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2022-09-07
Un nuovo evviva di Trump a Giuseppi rispolvera l’anomala delega ai servizi
Giuseppe Conte (Ansa)
Trump tifa per Giuseppe Conte? Così qualcuno dice, anche se la situazione potrebbe rivelarsi un po’ diversa da come appare. Tutto nasce da un articolo di La Repubblica. Il quotidiano italiano ha intercettato l’ex presidente americano durante un evento elettorale in New Jersey. Rispondendo fugacemente a una domanda sulle elezioni italiane del 25 settembre, il magnate ha dichiarato: «Ho visto, ho visto. Come sta andando il mio ragazzo?». Un riferimento, questo, a Conte. «Giuseppe, sì, Giuseppe. Ho lavorato bene con lui, spero che faccia bene», ha proseguito Donald Trump. Invece, secondo Repubblica, l’ex inquilino della Casa Bianca si sarebbe mostrato disinteressato a Matteo Salvini. «Non lo so, non lo so. Però Conte è davvero una gran brava persona», ha detto, rispondendo a una domanda sul leader leghista. L’ex premier ha colto la palla al balzo, sostenendo che le parole di Trump dimostrerebbero l’infondatezza delle accuse di chi gli dà del filorusso.
Diciamocelo: da queste fugaci risposte sembra proprio che Trump non sia particolarmente informato (né forse interessato) alla campagna elettorale italiana. Quello a Conte pare tra l’altro più un attestato di simpatia personale che un endorsement politico: una situazione, quindi, ben differente da quel fatidico 27 agosto 2019, quando - nel pieno della crisi di governo italiana - l’allora presidente americano postò il famoso tweet in cui sperava che «Giuseppi» sarebbe rimasto premier. Un endorsement, quello, che in un certo senso favorì la permanenza a Palazzo Chigi di Conte. Dall’altra parte, Trump è sempre apparso restio ad intromettersi nella politica interna degli altri Paesi. E non è affatto detto che abbia percepito il senso politico del camaleontico passaggio dal Conte I al Conte II. Anche perché va ricordato che, a luglio 2018, Trump aveva elogiato il governo italiano per la sua stretta sull’immigrazione clandestina. «Sono molto d’accordo con quello che state facendo riguardo a migrazione, immigrazione clandestina, e anche immigrazione legale», aveva detto a Conte, per poi aggiungere: «L’Italia ha preso una posizione molto ferma alla frontiera, una posizione che pochi Paesi hanno preso e, francamente, secondo me state facendo la cosa giusta». Ora, quella stretta migratoria era stata attuata da Salvini al Viminale, per poi finire cassata da Luciana Lamorgese nell’esecutivo giallorosso, nato il 5 settembre 2019. Questo dimostra come Trump non avesse granché chiaro il senso politico del passaggio dal Conte I al Conte II. Né la sua amministrazione mostrò di amare il secondo governo dell’«avvocato del popolo»: fonti qualificate hanno infatti riferito alla Verità che, nel settembre 2020, il Dipartimento di Stato americano nutriva forti preoccupazioni per le posizioni filocinesi dell’esecutivo giallorosso.
D’altronde, al di là dell’intesa personale con l’allora premier italiano, l’endorsement dell’agosto 2019 non risultava forse troppo legato a una condivisione di linee politiche e ideologiche. Un’ipotesi era che Trump avesse voluto sdebitarsi, perché, secondo la Cnn, durante il G7 di Biarritz Conte aveva spalleggiato la sua richiesta di riammettere la Russia nel G8. Tuttavia, secondo altri, la gratitudine di Trump potrebbe essere legata ad altro: il riferimento è a un momento controverso nella storia dei rapporti tra i servizi segreti italiani e le autorità statunitensi.
È infatti noto che, il 15 agosto 2019, l’allora procuratore generale degli Usa, Bill Barr, si recò a Roma, per incontrare l’allora direttore del Dis, Gennaro Vecchione. Quella stessa sera si tenne anche una cena in un ristorante tra i due: cena, che ha suscitato non poche polemiche per l’irritualità della forma. Una seconda visita romana di Barr avvenne il successivo 27 settembre. Le ricerche del procuratore generale miravano a verificare la tesi, secondo cui l’Italia aveva preso parte a un complotto per impedire la vittoria di Trump nel 2016, quando a Palazzo Chigi risiedeva Matteo Renzi. In particolare, Barr puntava a ottenere delle informazioni sul misterioso professor Joseph Mifsud che, secondo questa tesi, aveva confezionato una polpetta avvelenata da fornire all’allora consigliere di Trump, George Papadopoulos, per collegare strumentalmente il team dello stesso Trump al Cremlino e favorire così la vulgata clintoniana del Russiagate (da lì l’apertura di un’inchiesta dell’Fbi). Alla luce di questo, Conte, che si era tenuto la delega ai servizi, è stato da più parti tacciato di aver fatto un uso troppo disinvolto dell’intelligence: un’accusa che il diretto interessato ha sempre respinto. Sulla «vicenda Barr» si mosse anche il Copasir, mentre è salita la tensione tra Renzi e lo stesso Conte. Un Conte che ieri è tornato sulla questione, annunciando una querela a La Repubblica per aver scritto che il nuovo endorsement di Trump sarebbe un ringraziamento per la sua «fedeltà» sul «caso Barr». «Se qualcuno si permette di dire che io non ho tutelato l’interesse nazionale, sarà chiamato a risponderne nelle sedi opportune, tanto più che anche il Copasir ha certificato la mia estrema correttezza», ha detto l’ex premier che non hai spiegato l’irritualità degli incontri contestati ma che ieri si è irritato per le parole di Enrico Letta. «Immagino che Conte sia imbarazzato dalle parole di Trump», ha affermato. «Io fiero di essere dall’altra parte».
Grillo rispolvera l’odio per i Giochi
È decisamente entrato nella macchina del tempo, il garante del M5s, Beppe Grillo. Una macchina che lo ha fatto riemergere da un silenzio di tomba che durava da settimane (dal braccio di ferro contro Giuseppe Conte sul secondo mandato, per la precisione) e che ha riportato la tribù pentastellata a una decina di anni fa. All’epoca dei referendum sull’acqua pubblica e delle battaglie integraliste all’insegna della cosiddetta «decrescita felice». Una di queste fu l’avversione totale ai Giochi olimpici, che fece perdere alla Capitale, in nome del dogma ultra-ambientalista, un’assegnazione per l’anno 2024 ormai praticamente acquisita dal parte del Cio, respinta al mittente dall’allora neosindaca Virginia Raggi. Per Roma, inutile dirlo, l’appuntamento mancato ha significato un’occasione persa per il rilancio della città e del suo prestigio sul piano internazionale, nonché l’accelerazione di un declino che pare ormai irreversibile.
Ebbene, pensando che la bandiera vetero-ambientalista possa essere ancora redditizia a livello elettorale, ieri sul suo blog Grillo ha fatto tabula rasa di una legislatura al governo dei suoi e con un post pubblicato sul suo blog a firma della senatrice del Movimento, Orietta Vanin, ha puntato il dito sui Giochi invernali di Milano-Cortina 2026. Il titolo dell’articolo è di per sé già evocativo, poiché afferma che si tratta di «Olimpiadi del cemento» invece che Olimpiadi sostenibili, come invece erano state promesse dagli organizzatori: «Un po' alla volta e quasi in sordina», si legge nel post, «si è assistito (soprattutto durante il governo Draghi) a leggi e decreti-legge che hanno portato l’importo economico a carico dello Stato a oltre 2 miliardi e a un progressivo ampliarsi degli interventi di nuova edificazione». La senatrice se la prende in primis contro la pericolosissima nuova pista da bob di Cortina d’Ampezzo, quindi contro la temibile copertura dell’impianto per il pattinaggio di velocità di Baselga di Pinè, per non parlare delle minacce all’ambiente rappresentate dal «palazzetto dello sport Palaitalia nel quartiere milanese di Santa Giulia» e dell’«ampliamento di due bacini artificiali a Cortina per produrre neve da sparare sulle piste».
Non pago, Grillo ha poi voluto ribadire il concetto di persona su Twitter, condividendo il post della senatrice e scrivendo che «i Giochi Olimpici invernali, decantati come “Olimpiadi green” e “low cost”, di green e di low cost hanno ben poco: nuove edificazioni con forte impatto ambientale e un costo a carico dello Stato di oltre 2 miliardi di euro! Ecco», ha concluso per la gioia di no-Tav e similari, «le Olimpiadi del cemento!». A completare la sua giornata sopra le righe, l’Elevato ha pubblicato un’immagine in cui appare nelle vesti dell’Eroe dei due mondi Giuseppe Garibaldi e prende a prestito le parole usate dal Generale nel 1874 per lanciare, dal suo ritiro nell’isola di Caprera, un appello al buon voto per gli elettori italiani.
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Quello a Giuseppe Conte appare più un attestato di simpatia personale che un endorsement politico. Come ai tempi delle polemiche sul viaggio a Roma di Barr e i rapporti con i Servizi. Enrico Letta punzecchia l’ex premier che replica.Beppe Grillo rispolvera l’odio per i Giochi. Il garante del M5s, che con Virginia Raggi fece fallire l’assegnazione a Roma 2024, sventola la bandiera vetero ambientalista contro Milano-Cortina: «Olimpiadi del cemento».Lo speciale comprende due articoli. Trump tifa per Giuseppe Conte? Così qualcuno dice, anche se la situazione potrebbe rivelarsi un po’ diversa da come appare. Tutto nasce da un articolo di La Repubblica. Il quotidiano italiano ha intercettato l’ex presidente americano durante un evento elettorale in New Jersey. Rispondendo fugacemente a una domanda sulle elezioni italiane del 25 settembre, il magnate ha dichiarato: «Ho visto, ho visto. Come sta andando il mio ragazzo?». Un riferimento, questo, a Conte. «Giuseppe, sì, Giuseppe. Ho lavorato bene con lui, spero che faccia bene», ha proseguito Donald Trump. Invece, secondo Repubblica, l’ex inquilino della Casa Bianca si sarebbe mostrato disinteressato a Matteo Salvini. «Non lo so, non lo so. Però Conte è davvero una gran brava persona», ha detto, rispondendo a una domanda sul leader leghista. L’ex premier ha colto la palla al balzo, sostenendo che le parole di Trump dimostrerebbero l’infondatezza delle accuse di chi gli dà del filorusso.Diciamocelo: da queste fugaci risposte sembra proprio che Trump non sia particolarmente informato (né forse interessato) alla campagna elettorale italiana. Quello a Conte pare tra l’altro più un attestato di simpatia personale che un endorsement politico: una situazione, quindi, ben differente da quel fatidico 27 agosto 2019, quando - nel pieno della crisi di governo italiana - l’allora presidente americano postò il famoso tweet in cui sperava che «Giuseppi» sarebbe rimasto premier. Un endorsement, quello, che in un certo senso favorì la permanenza a Palazzo Chigi di Conte. Dall’altra parte, Trump è sempre apparso restio ad intromettersi nella politica interna degli altri Paesi. E non è affatto detto che abbia percepito il senso politico del camaleontico passaggio dal Conte I al Conte II. Anche perché va ricordato che, a luglio 2018, Trump aveva elogiato il governo italiano per la sua stretta sull’immigrazione clandestina. «Sono molto d’accordo con quello che state facendo riguardo a migrazione, immigrazione clandestina, e anche immigrazione legale», aveva detto a Conte, per poi aggiungere: «L’Italia ha preso una posizione molto ferma alla frontiera, una posizione che pochi Paesi hanno preso e, francamente, secondo me state facendo la cosa giusta». Ora, quella stretta migratoria era stata attuata da Salvini al Viminale, per poi finire cassata da Luciana Lamorgese nell’esecutivo giallorosso, nato il 5 settembre 2019. Questo dimostra come Trump non avesse granché chiaro il senso politico del passaggio dal Conte I al Conte II. Né la sua amministrazione mostrò di amare il secondo governo dell’«avvocato del popolo»: fonti qualificate hanno infatti riferito alla Verità che, nel settembre 2020, il Dipartimento di Stato americano nutriva forti preoccupazioni per le posizioni filocinesi dell’esecutivo giallorosso. D’altronde, al di là dell’intesa personale con l’allora premier italiano, l’endorsement dell’agosto 2019 non risultava forse troppo legato a una condivisione di linee politiche e ideologiche. Un’ipotesi era che Trump avesse voluto sdebitarsi, perché, secondo la Cnn, durante il G7 di Biarritz Conte aveva spalleggiato la sua richiesta di riammettere la Russia nel G8. Tuttavia, secondo altri, la gratitudine di Trump potrebbe essere legata ad altro: il riferimento è a un momento controverso nella storia dei rapporti tra i servizi segreti italiani e le autorità statunitensi. È infatti noto che, il 15 agosto 2019, l’allora procuratore generale degli Usa, Bill Barr, si recò a Roma, per incontrare l’allora direttore del Dis, Gennaro Vecchione. Quella stessa sera si tenne anche una cena in un ristorante tra i due: cena, che ha suscitato non poche polemiche per l’irritualità della forma. Una seconda visita romana di Barr avvenne il successivo 27 settembre. Le ricerche del procuratore generale miravano a verificare la tesi, secondo cui l’Italia aveva preso parte a un complotto per impedire la vittoria di Trump nel 2016, quando a Palazzo Chigi risiedeva Matteo Renzi. In particolare, Barr puntava a ottenere delle informazioni sul misterioso professor Joseph Mifsud che, secondo questa tesi, aveva confezionato una polpetta avvelenata da fornire all’allora consigliere di Trump, George Papadopoulos, per collegare strumentalmente il team dello stesso Trump al Cremlino e favorire così la vulgata clintoniana del Russiagate (da lì l’apertura di un’inchiesta dell’Fbi). Alla luce di questo, Conte, che si era tenuto la delega ai servizi, è stato da più parti tacciato di aver fatto un uso troppo disinvolto dell’intelligence: un’accusa che il diretto interessato ha sempre respinto. Sulla «vicenda Barr» si mosse anche il Copasir, mentre è salita la tensione tra Renzi e lo stesso Conte. Un Conte che ieri è tornato sulla questione, annunciando una querela a La Repubblica per aver scritto che il nuovo endorsement di Trump sarebbe un ringraziamento per la sua «fedeltà» sul «caso Barr». «Se qualcuno si permette di dire che io non ho tutelato l’interesse nazionale, sarà chiamato a risponderne nelle sedi opportune, tanto più che anche il Copasir ha certificato la mia estrema correttezza», ha detto l’ex premier che non hai spiegato l’irritualità degli incontri contestati ma che ieri si è irritato per le parole di Enrico Letta. «Immagino che Conte sia imbarazzato dalle parole di Trump», ha affermato. «Io fiero di essere dall’altra parte». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/un-nuovo-evviva-di-trump-a-giuseppi-rispolvera-lanomala-delega-ai-servizi-2658153055.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="grillo-rispolvera-lodio-per-i-giochi" data-post-id="2658153055" data-published-at="1662491720" data-use-pagination="False"> Grillo rispolvera l’odio per i Giochi È decisamente entrato nella macchina del tempo, il garante del M5s, Beppe Grillo. Una macchina che lo ha fatto riemergere da un silenzio di tomba che durava da settimane (dal braccio di ferro contro Giuseppe Conte sul secondo mandato, per la precisione) e che ha riportato la tribù pentastellata a una decina di anni fa. All’epoca dei referendum sull’acqua pubblica e delle battaglie integraliste all’insegna della cosiddetta «decrescita felice». Una di queste fu l’avversione totale ai Giochi olimpici, che fece perdere alla Capitale, in nome del dogma ultra-ambientalista, un’assegnazione per l’anno 2024 ormai praticamente acquisita dal parte del Cio, respinta al mittente dall’allora neosindaca Virginia Raggi. Per Roma, inutile dirlo, l’appuntamento mancato ha significato un’occasione persa per il rilancio della città e del suo prestigio sul piano internazionale, nonché l’accelerazione di un declino che pare ormai irreversibile. Ebbene, pensando che la bandiera vetero-ambientalista possa essere ancora redditizia a livello elettorale, ieri sul suo blog Grillo ha fatto tabula rasa di una legislatura al governo dei suoi e con un post pubblicato sul suo blog a firma della senatrice del Movimento, Orietta Vanin, ha puntato il dito sui Giochi invernali di Milano-Cortina 2026. Il titolo dell’articolo è di per sé già evocativo, poiché afferma che si tratta di «Olimpiadi del cemento» invece che Olimpiadi sostenibili, come invece erano state promesse dagli organizzatori: «Un po' alla volta e quasi in sordina», si legge nel post, «si è assistito (soprattutto durante il governo Draghi) a leggi e decreti-legge che hanno portato l’importo economico a carico dello Stato a oltre 2 miliardi e a un progressivo ampliarsi degli interventi di nuova edificazione». La senatrice se la prende in primis contro la pericolosissima nuova pista da bob di Cortina d’Ampezzo, quindi contro la temibile copertura dell’impianto per il pattinaggio di velocità di Baselga di Pinè, per non parlare delle minacce all’ambiente rappresentate dal «palazzetto dello sport Palaitalia nel quartiere milanese di Santa Giulia» e dell’«ampliamento di due bacini artificiali a Cortina per produrre neve da sparare sulle piste». Non pago, Grillo ha poi voluto ribadire il concetto di persona su Twitter, condividendo il post della senatrice e scrivendo che «i Giochi Olimpici invernali, decantati come “Olimpiadi green” e “low cost”, di green e di low cost hanno ben poco: nuove edificazioni con forte impatto ambientale e un costo a carico dello Stato di oltre 2 miliardi di euro! Ecco», ha concluso per la gioia di no-Tav e similari, «le Olimpiadi del cemento!». A completare la sua giornata sopra le righe, l’Elevato ha pubblicato un’immagine in cui appare nelle vesti dell’Eroe dei due mondi Giuseppe Garibaldi e prende a prestito le parole usate dal Generale nel 1874 per lanciare, dal suo ritiro nell’isola di Caprera, un appello al buon voto per gli elettori italiani.
(IStock)
È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
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(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
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La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
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