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2019-07-18
Un altro supercolpo degli eroi proletari che sfidano il potere
Nefliix
Centoquaranta milioni di euro, sparsi nel cielo sopra Madrid, così che il caos paralizzi la città. A due anni dal colpo alla Zecca di Stato, è un dirigibile carico di denaro, tagli piccoli, per lo più, qualche moneta, a riportare in Spagna «la banda»: quel gruppo mal assortito, di criminali nascosti dietro la faccia di Salvador Dalì e il nome di una metropoli internazionale. Denver, Rio, Tokyo, Nairobi, Helsinki, Stoccolma. Furfanti raccattati tra i sobborghi iberici, poi istruiti dal Professore perché, insieme, realizzassero la più grande beffa ai danni dello Stato spagnolo che la storia ricordi. La banda, che sui banchi di scuola, davanti a una lavagna e a un gessetto bianco, ha imparato l'arte della coesione, s'è infiltrata nella Real Casa de la Moneda e, nelle due parti de La Casa di Carta che Netflix ha rilasciato negli anni passati, è riuscita ad uscirsene con le tasche piene di denaro contante. La serie televisiva avrebbe dovuto finire lì, nella fuga, a tratti dolorosa, di chi all'assedio è sopravvissuto. Nella scomparsa dei Robin Hood in tuta rossa. Nella sconfitta del potere costituito. Invece, la piattaforma streaming ha brigato per confezionare una terza parte della serie spagnola, la più vista tra le produzioni in lingua non inglese.
La Casa di Carta, parte 3, non ha nulla a che vedere con il sogno, romantico, di una fuga in paradiso. Piuttosto, racconta quel che in paradiso accade quando la perfezione viene a noia e le bianche spiagge dei Caraibi, la sabbia del golfo de Guna Yala assumono le fattezze di una prigione. Tokyo (Úrsula Corberó), che per le isolette di fronte a Panama era partita insieme al fidanzato, Rio (Miguel Herrán), finisce per «addentare la mela», scatenando una crisi internazionale che, nella primissima puntata della serie, su Netflix da domani, porta all'arresto del ragazzo. Rio sparisce, inghiottito da una motovedetta panamense, mentre Tokyo scappa lontano. Scappa in Colombia, in Tailandia. Scappa dal Professore (Álvaro Morte) che, in poche ore, chiama a raduno la banda. I criminali, che il popolo spagnolo ha imparato a osannare come eroi proletari, decidono per un ultimo colpo. Non più la Zecca, ma la Banca di Spagna, l'oro, perché le autorità calino la maschera e restituiscano Rio, sbattuto chissà dove tra Guantánamo e i luoghi della tortura, alla prigionia tradizionale che il rispetto della legge dovrebbe garantirgli. La Casa di Carta 3, dunque, è un atto di sfida, una guerra tra cattivi assurti a buoni e buoni che diventano cattivi. È la moralità che si fa fluida, ambigua, com'è stata in passato in serie divenute cult (da Prison Break a Breaking Bad).
Lo schema è lo stesso di sempre, e così pure i personaggi, ai quali si aggiunge, nella terza parte della serie spagnola, Palermo (Rodrigo de la Serna), un uomo eccentrico, mente del nuovo piano, Bogotà (Hovik Keuchkerian), un saldatore con lo spirito di un dongiovanni, poi Marsiglia, con il viso austero del croato Luka Peroš. Quale ruolo sia stato affidato a Peroš non è chiaro. Il croato, con i baffi biondi e i capelli alle spalle, è un uomo di poche parole. «No spoiler», dice, quando interrogato sul suo Marsiglia. Il silenzio è netto, spesso. Eppure, l'attore, che nella serie si doppia da sé («Parlo cinque lingue», spiega), è l'unico in grado di dare una ragione al successo de La Casa di Carta: «sofferenza».
«Credo che la gente abbia bisogno di eroi. Credo che voglia un Robin Hood, qualcuno che si batta per lei», dice, «Viviamo in un'epoca in cui è l'insofferenza a regnare sovrana. Le persone sono stufe, stanche della politica, delle grandi banche. Sono stanche delle promesse fatte e mai mantenute, stanche dei ricchi, sempre più ricchi, e di una classe media ridotta ai minimi termini. Viviamo in un'epoca in cui si è sempre più poveri, un'epoca in cui la tecnologia avvolge e annebbia tutto, specie la conoscenza». La Casa di Carta, perciò, sarebbe diventata metafora di quello che può il singolo, l'emarginato, il povero. Ma il significato politico, quello in nome del quale la maschera di Dalì, con il corredo della tuta rossa, ha invaso gli stadi e le piazze, non è cercato ad hoc. «Questo, semplicemente, si è rivelato il momento buono perché la serie attecchisse», spiega Stoccolma (Esther Acebo), lasciando le polemiche a Peroš.
La Casa di Carta, di cui Netflix, di fronte a Palazzo Mezzanotte, a Milano, ha organizzato per questa sera un'anteprima aperta a tutti, fino a esaurimento posti, ha suscitato il malcontento dei partigiani. Bella ciao, canto della resistenza italiana, è fatto proprio dalla banda, che, nelle due parti passate, l'ha intonata di tanto in tanto, alla stregua di un mantra motivazionale. «Bella ciao non ha un significato unicamente italiano. Non ho capito granché di questa polemica, ma credo che ovunque questo canto abbia un significato forte. In Italia, come in altri Paesi, è il simbolo della lotta antifascista. Nel mio Paese, nell'ex Jugoslavia, ha tutt'altro significato. Là, i partigiani non piacevano: comunisti, venivano chiamati».
«Tokyo è una donna forte, non un’eroina femminista»
«Avevo cinque anni, quando ho comunicato ai miei genitori che avrei fatto l'attrice. Chissà quante bambine, a quell'età, hanno sogni simili». Úrsula Corberó sorride appena mentre, seduta composta, con la minigonna in pelle nera e i tacchi a spillo, riporta la mente ai giorni dell'infanzia. «Se c'è qualcuno cui devo dire grazie, sono i miei genitori: mio padre falegname e mia madre, disposta a tutto pur di vedermi riuscire». E quella loro caparbietà, infine, ha dato i frutti sperati.
Tokyo, la criminale eterea che Úrsula Corberó interpreta ne' La Casa di Carta, è divenuta un'icona internazionale: un'eroina femminista, malgrado l'etichetta, l'attrice, non l'abbia mai cercata. «È curioso», ammette, «La realtà è colma di donne forti. Eppure, le ragazze mi fermano per strada. Mi ringraziano, quasi come se le avessi liberate, come se le avessi aiutate a prendere coscienza di una forza che si portano dentro. Forse, queste donne andrebbero rappresentate più spesso, al cinema e in televisione».
Dunque, La Casa di Carta è una serie femminista, così come è stato detto, o non lo è?
«Non credo che questa sia una serie particolarmente femminista. Credo, però, che abbia in sé personaggi femminili molto forti. Ricordo di esserne rimasta stupita ad una prima lettura dei copioni».
Perché mai?
«Perché non è frequente che la fiction affidi a delle donne un ruolo che non sia esclusivamente di accompagnamento all'autorità maschile. La realtà è diversa. La realtà ha in sé tante donne forti. La Casa di Carta si limita a portare alla luce un aspetto del mondo».
Parte del pubblico, però, ha definito la serie «populista». Avreste cercato un successo facile…
«Credo che la serie si porti appresso un messaggio sociale e politico forte che, inevitabilmente, è destinato a suscitare polemiche. Racconta di persone semplici, senza alcun potere, capaci di sferrare allo Stato un colpo senza alcun precedente. Penso, però, che l'aspetto sociale, ne' La Casa di Carta, prevalga sull'aspetto politico: non siamo populisti, insegniamo che l'individuo, da solo, può poco. Dentro una banda coesa, può tutto».
La crisi economica non ha contribuito al successo della serie?
«Non credo. La Casa di Carta mette in scena personaggi estremamente vividi, realistici. Non sono caricature di criminali, ma esseri umani capaci di scatenare nel pubblico un immediato processo di identificazione. È la parabola degli ultimi a fare breccia».
A chi è ispirata la sua Tokyo?
«In parte, alla Mathilda di Natalie Portman in Léon. In parte, alla Mallory Knox di Natural Born Killers. Dal punto di vista fisico, abbiamo cercato di caratterizzarla guardando al passato. Io, però, non avevo alcuna intenzione di essere la copia di qualcun altro. Ho cercato la mia unicità».
E dove l'ha trovata?
«Nei capelli. Ho insistito con la produzione perché Tokyo li portasse corti, con una frangia che ne facesse uscire gli occhi ammalianti. Non volevano li tagliassi, ho fatto di testa mia».
La maschera di Dalì è stata usata in manifestazioni politiche vere. Si sarebbe mai aspettata di entrare a tal punto nell'immaginario collettivo?
«Mai. Non era affatto chiaro, per noi, quale ruolo avrebbe assunto la maschera. Io, però, quando la guardo, non vedo politica. Ne comprendo la portata sociale, ma dietro Dalì, dietro la tuta rossa, vedo la famiglia. È un po' come quando torni a casa e, sulle pareti, vedi un quadro che ti accompagnato sin dall'infanzia».
Cosa porterà la quarta parte de La Casa di Carta, già annunciata?
«Non farò alcuno spoiler».
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Domani al via su Netflix la terza parte della serie non in lingua inglese più vista di sempre. Con «Bella ciao» diventata una hit.L'attrice interpreta la criminale: «Non siamo populisti. Insegniamo che da soli si può far poco. Dentro una banda coesa, si può tutto».Lo speciale contiene due articoliCentoquaranta milioni di euro, sparsi nel cielo sopra Madrid, così che il caos paralizzi la città. A due anni dal colpo alla Zecca di Stato, è un dirigibile carico di denaro, tagli piccoli, per lo più, qualche moneta, a riportare in Spagna «la banda»: quel gruppo mal assortito, di criminali nascosti dietro la faccia di Salvador Dalì e il nome di una metropoli internazionale. Denver, Rio, Tokyo, Nairobi, Helsinki, Stoccolma. Furfanti raccattati tra i sobborghi iberici, poi istruiti dal Professore perché, insieme, realizzassero la più grande beffa ai danni dello Stato spagnolo che la storia ricordi. La banda, che sui banchi di scuola, davanti a una lavagna e a un gessetto bianco, ha imparato l'arte della coesione, s'è infiltrata nella Real Casa de la Moneda e, nelle due parti de La Casa di Carta che Netflix ha rilasciato negli anni passati, è riuscita ad uscirsene con le tasche piene di denaro contante. La serie televisiva avrebbe dovuto finire lì, nella fuga, a tratti dolorosa, di chi all'assedio è sopravvissuto. Nella scomparsa dei Robin Hood in tuta rossa. Nella sconfitta del potere costituito. Invece, la piattaforma streaming ha brigato per confezionare una terza parte della serie spagnola, la più vista tra le produzioni in lingua non inglese.La Casa di Carta, parte 3, non ha nulla a che vedere con il sogno, romantico, di una fuga in paradiso. Piuttosto, racconta quel che in paradiso accade quando la perfezione viene a noia e le bianche spiagge dei Caraibi, la sabbia del golfo de Guna Yala assumono le fattezze di una prigione. Tokyo (Úrsula Corberó), che per le isolette di fronte a Panama era partita insieme al fidanzato, Rio (Miguel Herrán), finisce per «addentare la mela», scatenando una crisi internazionale che, nella primissima puntata della serie, su Netflix da domani, porta all'arresto del ragazzo. Rio sparisce, inghiottito da una motovedetta panamense, mentre Tokyo scappa lontano. Scappa in Colombia, in Tailandia. Scappa dal Professore (Álvaro Morte) che, in poche ore, chiama a raduno la banda. I criminali, che il popolo spagnolo ha imparato a osannare come eroi proletari, decidono per un ultimo colpo. Non più la Zecca, ma la Banca di Spagna, l'oro, perché le autorità calino la maschera e restituiscano Rio, sbattuto chissà dove tra Guantánamo e i luoghi della tortura, alla prigionia tradizionale che il rispetto della legge dovrebbe garantirgli. La Casa di Carta 3, dunque, è un atto di sfida, una guerra tra cattivi assurti a buoni e buoni che diventano cattivi. È la moralità che si fa fluida, ambigua, com'è stata in passato in serie divenute cult (da Prison Break a Breaking Bad).Lo schema è lo stesso di sempre, e così pure i personaggi, ai quali si aggiunge, nella terza parte della serie spagnola, Palermo (Rodrigo de la Serna), un uomo eccentrico, mente del nuovo piano, Bogotà (Hovik Keuchkerian), un saldatore con lo spirito di un dongiovanni, poi Marsiglia, con il viso austero del croato Luka Peroš. Quale ruolo sia stato affidato a Peroš non è chiaro. Il croato, con i baffi biondi e i capelli alle spalle, è un uomo di poche parole. «No spoiler», dice, quando interrogato sul suo Marsiglia. Il silenzio è netto, spesso. Eppure, l'attore, che nella serie si doppia da sé («Parlo cinque lingue», spiega), è l'unico in grado di dare una ragione al successo de La Casa di Carta: «sofferenza».«Credo che la gente abbia bisogno di eroi. Credo che voglia un Robin Hood, qualcuno che si batta per lei», dice, «Viviamo in un'epoca in cui è l'insofferenza a regnare sovrana. Le persone sono stufe, stanche della politica, delle grandi banche. Sono stanche delle promesse fatte e mai mantenute, stanche dei ricchi, sempre più ricchi, e di una classe media ridotta ai minimi termini. Viviamo in un'epoca in cui si è sempre più poveri, un'epoca in cui la tecnologia avvolge e annebbia tutto, specie la conoscenza». La Casa di Carta, perciò, sarebbe diventata metafora di quello che può il singolo, l'emarginato, il povero. Ma il significato politico, quello in nome del quale la maschera di Dalì, con il corredo della tuta rossa, ha invaso gli stadi e le piazze, non è cercato ad hoc. «Questo, semplicemente, si è rivelato il momento buono perché la serie attecchisse», spiega Stoccolma (Esther Acebo), lasciando le polemiche a Peroš.La Casa di Carta, di cui Netflix, di fronte a Palazzo Mezzanotte, a Milano, ha organizzato per questa sera un'anteprima aperta a tutti, fino a esaurimento posti, ha suscitato il malcontento dei partigiani. Bella ciao, canto della resistenza italiana, è fatto proprio dalla banda, che, nelle due parti passate, l'ha intonata di tanto in tanto, alla stregua di un mantra motivazionale. «Bella ciao non ha un significato unicamente italiano. Non ho capito granché di questa polemica, ma credo che ovunque questo canto abbia un significato forte. In Italia, come in altri Paesi, è il simbolo della lotta antifascista. Nel mio Paese, nell'ex Jugoslavia, ha tutt'altro significato. Là, i partigiani non piacevano: comunisti, venivano chiamati».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/un-altro-supercolpo-degli-eroi-proletari-che-sfidano-il-potere-2639224094.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tokyo-e-una-donna-forte-non-uneroina-femminista" data-post-id="2639224094" data-published-at="1774145263" data-use-pagination="False"> «Tokyo è una donna forte, non un’eroina femminista» «Avevo cinque anni, quando ho comunicato ai miei genitori che avrei fatto l'attrice. Chissà quante bambine, a quell'età, hanno sogni simili». Úrsula Corberó sorride appena mentre, seduta composta, con la minigonna in pelle nera e i tacchi a spillo, riporta la mente ai giorni dell'infanzia. «Se c'è qualcuno cui devo dire grazie, sono i miei genitori: mio padre falegname e mia madre, disposta a tutto pur di vedermi riuscire». E quella loro caparbietà, infine, ha dato i frutti sperati. Tokyo, la criminale eterea che Úrsula Corberó interpreta ne' La Casa di Carta, è divenuta un'icona internazionale: un'eroina femminista, malgrado l'etichetta, l'attrice, non l'abbia mai cercata. «È curioso», ammette, «La realtà è colma di donne forti. Eppure, le ragazze mi fermano per strada. Mi ringraziano, quasi come se le avessi liberate, come se le avessi aiutate a prendere coscienza di una forza che si portano dentro. Forse, queste donne andrebbero rappresentate più spesso, al cinema e in televisione». Dunque, La Casa di Carta è una serie femminista, così come è stato detto, o non lo è? «Non credo che questa sia una serie particolarmente femminista. Credo, però, che abbia in sé personaggi femminili molto forti. Ricordo di esserne rimasta stupita ad una prima lettura dei copioni». Perché mai? «Perché non è frequente che la fiction affidi a delle donne un ruolo che non sia esclusivamente di accompagnamento all'autorità maschile. La realtà è diversa. La realtà ha in sé tante donne forti. La Casa di Carta si limita a portare alla luce un aspetto del mondo». Parte del pubblico, però, ha definito la serie «populista». Avreste cercato un successo facile… «Credo che la serie si porti appresso un messaggio sociale e politico forte che, inevitabilmente, è destinato a suscitare polemiche. Racconta di persone semplici, senza alcun potere, capaci di sferrare allo Stato un colpo senza alcun precedente. Penso, però, che l'aspetto sociale, ne' La Casa di Carta, prevalga sull'aspetto politico: non siamo populisti, insegniamo che l'individuo, da solo, può poco. Dentro una banda coesa, può tutto». La crisi economica non ha contribuito al successo della serie? «Non credo. La Casa di Carta mette in scena personaggi estremamente vividi, realistici. Non sono caricature di criminali, ma esseri umani capaci di scatenare nel pubblico un immediato processo di identificazione. È la parabola degli ultimi a fare breccia». A chi è ispirata la sua Tokyo? «In parte, alla Mathilda di Natalie Portman in Léon. In parte, alla Mallory Knox di Natural Born Killers. Dal punto di vista fisico, abbiamo cercato di caratterizzarla guardando al passato. Io, però, non avevo alcuna intenzione di essere la copia di qualcun altro. Ho cercato la mia unicità». E dove l'ha trovata? «Nei capelli. Ho insistito con la produzione perché Tokyo li portasse corti, con una frangia che ne facesse uscire gli occhi ammalianti. Non volevano li tagliassi, ho fatto di testa mia». La maschera di Dalì è stata usata in manifestazioni politiche vere. Si sarebbe mai aspettata di entrare a tal punto nell'immaginario collettivo? «Mai. Non era affatto chiaro, per noi, quale ruolo avrebbe assunto la maschera. Io, però, quando la guardo, non vedo politica. Ne comprendo la portata sociale, ma dietro Dalì, dietro la tuta rossa, vedo la famiglia. È un po' come quando torni a casa e, sulle pareti, vedi un quadro che ti accompagnato sin dall'infanzia». Cosa porterà la quarta parte de La Casa di Carta, già annunciata? «Non farò alcuno spoiler».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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