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2023-09-27
Ue in retro: no al bando permanente sul gas
Getty images
Viktor Sokolov è vivo o morto? A distanza di oltre quattro giorni dare una risposta certa sulla sorte del comandante della flotta russa del Mar Nero appare prematuro e imprudente. Le forze ucraine avevano rivendicato di averlo ucciso nell’attacco missilistico operato venerdì scorso a Sebastopoli ma, ad alimentare i dubbi e rimettere in discussione la tesi di Kiev, ieri è spuntato un video diffuso dall’agenzia di stampa russa Ria Novosti che mostrerebbe l’ammiraglio, collegato da remoto, ascoltare un discorso del ministro della Difesa Sergej Shoigu durante un incontro con alti ufficiali dell’esercito russo. A tal proposito è intervenuto direttamente il Cremlino che con una nota del portavoce Dmitry Peskov ha precisato di non aver al momento a disposizione nessuna informazione che possa confermare la morte di Sokolov.
Da Kiev si dicono pronti a verificare ogni tipo di informazione sulla presunta morte del comandante: «Poiché Mosca è stata costretta a diffondere urgentemente le immagini con un Sokolov apparentemente vivo, le nostre unità verificheranno nuovamente le informazioni», si legge in una nota diffusa su Telegram dal comando delle operazioni speciali, «34 ufficiali sono stati uccisi nell’attacco al quartier generale della flotta russa del Mar Nero. Molti non sono ancora stati identificati a causa della frammentazione dei corpi. Questo fa parte della procedura di raccolta dei dati sui risultati dell’operazione».
Anche da Washington predicano prudenza: «Siamo a conoscenza della notizia, diffusa da parte dell’Ucraina, dell’uccisione dell’ammiraglio russo Viktor Sokolov, così come del video che lo mostra ancora in vita. Non possiamo confermare nulla», ha detto il portavoce della Casa Bianca Karine Jean-Pierre.
Nel frattempo proseguono senza sosta i combattimenti. Nel tardo pomeriggio di lunedì 25 settembre, le forze russe hanno lanciato missili ad alta precisione contro un magazzino dell’esercito ucraino nella regione di Kherson, precisamente nei pressi del villaggio di Kiselevka, distruggendo 12 hangar e mettendo fuori uso oltre 3 tonnellate di munizioni. La risposta di Kiev non si è fatta attendere, ed è arrivata ieri mattina ieri mattina sempre nella porzione della regione di Kherson attualmente sotto il controllo russo, dove sarebbe stato colpito il quartier generale nemico a colpi di razzi a lancio multiplo Himars. Nell’attacco avrebbero perso la vita otto ufficiali dell’esercito di Mosca e ne sarebbero stati feriti altri sette. Esercito russo impegnato duramente anche a Zaporizhya dove, stando a quanto riferito dal ministero della Difesa, sono stati respinti due attacchi da parte della 71° brigata Jaeger e della 36° brigata aerea delle forze armate ucraine nei pressi del villaggio di Verbovoye. Secondo Mosca, nell’attacco Kiev avrebbe perso circa 70 uomini, oltre a cinque veicoli da combattimento di fanteria, mentre secondo quanto riferito da Shoigu nel corso di una riunione del consiglio del ministero della Difesa, nell’ultimo mese le forze armate russe avrebbero ucciso più di 17.000 militari ucraini e messo fuori uso oltre 2.700 unità di armi ed equipaggiamenti militari; mentre dall’inizio della controffensiva i numeri salgono a 66.000 soldati uccisi e 7.600 armi distrutte.
Ieri inoltre Shoigu ha incontrato a Mosca il generale libico Khalifa Haftar.
Per fare il punto sullo stato degli attacchi ucraini in territorio russo, è intervenuto ieri il capo dell’intelligence della Difesa ucraina Kryrylo Budanov: «Gli attacchi con i droni sul territorio dello Stato aggressore sono principalmente rivolti alle imprese dell’industria missilistica del complesso militare-industriale della Federazione russa», ha detto in un’intervista a The New Voice of Ukraine, «Un terzo delle imprese rilevanti si trova nella parte europea della Russia ed è accessibile a droni sconosciuti. Quando lanciamo determinate azioni miriamo a una sola cosa: rallentare la produzione di armi russe».
Intanto un’indagine avrebbe fatto chiarezza sul missile caduto il 15 novembre 2022 sul villaggio di Przewodów al confine tra Polonia e Ucraina che uccise due persone. Secondo gli esperti polacchi, citati dal quotidiano Rzeczpospolita, il missile è stato lanciato dalle forze ucraine, confermando quindi le ipotesi sull’errore dell’esercito di Kiev.
Sul fronte delle sanzioni dell’Europa alla Russia, invece, va segnalato un importante quanto inaspettato passo indietro per quanto riguarda lo stop al divieto di importazione di gas da Mosca. La notizia è filtrata dalla bozza di un emendamento secondo cui la Commissione europea avrebbe proposto di cancellare il divieto permanente all’import proposto dal Parlamento europeo, e di adottare la misura più morbida indicata dal Consiglio Ue che introduce per gli Stati membri la possibilità di optare per uno stop temporaneo «qualora ciò sia necessario per tutelare i loro interessi essenziali di sicurezza». Una sorta di compromesso che fa riflettere, partorito dopo due anni trascorsi a fare retorica sul non doversi indietreggiare di un centimetro all’importazione di gas dalla Russia, nonostante altri Paesi, Austria in primis, già lo facessero.
Trudeau se la prende con il Cremlino per coprire gli applausi a un nazista
Continua a far discutere la gaffe istituzionale che si è consumata alla Camera dei comuni canadese. Lo scorso venerdì, infatti, il premier Justin Trudeau ha ricevuto in pompa magna Volodymyr Zelensky al Parlamento di Ottawa. Per l’occasione, il presidente della Camera bassa, Anthony Rota, ha però avuto la bella idea di invitare Yaroslav Hunka, un reduce ucraino (con passaporto canadese) della seconda guerra mondiale. Rota, che è il primo speaker della Camera di origini italiane, ha presentato il vecchio soldato, che oggi ha 98 anni, come un «veterano che ha combattuto per l’indipendenza dell’Ucraina contro i russi», nonché come «un eroe ucraino e un eroe canadese».
Mal gliene incolse. Se il presidente della Camera avesse non tanto fatto qualche accertamento, ma anche solo aperto un manuale di storia per licei, avrebbe potuto appurare che gli ucraini, dal 1941 al 1945, combatterono sì contro i russi, ma al fianco della Germania hitleriana. Una circostanza che, a quanto pare, non ha impensierito neppure lo staff di Trudeau. Senonché, dato che nessuno si era preso la briga di vagliare le credenziali di Hunka, il vecchio reduce è stato salutato da una vera e propria standing ovation.
Peccato solo che, terminata la passerella, si sia scatenato il diluvio. A insorgere sono stati in particolare gli Amici del centro Simon Wiesenthal, una Ong ebraica che deve il suo nome, appunto, a Simon Wiesenthal, noto come il «cacciatore di nazisti». L’associazione ha quindi attaccato Rota, accusandolo di ignorare «il fatto orribile che Hunka ha servito nella 14° divisione Waffen grenadier delle Ss, un’unità militare nazista i cui crimini contro l’umanità durante l’Olocausto sono ben documentati». Per questo motivo, ha precisato l’associazione, l’invito del veterano è stato «scioccante» e «incredibilmente inquietante».
Allo stato attuale, non sappiamo se Yaroslav Hunka si sia macchiato in prima persona di crimini contro l’umanità (la responsabilità penale, infatti, è sempre individuale). Eppure, dovrebbe essere noto a tutti che il fronte orientale è stato il più cruento della seconda guerra mondiale. E non ci voleva certo una laurea in scienze storiche per sapere che gli ucraini, nel 1941, accolsero i tedeschi a braccia aperte: nessuno aveva dimenticato l’Holodomor, la carestia deliberatamente provocata dall’Unione Sovietica in Ucraina nei primi anni Trenta. La storia, si sa, è sempre complessa. Il nemico numero uno di oggi (la Russia) era ieri un importante alleato nella lotta contro le potenze dell’Asse.
A questo punto, per salvare la faccia, Rota ha provato a prendersi tutta la colpa dell’accaduto, con l’ufficio stampa del presidente Trudeau che ha negato ogni coinvolgimento del premier. Un goffo tentativo di smarcamento che, però, è stato subito stoppato da Pierre Poilievre, il leader dell’opposizione: «Si tratta di un grave errore di valutazione da parte di Justin Trudeau, il cui ufficio di protocollo si occupa di organizzare e approvare tutti gli ospiti e i programmi per visite di Stato di questo tipo». Per cui, ha evidenziato il segretario del Partito conservatore canadese, «il signor Trudeau deve scusarsi personalmente e non incolpare gli altri, come fa sempre».
Dopo giorni di silenzio, alla fine, il premier si è scusato: «Quanto accaduto è profondamente imbarazzante per il parlamento canadese e, per estensione, per tutti i canadesi», ha affermato Trudeau. Che poi, tuttavia, ha finito per peggiorare le cose, suggerendo che la Russia potrebbe strumentalizzare la vicenda, rilanciando lo slogan sulla «denazificazione» di Kiev: «Sarà davvero importante che tutti noi respingiamo la disinformazione russa e continuiamo a sostenere fermamente e inequivocabilmente l’Ucraina», ha chiosato il premier canadese. Quando si dice che la toppa è peggio del buco…
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La Commissione vuole cancellare il divieto di import proposto dall’Europarlamento. Giallo su Viktor Sokolov: la Russia diffonde un video dell’ammiraglio, considerato morto da Kiev. Varsavia: «Il missile caduto in Polonia era ucraino». Khalifa Haftar in visita a Mosca.Prima chiede scusa, poi accusa Vladimir Putin di voler strumentalizzare il caso contro Volodymyr Zelensky.Lo speciale contiene due articoliViktor Sokolov è vivo o morto? A distanza di oltre quattro giorni dare una risposta certa sulla sorte del comandante della flotta russa del Mar Nero appare prematuro e imprudente. Le forze ucraine avevano rivendicato di averlo ucciso nell’attacco missilistico operato venerdì scorso a Sebastopoli ma, ad alimentare i dubbi e rimettere in discussione la tesi di Kiev, ieri è spuntato un video diffuso dall’agenzia di stampa russa Ria Novosti che mostrerebbe l’ammiraglio, collegato da remoto, ascoltare un discorso del ministro della Difesa Sergej Shoigu durante un incontro con alti ufficiali dell’esercito russo. A tal proposito è intervenuto direttamente il Cremlino che con una nota del portavoce Dmitry Peskov ha precisato di non aver al momento a disposizione nessuna informazione che possa confermare la morte di Sokolov. Da Kiev si dicono pronti a verificare ogni tipo di informazione sulla presunta morte del comandante: «Poiché Mosca è stata costretta a diffondere urgentemente le immagini con un Sokolov apparentemente vivo, le nostre unità verificheranno nuovamente le informazioni», si legge in una nota diffusa su Telegram dal comando delle operazioni speciali, «34 ufficiali sono stati uccisi nell’attacco al quartier generale della flotta russa del Mar Nero. Molti non sono ancora stati identificati a causa della frammentazione dei corpi. Questo fa parte della procedura di raccolta dei dati sui risultati dell’operazione». Anche da Washington predicano prudenza: «Siamo a conoscenza della notizia, diffusa da parte dell’Ucraina, dell’uccisione dell’ammiraglio russo Viktor Sokolov, così come del video che lo mostra ancora in vita. Non possiamo confermare nulla», ha detto il portavoce della Casa Bianca Karine Jean-Pierre.Nel frattempo proseguono senza sosta i combattimenti. Nel tardo pomeriggio di lunedì 25 settembre, le forze russe hanno lanciato missili ad alta precisione contro un magazzino dell’esercito ucraino nella regione di Kherson, precisamente nei pressi del villaggio di Kiselevka, distruggendo 12 hangar e mettendo fuori uso oltre 3 tonnellate di munizioni. La risposta di Kiev non si è fatta attendere, ed è arrivata ieri mattina ieri mattina sempre nella porzione della regione di Kherson attualmente sotto il controllo russo, dove sarebbe stato colpito il quartier generale nemico a colpi di razzi a lancio multiplo Himars. Nell’attacco avrebbero perso la vita otto ufficiali dell’esercito di Mosca e ne sarebbero stati feriti altri sette. Esercito russo impegnato duramente anche a Zaporizhya dove, stando a quanto riferito dal ministero della Difesa, sono stati respinti due attacchi da parte della 71° brigata Jaeger e della 36° brigata aerea delle forze armate ucraine nei pressi del villaggio di Verbovoye. Secondo Mosca, nell’attacco Kiev avrebbe perso circa 70 uomini, oltre a cinque veicoli da combattimento di fanteria, mentre secondo quanto riferito da Shoigu nel corso di una riunione del consiglio del ministero della Difesa, nell’ultimo mese le forze armate russe avrebbero ucciso più di 17.000 militari ucraini e messo fuori uso oltre 2.700 unità di armi ed equipaggiamenti militari; mentre dall’inizio della controffensiva i numeri salgono a 66.000 soldati uccisi e 7.600 armi distrutte.Ieri inoltre Shoigu ha incontrato a Mosca il generale libico Khalifa Haftar. Per fare il punto sullo stato degli attacchi ucraini in territorio russo, è intervenuto ieri il capo dell’intelligence della Difesa ucraina Kryrylo Budanov: «Gli attacchi con i droni sul territorio dello Stato aggressore sono principalmente rivolti alle imprese dell’industria missilistica del complesso militare-industriale della Federazione russa», ha detto in un’intervista a The New Voice of Ukraine, «Un terzo delle imprese rilevanti si trova nella parte europea della Russia ed è accessibile a droni sconosciuti. Quando lanciamo determinate azioni miriamo a una sola cosa: rallentare la produzione di armi russe». Intanto un’indagine avrebbe fatto chiarezza sul missile caduto il 15 novembre 2022 sul villaggio di Przewodów al confine tra Polonia e Ucraina che uccise due persone. Secondo gli esperti polacchi, citati dal quotidiano Rzeczpospolita, il missile è stato lanciato dalle forze ucraine, confermando quindi le ipotesi sull’errore dell’esercito di Kiev.Sul fronte delle sanzioni dell’Europa alla Russia, invece, va segnalato un importante quanto inaspettato passo indietro per quanto riguarda lo stop al divieto di importazione di gas da Mosca. La notizia è filtrata dalla bozza di un emendamento secondo cui la Commissione europea avrebbe proposto di cancellare il divieto permanente all’import proposto dal Parlamento europeo, e di adottare la misura più morbida indicata dal Consiglio Ue che introduce per gli Stati membri la possibilità di optare per uno stop temporaneo «qualora ciò sia necessario per tutelare i loro interessi essenziali di sicurezza». Una sorta di compromesso che fa riflettere, partorito dopo due anni trascorsi a fare retorica sul non doversi indietreggiare di un centimetro all’importazione di gas dalla Russia, nonostante altri Paesi, Austria in primis, già lo facessero.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ue-in-retro-no-al-bando-permanente-sul-gas-2665738238.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="trudeau-se-la-prende-con-il-cremlino-per-coprire-gli-applausi-a-un-nazista" data-post-id="2665738238" data-published-at="1695756895" data-use-pagination="False"> Trudeau se la prende con il Cremlino per coprire gli applausi a un nazista Continua a far discutere la gaffe istituzionale che si è consumata alla Camera dei comuni canadese. Lo scorso venerdì, infatti, il premier Justin Trudeau ha ricevuto in pompa magna Volodymyr Zelensky al Parlamento di Ottawa. Per l’occasione, il presidente della Camera bassa, Anthony Rota, ha però avuto la bella idea di invitare Yaroslav Hunka, un reduce ucraino (con passaporto canadese) della seconda guerra mondiale. Rota, che è il primo speaker della Camera di origini italiane, ha presentato il vecchio soldato, che oggi ha 98 anni, come un «veterano che ha combattuto per l’indipendenza dell’Ucraina contro i russi», nonché come «un eroe ucraino e un eroe canadese». Mal gliene incolse. Se il presidente della Camera avesse non tanto fatto qualche accertamento, ma anche solo aperto un manuale di storia per licei, avrebbe potuto appurare che gli ucraini, dal 1941 al 1945, combatterono sì contro i russi, ma al fianco della Germania hitleriana. Una circostanza che, a quanto pare, non ha impensierito neppure lo staff di Trudeau. Senonché, dato che nessuno si era preso la briga di vagliare le credenziali di Hunka, il vecchio reduce è stato salutato da una vera e propria standing ovation. Peccato solo che, terminata la passerella, si sia scatenato il diluvio. A insorgere sono stati in particolare gli Amici del centro Simon Wiesenthal, una Ong ebraica che deve il suo nome, appunto, a Simon Wiesenthal, noto come il «cacciatore di nazisti». L’associazione ha quindi attaccato Rota, accusandolo di ignorare «il fatto orribile che Hunka ha servito nella 14° divisione Waffen grenadier delle Ss, un’unità militare nazista i cui crimini contro l’umanità durante l’Olocausto sono ben documentati». Per questo motivo, ha precisato l’associazione, l’invito del veterano è stato «scioccante» e «incredibilmente inquietante». Allo stato attuale, non sappiamo se Yaroslav Hunka si sia macchiato in prima persona di crimini contro l’umanità (la responsabilità penale, infatti, è sempre individuale). Eppure, dovrebbe essere noto a tutti che il fronte orientale è stato il più cruento della seconda guerra mondiale. E non ci voleva certo una laurea in scienze storiche per sapere che gli ucraini, nel 1941, accolsero i tedeschi a braccia aperte: nessuno aveva dimenticato l’Holodomor, la carestia deliberatamente provocata dall’Unione Sovietica in Ucraina nei primi anni Trenta. La storia, si sa, è sempre complessa. Il nemico numero uno di oggi (la Russia) era ieri un importante alleato nella lotta contro le potenze dell’Asse. A questo punto, per salvare la faccia, Rota ha provato a prendersi tutta la colpa dell’accaduto, con l’ufficio stampa del presidente Trudeau che ha negato ogni coinvolgimento del premier. Un goffo tentativo di smarcamento che, però, è stato subito stoppato da Pierre Poilievre, il leader dell’opposizione: «Si tratta di un grave errore di valutazione da parte di Justin Trudeau, il cui ufficio di protocollo si occupa di organizzare e approvare tutti gli ospiti e i programmi per visite di Stato di questo tipo». Per cui, ha evidenziato il segretario del Partito conservatore canadese, «il signor Trudeau deve scusarsi personalmente e non incolpare gli altri, come fa sempre». Dopo giorni di silenzio, alla fine, il premier si è scusato: «Quanto accaduto è profondamente imbarazzante per il parlamento canadese e, per estensione, per tutti i canadesi», ha affermato Trudeau. Che poi, tuttavia, ha finito per peggiorare le cose, suggerendo che la Russia potrebbe strumentalizzare la vicenda, rilanciando lo slogan sulla «denazificazione» di Kiev: «Sarà davvero importante che tutti noi respingiamo la disinformazione russa e continuiamo a sostenere fermamente e inequivocabilmente l’Ucraina», ha chiosato il premier canadese. Quando si dice che la toppa è peggio del buco…
Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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Il carcere La Dogaia di Prato (Ansa)
Ciò che ha spinto, fondamentalmente, il tribunale di sorveglianza a intervenire per le suddette condizioni degradanti è consistito nella constatazione dello stato di sovraffollamento. Il tribunale ha accertato che l’uomo è rimasto, secondo quanto riportava ieri QN, per 2.026 giorni nella cella insieme ad altri due detenuti vivendo in spazi troppo angusti e troppo ristretti. Inoltre, come prevede la legge, ha usufruito dello sconto di un giorno in carcere ogni dieci sempre per il medesimo affollamento. In più, riceverà 288 euro a titolo di risarcimento per gli altri 16 giorni di detenzione «degradante».
Non c’è dubbio che il sovraffollamento vada contro il dettato della Costituzione che prevede il carcere come un luogo dove si viva in condizioni di dignità umana e che non sia solo un luogo di pena ma anche di riabilitazione.
Detto questo, il povero pedofilo avrà lo sconto di pena perché la cella è piccola. E la cella dalla quale per anni ha tentato di uscire il minore - non specifichiamo sesso ed età per rispetto - vittima del pedofilo? Quella è stretta o è larga? Noi pensiamo che sia stata una cella strettissima, angusta, angosciante e che, certamente, uscire da quella cella non è stato e non sarà un cammino semplice. Quel minore che risarcimento ha avuto? Non lo sappiamo, ma temiamo nessuno, come l’esperienza ci dice e ci ha insegnato per molti anni. A confronto il pedofilo piglia circa 300 euro che, per carità, sono un nulla, ma si fa un bel po’ meno di carcere perché le condizioni della sua cella, evidentemente, hanno un peso maggiore di quello della cella nella quale ha dovuto convivere quella vittima, che oggi ha più di 20 anni, insieme ai suoi amici e alle sue amiche.
Ora, è ovvio che il problema del sovraffollamento è un problema serio, ma quando senti certe notizie un po’ ti incazzi perché troppe volte assistiamo a trattamenti, in qualche modo, di favore e di risarcimento verso i carnefici e molto meno verso le vittime.
Per non essere manchevoli nell’informazione che volgiamo dare ai nostri lettori, vogliamo riportare alcuni dati pubblicati, non molto tempo fa, da Il Sole 24 Ore. In Quasi l’80% degli istituti penitenziari si superano i limiti di capienza: in alcune strutture (come, ad esempio, Lucca o Milano San Vittore) si superano per il 200-260% i limiti di capienza. Questo, naturalmente, si traduce in celle inadeguate e in spazi vitali ridotti al minimo che violano espressamente i parametri stabiliti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo provocando, ovviamente, problemi di disagio psichico e anche gesti estremi come il suicidio. Per non parlare poi del problema delle mamme detenute con bambini per i quali ci sono già delle strutture detentive appositamente studiate perché i bambini non debbano soffrire le conseguenze della pena per le malefatte della madre, ma non bastano, ce ne vogliono di più. La media nazionale del sovraffollamento supera il tasso del 138%.
Queste sono considerazioni che è d’obbligo fare e di cui si parla da troppo, ma si fa poco o niente.
Però il punto è un altro. Non può la considerazione delle condizioni «degradanti» del detenuto essere dirimente qualora quel detenuto non sia provato che, negli anni di detenzione, abbia compiuto un percorso tale che all’uscita del carcere non sia un soggetto ad alta pericolosità sociale. In particolare, nel caso dei pedofili, la malattia permane spesso nonostante il carcere e, quindi, all’uscita da esso, tendono a reiterare gli atti delinquenziali soprattutto su minorenni. Siamo sicuri che questo signore possiamo reimmetterlo nella società civile con la tranquillità di chi sa che si sta reimmettendo qualcuno che è «guarito»? Se quest’uomo è stato condannato vuol dire che quando ha compiuto quell’orrendo reato era capace di intendere e di volere: lo ha fatto deliberatamente sapendo quello che faceva e volontariamente potando a compimento il suo proposito criminale. Il carcere lo ha guarito? Uno potrebbe dire che in questo momento sto facendo un ragionamento contraddittorio ma, secondo me, contraddittorio non è. Perché se è sacrosanto il diritto di vivere in carceri «vivibili» è altrettanto sacrosanto - e ci permettiamo forse anche di più - nutrire il diritto da parte dei minorenni e, in generale di tutti, soprattutto le donne, di non aver paura di essere attaccati e distrutti psicologicamente da un pedofilo o da un maniaco sessuale.
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Il sindaco di Genova Silvia Salis e il cantante Olly
Ovvero diversi soggetti vennero chiamati a fare un’offerta. Tra gli aggiudicatari ci fu anche la storica agenzia di eventi cittadina che l’attuale amministrazione ha estromesso dal bando per l’organizzazione dell’ultimo show di San Silvestro, secondo il Tar della Liguria in modo irregolare. Ma questa volta la Procura non sembra reattiva da par suo. Nessuna indagine in tempo reale (ormai il Capodanno è passato da quasi sette mesi). E anche giornali e tv non sembrano troppo interessati alla questione.
La Concertopoli denunciata dalla Verità con analisi delle sentenze della giustizia amministrativa e delle società vincitrici del bando non sembra appassionare i segugi del giornalismo investigativo locale, che non hanno dedicato neppure una riga alla storia della Rst events e della Ops eventi, due società controllate da Nicolò Sasso e Alessandro Orlando che a Genova ottengono affidamenti su affidamenti e organizzano quasi tutti gli eventi a cui partecipa da protagonista la sindaca Silvia Salis. Stiamo parlando di centinaia di migliaia di euro consegnati a una coppia di ditte con un solo dipendente. C’è poi la questione degli impianti sportivi comunali concessi gratuitamente dall’amministrazione comunale, con conti non proprio floridi. Per esempio la consigliera Anna Orlando ha chiesto delucidazioni sull’utilizzo, quasi certamente a titolo gratuito, dello stadio Luigi Ferraris per i tre concerti di Olly. Show privati per cui 90.000 fan hanno pagato tra i 49 e gli 89 euro a biglietto. Sarebbe stato «regalato» agli organizzatori anche il palazzetto dello sport cittadino per un quadrangolare internazionale di pallavolo. In questo caso, sempre senza bando, l’amministrazione ha versato anche un contributo di 180.000 euro alla Fipav che, però, le partite le ha fatte pagare profumatamente (70 euro a biglietto, comprensivi della prevendita). Da approfondire anche la questione della lounge extralusso allestita per gli ospiti vip a margine dell’evento di Capodanno. Agli invitati sarebbe stato offerto il catering di uno chef stellato e un servizio di baby-sitting.
polemiche
Ma torniamo alla gara delle polemiche. In vista del Capodanno 2025 il Comune lancia un bando che mette sul piatto 740.000 euro per portare almeno un grande artista a Genova. La Duemilagrandieventi propone un ribasso del 7,5%, circa 55.000 euro in meno rispetto alla base d’asta e assicura di avere pronti Ghali, i Subsonica e Joan Thiel. «Tutti e tre insieme», chiarisce Paola Donati, socia e direttrice dell’azienda. La Rst dentro alla busta ha, invece, il nome dei Pinguini tattici nucleari e un ribasso dello 0,5% (il costo complessivo è di 736.000 euro). La commissione aggiudicatrice, formata dalla dirigente dell’Ufficio Grandi eventi, Monica Bocchiardo, (secondo le nostre fonti in ottimi rapporti con i titolari della Rst), da Pietro Toso e Cinzia Marino, però, prima dell’aggiudicazione, fa la cosiddetta verifica di congruità e chiede alle parti di esibire i contratti firmati dei cantanti. La Duemilagrandieventi presenta le mail intercorse con gli agenti degli artisti e si sente rispondere che tali comunicazioni «sono riconducibili a mere trattative preliminari e non a un impegno vincolante per l’artista». In mancanza del «contratto di ingaggio o di opzione», viene espresso «il giudizio di incongruità dell’offerta». E anche se, dopo l’esclusione, alla società viene concesso di presentare eventuali accordi, la Duemilagradieventi fa sapere che, a quel punto, «nessun artista ha più ritenuto di sottoscrivere impegni definitivi per un evento di incerta organizzazione».
Parte così il ricorso al Tar, che dà ragione alla Duemilagrandieventi. Secondo i giudici amministrativi «dalla piana esegesi» del disciplinare di gara «si evince chiaramente che l’esistenza dei contratti di ingaggio degli artisti era necessaria solo al momento dell’aggiudicazione e non nelle fasi anteriori, quindi neppure nell’ambito del subprocedimento di verifica di congruità dell’offerta che, notoriamente, precede l’aggiudicazione». In seguito all’annullamento della gara, il Comune ha fatto ricorso e, a ottobre, il Consiglio di Stato dovrà dire la parola definitiva sulla querelle.
scintille
La consigliera leghista Paola Bordilli chiede da tempo chiarezza: «La sindaca ha incontrato, nel corso del bando di gara, gli aggiudicatari finali? Quali problemi ha la Salis a rispondere a questa domanda che pongo da novembre? Perché, nonostante abbiamo segnalato la questione al prefetto, il sindaco tace quasi in disprezzo anche della autorità governativa?». Durante le presunte trattative, i Pinguini tattici nucleari avrebbero accettato di limare leggermente il proprio cachet e, quasi contestualmente, il Comune avrebbe garantito un contributo per favorire lo sbarco di Olly nell’impianto genovese. Che sarebbe stato concesso gratuitamente.
Visto che gli spettacoli sono stati organizzati dalle medesime società, la domanda sorge spontanea: il presunto sconto sul gruppo milanese è stato bilanciato dalla possibilità di utilizzare lo stadio? Secondo una nostra fonte, la sindaca, quando ha saputo della vittoria del pacchetto con Ghali, non avrebbe gradito la notizia e non lo avrebbe nascosto. L’esclusione della Duemilagrandieventi è una conseguenza di quel presunto mancato gradimento della prima cittadina?
veglione
Si tratta di questioni ancora tutte da verificare. Noi abbiamo provato a chiederlo agli organizzatori, ma non ci è stata data risposta. Ma se la gara di Capodanno e l’annullamento deciso dal Tar sembrano interessare stampa, politica e magistratura molto meno dell’organizzazione del Tricapodanno da parte della giunta di centrodestra, resta aperto un altro tema. Quello della presunta telefonata tra Sasso e l’agente dello spettacolo Cristina Lodi, a cui, in vista del Capodanno 2025, l’imprenditore avrebbe riferito che non sarebbe stata gradita la sua presenza alla conferenza stampa e all’evento vero e proprio per la sua vecchia candidatura nelle fila del centrodestra.
Una vicenda che Sasso non ha voluto commentare, ma su cui è intervenuta Ilaria Cavo, deputata di Noi moderati e consigliera (più votata) del Comune di Genova: «Quello capitato a Cristina Lodi è un episodio molto increscioso. Bene che sia rientrato con la posizione dell’amministrazione comunale. Visto che è diventato pubblico, sarebbe opportuna una chiara presa di posizione della sindaca, anche se sono certa che tutto sia rientrato. Nessuna figura professionale può essere penalizzata per il fatto di essersi candidata in una lista politica, che in questo caso era “Noi moderati Bucci Orgoglio Genova” da me guidata».
La Cavo ha, però, un altro appunto da fare: «Quello che non torna, in questo momento, è soprattutto la rassegna stampa del Comune di Genova. Nonostante parlino della nostra città, non sono presenti gli articoli della Verità che questa settimana ha pubblicato inchieste su accrediti, concerti, sport legati a Genova. Un giorno può capitare, ma difficile pensare a una svista ripetuta. Ne chiederemo conto con un’interrogazione perché non può esserci il minimo sospetto di censura. I concerti e i grandi eventi che riempiono piazze e attirano i giovani li abbiamo sempre sostenuti e li continueremo a sostenere insieme al rispetto per la stampa».
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