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2022-11-25
Dall’Ue 18 miliardi agli Ucraini in cambio di riforme. E loro vogliono vietare i culti
Manifestazione di attivisti ucraini di fronte alla statua di Caterina II di Russia a Odessa (Ansa)
Mentre l’Unione europea eroga finanziamenti perché l’Ucraina possa tenersi a galla nel contesto della guerra ma possa anche modernizzarsi e adeguarsi al percorso di adesione all’Ue, Kiev presenta un disegno di legge che di moderno non ha proprio nulla.
L’Ucraina intende infatti bandire la Chiesa russa dal Paese. Il disegno di legge per proibire l’attività della Chiesa ortodossa russa sul territorio ucraino è stato presentato in Parlamento a Kiev, sostenuto dall’accusa, per la Chiesa russa nel suo complesso, di dare appoggio a Vladimir Putin e alla guerra. «Le sue attività non sono religiose ma di natura politica. La leadership e il clero della Chiesa russa sono usati per attività anti-ucraine che approvano l’aggressione militare di Mosca nel nostro Paese, benedicono i soldati russi che portano la morte alla pacifica popolazione dell’Ucraina», ha scritto il deputato che ha presentato il disegno di legge, Mykola Knyazhytskyi. Knyazhytskyi, ben consapevole che nell’Unione europea la libertà di culto è garantita, ha sottolineato che i legislatori non negano il diritto alla libertà di religione. «Ognuno può credere a cosa e come vuole, o non credere a niente. Ma qualsiasi organizzazione deve rispettare il diritto dello Stato di obbedire alle leggi e rispettare la legge e l’ordine», ha affermato.
Due giorni fa, però, le forze speciali ucraine hanno perquisito il famoso monastero delle Grotte di Kiev, il monastero della Santissima Trinità di Koretsky e i locali della diocesi Sarnensko-Polyska nella regione di Rivne, asserendo che venisse effettuata al loro interno attività anti-ucraina. Al momento non ci sono prove di tali affermazioni. Nel frattempo, come si diceva, il Parlamento europeo ha dato il via libera al prestito da 18 miliardi di euro all’Ucraina per il 2023. L’Eurocamera ha approvato il prestito a lungo termine condizionato ad una serie di riforme. Tali riforme, che dovranno «rafforzare le istituzioni del Paese e prepararlo sia alla ricostruzione che al percorso di adesione all’Ue», comprendono la lotta alla corruzione, la riforma giudiziaria, il rispetto dello Stato di diritto, e la modernizzazione delle istituzioni. Tutti concetti, dunque, con i quali la possibile proibizione di un culto stride enormemente. Lo stato di avanzamento delle misure di ammodernamento dovrà comunque essere esaminato dalla Commissione prima dell’erogazione di ciascuna rata (il prestito verrà erogato trimestralmente). Il denaro dovrà servire, ovviamente, anche a sostenere «i servizi pubblici essenziali, la fornitura di alloggi per i profughi, la stabilità macroeconomica e il ripristino delle infrastrutture critiche distrutte dalla Russia».
Il clima nei confronti di qualsiasi simbolo russo è talmente esacerbato che il consiglio comunale di Odessa ha deciso di demolire il monumento a Caterina II di Russia. Caterina, imperatrice di Russia e fondatrice della città, è ora vista come un simbolo dell’oppressione di Mosca.
Intanto, l’Ucraina fa i conti con la distruzione delle infrastrutture civili. Il sindaco di Kiev, Vitaliy Klitschko, ha affermato che dopo gli ultimi raid russi che hanno lasciato l’Ucraina al buio e al gelo, il 70% della capitale è ancora privo di energia. Resta in modalità blackout completo, dopo i bombardamenti, la centrale di Zaporizhzhia. Lo ha segnalato l’Energoatom, aggiungendo che «il livello di radiazione nel sito della centrale rimane normale». «Vedendo la neve penso ai nostri amici ucraini che, a causa dei barbarici attacchi terroristici di Putin contro le infrastrutture, devono affrontare questo inverno senza elettricità e acqua. A causa sua, bambini con i loro genitori e nonni stanno congelando nel buio. Condanno questi attacchi barbarici. Sono crimini di guerra», ha dichiarato la presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, in una conferenza stampa in Finlandia. La stessa Von der Leyen ha confermato che l’Ue sta preparando un nono pacchetto di sanzioni contro la Russia. Il rappresentante permanente russo presso le Nazioni Unite, Vasily Nebenzya, ha affermato da parte sua che Mosca sta colpendo le infrastrutture «in risposta all’invio di armi occidentali e agli sconsiderati appelli di Kiev per una vittoria militare sulla Russia». Il diplomatico ha affermato che l’«operazione speciale» proseguirà fino a quando Kiev non assumerà «una posizione realistica che consenta un negoziato». Il rappresentante di Mosca ha anche osservato che i danni agli edifici residenziali e le vittime civili «sono da imputare all’Ucraina» la cui difesa aerea non si trova nelle periferie, bensì al centro delle città. «Di conseguenza, frammenti di missili ucraini colpiscono oggetti a cui la Russia non mirava nemmeno», ha aggiunto Nebenzya. Nel frattempo, il tribunale di Lefortovo a Mosca ha convalidato l’arresto di tre ucraini - Yanina Akulova, Anton Nikolaevich Zhukovsky e Dmitry Sergeyevich Sergeyev - sospettati di aver tentato di compiere un attentato sul territorio russo.
Sul campo, si contano i morti. Sei decessi e trenta feriti si registrano nella città di Vyshgorod. I corpi di oltre 400 civili uccisi a Kherson durante l’occupazione russa sarebbero poi stati rivenuti, secondo il procuratore dello Stato, Andriy Kostin. Il ministero della Difesa in Russia ha intanto annunciato la liberazione di 50 prigionieri di guerra da parte dell’Ucraina nel quadro di uno scambio di prigionieri. Poco prima il leader filorusso della repubblica di Donetsk aveva reso noto che anche la Russia avrebbe rilasciato 50 soldati ucraini.
Michel va da Xi e lascia a casa Ursula
Anziché imparare dai propri errori, Bruxelles continua a guardare in direzione della Repubblica popolare cinese. Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, si recherà infatti a Pechino giovedì prossimo, per incontrare Xi Jinping. «La visita a Pechino fa seguito alla discussione strategica del Consiglio europeo sulle relazioni dell’Unione europea con la Cina tenutasi in ottobre», si legge in una nota ufficiale del Consiglio europeo. «In un contesto geopolitico ed economico teso, la visita rappresenta un’opportunità tempestiva di dialogo tra l’Ue e la Cina. I leader dell’Ue e della Cina discuteranno delle sfide globali e di argomenti di interesse comune», recita ancora il comunicato.
L’ultimo presidente del Consiglio europeo ricevuto da Xi in Cina fu Donald Tusk nel luglio del 2018. Tuttavia all’epoca Tusk si recò a Pechino accompagnato dall’allora capo della Commissione europea, Jean-Claude Juncker. Stavolta le cose andranno invece diversamente, dato che non è prevista la presenza di Ursula von der Leyen. Non a caso, Politico ieri definiva la circostanza come una «rottura con la tradizione». È verosimile che tale situazione sia dovuta alle tensioni in corso tra la stessa von der Leyen e Michel: tensioni che, iniziate ai tempi del cosiddetto sofagate in Turchia l’anno scorso, pare si siano progressivamente intensificate. Insomma, non è escluso che, con questo viaggio, il presidente del Consiglio europeo voglia infliggere uno schiaffo politico in piena regola alla von der Leyen.
Tuttavia, al di là delle beghe che si registrano ai piani alti di Bruxelles, i nodi sono soprattutto di carattere geopolitico. In primis, questo acrimonioso sfilacciamento ai vertici europei indebolisce la posizione dell’Ue davanti al Dragone. In secondo luogo, ricordiamo che il mese scorso Xi ha ottenuto un inedito terzo mandato come segretario generale del Pcc, consolidando il proprio già ampio potere. Va inoltre tenuto presente che il viaggio di Michel arriverà poche settimane dopo la visita ufficiale a Pechino del cancelliere tedesco, Olaf Scholz: una visita che ha notevolmente rinsaldato i rapporti politici ed economici tra Germania e Cina. D’altronde, proprio Berlino ha svolto un significativo ruolo nell’avvicinamento tra l’Ue e il Dragone. Fu infatti su input di Angela Merkel (di cui Scholz era all’epoca vicecancelliere) che la Commissione europea firmò il controverso trattato sugli investimenti con la Repubblica popolare nel dicembre 2020: trattato che di fatto non affrontava la questione del lavoro forzato nello Xinjiang e che irritò non poco gli Usa. Dal canto suo, il presidente francese, Emmanuel Macron, ha reso noto di voler visitare la Cina all’inizio dell’anno prossimo.
Insomma, sembra proprio che l’asse franco-tedesco stia continuando ad orientare la politica complessiva dell’Ue in un senso tutt’altro che ostile alla Cina. Tutto questo, con buona pace di chi, come la Lituania, invoca una linea più severa nei confronti del Dragone. Non è d’altronde escludibile che il viaggio di Michel possa irritare gli americani. «Gli Stati Uniti sono il nostro alleato più importante ma, in alcuni casi, non avremo la stessa posizione o lo stesso approccio nei confronti della Cina», aveva detto appena martedì scorso l’Alto rappresentante per la politica estera europea, Josep Borrell, annunciando inoltre un viaggio del suo team a Washington la prossima settimana per discutere del dossier cinese.
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Il Parlamento europeo dà l’ok al prestito, a patto che Kiev rafforzi lo Stato di diritto. Propositi non proprio in linea col disegno di legge che intende bandire la Chiesa russa.Giovedì il presidente del Consiglio europeo vola a Pechino. Ma in modo irrituale la leader della Commissione, con cui non corre buon sangue, non sarà presente.Lo speciale contiene due articoli.Mentre l’Unione europea eroga finanziamenti perché l’Ucraina possa tenersi a galla nel contesto della guerra ma possa anche modernizzarsi e adeguarsi al percorso di adesione all’Ue, Kiev presenta un disegno di legge che di moderno non ha proprio nulla. L’Ucraina intende infatti bandire la Chiesa russa dal Paese. Il disegno di legge per proibire l’attività della Chiesa ortodossa russa sul territorio ucraino è stato presentato in Parlamento a Kiev, sostenuto dall’accusa, per la Chiesa russa nel suo complesso, di dare appoggio a Vladimir Putin e alla guerra. «Le sue attività non sono religiose ma di natura politica. La leadership e il clero della Chiesa russa sono usati per attività anti-ucraine che approvano l’aggressione militare di Mosca nel nostro Paese, benedicono i soldati russi che portano la morte alla pacifica popolazione dell’Ucraina», ha scritto il deputato che ha presentato il disegno di legge, Mykola Knyazhytskyi. Knyazhytskyi, ben consapevole che nell’Unione europea la libertà di culto è garantita, ha sottolineato che i legislatori non negano il diritto alla libertà di religione. «Ognuno può credere a cosa e come vuole, o non credere a niente. Ma qualsiasi organizzazione deve rispettare il diritto dello Stato di obbedire alle leggi e rispettare la legge e l’ordine», ha affermato. Due giorni fa, però, le forze speciali ucraine hanno perquisito il famoso monastero delle Grotte di Kiev, il monastero della Santissima Trinità di Koretsky e i locali della diocesi Sarnensko-Polyska nella regione di Rivne, asserendo che venisse effettuata al loro interno attività anti-ucraina. Al momento non ci sono prove di tali affermazioni. Nel frattempo, come si diceva, il Parlamento europeo ha dato il via libera al prestito da 18 miliardi di euro all’Ucraina per il 2023. L’Eurocamera ha approvato il prestito a lungo termine condizionato ad una serie di riforme. Tali riforme, che dovranno «rafforzare le istituzioni del Paese e prepararlo sia alla ricostruzione che al percorso di adesione all’Ue», comprendono la lotta alla corruzione, la riforma giudiziaria, il rispetto dello Stato di diritto, e la modernizzazione delle istituzioni. Tutti concetti, dunque, con i quali la possibile proibizione di un culto stride enormemente. Lo stato di avanzamento delle misure di ammodernamento dovrà comunque essere esaminato dalla Commissione prima dell’erogazione di ciascuna rata (il prestito verrà erogato trimestralmente). Il denaro dovrà servire, ovviamente, anche a sostenere «i servizi pubblici essenziali, la fornitura di alloggi per i profughi, la stabilità macroeconomica e il ripristino delle infrastrutture critiche distrutte dalla Russia». Il clima nei confronti di qualsiasi simbolo russo è talmente esacerbato che il consiglio comunale di Odessa ha deciso di demolire il monumento a Caterina II di Russia. Caterina, imperatrice di Russia e fondatrice della città, è ora vista come un simbolo dell’oppressione di Mosca. Intanto, l’Ucraina fa i conti con la distruzione delle infrastrutture civili. Il sindaco di Kiev, Vitaliy Klitschko, ha affermato che dopo gli ultimi raid russi che hanno lasciato l’Ucraina al buio e al gelo, il 70% della capitale è ancora privo di energia. Resta in modalità blackout completo, dopo i bombardamenti, la centrale di Zaporizhzhia. Lo ha segnalato l’Energoatom, aggiungendo che «il livello di radiazione nel sito della centrale rimane normale». «Vedendo la neve penso ai nostri amici ucraini che, a causa dei barbarici attacchi terroristici di Putin contro le infrastrutture, devono affrontare questo inverno senza elettricità e acqua. A causa sua, bambini con i loro genitori e nonni stanno congelando nel buio. Condanno questi attacchi barbarici. Sono crimini di guerra», ha dichiarato la presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, in una conferenza stampa in Finlandia. La stessa Von der Leyen ha confermato che l’Ue sta preparando un nono pacchetto di sanzioni contro la Russia. Il rappresentante permanente russo presso le Nazioni Unite, Vasily Nebenzya, ha affermato da parte sua che Mosca sta colpendo le infrastrutture «in risposta all’invio di armi occidentali e agli sconsiderati appelli di Kiev per una vittoria militare sulla Russia». Il diplomatico ha affermato che l’«operazione speciale» proseguirà fino a quando Kiev non assumerà «una posizione realistica che consenta un negoziato». Il rappresentante di Mosca ha anche osservato che i danni agli edifici residenziali e le vittime civili «sono da imputare all’Ucraina» la cui difesa aerea non si trova nelle periferie, bensì al centro delle città. «Di conseguenza, frammenti di missili ucraini colpiscono oggetti a cui la Russia non mirava nemmeno», ha aggiunto Nebenzya. Nel frattempo, il tribunale di Lefortovo a Mosca ha convalidato l’arresto di tre ucraini - Yanina Akulova, Anton Nikolaevich Zhukovsky e Dmitry Sergeyevich Sergeyev - sospettati di aver tentato di compiere un attentato sul territorio russo. Sul campo, si contano i morti. Sei decessi e trenta feriti si registrano nella città di Vyshgorod. I corpi di oltre 400 civili uccisi a Kherson durante l’occupazione russa sarebbero poi stati rivenuti, secondo il procuratore dello Stato, Andriy Kostin. Il ministero della Difesa in Russia ha intanto annunciato la liberazione di 50 prigionieri di guerra da parte dell’Ucraina nel quadro di uno scambio di prigionieri. Poco prima il leader filorusso della repubblica di Donetsk aveva reso noto che anche la Russia avrebbe rilasciato 50 soldati ucraini. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucraina-chiesa-russa-2658781818.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="michel-va-da-xi-e-lascia-a-casa-ursula" data-post-id="2658781818" data-published-at="1669375533" data-use-pagination="False"> Michel va da Xi e lascia a casa Ursula Anziché imparare dai propri errori, Bruxelles continua a guardare in direzione della Repubblica popolare cinese. Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, si recherà infatti a Pechino giovedì prossimo, per incontrare Xi Jinping. «La visita a Pechino fa seguito alla discussione strategica del Consiglio europeo sulle relazioni dell’Unione europea con la Cina tenutasi in ottobre», si legge in una nota ufficiale del Consiglio europeo. «In un contesto geopolitico ed economico teso, la visita rappresenta un’opportunità tempestiva di dialogo tra l’Ue e la Cina. I leader dell’Ue e della Cina discuteranno delle sfide globali e di argomenti di interesse comune», recita ancora il comunicato. L’ultimo presidente del Consiglio europeo ricevuto da Xi in Cina fu Donald Tusk nel luglio del 2018. Tuttavia all’epoca Tusk si recò a Pechino accompagnato dall’allora capo della Commissione europea, Jean-Claude Juncker. Stavolta le cose andranno invece diversamente, dato che non è prevista la presenza di Ursula von der Leyen. Non a caso, Politico ieri definiva la circostanza come una «rottura con la tradizione». È verosimile che tale situazione sia dovuta alle tensioni in corso tra la stessa von der Leyen e Michel: tensioni che, iniziate ai tempi del cosiddetto sofagate in Turchia l’anno scorso, pare si siano progressivamente intensificate. Insomma, non è escluso che, con questo viaggio, il presidente del Consiglio europeo voglia infliggere uno schiaffo politico in piena regola alla von der Leyen. Tuttavia, al di là delle beghe che si registrano ai piani alti di Bruxelles, i nodi sono soprattutto di carattere geopolitico. In primis, questo acrimonioso sfilacciamento ai vertici europei indebolisce la posizione dell’Ue davanti al Dragone. In secondo luogo, ricordiamo che il mese scorso Xi ha ottenuto un inedito terzo mandato come segretario generale del Pcc, consolidando il proprio già ampio potere. Va inoltre tenuto presente che il viaggio di Michel arriverà poche settimane dopo la visita ufficiale a Pechino del cancelliere tedesco, Olaf Scholz: una visita che ha notevolmente rinsaldato i rapporti politici ed economici tra Germania e Cina. D’altronde, proprio Berlino ha svolto un significativo ruolo nell’avvicinamento tra l’Ue e il Dragone. Fu infatti su input di Angela Merkel (di cui Scholz era all’epoca vicecancelliere) che la Commissione europea firmò il controverso trattato sugli investimenti con la Repubblica popolare nel dicembre 2020: trattato che di fatto non affrontava la questione del lavoro forzato nello Xinjiang e che irritò non poco gli Usa. Dal canto suo, il presidente francese, Emmanuel Macron, ha reso noto di voler visitare la Cina all’inizio dell’anno prossimo. Insomma, sembra proprio che l’asse franco-tedesco stia continuando ad orientare la politica complessiva dell’Ue in un senso tutt’altro che ostile alla Cina. Tutto questo, con buona pace di chi, come la Lituania, invoca una linea più severa nei confronti del Dragone. Non è d’altronde escludibile che il viaggio di Michel possa irritare gli americani. «Gli Stati Uniti sono il nostro alleato più importante ma, in alcuni casi, non avremo la stessa posizione o lo stesso approccio nei confronti della Cina», aveva detto appena martedì scorso l’Alto rappresentante per la politica estera europea, Josep Borrell, annunciando inoltre un viaggio del suo team a Washington la prossima settimana per discutere del dossier cinese.
Michele Emiliano (Imagoeconomica)
Almeno fino a quando arriveranno le elezioni e diventerà parlamentare, come le hanno promesso. Ma manca un anno e mezzo. E fino ad allora? Vorremmo aiutarla, caro Emiliano, e perciò in via eccezionale trasformiamo questo spazio in un’inserzione: AAA cercasi dispensatore di stipendi per mantenere ex governatore in astinenza da gettoni d’oro. Somma minima richiesta: 10.000 euro al mese. Astenersi perditempo.
Speriamo che funzioni. Saremmo lieti di dare una mano a risolvere il rebus che sta occupando da mesi le migliori intelligenze del Pd. Uno si immagina il principale partito d’opposizione impegnato, senza distrazioni, a studiare i dossier sul Medio Oriente, i nuovi piani economici, le strategie per la politica sanitaria. Spiace, invece, vedere tante risorse dedicate soltanto a trovare il modo di darle uno stipendio. E senza riuscirci per altro. Uffici studi, riunioni, vertici, esperti: niente infatti è servito, almeno finora, per raggiungere l’ambito scopo. E cioè il suo bonifico mensile. Che per il Pd resta più difficile da ottenere che l’alleanza con Renzi e Conte.
La questione è nota. Lei è stato 23 anni in politica come magistrato in aspettativa. Dal 7 gennaio 2026, finito il secondo mandato in Regione, dovrebbe quindi rimettersi la toga addosso. Ma lei non lo vuole fare. Intanto perché fare politica è pur sempre meglio che lavorare. E in secondo luogo perché, ovviamente, non potrebbe farlo a Bari, dove è stato prima sindaco poi governatore. Può un barese doc come lei, amante delle cozze pelose e delle cime di rapa, trasferirsi a Gorizia o Cuneo (dico due città a caso)? Così è nata l’idea di un incarico pro tempore in Regione, giusto il tempo che arrivino le elezioni per portarla in carrozza a Montecitorio. Ma è qui che si sono schiantate le migliori intelligenze della sinistra.
La sua idea, infatti, era di avere un terzo mandato come governatore: «Ci vogliono facce nuove», disse infatti in tempi non sospetti, proponendosi subito dopo come successore di sé stesso. L’idea fu ovviamente scartata. Allora pensò di fare l’assessore del nuovo governatore Decaro, ma quello col piffero che lo vuole in squadra. Così si andò alla affannosa ricerca di soluzioni alternative. Prima l’hanno proposta come consulente giuridico della Regione. Ma la legge dice esplicitamente che un consulente giuridico non può avere il distacco dalla magistratura. Allora l’hanno proposta come «consigliere speciale per l’Ilva». Ma il Csm ha risposto con un documento traducibile con «’ca nisciuno è fesso». Ora siamo in attesa della prossima proposta. Nel caso i cervelloni della sinistra fossero in difficoltà, suggeriamo di nominarla, caro Emiliano, come responsabile del master: «Servire le istituzioni o servirsi delle istituzioni?». Il distacco, nel caso, è assicurato. Forse non dalla magistratura, ma di certo dalla realtà.
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Ansa
Un piano che i più hanno accolto come una follia totale e che, vale la pena di ricordarlo, mesi fa è stato bocciato pure dal Tar. Eppure l’amministrazione progressista bolognese non ha voluto fermarsi né davanti all’opposizione dei cittadini né davanti al provvedimento del tribunale. Pur di imporre il limite dei 30 chilometri all’ora su 258 chilometri di strade urbane, il sindaco ha fatto elaborare oltre una ventina di ordinanze specifiche, esibendo una tigna degna di miglior causa. La fase due del progetto scatta oggi, e andrà a toccare non solo zone sensibili vicine a scuole, ospedali o asili (dove effettivamente ha senso mettere restrizioni) ma anche vie non a rischio in cui non si registrano incidenti da anni. Per l’occasione saranno introdotti rallentatori, segnali luminosi e altre meravigliose innovazioni: altri soldi spesi per giustificare l’ingiustificabile. Il risultato sarà quello di causare alla popolazione fastidi e problemi di vario genere, con inevitabile corredo di multe a cui anche i più attenti faticheranno a sfuggire.
Lo hanno capito non soltanto gli avversari di Lepore, ma pure esponenti progressisti come il sindaco di Modena Massimo Mezzetti. Parlando a una tavola rotonda nel museo dedicato a Enzo Ferrari, Mezzetti ha spiegato che nella sua città non agirebbe mai come il collega di Bologna. Se «Città Trenta» «deve diventare una bandierina ideologica, e tutti dicono “fate come Bologna”, io dico di no, non farò come loro, preferisco trasformare gradualmente più pezzi di città ai 30 all’ora, partendo da scuole, ospedali e aree residenziali, fino ad allargare sempre più, in modo che la scelta venga assorbita, compresa e praticata».
Mezzetti ha dettagliato il suo pensiero con toni piuttosto ruvidi: «A Bologna la “Città Trenta” è un’aspirazione dove ci sono i cantieri», ha detto, «e non si può andare oltre i 15 all’ora, mentre nelle altre zone nessuno sta più rispettando la “Città Trenta”. Se impongo la “Città Trenta”, e dopo una settimana di controlli lascio tutti liberi di correre quanto vogliono, ho brandito la mia bandierina, ma di fatto non ho davvero realizzato la trasformazione».
In realtà, Mezzetti ha semplicemente scoperto l’acqua calda. Si è limitato a prendere atto della realtà, notando che il provvedimento sui 30 all’ora è delirante e inapplicabile, e infatti nella prima fase - ancora prima di essere fermato dal Tar - non è stato applicato, anche perché avrebbe probabilmente provocato qualche sorta di rivolta sociale. Ostinarsi a portarlo avanti significa nei fatti decidere di vessare la cittadinanza, applicando uno strumento di controllo sociale particolarmente invasivo. Un amministratore con un po’ di sale in zucca non può non rendersene conto.
Il problema è che nei dintorni del Pd se qualcuno dice una cosa di buon senso immediatamente suscita sospetto o peggio irritazione. E infatti il bolognese Lepore si è subito risentito ed è esplosa una polemica interna con sfumature patetiche. «Mezzetti mi ha chiamato e ha detto di essere stato equivocato», ha detto il primo cittadino di Bologna alla stampa che lo interpellava sulle dichiarazioni del collega. A stretto giro, anche il povero sindaco di Modena è stato costretto a rimangiarsi in parte le uscite critiche. «La bandierina ideologica è quella che mi viene sventolata spesso dai comitati modenesi, tutte le volte che accade un incidente, e ci viene detto che dobbiamo fare come a Bologna», ha detto Mezzetti. «Io credo al limite dei 30 all’ora e lo stiamo attuando, ma in un modo diverso. Non è un mistero e lo avevo già detto. La lettura suggestiva che queste parole celino un attacco a un collega è quindi destituita di fondamento, perché io non l’ho mai nominato. Ho anzi insistito sul fatto che credo nei cambiamenti, ma solo se sono anche culturali. Forse è un processo che prevede più tempo, ma per me l’unico che funziona». In sostanza, il sindaco di Modena ha ribadito la sua posizione, ma ha dovuto precisare di non aver mai contestato l’amico Lepore.
Tutto da copione: chiunque sa che il piano bolognese è una stupidaggine, ma guai a contestarlo, perché non si può certo aprire un caso politico. Dunque chi, pur a ragione, avanza dubbi, deve fare retromarcia. E deve farla alla rapidissima: la fedeltà alla linea non conosce limiti di velocità.
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Ansa
Tale emendamento stabilisce sostanzialmente che ai legali venga offerto un incentivo economico (che dovrebbe appunto essere corrisposto dal Consiglio nazionale) per invitare gli stranieri a rientrare in patria. L’incentivo dovrebbe essere analogo a quello che oggi il migrante rimpatriato riceve per le «prime esigenze». Secondo Riccardo Magi di +Europa parliamo di circa 615 euro per ogni rimpatrio.
Niente di allucinante: certo la norma potrebbe essere ridiscussa e raffinata, ma vale la pena di ricordare che il rimpatrio volontario assistito non solo è previsto dalle leggi vigenti ma è anche una procedura di assoluta civiltà: si foraggiano gli stranieri, li si aiuta a ristabilirsi a casa e si evitano loro peggiori destini in Italia. Eppure i cari progressisti, che con tutta evidenza non avevano nemmeno contezza dell’emendamento, hanno perso la brocca. Angelo Bonelli dei Verdi parla di una violazione dei principi costituzionali che garantiscono il diritto alla difesa. Debora Serracchiani del Pd grida che il governo vuole dare un incentivo agli avvocati per la «remigrazione dei loro assistiti». Il già citato Magi sostiene che «siamo a un passo dall’Ice di Trump». Sul tema si è esposto pure l’esecutivo di Magistratura democratica, secondo cui l’emendamento rappresenta «la lesione di un diritto e di una funzione», motivo per cui andrebbe assolutamente ritirato in sede di conversione del decreto alla Camera. Il Consiglio nazionale forense, invece, ci ha tenuto a dissociarsi dal provvedimento, affermando di non esserne stato informato.
Questa vicenda, benché surreale, è emblematica dell’atteggiamento della sinistra italica sulla questione migratoria. Ricordiamo che qui non si parla di un premio per chi getta a mare gli stranieri, ma di una spinta affinché si convincono le persone a rientrare a casa senza rischi. Perché un legale non dovrebbe consigliare questa possibilità a un suo assistito? In secondo luogo, va considerato che ad oggi gli avvocati vengono pagati dallo Stato per fare l’esatto contrario, cioè per aiutare gli stranieri a fare ricorso contro il rigetto della richiesta di asilo. Stando ai dati più recenti risulta che nel 2024 la spesa complessiva per il gratuito patrocinio nel processo penale è stata di 266,5 milioni di euro, ovviamente a carico dei contribuenti. Gli stranieri che hanno beneficiato di tale agevolazione in ambito penale sono stati 56.359 (nel 1995 erano appena 3.335). A guadagnarci ovviamente sono soprattutto i legali. Più o meno il 93% della spesa a carico dello Stato è rappresentato dal compenso dei difensori. Quanto alle tariffe, secondo alcuni calcoli la parcella media di un avvocato per il gratuito patrocinio si aggira attorno ai 798 euro per il penale e 429,81 euro per il civile, al netto delle tasse. Se ci tariamo su questi numeri e consideriamo i calcoli fatti di Magi sull’incentivo per il rimpatrio, dobbiamo dedurne che per un avvocato sarebbe comunque più profittevole assistere un migrante che convincerlo a tornare a casa. Dopo tutto, questo è esattamente ciò che vogliono i progressisti: pagare gli avvocati dei migranti va bene. Ma solo se si prodigano per farli restare qui.
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Donald Trump (Getty Images)
Giovedì, il presidente americano ha ammorbidito i toni per quanto riguarda il pontefice. «È molto semplice. Non ho nulla contro il papa. Non ho intenzione di litigare con lui», ha affermato, per poi aggiungere: «Il papa può dire quello che vuole e io voglio che dica quello che vuole, ma posso non essere d'accordo». «Il papa deve capire che questo è il mondo reale. È un mondo brutto. Ma per quanto riguarda il papa e il dire quello che vuole, può farlo. Sono sicuro che il papa sia una brava persona. Non l'ho incontrato, ma non sono d'accordo con il papa, se il papa permettesse all'Iran di avere un'arma nucleare», ha continuato.
Sabato, è stato invece Leone a gettare acqua sul fuoco. «Si è diffusa una certa narrazione, non del tutto accurata, a causa della situazione politica creatasi quando, il primo giorno del viaggio, il presidente degli Stati Uniti ha rilasciato alcune dichiarazioni su di me», ha detto. «Gran parte di ciò che è stato scritto da allora non è altro che un commento su commento, nel tentativo di interpretare quanto è stato detto», ha proseguito, sostenendo che il suo discorso del 16 aprile, interpretato dalla stampa come critico nei confronti della Casa Bianca, «era stato preparato due settimane prima, ben prima che il presidente commentasse su di me e sul messaggio di pace che sto promuovendo». «Eppure», ha aggiunto, «è stato interpretato come se stessi cercando di dibattere nuovamente con il presidente, cosa che non è affatto nel mio interesse».
Insomma, dopo le tensioni, sembrerebbe che entrambi i leader stiano cercando una sorta di distensione. Trump è il primo ad averne bisogno. Criticando duramente il papa, il presidente rischia innanzitutto di alienarsi quel voto cattolico che, nel 2024, aveva invece nettamente vinto. Trump non può permettersi un simile scenario, soprattutto in vista delle Midterm novembrine. In secondo luogo, la Casa Bianca deve fare anche attenzione al 2028: JD Vance e Marco Rubio, entrambi cattolici, sono infatti i principali possibili contendenti per la nomination presidenziale repubblicana. Inoltre, sul fronte dem, uno dei nomi più forti è un altro cattolico, come il governatore della California, Gavin Newsom. Infine, con il suo aspro attacco al papa, Trump ha rischiato indirettamente di rafforzare quei settori filocinesi che, nella Chiesa cattolica, erano usciti sconfitti dal conclave dell’anno scorso. Settori che di certo non hanno appoggiato Leone e da cui il pontefice ha a sua volta necessità di guardarsi con estrema attenzione.
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