- L’accordo per la dismissione dagli usi militari e il recupero e la valorizzazione della «Stazione Torpediniere» nel Mar Piccolo rinsalda il legame con la nostra Marina. Un intervento da 203 milioni pensato per proteggere la città pugliese dalle mire straniere.
- Romano Prodi sulla Via della seta: «Manca la tessera del legame politico, ancora un neonato non cresciuto».
Lo speciale contiene due articoli.
Difficile dire no, soprattutto in questo periodo storico complicato per l’economia e l’occupazione, a un investimento come quello fatto per il porto di Taranto da Ferretti, gruppo romagnolo un tempo gioiello della nautica italiano ma da otto anni in mano ai cinesi di Weichai. Le stime ruotano attorno ai 120 milioni di euro (di cui, ha spiegato il sottosegretario a Palazzo Chigi, Mario Turco, 35 sono «pubblici») per 200 nuovi posti di lavoro.
Se gli investimenti cinesi hanno attirato molta curiosità, è invece passata pressoché inosservata l’approvazione nelle scorse settimane da parte del Comitato interministeriale per la programmazione economica del progetto di ampliamento della stazione navale Mar Grande, sempre a Taranto. Un intervento da 203 milioni di euro.
Si sono levate soltanto le proteste dei soliti pacifisti scagliatisi come sempre contro la Nato, ignorando però che l’Alleanza atlantica sia ai margini di questo investimento. Ma al netto di questo, poco si è detto e scritto di questa decisione che, assieme al decreto legge Agosto che consentirà l’assunzione di 315 tecnici per l’Arsenale di Taranto, è pensata per proteggere la città pugliese dalle mire straniere (palesatesi anche per l’ex Ilva).
Il porto di Taranto è recentemente finito al centro delle attenzioni del Copasir preoccupato dalle mire cinesi. Si tratta di una delle infrastrutture più importanti del nostro Paese, al centro del Mediterraneo e quindi del commercio e dello scacchiere internazionale. E sta diventando sempre più importante anche per gli equilibri della Nato. Basti pensare che poche settimane fa a Taranto 200 ventilatori polmonari forniti dagli Stati Uniti furono consegnati alla Nato, che da mesi, dal Nato Southern operational centre di Taranto, coordina la distribuzione di materiali tra i Paesi membri.
Non è dunque un caso se lunedì, nello stesso giorno in cui Ferretti firmava per insediarsi al porto di Taranto, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini sottolineava il «legame profondo» che unisce la Difesa (in particolare la Marina militare) e Taranto. Il titolare di Palazzo Baracchini ha presenziato lunedì, assieme al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e ad altri ministri, alla firma dell’accordo tra amministrazioni per la dismissione dagli usi militari e il recupero e la valorizzazione culturale e turistica dell’area «Stazione Torpediniere» nel Mar Piccolo di Taranto. Per farla semplice: la stazione torna alla città che beneficerà della realizzazione di opere «che avranno inevitabilmente ingenti ricadute sull’economia del territorio, in termini di stabilizzazione sociale e moltiplicatore di sviluppo e benessere», ha spiegato Guerini.
Certo, nel caso di Ferretti non si parla «né di 5G né di altre attività» bensì di «produzione di scafi», come ha sostenuto intervistato martedì da La Repubblica, Sergio Prete, presidente dell’autorità portuale di Taranto, rintuzzando i timori che l’investimento del gruppo cinese possa rappresentare un pericolo per la sicurezza nazionale. Con uno slancio all’apparenza ultraliberista il premier Conte si è spinto lunedì a definire quella nelle mani di Weichai «una società leader mondiale che promuove il Made in Italy, assolutamente italiana. Eccetto l’investitore, la partecipazione, il management è rimasto italiano, gli stabilimenti sono in Italia, i lavoratori sono in Italia, il know-how è italiano», ha aggiunto Conte esprimendo la sua contrarietà a una «sovietizzazione» del sistema economico.
Ma non è tutto oro quello che luccica. Le ragioni sono due. La prima è quella strategica, che tocca le preoccupazioni a cui ha tentato di replicare Prete e che riguarda i rischi per il futuro di quella che il premier ha definito la «perla del Mediterraneo». È noto, infatti, l’interesse di Pechino per Taranto nell’ottica della Via della Seta. Interesse dichiarato a novembre dell’anno scorso dal ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, nel corso della sua visita a Shanghai per la seconda edizione del China international import expo: sui moli del porto pugliese «c’è un interesse che porterà presto a iniziative», aveva detto. Inoltre, sono state molte in questi mesi le dichiarazioni simili da parte del sottosegretario tarantino Turco, colui al quale il premier Conte ha affidato l’intero dossier. Inoltre, negli scorsi due anni, l’Autorità portuale di Taranto aveva partecipato alla fiera Clft dedicata ai trasporti e alla logistica che si svolge a Shenzhen, in Cina.
La seconda ragione, che spiega anche i recenti investimenti della Difesa su Taranto, è economica. Casi precedenti di investimenti portuali cinesi nel mondo, ma soprattutto nel Mediterraneo (basti pensare al marocchino Tangeri Med e al Pireo, il principale scalo greco), si sono rivelati più complicati del previsto. A fronte di un investimento a cui è chiamato a contribuire anche lo Stato «ospitante», spesso e volentieri i gruppi cinesi non portano nuova occupazione ma sottraggono competenze assumendo personale cinese e portando in patria il know-how. In questo caso a rischio sarebbero proprio il know-how italiano a cui ha fatto riferimento Conte.
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