese d’Italia, Massimo D’Alema ne sarebbe, senza dubbio, il segretario onorario. Mentre Romano Prodi avrebbe tutti i titoli per sedersi sulla poltrona di presidente.
La lunga marcia della sinistra italiana verso Pechino, in fondo è iniziata diverso tempo fa, quando molti ex compagni dovettero prendere atto del crollo dell’Unione Sovietica e cercare altrove un altro punto cardinale a cui appendere la giacca ideologica. Non è un caso che, con l’Ulivo, proprio D’Alema e Prodi, siano diventati nel tempo fra i più zelanti sponsor italiani della Cina. Ognuno con il suo stile: sfacciato, elegante, e vagamente altezzoso il primo, curiale, felpato e con pensosa tigna il secondo. Va dato atto alla diplomazia del Dragone di aver trovato la formula per farli andare d’accordo. Romano Prodi coltiva rapporti con Pechino da anni. Lo dimostrò già quando la Fondazione Agnelli decise di investire in Cina: l’ex presidente della Commissione europea fece da sherpa istituzionale, portando a casa una cattedra nella prestigiosa università Agnelli Chair of Italian Culture, gestita dal China-Europe Philanthropy Innovation Research Center dell’Università di Pechino. Già allora molti si chiesero perché, considerando che, se era del tutto naturale che un’azienda di automotive investisse in Cina alla ricerca di ingegneri e nuovi mercati, era invece assai meno naturale affidarsi proprio a Prodi per aprire certe porte.
La popolarità del Professore nella nazione che ormai ha svestito da tempo i panni dell’economia emergente, non si misura soltanto nei suoi frequenti rendez vous orientali. Diversi anni fa, in un articolo pubblicato in prima pagina dal quotidiano di punta China Daily, Prodi veniva indicato come figura di riferimento di Dagong, l’agenzia di rating cinese che da anni tenta di insidiare il predominio di colossi statunitensi come Standard & Poor’s e Moody’s. Un’investitura quasi imperiale.
I rapporti di D’Alema con Pechino, invece, hanno contorni ancora più politici - e forse anche più spregiudicati. Ce lo ricordiamo lo scorso anno partecipante alla parata di Pechino con tanti leader di regimi tutt’altro che democratici. Per giustificare la sua presenza in quel contesto parlò del popolo cinese come soggetto «fondamentale per la sconfitta del nazismo e del fascismo». Frase apparsa a molti non solo infelice, ma anche storicamente assai discutibile. Il contributo militare cinese alla guerra contro il nazifascismo in Europa fu marginale, mentre quella tribuna popolata da autocrati globali, trasmetteva ben altri messaggi che non quelli della pace e della libertà.
Ma quella di D’Alema non è certo una simpatia improvvisa. Da anni l’ex leader post-comunista strizza l’occhio a Pechino, sia per motivi ideologici sia, come sottolineano alcuni osservatori, per ragioni economiche.
Attraverso la società di consulenza DL&M Advisor, attiva nei processi di internazionalizzazione verso i mercati esteri, compreso quello cinese, e tramite la fondazione della società Silk Road Wines, dedita all’esportazione di vino italiano in Cina, D’Alema ha costruito rapporti significativi con ambienti vicini al Partito comunista cinese. Già in passato aveva partecipato al Forum internazionale sulla democrazia organizzato proprio dal comitato centrale del Pcc. Non stupisce, quindi, la sua presenza in prima fila nella tribuna d’onore. Forse stupisce il cambiamento politico, quando all’indomani del dramma delle Torri gemelle, lo stesso D’Alema spiegava ad una sinistra riluttante che il nuovo orizzonte strategico dell’Occidente era Washington. Oggi quell’uomo appare lontanissimo, quasi irriconoscibile.
Sia chiaro, nello scenario geopolitico mondiale è doveroso guardare con attenzione a una potenza come la Cina, destinata ad un ruolo sempre più centrale sulla scena politica internazionale. Nessuno mette in discussione il peso economico, politico e strategico di Pechino. Ma proprio per questo sorprende il silenzio quasi reverenziale di certi politici e intellettuali italiani davanti a un sistema che continua a fare a pugni con la democrazia e i diritti umani, sia all’interno dei propri confini sia in un continente, come quello africano, dove ha una presenza sempre più invasiva.
Ecco, sarebbe utile che ogni tanto, oltre a omaggiare e magnificare il ruolo globale della Repubblica popolare cinese, qualcuno ricordasse anche questi aspetti che spesso e volentieri vengono usati dalla sinistra nel nostro Paese per polemizzare con il governo italiano, ma che altrove invece sono colpevolmente silenziati.
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Xi Jinping e Vladimir Putin (Ansa)
Ci si attende che il capo del Cremlino e Xi discuteranno di vari temi: dalla guerra in Ucraina a quella in Iran passando per i rapporti con gli Stati Uniti. In particolare, il consigliere di Putin, Yury Ushakov, ha affermato che i due leader promuoveranno l’«instaurazione di un mondo multipolare», nonché «un nuovo tipo di relazioni internazionali». Ma cerchiamo di entrare maggiormente nel dettaglio.
Per quanto riguarda la questione ucraina, la guerra si sta protraendo ormai da oltre quattro anni. Secondo quanto riferito dal Financial Times, Xi, durante il suo recente incontro con Trump, avrebbe dichiarato che lo zar potrebbe pentirsi di aver invaso l’Ucraina. Il governo cinese, ieri, ha ufficialmente smentito, non senza imbarazzo, questa rivelazione. Tuttavia, qualora l’affermazione fosse stata realmente pronunciata, ciò dimostrerebbe un crescente fastidio da parte di Pechino per il protrarsi del conflitto in Ucraina. Putin, dal canto suo, ha bisogno di rafforzare i legami con Xi proprio per rafforzare la sua posizione negoziale in vista di eventuali colloqui diplomatici sulla crisi ucraina. Passando poi all’Iran, sia Mosca che la Repubblica popolare intrattengono stretti legami con il regime khomeinista. Xi e Putin sperano che Trump finisca con l’impantanarsi. Al contempo, però, temono la crescente pressione a cui è sottoposta la Repubblica islamica. Dopo la caduta di Bashar al Assad in Siria nel 2024, entrambi non possono permettersi di perdere un altro alleato mediorientale.
Un ulteriore dossier sul tavolo sarà quello energetico. Anche per far fronte alle sanzioni occidentali, lo zar spera di ottenere dal presidente cinese il via libera per la realizzazione del gasdotto Power of Siberia 2, che incrementerebbe decisamente l’export di gas russo verso la Cina. Tuttavia, come sottolineato ieri da Cnbc, la Repubblica popolare, almeno finora, non ha avuto fretta di approvare questo progetto. Senza dubbio, i due presidenti affronteranno anche la questione commerciale, per intensificare i rapporti economici tra Mosca e Pechino. «Le regolari visite reciproche e i colloqui ad alto livello tra Russia e Cina sono una parte importante e integrante dei nostri sforzi congiunti per promuovere l’intera gamma delle relazioni tra i nostri due Paesi e liberare il loro potenziale davvero illimitato», ha affermato ieri Putin, secondo la Tass. E poi emerge ovviamente il rapporto con gli Stati Uniti. Stando al Financial Times, Trump avrebbe intenzione di proporre un fronte comune con Mosca e Pechino contro la Corte penale internazionale. Tuttavia, più in generale, le tre potenze stanno effettuando un complicato minuetto, ciascuna con le proprie debolezze.
Trump rischia seriamente il pantano in Iran, mentre la Corte Suprema degli Stati Uniti gli ha bocciato parte della politica sui dazi. Xi, dal canto suo, mira a intestarsi il ruolo di kingmaker diplomatico, ospitando il presidente russo e quello americano nel giro di pochi giorni. Tuttavia, il leader cinese inizia, al contempo, ad avvertire la pressione della crisi di Hormuz, mentre l’economia della Repubblica popolare continua a riscontrare problemi di consumo interno. Senza poi trascurare la significativa perdita d’influenza geopolitica di Pechino sull’America Latina nell’ultimo anno e mezzo. Putin, infine, è preoccupato dal protrarsi della guerra in Ucraina e, davanti alla Cina, nutre sentimenti contrastanti: da una parte punta a rafforzare i legami con Xi per avere più potere contrattuale verso Kiev e l’Occidente; dall’altra, ha paura che l’abbraccio con il Dragone diventi soffocante, spingendo Mosca verso una progressiva subordinazione nei confronti di Pechino. Inoltre, se è vero che la Russia ha tratto alcuni benefici economico-energetici dalla crisi di Hormuz, dall’altra parte, lo zar, dopo la caduta di Assad, sta facendo fatica a recuperare influenza nella regione mediorientale. È anche per questo che sta cercando da tempo di ritagliarsi un ruolo di mediazione tra Washington e Teheran.
Insomma, tutti e tre i presidenti sono alle prese con delle serie difficoltà: difficoltà che il burrascoso quadro internazionale rischia di incrementare ulteriormente. Non è allora improbabile che i viaggi di Trump e Putin a Pechino, così come la loro telefonata di fine aprile vadano inseriti in una cornice più ampia: quella di una sorta di Jalta 2.0. Spinti proprio dai rispettivi problemi, i tre leader potrebbero cercare di puntare a un accordo per tentare di ridurre l’instabilità globale: un accordo di cui, chissà, potrebbero aver iniziato a parlare già l’anno scorso Trump e Putin ad Anchorage (del resto, sarà un caso, ma ieri anche il presidente americano ha smentito la notizia secondo cui Xi gli avrebbe detto che lo zar si sarebbe pentito di invadere l’Ucraina). Questo non significa che una eventuale intesa disinnescherebbe la competizione geopolitica tra Washington e Pechino. Potrebbe però «razionalizzarla», inserendola su binari più specifici e meno caotici. Sia chiaro: non sappiamo con certezza se questo progetto stia realmente bollendo in pentola. L’unica cosa certa al momento è la totale inconsistenza geopolitica e diplomatica dell’Ue. Una Ue che, mentre le potenze trattano e competono, viene sistematicamente lasciata fuori dalla porta. Senza peso né strategia.
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