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2023-02-10
Pressing dell’Ue per dare i jet a Kiev. Ma ora Londra frena: nulla di deciso
Roberta Metsola e Ursula von der Leyen (Getty Images)
Mentre gli analisti mettono in allarme su un nuovo inasprimento del conflitto, al Parlamento europeo si registra la grande escalation già concretamente avvenuta: quella nella «gara» a chi fornisce più aiuti militari e, soprattutto, i sistemi più avanzati. Le richieste di Zelensky erano partite da armi «difensive» e di recente si è arrivati ai migliori carrarmati prodotti dalle industrie dei diversi Paesi che li forniranno: il «colpo grosso» sono considerati i Leopard 2 di produzione tedesca, insieme agli Abrams Usa, che però ci metteranno molto ad arrivare.
Zelensky si è presentato a Bruxelles con l’obiettivo, dichiarato, di ottenere «risultati». «Io non posso permettermi di tornare in patria senza dei risultati. Per sopravvivere abbiamo bisogno di armi e di aiuti finanziari», ha dichiarato il presidente ucraino. Nel pacco regalo Zelensky ha ottenuto la disponibilità a inserire i caccia, ultimo tassello che considera mancante per il suo ambizioso progetto di riprendersi anche il Donbass e la Crimea.
Come si sa, Zelensky ha avuto infatti un incontro a Parigi con il presidente Macron e il cancelliere Scholz sul quale aleggia il mistero. Secondo il rappresentante di Kiev, «l’incontro è stata una riunione molto importante, la considero positiva. Sono state prese decisioni concrete che non intendo annunciare pubblicamente». «Dobbiamo valutare ciò che può essere inviato sul breve termine e corrisponde ai bisogni ucraini, è questo che determinerà la nostra volontà di inviare equipaggiamenti militari», ha chiarito Macron, senza però rispondere in merito alla richiesta di jet. «Non condividerò i piani ucraini perché non è il mio compito», si è limitato a dire.
«La questione dei caccia e delle armi a lungo raggio per l’Ucraina è stata risolta», ha però comunicato in seguito il capo dell’ufficio presidenziale Andriy Yermak. Il vertice del Parlamento spinge affinché il desiderio del presidente ucraino sia realizzato in breve tempo. «Conosciamo il sacrificio che il vostro popolo ha sopportato per l’Europa e dobbiamo onorarlo non solo con le parole, ma anche con i fatti: con la volontà politica di garantire scambi commerciali più facili e con un processo di adesione il più rapido possibile. Con fondi per il vostro popolo, con aiuti per la ricostruzione, con l’addestramento delle vostre truppe. Con equipaggiamenti militari e sistemi di difesa di cui avete bisogno per vincere», ha dichiarato la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, aprendo la seduta plenaria straordinaria organizzata in occasione della visita del presidente ucraino. Su quali siano i sistemi necessari per vincere, Metsola non ha dubbi: «Gli Stati devono considerare, rapidamente, come passo successivo, fornire sistemi a lungo raggio e i jet necessari per proteggere la libertà che troppi hanno dato per scontata». Anche il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel ha ribadito l’impegno dell’Ue a fornire equipaggiamenti militari e ha evidenziato la necessità che le consegne siano il più rapide possibile, specie ora che i rischi di una nuova offensiva russa aumentano. Al coro si è unita la presidente della Commissione Ursula von der Leyen: «La vostra battaglia è una battaglia per la democrazia e per un’Europa libera. Non potremo mai eguagliare i vostri sacrifici. Ma possiamo difendervi e l’abbiamo fatto. Con 67 miliardi di euro di sostegno mobilitato per l’Ucraina e gli ucraini nell’ultimo anno». Il tono entusiastico della discussione non è stato condiviso dalla Gran Bretagna, sui cui accordi con Kiev Zelensky si era sbilanciato in sede europea. «Non abbiamo preso una decisione sui termini di una fornitura di jet, ma stiamo addestrando piloti ucraini», ha tenuto a precisare Downing Street. Il segretario britannico alla Difesa, Ben Wallace, ha escluso che il trasferimento di jet all’Ucraina, possa avvenire in tempi molto rapidi, spiegando che l’invio richiederebbe potenzialmente mesi.
Il governo inglese ha asserito di essere «consapevole dei rischi di escalation» legati a un’eventuale fornitura di aerei da combattimento. Già deciso è invece l’invio di carri armati Challenger 2 e armi a più lungo raggio promessi a Kiev. Zelensky ha affrontato il tema del rapporto Germania-Ucraina, che ha definito «ondivago». «Devo fare pressione con Scholz perché aiuti l’Ucraina e devo continuamente convincerlo che questo aiuto non è per noi ma per gli europei», ha ammesso il presidente ucraino. Ma Scholz ha mantenuto ferma la sua linea di prudenza: «Siamo il Paese europeo che fornisce il maggior sostegno finanziario e umanitario, ma anche il sostegno più concreto in termini di forniture di armi. È necessario affinché l’Ucraina possa difendersi, così come è necessario che questo sia sempre coordinato congiuntamente». Dopo avere incontrato Zelensky per la prima volta dallo scoppio della guerra, l’unico a menzionare la necessità di un cessate il fuoco è stato il premier ungherese, Viktor Orban. «L’Ungheria continuerà a fornire sostegno umanitario e finanziario all’Ucraina. Sosteniamo un cessate il fuoco immediato per prevenire ulteriori perdite di vite umane. L’Ungheria appartiene al campo della pace». Una bocciatura alla logica militare è arrivata anche davanti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dall’Alto rappresentante per gli affari del disarmo, Izumi Nakamitsu: «La prospettiva di una soluzione negoziata sembra scarsa finché l’attuale logica militare continua a prevalere. Il massiccio flusso di armi in qualsiasi situazione di conflitto armato aumenta i timori di escalation».
Nuova offensiva russa nel Lugansk
Il viaggio a Bruxelles del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha suscitato irritazione dalle parti di Mosca. Il presidente russo, Vladimir Putin, ha affermato che la Russia dovrebbe realizzare un sistema per lo sviluppo dei droni.
Al momento Mosca sta ricevendo rifornimenti di droni militari dall’Iran. Proprio ieri, un rapporto investigativo diffuso dalla Cnn ha riferito che Teheran starebbe modificando i droni inviati alla Russia per far sì che le esplosioni possano infliggere il massimo danno agli obiettivi infrastrutturali ucraini. «Non abbiamo iniziato nessuna ostilità, stiamo cercando di porvi fine. Queste ostilità sono state avviate dai nazionalisti ucraini e da coloro che li hanno sostenuti nel 2014, quando è avvenuto il colpo di Stato; è così che tutto è iniziato, poi sono seguiti gli eventi in Crimea e nel Donbass», ha detto inoltre il capo del Cremlino, cercando di scaricare su Kiev le responsabilità del conflitto, per poi aggiungere: «Chi vive con i lupi deve ululare come un lupo».
Dal canto suo, l’ex presidente russo, Dmitry Medvedev, ha dichiarato che Mosca sarebbe pronta ad aumentare la produzione di carri armati come reazione alle forniture di armi occidentali a Kiev. «Ieri, il nostro nemico ha implorato aerei, missili e carri armati mentre era all’estero. Cosa dovremmo fare in risposta? È chiaro che in questo caso è naturale per noi aumentare la produzione di vari tipi di armi e attrezzature militari, compresi i carri armati moderni», ha dichiarato. «Stiamo parlando della produzione e modernizzazione di migliaia di carri armati», ha proseguito Medvedev. La Cnn ha riferito che finora Mosca avrebbe perso circa la metà dei propri tank (intorno alle duemila unità).
In questo clima teso, sta circolando su alcuni canali Telegram un video che mostra l’esecuzione di due prigionieri russi da parte di soldati ucraini con colpi di arma da fuoco alla testa. «Mentre Zelensky va in giro per le città europee, i nazisti rimasti a casa sparano sui prigionieri», ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. «Esattamente per questo il regime di Kiev è stato pagato per molti anni: per infettare il proprio popolo con un’ideologia nemica dell’umanità, per mettere le persone le une contro le altre, per la distruzione della società e dello Stato», ha aggiunto. Sempre ieri, il capo del Wagner Group, Yevgeny Prigozhin, ha annunciato che interromperà i reclutamenti tra i carcerati russi: ricordiamo che questa organizzazione di mercenari è accusata di violazione dei diritti umani in Ucraina e Africa. Nel frattempo, Mosca e Pechino hanno siglato un accordo intergovernativo sulle forniture di gas attraverso la rotta dell’Estremo Oriente.
Non si arrestano frattanto le operazioni belliche. Nella mattinata di ieri, si sono registrati attacchi russi contro la città di Zaporizhzhia. «Mantenete la calma e rimanete nei rifugi. Il nemico sta cercando di attaccare di nuovo. Si prega di non distribuire materiale fotografico e video», ha esortato l’amministrazione militare della regione. Non solo. Negli scorsi giorni, le truppe di Mosca hanno intensificato i propri attacchi nella regione di Lugansk, soprattutto nelle aree di Kupyansk e Lyman.
Secondo quanto riferito dalla Cnn, «nel suo ultimo aggiornamento pubblicato giovedì, lo stato maggiore ha affermato che 25 insediamenti sono stati colpiti dal fuoco dell’artiglieria e che le forze russe hanno effettuato diversi attacchi aerei nell’area». Precedentemente occupate dalle truppe di Mosca, Kupyansk e Lyman sono state riprese dalle forze ucraine a settembre scorso.
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Gara tra Ursula, Michel e Metsola nell’incitare gli Stati a fornire all’Ucraina caccia e missili a lungo raggio. Per i quali Volodymyr Zelensky annuncia già l’accordo con Parigi e Berlino. Uk più cauto: «Nessun invio in tempi rapidi».Crescono gli attacchi al confine con Kharkiv. Video choc di soldati ucraini che uccidono i nemici arresisi. Mosca: «Mentre il loro leader è in giro, i nazisti sparano ai prigionieri».Lo speciale contiene due articoli.Mentre gli analisti mettono in allarme su un nuovo inasprimento del conflitto, al Parlamento europeo si registra la grande escalation già concretamente avvenuta: quella nella «gara» a chi fornisce più aiuti militari e, soprattutto, i sistemi più avanzati. Le richieste di Zelensky erano partite da armi «difensive» e di recente si è arrivati ai migliori carrarmati prodotti dalle industrie dei diversi Paesi che li forniranno: il «colpo grosso» sono considerati i Leopard 2 di produzione tedesca, insieme agli Abrams Usa, che però ci metteranno molto ad arrivare. Zelensky si è presentato a Bruxelles con l’obiettivo, dichiarato, di ottenere «risultati». «Io non posso permettermi di tornare in patria senza dei risultati. Per sopravvivere abbiamo bisogno di armi e di aiuti finanziari», ha dichiarato il presidente ucraino. Nel pacco regalo Zelensky ha ottenuto la disponibilità a inserire i caccia, ultimo tassello che considera mancante per il suo ambizioso progetto di riprendersi anche il Donbass e la Crimea. Come si sa, Zelensky ha avuto infatti un incontro a Parigi con il presidente Macron e il cancelliere Scholz sul quale aleggia il mistero. Secondo il rappresentante di Kiev, «l’incontro è stata una riunione molto importante, la considero positiva. Sono state prese decisioni concrete che non intendo annunciare pubblicamente». «Dobbiamo valutare ciò che può essere inviato sul breve termine e corrisponde ai bisogni ucraini, è questo che determinerà la nostra volontà di inviare equipaggiamenti militari», ha chiarito Macron, senza però rispondere in merito alla richiesta di jet. «Non condividerò i piani ucraini perché non è il mio compito», si è limitato a dire.«La questione dei caccia e delle armi a lungo raggio per l’Ucraina è stata risolta», ha però comunicato in seguito il capo dell’ufficio presidenziale Andriy Yermak. Il vertice del Parlamento spinge affinché il desiderio del presidente ucraino sia realizzato in breve tempo. «Conosciamo il sacrificio che il vostro popolo ha sopportato per l’Europa e dobbiamo onorarlo non solo con le parole, ma anche con i fatti: con la volontà politica di garantire scambi commerciali più facili e con un processo di adesione il più rapido possibile. Con fondi per il vostro popolo, con aiuti per la ricostruzione, con l’addestramento delle vostre truppe. Con equipaggiamenti militari e sistemi di difesa di cui avete bisogno per vincere», ha dichiarato la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, aprendo la seduta plenaria straordinaria organizzata in occasione della visita del presidente ucraino. Su quali siano i sistemi necessari per vincere, Metsola non ha dubbi: «Gli Stati devono considerare, rapidamente, come passo successivo, fornire sistemi a lungo raggio e i jet necessari per proteggere la libertà che troppi hanno dato per scontata». Anche il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel ha ribadito l’impegno dell’Ue a fornire equipaggiamenti militari e ha evidenziato la necessità che le consegne siano il più rapide possibile, specie ora che i rischi di una nuova offensiva russa aumentano. Al coro si è unita la presidente della Commissione Ursula von der Leyen: «La vostra battaglia è una battaglia per la democrazia e per un’Europa libera. Non potremo mai eguagliare i vostri sacrifici. Ma possiamo difendervi e l’abbiamo fatto. Con 67 miliardi di euro di sostegno mobilitato per l’Ucraina e gli ucraini nell’ultimo anno». Il tono entusiastico della discussione non è stato condiviso dalla Gran Bretagna, sui cui accordi con Kiev Zelensky si era sbilanciato in sede europea. «Non abbiamo preso una decisione sui termini di una fornitura di jet, ma stiamo addestrando piloti ucraini», ha tenuto a precisare Downing Street. Il segretario britannico alla Difesa, Ben Wallace, ha escluso che il trasferimento di jet all’Ucraina, possa avvenire in tempi molto rapidi, spiegando che l’invio richiederebbe potenzialmente mesi. Il governo inglese ha asserito di essere «consapevole dei rischi di escalation» legati a un’eventuale fornitura di aerei da combattimento. Già deciso è invece l’invio di carri armati Challenger 2 e armi a più lungo raggio promessi a Kiev. Zelensky ha affrontato il tema del rapporto Germania-Ucraina, che ha definito «ondivago». «Devo fare pressione con Scholz perché aiuti l’Ucraina e devo continuamente convincerlo che questo aiuto non è per noi ma per gli europei», ha ammesso il presidente ucraino. Ma Scholz ha mantenuto ferma la sua linea di prudenza: «Siamo il Paese europeo che fornisce il maggior sostegno finanziario e umanitario, ma anche il sostegno più concreto in termini di forniture di armi. È necessario affinché l’Ucraina possa difendersi, così come è necessario che questo sia sempre coordinato congiuntamente». Dopo avere incontrato Zelensky per la prima volta dallo scoppio della guerra, l’unico a menzionare la necessità di un cessate il fuoco è stato il premier ungherese, Viktor Orban. «L’Ungheria continuerà a fornire sostegno umanitario e finanziario all’Ucraina. Sosteniamo un cessate il fuoco immediato per prevenire ulteriori perdite di vite umane. L’Ungheria appartiene al campo della pace». Una bocciatura alla logica militare è arrivata anche davanti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dall’Alto rappresentante per gli affari del disarmo, Izumi Nakamitsu: «La prospettiva di una soluzione negoziata sembra scarsa finché l’attuale logica militare continua a prevalere. Il massiccio flusso di armi in qualsiasi situazione di conflitto armato aumenta i timori di escalation». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ue-caccia-ucraina-2659397310.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nuova-offensiva-russa-nel-lugansk" data-post-id="2659397310" data-published-at="1675984375" data-use-pagination="False"> Nuova offensiva russa nel Lugansk Il viaggio a Bruxelles del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha suscitato irritazione dalle parti di Mosca. Il presidente russo, Vladimir Putin, ha affermato che la Russia dovrebbe realizzare un sistema per lo sviluppo dei droni. Al momento Mosca sta ricevendo rifornimenti di droni militari dall’Iran. Proprio ieri, un rapporto investigativo diffuso dalla Cnn ha riferito che Teheran starebbe modificando i droni inviati alla Russia per far sì che le esplosioni possano infliggere il massimo danno agli obiettivi infrastrutturali ucraini. «Non abbiamo iniziato nessuna ostilità, stiamo cercando di porvi fine. Queste ostilità sono state avviate dai nazionalisti ucraini e da coloro che li hanno sostenuti nel 2014, quando è avvenuto il colpo di Stato; è così che tutto è iniziato, poi sono seguiti gli eventi in Crimea e nel Donbass», ha detto inoltre il capo del Cremlino, cercando di scaricare su Kiev le responsabilità del conflitto, per poi aggiungere: «Chi vive con i lupi deve ululare come un lupo». Dal canto suo, l’ex presidente russo, Dmitry Medvedev, ha dichiarato che Mosca sarebbe pronta ad aumentare la produzione di carri armati come reazione alle forniture di armi occidentali a Kiev. «Ieri, il nostro nemico ha implorato aerei, missili e carri armati mentre era all’estero. Cosa dovremmo fare in risposta? È chiaro che in questo caso è naturale per noi aumentare la produzione di vari tipi di armi e attrezzature militari, compresi i carri armati moderni», ha dichiarato. «Stiamo parlando della produzione e modernizzazione di migliaia di carri armati», ha proseguito Medvedev. La Cnn ha riferito che finora Mosca avrebbe perso circa la metà dei propri tank (intorno alle duemila unità). In questo clima teso, sta circolando su alcuni canali Telegram un video che mostra l’esecuzione di due prigionieri russi da parte di soldati ucraini con colpi di arma da fuoco alla testa. «Mentre Zelensky va in giro per le città europee, i nazisti rimasti a casa sparano sui prigionieri», ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. «Esattamente per questo il regime di Kiev è stato pagato per molti anni: per infettare il proprio popolo con un’ideologia nemica dell’umanità, per mettere le persone le une contro le altre, per la distruzione della società e dello Stato», ha aggiunto. Sempre ieri, il capo del Wagner Group, Yevgeny Prigozhin, ha annunciato che interromperà i reclutamenti tra i carcerati russi: ricordiamo che questa organizzazione di mercenari è accusata di violazione dei diritti umani in Ucraina e Africa. Nel frattempo, Mosca e Pechino hanno siglato un accordo intergovernativo sulle forniture di gas attraverso la rotta dell’Estremo Oriente. Non si arrestano frattanto le operazioni belliche. Nella mattinata di ieri, si sono registrati attacchi russi contro la città di Zaporizhzhia. «Mantenete la calma e rimanete nei rifugi. Il nemico sta cercando di attaccare di nuovo. Si prega di non distribuire materiale fotografico e video», ha esortato l’amministrazione militare della regione. Non solo. Negli scorsi giorni, le truppe di Mosca hanno intensificato i propri attacchi nella regione di Lugansk, soprattutto nelle aree di Kupyansk e Lyman. Secondo quanto riferito dalla Cnn, «nel suo ultimo aggiornamento pubblicato giovedì, lo stato maggiore ha affermato che 25 insediamenti sono stati colpiti dal fuoco dell’artiglieria e che le forze russe hanno effettuato diversi attacchi aerei nell’area». Precedentemente occupate dalle truppe di Mosca, Kupyansk e Lyman sono state riprese dalle forze ucraine a settembre scorso.
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
La risoluzione impegna il governo ad «attivare interlocuzioni presso l’Ue volte al riconoscimento dell’eccezionalità della situazione in vista di una possibile attuazione della clausola di salvaguardia». Questa è una possibilità prevista dalle regole europee che consente agli Stati membri di sospendere temporaneamente i vincoli del Patto di Stabilità in caso di grave recessione economica nell’Eurozona e nell’Unione europea. Non si tratta comunque di misure unilaterali ed è sempre prevista l’autorizzazione da parte delle istituzioni Ue. Secondo il Codice di condotta sull’attuazione del Patto di Stabilità, in caso di attivazione delle clausole i Paesi con disavanzo eccessivo, che è il caso dell’Italia, non vedono sospese le regole fiscali ma possono ottenere una revisione del percorso di aggiustamento e una valutazione più flessibile da parte della Commissione Ue.
L’aggiornamento della risoluzione di maggioranza è un passo ulteriore e più forte rispetto al testo precedente dove c’era solo una generica richiesta alla Ue di una maggiore flessibilità nella gestione dei conti pubblici. La Camera ha approvato il testo con 180 voti favorevoli, 97 contrari e quattro astensioni (compreso il partito di Vannacci). Al Senato approvato con 96 sì e 60 no. La modifica è certamente il frutto di una pressione della Lega condotta in Parlamento da Alberto Bagnai e Claudio Borghi. «Il testo della risoluzione l’ho validato io quindi vuol dire che è stato condiviso», ha precisato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Da un lato la Lega spingeva per inserire un riferimento esplicito allo scostamento di bilancio, strumento che il governo non può e non vuole evocare apertamente per non irrigidire il non facile dialogo con Bruxelles, le clausole di salvaguardia tuttavia sono uno strumento concreto. La motivazione per invocarle è, come appare evidente, la situazione energetica seguita agli eventi bellici che si sono sviluppati a partire dal 28 febbraio, cioè dopo l’intervento americano in Iran. Una guerra che ha prodotto «un rilevante impatto asimmetrico sui costi energetici, in conseguenza di fattori al di fuori del controllo degli Stati dell’Unione», si legge nella risoluzione. D’altra parte la nuova governance europea prevede clausole di uscita in caso di circostanze eccezionali e in base alla risoluzione l’Italia deve intraprendere questa strada. Nel suo intervento al termine della discussione generale sul Dfp, il ministro Giorgetti aveva detto: «È molto difficile da sostenere, quantomeno politicamente, una clausola escape che preveda la possibilità di non considerare ai fini del Patto le spese per la difesa e invece le escluda per gli interventi in favore di famiglie e imprese per l’energia. C’è un’incongruenza logica che continueremo a ribadire».
La questione è chiara: da un lato l’esigenza di mettere in campo misure per evitare che l’impatto del conflitto in Medio Oriente si propaghi nel nostro Paese alla struttura dei prezzi, generando inflazione e quindi comprimendo il potere d’acquisto dei cittadini; dall’altro ci sono gli spazi assai limitati di finanza pubblica in un Paese come l’Italia fortemente indebitato, con un rapporto tra lo stock del debito e il Pil che nel 2025 è stato del 137,1% e che è dato in crescita nel 2026.
Nel corso del dibattito parlamentare il ministro Giorgetti aveva sottolineato come un Paese «fortemente indebitato non sia totalmente libero e ha un vincolo che non si può ignorare». La clausola invocata potrebbe essere il percorso giusto in questa fase in base a come andrà l’interlocuzione con l’Unione europea.
Intanto il governo si avvicina alla data di domani, 2 maggio, quando diventerà il secondo più longevo della storia repubblicana sorpassando il Berlusconi quater (2008-2011), di cui peraltro Giorgia Meloni faceva parte come ministro della Gioventù.
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Via libera del Consiglio dei ministri al piano casa e al ddl sugli sgomberi. Il premier Giorgia Meloni annuncia fino a 100.000 alloggi in 10 anni e procedure più rapide per liberare gli immobili occupati abusivamente.
Il governo accelera sul fronte abitativo e della legalità. Al termine del Consiglio dei ministri, il premier Giorgia Meloni ha illustrato i contenuti del piano casa, definito «ambizioso», con l’obiettivo di mettere a disposizione fino a 100.000 alloggi tra edilizia popolare e soluzioni a canone calmierato nell’arco di un decennio.
Il progetto prevede uno stanziamento pubblico fino a 10 miliardi di euro, destinato a generare un effetto moltiplicatore grazie al coinvolgimento di capitali privati. Tra le priorità anche il recupero di circa 60mila immobili oggi non assegnabili perché in condizioni non adeguate. Parallelamente, l’esecutivo ha approvato un disegno di legge con dichiarazione d’urgenza sugli sgomberi, con l’obiettivo di rendere più rapide ed efficaci le procedure per liberare gli immobili occupati abusivamente. Una misura che punta a rafforzare la tutela della proprietà e a velocizzare gli interventi sul territorio.
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«Roma e Milano», ha evidenziato il presidente del Consiglio, «sono tra le città europee dove è più difficile acquistare casa: 16 a Roma, 13 a Milano sono i metri quadri di abitazione che un giovane può permettersi se destina un terzo del suo stipendio al pagamento di un prestito a 30 anni a tasso fisso. E quindi capiamo che un problema c’è. Non riguarda esclusivamente le città, perché il problema esiste ovunque».
E visto che c’è un problema che riguarda giovani, famiglie e anziani, il governo è intervenuto con un provvedimento «corposo» che poggia su tre pilastri. Il primo riguarda l’edilizia residenziale popolare e prevede di impiegare inizialmente non meno di 1,7 miliardi per ristrutturare alloggi pubblici che in questo momento non sono «agibili» e quindi restano fuori dalla graduatorie. Quanti? «L’obiettivo», ha sottolineato il vicepremier Matteo Salvini, «è recuperare entro un anno dall’approvazione del decreto 60.000 appartamenti ad oggi non assegnati perché fuori norma, perché occupati abusivamente, perché non hanno gli infissi ecc. in tutte le regioni italiane, con un costo medio per appartamento fra i 15 e i 20.000 euro».
Ma non ci sono solo i soldi. Perché a breve verrà nominato un commissario che avrà il compito di «facilitare» tutte le procedure. Il secondo pilastro invece prevede la nascita di uno strumento finanziario in capo a Invimit nel quale confluiranno le risorse finanziarie sia nazionali che europee destinate all’housing sociale e all’emergenza abitativa e che saranno ripartite tra i vari livelli di governo. Poi c’è la terza gamba, quella che fa perno sui privati, affiancati dalla mano pubblica che vede come protagonista Cassa Depositi e Prestiti, Confindustria e la rete del Real Estate guidata dal manager Mario Abbadessa.
Risorse che dovrebbero aggiungersi ai 10 miliardi di cui parla la Meloni. Secondo quanto risulta alla Verità sarà costituito un fondo immobiliare chiuso che oltre a Cdp (che investirà più di 400 milioni per avere un ruolo soprattutto di supervisione) coinvolgerà anche Mubadala (il fondo sovrano di Abu Dhabi che metterà sul piatto 1 miliardo per poi accrescere la sua partecipazione) e quasi sicuramente anche il fondo sovrano del Kuwait (Kia). E sempre dal Golfo Persico potrebbero arrivare altre sorprese. Anche per la creazione della terza gamba del piano casa il ruolo e i rapporti internazionali della Meloni (pensiamo al bilaterale di dicembre con l’Emiro del Kuwait Misha’al Al-Ahmad Al-Sabah e all’incontro di gennaio con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan) sono stati fondamentali.
I fondi sovrani puntano a un ritorno certo, ma va ricordato che nel piano di Cdp e Abbadessa avranno un ruolo importante le più grandi casse di previdenza del Paese, soggetti che per loro natura hanno una visione poco speculativa (Enpam, Cassa Forense, Inarcassa, Cnpadc ed Enasarco).
Si parla di una potenza di fuco (a leva) di circa 20 miliardi.
Anche per il terzo pilastro è prevista la nomina di un commissario alla semplificazione, ma come ha spiegato la Meloni, «lo Stato assicura al privato che vuole investire semplificazioni burocratiche, e procedure veloci, ma in cambio il privato dovrà garantire su 100 alloggi che costruisce che 70 siano di edilizia convenzionata. Un prezzo di affitto scontato di almeno il 33% rispetto al costo di mercato, ma speriamo che si possa fare anche meglio».
Sono essenziali per la riuscita del piano anche altre operazioni. Lo stesso presidente del Consiglio ha sottolineato come per la parte di edilizia a prezzi calmierati sia previsto il dimezzamento di tutti gli oneri dei notai: «Significa», ha spiegato, «dimezzare il costo dell’atto di compravendita, del mutuo, della locazione». Così come sarà centrale l’approvazione del disegno di legge con la dichiarazione d’urgenza sul tema degli sgomberi. Un pacchetto di misure per rendere più efficace e veloce la liberazione degli immobili occupati abusivamente intervenendo sulle procedure di notifica di esecuzione dello sfratto, sui tempi per le esecuzioni e sulla procedura accelerata e di urgenza per ottenere in via giudiziale il titolo esecutivo e quindi il rilascio dell’immobile.
Occhio infine al meccanismo del rent to buy. «C’è per l’edilizia sociale la formula innovativa del rent to buy. Cioè», ha insistito Salvini, «non si paga più a vuoto l’affitto di una lunga locazione perché dopo un tot di anni puoi andare a riscattare quell’immobile. Quindi non è più un affitto ma è un anticipo diluito nel tempo dell’acquisto». A cui si aggiunge anche un «aiuto per i prossimi tre anni dedicato esclusivamente ai genitori separati di 400-500 euro al mese». Mostrano apprezzamento le parti sociali. «Come Confindustria Assoimmobiliare», commenta per esempio il presidente Davide Albertini Petroni, «apprezziamo il forte impegno che Meloni, Salvini e Foti hanno dedicato all’emergenza abitativa, oggi tra le principali urgenze sociali del Paese».
Tutto bellissimo nella pratica, ora arriva il difficile: mettere il piano casa a terra.
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Silvia Salis (Getty Images)
«A Rimini», racconta Massimo Cortesi, responsabile della comunicazione dell’Associazione nazionale Alpini e direttore del mensile nazionale L’Alpino, «siamo stati preceduti da alcuni manifesti che dicevano: “Alpino molesto se mi tocchi ti calpesto”. È in quell’occasione che, per la prima volta, siamo stati travolti da accuse di questo tipo. Tutti hanno raccontato quello che alcuni di noi avrebbero fatto quella volta, ma nessuno, o quasi, ha detto che poi abbiamo creato un sito contro le molestie e prodotto un manuale di consapevolezza. Rigettiamo ogni tipo di comportamento scorretto nei confronti delle donne. Questo genere di cose non ha nulla a che fare con noi».
Stesso copione anche a Genova, dove si terrà la prossima adunata. Non una di meno ha subito pubblicato dei post contro le penne nere, paragonandoli a dei molestatori che coltivano la cultura machista. «Si tratta di un movimento che esiste solo online, senza segreteria e senza un vero e proprio consiglio», prosegue Cortesi. «Ci aveva già preso di mira durante l’adunata del 2018 a Trento». Polemica chiusa, quindi. Anche se il responsabile comunicazione dell’Ana ci tiene ad aggiungere: «Avere come bersaglio la nostra associazione è l’ideale perché abbiamo un’immagine molto positiva. Sparare sugli alpini provoca sempre molto rumore». Cortesi precisa poi una cosa: «Capisco che i genovesi siano a disagio per il fatto che siano state chiuse le scuole e i parchi, ma è una decisione che ha preso il Comune, senza che noi facessimo alcuna richiesta in questo senso. Lo ripeto: capisco che le famiglie potranno risentire della nostra presenza perché hanno i bambini a casa per due giorni. Lo comprendo. Ma non è né una decisione né una richiesta fatta dagli alpini». Anzi... Con un certo orgoglio, Cortesi ricorda un fatto: «Nel 2019, durante l’adunata di Milano, il sindaco Beppe Sala ci chiese quando saremmo tornati visto che avevamo lasciato i parchi in cui eravamo stati meglio di come li avevamo trovati».
A Genova però non è così. A dominare, almeno per il momento, sono le polemiche. Del resto la richiesta di ospitare l’adunata dell’Associazione nazionale Alpini era stata fatta tanto tempo fa, quando il sindaco era un altro, Marco Bucci, certamente più vicino al sentire degli Alpini rispetto a Silvia Salis. «Ai cittadini che protestano per i disagi», precisa Cortesi, «bisogna ricordare che l’adunata a Genova è stata chiesta certamente dalla nostra sezione locale, ma anche dal Comune e dalla Regione. E che portiamo sempre un introito significativo nelle casse delle città in cui passiamo. Mi sorprende che», prosegue poi il responsabile della comunicazione dell’Ana, «il Comune abbia celebrato il 25 aprile e poi abbia voltato le spalle agli Alpini, a cui sono state concesse 62 medaglie al valor militare durante la Resistenza. Non è una critica, ma bisogna dire che il confronto politico è scaduto. Gli interessi di una parte, in questo caso, sono prevalsi sull’oggettività».
Anche perché su queste adunate c’è un grande errore di fondo. Spesso si pensa che abbiano a che fare con il mondo militare o, peggio ancora, con la guerra. Ma non è così. L’Associazione nazionale alpini ha come obiettivo, grazie ai suoi volontari, quello di assistere chi si trova in difficoltà. Certo, l’Ana è una associazione di volontari che hanno in comune l’aver prestato servizio di leva nei reparti alpini, ma che poi hanno continuato tutta la vita in professioni diverse, in ogni campo. Che più che alla guerra pensano alla pace. Del resto, i motti delle ultime adunate sono stati «Il sogno di pace degli alpini» e «Alpini portatori di pace». Quest’anno invece il motto dell’adunata sarà «Un faro per il futuro d’Italia». Anche in questo caso i conflitti non c’entrano: «Vogliamo puntare su solidarietà, condivisione e disponibilità nei confronti degli altri. Come associazione nazionale alpini facciamo memoria degli uomini travolti dalle guerre, quindi delle vittime. Uno dei nostri motti è: “Noi onoriamo i morti aiutando i vivi”. Realizziamo opere a favore di tutti. Dove c’è un’emergenza arriviamo. Abbiamo fatto strutture in tutto il mondo per aiutare le persone», spiega Cortesi.
C’è poi un’altra questione, quella delle polemiche relative alla richiesta dell’Ana di Udine di evitare che la sfilata degli alpini fosse in concomitanza con il gay pride: «La sezione lo ha chiesto perché sono due manifestazioni talmente diverse che sarebbe meglio farle in giorni diversi. Udine non è una città assediata dagli eventi e quindi ci sono date e spazi per tutti».
Sia come sia, un fatto è certo: gli alpini piacciono a gran parte degli italiani. Sia perché ne riconoscono il valore nelle emergenze, sia perché guardando a quelle penne nere si ricordano dei giovani costretti a stare per anni in montagna, senza nulla con sé. Con solo qualche canto malinconico che racconta di ragazze perdute e di una guerra che non volevano fare. O della campagna di Russia, da cui i più non ritornarono, per parafrasare il titolo di un bel libro di Eugenio Corti. O di capitani che chiedevano che il loro corpo venisse spartito. Un po’ alla patria e al battaglione, un po’ alla mamma e al primo amore. E, infine, alle montagne «Ché lo fioriscano di rose e fior».
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