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2023-09-27
Ue in retro: no al bando permanente sul gas
Getty images
Viktor Sokolov è vivo o morto? A distanza di oltre quattro giorni dare una risposta certa sulla sorte del comandante della flotta russa del Mar Nero appare prematuro e imprudente. Le forze ucraine avevano rivendicato di averlo ucciso nell’attacco missilistico operato venerdì scorso a Sebastopoli ma, ad alimentare i dubbi e rimettere in discussione la tesi di Kiev, ieri è spuntato un video diffuso dall’agenzia di stampa russa Ria Novosti che mostrerebbe l’ammiraglio, collegato da remoto, ascoltare un discorso del ministro della Difesa Sergej Shoigu durante un incontro con alti ufficiali dell’esercito russo. A tal proposito è intervenuto direttamente il Cremlino che con una nota del portavoce Dmitry Peskov ha precisato di non aver al momento a disposizione nessuna informazione che possa confermare la morte di Sokolov.
Da Kiev si dicono pronti a verificare ogni tipo di informazione sulla presunta morte del comandante: «Poiché Mosca è stata costretta a diffondere urgentemente le immagini con un Sokolov apparentemente vivo, le nostre unità verificheranno nuovamente le informazioni», si legge in una nota diffusa su Telegram dal comando delle operazioni speciali, «34 ufficiali sono stati uccisi nell’attacco al quartier generale della flotta russa del Mar Nero. Molti non sono ancora stati identificati a causa della frammentazione dei corpi. Questo fa parte della procedura di raccolta dei dati sui risultati dell’operazione».
Anche da Washington predicano prudenza: «Siamo a conoscenza della notizia, diffusa da parte dell’Ucraina, dell’uccisione dell’ammiraglio russo Viktor Sokolov, così come del video che lo mostra ancora in vita. Non possiamo confermare nulla», ha detto il portavoce della Casa Bianca Karine Jean-Pierre.
Nel frattempo proseguono senza sosta i combattimenti. Nel tardo pomeriggio di lunedì 25 settembre, le forze russe hanno lanciato missili ad alta precisione contro un magazzino dell’esercito ucraino nella regione di Kherson, precisamente nei pressi del villaggio di Kiselevka, distruggendo 12 hangar e mettendo fuori uso oltre 3 tonnellate di munizioni. La risposta di Kiev non si è fatta attendere, ed è arrivata ieri mattina ieri mattina sempre nella porzione della regione di Kherson attualmente sotto il controllo russo, dove sarebbe stato colpito il quartier generale nemico a colpi di razzi a lancio multiplo Himars. Nell’attacco avrebbero perso la vita otto ufficiali dell’esercito di Mosca e ne sarebbero stati feriti altri sette. Esercito russo impegnato duramente anche a Zaporizhya dove, stando a quanto riferito dal ministero della Difesa, sono stati respinti due attacchi da parte della 71° brigata Jaeger e della 36° brigata aerea delle forze armate ucraine nei pressi del villaggio di Verbovoye. Secondo Mosca, nell’attacco Kiev avrebbe perso circa 70 uomini, oltre a cinque veicoli da combattimento di fanteria, mentre secondo quanto riferito da Shoigu nel corso di una riunione del consiglio del ministero della Difesa, nell’ultimo mese le forze armate russe avrebbero ucciso più di 17.000 militari ucraini e messo fuori uso oltre 2.700 unità di armi ed equipaggiamenti militari; mentre dall’inizio della controffensiva i numeri salgono a 66.000 soldati uccisi e 7.600 armi distrutte.
Ieri inoltre Shoigu ha incontrato a Mosca il generale libico Khalifa Haftar.
Per fare il punto sullo stato degli attacchi ucraini in territorio russo, è intervenuto ieri il capo dell’intelligence della Difesa ucraina Kryrylo Budanov: «Gli attacchi con i droni sul territorio dello Stato aggressore sono principalmente rivolti alle imprese dell’industria missilistica del complesso militare-industriale della Federazione russa», ha detto in un’intervista a The New Voice of Ukraine, «Un terzo delle imprese rilevanti si trova nella parte europea della Russia ed è accessibile a droni sconosciuti. Quando lanciamo determinate azioni miriamo a una sola cosa: rallentare la produzione di armi russe».
Intanto un’indagine avrebbe fatto chiarezza sul missile caduto il 15 novembre 2022 sul villaggio di Przewodów al confine tra Polonia e Ucraina che uccise due persone. Secondo gli esperti polacchi, citati dal quotidiano Rzeczpospolita, il missile è stato lanciato dalle forze ucraine, confermando quindi le ipotesi sull’errore dell’esercito di Kiev.
Sul fronte delle sanzioni dell’Europa alla Russia, invece, va segnalato un importante quanto inaspettato passo indietro per quanto riguarda lo stop al divieto di importazione di gas da Mosca. La notizia è filtrata dalla bozza di un emendamento secondo cui la Commissione europea avrebbe proposto di cancellare il divieto permanente all’import proposto dal Parlamento europeo, e di adottare la misura più morbida indicata dal Consiglio Ue che introduce per gli Stati membri la possibilità di optare per uno stop temporaneo «qualora ciò sia necessario per tutelare i loro interessi essenziali di sicurezza». Una sorta di compromesso che fa riflettere, partorito dopo due anni trascorsi a fare retorica sul non doversi indietreggiare di un centimetro all’importazione di gas dalla Russia, nonostante altri Paesi, Austria in primis, già lo facessero.
Trudeau se la prende con il Cremlino per coprire gli applausi a un nazista
Continua a far discutere la gaffe istituzionale che si è consumata alla Camera dei comuni canadese. Lo scorso venerdì, infatti, il premier Justin Trudeau ha ricevuto in pompa magna Volodymyr Zelensky al Parlamento di Ottawa. Per l’occasione, il presidente della Camera bassa, Anthony Rota, ha però avuto la bella idea di invitare Yaroslav Hunka, un reduce ucraino (con passaporto canadese) della seconda guerra mondiale. Rota, che è il primo speaker della Camera di origini italiane, ha presentato il vecchio soldato, che oggi ha 98 anni, come un «veterano che ha combattuto per l’indipendenza dell’Ucraina contro i russi», nonché come «un eroe ucraino e un eroe canadese».
Mal gliene incolse. Se il presidente della Camera avesse non tanto fatto qualche accertamento, ma anche solo aperto un manuale di storia per licei, avrebbe potuto appurare che gli ucraini, dal 1941 al 1945, combatterono sì contro i russi, ma al fianco della Germania hitleriana. Una circostanza che, a quanto pare, non ha impensierito neppure lo staff di Trudeau. Senonché, dato che nessuno si era preso la briga di vagliare le credenziali di Hunka, il vecchio reduce è stato salutato da una vera e propria standing ovation.
Peccato solo che, terminata la passerella, si sia scatenato il diluvio. A insorgere sono stati in particolare gli Amici del centro Simon Wiesenthal, una Ong ebraica che deve il suo nome, appunto, a Simon Wiesenthal, noto come il «cacciatore di nazisti». L’associazione ha quindi attaccato Rota, accusandolo di ignorare «il fatto orribile che Hunka ha servito nella 14° divisione Waffen grenadier delle Ss, un’unità militare nazista i cui crimini contro l’umanità durante l’Olocausto sono ben documentati». Per questo motivo, ha precisato l’associazione, l’invito del veterano è stato «scioccante» e «incredibilmente inquietante».
Allo stato attuale, non sappiamo se Yaroslav Hunka si sia macchiato in prima persona di crimini contro l’umanità (la responsabilità penale, infatti, è sempre individuale). Eppure, dovrebbe essere noto a tutti che il fronte orientale è stato il più cruento della seconda guerra mondiale. E non ci voleva certo una laurea in scienze storiche per sapere che gli ucraini, nel 1941, accolsero i tedeschi a braccia aperte: nessuno aveva dimenticato l’Holodomor, la carestia deliberatamente provocata dall’Unione Sovietica in Ucraina nei primi anni Trenta. La storia, si sa, è sempre complessa. Il nemico numero uno di oggi (la Russia) era ieri un importante alleato nella lotta contro le potenze dell’Asse.
A questo punto, per salvare la faccia, Rota ha provato a prendersi tutta la colpa dell’accaduto, con l’ufficio stampa del presidente Trudeau che ha negato ogni coinvolgimento del premier. Un goffo tentativo di smarcamento che, però, è stato subito stoppato da Pierre Poilievre, il leader dell’opposizione: «Si tratta di un grave errore di valutazione da parte di Justin Trudeau, il cui ufficio di protocollo si occupa di organizzare e approvare tutti gli ospiti e i programmi per visite di Stato di questo tipo». Per cui, ha evidenziato il segretario del Partito conservatore canadese, «il signor Trudeau deve scusarsi personalmente e non incolpare gli altri, come fa sempre».
Dopo giorni di silenzio, alla fine, il premier si è scusato: «Quanto accaduto è profondamente imbarazzante per il parlamento canadese e, per estensione, per tutti i canadesi», ha affermato Trudeau. Che poi, tuttavia, ha finito per peggiorare le cose, suggerendo che la Russia potrebbe strumentalizzare la vicenda, rilanciando lo slogan sulla «denazificazione» di Kiev: «Sarà davvero importante che tutti noi respingiamo la disinformazione russa e continuiamo a sostenere fermamente e inequivocabilmente l’Ucraina», ha chiosato il premier canadese. Quando si dice che la toppa è peggio del buco…
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La Commissione vuole cancellare il divieto di import proposto dall’Europarlamento. Giallo su Viktor Sokolov: la Russia diffonde un video dell’ammiraglio, considerato morto da Kiev. Varsavia: «Il missile caduto in Polonia era ucraino». Khalifa Haftar in visita a Mosca.Prima chiede scusa, poi accusa Vladimir Putin di voler strumentalizzare il caso contro Volodymyr Zelensky.Lo speciale contiene due articoliViktor Sokolov è vivo o morto? A distanza di oltre quattro giorni dare una risposta certa sulla sorte del comandante della flotta russa del Mar Nero appare prematuro e imprudente. Le forze ucraine avevano rivendicato di averlo ucciso nell’attacco missilistico operato venerdì scorso a Sebastopoli ma, ad alimentare i dubbi e rimettere in discussione la tesi di Kiev, ieri è spuntato un video diffuso dall’agenzia di stampa russa Ria Novosti che mostrerebbe l’ammiraglio, collegato da remoto, ascoltare un discorso del ministro della Difesa Sergej Shoigu durante un incontro con alti ufficiali dell’esercito russo. A tal proposito è intervenuto direttamente il Cremlino che con una nota del portavoce Dmitry Peskov ha precisato di non aver al momento a disposizione nessuna informazione che possa confermare la morte di Sokolov. Da Kiev si dicono pronti a verificare ogni tipo di informazione sulla presunta morte del comandante: «Poiché Mosca è stata costretta a diffondere urgentemente le immagini con un Sokolov apparentemente vivo, le nostre unità verificheranno nuovamente le informazioni», si legge in una nota diffusa su Telegram dal comando delle operazioni speciali, «34 ufficiali sono stati uccisi nell’attacco al quartier generale della flotta russa del Mar Nero. Molti non sono ancora stati identificati a causa della frammentazione dei corpi. Questo fa parte della procedura di raccolta dei dati sui risultati dell’operazione». Anche da Washington predicano prudenza: «Siamo a conoscenza della notizia, diffusa da parte dell’Ucraina, dell’uccisione dell’ammiraglio russo Viktor Sokolov, così come del video che lo mostra ancora in vita. Non possiamo confermare nulla», ha detto il portavoce della Casa Bianca Karine Jean-Pierre.Nel frattempo proseguono senza sosta i combattimenti. Nel tardo pomeriggio di lunedì 25 settembre, le forze russe hanno lanciato missili ad alta precisione contro un magazzino dell’esercito ucraino nella regione di Kherson, precisamente nei pressi del villaggio di Kiselevka, distruggendo 12 hangar e mettendo fuori uso oltre 3 tonnellate di munizioni. La risposta di Kiev non si è fatta attendere, ed è arrivata ieri mattina ieri mattina sempre nella porzione della regione di Kherson attualmente sotto il controllo russo, dove sarebbe stato colpito il quartier generale nemico a colpi di razzi a lancio multiplo Himars. Nell’attacco avrebbero perso la vita otto ufficiali dell’esercito di Mosca e ne sarebbero stati feriti altri sette. Esercito russo impegnato duramente anche a Zaporizhya dove, stando a quanto riferito dal ministero della Difesa, sono stati respinti due attacchi da parte della 71° brigata Jaeger e della 36° brigata aerea delle forze armate ucraine nei pressi del villaggio di Verbovoye. Secondo Mosca, nell’attacco Kiev avrebbe perso circa 70 uomini, oltre a cinque veicoli da combattimento di fanteria, mentre secondo quanto riferito da Shoigu nel corso di una riunione del consiglio del ministero della Difesa, nell’ultimo mese le forze armate russe avrebbero ucciso più di 17.000 militari ucraini e messo fuori uso oltre 2.700 unità di armi ed equipaggiamenti militari; mentre dall’inizio della controffensiva i numeri salgono a 66.000 soldati uccisi e 7.600 armi distrutte.Ieri inoltre Shoigu ha incontrato a Mosca il generale libico Khalifa Haftar. Per fare il punto sullo stato degli attacchi ucraini in territorio russo, è intervenuto ieri il capo dell’intelligence della Difesa ucraina Kryrylo Budanov: «Gli attacchi con i droni sul territorio dello Stato aggressore sono principalmente rivolti alle imprese dell’industria missilistica del complesso militare-industriale della Federazione russa», ha detto in un’intervista a The New Voice of Ukraine, «Un terzo delle imprese rilevanti si trova nella parte europea della Russia ed è accessibile a droni sconosciuti. Quando lanciamo determinate azioni miriamo a una sola cosa: rallentare la produzione di armi russe». Intanto un’indagine avrebbe fatto chiarezza sul missile caduto il 15 novembre 2022 sul villaggio di Przewodów al confine tra Polonia e Ucraina che uccise due persone. Secondo gli esperti polacchi, citati dal quotidiano Rzeczpospolita, il missile è stato lanciato dalle forze ucraine, confermando quindi le ipotesi sull’errore dell’esercito di Kiev.Sul fronte delle sanzioni dell’Europa alla Russia, invece, va segnalato un importante quanto inaspettato passo indietro per quanto riguarda lo stop al divieto di importazione di gas da Mosca. La notizia è filtrata dalla bozza di un emendamento secondo cui la Commissione europea avrebbe proposto di cancellare il divieto permanente all’import proposto dal Parlamento europeo, e di adottare la misura più morbida indicata dal Consiglio Ue che introduce per gli Stati membri la possibilità di optare per uno stop temporaneo «qualora ciò sia necessario per tutelare i loro interessi essenziali di sicurezza». Una sorta di compromesso che fa riflettere, partorito dopo due anni trascorsi a fare retorica sul non doversi indietreggiare di un centimetro all’importazione di gas dalla Russia, nonostante altri Paesi, Austria in primis, già lo facessero.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ue-in-retro-no-al-bando-permanente-sul-gas-2665738238.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="trudeau-se-la-prende-con-il-cremlino-per-coprire-gli-applausi-a-un-nazista" data-post-id="2665738238" data-published-at="1695756895" data-use-pagination="False"> Trudeau se la prende con il Cremlino per coprire gli applausi a un nazista Continua a far discutere la gaffe istituzionale che si è consumata alla Camera dei comuni canadese. Lo scorso venerdì, infatti, il premier Justin Trudeau ha ricevuto in pompa magna Volodymyr Zelensky al Parlamento di Ottawa. Per l’occasione, il presidente della Camera bassa, Anthony Rota, ha però avuto la bella idea di invitare Yaroslav Hunka, un reduce ucraino (con passaporto canadese) della seconda guerra mondiale. Rota, che è il primo speaker della Camera di origini italiane, ha presentato il vecchio soldato, che oggi ha 98 anni, come un «veterano che ha combattuto per l’indipendenza dell’Ucraina contro i russi», nonché come «un eroe ucraino e un eroe canadese». Mal gliene incolse. Se il presidente della Camera avesse non tanto fatto qualche accertamento, ma anche solo aperto un manuale di storia per licei, avrebbe potuto appurare che gli ucraini, dal 1941 al 1945, combatterono sì contro i russi, ma al fianco della Germania hitleriana. Una circostanza che, a quanto pare, non ha impensierito neppure lo staff di Trudeau. Senonché, dato che nessuno si era preso la briga di vagliare le credenziali di Hunka, il vecchio reduce è stato salutato da una vera e propria standing ovation. Peccato solo che, terminata la passerella, si sia scatenato il diluvio. A insorgere sono stati in particolare gli Amici del centro Simon Wiesenthal, una Ong ebraica che deve il suo nome, appunto, a Simon Wiesenthal, noto come il «cacciatore di nazisti». L’associazione ha quindi attaccato Rota, accusandolo di ignorare «il fatto orribile che Hunka ha servito nella 14° divisione Waffen grenadier delle Ss, un’unità militare nazista i cui crimini contro l’umanità durante l’Olocausto sono ben documentati». Per questo motivo, ha precisato l’associazione, l’invito del veterano è stato «scioccante» e «incredibilmente inquietante». Allo stato attuale, non sappiamo se Yaroslav Hunka si sia macchiato in prima persona di crimini contro l’umanità (la responsabilità penale, infatti, è sempre individuale). Eppure, dovrebbe essere noto a tutti che il fronte orientale è stato il più cruento della seconda guerra mondiale. E non ci voleva certo una laurea in scienze storiche per sapere che gli ucraini, nel 1941, accolsero i tedeschi a braccia aperte: nessuno aveva dimenticato l’Holodomor, la carestia deliberatamente provocata dall’Unione Sovietica in Ucraina nei primi anni Trenta. La storia, si sa, è sempre complessa. Il nemico numero uno di oggi (la Russia) era ieri un importante alleato nella lotta contro le potenze dell’Asse. A questo punto, per salvare la faccia, Rota ha provato a prendersi tutta la colpa dell’accaduto, con l’ufficio stampa del presidente Trudeau che ha negato ogni coinvolgimento del premier. Un goffo tentativo di smarcamento che, però, è stato subito stoppato da Pierre Poilievre, il leader dell’opposizione: «Si tratta di un grave errore di valutazione da parte di Justin Trudeau, il cui ufficio di protocollo si occupa di organizzare e approvare tutti gli ospiti e i programmi per visite di Stato di questo tipo». Per cui, ha evidenziato il segretario del Partito conservatore canadese, «il signor Trudeau deve scusarsi personalmente e non incolpare gli altri, come fa sempre». Dopo giorni di silenzio, alla fine, il premier si è scusato: «Quanto accaduto è profondamente imbarazzante per il parlamento canadese e, per estensione, per tutti i canadesi», ha affermato Trudeau. Che poi, tuttavia, ha finito per peggiorare le cose, suggerendo che la Russia potrebbe strumentalizzare la vicenda, rilanciando lo slogan sulla «denazificazione» di Kiev: «Sarà davvero importante che tutti noi respingiamo la disinformazione russa e continuiamo a sostenere fermamente e inequivocabilmente l’Ucraina», ha chiosato il premier canadese. Quando si dice che la toppa è peggio del buco…
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La questione cova da tempo ma, solo durante la recente campagna municipale, ha ottenuto una certa attenzione dai media mainstream. Ieri ci sono stati numerosi arresti, ma per capire la gravità della situazione bisogna fare qualche passo indietro.
Domenica c’è stata una vera svolta quando, il procuratore di Parigi Laure Beccuau, ha rivelato cifre da brividi. «Si indaga su un certo numero di animatori» del périscolaire, ha dichiarato il giudice su Rtl, Le Figaro e Public Sénat. «Attualmente abbiamo inchieste su 84 scuole materne, una ventina di scuole primarie e una decina di nidi». Beccuau ha inoltre confermato che da gennaio sono state aperte tre inchieste giudiziarie. Ad oggi sarebbero stati sospesi 78 membri del personale scolastico parigino e su 31 di essi peserebbe il sospetto di abusi sessuali su minori.
Ad esempio, secondo Le Parisien, un animatore ventiduenne sospettato di aggressioni sessuali su tre bambini era già stato denunciato nel 2024, quando lavorava in una scuola pubblica del X arrondissement. Nonostante ciò ha continuato a lavorare con bambini in un altro istituto pubblico fino all’ottobre 2025, quando è stato sospeso. Nel febbraio scorso vari media, tra cui HuffPost e Afp, hanno rivelato che l’uomo era sotto controllo giudiziario per «aggressione sessuale su minori», «esibizione sessuale» e «corruzione di minore». Bfm tv aveva riferito che il sospettato è stato arrestato lo scorso 30 aprile. «Mia figlia avrebbe potuto essere risparmiata», ha dichiarato a Le Parisien il padre di una piccola vittima citato anonimamente. Un altro genitore, Eric, intervistato da radio Rmc, ha criticato il «comportamento scorretto da parte del comune di Parigi e di una delle sue amministrazioni, quella responsabile delle attività extrascolastiche».
Ma perché la maggioranza di sinistra, che governa Parigi dal 2001, non ha reagito prima? Va dato atto al socialista Emmanuel Grégoire che, da quando è stato eletto sindaco lo scorso marzo, ha moltiplicato gli incontri con i genitori e gli interventi sui media. Il 14 aprile scorso, durante la prima seduta del nuovo consiglio municipale, ha annunciato un «piano di azione» contro le violenze sui bambini, per un investimento di circa 20 milioni di euro. Il piano dovrebbe semplificare le procedure di segnalazione e finanziare una migliore formazione del personale. Lunedì, invece, si è tenuta la prima riunione della «Convenzione cittadina» municipale dedicata alla «protezione e ai tempi (scolastici, ndr) dei bambini nelle scuole». Il sindaco ha rivolto ai genitori questo messaggio: «Devono avere fiducia nelle scuole» di Parigi. Ma vista la portata dell’inchiesta, l’invito rischia di cadere nel vuoto.
Il 12 maggio, nella riunione con i genitori della scuola pubblica Sainte Dominique, Grégoire avrebbe ammesso che «la città di Parigi ha indiscutibilmente delle responsabilità». Lo ha scritto Le Figaro, citando alcuni presenti secondo i quali il sindaco avrebbe anche detto che «ci sono stati gravi malfunzionamenti».
Poi, ieri, si è appreso dell’arresto di 16 persone in servizio proprio alla scuola pubblica Saint Dominique. Sempre Le Figaro scrive che «l’identità delle persone fermate non è stata resa nota. Secondo le nostre informazioni, si tratterebbe esclusivamente di dipendenti del Comune di Parigi. Il personale scolastico, quindi, non sarebbe coinvolto».
Sempre ieri, Grégoire è tornato a parlare della riassunzione del ventiduenne sospettato di abusi su minori. «Me ne scuso» ha detto il sindaco nella trasmissione del mattino di France 2, ammettendo anche che «non sia più possibile» continuare con questa situazione e che farà di tutto perché non si ripeta.
Parole sacrosante che, tuttavia, non cancellano il fatto che Grégoire sia stato assessore tra il 2014 e il 2017 e poi primo vicesindaco di Anne Hidalgo dal 2018 al 2024. Da tempo, in consiglio comunale, le opposizioni ricordano le responsabilità della vecchia amministrazione. «Per anni il comune ha vissuto in una forma di diniego arrivata fino alla menzogna, con una totale opacità sui malfunzionamenti», ha denunciato recentemente Florence Berthout, sindaco del V arrondissement.
Sul fondo resta anche l’aggressività della maggioranza parigina di sinistra nei confronti delle scuole cattoliche della capitale. Come scritto a più riprese da La Verità, negli ultimi anni la giunta Hidalgo ha attaccato Stanislas, uno dei più noti istituti cattolici parigini. Nel 2024, Médiapart aveva pubblicato un rapporto ispettivo del 2023 in cui si parlava, tra l’altro, di «clima propizio all’omofobia» e contestava il «carattere obbligatorio della catechesi» a Stanislas. A fine 2025 Patrick Bloche, allora vicesindaco, aveva annunciato l’intenzione di sospendere il contributo pubblico annuale di 1,3 milioni di euro destinato all’istituto. La leader dell’opposizione Rachida Dati, aveva lamentato che Bloche «non ha nemmeno menzionato i malfunzionamenti [...] nelle attività extrascolastiche».
Vista la portata dell’inchiesta sulle attività extrascolastiche nelle scuole parigine, una domanda resta aperta: perché la maggioranza socialista è stata così rapida nell’indagare sulle accuse rivolte a Stanislas, mentre solo ora promette una vera reazione contro gli abusi nelle attività extrascolastiche? Qui ci sono di mezzo dei bambini e chi ne abusa, nel mondo cattolico o altrove, deve essere punito. Punto.
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Angelika Niebler (Ansa)
Di certo non una figura laterale. Piuttosto, una di quelle europarlamentari che non compaiono spesso davanti alle telecamere, ma frequentano da sempre il retrobottega di Strasburgo, dove si costruiscono maggioranze, compromessi e carriere. Ora il suo nome è finito in un fascicolo che il Parlamento europeo ha scelto di chiudere prima che diventasse davvero un’indagine.
Il 21 luglio 2025, infatti, la Procura europea (Eppo) aveva chiesto la revoca della sua immunità. Voleva verificare se assistenti locali pagati con fondi del Parlamento europeo fossero stati usati per attività estranee al mandato. Secondo l’ipotesi investigativa - le contestazioni riguardano il periodo tra il 2017 e il 2025 - ci sarebbero stati accompagnamenti da Monaco a Bruxelles e Strasburgo, trasferimenti in aeroporto per viaggi privati, supporto ad appuntamenti professionali, riunioni della leadership Csu non direttamente legate al lavoro parlamentare, incombenze personali o politiche.
C’è anche un’accusa più precisa. Un assistente retribuito con fondi europei da Niebler avrebbe lavorato non per lei, ma per un ex eurodeputato del suo stesso partito. In parallelo, vengono citate possibili irregolarità nei rimborsi per viaggi verso Bruxelles e Strasburgo. In sostanza, il sospetto è che denaro pubblico destinato all’attività parlamentare sia stato usato per esigenze private, professionali, di partito o di rete personale.
Niebler respinge ogni accusa. La presunzione di innocenza vale per tutti. Ma qui il punto non è stabilire se sia colpevole. Il punto è capire perché alla Procura europea sia stato impedito di verificarlo.
La commissione Giuridica del Parlamento europeo, la Juri, ha raccomandato di non revocare l’immunità. Niebler, dettaglio non secondario, è supplente proprio in quella commissione. Poi nei giorni scorsi è arrivato il voto dell’Aula. Il 19 maggio 2026, a scrutinio segreto, 309 eurodeputati hanno votato per mantenere la protezione, 283 contro, 53 si sono astenuti. Risultato: l’Eppo non può procedere oltre la fase preliminare. Non può interrogare Niebler come avrebbe voluto. Non può completare l’accertamento.
La struttura dell’accusa ricorda quella che ha travolto Marine Le Pen e il Rassemblement national. Anche lì c’erano fondi europei destinati agli assistenti parlamentari. Anche lì l’accusa sosteneva che collaboratori pagati dal Parlamento europeo lavorassero in realtà per attività non collegate al mandato, ma al partito. Solo che in quel caso la giustizia ha potuto procedere.
Il 31 marzo 2025 Le Pen è stata condannata in primo grado a quattro anni di carcere, due dei quali sospesi, 100.000 euro di multa e cinque anni di ineleggibilità immediata. Una sanzione già efficace, che oggi le impedisce di correre nel 2027. L’appello, atteso il 7 luglio 2026, deciderà se riaprirle la strada.
In quel caso, dopo le verifiche di Olaf (Ufficio europeo per la lotta antifrode) e l’azione del Parlamento europeo per il recupero dei fondi, la giustizia francese ha potuto procedere fino al processo e alla condanna. Nel caso Niebler, invece, l’Eppo è stata fermata prima dell’inizio dell’indagine.
Il paradosso è che Niebler, oggi beneficiaria della protezione parlamentare, era già supplente in Juri negli anni in cui la commissione raccomandava la revoca dell’immunità di Le Pen in altri procedimenti. Non solo. L’europarlamentare tedesca non è una politica qualsiasi. È una dirigente del sistema. Lavora sui dossier industriali, digitali, commerciali. Siede nella commissione Industria e nella commissione Commercio internazionale. Ha seguito dossier sulla cybersecurity, sui dati, sulle imprese. Accanto allo stipendio da eurodeputata, Niebler dichiara redditi esterni tra i più alti dell’Eurocamera: secondo Euobserver, tra i 177.500 e 195.000 euro l’anno. Solo dallo studio legale Gibson, Dunn & Crutcher riceve 63.000 euro l’anno. In passato era già stata criticata per possibili conflitti d’interesse tra attività privata e ruolo parlamentare. Nel confronto con Le Pen, il contesto conta. Quando una figura così interna all’architettura del Ppe viene protetta da un’indagine sui fondi europei, il messaggio politico è evidente. Il Parlamento non sta difendendo solo un principio. Sta difendendo una sua dirigente.
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Lo ha detto il premier all’uscita dal Municipio di Niscemi, parlando con i giornalisti: «A febbraio scorso abbiamo varato un decreto, poi convertito in legge ad aprile, per stanziare 150 milioni che avevano l’obiettivo della messa in sicurezza, degli indennizzi e della demolizione delle case. E domani portiamo in Consiglio dei ministri due diversi programmi: uno sulla messa in sicurezza del territorio e sulle opere infrastrutturali; un altro per quanto riguarda gli indennizzi per le famiglie che hanno perso la casa e anche tutto il tema delle demolizioni necessarie».
«Stiamo facendo la differenza rispetto al 1997», ha aggiunto il presidente del Consiglio, che prima di lasciare il comune siciliano ha incontrato in Comune una delegazione di sfollati.