All’Ue faro dei diritti piacciono i tagliagole islamici di Damasco
Il capo del Consiglio europeo, António Costa, si presenta al leader siriano, Al Jolani (Getty Images)
Le stragi di alawiti e cristiani non turbano la coscienza europea. Al regime siriano l’Unione vuole offrire pure i «servizi bancari».

Non tutti i regimi sono uguali: ci sono quelli a cui si applicano le sanzioni e altri a cui invece le si tolgono. Non perché siano improvvisamente diventati liberali, e nemmeno perché gli sgherri del dittatore abbiano smesso di torturare e ammazzare gli oppositori, ma soltanto perché conviene in quel momento. È l’Europa, bellezza: con le sue contraddizioni, i suoi opportunismi e il suo cinismo.

Ciò che in determinate situazioni è ritenuto intollerabile, in altre diventa tollerabilissimo. Così, se su quanto accade in Ucraina non si possono – giustamente – chiudere gli occhi, di fronte a quel che succede in Siria si può voltare la testa dall’altra parte, così da ignorare i fatti.

Le notizie che giungono da Aleppo, Homs, Hama e da Idlib, ossia dalle città occidentali della Siria, sono agghiaccianti. Si parla di esecuzioni di massa, di omicidi a sangue freddo, che colpiscono la popolazione ritenuta a torto o a ragione legata al deposto regime degli Assad, ma anche dell’uccisione di tanti cristiani. Il vescovo Jean Abdo Arbach ha descritto le gravi difficoltà della popolazione rimasta senza lavoro, cibo e medicine, ma soprattutto preoccupata dalle continue violenze che non risparmiano donne e bambini. «A pagare con la vita sono le persone più vulnerabili», ha spiegato commentando l’escalation di violenza degli ultimi giorni, Hanna Jallouf, vicario apostolico latino della seconda città siriana. Tuttavia, i massacri perpetrati dai nuovi padroni del Paese non sembrano impensierire i vertici dell’Unione europea, che a quanto pare hanno occhi e preoccupazioni solo per Kiev. Ahmed Al-Shara, più noto come Al Jolani, autonominatosi presidente della Repubblica arabo siriana, è ricevuto con tutti gli onori nelle principali capitali, senza che nessuno si dia pena per quello che sta accadendo nelle zone occidentali del Paese.

Anzi, invece di inasprire le pressioni per costringere i nuovi padroni a impedire che le milizie armate diano la caccia a presunti collaboratori del vecchio regime, la Ue pensa di togliere anche quelle introdotte ai tempi di Assad, come viatico per la nuova dittatura. A rivelarlo è stata Kaja Kallas, ovvero l’Alto rappresentante della Ue per la politica estera e di sicurezza. Figlia d’arte (il padre è stato primo ministro dell’Estonia e per dieci anni commissario europeo), dopo tre anni trascorsi alla guida del governo di Tallinn, Kallas è il ministro degli Esteri dell’Europa e fosse per lei probabilmente avrebbe già dichiarato guerra alla Russia. Ma se le intenzioni nei confronti di Mosca sono molto bellicose, non si può dire la stessa cosa per quanto riguarda Damasco. Anzi, l’ex premier estone, nei confronti del nuovo regime siriano sembra molto comprensiva. È vero, a parole dice che i responsabili delle esecuzioni sommarie dovranno rendere conto (a chi per il momento non lo spiega), ma allo stesso tempo aggiunge che la Ue deve anche fornire servizi. «Vogliamo che la leadership siriana chieda conto alle persone che hanno compiuto questi massacri e questo dimostra che dobbiamo continuare a revocare le sanzioni, perché se c’è speranza allora c’è meno caos». Non è ben chiaro quale sia la logica che la porti a concludere che abolendo i provvedimenti contro la Siria si otterrà di portare i responsabili degli omicidi di massa di fronte a un tribunale. Se avesse un fondamento la sua teoria, con Putin dovremmo fare altrettanto e pure con Ciccio Kim, il dittatore coreano. Se bastasse togliere le ritorsioni economiche e l’embargo per conoscere i responsabili della strage di Bucha, ci sarebbe da chiedersi perché in tre anni abbiano fatto il contrario. Ma il meglio il ministro degli Affari esteri europei lo ha dato quando ha parlato di che cosa offrire in cambio al regime siriano. «È necessario fornire servizi, ad esempio quelli bancari, quindi ne discuteremo sicuramente, ma al momento stiamo procedendo con la revoca delle sanzioni». Che cosa c’entrino le banche con il processo di pace è un mistero. Non credo che riempiendo di bancomat il Paese si otterrà la democrazia. Né penso che consentendo agli istituti di credito di aprire i loro sportelli riusciremo a convincere i tagliagole con il turbante e la barba a non fare a pezzi i cristiani.

Ciò che secondo la Kallas dimostra che si deve procedere nell’abolizione delle sanzioni, semmai prova altro. Ovvero lo stato di instabilità della Siria e insieme a esso la totale incapacità della leadership europea, di cui la giovane commissaria fa parte, di capire ciò che sta accadendo nel mondo. Ovviamente, non è solo colpa di Kallas. Pensate che Ursula von der Leyen è pronta a regalare ad Al Jolani 2,5 miliardi di euro, per sostenere le «riforme» del nuovo regime. Il perché del regalo lo ha spiegato la stessa presidente della Commissione: «La Siria ha bisogno di maggior supporto». A far che cosa non è chiaro, ma visto ciò che sta accadendo temiamo il peggio.

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