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2019-07-18
Un altro supercolpo degli eroi proletari che sfidano il potere
Nefliix
Centoquaranta milioni di euro, sparsi nel cielo sopra Madrid, così che il caos paralizzi la città. A due anni dal colpo alla Zecca di Stato, è un dirigibile carico di denaro, tagli piccoli, per lo più, qualche moneta, a riportare in Spagna «la banda»: quel gruppo mal assortito, di criminali nascosti dietro la faccia di Salvador Dalì e il nome di una metropoli internazionale. Denver, Rio, Tokyo, Nairobi, Helsinki, Stoccolma. Furfanti raccattati tra i sobborghi iberici, poi istruiti dal Professore perché, insieme, realizzassero la più grande beffa ai danni dello Stato spagnolo che la storia ricordi. La banda, che sui banchi di scuola, davanti a una lavagna e a un gessetto bianco, ha imparato l'arte della coesione, s'è infiltrata nella Real Casa de la Moneda e, nelle due parti de La Casa di Carta che Netflix ha rilasciato negli anni passati, è riuscita ad uscirsene con le tasche piene di denaro contante. La serie televisiva avrebbe dovuto finire lì, nella fuga, a tratti dolorosa, di chi all'assedio è sopravvissuto. Nella scomparsa dei Robin Hood in tuta rossa. Nella sconfitta del potere costituito. Invece, la piattaforma streaming ha brigato per confezionare una terza parte della serie spagnola, la più vista tra le produzioni in lingua non inglese.
La Casa di Carta, parte 3, non ha nulla a che vedere con il sogno, romantico, di una fuga in paradiso. Piuttosto, racconta quel che in paradiso accade quando la perfezione viene a noia e le bianche spiagge dei Caraibi, la sabbia del golfo de Guna Yala assumono le fattezze di una prigione. Tokyo (Úrsula Corberó), che per le isolette di fronte a Panama era partita insieme al fidanzato, Rio (Miguel Herrán), finisce per «addentare la mela», scatenando una crisi internazionale che, nella primissima puntata della serie, su Netflix da domani, porta all'arresto del ragazzo. Rio sparisce, inghiottito da una motovedetta panamense, mentre Tokyo scappa lontano. Scappa in Colombia, in Tailandia. Scappa dal Professore (Álvaro Morte) che, in poche ore, chiama a raduno la banda. I criminali, che il popolo spagnolo ha imparato a osannare come eroi proletari, decidono per un ultimo colpo. Non più la Zecca, ma la Banca di Spagna, l'oro, perché le autorità calino la maschera e restituiscano Rio, sbattuto chissà dove tra Guantánamo e i luoghi della tortura, alla prigionia tradizionale che il rispetto della legge dovrebbe garantirgli. La Casa di Carta 3, dunque, è un atto di sfida, una guerra tra cattivi assurti a buoni e buoni che diventano cattivi. È la moralità che si fa fluida, ambigua, com'è stata in passato in serie divenute cult (da Prison Break a Breaking Bad).
Lo schema è lo stesso di sempre, e così pure i personaggi, ai quali si aggiunge, nella terza parte della serie spagnola, Palermo (Rodrigo de la Serna), un uomo eccentrico, mente del nuovo piano, Bogotà (Hovik Keuchkerian), un saldatore con lo spirito di un dongiovanni, poi Marsiglia, con il viso austero del croato Luka Peroš. Quale ruolo sia stato affidato a Peroš non è chiaro. Il croato, con i baffi biondi e i capelli alle spalle, è un uomo di poche parole. «No spoiler», dice, quando interrogato sul suo Marsiglia. Il silenzio è netto, spesso. Eppure, l'attore, che nella serie si doppia da sé («Parlo cinque lingue», spiega), è l'unico in grado di dare una ragione al successo de La Casa di Carta: «sofferenza».
«Credo che la gente abbia bisogno di eroi. Credo che voglia un Robin Hood, qualcuno che si batta per lei», dice, «Viviamo in un'epoca in cui è l'insofferenza a regnare sovrana. Le persone sono stufe, stanche della politica, delle grandi banche. Sono stanche delle promesse fatte e mai mantenute, stanche dei ricchi, sempre più ricchi, e di una classe media ridotta ai minimi termini. Viviamo in un'epoca in cui si è sempre più poveri, un'epoca in cui la tecnologia avvolge e annebbia tutto, specie la conoscenza». La Casa di Carta, perciò, sarebbe diventata metafora di quello che può il singolo, l'emarginato, il povero. Ma il significato politico, quello in nome del quale la maschera di Dalì, con il corredo della tuta rossa, ha invaso gli stadi e le piazze, non è cercato ad hoc. «Questo, semplicemente, si è rivelato il momento buono perché la serie attecchisse», spiega Stoccolma (Esther Acebo), lasciando le polemiche a Peroš.
La Casa di Carta, di cui Netflix, di fronte a Palazzo Mezzanotte, a Milano, ha organizzato per questa sera un'anteprima aperta a tutti, fino a esaurimento posti, ha suscitato il malcontento dei partigiani. Bella ciao, canto della resistenza italiana, è fatto proprio dalla banda, che, nelle due parti passate, l'ha intonata di tanto in tanto, alla stregua di un mantra motivazionale. «Bella ciao non ha un significato unicamente italiano. Non ho capito granché di questa polemica, ma credo che ovunque questo canto abbia un significato forte. In Italia, come in altri Paesi, è il simbolo della lotta antifascista. Nel mio Paese, nell'ex Jugoslavia, ha tutt'altro significato. Là, i partigiani non piacevano: comunisti, venivano chiamati».
«Tokyo è una donna forte, non un’eroina femminista»
«Avevo cinque anni, quando ho comunicato ai miei genitori che avrei fatto l'attrice. Chissà quante bambine, a quell'età, hanno sogni simili». Úrsula Corberó sorride appena mentre, seduta composta, con la minigonna in pelle nera e i tacchi a spillo, riporta la mente ai giorni dell'infanzia. «Se c'è qualcuno cui devo dire grazie, sono i miei genitori: mio padre falegname e mia madre, disposta a tutto pur di vedermi riuscire». E quella loro caparbietà, infine, ha dato i frutti sperati.
Tokyo, la criminale eterea che Úrsula Corberó interpreta ne' La Casa di Carta, è divenuta un'icona internazionale: un'eroina femminista, malgrado l'etichetta, l'attrice, non l'abbia mai cercata. «È curioso», ammette, «La realtà è colma di donne forti. Eppure, le ragazze mi fermano per strada. Mi ringraziano, quasi come se le avessi liberate, come se le avessi aiutate a prendere coscienza di una forza che si portano dentro. Forse, queste donne andrebbero rappresentate più spesso, al cinema e in televisione».
Dunque, La Casa di Carta è una serie femminista, così come è stato detto, o non lo è?
«Non credo che questa sia una serie particolarmente femminista. Credo, però, che abbia in sé personaggi femminili molto forti. Ricordo di esserne rimasta stupita ad una prima lettura dei copioni».
Perché mai?
«Perché non è frequente che la fiction affidi a delle donne un ruolo che non sia esclusivamente di accompagnamento all'autorità maschile. La realtà è diversa. La realtà ha in sé tante donne forti. La Casa di Carta si limita a portare alla luce un aspetto del mondo».
Parte del pubblico, però, ha definito la serie «populista». Avreste cercato un successo facile…
«Credo che la serie si porti appresso un messaggio sociale e politico forte che, inevitabilmente, è destinato a suscitare polemiche. Racconta di persone semplici, senza alcun potere, capaci di sferrare allo Stato un colpo senza alcun precedente. Penso, però, che l'aspetto sociale, ne' La Casa di Carta, prevalga sull'aspetto politico: non siamo populisti, insegniamo che l'individuo, da solo, può poco. Dentro una banda coesa, può tutto».
La crisi economica non ha contribuito al successo della serie?
«Non credo. La Casa di Carta mette in scena personaggi estremamente vividi, realistici. Non sono caricature di criminali, ma esseri umani capaci di scatenare nel pubblico un immediato processo di identificazione. È la parabola degli ultimi a fare breccia».
A chi è ispirata la sua Tokyo?
«In parte, alla Mathilda di Natalie Portman in Léon. In parte, alla Mallory Knox di Natural Born Killers. Dal punto di vista fisico, abbiamo cercato di caratterizzarla guardando al passato. Io, però, non avevo alcuna intenzione di essere la copia di qualcun altro. Ho cercato la mia unicità».
E dove l'ha trovata?
«Nei capelli. Ho insistito con la produzione perché Tokyo li portasse corti, con una frangia che ne facesse uscire gli occhi ammalianti. Non volevano li tagliassi, ho fatto di testa mia».
La maschera di Dalì è stata usata in manifestazioni politiche vere. Si sarebbe mai aspettata di entrare a tal punto nell'immaginario collettivo?
«Mai. Non era affatto chiaro, per noi, quale ruolo avrebbe assunto la maschera. Io, però, quando la guardo, non vedo politica. Ne comprendo la portata sociale, ma dietro Dalì, dietro la tuta rossa, vedo la famiglia. È un po' come quando torni a casa e, sulle pareti, vedi un quadro che ti accompagnato sin dall'infanzia».
Cosa porterà la quarta parte de La Casa di Carta, già annunciata?
«Non farò alcuno spoiler».
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Domani al via su Netflix la terza parte della serie non in lingua inglese più vista di sempre. Con «Bella ciao» diventata una hit.L'attrice interpreta la criminale: «Non siamo populisti. Insegniamo che da soli si può far poco. Dentro una banda coesa, si può tutto».Lo speciale contiene due articoliCentoquaranta milioni di euro, sparsi nel cielo sopra Madrid, così che il caos paralizzi la città. A due anni dal colpo alla Zecca di Stato, è un dirigibile carico di denaro, tagli piccoli, per lo più, qualche moneta, a riportare in Spagna «la banda»: quel gruppo mal assortito, di criminali nascosti dietro la faccia di Salvador Dalì e il nome di una metropoli internazionale. Denver, Rio, Tokyo, Nairobi, Helsinki, Stoccolma. Furfanti raccattati tra i sobborghi iberici, poi istruiti dal Professore perché, insieme, realizzassero la più grande beffa ai danni dello Stato spagnolo che la storia ricordi. La banda, che sui banchi di scuola, davanti a una lavagna e a un gessetto bianco, ha imparato l'arte della coesione, s'è infiltrata nella Real Casa de la Moneda e, nelle due parti de La Casa di Carta che Netflix ha rilasciato negli anni passati, è riuscita ad uscirsene con le tasche piene di denaro contante. La serie televisiva avrebbe dovuto finire lì, nella fuga, a tratti dolorosa, di chi all'assedio è sopravvissuto. Nella scomparsa dei Robin Hood in tuta rossa. Nella sconfitta del potere costituito. Invece, la piattaforma streaming ha brigato per confezionare una terza parte della serie spagnola, la più vista tra le produzioni in lingua non inglese.La Casa di Carta, parte 3, non ha nulla a che vedere con il sogno, romantico, di una fuga in paradiso. Piuttosto, racconta quel che in paradiso accade quando la perfezione viene a noia e le bianche spiagge dei Caraibi, la sabbia del golfo de Guna Yala assumono le fattezze di una prigione. Tokyo (Úrsula Corberó), che per le isolette di fronte a Panama era partita insieme al fidanzato, Rio (Miguel Herrán), finisce per «addentare la mela», scatenando una crisi internazionale che, nella primissima puntata della serie, su Netflix da domani, porta all'arresto del ragazzo. Rio sparisce, inghiottito da una motovedetta panamense, mentre Tokyo scappa lontano. Scappa in Colombia, in Tailandia. Scappa dal Professore (Álvaro Morte) che, in poche ore, chiama a raduno la banda. I criminali, che il popolo spagnolo ha imparato a osannare come eroi proletari, decidono per un ultimo colpo. Non più la Zecca, ma la Banca di Spagna, l'oro, perché le autorità calino la maschera e restituiscano Rio, sbattuto chissà dove tra Guantánamo e i luoghi della tortura, alla prigionia tradizionale che il rispetto della legge dovrebbe garantirgli. La Casa di Carta 3, dunque, è un atto di sfida, una guerra tra cattivi assurti a buoni e buoni che diventano cattivi. È la moralità che si fa fluida, ambigua, com'è stata in passato in serie divenute cult (da Prison Break a Breaking Bad).Lo schema è lo stesso di sempre, e così pure i personaggi, ai quali si aggiunge, nella terza parte della serie spagnola, Palermo (Rodrigo de la Serna), un uomo eccentrico, mente del nuovo piano, Bogotà (Hovik Keuchkerian), un saldatore con lo spirito di un dongiovanni, poi Marsiglia, con il viso austero del croato Luka Peroš. Quale ruolo sia stato affidato a Peroš non è chiaro. Il croato, con i baffi biondi e i capelli alle spalle, è un uomo di poche parole. «No spoiler», dice, quando interrogato sul suo Marsiglia. Il silenzio è netto, spesso. Eppure, l'attore, che nella serie si doppia da sé («Parlo cinque lingue», spiega), è l'unico in grado di dare una ragione al successo de La Casa di Carta: «sofferenza».«Credo che la gente abbia bisogno di eroi. Credo che voglia un Robin Hood, qualcuno che si batta per lei», dice, «Viviamo in un'epoca in cui è l'insofferenza a regnare sovrana. Le persone sono stufe, stanche della politica, delle grandi banche. Sono stanche delle promesse fatte e mai mantenute, stanche dei ricchi, sempre più ricchi, e di una classe media ridotta ai minimi termini. Viviamo in un'epoca in cui si è sempre più poveri, un'epoca in cui la tecnologia avvolge e annebbia tutto, specie la conoscenza». La Casa di Carta, perciò, sarebbe diventata metafora di quello che può il singolo, l'emarginato, il povero. Ma il significato politico, quello in nome del quale la maschera di Dalì, con il corredo della tuta rossa, ha invaso gli stadi e le piazze, non è cercato ad hoc. «Questo, semplicemente, si è rivelato il momento buono perché la serie attecchisse», spiega Stoccolma (Esther Acebo), lasciando le polemiche a Peroš.La Casa di Carta, di cui Netflix, di fronte a Palazzo Mezzanotte, a Milano, ha organizzato per questa sera un'anteprima aperta a tutti, fino a esaurimento posti, ha suscitato il malcontento dei partigiani. Bella ciao, canto della resistenza italiana, è fatto proprio dalla banda, che, nelle due parti passate, l'ha intonata di tanto in tanto, alla stregua di un mantra motivazionale. «Bella ciao non ha un significato unicamente italiano. Non ho capito granché di questa polemica, ma credo che ovunque questo canto abbia un significato forte. In Italia, come in altri Paesi, è il simbolo della lotta antifascista. Nel mio Paese, nell'ex Jugoslavia, ha tutt'altro significato. Là, i partigiani non piacevano: comunisti, venivano chiamati».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/un-altro-supercolpo-degli-eroi-proletari-che-sfidano-il-potere-2639224094.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tokyo-e-una-donna-forte-non-uneroina-femminista" data-post-id="2639224094" data-published-at="1768365157" data-use-pagination="False"> «Tokyo è una donna forte, non un’eroina femminista» «Avevo cinque anni, quando ho comunicato ai miei genitori che avrei fatto l'attrice. Chissà quante bambine, a quell'età, hanno sogni simili». Úrsula Corberó sorride appena mentre, seduta composta, con la minigonna in pelle nera e i tacchi a spillo, riporta la mente ai giorni dell'infanzia. «Se c'è qualcuno cui devo dire grazie, sono i miei genitori: mio padre falegname e mia madre, disposta a tutto pur di vedermi riuscire». E quella loro caparbietà, infine, ha dato i frutti sperati. Tokyo, la criminale eterea che Úrsula Corberó interpreta ne' La Casa di Carta, è divenuta un'icona internazionale: un'eroina femminista, malgrado l'etichetta, l'attrice, non l'abbia mai cercata. «È curioso», ammette, «La realtà è colma di donne forti. Eppure, le ragazze mi fermano per strada. Mi ringraziano, quasi come se le avessi liberate, come se le avessi aiutate a prendere coscienza di una forza che si portano dentro. Forse, queste donne andrebbero rappresentate più spesso, al cinema e in televisione». Dunque, La Casa di Carta è una serie femminista, così come è stato detto, o non lo è? «Non credo che questa sia una serie particolarmente femminista. Credo, però, che abbia in sé personaggi femminili molto forti. Ricordo di esserne rimasta stupita ad una prima lettura dei copioni». Perché mai? «Perché non è frequente che la fiction affidi a delle donne un ruolo che non sia esclusivamente di accompagnamento all'autorità maschile. La realtà è diversa. La realtà ha in sé tante donne forti. La Casa di Carta si limita a portare alla luce un aspetto del mondo». Parte del pubblico, però, ha definito la serie «populista». Avreste cercato un successo facile… «Credo che la serie si porti appresso un messaggio sociale e politico forte che, inevitabilmente, è destinato a suscitare polemiche. Racconta di persone semplici, senza alcun potere, capaci di sferrare allo Stato un colpo senza alcun precedente. Penso, però, che l'aspetto sociale, ne' La Casa di Carta, prevalga sull'aspetto politico: non siamo populisti, insegniamo che l'individuo, da solo, può poco. Dentro una banda coesa, può tutto». La crisi economica non ha contribuito al successo della serie? «Non credo. La Casa di Carta mette in scena personaggi estremamente vividi, realistici. Non sono caricature di criminali, ma esseri umani capaci di scatenare nel pubblico un immediato processo di identificazione. È la parabola degli ultimi a fare breccia». A chi è ispirata la sua Tokyo? «In parte, alla Mathilda di Natalie Portman in Léon. In parte, alla Mallory Knox di Natural Born Killers. Dal punto di vista fisico, abbiamo cercato di caratterizzarla guardando al passato. Io, però, non avevo alcuna intenzione di essere la copia di qualcun altro. Ho cercato la mia unicità». E dove l'ha trovata? «Nei capelli. Ho insistito con la produzione perché Tokyo li portasse corti, con una frangia che ne facesse uscire gli occhi ammalianti. Non volevano li tagliassi, ho fatto di testa mia». La maschera di Dalì è stata usata in manifestazioni politiche vere. Si sarebbe mai aspettata di entrare a tal punto nell'immaginario collettivo? «Mai. Non era affatto chiaro, per noi, quale ruolo avrebbe assunto la maschera. Io, però, quando la guardo, non vedo politica. Ne comprendo la portata sociale, ma dietro Dalì, dietro la tuta rossa, vedo la famiglia. È un po' come quando torni a casa e, sulle pareti, vedi un quadro che ti accompagnato sin dall'infanzia». Cosa porterà la quarta parte de La Casa di Carta, già annunciata? «Non farò alcuno spoiler».
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Tutto nasce dalla volontà, assolutamente legittima, del governo e della Lega calcio di mettere una pezza a una delle piaghe dilaganti del calcio italiano: «Il pezzotto». Migliaia di tifosi che anziché pagare un regolare abbonamento per guardasi comodamente seduti davanti a uno schermo il match della loro squadra del cuore, preferiscono collegarsi a qualche emittente pirata. Tant’è che la legge del 2023 prevede proprio che questi siti debbano essere oscurati entro 30 minuti dal momento in cui vengono colti in flagranza.
Il punto è chi debba farlo. E qui entrano in scena Cloudflare e l’authority che regola, vigila e sanziona su tutto quello succede nel settore delle telecomunicazioni.
L’Agcom ha chiesto al colosso della rete guidato dall’ad Matthew Prince di intervenire per stoppare i collegamenti alle piattaforme illegali. In buona sostanza deindicizzare i siti pirata. Non solo. Perché l’input è quello di fornire i dati relativi ai clienti che si adoperano per bypassare illegalmente gli abbonamenti.
Risposta. Non se ne parla nemmeno. E non da adesso. Il secco diniego è reiterato e non ha mai lasciato trasparire possibilità di ripensamenti.
Motivo? Innanzitutto c’è una questione di merito e di salvaguardia dell’integrità della rete. Censurare dei siti non è il mestiere di Cloudflare che se dovesse acconsentire alle richieste italiane si esporrebbe a potenziali richieste simili anche da parte di governi autoritari. Perderebbe quindi un’arma difensiva fondamentale per garantire la neutralità di Internet. La nostra credibilità - è il concetto espresso dall’amministratore delegato Matthew Prince - deriva proprio dal fatto di non essere influenzati dalle decisioni dei singoli esecutivi.
Poi c’è un problema tecnico non indifferente. L’operazione invocata dall’Agcom potrebbe bloccare centinaia di altre piattaforme assolutamente in regola. Il punto è che si agisce sugli indirizzi IP e non solo sui domini e quindi se dovessero essere oscurate anche le applicazioni digitali perfettamente in regola, la credibilità dell’intermediario ne uscirebbe demolita.
E infine il dilemma economico. Il giro d’affari di Cloudflare in Italia è di circa 7 milioni di euro, che equivale allo 0,5% del fatturato globale dell’azienda. Insomma, è il ragionamento dei vertici del gruppo, ci stanno chiedendo di rivoluzionare un sistema che funziona senza intoppi in tutto il mondo per un mercato marginale e rispetto al quale c’erano anche importanti piani di sviluppo?
Impossibile evitare lo scontro. Che è deflagrato con la multa da circa 14 milioni di euro che ha fatto andare su tutte le furie Prince, il manager del gruppo che ha prima denunciato una deriva da censura. Quindi ha promesso azioni clamorose. Che partono dalla rimozione dei servizi gratuiti alle città italiane e dei progetti di investimento sul nostro Paese e arrivano fino allo stop alle operazioni di cybersecurity legati alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Con tanto di coinvolgimento di Musk e Vance.
Insomma, la questione rischia di diventare di politica internazionale. Per Prince infatti sarebbe in gioco la libertà di parola e di espressione che sarebbe attaccata da «un gruppo di decisori politici europei fuori dal mondo e molto disturbati».
Stati Uniti contro Europa. Uno schema che è molto caro all’amministrazione Trump e in particolare al vicepresidente Vance. Diciamo pure che la situazione sta sfuggendo di mano e per evitare che deflagri sarebbero necessari interventi di mediazione a un livello elevato.
Ci sta provando il senatore della Lega Claudio Borghi che nelle ultime ore ha cercato di gettare acqua sul fuoco: «Ho letto il messaggio di Prince con grande preoccupazione. L’Agcom è un’autorità indipendente: la sanzione non è quindi una decisione del governo. È tuttavia possibile che il provvedimento derivi dall’applicazione della normativa antipirateria, pensata per contrastare i siti illegali che replicano piattaforme di pay-TV. È impossibile, per un governo o per il Parlamento, impartire indicazioni operative a un’autorità indipendente. Posso però assicurare che faremo tutto il possibile per verificare se vi siano stati fraintendimenti in merito al ruolo di Cloudflare...». Mentre le verifiche sono in corso però la polemica non si placa. E c’è la quasi certezza che quella descritta sia solo la prima puntata di una serie che nessun sito pirata riuscirà ad oscurare. Con Cloudfare che starebbe valutando diversi scenari di risposta alla multa.
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«I sette quadranti» (Sky)
Eppure, per le ragioni di cui sopra, per il traino che la coppia Chibnall-Christie saprebbe assicurare a qualsivoglia prodotto, non c'è nemmeno un'ombra di noia ad oscurarne l'arrivo. I sette quadranti, al debutto su Sky nella prima serata di giovedì 15 gennaio, è accompagnata dalla promessa di regalare a chiunque, amante del whodunit o meno, una parvenza di felicità. O, senza tanta enfasi e poesia, un po' di intrattenimento degno di questo nome.Lo show, creato ancora una volta da Chibnall e interpretato, tra gli altri, da Helena Bonham-Carter e Martin Freeman, rilegge la storia così come Agatha Christie l'ha scritta.
Torna indietro, dunque, all'Inghilterra ricca e sfarzosa del 1925, ad un'immensa villa di campagna, teatro di una vacanza d'élite. Erano partiti con il solo intento di proseguire la loro vita d'agi altrove, lontano dalla città, i ragazzi protagonisti della serie. Erano ricchi, di nobile lignaggio. Si conoscevano e giocavano. E di giochi avrebbero voluto parlare per l'intera durante del weekend fuoriporta, se solo la morte non avesse fatto irruzione nella villa. Uno dei giovani, preso in giro dal gruppo perché pigro la mattina, viene trovato morto nel suo letto, accanto a lui sette sveglie. I ragazzi inorridiscono. L'amico è morto, circondato dagli stessi orologi con i quali, una di quelle mattine, avrebbero voluto giocargli uno scherzo. Da piani, avrebbero dovuto essere otto. Invece, quella mattina sarebbero state sette.
Perché, per come, è tutto da vedersi.Sulla morte, per nulla accidentale, comincia ad indagare la giovane protagonista de I sette quadranti, versione tv: Lady Eileen Bundle Brent, giovane, brillante e curiosa, dotata di un istinto fuori dal comune. Tocca a lei rivelare che quel delitto non è colposo, ma premeditato, parte di un complotto ben più ampio. Il tutto, mentre segreti, false piste e intrighi politici emergono uno dopo l’altro.
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Maurizio Belpietro commenta la generosità e l’affetto dimostrato dagli italiani nei confronti del vicebrigadiere Emanuele Marroccella. La raccolta fondi della «Verità» ha già raccolto 238.000 euro in quattro giorni.