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2023-02-10
Pressing dell’Ue per dare i jet a Kiev. Ma ora Londra frena: nulla di deciso
Roberta Metsola e Ursula von der Leyen (Getty Images)
Mentre gli analisti mettono in allarme su un nuovo inasprimento del conflitto, al Parlamento europeo si registra la grande escalation già concretamente avvenuta: quella nella «gara» a chi fornisce più aiuti militari e, soprattutto, i sistemi più avanzati. Le richieste di Zelensky erano partite da armi «difensive» e di recente si è arrivati ai migliori carrarmati prodotti dalle industrie dei diversi Paesi che li forniranno: il «colpo grosso» sono considerati i Leopard 2 di produzione tedesca, insieme agli Abrams Usa, che però ci metteranno molto ad arrivare.
Zelensky si è presentato a Bruxelles con l’obiettivo, dichiarato, di ottenere «risultati». «Io non posso permettermi di tornare in patria senza dei risultati. Per sopravvivere abbiamo bisogno di armi e di aiuti finanziari», ha dichiarato il presidente ucraino. Nel pacco regalo Zelensky ha ottenuto la disponibilità a inserire i caccia, ultimo tassello che considera mancante per il suo ambizioso progetto di riprendersi anche il Donbass e la Crimea.
Come si sa, Zelensky ha avuto infatti un incontro a Parigi con il presidente Macron e il cancelliere Scholz sul quale aleggia il mistero. Secondo il rappresentante di Kiev, «l’incontro è stata una riunione molto importante, la considero positiva. Sono state prese decisioni concrete che non intendo annunciare pubblicamente». «Dobbiamo valutare ciò che può essere inviato sul breve termine e corrisponde ai bisogni ucraini, è questo che determinerà la nostra volontà di inviare equipaggiamenti militari», ha chiarito Macron, senza però rispondere in merito alla richiesta di jet. «Non condividerò i piani ucraini perché non è il mio compito», si è limitato a dire.
«La questione dei caccia e delle armi a lungo raggio per l’Ucraina è stata risolta», ha però comunicato in seguito il capo dell’ufficio presidenziale Andriy Yermak. Il vertice del Parlamento spinge affinché il desiderio del presidente ucraino sia realizzato in breve tempo. «Conosciamo il sacrificio che il vostro popolo ha sopportato per l’Europa e dobbiamo onorarlo non solo con le parole, ma anche con i fatti: con la volontà politica di garantire scambi commerciali più facili e con un processo di adesione il più rapido possibile. Con fondi per il vostro popolo, con aiuti per la ricostruzione, con l’addestramento delle vostre truppe. Con equipaggiamenti militari e sistemi di difesa di cui avete bisogno per vincere», ha dichiarato la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, aprendo la seduta plenaria straordinaria organizzata in occasione della visita del presidente ucraino. Su quali siano i sistemi necessari per vincere, Metsola non ha dubbi: «Gli Stati devono considerare, rapidamente, come passo successivo, fornire sistemi a lungo raggio e i jet necessari per proteggere la libertà che troppi hanno dato per scontata». Anche il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel ha ribadito l’impegno dell’Ue a fornire equipaggiamenti militari e ha evidenziato la necessità che le consegne siano il più rapide possibile, specie ora che i rischi di una nuova offensiva russa aumentano. Al coro si è unita la presidente della Commissione Ursula von der Leyen: «La vostra battaglia è una battaglia per la democrazia e per un’Europa libera. Non potremo mai eguagliare i vostri sacrifici. Ma possiamo difendervi e l’abbiamo fatto. Con 67 miliardi di euro di sostegno mobilitato per l’Ucraina e gli ucraini nell’ultimo anno». Il tono entusiastico della discussione non è stato condiviso dalla Gran Bretagna, sui cui accordi con Kiev Zelensky si era sbilanciato in sede europea. «Non abbiamo preso una decisione sui termini di una fornitura di jet, ma stiamo addestrando piloti ucraini», ha tenuto a precisare Downing Street. Il segretario britannico alla Difesa, Ben Wallace, ha escluso che il trasferimento di jet all’Ucraina, possa avvenire in tempi molto rapidi, spiegando che l’invio richiederebbe potenzialmente mesi.
Il governo inglese ha asserito di essere «consapevole dei rischi di escalation» legati a un’eventuale fornitura di aerei da combattimento. Già deciso è invece l’invio di carri armati Challenger 2 e armi a più lungo raggio promessi a Kiev. Zelensky ha affrontato il tema del rapporto Germania-Ucraina, che ha definito «ondivago». «Devo fare pressione con Scholz perché aiuti l’Ucraina e devo continuamente convincerlo che questo aiuto non è per noi ma per gli europei», ha ammesso il presidente ucraino. Ma Scholz ha mantenuto ferma la sua linea di prudenza: «Siamo il Paese europeo che fornisce il maggior sostegno finanziario e umanitario, ma anche il sostegno più concreto in termini di forniture di armi. È necessario affinché l’Ucraina possa difendersi, così come è necessario che questo sia sempre coordinato congiuntamente». Dopo avere incontrato Zelensky per la prima volta dallo scoppio della guerra, l’unico a menzionare la necessità di un cessate il fuoco è stato il premier ungherese, Viktor Orban. «L’Ungheria continuerà a fornire sostegno umanitario e finanziario all’Ucraina. Sosteniamo un cessate il fuoco immediato per prevenire ulteriori perdite di vite umane. L’Ungheria appartiene al campo della pace». Una bocciatura alla logica militare è arrivata anche davanti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dall’Alto rappresentante per gli affari del disarmo, Izumi Nakamitsu: «La prospettiva di una soluzione negoziata sembra scarsa finché l’attuale logica militare continua a prevalere. Il massiccio flusso di armi in qualsiasi situazione di conflitto armato aumenta i timori di escalation».
Nuova offensiva russa nel Lugansk
Il viaggio a Bruxelles del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha suscitato irritazione dalle parti di Mosca. Il presidente russo, Vladimir Putin, ha affermato che la Russia dovrebbe realizzare un sistema per lo sviluppo dei droni.
Al momento Mosca sta ricevendo rifornimenti di droni militari dall’Iran. Proprio ieri, un rapporto investigativo diffuso dalla Cnn ha riferito che Teheran starebbe modificando i droni inviati alla Russia per far sì che le esplosioni possano infliggere il massimo danno agli obiettivi infrastrutturali ucraini. «Non abbiamo iniziato nessuna ostilità, stiamo cercando di porvi fine. Queste ostilità sono state avviate dai nazionalisti ucraini e da coloro che li hanno sostenuti nel 2014, quando è avvenuto il colpo di Stato; è così che tutto è iniziato, poi sono seguiti gli eventi in Crimea e nel Donbass», ha detto inoltre il capo del Cremlino, cercando di scaricare su Kiev le responsabilità del conflitto, per poi aggiungere: «Chi vive con i lupi deve ululare come un lupo».
Dal canto suo, l’ex presidente russo, Dmitry Medvedev, ha dichiarato che Mosca sarebbe pronta ad aumentare la produzione di carri armati come reazione alle forniture di armi occidentali a Kiev. «Ieri, il nostro nemico ha implorato aerei, missili e carri armati mentre era all’estero. Cosa dovremmo fare in risposta? È chiaro che in questo caso è naturale per noi aumentare la produzione di vari tipi di armi e attrezzature militari, compresi i carri armati moderni», ha dichiarato. «Stiamo parlando della produzione e modernizzazione di migliaia di carri armati», ha proseguito Medvedev. La Cnn ha riferito che finora Mosca avrebbe perso circa la metà dei propri tank (intorno alle duemila unità).
In questo clima teso, sta circolando su alcuni canali Telegram un video che mostra l’esecuzione di due prigionieri russi da parte di soldati ucraini con colpi di arma da fuoco alla testa. «Mentre Zelensky va in giro per le città europee, i nazisti rimasti a casa sparano sui prigionieri», ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. «Esattamente per questo il regime di Kiev è stato pagato per molti anni: per infettare il proprio popolo con un’ideologia nemica dell’umanità, per mettere le persone le une contro le altre, per la distruzione della società e dello Stato», ha aggiunto. Sempre ieri, il capo del Wagner Group, Yevgeny Prigozhin, ha annunciato che interromperà i reclutamenti tra i carcerati russi: ricordiamo che questa organizzazione di mercenari è accusata di violazione dei diritti umani in Ucraina e Africa. Nel frattempo, Mosca e Pechino hanno siglato un accordo intergovernativo sulle forniture di gas attraverso la rotta dell’Estremo Oriente.
Non si arrestano frattanto le operazioni belliche. Nella mattinata di ieri, si sono registrati attacchi russi contro la città di Zaporizhzhia. «Mantenete la calma e rimanete nei rifugi. Il nemico sta cercando di attaccare di nuovo. Si prega di non distribuire materiale fotografico e video», ha esortato l’amministrazione militare della regione. Non solo. Negli scorsi giorni, le truppe di Mosca hanno intensificato i propri attacchi nella regione di Lugansk, soprattutto nelle aree di Kupyansk e Lyman.
Secondo quanto riferito dalla Cnn, «nel suo ultimo aggiornamento pubblicato giovedì, lo stato maggiore ha affermato che 25 insediamenti sono stati colpiti dal fuoco dell’artiglieria e che le forze russe hanno effettuato diversi attacchi aerei nell’area». Precedentemente occupate dalle truppe di Mosca, Kupyansk e Lyman sono state riprese dalle forze ucraine a settembre scorso.
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Gara tra Ursula, Michel e Metsola nell’incitare gli Stati a fornire all’Ucraina caccia e missili a lungo raggio. Per i quali Volodymyr Zelensky annuncia già l’accordo con Parigi e Berlino. Uk più cauto: «Nessun invio in tempi rapidi».Crescono gli attacchi al confine con Kharkiv. Video choc di soldati ucraini che uccidono i nemici arresisi. Mosca: «Mentre il loro leader è in giro, i nazisti sparano ai prigionieri».Lo speciale contiene due articoli.Mentre gli analisti mettono in allarme su un nuovo inasprimento del conflitto, al Parlamento europeo si registra la grande escalation già concretamente avvenuta: quella nella «gara» a chi fornisce più aiuti militari e, soprattutto, i sistemi più avanzati. Le richieste di Zelensky erano partite da armi «difensive» e di recente si è arrivati ai migliori carrarmati prodotti dalle industrie dei diversi Paesi che li forniranno: il «colpo grosso» sono considerati i Leopard 2 di produzione tedesca, insieme agli Abrams Usa, che però ci metteranno molto ad arrivare. Zelensky si è presentato a Bruxelles con l’obiettivo, dichiarato, di ottenere «risultati». «Io non posso permettermi di tornare in patria senza dei risultati. Per sopravvivere abbiamo bisogno di armi e di aiuti finanziari», ha dichiarato il presidente ucraino. Nel pacco regalo Zelensky ha ottenuto la disponibilità a inserire i caccia, ultimo tassello che considera mancante per il suo ambizioso progetto di riprendersi anche il Donbass e la Crimea. Come si sa, Zelensky ha avuto infatti un incontro a Parigi con il presidente Macron e il cancelliere Scholz sul quale aleggia il mistero. Secondo il rappresentante di Kiev, «l’incontro è stata una riunione molto importante, la considero positiva. Sono state prese decisioni concrete che non intendo annunciare pubblicamente». «Dobbiamo valutare ciò che può essere inviato sul breve termine e corrisponde ai bisogni ucraini, è questo che determinerà la nostra volontà di inviare equipaggiamenti militari», ha chiarito Macron, senza però rispondere in merito alla richiesta di jet. «Non condividerò i piani ucraini perché non è il mio compito», si è limitato a dire.«La questione dei caccia e delle armi a lungo raggio per l’Ucraina è stata risolta», ha però comunicato in seguito il capo dell’ufficio presidenziale Andriy Yermak. Il vertice del Parlamento spinge affinché il desiderio del presidente ucraino sia realizzato in breve tempo. «Conosciamo il sacrificio che il vostro popolo ha sopportato per l’Europa e dobbiamo onorarlo non solo con le parole, ma anche con i fatti: con la volontà politica di garantire scambi commerciali più facili e con un processo di adesione il più rapido possibile. Con fondi per il vostro popolo, con aiuti per la ricostruzione, con l’addestramento delle vostre truppe. Con equipaggiamenti militari e sistemi di difesa di cui avete bisogno per vincere», ha dichiarato la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, aprendo la seduta plenaria straordinaria organizzata in occasione della visita del presidente ucraino. Su quali siano i sistemi necessari per vincere, Metsola non ha dubbi: «Gli Stati devono considerare, rapidamente, come passo successivo, fornire sistemi a lungo raggio e i jet necessari per proteggere la libertà che troppi hanno dato per scontata». Anche il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel ha ribadito l’impegno dell’Ue a fornire equipaggiamenti militari e ha evidenziato la necessità che le consegne siano il più rapide possibile, specie ora che i rischi di una nuova offensiva russa aumentano. Al coro si è unita la presidente della Commissione Ursula von der Leyen: «La vostra battaglia è una battaglia per la democrazia e per un’Europa libera. Non potremo mai eguagliare i vostri sacrifici. Ma possiamo difendervi e l’abbiamo fatto. Con 67 miliardi di euro di sostegno mobilitato per l’Ucraina e gli ucraini nell’ultimo anno». Il tono entusiastico della discussione non è stato condiviso dalla Gran Bretagna, sui cui accordi con Kiev Zelensky si era sbilanciato in sede europea. «Non abbiamo preso una decisione sui termini di una fornitura di jet, ma stiamo addestrando piloti ucraini», ha tenuto a precisare Downing Street. Il segretario britannico alla Difesa, Ben Wallace, ha escluso che il trasferimento di jet all’Ucraina, possa avvenire in tempi molto rapidi, spiegando che l’invio richiederebbe potenzialmente mesi. Il governo inglese ha asserito di essere «consapevole dei rischi di escalation» legati a un’eventuale fornitura di aerei da combattimento. Già deciso è invece l’invio di carri armati Challenger 2 e armi a più lungo raggio promessi a Kiev. Zelensky ha affrontato il tema del rapporto Germania-Ucraina, che ha definito «ondivago». «Devo fare pressione con Scholz perché aiuti l’Ucraina e devo continuamente convincerlo che questo aiuto non è per noi ma per gli europei», ha ammesso il presidente ucraino. Ma Scholz ha mantenuto ferma la sua linea di prudenza: «Siamo il Paese europeo che fornisce il maggior sostegno finanziario e umanitario, ma anche il sostegno più concreto in termini di forniture di armi. È necessario affinché l’Ucraina possa difendersi, così come è necessario che questo sia sempre coordinato congiuntamente». Dopo avere incontrato Zelensky per la prima volta dallo scoppio della guerra, l’unico a menzionare la necessità di un cessate il fuoco è stato il premier ungherese, Viktor Orban. «L’Ungheria continuerà a fornire sostegno umanitario e finanziario all’Ucraina. Sosteniamo un cessate il fuoco immediato per prevenire ulteriori perdite di vite umane. L’Ungheria appartiene al campo della pace». Una bocciatura alla logica militare è arrivata anche davanti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dall’Alto rappresentante per gli affari del disarmo, Izumi Nakamitsu: «La prospettiva di una soluzione negoziata sembra scarsa finché l’attuale logica militare continua a prevalere. Il massiccio flusso di armi in qualsiasi situazione di conflitto armato aumenta i timori di escalation». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ue-caccia-ucraina-2659397310.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nuova-offensiva-russa-nel-lugansk" data-post-id="2659397310" data-published-at="1675984375" data-use-pagination="False"> Nuova offensiva russa nel Lugansk Il viaggio a Bruxelles del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha suscitato irritazione dalle parti di Mosca. Il presidente russo, Vladimir Putin, ha affermato che la Russia dovrebbe realizzare un sistema per lo sviluppo dei droni. Al momento Mosca sta ricevendo rifornimenti di droni militari dall’Iran. Proprio ieri, un rapporto investigativo diffuso dalla Cnn ha riferito che Teheran starebbe modificando i droni inviati alla Russia per far sì che le esplosioni possano infliggere il massimo danno agli obiettivi infrastrutturali ucraini. «Non abbiamo iniziato nessuna ostilità, stiamo cercando di porvi fine. Queste ostilità sono state avviate dai nazionalisti ucraini e da coloro che li hanno sostenuti nel 2014, quando è avvenuto il colpo di Stato; è così che tutto è iniziato, poi sono seguiti gli eventi in Crimea e nel Donbass», ha detto inoltre il capo del Cremlino, cercando di scaricare su Kiev le responsabilità del conflitto, per poi aggiungere: «Chi vive con i lupi deve ululare come un lupo». Dal canto suo, l’ex presidente russo, Dmitry Medvedev, ha dichiarato che Mosca sarebbe pronta ad aumentare la produzione di carri armati come reazione alle forniture di armi occidentali a Kiev. «Ieri, il nostro nemico ha implorato aerei, missili e carri armati mentre era all’estero. Cosa dovremmo fare in risposta? È chiaro che in questo caso è naturale per noi aumentare la produzione di vari tipi di armi e attrezzature militari, compresi i carri armati moderni», ha dichiarato. «Stiamo parlando della produzione e modernizzazione di migliaia di carri armati», ha proseguito Medvedev. La Cnn ha riferito che finora Mosca avrebbe perso circa la metà dei propri tank (intorno alle duemila unità). In questo clima teso, sta circolando su alcuni canali Telegram un video che mostra l’esecuzione di due prigionieri russi da parte di soldati ucraini con colpi di arma da fuoco alla testa. «Mentre Zelensky va in giro per le città europee, i nazisti rimasti a casa sparano sui prigionieri», ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. «Esattamente per questo il regime di Kiev è stato pagato per molti anni: per infettare il proprio popolo con un’ideologia nemica dell’umanità, per mettere le persone le une contro le altre, per la distruzione della società e dello Stato», ha aggiunto. Sempre ieri, il capo del Wagner Group, Yevgeny Prigozhin, ha annunciato che interromperà i reclutamenti tra i carcerati russi: ricordiamo che questa organizzazione di mercenari è accusata di violazione dei diritti umani in Ucraina e Africa. Nel frattempo, Mosca e Pechino hanno siglato un accordo intergovernativo sulle forniture di gas attraverso la rotta dell’Estremo Oriente. Non si arrestano frattanto le operazioni belliche. Nella mattinata di ieri, si sono registrati attacchi russi contro la città di Zaporizhzhia. «Mantenete la calma e rimanete nei rifugi. Il nemico sta cercando di attaccare di nuovo. Si prega di non distribuire materiale fotografico e video», ha esortato l’amministrazione militare della regione. Non solo. Negli scorsi giorni, le truppe di Mosca hanno intensificato i propri attacchi nella regione di Lugansk, soprattutto nelle aree di Kupyansk e Lyman. Secondo quanto riferito dalla Cnn, «nel suo ultimo aggiornamento pubblicato giovedì, lo stato maggiore ha affermato che 25 insediamenti sono stati colpiti dal fuoco dell’artiglieria e che le forze russe hanno effettuato diversi attacchi aerei nell’area». Precedentemente occupate dalle truppe di Mosca, Kupyansk e Lyman sono state riprese dalle forze ucraine a settembre scorso.
Nicola Fratoianni (Ansa)
Il Pd però la scelta di campo l’ha fatta, con o senza i 5 stelle, sapendo che ha dalla sua la sponda della Cgil. Domani, a Roma, Schlein e il segretario del sindacato di Corso Italia, Maurizio Landini, presentano il volume L’Italia che non arriva a fine mese dell’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano, del già professore di sociologia economica, Mimmo Carrieri e del sindacalista Cgil Agostino Megale che dialogheranno con il segretario Pd e Landini sul problema salariale e sulla ricchezza accumulata nelle mani di pochi e quindi sulla necessità di una redistribuzione equa. I relatori non si limiteranno all’analisi ma forniranno una soluzione per sbloccare l’impasse delle retribuzioni. È probabile che il tema della patrimoniale rispunti ma se così non fosse, le basi ideologiche sono state gettate.
Il giorno dopo, venerdì a Milano, c’è l’appuntamento organizzato dall’European Left Alliance, l’alleanza della sinistra europea, dal titolo «Tax the rich, combattere le disuguaglianze e ridistribuire ricchezza». Tra i partecipanti la deputata di Sinistra italiana nel gruppo Avs, Elisabetta Piccolotti.
Per la Cgil si tratta di andare a ripescare una proposta lanciata a novembre 2025 e rimessa nel cassetto per le reazioni polemiche ma mai definitivamente archiviata. Landini proponeva di applicare un’aliquota dell’1,3% su una platea di contribuenti, circa 500.000, che detiene almeno 2 milioni di euro. Il segretario della Cgil la spiegava come «un contributo di solidarietà da parte dell’1% della popolazione a vantaggio del 99%». Il gettito stimato sarebbe pari a circa 26 miliardi di euro. Risorse che secondo il sindacalista, servirebbero a finanziare sanità, istruzione, non autosufficienza, politiche abitative, sociali e di trasporto pubblico.
Ma poi, ammesso che la sinistra riesca a farla digerire, la patrimoniale funzionerebbe? A questa domanda ha già risposto la Commissione Ue che ha bocciato preventivamente la tesi Schlein. A fine marzo, quindi in anticipo sul lancio del segretario del Pd, la Commissione europea ha pubblicato uno studio, Wealth Taxation, Including Net Wealth, Capital and Exit Taxes, affidato a un consorzio di centri di ricerca. Il lavoro ripescato dal Corriere della Sera, fa una panoramica delle luci e delle (molte) ombre delle imposte patrimoniali negli Stati membri. Negli ultimi trent’anni c’è stata una accelerazione della ricchezza privata nell’Ue che si è però concentrata ai vertici della piramide sociale. Sicché l’1% ha accelerato più rapidamente mentre la classe media è avanzata a ritmo più lento. Una situazione condizionata anche dalla pressione fiscale elevata sul lavoro e dai bisogni di bilancio post crisi. Di qui nasce il dibattito pubblico che reclama equità.
Lo studio a questo punto analizza gli effetti delle varie imposte patrimoniali, da quella netta sul patrimonio, alle plusvalenze maturate o realizzate, alle successioni e donazioni, exit tax. Risultato: nessuna di queste genera in pratica entrate significative nella maggior parte degli Stati membri. Anzi, i gettiti si sono spesso ridotti nonostante il boom dei patrimoni. Il perché è noto: soglie elevate, esenzioni estese, regimi di favore, aliquote in discesa, basi imponibili erose. Lo sbocco è stato diverso per i Paesi che l’hanno adottata. Germania e Svezia l’hanno abolita, Francia ridimensionata, Norvegia e Svizzera la mantengono, Spagna la combina con un’imposta di solidarietà. Il 30 novembre 2025 gli elettori svizzeri hanno respinto con un secco 78,3% la proposta dei Giovani Socialisti di un’imposta federale del 50% su successioni e donazioni sopra i 50 milioni di franchi, seconda bocciatura dopo il no del 2015 (71%), con tutti i 26 cantoni contrari.
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Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha chiesto al capo della Polizia, Vittorio Pisani, di far verificare i motivi del mancato allontanamento dall’Italia in occasione dei precedenti controlli di polizia a cui era stato sottoposto. Infatti, all’uomo, nel maggio 2022 è scaduto il permesso di soggiorno provvisorio che aveva ottenuto mentre era in attesa dell’esito del ricorso contro la mancata concessione della protezione internazionale. Da allora è stato fermato più volte da agenti impegnati nel controllo del territorio e ha subito cinque denunce per spaccio e detenzione di sostanza stupefacente, tentato furto (di un cellulare), rapina, resistenza, violenza, minaccia e oltraggio a pubblico ufficiale, ricettazione (sembra di due tessere sanitarie). Gli ispettori dovranno individuare quali ufficiali di polizia giudiziaria siano intervenuti in questi frangenti e perché, dopo averlo fermato, non lo abbiano spedito in un Centro di permanenza per i rimpatri. L’uomo non sarebbe mai entrato negli uffici della Squadra mobile di Genova, mentre a occuparsi di lui, in passato, sarebbero stati i carabinieri. Ma gli uomini della Benemerita sono anche quelli che sabato, dopo l’omicidio, lo hanno arrestato e condotto all’ospedale San Martino in stato di alterazione.
L’ipotesi del Viminale è che i precedenti dell’uomo, privo di documento valido, fossero più che sufficienti a determinarne l’espulsione. Il suo avvocato, Filippo Guiglia, ieri, via Whatsapp, ha provato a rubarci il mestiere: «Più che preoccuparmi dei permessi di soggiorno, mi domanderei quali politiche si attuano per aiutare chi ha forti disagi». Abbiamo provato a chiedere a quali disagi si riferisse, ma il legale non ha più replicato. Edoardo Rixi, viceministro leghista dei Trasporti, è l’unico ligure della compagine governativa. E commenta con favore l’iniziativa del collega a capo del Viminale: «Il governo, tramite il ministro Piantedosi, ha giustamente aperto un procedimento perché non va lasciato nulla al caso e bisogna garantire le espulsioni».
Rixi ragiona da abitante del capoluogo ligure: «Da troppo tempo Genova registra una presenza crescente di clochard aggressivi, soggetti che si drogano di crack in pieno giorno nel cuore della città e perfino sulle scale della metropolitana, oltre che di baby gang che rendono sempre più difficile vivere serenamente le aree della movida». Una situazione di degrado che tutti possono constatare leggendo le cronache cittadine dove quasi ogni giorno si registra un’aggressione a cittadini e turisti. Nelle scorse ore, per esempio, in via del Campo, la strada della città vecchia cantata da Fabrizio De André, due rapinatori sono entrati a forza dentro un appartamento armati di coltello e hanno derubato il muratore che lavorava all’interno. L’uomo non ha reagito e, per questo, non ha subito danni peggiori, ma in molti altri casi le vittime vengono ricoverate anche con prognosi serie. In città è diventato difficile girare senza correre rischi nella centralissima piazza Caricamento (utilizzata recentemente come una moschea a cielo aperto), a pochi metri dall’Acquario, ma anche in via San Lorenzo, la strada che conduce all’omonima cattedrale e a Palazzo Ducale.
In certe sere quelle aree sono invase da gruppi di maranza che con atteggiamenti aggressivi e musica ad altissimo volume scoraggiano le passeggiate delle famiglie, costrette a rimanere a casa o a scegliere zone meno pericolose. «È una situazione che richiede una risposta forte dello Stato, anche valutando un maggiore impiego dell’Esercito a supporto delle forze dell’ordine nei punti più sensibili. Ma serve anche un cambio di atteggiamento da parte dell’amministrazione comunale, che troppo spesso ha adottato toni e linguaggi indulgenti verso fenomeni di degrado e illegalità» continua Rixi. «La sicurezza non è né di destra, né di sinistra: è un diritto dei cittadini. Per questo condivido e rilancio l’allarme che i consiglieri comunali della Lega Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua portano avanti da tempo in Consiglio comunale, denunciando con costanza situazioni che oggi sono sotto gli occhi di tutti. Ignorare il problema non lo risolve. Servono regole, controlli e tolleranza zero verso chi trasforma interi quartieri in zone franche». Una deriva che hanno difficoltà a negare anche i più convinti sostenitori delle società aperte.
Rixi è da sempre impegnato ad attirare fondi per finanziare infrastrutture e nuove attività nella Superba, ma l’attuale situazione rischia di scoraggiare chi voglia scommettere sul futuro del capoluogo ligure: «Genova merita più sicurezza, più decoro e più rispetto per chi vive, lavora e investe nella nostra città». Il viceministro cita la teoria della finestra rotta (o dei vetri rotti), un noto principio sociologico e criminologico secondo cui lasciare un piccolo segno di degrado (come una finestra non riparata) trasmette un senso di incuria e abbandono che incoraggiano ulteriori atti vandalici o comportamenti antisociali, innescando un effetto a catena di progressivo degrado urbano. «Dove governa la sinistra», conclude Rixi, «i balordi prendono coraggio: in questo momento va rilanciata la tolleranza zero». Un tema su cui la Lega non vuole farsi superare da Futuro nazionale.
Il sindaco di Genova, Silvia Salis, sull’argomento, ha scelto di lanciare la palla in tribuna incolpando il governo dell’attuale situazione di emergenza, dimenticando di avere il controllo diretto della polizia municipale. Da tempo sostiene la necessità di un grande patto nazionale sulla sicurezza tra governo e città, uno di quei tavoli dove, solitamente, si discetta dei massimi sistemi, ma si conclude poco. Per esempio, digitando su Internet, si scopre che quasi tutte le città che hanno siglato «patti sulla sicurezza» con il governo centrale sono per lo più Comuni a guida progressista, con i più alti indici di criminalità sul territorio nazionale, da Milano a Roma, da Torino a Napoli a Firenze. Chi vive nella Superba non ha bisogno di chiacchiere, ma di poter girare per la città senza avere paura di essere rapinato o picchiato. O, magari, come è accaduto al povero Pietro Signor, ucciso a colpi di bottiglia in un parco a pochi passi da via Roma e via XXV Aprile, il «salotto buono» dei genovesi.
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Maurizio Landini ed Elly Schlein (Ansa)
Il governo di centrodestra, e anche i toni accesi che anticipano ogni campagna elettorale, ovviamente aiutano e infatti Landini ha deciso di scendere in campo con una serie di proposte economiche. L’occasione sarà la presentazione di un libro dal titolo L’Italia che non arriva a fine mese, in compagnia di Elly Schlein. Edito dalla Fondazione Feltrinelli, il volume rappresenta la più clamorosa smentita alle tesi care al principale alleato del Pd, che in una precedente legislatura, dopo l’introduzione del reddito di cittadinanza, annunciò per bocca dell’allora suo leader Luigi Di Maio l’abolizione della povertà. Rottamato da Giorgia Meloni, il sussidio non fa al momento parte del programma di Landini, il quale invece è più propenso a rispolverare un vecchio cavallo di battaglia della sinistra, ovvero la patrimoniale, trovando nella segretaria del Pd, che non vuole certo farsi scavalcare a sinistra, un’alleata.
Al segretario della Cgil poco importa che l’idea di una tassa dell’1,3% su patrimoni da due milioni di euro spacchi il campo largo, con Matteo Renzi decisamente contrario (dopo aver lasciato Palazzo Chigi è diventato milionario, e perciò sarebbe tra le vittime dalla stangata) e Giuseppe Conte assai tiepido. Anche l’ala riformista del Partito democratico non vede di buon occhio un prelievo su case, conti correnti e investimenti, criticando la tempistica dell’uscita, che prima del voto rischierebbe di spaventare molti elettori.
Nessuno, né Landini che la propone né quanti prendono le distanze per opportunità o per calcolo, sembra però rendersi conto che la patrimoniale in Italia esiste già e genera ogni anno una raccolta per il fisco pari a una cinquantina di miliardi. A introdurla ci pensò Mario Monti nel 2011, con la famosa manovra che tramortì per un paio d’anni l’economia italiana. L’ex rettore della Bocconi introdusse l’Imu sulla seconda e anche sulla prima casa e non contento inventò l’Ivie, l’imposta sui valori immobiliari all’estero. Il governo Berlusconi poi tolse la tassa sulla residenza principale, ma il resto rimase. Unito peraltro alle imposte di bollo, di registro, catastali, ipotecarie e di successione. In totale, nel 2020 facevano più di 40 miliardi, cifra che ci collocava al di sopra della media Ue sia per gettito erariale che in rapporto al Pil. Tanto per essere chiari, solo cinque Paesi su 27 avevano un prelievo percentualmente più pesante del nostro.
Ho citato i dati del 2020, anno in cui a causa del Covid l’incidenza fu inferiore, perché la patrimoniale all’epoca fu oggetto di uno studio dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica diretto da Carlo Cottarelli, uno che non è certo sospettabile di antipatia verso Schlein e compagni, essendo stato senatore del Pd. Oggi in Italia la patrimoniale genera un gettito addirittura maggiore, sopra i 50 miliardi, quasi il doppio dunque di quei 26 che Landini immagina di rastrellare con la sua super imposta. Ma il leader sindacale evidentemente non lo sa. Tutto ciò dimostra che non soltanto l’idea del segretario della Cgil è propaganda, ma che è anche aria fritta.
Del resto, che la tassa sui patrimoni non funzioni lo provano i risultati ottenuti da chi ha perseguito quella strada. In Francia, quando ci provò François Hollande, i grandi capitali fuggirono e in Gran Bretagna, con l’arrivo di Keir Starmer, molti ricconi hanno fatto le valigie. Per non dire della Svezia, che dopo aver sperimentato uno Stato sociale sostenuto da alte tasse ha fatto marcia indietro. Perché chi ha soldi e consulenti non sta certo ad aspettare Landini: alla prima avvisaglia se ne va. Nella rete del fisco così finisce chi ricco non è, ma avendo ereditato una casa in città come Milano rischia di sembrarlo e di pagare grazie a Landini decine di migliaia di euro ogni anno. Una stangata capace di uccidere un’intera fascia di reddito e insieme di far scappare i grandi capitali.
Non resta che sperare che da tipi come il segretario della Cgil gli italiani si tengano alla larga. Qui non si rischia di bloccare il Paese con gli scioperi, ma di ammazzarlo.
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