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2022-11-25
Dall’Ue 18 miliardi agli Ucraini in cambio di riforme. E loro vogliono vietare i culti
Manifestazione di attivisti ucraini di fronte alla statua di Caterina II di Russia a Odessa (Ansa)
Mentre l’Unione europea eroga finanziamenti perché l’Ucraina possa tenersi a galla nel contesto della guerra ma possa anche modernizzarsi e adeguarsi al percorso di adesione all’Ue, Kiev presenta un disegno di legge che di moderno non ha proprio nulla.
L’Ucraina intende infatti bandire la Chiesa russa dal Paese. Il disegno di legge per proibire l’attività della Chiesa ortodossa russa sul territorio ucraino è stato presentato in Parlamento a Kiev, sostenuto dall’accusa, per la Chiesa russa nel suo complesso, di dare appoggio a Vladimir Putin e alla guerra. «Le sue attività non sono religiose ma di natura politica. La leadership e il clero della Chiesa russa sono usati per attività anti-ucraine che approvano l’aggressione militare di Mosca nel nostro Paese, benedicono i soldati russi che portano la morte alla pacifica popolazione dell’Ucraina», ha scritto il deputato che ha presentato il disegno di legge, Mykola Knyazhytskyi. Knyazhytskyi, ben consapevole che nell’Unione europea la libertà di culto è garantita, ha sottolineato che i legislatori non negano il diritto alla libertà di religione. «Ognuno può credere a cosa e come vuole, o non credere a niente. Ma qualsiasi organizzazione deve rispettare il diritto dello Stato di obbedire alle leggi e rispettare la legge e l’ordine», ha affermato.
Due giorni fa, però, le forze speciali ucraine hanno perquisito il famoso monastero delle Grotte di Kiev, il monastero della Santissima Trinità di Koretsky e i locali della diocesi Sarnensko-Polyska nella regione di Rivne, asserendo che venisse effettuata al loro interno attività anti-ucraina. Al momento non ci sono prove di tali affermazioni. Nel frattempo, come si diceva, il Parlamento europeo ha dato il via libera al prestito da 18 miliardi di euro all’Ucraina per il 2023. L’Eurocamera ha approvato il prestito a lungo termine condizionato ad una serie di riforme. Tali riforme, che dovranno «rafforzare le istituzioni del Paese e prepararlo sia alla ricostruzione che al percorso di adesione all’Ue», comprendono la lotta alla corruzione, la riforma giudiziaria, il rispetto dello Stato di diritto, e la modernizzazione delle istituzioni. Tutti concetti, dunque, con i quali la possibile proibizione di un culto stride enormemente. Lo stato di avanzamento delle misure di ammodernamento dovrà comunque essere esaminato dalla Commissione prima dell’erogazione di ciascuna rata (il prestito verrà erogato trimestralmente). Il denaro dovrà servire, ovviamente, anche a sostenere «i servizi pubblici essenziali, la fornitura di alloggi per i profughi, la stabilità macroeconomica e il ripristino delle infrastrutture critiche distrutte dalla Russia».
Il clima nei confronti di qualsiasi simbolo russo è talmente esacerbato che il consiglio comunale di Odessa ha deciso di demolire il monumento a Caterina II di Russia. Caterina, imperatrice di Russia e fondatrice della città, è ora vista come un simbolo dell’oppressione di Mosca.
Intanto, l’Ucraina fa i conti con la distruzione delle infrastrutture civili. Il sindaco di Kiev, Vitaliy Klitschko, ha affermato che dopo gli ultimi raid russi che hanno lasciato l’Ucraina al buio e al gelo, il 70% della capitale è ancora privo di energia. Resta in modalità blackout completo, dopo i bombardamenti, la centrale di Zaporizhzhia. Lo ha segnalato l’Energoatom, aggiungendo che «il livello di radiazione nel sito della centrale rimane normale». «Vedendo la neve penso ai nostri amici ucraini che, a causa dei barbarici attacchi terroristici di Putin contro le infrastrutture, devono affrontare questo inverno senza elettricità e acqua. A causa sua, bambini con i loro genitori e nonni stanno congelando nel buio. Condanno questi attacchi barbarici. Sono crimini di guerra», ha dichiarato la presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, in una conferenza stampa in Finlandia. La stessa Von der Leyen ha confermato che l’Ue sta preparando un nono pacchetto di sanzioni contro la Russia. Il rappresentante permanente russo presso le Nazioni Unite, Vasily Nebenzya, ha affermato da parte sua che Mosca sta colpendo le infrastrutture «in risposta all’invio di armi occidentali e agli sconsiderati appelli di Kiev per una vittoria militare sulla Russia». Il diplomatico ha affermato che l’«operazione speciale» proseguirà fino a quando Kiev non assumerà «una posizione realistica che consenta un negoziato». Il rappresentante di Mosca ha anche osservato che i danni agli edifici residenziali e le vittime civili «sono da imputare all’Ucraina» la cui difesa aerea non si trova nelle periferie, bensì al centro delle città. «Di conseguenza, frammenti di missili ucraini colpiscono oggetti a cui la Russia non mirava nemmeno», ha aggiunto Nebenzya. Nel frattempo, il tribunale di Lefortovo a Mosca ha convalidato l’arresto di tre ucraini - Yanina Akulova, Anton Nikolaevich Zhukovsky e Dmitry Sergeyevich Sergeyev - sospettati di aver tentato di compiere un attentato sul territorio russo.
Sul campo, si contano i morti. Sei decessi e trenta feriti si registrano nella città di Vyshgorod. I corpi di oltre 400 civili uccisi a Kherson durante l’occupazione russa sarebbero poi stati rivenuti, secondo il procuratore dello Stato, Andriy Kostin. Il ministero della Difesa in Russia ha intanto annunciato la liberazione di 50 prigionieri di guerra da parte dell’Ucraina nel quadro di uno scambio di prigionieri. Poco prima il leader filorusso della repubblica di Donetsk aveva reso noto che anche la Russia avrebbe rilasciato 50 soldati ucraini.
Michel va da Xi e lascia a casa Ursula
Anziché imparare dai propri errori, Bruxelles continua a guardare in direzione della Repubblica popolare cinese. Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, si recherà infatti a Pechino giovedì prossimo, per incontrare Xi Jinping. «La visita a Pechino fa seguito alla discussione strategica del Consiglio europeo sulle relazioni dell’Unione europea con la Cina tenutasi in ottobre», si legge in una nota ufficiale del Consiglio europeo. «In un contesto geopolitico ed economico teso, la visita rappresenta un’opportunità tempestiva di dialogo tra l’Ue e la Cina. I leader dell’Ue e della Cina discuteranno delle sfide globali e di argomenti di interesse comune», recita ancora il comunicato.
L’ultimo presidente del Consiglio europeo ricevuto da Xi in Cina fu Donald Tusk nel luglio del 2018. Tuttavia all’epoca Tusk si recò a Pechino accompagnato dall’allora capo della Commissione europea, Jean-Claude Juncker. Stavolta le cose andranno invece diversamente, dato che non è prevista la presenza di Ursula von der Leyen. Non a caso, Politico ieri definiva la circostanza come una «rottura con la tradizione». È verosimile che tale situazione sia dovuta alle tensioni in corso tra la stessa von der Leyen e Michel: tensioni che, iniziate ai tempi del cosiddetto sofagate in Turchia l’anno scorso, pare si siano progressivamente intensificate. Insomma, non è escluso che, con questo viaggio, il presidente del Consiglio europeo voglia infliggere uno schiaffo politico in piena regola alla von der Leyen.
Tuttavia, al di là delle beghe che si registrano ai piani alti di Bruxelles, i nodi sono soprattutto di carattere geopolitico. In primis, questo acrimonioso sfilacciamento ai vertici europei indebolisce la posizione dell’Ue davanti al Dragone. In secondo luogo, ricordiamo che il mese scorso Xi ha ottenuto un inedito terzo mandato come segretario generale del Pcc, consolidando il proprio già ampio potere. Va inoltre tenuto presente che il viaggio di Michel arriverà poche settimane dopo la visita ufficiale a Pechino del cancelliere tedesco, Olaf Scholz: una visita che ha notevolmente rinsaldato i rapporti politici ed economici tra Germania e Cina. D’altronde, proprio Berlino ha svolto un significativo ruolo nell’avvicinamento tra l’Ue e il Dragone. Fu infatti su input di Angela Merkel (di cui Scholz era all’epoca vicecancelliere) che la Commissione europea firmò il controverso trattato sugli investimenti con la Repubblica popolare nel dicembre 2020: trattato che di fatto non affrontava la questione del lavoro forzato nello Xinjiang e che irritò non poco gli Usa. Dal canto suo, il presidente francese, Emmanuel Macron, ha reso noto di voler visitare la Cina all’inizio dell’anno prossimo.
Insomma, sembra proprio che l’asse franco-tedesco stia continuando ad orientare la politica complessiva dell’Ue in un senso tutt’altro che ostile alla Cina. Tutto questo, con buona pace di chi, come la Lituania, invoca una linea più severa nei confronti del Dragone. Non è d’altronde escludibile che il viaggio di Michel possa irritare gli americani. «Gli Stati Uniti sono il nostro alleato più importante ma, in alcuni casi, non avremo la stessa posizione o lo stesso approccio nei confronti della Cina», aveva detto appena martedì scorso l’Alto rappresentante per la politica estera europea, Josep Borrell, annunciando inoltre un viaggio del suo team a Washington la prossima settimana per discutere del dossier cinese.
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Il Parlamento europeo dà l’ok al prestito, a patto che Kiev rafforzi lo Stato di diritto. Propositi non proprio in linea col disegno di legge che intende bandire la Chiesa russa.Giovedì il presidente del Consiglio europeo vola a Pechino. Ma in modo irrituale la leader della Commissione, con cui non corre buon sangue, non sarà presente.Lo speciale contiene due articoli.Mentre l’Unione europea eroga finanziamenti perché l’Ucraina possa tenersi a galla nel contesto della guerra ma possa anche modernizzarsi e adeguarsi al percorso di adesione all’Ue, Kiev presenta un disegno di legge che di moderno non ha proprio nulla. L’Ucraina intende infatti bandire la Chiesa russa dal Paese. Il disegno di legge per proibire l’attività della Chiesa ortodossa russa sul territorio ucraino è stato presentato in Parlamento a Kiev, sostenuto dall’accusa, per la Chiesa russa nel suo complesso, di dare appoggio a Vladimir Putin e alla guerra. «Le sue attività non sono religiose ma di natura politica. La leadership e il clero della Chiesa russa sono usati per attività anti-ucraine che approvano l’aggressione militare di Mosca nel nostro Paese, benedicono i soldati russi che portano la morte alla pacifica popolazione dell’Ucraina», ha scritto il deputato che ha presentato il disegno di legge, Mykola Knyazhytskyi. Knyazhytskyi, ben consapevole che nell’Unione europea la libertà di culto è garantita, ha sottolineato che i legislatori non negano il diritto alla libertà di religione. «Ognuno può credere a cosa e come vuole, o non credere a niente. Ma qualsiasi organizzazione deve rispettare il diritto dello Stato di obbedire alle leggi e rispettare la legge e l’ordine», ha affermato. Due giorni fa, però, le forze speciali ucraine hanno perquisito il famoso monastero delle Grotte di Kiev, il monastero della Santissima Trinità di Koretsky e i locali della diocesi Sarnensko-Polyska nella regione di Rivne, asserendo che venisse effettuata al loro interno attività anti-ucraina. Al momento non ci sono prove di tali affermazioni. Nel frattempo, come si diceva, il Parlamento europeo ha dato il via libera al prestito da 18 miliardi di euro all’Ucraina per il 2023. L’Eurocamera ha approvato il prestito a lungo termine condizionato ad una serie di riforme. Tali riforme, che dovranno «rafforzare le istituzioni del Paese e prepararlo sia alla ricostruzione che al percorso di adesione all’Ue», comprendono la lotta alla corruzione, la riforma giudiziaria, il rispetto dello Stato di diritto, e la modernizzazione delle istituzioni. Tutti concetti, dunque, con i quali la possibile proibizione di un culto stride enormemente. Lo stato di avanzamento delle misure di ammodernamento dovrà comunque essere esaminato dalla Commissione prima dell’erogazione di ciascuna rata (il prestito verrà erogato trimestralmente). Il denaro dovrà servire, ovviamente, anche a sostenere «i servizi pubblici essenziali, la fornitura di alloggi per i profughi, la stabilità macroeconomica e il ripristino delle infrastrutture critiche distrutte dalla Russia». Il clima nei confronti di qualsiasi simbolo russo è talmente esacerbato che il consiglio comunale di Odessa ha deciso di demolire il monumento a Caterina II di Russia. Caterina, imperatrice di Russia e fondatrice della città, è ora vista come un simbolo dell’oppressione di Mosca. Intanto, l’Ucraina fa i conti con la distruzione delle infrastrutture civili. Il sindaco di Kiev, Vitaliy Klitschko, ha affermato che dopo gli ultimi raid russi che hanno lasciato l’Ucraina al buio e al gelo, il 70% della capitale è ancora privo di energia. Resta in modalità blackout completo, dopo i bombardamenti, la centrale di Zaporizhzhia. Lo ha segnalato l’Energoatom, aggiungendo che «il livello di radiazione nel sito della centrale rimane normale». «Vedendo la neve penso ai nostri amici ucraini che, a causa dei barbarici attacchi terroristici di Putin contro le infrastrutture, devono affrontare questo inverno senza elettricità e acqua. A causa sua, bambini con i loro genitori e nonni stanno congelando nel buio. Condanno questi attacchi barbarici. Sono crimini di guerra», ha dichiarato la presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, in una conferenza stampa in Finlandia. La stessa Von der Leyen ha confermato che l’Ue sta preparando un nono pacchetto di sanzioni contro la Russia. Il rappresentante permanente russo presso le Nazioni Unite, Vasily Nebenzya, ha affermato da parte sua che Mosca sta colpendo le infrastrutture «in risposta all’invio di armi occidentali e agli sconsiderati appelli di Kiev per una vittoria militare sulla Russia». Il diplomatico ha affermato che l’«operazione speciale» proseguirà fino a quando Kiev non assumerà «una posizione realistica che consenta un negoziato». Il rappresentante di Mosca ha anche osservato che i danni agli edifici residenziali e le vittime civili «sono da imputare all’Ucraina» la cui difesa aerea non si trova nelle periferie, bensì al centro delle città. «Di conseguenza, frammenti di missili ucraini colpiscono oggetti a cui la Russia non mirava nemmeno», ha aggiunto Nebenzya. Nel frattempo, il tribunale di Lefortovo a Mosca ha convalidato l’arresto di tre ucraini - Yanina Akulova, Anton Nikolaevich Zhukovsky e Dmitry Sergeyevich Sergeyev - sospettati di aver tentato di compiere un attentato sul territorio russo. Sul campo, si contano i morti. Sei decessi e trenta feriti si registrano nella città di Vyshgorod. I corpi di oltre 400 civili uccisi a Kherson durante l’occupazione russa sarebbero poi stati rivenuti, secondo il procuratore dello Stato, Andriy Kostin. Il ministero della Difesa in Russia ha intanto annunciato la liberazione di 50 prigionieri di guerra da parte dell’Ucraina nel quadro di uno scambio di prigionieri. Poco prima il leader filorusso della repubblica di Donetsk aveva reso noto che anche la Russia avrebbe rilasciato 50 soldati ucraini. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucraina-chiesa-russa-2658781818.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="michel-va-da-xi-e-lascia-a-casa-ursula" data-post-id="2658781818" data-published-at="1669375533" data-use-pagination="False"> Michel va da Xi e lascia a casa Ursula Anziché imparare dai propri errori, Bruxelles continua a guardare in direzione della Repubblica popolare cinese. Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, si recherà infatti a Pechino giovedì prossimo, per incontrare Xi Jinping. «La visita a Pechino fa seguito alla discussione strategica del Consiglio europeo sulle relazioni dell’Unione europea con la Cina tenutasi in ottobre», si legge in una nota ufficiale del Consiglio europeo. «In un contesto geopolitico ed economico teso, la visita rappresenta un’opportunità tempestiva di dialogo tra l’Ue e la Cina. I leader dell’Ue e della Cina discuteranno delle sfide globali e di argomenti di interesse comune», recita ancora il comunicato. L’ultimo presidente del Consiglio europeo ricevuto da Xi in Cina fu Donald Tusk nel luglio del 2018. Tuttavia all’epoca Tusk si recò a Pechino accompagnato dall’allora capo della Commissione europea, Jean-Claude Juncker. Stavolta le cose andranno invece diversamente, dato che non è prevista la presenza di Ursula von der Leyen. Non a caso, Politico ieri definiva la circostanza come una «rottura con la tradizione». È verosimile che tale situazione sia dovuta alle tensioni in corso tra la stessa von der Leyen e Michel: tensioni che, iniziate ai tempi del cosiddetto sofagate in Turchia l’anno scorso, pare si siano progressivamente intensificate. Insomma, non è escluso che, con questo viaggio, il presidente del Consiglio europeo voglia infliggere uno schiaffo politico in piena regola alla von der Leyen. Tuttavia, al di là delle beghe che si registrano ai piani alti di Bruxelles, i nodi sono soprattutto di carattere geopolitico. In primis, questo acrimonioso sfilacciamento ai vertici europei indebolisce la posizione dell’Ue davanti al Dragone. In secondo luogo, ricordiamo che il mese scorso Xi ha ottenuto un inedito terzo mandato come segretario generale del Pcc, consolidando il proprio già ampio potere. Va inoltre tenuto presente che il viaggio di Michel arriverà poche settimane dopo la visita ufficiale a Pechino del cancelliere tedesco, Olaf Scholz: una visita che ha notevolmente rinsaldato i rapporti politici ed economici tra Germania e Cina. D’altronde, proprio Berlino ha svolto un significativo ruolo nell’avvicinamento tra l’Ue e il Dragone. Fu infatti su input di Angela Merkel (di cui Scholz era all’epoca vicecancelliere) che la Commissione europea firmò il controverso trattato sugli investimenti con la Repubblica popolare nel dicembre 2020: trattato che di fatto non affrontava la questione del lavoro forzato nello Xinjiang e che irritò non poco gli Usa. Dal canto suo, il presidente francese, Emmanuel Macron, ha reso noto di voler visitare la Cina all’inizio dell’anno prossimo. Insomma, sembra proprio che l’asse franco-tedesco stia continuando ad orientare la politica complessiva dell’Ue in un senso tutt’altro che ostile alla Cina. Tutto questo, con buona pace di chi, come la Lituania, invoca una linea più severa nei confronti del Dragone. Non è d’altronde escludibile che il viaggio di Michel possa irritare gli americani. «Gli Stati Uniti sono il nostro alleato più importante ma, in alcuni casi, non avremo la stessa posizione o lo stesso approccio nei confronti della Cina», aveva detto appena martedì scorso l’Alto rappresentante per la politica estera europea, Josep Borrell, annunciando inoltre un viaggio del suo team a Washington la prossima settimana per discutere del dossier cinese.
Ecco #Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 21 aprile con Flaminia Camilletti
A dettare la linea è il presidente americano, Donald Trump, che ha ribadito una posizione estremamente rigida: «Lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso fino alla firma dell’accordo» con l’Iran. Il capo della Casa Bianca ha inoltre fissato una scadenza chiara, avvertendo che «il cessate il fuoco scadrà mercoledì pomeriggio», lasciando intendere che, senza un’intesa, si tornerà rapidamente a un confronto diretto.
L’operazione che ha innescato la crisi riguarda l’intervento delle forze statunitensi contro la Touska, nave diretta a Bandar Abbas dopo essere partita dalla Cina. Secondo la ricostruzione del Comando centrale americano (Centcom), il cacciatorpediniere Uss Spruance ha intercettato l’imbarcazione nel Mar Arabico settentrionale. Dopo sei ore di avvertimenti ignorati, l’unità ha aperto il fuoco con il cannone Mk 45 da 5 pollici contro la sala macchine, disabilitando la propulsione. Successivamente, i Marines della 31ª unità di spedizione hanno effettuato l’abbordaggio con elicotteri, prendendo il controllo della nave. Washington ha definito l’azione «ponderata e proporzionata», sostenendo che fosse necessaria per far rispettare il blocco navale. Di segno opposto la versione di Teheran, che parla di «pirateria» e annuncia «rappresaglia». Il comando militare Khatam al-Anbiya ha parlato di «irruzione» e di «attacco terroristico», affermando che i Guardiani della rivoluzione erano «pronti a rispondere». Le autorità iraniane sostengono inoltre di aver inizialmente limitato la reazione per la presenza a bordo di familiari dell’equipaggio, ritenuti in pericolo. L’imbarcazione compare nell’elenco delle misure restrittive statunitensi amministrato dall’Office of foreign assets control (Ofac), l’ufficio del Tesoro deputato a sanzionare persone fisiche, entità e beni ritenuti ostili. Si tratta di una lista estremamente ampia, che supera le 3.100 pagine ed è oggetto di continui aggiornamenti, nella quale figurano migliaia di nominativi tra trafficanti, presunti terroristi e, con crescente frequenza, unità navali riconducibili a Teheran. Sul piano militare, la tensione resta altissima. Fonti iraniane riferiscono che, in risposta all’operazione americana, sarebbero stati lanciati droni contro unità statunitensi nella regione. L’agenzia Tasnim ha ribadito che ogni azione americana riceverà «una risposta adeguata», mentre il vicepresidente Mohammad Reza Aref ha avvertito che «la sicurezza dello Stretto di Hormuz non è gratuita», collegando la stabilità del mercato energetico alla fine delle pressioni su Teheran.
Le conseguenze si riflettono sui mercati. Il petrolio è in rialzo, con il Brent sopra i 90 dollari, mentre Wall Street - al momento di andare in stampa - ha aperto in territorio negativo: il Nasdaq perde lo 0,4%, l’S&P 500 lo 0,2%, mentre il Dow Jones resta piatto. Sul fronte europeo, Parigi cede l’1,03%, Francoforte perde l’1,35% e Londra registra una flessione dello 0,58%. Madrid arretra dell’1,07% e Milano segna un -1,36%. Tuttavia, l’impatto va ben oltre l’energia. Attraverso Hormuz transita circa un quinto del petrolio mondiale, ma anche una quota rilevante di materie prime strategiche. Un capitolo particolarmente delicato riguarda i fertilizzanti. Attraverso lo Stretto di Hormuz transita una quota significativa del commercio globale di urea e ammoniaca, prodotti essenziali per la produzione agricola. Un’interruzione prolungata delle forniture rischierebbe di colpire direttamente i raccolti, con effetti a catena sui prezzi alimentari e sulla sicurezza alimentare, soprattutto nei Paesi più vulnerabili. Alla crisi energetica e agricola si aggiunge poi un ulteriore elemento critico: l’elio. Dallo scorso marzo, tra blocco dello Stretto e attacchi a impianti nel Golfo Persico, è stata sospesa circa il 30% dell’offerta mondiale di questo gas strategico. Un drone iraniano ha colpito il sito di Ras Laffan, in Qatar, uno dei principali hub globali, causando l’interruzione temporanea delle esportazioni. L’elio è indispensabile per la produzione di semiconduttori e per il raffreddamento dei macchinari utilizzati nella litografia dei chip, rendendo vulnerabile l’intera filiera tecnologica globale.
In questo contesto, la crisi sta spingendo le grandi compagnie energetiche a rivedere le proprie strategie. A causa della guerra e dei prezzi elevati, i gruppi petroliferi stanno accelerando la ricerca di nuovi giacimenti al di fuori del Medio Oriente per ridurre l’esposizione ai rischi geopolitici. Exxon Mobil ha delineato un piano da 24 miliardi di dollari in Nigeria, mentre Chevron ha ampliato la propria presenza in Venezuela.
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Quattro arresti e perquisizioni a Milano. Una società che organizzava feste offriva anche ai giocatori di serie A un pacchetto completo per fine match: serata in un locale, albergo e squillo. Il tutto per qualche migliaio di euro.
Finita la partita, per alcuni cominciava un’altra serata. Fuori dallo stadio, lontano dai riflettori, Milano offriva il suo repertorio più seducente e più torbido: tavoli riservati in locali alla moda, hotel di lusso, escort giovanissime e pacchetti costruiti per una clientela facoltosa, pronta a spendere migliaia di euro.
È da qui che parte l’inchiesta della Procura di Milano che ha portato ieri a quattro arresti domiciliari e al sequestro preventivo di oltre 1,2 milioni di euro, con accuse, ancora tutte da verificare, di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione e autoriciclaggio.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, dietro una società che organizzava eventi con sede a Cinisello Balsamo si sarebbe mosso un sistema rodato: reclutamento di donne, tra cui escort di professione, presenza alle serate della movida e disponibilità a prestazioni sessuali per clienti selezionati. Non un contorno occasionale, ma un meccanismo stabile e oliato, con ruoli definiti, soldi in quantità e un’organizzazione capace di trasformare la notte in un business. Le donne, a quanto risulta, in alcuni casi alloggiavano negli stessi locali della società e venivano poi remunerate per trascorrere la serata con imprenditori e, soprattutto, con un numero consistente di calciatori di Serie A.
È questo il punto più delicato del fascicolo ed è anche la ragione del massimo riserbo che circonda l’indagine. Nelle carte, secondo quanto emerso, figurerebbero non solo calciatori residenti in Lombardia, ma anche giocatori in trasferta a Milano che, dopo le partite, avrebbero cercato un dopogara molto diverso da quello ufficiale. I nomi, però, compaiono solo in parte e restano per ora schermati da una cautela rigorosa. La Procura sa bene di muoversi su un terreno esplosivo: perché i personaggi coinvolti sono noti, perché il confine tra interesse pubblico e spettacolarizzazione è sottile, e perché questa è ancora la fase dell’accusa, non della condanna.
A rendere il quadro ancora più ambiguo c’è poi un dettaglio che colpisce. Nel corso di alcune serate, secondo quanto risulta agli atti, sarebbe stato usato anche il gas esilarante, la cosiddetta droga del palloncino: una sostanza che provoca euforia, non lascia tracce e non è classificata come dopante.
L’inchiesta, però, non si ferma al sesso a pagamento né all’inevitabile richiamo dei nomi famosi. La Guardia di Finanza ha lavorato anche sui flussi di denaro e sulla ricostruzione dei patrimoni, rilevando, secondo l’accusa, redditi del tutto sproporzionati rispetto a quelli dichiarati. È qui che il caso cambia peso: perché la movida, nella prospettiva investigativa, non sarebbe stata soltanto la scenografia, ma la copertura di una macchina economica vera e propria, capace di produrre utili ingenti e poi reimmetterli nel circuito legale.
Tre dei quattro arrestati, a quanto risulta, sono assistiti dall’avvocato Marco Martini, penalista di Monza, professionista noto negli ambienti giudiziari brianzoli per aver seguito in passato procedimenti delicati e ad alta esposizione mediatica. Un dettaglio che dice molto della sensibilità del caso e della battaglia difensiva che si annuncia.
Sullo sfondo, quasi inevitabile, riaffiorano vecchi ricordi milanesi. Ai tempi dell’Inter di Ronaldo, tra fine anni Novanta e inizio Duemila, la città aveva già incrociato storie di escort, notti eccessive e calcio. Non serve fare paragoni. Ma il precedente serve a ricordare che attorno al pallone, quando incontra denaro e celebrità, si muove da sempre un sottobosco pronto a vendere discrezione, compagnie e silenzio.
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Paolo Del Debbio. Nel riquadro il nuovo numero di Confidenze in edicola oggi
Quando, scambiando qualche chiacchiera come facciamo abitualmente prima della trasmissione, Maurizio Belpietro mi ha proposto di occuparmi della rubrica del cuore di Confidenze, magazine del suo gruppo editoriale, la mia memoria olfattiva mi ha fatto risentire quel profumo insistente e persistente della lacca che le donne, anche di umili condizioni come la mia mamma, portavano con sé a casa ritornando dalla parrucchiera.
Quel profumo durava per alcuni giorni e manteneva i capelli in una sorta di paralisi pilifera. È proprio nei locali di quella parrucchiera che si chiamava Nada, che io ho visto per la prima volta Confidenze. Ero molto giovane e non c’era Internet per cui anche una scollatura generosa o una coscia esposta fornivano materiale necessario per varie divagazioni mentali. Dopo questa sensazione, tra l’altro piacevolissima, il giorno successivo ho pensato al perché Maurizio Belpietro avesse pensato proprio a me. Non ho dovuto riflettere molto per individuarne la ragione. Essendo amici da quasi trent’anni, e per l’appunto «confidenti» l’uno dell’altro, ha seguito da vicino tutte le mie vicende sentimentali. E sa bene che, fino a oggi, non hanno rappresentato la parte più felice della mia vita. Fatta eccezione per il matrimonio, da cui sono nate due splendide figlie, da una madre presente in modo diuturno, intelligente e sensibile. Al di là di questo, però, il mio percorso sentimentale è stato tutt’altro che semplice e, certamente, non il più luminoso. Anzi è stato caratterizzato da una serie di esperienze sostanzialmente dolorose e che mi hanno fatto ritrovare, alla fine di esse, delle macerie nella mia interiorità. Poi, crescendo, ho riacquistato una certa serenità, da solo ma sereno. Per il futuro si vedrà. Io penso che questa sia la ragione fondamentale per la quale abbia scelto me per questa rubrica. Non sono uno psicologo, non sono uno psicoterapeuta, non sono uno psichiatra e tanto meno un esperto di coppia. Sono uno che molto più semplicemente ha vissuto molte esperienze e ci ha ragionato tanto sopra. Se mi è permesso non un paragone, una semplice citazione, si dice che quando fu chiesto ad Alessandro Manzoni come aveva fatto a scrivere il suo capolavoro, I promessi sposi, rispose semplicemente così: «Ci ho pensato molto su». È lo stesso percorso che ho fatto anch’io, nel mio piccolo, riflettendo sui sentimenti, sull’amore, sull’amicizia, sulle relazioni umane e sul rapporto con le donne. Avendo vissuto alcune esperienze fallimentari, quindi non sempre piacevoli, questa riflessione è risultata, per certi versi e forse paradossalmente, più semplice rispetto a quella di chi ha attraversato soltanto, o in prevalenza, esperienze positive. Ho cercato di scandagliare nel mio animo e in quello altrui, ho cercato di capire oltre l’intelligenza quelle che il filosofo Pascal chiamava «le ragioni del cuore». Non posso oggi dire di aver capito tutto, ma posso affermare di non essere rimasto in superficie, di essere andato in profondità. Non so che livello di profondità ho raggiunto, ma solo l'impegno che ci ho messo. È lo stesso impegno che metterò nel rispondere alle lettere che mi scriverete in questa rubrica. Mi servirò delle mie esperienze e delle mie riflessioni e meditazioni su di esse. Dicevano i latini: «Expertus loquor», che vuol dire «Parlo per esperienza». Un’esperienza ragionata. Ma pur sempre esperienza.
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