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2023-09-27
Ue in retro: no al bando permanente sul gas
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Viktor Sokolov è vivo o morto? A distanza di oltre quattro giorni dare una risposta certa sulla sorte del comandante della flotta russa del Mar Nero appare prematuro e imprudente. Le forze ucraine avevano rivendicato di averlo ucciso nell’attacco missilistico operato venerdì scorso a Sebastopoli ma, ad alimentare i dubbi e rimettere in discussione la tesi di Kiev, ieri è spuntato un video diffuso dall’agenzia di stampa russa Ria Novosti che mostrerebbe l’ammiraglio, collegato da remoto, ascoltare un discorso del ministro della Difesa Sergej Shoigu durante un incontro con alti ufficiali dell’esercito russo. A tal proposito è intervenuto direttamente il Cremlino che con una nota del portavoce Dmitry Peskov ha precisato di non aver al momento a disposizione nessuna informazione che possa confermare la morte di Sokolov.
Da Kiev si dicono pronti a verificare ogni tipo di informazione sulla presunta morte del comandante: «Poiché Mosca è stata costretta a diffondere urgentemente le immagini con un Sokolov apparentemente vivo, le nostre unità verificheranno nuovamente le informazioni», si legge in una nota diffusa su Telegram dal comando delle operazioni speciali, «34 ufficiali sono stati uccisi nell’attacco al quartier generale della flotta russa del Mar Nero. Molti non sono ancora stati identificati a causa della frammentazione dei corpi. Questo fa parte della procedura di raccolta dei dati sui risultati dell’operazione».
Anche da Washington predicano prudenza: «Siamo a conoscenza della notizia, diffusa da parte dell’Ucraina, dell’uccisione dell’ammiraglio russo Viktor Sokolov, così come del video che lo mostra ancora in vita. Non possiamo confermare nulla», ha detto il portavoce della Casa Bianca Karine Jean-Pierre.
Nel frattempo proseguono senza sosta i combattimenti. Nel tardo pomeriggio di lunedì 25 settembre, le forze russe hanno lanciato missili ad alta precisione contro un magazzino dell’esercito ucraino nella regione di Kherson, precisamente nei pressi del villaggio di Kiselevka, distruggendo 12 hangar e mettendo fuori uso oltre 3 tonnellate di munizioni. La risposta di Kiev non si è fatta attendere, ed è arrivata ieri mattina ieri mattina sempre nella porzione della regione di Kherson attualmente sotto il controllo russo, dove sarebbe stato colpito il quartier generale nemico a colpi di razzi a lancio multiplo Himars. Nell’attacco avrebbero perso la vita otto ufficiali dell’esercito di Mosca e ne sarebbero stati feriti altri sette. Esercito russo impegnato duramente anche a Zaporizhya dove, stando a quanto riferito dal ministero della Difesa, sono stati respinti due attacchi da parte della 71° brigata Jaeger e della 36° brigata aerea delle forze armate ucraine nei pressi del villaggio di Verbovoye. Secondo Mosca, nell’attacco Kiev avrebbe perso circa 70 uomini, oltre a cinque veicoli da combattimento di fanteria, mentre secondo quanto riferito da Shoigu nel corso di una riunione del consiglio del ministero della Difesa, nell’ultimo mese le forze armate russe avrebbero ucciso più di 17.000 militari ucraini e messo fuori uso oltre 2.700 unità di armi ed equipaggiamenti militari; mentre dall’inizio della controffensiva i numeri salgono a 66.000 soldati uccisi e 7.600 armi distrutte.
Ieri inoltre Shoigu ha incontrato a Mosca il generale libico Khalifa Haftar.
Per fare il punto sullo stato degli attacchi ucraini in territorio russo, è intervenuto ieri il capo dell’intelligence della Difesa ucraina Kryrylo Budanov: «Gli attacchi con i droni sul territorio dello Stato aggressore sono principalmente rivolti alle imprese dell’industria missilistica del complesso militare-industriale della Federazione russa», ha detto in un’intervista a The New Voice of Ukraine, «Un terzo delle imprese rilevanti si trova nella parte europea della Russia ed è accessibile a droni sconosciuti. Quando lanciamo determinate azioni miriamo a una sola cosa: rallentare la produzione di armi russe».
Intanto un’indagine avrebbe fatto chiarezza sul missile caduto il 15 novembre 2022 sul villaggio di Przewodów al confine tra Polonia e Ucraina che uccise due persone. Secondo gli esperti polacchi, citati dal quotidiano Rzeczpospolita, il missile è stato lanciato dalle forze ucraine, confermando quindi le ipotesi sull’errore dell’esercito di Kiev.
Sul fronte delle sanzioni dell’Europa alla Russia, invece, va segnalato un importante quanto inaspettato passo indietro per quanto riguarda lo stop al divieto di importazione di gas da Mosca. La notizia è filtrata dalla bozza di un emendamento secondo cui la Commissione europea avrebbe proposto di cancellare il divieto permanente all’import proposto dal Parlamento europeo, e di adottare la misura più morbida indicata dal Consiglio Ue che introduce per gli Stati membri la possibilità di optare per uno stop temporaneo «qualora ciò sia necessario per tutelare i loro interessi essenziali di sicurezza». Una sorta di compromesso che fa riflettere, partorito dopo due anni trascorsi a fare retorica sul non doversi indietreggiare di un centimetro all’importazione di gas dalla Russia, nonostante altri Paesi, Austria in primis, già lo facessero.
Trudeau se la prende con il Cremlino per coprire gli applausi a un nazista
Continua a far discutere la gaffe istituzionale che si è consumata alla Camera dei comuni canadese. Lo scorso venerdì, infatti, il premier Justin Trudeau ha ricevuto in pompa magna Volodymyr Zelensky al Parlamento di Ottawa. Per l’occasione, il presidente della Camera bassa, Anthony Rota, ha però avuto la bella idea di invitare Yaroslav Hunka, un reduce ucraino (con passaporto canadese) della seconda guerra mondiale. Rota, che è il primo speaker della Camera di origini italiane, ha presentato il vecchio soldato, che oggi ha 98 anni, come un «veterano che ha combattuto per l’indipendenza dell’Ucraina contro i russi», nonché come «un eroe ucraino e un eroe canadese».
Mal gliene incolse. Se il presidente della Camera avesse non tanto fatto qualche accertamento, ma anche solo aperto un manuale di storia per licei, avrebbe potuto appurare che gli ucraini, dal 1941 al 1945, combatterono sì contro i russi, ma al fianco della Germania hitleriana. Una circostanza che, a quanto pare, non ha impensierito neppure lo staff di Trudeau. Senonché, dato che nessuno si era preso la briga di vagliare le credenziali di Hunka, il vecchio reduce è stato salutato da una vera e propria standing ovation.
Peccato solo che, terminata la passerella, si sia scatenato il diluvio. A insorgere sono stati in particolare gli Amici del centro Simon Wiesenthal, una Ong ebraica che deve il suo nome, appunto, a Simon Wiesenthal, noto come il «cacciatore di nazisti». L’associazione ha quindi attaccato Rota, accusandolo di ignorare «il fatto orribile che Hunka ha servito nella 14° divisione Waffen grenadier delle Ss, un’unità militare nazista i cui crimini contro l’umanità durante l’Olocausto sono ben documentati». Per questo motivo, ha precisato l’associazione, l’invito del veterano è stato «scioccante» e «incredibilmente inquietante».
Allo stato attuale, non sappiamo se Yaroslav Hunka si sia macchiato in prima persona di crimini contro l’umanità (la responsabilità penale, infatti, è sempre individuale). Eppure, dovrebbe essere noto a tutti che il fronte orientale è stato il più cruento della seconda guerra mondiale. E non ci voleva certo una laurea in scienze storiche per sapere che gli ucraini, nel 1941, accolsero i tedeschi a braccia aperte: nessuno aveva dimenticato l’Holodomor, la carestia deliberatamente provocata dall’Unione Sovietica in Ucraina nei primi anni Trenta. La storia, si sa, è sempre complessa. Il nemico numero uno di oggi (la Russia) era ieri un importante alleato nella lotta contro le potenze dell’Asse.
A questo punto, per salvare la faccia, Rota ha provato a prendersi tutta la colpa dell’accaduto, con l’ufficio stampa del presidente Trudeau che ha negato ogni coinvolgimento del premier. Un goffo tentativo di smarcamento che, però, è stato subito stoppato da Pierre Poilievre, il leader dell’opposizione: «Si tratta di un grave errore di valutazione da parte di Justin Trudeau, il cui ufficio di protocollo si occupa di organizzare e approvare tutti gli ospiti e i programmi per visite di Stato di questo tipo». Per cui, ha evidenziato il segretario del Partito conservatore canadese, «il signor Trudeau deve scusarsi personalmente e non incolpare gli altri, come fa sempre».
Dopo giorni di silenzio, alla fine, il premier si è scusato: «Quanto accaduto è profondamente imbarazzante per il parlamento canadese e, per estensione, per tutti i canadesi», ha affermato Trudeau. Che poi, tuttavia, ha finito per peggiorare le cose, suggerendo che la Russia potrebbe strumentalizzare la vicenda, rilanciando lo slogan sulla «denazificazione» di Kiev: «Sarà davvero importante che tutti noi respingiamo la disinformazione russa e continuiamo a sostenere fermamente e inequivocabilmente l’Ucraina», ha chiosato il premier canadese. Quando si dice che la toppa è peggio del buco…
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La Commissione vuole cancellare il divieto di import proposto dall’Europarlamento. Giallo su Viktor Sokolov: la Russia diffonde un video dell’ammiraglio, considerato morto da Kiev. Varsavia: «Il missile caduto in Polonia era ucraino». Khalifa Haftar in visita a Mosca.Prima chiede scusa, poi accusa Vladimir Putin di voler strumentalizzare il caso contro Volodymyr Zelensky.Lo speciale contiene due articoliViktor Sokolov è vivo o morto? A distanza di oltre quattro giorni dare una risposta certa sulla sorte del comandante della flotta russa del Mar Nero appare prematuro e imprudente. Le forze ucraine avevano rivendicato di averlo ucciso nell’attacco missilistico operato venerdì scorso a Sebastopoli ma, ad alimentare i dubbi e rimettere in discussione la tesi di Kiev, ieri è spuntato un video diffuso dall’agenzia di stampa russa Ria Novosti che mostrerebbe l’ammiraglio, collegato da remoto, ascoltare un discorso del ministro della Difesa Sergej Shoigu durante un incontro con alti ufficiali dell’esercito russo. A tal proposito è intervenuto direttamente il Cremlino che con una nota del portavoce Dmitry Peskov ha precisato di non aver al momento a disposizione nessuna informazione che possa confermare la morte di Sokolov. Da Kiev si dicono pronti a verificare ogni tipo di informazione sulla presunta morte del comandante: «Poiché Mosca è stata costretta a diffondere urgentemente le immagini con un Sokolov apparentemente vivo, le nostre unità verificheranno nuovamente le informazioni», si legge in una nota diffusa su Telegram dal comando delle operazioni speciali, «34 ufficiali sono stati uccisi nell’attacco al quartier generale della flotta russa del Mar Nero. Molti non sono ancora stati identificati a causa della frammentazione dei corpi. Questo fa parte della procedura di raccolta dei dati sui risultati dell’operazione». Anche da Washington predicano prudenza: «Siamo a conoscenza della notizia, diffusa da parte dell’Ucraina, dell’uccisione dell’ammiraglio russo Viktor Sokolov, così come del video che lo mostra ancora in vita. Non possiamo confermare nulla», ha detto il portavoce della Casa Bianca Karine Jean-Pierre.Nel frattempo proseguono senza sosta i combattimenti. Nel tardo pomeriggio di lunedì 25 settembre, le forze russe hanno lanciato missili ad alta precisione contro un magazzino dell’esercito ucraino nella regione di Kherson, precisamente nei pressi del villaggio di Kiselevka, distruggendo 12 hangar e mettendo fuori uso oltre 3 tonnellate di munizioni. La risposta di Kiev non si è fatta attendere, ed è arrivata ieri mattina ieri mattina sempre nella porzione della regione di Kherson attualmente sotto il controllo russo, dove sarebbe stato colpito il quartier generale nemico a colpi di razzi a lancio multiplo Himars. Nell’attacco avrebbero perso la vita otto ufficiali dell’esercito di Mosca e ne sarebbero stati feriti altri sette. Esercito russo impegnato duramente anche a Zaporizhya dove, stando a quanto riferito dal ministero della Difesa, sono stati respinti due attacchi da parte della 71° brigata Jaeger e della 36° brigata aerea delle forze armate ucraine nei pressi del villaggio di Verbovoye. Secondo Mosca, nell’attacco Kiev avrebbe perso circa 70 uomini, oltre a cinque veicoli da combattimento di fanteria, mentre secondo quanto riferito da Shoigu nel corso di una riunione del consiglio del ministero della Difesa, nell’ultimo mese le forze armate russe avrebbero ucciso più di 17.000 militari ucraini e messo fuori uso oltre 2.700 unità di armi ed equipaggiamenti militari; mentre dall’inizio della controffensiva i numeri salgono a 66.000 soldati uccisi e 7.600 armi distrutte.Ieri inoltre Shoigu ha incontrato a Mosca il generale libico Khalifa Haftar. Per fare il punto sullo stato degli attacchi ucraini in territorio russo, è intervenuto ieri il capo dell’intelligence della Difesa ucraina Kryrylo Budanov: «Gli attacchi con i droni sul territorio dello Stato aggressore sono principalmente rivolti alle imprese dell’industria missilistica del complesso militare-industriale della Federazione russa», ha detto in un’intervista a The New Voice of Ukraine, «Un terzo delle imprese rilevanti si trova nella parte europea della Russia ed è accessibile a droni sconosciuti. Quando lanciamo determinate azioni miriamo a una sola cosa: rallentare la produzione di armi russe». Intanto un’indagine avrebbe fatto chiarezza sul missile caduto il 15 novembre 2022 sul villaggio di Przewodów al confine tra Polonia e Ucraina che uccise due persone. Secondo gli esperti polacchi, citati dal quotidiano Rzeczpospolita, il missile è stato lanciato dalle forze ucraine, confermando quindi le ipotesi sull’errore dell’esercito di Kiev.Sul fronte delle sanzioni dell’Europa alla Russia, invece, va segnalato un importante quanto inaspettato passo indietro per quanto riguarda lo stop al divieto di importazione di gas da Mosca. La notizia è filtrata dalla bozza di un emendamento secondo cui la Commissione europea avrebbe proposto di cancellare il divieto permanente all’import proposto dal Parlamento europeo, e di adottare la misura più morbida indicata dal Consiglio Ue che introduce per gli Stati membri la possibilità di optare per uno stop temporaneo «qualora ciò sia necessario per tutelare i loro interessi essenziali di sicurezza». Una sorta di compromesso che fa riflettere, partorito dopo due anni trascorsi a fare retorica sul non doversi indietreggiare di un centimetro all’importazione di gas dalla Russia, nonostante altri Paesi, Austria in primis, già lo facessero.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ue-in-retro-no-al-bando-permanente-sul-gas-2665738238.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="trudeau-se-la-prende-con-il-cremlino-per-coprire-gli-applausi-a-un-nazista" data-post-id="2665738238" data-published-at="1695756895" data-use-pagination="False"> Trudeau se la prende con il Cremlino per coprire gli applausi a un nazista Continua a far discutere la gaffe istituzionale che si è consumata alla Camera dei comuni canadese. Lo scorso venerdì, infatti, il premier Justin Trudeau ha ricevuto in pompa magna Volodymyr Zelensky al Parlamento di Ottawa. Per l’occasione, il presidente della Camera bassa, Anthony Rota, ha però avuto la bella idea di invitare Yaroslav Hunka, un reduce ucraino (con passaporto canadese) della seconda guerra mondiale. Rota, che è il primo speaker della Camera di origini italiane, ha presentato il vecchio soldato, che oggi ha 98 anni, come un «veterano che ha combattuto per l’indipendenza dell’Ucraina contro i russi», nonché come «un eroe ucraino e un eroe canadese». Mal gliene incolse. Se il presidente della Camera avesse non tanto fatto qualche accertamento, ma anche solo aperto un manuale di storia per licei, avrebbe potuto appurare che gli ucraini, dal 1941 al 1945, combatterono sì contro i russi, ma al fianco della Germania hitleriana. Una circostanza che, a quanto pare, non ha impensierito neppure lo staff di Trudeau. Senonché, dato che nessuno si era preso la briga di vagliare le credenziali di Hunka, il vecchio reduce è stato salutato da una vera e propria standing ovation. Peccato solo che, terminata la passerella, si sia scatenato il diluvio. A insorgere sono stati in particolare gli Amici del centro Simon Wiesenthal, una Ong ebraica che deve il suo nome, appunto, a Simon Wiesenthal, noto come il «cacciatore di nazisti». L’associazione ha quindi attaccato Rota, accusandolo di ignorare «il fatto orribile che Hunka ha servito nella 14° divisione Waffen grenadier delle Ss, un’unità militare nazista i cui crimini contro l’umanità durante l’Olocausto sono ben documentati». Per questo motivo, ha precisato l’associazione, l’invito del veterano è stato «scioccante» e «incredibilmente inquietante». Allo stato attuale, non sappiamo se Yaroslav Hunka si sia macchiato in prima persona di crimini contro l’umanità (la responsabilità penale, infatti, è sempre individuale). Eppure, dovrebbe essere noto a tutti che il fronte orientale è stato il più cruento della seconda guerra mondiale. E non ci voleva certo una laurea in scienze storiche per sapere che gli ucraini, nel 1941, accolsero i tedeschi a braccia aperte: nessuno aveva dimenticato l’Holodomor, la carestia deliberatamente provocata dall’Unione Sovietica in Ucraina nei primi anni Trenta. La storia, si sa, è sempre complessa. Il nemico numero uno di oggi (la Russia) era ieri un importante alleato nella lotta contro le potenze dell’Asse. A questo punto, per salvare la faccia, Rota ha provato a prendersi tutta la colpa dell’accaduto, con l’ufficio stampa del presidente Trudeau che ha negato ogni coinvolgimento del premier. Un goffo tentativo di smarcamento che, però, è stato subito stoppato da Pierre Poilievre, il leader dell’opposizione: «Si tratta di un grave errore di valutazione da parte di Justin Trudeau, il cui ufficio di protocollo si occupa di organizzare e approvare tutti gli ospiti e i programmi per visite di Stato di questo tipo». Per cui, ha evidenziato il segretario del Partito conservatore canadese, «il signor Trudeau deve scusarsi personalmente e non incolpare gli altri, come fa sempre». Dopo giorni di silenzio, alla fine, il premier si è scusato: «Quanto accaduto è profondamente imbarazzante per il parlamento canadese e, per estensione, per tutti i canadesi», ha affermato Trudeau. Che poi, tuttavia, ha finito per peggiorare le cose, suggerendo che la Russia potrebbe strumentalizzare la vicenda, rilanciando lo slogan sulla «denazificazione» di Kiev: «Sarà davvero importante che tutti noi respingiamo la disinformazione russa e continuiamo a sostenere fermamente e inequivocabilmente l’Ucraina», ha chiosato il premier canadese. Quando si dice che la toppa è peggio del buco…
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».