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2023-09-27
Ue in retro: no al bando permanente sul gas
Getty images
Viktor Sokolov è vivo o morto? A distanza di oltre quattro giorni dare una risposta certa sulla sorte del comandante della flotta russa del Mar Nero appare prematuro e imprudente. Le forze ucraine avevano rivendicato di averlo ucciso nell’attacco missilistico operato venerdì scorso a Sebastopoli ma, ad alimentare i dubbi e rimettere in discussione la tesi di Kiev, ieri è spuntato un video diffuso dall’agenzia di stampa russa Ria Novosti che mostrerebbe l’ammiraglio, collegato da remoto, ascoltare un discorso del ministro della Difesa Sergej Shoigu durante un incontro con alti ufficiali dell’esercito russo. A tal proposito è intervenuto direttamente il Cremlino che con una nota del portavoce Dmitry Peskov ha precisato di non aver al momento a disposizione nessuna informazione che possa confermare la morte di Sokolov.
Da Kiev si dicono pronti a verificare ogni tipo di informazione sulla presunta morte del comandante: «Poiché Mosca è stata costretta a diffondere urgentemente le immagini con un Sokolov apparentemente vivo, le nostre unità verificheranno nuovamente le informazioni», si legge in una nota diffusa su Telegram dal comando delle operazioni speciali, «34 ufficiali sono stati uccisi nell’attacco al quartier generale della flotta russa del Mar Nero. Molti non sono ancora stati identificati a causa della frammentazione dei corpi. Questo fa parte della procedura di raccolta dei dati sui risultati dell’operazione».
Anche da Washington predicano prudenza: «Siamo a conoscenza della notizia, diffusa da parte dell’Ucraina, dell’uccisione dell’ammiraglio russo Viktor Sokolov, così come del video che lo mostra ancora in vita. Non possiamo confermare nulla», ha detto il portavoce della Casa Bianca Karine Jean-Pierre.
Nel frattempo proseguono senza sosta i combattimenti. Nel tardo pomeriggio di lunedì 25 settembre, le forze russe hanno lanciato missili ad alta precisione contro un magazzino dell’esercito ucraino nella regione di Kherson, precisamente nei pressi del villaggio di Kiselevka, distruggendo 12 hangar e mettendo fuori uso oltre 3 tonnellate di munizioni. La risposta di Kiev non si è fatta attendere, ed è arrivata ieri mattina ieri mattina sempre nella porzione della regione di Kherson attualmente sotto il controllo russo, dove sarebbe stato colpito il quartier generale nemico a colpi di razzi a lancio multiplo Himars. Nell’attacco avrebbero perso la vita otto ufficiali dell’esercito di Mosca e ne sarebbero stati feriti altri sette. Esercito russo impegnato duramente anche a Zaporizhya dove, stando a quanto riferito dal ministero della Difesa, sono stati respinti due attacchi da parte della 71° brigata Jaeger e della 36° brigata aerea delle forze armate ucraine nei pressi del villaggio di Verbovoye. Secondo Mosca, nell’attacco Kiev avrebbe perso circa 70 uomini, oltre a cinque veicoli da combattimento di fanteria, mentre secondo quanto riferito da Shoigu nel corso di una riunione del consiglio del ministero della Difesa, nell’ultimo mese le forze armate russe avrebbero ucciso più di 17.000 militari ucraini e messo fuori uso oltre 2.700 unità di armi ed equipaggiamenti militari; mentre dall’inizio della controffensiva i numeri salgono a 66.000 soldati uccisi e 7.600 armi distrutte.
Ieri inoltre Shoigu ha incontrato a Mosca il generale libico Khalifa Haftar.
Per fare il punto sullo stato degli attacchi ucraini in territorio russo, è intervenuto ieri il capo dell’intelligence della Difesa ucraina Kryrylo Budanov: «Gli attacchi con i droni sul territorio dello Stato aggressore sono principalmente rivolti alle imprese dell’industria missilistica del complesso militare-industriale della Federazione russa», ha detto in un’intervista a The New Voice of Ukraine, «Un terzo delle imprese rilevanti si trova nella parte europea della Russia ed è accessibile a droni sconosciuti. Quando lanciamo determinate azioni miriamo a una sola cosa: rallentare la produzione di armi russe».
Intanto un’indagine avrebbe fatto chiarezza sul missile caduto il 15 novembre 2022 sul villaggio di Przewodów al confine tra Polonia e Ucraina che uccise due persone. Secondo gli esperti polacchi, citati dal quotidiano Rzeczpospolita, il missile è stato lanciato dalle forze ucraine, confermando quindi le ipotesi sull’errore dell’esercito di Kiev.
Sul fronte delle sanzioni dell’Europa alla Russia, invece, va segnalato un importante quanto inaspettato passo indietro per quanto riguarda lo stop al divieto di importazione di gas da Mosca. La notizia è filtrata dalla bozza di un emendamento secondo cui la Commissione europea avrebbe proposto di cancellare il divieto permanente all’import proposto dal Parlamento europeo, e di adottare la misura più morbida indicata dal Consiglio Ue che introduce per gli Stati membri la possibilità di optare per uno stop temporaneo «qualora ciò sia necessario per tutelare i loro interessi essenziali di sicurezza». Una sorta di compromesso che fa riflettere, partorito dopo due anni trascorsi a fare retorica sul non doversi indietreggiare di un centimetro all’importazione di gas dalla Russia, nonostante altri Paesi, Austria in primis, già lo facessero.
Trudeau se la prende con il Cremlino per coprire gli applausi a un nazista
Continua a far discutere la gaffe istituzionale che si è consumata alla Camera dei comuni canadese. Lo scorso venerdì, infatti, il premier Justin Trudeau ha ricevuto in pompa magna Volodymyr Zelensky al Parlamento di Ottawa. Per l’occasione, il presidente della Camera bassa, Anthony Rota, ha però avuto la bella idea di invitare Yaroslav Hunka, un reduce ucraino (con passaporto canadese) della seconda guerra mondiale. Rota, che è il primo speaker della Camera di origini italiane, ha presentato il vecchio soldato, che oggi ha 98 anni, come un «veterano che ha combattuto per l’indipendenza dell’Ucraina contro i russi», nonché come «un eroe ucraino e un eroe canadese».
Mal gliene incolse. Se il presidente della Camera avesse non tanto fatto qualche accertamento, ma anche solo aperto un manuale di storia per licei, avrebbe potuto appurare che gli ucraini, dal 1941 al 1945, combatterono sì contro i russi, ma al fianco della Germania hitleriana. Una circostanza che, a quanto pare, non ha impensierito neppure lo staff di Trudeau. Senonché, dato che nessuno si era preso la briga di vagliare le credenziali di Hunka, il vecchio reduce è stato salutato da una vera e propria standing ovation.
Peccato solo che, terminata la passerella, si sia scatenato il diluvio. A insorgere sono stati in particolare gli Amici del centro Simon Wiesenthal, una Ong ebraica che deve il suo nome, appunto, a Simon Wiesenthal, noto come il «cacciatore di nazisti». L’associazione ha quindi attaccato Rota, accusandolo di ignorare «il fatto orribile che Hunka ha servito nella 14° divisione Waffen grenadier delle Ss, un’unità militare nazista i cui crimini contro l’umanità durante l’Olocausto sono ben documentati». Per questo motivo, ha precisato l’associazione, l’invito del veterano è stato «scioccante» e «incredibilmente inquietante».
Allo stato attuale, non sappiamo se Yaroslav Hunka si sia macchiato in prima persona di crimini contro l’umanità (la responsabilità penale, infatti, è sempre individuale). Eppure, dovrebbe essere noto a tutti che il fronte orientale è stato il più cruento della seconda guerra mondiale. E non ci voleva certo una laurea in scienze storiche per sapere che gli ucraini, nel 1941, accolsero i tedeschi a braccia aperte: nessuno aveva dimenticato l’Holodomor, la carestia deliberatamente provocata dall’Unione Sovietica in Ucraina nei primi anni Trenta. La storia, si sa, è sempre complessa. Il nemico numero uno di oggi (la Russia) era ieri un importante alleato nella lotta contro le potenze dell’Asse.
A questo punto, per salvare la faccia, Rota ha provato a prendersi tutta la colpa dell’accaduto, con l’ufficio stampa del presidente Trudeau che ha negato ogni coinvolgimento del premier. Un goffo tentativo di smarcamento che, però, è stato subito stoppato da Pierre Poilievre, il leader dell’opposizione: «Si tratta di un grave errore di valutazione da parte di Justin Trudeau, il cui ufficio di protocollo si occupa di organizzare e approvare tutti gli ospiti e i programmi per visite di Stato di questo tipo». Per cui, ha evidenziato il segretario del Partito conservatore canadese, «il signor Trudeau deve scusarsi personalmente e non incolpare gli altri, come fa sempre».
Dopo giorni di silenzio, alla fine, il premier si è scusato: «Quanto accaduto è profondamente imbarazzante per il parlamento canadese e, per estensione, per tutti i canadesi», ha affermato Trudeau. Che poi, tuttavia, ha finito per peggiorare le cose, suggerendo che la Russia potrebbe strumentalizzare la vicenda, rilanciando lo slogan sulla «denazificazione» di Kiev: «Sarà davvero importante che tutti noi respingiamo la disinformazione russa e continuiamo a sostenere fermamente e inequivocabilmente l’Ucraina», ha chiosato il premier canadese. Quando si dice che la toppa è peggio del buco…
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La Commissione vuole cancellare il divieto di import proposto dall’Europarlamento. Giallo su Viktor Sokolov: la Russia diffonde un video dell’ammiraglio, considerato morto da Kiev. Varsavia: «Il missile caduto in Polonia era ucraino». Khalifa Haftar in visita a Mosca.Prima chiede scusa, poi accusa Vladimir Putin di voler strumentalizzare il caso contro Volodymyr Zelensky.Lo speciale contiene due articoliViktor Sokolov è vivo o morto? A distanza di oltre quattro giorni dare una risposta certa sulla sorte del comandante della flotta russa del Mar Nero appare prematuro e imprudente. Le forze ucraine avevano rivendicato di averlo ucciso nell’attacco missilistico operato venerdì scorso a Sebastopoli ma, ad alimentare i dubbi e rimettere in discussione la tesi di Kiev, ieri è spuntato un video diffuso dall’agenzia di stampa russa Ria Novosti che mostrerebbe l’ammiraglio, collegato da remoto, ascoltare un discorso del ministro della Difesa Sergej Shoigu durante un incontro con alti ufficiali dell’esercito russo. A tal proposito è intervenuto direttamente il Cremlino che con una nota del portavoce Dmitry Peskov ha precisato di non aver al momento a disposizione nessuna informazione che possa confermare la morte di Sokolov. Da Kiev si dicono pronti a verificare ogni tipo di informazione sulla presunta morte del comandante: «Poiché Mosca è stata costretta a diffondere urgentemente le immagini con un Sokolov apparentemente vivo, le nostre unità verificheranno nuovamente le informazioni», si legge in una nota diffusa su Telegram dal comando delle operazioni speciali, «34 ufficiali sono stati uccisi nell’attacco al quartier generale della flotta russa del Mar Nero. Molti non sono ancora stati identificati a causa della frammentazione dei corpi. Questo fa parte della procedura di raccolta dei dati sui risultati dell’operazione». Anche da Washington predicano prudenza: «Siamo a conoscenza della notizia, diffusa da parte dell’Ucraina, dell’uccisione dell’ammiraglio russo Viktor Sokolov, così come del video che lo mostra ancora in vita. Non possiamo confermare nulla», ha detto il portavoce della Casa Bianca Karine Jean-Pierre.Nel frattempo proseguono senza sosta i combattimenti. Nel tardo pomeriggio di lunedì 25 settembre, le forze russe hanno lanciato missili ad alta precisione contro un magazzino dell’esercito ucraino nella regione di Kherson, precisamente nei pressi del villaggio di Kiselevka, distruggendo 12 hangar e mettendo fuori uso oltre 3 tonnellate di munizioni. La risposta di Kiev non si è fatta attendere, ed è arrivata ieri mattina ieri mattina sempre nella porzione della regione di Kherson attualmente sotto il controllo russo, dove sarebbe stato colpito il quartier generale nemico a colpi di razzi a lancio multiplo Himars. Nell’attacco avrebbero perso la vita otto ufficiali dell’esercito di Mosca e ne sarebbero stati feriti altri sette. Esercito russo impegnato duramente anche a Zaporizhya dove, stando a quanto riferito dal ministero della Difesa, sono stati respinti due attacchi da parte della 71° brigata Jaeger e della 36° brigata aerea delle forze armate ucraine nei pressi del villaggio di Verbovoye. Secondo Mosca, nell’attacco Kiev avrebbe perso circa 70 uomini, oltre a cinque veicoli da combattimento di fanteria, mentre secondo quanto riferito da Shoigu nel corso di una riunione del consiglio del ministero della Difesa, nell’ultimo mese le forze armate russe avrebbero ucciso più di 17.000 militari ucraini e messo fuori uso oltre 2.700 unità di armi ed equipaggiamenti militari; mentre dall’inizio della controffensiva i numeri salgono a 66.000 soldati uccisi e 7.600 armi distrutte.Ieri inoltre Shoigu ha incontrato a Mosca il generale libico Khalifa Haftar. Per fare il punto sullo stato degli attacchi ucraini in territorio russo, è intervenuto ieri il capo dell’intelligence della Difesa ucraina Kryrylo Budanov: «Gli attacchi con i droni sul territorio dello Stato aggressore sono principalmente rivolti alle imprese dell’industria missilistica del complesso militare-industriale della Federazione russa», ha detto in un’intervista a The New Voice of Ukraine, «Un terzo delle imprese rilevanti si trova nella parte europea della Russia ed è accessibile a droni sconosciuti. Quando lanciamo determinate azioni miriamo a una sola cosa: rallentare la produzione di armi russe». Intanto un’indagine avrebbe fatto chiarezza sul missile caduto il 15 novembre 2022 sul villaggio di Przewodów al confine tra Polonia e Ucraina che uccise due persone. Secondo gli esperti polacchi, citati dal quotidiano Rzeczpospolita, il missile è stato lanciato dalle forze ucraine, confermando quindi le ipotesi sull’errore dell’esercito di Kiev.Sul fronte delle sanzioni dell’Europa alla Russia, invece, va segnalato un importante quanto inaspettato passo indietro per quanto riguarda lo stop al divieto di importazione di gas da Mosca. La notizia è filtrata dalla bozza di un emendamento secondo cui la Commissione europea avrebbe proposto di cancellare il divieto permanente all’import proposto dal Parlamento europeo, e di adottare la misura più morbida indicata dal Consiglio Ue che introduce per gli Stati membri la possibilità di optare per uno stop temporaneo «qualora ciò sia necessario per tutelare i loro interessi essenziali di sicurezza». Una sorta di compromesso che fa riflettere, partorito dopo due anni trascorsi a fare retorica sul non doversi indietreggiare di un centimetro all’importazione di gas dalla Russia, nonostante altri Paesi, Austria in primis, già lo facessero.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ue-in-retro-no-al-bando-permanente-sul-gas-2665738238.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="trudeau-se-la-prende-con-il-cremlino-per-coprire-gli-applausi-a-un-nazista" data-post-id="2665738238" data-published-at="1695756895" data-use-pagination="False"> Trudeau se la prende con il Cremlino per coprire gli applausi a un nazista Continua a far discutere la gaffe istituzionale che si è consumata alla Camera dei comuni canadese. Lo scorso venerdì, infatti, il premier Justin Trudeau ha ricevuto in pompa magna Volodymyr Zelensky al Parlamento di Ottawa. Per l’occasione, il presidente della Camera bassa, Anthony Rota, ha però avuto la bella idea di invitare Yaroslav Hunka, un reduce ucraino (con passaporto canadese) della seconda guerra mondiale. Rota, che è il primo speaker della Camera di origini italiane, ha presentato il vecchio soldato, che oggi ha 98 anni, come un «veterano che ha combattuto per l’indipendenza dell’Ucraina contro i russi», nonché come «un eroe ucraino e un eroe canadese». Mal gliene incolse. Se il presidente della Camera avesse non tanto fatto qualche accertamento, ma anche solo aperto un manuale di storia per licei, avrebbe potuto appurare che gli ucraini, dal 1941 al 1945, combatterono sì contro i russi, ma al fianco della Germania hitleriana. Una circostanza che, a quanto pare, non ha impensierito neppure lo staff di Trudeau. Senonché, dato che nessuno si era preso la briga di vagliare le credenziali di Hunka, il vecchio reduce è stato salutato da una vera e propria standing ovation. Peccato solo che, terminata la passerella, si sia scatenato il diluvio. A insorgere sono stati in particolare gli Amici del centro Simon Wiesenthal, una Ong ebraica che deve il suo nome, appunto, a Simon Wiesenthal, noto come il «cacciatore di nazisti». L’associazione ha quindi attaccato Rota, accusandolo di ignorare «il fatto orribile che Hunka ha servito nella 14° divisione Waffen grenadier delle Ss, un’unità militare nazista i cui crimini contro l’umanità durante l’Olocausto sono ben documentati». Per questo motivo, ha precisato l’associazione, l’invito del veterano è stato «scioccante» e «incredibilmente inquietante». Allo stato attuale, non sappiamo se Yaroslav Hunka si sia macchiato in prima persona di crimini contro l’umanità (la responsabilità penale, infatti, è sempre individuale). Eppure, dovrebbe essere noto a tutti che il fronte orientale è stato il più cruento della seconda guerra mondiale. E non ci voleva certo una laurea in scienze storiche per sapere che gli ucraini, nel 1941, accolsero i tedeschi a braccia aperte: nessuno aveva dimenticato l’Holodomor, la carestia deliberatamente provocata dall’Unione Sovietica in Ucraina nei primi anni Trenta. La storia, si sa, è sempre complessa. Il nemico numero uno di oggi (la Russia) era ieri un importante alleato nella lotta contro le potenze dell’Asse. A questo punto, per salvare la faccia, Rota ha provato a prendersi tutta la colpa dell’accaduto, con l’ufficio stampa del presidente Trudeau che ha negato ogni coinvolgimento del premier. Un goffo tentativo di smarcamento che, però, è stato subito stoppato da Pierre Poilievre, il leader dell’opposizione: «Si tratta di un grave errore di valutazione da parte di Justin Trudeau, il cui ufficio di protocollo si occupa di organizzare e approvare tutti gli ospiti e i programmi per visite di Stato di questo tipo». Per cui, ha evidenziato il segretario del Partito conservatore canadese, «il signor Trudeau deve scusarsi personalmente e non incolpare gli altri, come fa sempre». Dopo giorni di silenzio, alla fine, il premier si è scusato: «Quanto accaduto è profondamente imbarazzante per il parlamento canadese e, per estensione, per tutti i canadesi», ha affermato Trudeau. Che poi, tuttavia, ha finito per peggiorare le cose, suggerendo che la Russia potrebbe strumentalizzare la vicenda, rilanciando lo slogan sulla «denazificazione» di Kiev: «Sarà davvero importante che tutti noi respingiamo la disinformazione russa e continuiamo a sostenere fermamente e inequivocabilmente l’Ucraina», ha chiosato il premier canadese. Quando si dice che la toppa è peggio del buco…
Però, se per la Germania c’è solo da guadagnare, per l’Italia c’è solo da perdere e, dunque, il disegno è da respingere in blocco, perché se l’Ucraina diventasse membro della Ue saremmo cornuti e pure mazziati.
Cominciamo col dire che finora Kiev è costata all’Europa una montagna di miliardi e, siccome il nostro Paese è tra i contributori netti, ossia versa nelle casse di Bruxelles più soldi di quelli che riceve, una parte di quel denaro l’abbiamo pagata noi, cioè i contribuenti italiani. E se passasse il piano tedesco, saremmo ancora noi a sostenere la ricostruzione e l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione. Oltre all’assegno di 200 miliardi che la Ue ha già staccato, oltre a quello di 90 che presto staccherà, dovrà aggiungere molte altre decine di miliardi. Nessuno infatti si può illudere che sarà Mosca a finanziare la ricostruzione, né che i soldi arrivino dagli States: Trump lo ha già fatto capire e ha già stretto l’accordo sulle terre rare che più gli interessava.
L’aspetto più paradossale della proposta del cancelliere di latta (così lo chiamano in patria, dove il consenso è ai minimi) è che a Kiev, pur senza diritto di voto, sarebbe concesso ciò che a un Paese fondatore come l’Italia non è consentito, cioè di non rispettare alcun parametro di bilancio. A noi fanno la predica e minacciano sanzioni nel caso i conti pubblici sforino il limite dello zero virgola. Mentre con l’Ucraina - che tecnicamente, se non fosse sostenuta dai fondi europei (cioè nostri) sarebbe fallita - non si chiude un occhio ma tutti e due. Da anni neghiamo l’ingresso nella Ue alla Serbia e ad altri Paesi, ma con Kiev siamo pronti a srotolare i tappeti rossi. Inoltre, quella dei conti non sarebbe la sola eccezione. L’Europa pretende che gli Stati, oltre a soddisfare determinati parametri di bilancio, rispettino anche alcune regole democratiche, come elezioni, libertà di stampa, diritti delle opposizioni, lotta alla corruzione. E come si fa con un Paese dove la democrazia è sospesa dalla legge marziale, non si vota da tempo e l’opposizione, se non piace a Zelensky, non ha diritto di rappresentanza, mentre l’apparato statale è zeppo di ladri? Come si può accogliere a braccia aperte uno Stato che vieta l’espatrio ai propri cittadini che hanno l’età per essere mandati al fronte? Anche un bambino capirebbe che non puoi far entrare in pace un Paese che è in guerra, perché significherebbe portare dentro casa un conflitto. Ma a Merz tutto ciò importa poco. Al cancelliere, che è riuscito nell’incredibile opera di far scavalcare la sua Cdu dal partito di destra Afd, importa di salvare la poltrona con un incredibile gioco di prestigio, ovvero rilanciare un’economia in crisi con la ricostruzione dopo la guerra.
L’ingresso dell’Ucraina, oltre alle incongruenze e ai probabili costi, avrebbe anche un secondo effetto. Kiev ha una importante produzione agricola e domani, se facesse parte della Ue, avrebbe diritto a ricevere i fondi che oggi vengono divisi fra i principali Paesi dell’Unione. In pratica, la torta dei soldi Ue, che già oggi non riesce a soddisfare le esigenze degli agricoltori, dovrebbe essere divisa con il nuovo ospite che, viste le dimensioni della sua produzione, rischia di prendersi la fetta più grossa. Insomma, avete capito. Così come su gas e bollette il sostegno a Kiev non è stato gratis (ricordate la celebre frase di Mario Draghi, «si tratta di scegliere tra pace e aria condizionata»?), così fare entrare l’Ucraina nella Ue e consentirle di beneficiare dei finanziamenti a sostegno della propria economia non sarebbe indolore, bensì una mossa che verrebbe pagata da contribuenti e produttori.
In altre parole, Merz vuole applicare la solita ricetta würstel e crauti, dove noi però saremmo il würstel. Non so voi, ma io di finire nel piatto della Germania non ho alcuna voglia.
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Vladimir Putin (Ansa)
Rispondere a questa domanda è complesso. Sebbene la Russia sia effettivamente all’offensiva da diverso tempo, l’intensità e l’efficacia delle sue azioni militari sono molto variabili e incostanti, e le linee difensive ucraine non sono affatto crollate. La Russia non ha ottenuto ancora gli obiettivi che si era prefissata: il controllo totale del Donbass e la cosiddetta «denazificazione» del Paese, che si risolverebbe nel cambio di regime e nell’identificazione di un nuovo leader ucraino più vicino agli interessi di Mosca. Conseguentemente, è decisamente difficile sostenere che Vladimir Putin stia vincendo o abbia raggiunto i suoi scopi: voleva rendere l’Ucraina russa, ma il risultato ottenuto è che Kiev si è molto avvicinata all’Europa; puntava a fermare l’espansione della Nato, mentre Finlandia e Svezia hanno aderito all’Alleanza successivamente al suo attacco. In ogni caso, il dato incontrovertibile è che il conflitto continua, e probabilmente sarà proprio il fattore tempo l’elemento chiave a determinarne le sorti. Per quanto tempo il Cremlino sarà disposto e soprattutto sarà in grado di sostenere uno sforzo bellico di tale intensità? Difficile pronosticarlo, anche se non bisogna mai sottovalutare la pazienza e la resilienza russa. Inoltre, gli europei continuano a non mettere nel conto che la Russia dispone di un arsenale nucleare imponente, che ovviamente ci auguriamo tutti non venga mai utilizzato.
E nell’altro campo, per quanto tempo l’Ucraina sarà capace di resistere? Ma soprattutto, per quanto ancora i Paesi occidentali potranno e vorranno sostenerla? Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha recentemente formalizzato la sua proposta di concedere all’Ucraina una «membership associata» all’Ue. L’obiettivo dovrebbe essere quello di accelerare l’integrazione di fatto mentre sono in corso i negoziati con la Russia. Secondo il cancelliere, sarebbe una tappa verso la piena adesione. Ma dietro al pragmatismo di questa mossa si nasconde una pericolosa trappola: si creerebbe una sorta di «sala d’attesa» dove tenere gli ucraini ancora a lungo, forse per sempre. Nella Ue manca assolutamente la volontà politica comune necessaria per affrontare i problemi legati all’adesione dell’Ucraina. La «membership associata» proposta da Merz assomiglia a un’adesione fittizia, come i villaggi di cartapesta fatti costruire dal principe Grigorij Potemkin per Caterina II di Russia. La verità è che l’Ucraina rappresenta un serio problema, e forse anche un pericolo per l’Ue, perché è considerata da molti come troppo grande, pericolosa o corrotta per essere ammessa nel consesso europeo. Alcuni affermano addirittura che con l’adesione ci troveremmo con un milione di ex combattenti, capaci di maneggiare le armi, liberi di circolare nell’Ue: preoccupazioni o accuse che possono sembrare eccessive o infondate, ma di fatto riflettono le percezioni in alcune capitali. In ogni caso nessun leader sembra essere disposto a rischiare per far entrare l’Ucraina, stante l’ostilità più o meno accentuate delle opinioni pubbliche.
Ma c’è un secondo e più grande problema: la Ue sclerotizzata non è capace di riformarsi per procedere a un nuovo grande allargamento. Ventidue anni dopo la riunificazione con i Paesi dell’ex blocco di Varsavia e 13 anni dopo l’ultima adesione della Croazia, la domanda rimane sempre la stessa: l’Ue è in grado di mantenere le sue promesse di integrazione e armonizzazione per un efficace allargamento?
A tutto ciò bisogna aggiungere che la geopolitica mondiale è in continuo movimento. Alcuni osservatori informati sostengono che nel recente vertice a Pechino tra Xi Jinping e Donald Trump il leader cinese abbia ribadito che non è possibile immaginare che la Russia perda la guerra. Non a caso subito dopo ha ricevuto, in pompa magna, proprio il leader russo Vladimir Putin. L’Europa, oltre che Kiev, è avvertita. Per cui sarebbe consigliabile che i soloni di Bruxelles accogliessero le disponibilità russe per l’apertura di un negoziato invece di prendere tempo nella ricerca di un negoziatore, e usassero nello stesso tempo più cautela nell’affermare che Volodymyr Zelensky stia vincendo la guerra, perché corrono il rischio molto alto di cadere semplicemente in una illusione ottica.
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Matteo Messina Denaro (Ansa)
I 200 milioni di euro sequestrati ieri dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo sono il perimetro di una ricchezza smisurata che affonda le radici negli anni Ottanta, quando i narcos siciliani cominciavano a moltiplicare il denaro della droga con una velocità che la mafia dei corleonesi non aveva mai conosciuto. Il blitz, coordinato dal procuratore Maurizio de Lucia e dall’aggiunto Vito Di Giorgio ha attraversato mezzo mondo: da Palermo e Trapani a Marbella, da Puerto Banùs, Malaga e Benahavis alla Svizzera, dal Principato di Monaco al Libano, ad Andorra, alle Isole Cayman e a Gibilterra.
Eppure, la scena iniziale sembra quasi stonata rispetto alla montagna di denaro saltata fuori. Giacomo Tamburello, 66 anni, definito come uno storico trafficante di hashish e indicato da chi indaga come vicino, da sempre, a Matteo Messina Denaro, viveva ai domiciliari nella piccola casa della madre, a Campobello di Mazara. Apparentemente ormai ai margini. In realtà, secondo l’inchiesta della Guardia di finanza, sarebbe il custode del tesoro. Quando è scattato il blitz, Tamburello è stato arrestato in provincia di Trapani. Nello stesso momento, in Spagna, sono finite in manette l’ex moglie Maria Antonina Bruno e il figlio Luca.
Intanto i finanzieri del Gico del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Palermo mettevano i sigilli a beni, società e disponibilità finanziarie. Gli inquirenti gli contestano l’autoriciclaggio aggravato dall’avere «agevolato l’attività dell’associazione mafiosa». Ma per capire la portata dell’inchiesta bisogna tornare indietro. Gli investigatori ricostruiscono un sistema economico costruito nel tempo. Secondo i collaboratori di giustizia, Tamburello sarebbe uno dei grandi snodi. Vincenzo Spezia, storico esponente della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, ha raccontato ai magistrati gli intrecci tra Messina Denaro e Tamburello, sostenendo che risalirebbero «al 1983». Finora, spiegano gli investigatori, lo Stato è riuscito a sequestrare a Messina Denaro e ai suoi prestanome circa 4 miliardi di euro.
Ma gli inquirenti sono convinti che quella cifra rappresenti soltanto una porzione della reale disponibilità economica del boss morto dopo 30anni di latitanza. L’inchiesta è nata quasi per caso tre anni fa. Ad Agosto, a Madrid, un finanziere in servizio all’ambasciata italiana segnala al Gico di Palermo una situazione anomala: l’ex moglie di Tamburello, casalinga, risulta avere 12 milioni di euro in conti lussemburghesi e 1 milione e mezzo ad Andorra. L’intuizione avvia l’azione investigativa. Madre e figlio avevano aperto i primi conti ad Andorra nel 2005. Poi erano partiti i trasferimenti internazionali. Conti, società, partecipazioni, immobili, carte di credito, investimenti. Dal 2000 Tamburello e la moglie risultavano separati consensualmente. Lui aveva ufficialmente un’altra compagna. Ma il patrimonio familiare continuava a essere amministrato proprio dall’ex moglie e dal figlio, residenti fra Marbella e la Costa del Sol. Gli investigatori intercettano anche una preoccupazione. Madre e figlio avrebbero valutato di trasferire a Dubai parte delle ricchezze per sottrarle alle indagini. Non hanno fatto in tempo.
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Kaja Kallas (Ansa)
Ieri mattina, a margine della riunione del Consiglio affari esteri dell’Ue a Cipro, Kallas ha annunciato davanti ai giornalisti che i diplomatici americani hanno abbandonato Kiev, ma è falso. «Da quanto abbiamo appreso ieri (mercoledì, ndr) dall’Ucraina, tutte le ambasciate sono rimaste tranne una. Anche questo richiede coraggio da parte di tali ambasciate. Tutti gli Stati europei sono rimasti, l’America se n'è andata», ha detto ai microfoni. Neanche troppo velatamente, ha tacciato la Casa Bianca di non essere risoluta, avendo ceduto alle richieste russe di far evacuare il personale diplomatico dalla capitale ucraina.
Inevitabile è stata la pioggia di smentite. Sul sito dell’ambasciata americana in Ucraina, nella sezione «News», compare la scritta: «L’ambasciata degli Stati Uniti è aperta». Nel portale viene specificato: «Non ci sono cambiamenti nelle nostre operazioni e le notizie contrarie sono false. Il Dipartimento di Stato non ha priorità più alta della sicurezza dei cittadini americani e rivede regolarmente il livello di sicurezza dell’ambasciata di Kiev». Anche l’Ucraina non ha potuto fare altro che negare quanto affermato dall’alleata europea. Il portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Georgiy Tykhyi, ha spiegato che «le informazioni sulla partenza dell’ambasciata statunitense non sono vere».
Peraltro, perfino Mosca ha ammesso che da Washington non ha ricevuto alcuna risposta sulla richiesta di evacuazione. «La Russia ha trasmesso una raccomandazione agli Stati Uniti attraverso i canali appropriati riguardo agli attacchi su Kiev, ma non c’è stata ancora alcuna risposta. Nessun messaggio è stato trasmesso da Donald Trump a Vladimir Putin», ha riferito il consigliere presidenziale russo, Yuri Ushakov.
Non deve essere stato poco l’imbarazzo a Bruxelles. Sul sito dell’Ue che riporta la trascrizione delle domande e risposte con i giornalisti, l’affermazione di Kallas è stata modificata. Ora si legge: «Da quanto abbiamo appreso ieri dall’Ucraina, tutte le ambasciate sono rimaste*, il che richiede coraggio da parte di queste ambasciate, ma sì, tutti gli europei sono rimasti*». Gli asterischi sono doverosi perché, al termine della dichiarazione, compare tra parentesi: «*Aggiornato con una correzione riguardo alla presenza diplomatica a Kiev».
Il granchio preso da Kallas, la cui portavoce ha comicamente parlato di un «fraintendimento» nella conversazione col ministro degli Esteri ucraino, suggerisce ancora una volta che la sua nomina ad Alto rappresentante Ue non è probabilmente stata una delle scelte più lungimiranti. Nel 2009, quando Bruxelles ha riformato questo ruolo introducendo una sorta di «ministro» degli Esteri dell’Ue, era convinta di aver risposto al quesito del celebre diplomatico americano Henry Kissinger: «Chi devo chiamare se voglio parlare l’Europa?». Eppure, tralasciando il fatto se ci sia riuscita oppure no, se a qualche cancelleria venisse da snobbare la Kallas, non ci sarebbe troppo da sorprendersi. La donna, ex primo ministro dell’Estonia e ora alla guida della politica estera europea, non ha mai dimostrato la statura del diplomatico. Passo dopo passo, ha collezionato figuracce che hanno assottigliato la sua fragile credibilità. Aveva dichiarato che per lei era una «novità» che Mosca e Pechino avessero sconfitto il nazismo e il fascismo nella Seconda guerra mondiale. E, dimostrando che forse non era la prima della classe a scuola, aveva persino sentenziato: «In 100 anni la Russia ha attaccato 19 Paesi, alcuni dei quali anche tre o quattro volte. Ma nessuno ha attaccato la Russia in quel periodo». Essere estoni, e dunque aver subito l’occupazione sovietica, non esime dal conoscere la storia delle guerre mondiali.
Bruxelles ha a lungo definito la «disinformazione» come la maggiore minaccia alla democrazia. Poi i vertici europei sono i primi a non accertarsi se stanno comunicando o meno notizie veritiere.
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