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2023-09-27
Ue in retro: no al bando permanente sul gas
Getty images
Viktor Sokolov è vivo o morto? A distanza di oltre quattro giorni dare una risposta certa sulla sorte del comandante della flotta russa del Mar Nero appare prematuro e imprudente. Le forze ucraine avevano rivendicato di averlo ucciso nell’attacco missilistico operato venerdì scorso a Sebastopoli ma, ad alimentare i dubbi e rimettere in discussione la tesi di Kiev, ieri è spuntato un video diffuso dall’agenzia di stampa russa Ria Novosti che mostrerebbe l’ammiraglio, collegato da remoto, ascoltare un discorso del ministro della Difesa Sergej Shoigu durante un incontro con alti ufficiali dell’esercito russo. A tal proposito è intervenuto direttamente il Cremlino che con una nota del portavoce Dmitry Peskov ha precisato di non aver al momento a disposizione nessuna informazione che possa confermare la morte di Sokolov.
Da Kiev si dicono pronti a verificare ogni tipo di informazione sulla presunta morte del comandante: «Poiché Mosca è stata costretta a diffondere urgentemente le immagini con un Sokolov apparentemente vivo, le nostre unità verificheranno nuovamente le informazioni», si legge in una nota diffusa su Telegram dal comando delle operazioni speciali, «34 ufficiali sono stati uccisi nell’attacco al quartier generale della flotta russa del Mar Nero. Molti non sono ancora stati identificati a causa della frammentazione dei corpi. Questo fa parte della procedura di raccolta dei dati sui risultati dell’operazione».
Anche da Washington predicano prudenza: «Siamo a conoscenza della notizia, diffusa da parte dell’Ucraina, dell’uccisione dell’ammiraglio russo Viktor Sokolov, così come del video che lo mostra ancora in vita. Non possiamo confermare nulla», ha detto il portavoce della Casa Bianca Karine Jean-Pierre.
Nel frattempo proseguono senza sosta i combattimenti. Nel tardo pomeriggio di lunedì 25 settembre, le forze russe hanno lanciato missili ad alta precisione contro un magazzino dell’esercito ucraino nella regione di Kherson, precisamente nei pressi del villaggio di Kiselevka, distruggendo 12 hangar e mettendo fuori uso oltre 3 tonnellate di munizioni. La risposta di Kiev non si è fatta attendere, ed è arrivata ieri mattina ieri mattina sempre nella porzione della regione di Kherson attualmente sotto il controllo russo, dove sarebbe stato colpito il quartier generale nemico a colpi di razzi a lancio multiplo Himars. Nell’attacco avrebbero perso la vita otto ufficiali dell’esercito di Mosca e ne sarebbero stati feriti altri sette. Esercito russo impegnato duramente anche a Zaporizhya dove, stando a quanto riferito dal ministero della Difesa, sono stati respinti due attacchi da parte della 71° brigata Jaeger e della 36° brigata aerea delle forze armate ucraine nei pressi del villaggio di Verbovoye. Secondo Mosca, nell’attacco Kiev avrebbe perso circa 70 uomini, oltre a cinque veicoli da combattimento di fanteria, mentre secondo quanto riferito da Shoigu nel corso di una riunione del consiglio del ministero della Difesa, nell’ultimo mese le forze armate russe avrebbero ucciso più di 17.000 militari ucraini e messo fuori uso oltre 2.700 unità di armi ed equipaggiamenti militari; mentre dall’inizio della controffensiva i numeri salgono a 66.000 soldati uccisi e 7.600 armi distrutte.
Ieri inoltre Shoigu ha incontrato a Mosca il generale libico Khalifa Haftar.
Per fare il punto sullo stato degli attacchi ucraini in territorio russo, è intervenuto ieri il capo dell’intelligence della Difesa ucraina Kryrylo Budanov: «Gli attacchi con i droni sul territorio dello Stato aggressore sono principalmente rivolti alle imprese dell’industria missilistica del complesso militare-industriale della Federazione russa», ha detto in un’intervista a The New Voice of Ukraine, «Un terzo delle imprese rilevanti si trova nella parte europea della Russia ed è accessibile a droni sconosciuti. Quando lanciamo determinate azioni miriamo a una sola cosa: rallentare la produzione di armi russe».
Intanto un’indagine avrebbe fatto chiarezza sul missile caduto il 15 novembre 2022 sul villaggio di Przewodów al confine tra Polonia e Ucraina che uccise due persone. Secondo gli esperti polacchi, citati dal quotidiano Rzeczpospolita, il missile è stato lanciato dalle forze ucraine, confermando quindi le ipotesi sull’errore dell’esercito di Kiev.
Sul fronte delle sanzioni dell’Europa alla Russia, invece, va segnalato un importante quanto inaspettato passo indietro per quanto riguarda lo stop al divieto di importazione di gas da Mosca. La notizia è filtrata dalla bozza di un emendamento secondo cui la Commissione europea avrebbe proposto di cancellare il divieto permanente all’import proposto dal Parlamento europeo, e di adottare la misura più morbida indicata dal Consiglio Ue che introduce per gli Stati membri la possibilità di optare per uno stop temporaneo «qualora ciò sia necessario per tutelare i loro interessi essenziali di sicurezza». Una sorta di compromesso che fa riflettere, partorito dopo due anni trascorsi a fare retorica sul non doversi indietreggiare di un centimetro all’importazione di gas dalla Russia, nonostante altri Paesi, Austria in primis, già lo facessero.
Trudeau se la prende con il Cremlino per coprire gli applausi a un nazista
Continua a far discutere la gaffe istituzionale che si è consumata alla Camera dei comuni canadese. Lo scorso venerdì, infatti, il premier Justin Trudeau ha ricevuto in pompa magna Volodymyr Zelensky al Parlamento di Ottawa. Per l’occasione, il presidente della Camera bassa, Anthony Rota, ha però avuto la bella idea di invitare Yaroslav Hunka, un reduce ucraino (con passaporto canadese) della seconda guerra mondiale. Rota, che è il primo speaker della Camera di origini italiane, ha presentato il vecchio soldato, che oggi ha 98 anni, come un «veterano che ha combattuto per l’indipendenza dell’Ucraina contro i russi», nonché come «un eroe ucraino e un eroe canadese».
Mal gliene incolse. Se il presidente della Camera avesse non tanto fatto qualche accertamento, ma anche solo aperto un manuale di storia per licei, avrebbe potuto appurare che gli ucraini, dal 1941 al 1945, combatterono sì contro i russi, ma al fianco della Germania hitleriana. Una circostanza che, a quanto pare, non ha impensierito neppure lo staff di Trudeau. Senonché, dato che nessuno si era preso la briga di vagliare le credenziali di Hunka, il vecchio reduce è stato salutato da una vera e propria standing ovation.
Peccato solo che, terminata la passerella, si sia scatenato il diluvio. A insorgere sono stati in particolare gli Amici del centro Simon Wiesenthal, una Ong ebraica che deve il suo nome, appunto, a Simon Wiesenthal, noto come il «cacciatore di nazisti». L’associazione ha quindi attaccato Rota, accusandolo di ignorare «il fatto orribile che Hunka ha servito nella 14° divisione Waffen grenadier delle Ss, un’unità militare nazista i cui crimini contro l’umanità durante l’Olocausto sono ben documentati». Per questo motivo, ha precisato l’associazione, l’invito del veterano è stato «scioccante» e «incredibilmente inquietante».
Allo stato attuale, non sappiamo se Yaroslav Hunka si sia macchiato in prima persona di crimini contro l’umanità (la responsabilità penale, infatti, è sempre individuale). Eppure, dovrebbe essere noto a tutti che il fronte orientale è stato il più cruento della seconda guerra mondiale. E non ci voleva certo una laurea in scienze storiche per sapere che gli ucraini, nel 1941, accolsero i tedeschi a braccia aperte: nessuno aveva dimenticato l’Holodomor, la carestia deliberatamente provocata dall’Unione Sovietica in Ucraina nei primi anni Trenta. La storia, si sa, è sempre complessa. Il nemico numero uno di oggi (la Russia) era ieri un importante alleato nella lotta contro le potenze dell’Asse.
A questo punto, per salvare la faccia, Rota ha provato a prendersi tutta la colpa dell’accaduto, con l’ufficio stampa del presidente Trudeau che ha negato ogni coinvolgimento del premier. Un goffo tentativo di smarcamento che, però, è stato subito stoppato da Pierre Poilievre, il leader dell’opposizione: «Si tratta di un grave errore di valutazione da parte di Justin Trudeau, il cui ufficio di protocollo si occupa di organizzare e approvare tutti gli ospiti e i programmi per visite di Stato di questo tipo». Per cui, ha evidenziato il segretario del Partito conservatore canadese, «il signor Trudeau deve scusarsi personalmente e non incolpare gli altri, come fa sempre».
Dopo giorni di silenzio, alla fine, il premier si è scusato: «Quanto accaduto è profondamente imbarazzante per il parlamento canadese e, per estensione, per tutti i canadesi», ha affermato Trudeau. Che poi, tuttavia, ha finito per peggiorare le cose, suggerendo che la Russia potrebbe strumentalizzare la vicenda, rilanciando lo slogan sulla «denazificazione» di Kiev: «Sarà davvero importante che tutti noi respingiamo la disinformazione russa e continuiamo a sostenere fermamente e inequivocabilmente l’Ucraina», ha chiosato il premier canadese. Quando si dice che la toppa è peggio del buco…
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La Commissione vuole cancellare il divieto di import proposto dall’Europarlamento. Giallo su Viktor Sokolov: la Russia diffonde un video dell’ammiraglio, considerato morto da Kiev. Varsavia: «Il missile caduto in Polonia era ucraino». Khalifa Haftar in visita a Mosca.Prima chiede scusa, poi accusa Vladimir Putin di voler strumentalizzare il caso contro Volodymyr Zelensky.Lo speciale contiene due articoliViktor Sokolov è vivo o morto? A distanza di oltre quattro giorni dare una risposta certa sulla sorte del comandante della flotta russa del Mar Nero appare prematuro e imprudente. Le forze ucraine avevano rivendicato di averlo ucciso nell’attacco missilistico operato venerdì scorso a Sebastopoli ma, ad alimentare i dubbi e rimettere in discussione la tesi di Kiev, ieri è spuntato un video diffuso dall’agenzia di stampa russa Ria Novosti che mostrerebbe l’ammiraglio, collegato da remoto, ascoltare un discorso del ministro della Difesa Sergej Shoigu durante un incontro con alti ufficiali dell’esercito russo. A tal proposito è intervenuto direttamente il Cremlino che con una nota del portavoce Dmitry Peskov ha precisato di non aver al momento a disposizione nessuna informazione che possa confermare la morte di Sokolov. Da Kiev si dicono pronti a verificare ogni tipo di informazione sulla presunta morte del comandante: «Poiché Mosca è stata costretta a diffondere urgentemente le immagini con un Sokolov apparentemente vivo, le nostre unità verificheranno nuovamente le informazioni», si legge in una nota diffusa su Telegram dal comando delle operazioni speciali, «34 ufficiali sono stati uccisi nell’attacco al quartier generale della flotta russa del Mar Nero. Molti non sono ancora stati identificati a causa della frammentazione dei corpi. Questo fa parte della procedura di raccolta dei dati sui risultati dell’operazione». Anche da Washington predicano prudenza: «Siamo a conoscenza della notizia, diffusa da parte dell’Ucraina, dell’uccisione dell’ammiraglio russo Viktor Sokolov, così come del video che lo mostra ancora in vita. Non possiamo confermare nulla», ha detto il portavoce della Casa Bianca Karine Jean-Pierre.Nel frattempo proseguono senza sosta i combattimenti. Nel tardo pomeriggio di lunedì 25 settembre, le forze russe hanno lanciato missili ad alta precisione contro un magazzino dell’esercito ucraino nella regione di Kherson, precisamente nei pressi del villaggio di Kiselevka, distruggendo 12 hangar e mettendo fuori uso oltre 3 tonnellate di munizioni. La risposta di Kiev non si è fatta attendere, ed è arrivata ieri mattina ieri mattina sempre nella porzione della regione di Kherson attualmente sotto il controllo russo, dove sarebbe stato colpito il quartier generale nemico a colpi di razzi a lancio multiplo Himars. Nell’attacco avrebbero perso la vita otto ufficiali dell’esercito di Mosca e ne sarebbero stati feriti altri sette. Esercito russo impegnato duramente anche a Zaporizhya dove, stando a quanto riferito dal ministero della Difesa, sono stati respinti due attacchi da parte della 71° brigata Jaeger e della 36° brigata aerea delle forze armate ucraine nei pressi del villaggio di Verbovoye. Secondo Mosca, nell’attacco Kiev avrebbe perso circa 70 uomini, oltre a cinque veicoli da combattimento di fanteria, mentre secondo quanto riferito da Shoigu nel corso di una riunione del consiglio del ministero della Difesa, nell’ultimo mese le forze armate russe avrebbero ucciso più di 17.000 militari ucraini e messo fuori uso oltre 2.700 unità di armi ed equipaggiamenti militari; mentre dall’inizio della controffensiva i numeri salgono a 66.000 soldati uccisi e 7.600 armi distrutte.Ieri inoltre Shoigu ha incontrato a Mosca il generale libico Khalifa Haftar. Per fare il punto sullo stato degli attacchi ucraini in territorio russo, è intervenuto ieri il capo dell’intelligence della Difesa ucraina Kryrylo Budanov: «Gli attacchi con i droni sul territorio dello Stato aggressore sono principalmente rivolti alle imprese dell’industria missilistica del complesso militare-industriale della Federazione russa», ha detto in un’intervista a The New Voice of Ukraine, «Un terzo delle imprese rilevanti si trova nella parte europea della Russia ed è accessibile a droni sconosciuti. Quando lanciamo determinate azioni miriamo a una sola cosa: rallentare la produzione di armi russe». Intanto un’indagine avrebbe fatto chiarezza sul missile caduto il 15 novembre 2022 sul villaggio di Przewodów al confine tra Polonia e Ucraina che uccise due persone. Secondo gli esperti polacchi, citati dal quotidiano Rzeczpospolita, il missile è stato lanciato dalle forze ucraine, confermando quindi le ipotesi sull’errore dell’esercito di Kiev.Sul fronte delle sanzioni dell’Europa alla Russia, invece, va segnalato un importante quanto inaspettato passo indietro per quanto riguarda lo stop al divieto di importazione di gas da Mosca. La notizia è filtrata dalla bozza di un emendamento secondo cui la Commissione europea avrebbe proposto di cancellare il divieto permanente all’import proposto dal Parlamento europeo, e di adottare la misura più morbida indicata dal Consiglio Ue che introduce per gli Stati membri la possibilità di optare per uno stop temporaneo «qualora ciò sia necessario per tutelare i loro interessi essenziali di sicurezza». Una sorta di compromesso che fa riflettere, partorito dopo due anni trascorsi a fare retorica sul non doversi indietreggiare di un centimetro all’importazione di gas dalla Russia, nonostante altri Paesi, Austria in primis, già lo facessero.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ue-in-retro-no-al-bando-permanente-sul-gas-2665738238.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="trudeau-se-la-prende-con-il-cremlino-per-coprire-gli-applausi-a-un-nazista" data-post-id="2665738238" data-published-at="1695756895" data-use-pagination="False"> Trudeau se la prende con il Cremlino per coprire gli applausi a un nazista Continua a far discutere la gaffe istituzionale che si è consumata alla Camera dei comuni canadese. Lo scorso venerdì, infatti, il premier Justin Trudeau ha ricevuto in pompa magna Volodymyr Zelensky al Parlamento di Ottawa. Per l’occasione, il presidente della Camera bassa, Anthony Rota, ha però avuto la bella idea di invitare Yaroslav Hunka, un reduce ucraino (con passaporto canadese) della seconda guerra mondiale. Rota, che è il primo speaker della Camera di origini italiane, ha presentato il vecchio soldato, che oggi ha 98 anni, come un «veterano che ha combattuto per l’indipendenza dell’Ucraina contro i russi», nonché come «un eroe ucraino e un eroe canadese». Mal gliene incolse. Se il presidente della Camera avesse non tanto fatto qualche accertamento, ma anche solo aperto un manuale di storia per licei, avrebbe potuto appurare che gli ucraini, dal 1941 al 1945, combatterono sì contro i russi, ma al fianco della Germania hitleriana. Una circostanza che, a quanto pare, non ha impensierito neppure lo staff di Trudeau. Senonché, dato che nessuno si era preso la briga di vagliare le credenziali di Hunka, il vecchio reduce è stato salutato da una vera e propria standing ovation. Peccato solo che, terminata la passerella, si sia scatenato il diluvio. A insorgere sono stati in particolare gli Amici del centro Simon Wiesenthal, una Ong ebraica che deve il suo nome, appunto, a Simon Wiesenthal, noto come il «cacciatore di nazisti». L’associazione ha quindi attaccato Rota, accusandolo di ignorare «il fatto orribile che Hunka ha servito nella 14° divisione Waffen grenadier delle Ss, un’unità militare nazista i cui crimini contro l’umanità durante l’Olocausto sono ben documentati». Per questo motivo, ha precisato l’associazione, l’invito del veterano è stato «scioccante» e «incredibilmente inquietante». Allo stato attuale, non sappiamo se Yaroslav Hunka si sia macchiato in prima persona di crimini contro l’umanità (la responsabilità penale, infatti, è sempre individuale). Eppure, dovrebbe essere noto a tutti che il fronte orientale è stato il più cruento della seconda guerra mondiale. E non ci voleva certo una laurea in scienze storiche per sapere che gli ucraini, nel 1941, accolsero i tedeschi a braccia aperte: nessuno aveva dimenticato l’Holodomor, la carestia deliberatamente provocata dall’Unione Sovietica in Ucraina nei primi anni Trenta. La storia, si sa, è sempre complessa. Il nemico numero uno di oggi (la Russia) era ieri un importante alleato nella lotta contro le potenze dell’Asse. A questo punto, per salvare la faccia, Rota ha provato a prendersi tutta la colpa dell’accaduto, con l’ufficio stampa del presidente Trudeau che ha negato ogni coinvolgimento del premier. Un goffo tentativo di smarcamento che, però, è stato subito stoppato da Pierre Poilievre, il leader dell’opposizione: «Si tratta di un grave errore di valutazione da parte di Justin Trudeau, il cui ufficio di protocollo si occupa di organizzare e approvare tutti gli ospiti e i programmi per visite di Stato di questo tipo». Per cui, ha evidenziato il segretario del Partito conservatore canadese, «il signor Trudeau deve scusarsi personalmente e non incolpare gli altri, come fa sempre». Dopo giorni di silenzio, alla fine, il premier si è scusato: «Quanto accaduto è profondamente imbarazzante per il parlamento canadese e, per estensione, per tutti i canadesi», ha affermato Trudeau. Che poi, tuttavia, ha finito per peggiorare le cose, suggerendo che la Russia potrebbe strumentalizzare la vicenda, rilanciando lo slogan sulla «denazificazione» di Kiev: «Sarà davvero importante che tutti noi respingiamo la disinformazione russa e continuiamo a sostenere fermamente e inequivocabilmente l’Ucraina», ha chiosato il premier canadese. Quando si dice che la toppa è peggio del buco…
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«Oggi è il giorno dell’orgoglio di una patria, la nostra patria», ha esordito il ministro, richiamando il valore della patria come «sacro dovere» da difendere, in linea con i principi della Costituzione italiana.
Nel suo intervento, Valditara ha distinto tra «sano patriottismo» e «aggressivo nazionalismo», sottolineando la volontà di collocare il tema dell’identità nazionale in una dimensione legata alla storia, alle radici e alla convivenza civile.
Sul tema dell’immigrazione, ha affermato che la civiltà italiana ed europea ha sempre saputo accogliere chi desidera costruirsi «Onestamente» un futuro, ma a condizione del rispetto delle leggi e delle regole condivise: «Non è razzismo» sostenere che l’integrazione «non è una banale inclusione» e non può significare accettare chiunque a prescindere.
Il ministro ha poi respinto ogni accusa di discriminazione: «La discriminazione e l’odio non ci appartengono». E ha aggiunto un passaggio polemico: «Non ci sono solo i fascisti, ci sono certamente anche i comunisti, i loro epigoni e i loro discendenti».
Nella parte finale del discorso, Valditara ha affrontato anche il tema linguistico, criticando «asterischi, schwa e generi neutri», ritenuti contrari a una civiltà che — secondo il ministro — riconosce la pari dignità tra uomo e donna.
L’intervento ha ribadito una linea centrata su difesa della patria, radici culturali, integrazione fondata su regole e rifiuto di quelle che il ministro definisce derive ideologiche.
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«Sono qui perché amo la libertà e amo stare con chi ama la libertà». Mario Giordano apre così il suo intervento, la manifestazione Senza Paura organizzata dalla Lega di Matteo Salvini. Di fronte a più di 2000 persone, il giornalista lo fa con un richiamo diretto a quello che definisce il valore centrale della battaglia politica e culturale di oggi: la libertà di non avere paura, la libertà di sentirsi padroni a casa propria, la libertà di pronunciare perfino parole che, sostiene, sono diventate proibite. Tra queste, anche «remigrazione». Da lì parte un attacco frontale contro la narrazione che per anni ha accompagnato il fenomeno migratorio.
Secondo Giordano, agli italiani «Hanno raccontato un sacco di palle»: che gli immigrati sarebbero stati una risorsa, che avrebbero sostenuto il sistema pensionistico, che avrebbero portato benefici diffusi. Per il giornalista, invece, i vantaggi si sarebbero concentrati altrove: negli interessi degli scafisti, dei trafficanti, delle mafie, della criminalità e di chi, a suo dire, ha costruito affari sul «business della solidarietà». Il punto centrale del suo ragionamento è economico e sociale. Giordano sostiene infatti che l’immigrazione sia stata utilizzata come strumento per comprimere diritti e salari dei lavoratori italiani. Non una risorsa, dunque, ma «La più gigantesca opera di distruzione dei diritti dei lavoratori e degli stipendi dei lavoratori», dice dal palco, collegando direttamente questo processo al peggioramento delle condizioni di vita nelle città. Ed è proprio sul tema della sicurezza che il discorso si fa ancora più duro. Giordano descrive città ridotte a luoghi in cui, afferma, è diventato pericoloso fare qualsiasi cosa: prendere un treno, salire su un autobus, uscire perfino per portare a spasso il cane. Non solo. Denuncia anche un sistema che, secondo lui, impedirebbe perfino di difendersi, citando il caso di carabinieri finiti sotto processo dopo l'inseguimento di Ramy Elgaml. «È uno schifo», scandisce.
L’ultima parte dell’intervento si sposta sul terreno identitario e religioso. Giordano rivendica la sua idea di «Europa cristiana», fondata sulle radici, sulla fede dei padri e dei nonni. Dice di non poter accettare un continente in cui, a suo giudizio, «Scompaiono le chiese e compaiono le moschee», dove si tolgono i simboli cristiani e avanzano altre presenze religiose e culturali. Da qui l’affondo più duro contro quelle che definisce aree d’Europa in cui starebbe prendendo piede la Sharia, una legge che giudica incompatibile con la storia, la Costituzione e la civiltà europea. Nel finale, il bersaglio diventa un imam di Brescia, citato da Giordano per dichiarazioni choc sui matrimoni con bambine. «Quello è un pedofilo e va cacciato dal nostro Paese», conclude tra gli applausi del popolo dei Patrioti.
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Beppe Sala (Ansa)
Anche perché il problema è che arriva dopo anni in cui Sala ha governato la città in direzione opposta, aprendo ai grandi investitori, agevolando la centralità della rendita immobiliare, trattando il patrimonio pubblico sempre più come qualcosa da valorizzare o dismettere, non da usare come leva sociale.
Il punto non è la battuta, ma sono i provvedimenti favorevoli ai costruttori. Per tredici anni il Comune non ha aggiornato adeguatamente proprio quegli oneri di urbanizzazione che i privati devono pagare quando costruiscono (e che servono alla comunità). E non basta: nelle inchieste urbanistiche è emerso anche il meccanismo di interventi trattati come ristrutturazioni, con semplice Scia, invece che come nuove costruzioni, con contributi ancora più bassi per i privati e un buco potenziale di centinaia di milioni di euro. In altre parole, prima a Milano si è consentito ai costruttori di pagare meno del dovuto, poi Sala ha cominciato a piangere sui soldi che mancavano. E adesso prova perfino a rifarsi una verginità politica parlando di tassa sui ricchi, quando per anni i veri sconti li ha fatti a chi costruiva e speculava sulla città.
Lo stesso schema si vede nella gestione del patrimonio comunale: Largo Treves 1, ex sede dell’assessorato alle Politiche sociali, venduto nel 2021 per 52,7 milioni, e corso Vercelli 22, messo all’asta nel 2020 e poi finito in operazioni di sviluppo privato, non sono episodi isolati, ma il riflesso di una linea che il Comune stesso, nei suoi atti, ha definito di «valorizzazione» e «dismissione» del patrimonio immobiliare pubblico. In sostanza: usare il patrimonio pubblico non come leva sociale, ma come patrimonio da collocare sul mercato.
San Siro è il caso più evidente. La stima dell’Agenzia delle Entrate parla di 197 milioni complessivi, ma Luigi Corbani ha contestato con argomenti precisi proprio quella base di partenza: secondo l’ex vicesindaco, nel valore del Meazza sarebbe stato considerato solo il corrispettivo ordinario della concessione, circa 6 milioni annui, e non l’intero contributo vicino agli 11 milioni. Partendo dai proventi di bilancio 2000-2024, oltre 259 milioni complessivi, Corbani sostiene che il solo stadio potrebbe valere tra 125 e 218 milioni; e che, applicando alle aree il valore di monetizzazione fissato dalla stessa giunta comunale, il totale dell’operazione arriverebbe vicino ai 403 milioni. Anche contestando i numeri resta il punto politico che Corbani ha messo a fuoco: il Comune ha trattato come inevitabile una vendita fondata su una valutazione contestata e ritenuta favorevole ai privati.
Lo stesso vale per la M4: un project financing presentato come modello moderno, ma costruito in larghissima parte con soldi pubblici e poi chiuso con un assegno da circa 225 milioni a Webuild e Hitachi per rilevarne le quote residue attraverso Atm. Più che una prova di forza del pubblico, è sembrata la liquidazione comoda dei soci privati, liberati nel momento in cui i rischi residui e gli eventuali extracosti restano in capo al Comune e quindi ai cittadini. Messa così, la frase di Sala sui ricchi non appare di certo una svolta, ma l’ultimo artificio retorico di un sindaco che, arrivato alla fine del mandato, finisce quasi per prendere in giro i milanesi, parlando come se i problemi della città li scoprisse solo adesso. Eppure, Milano resta sempre più ostile al ceto medio: a marzo 2026 comprare casa costava in media 5.645 euro al metro quadro, mentre affittare 70 metri quadri richiede oltre 1.550 euro al mese.
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Paolo Del Debbio commenta le tensioni tra cattolici e protestanti americani, lo scontro fra Donald Trump, il Papa e Giorgia Meloni e ragiona sul ruolo politico della Chiesa di Roma.