True
2022-11-25
Dall’Ue 18 miliardi agli Ucraini in cambio di riforme. E loro vogliono vietare i culti
Manifestazione di attivisti ucraini di fronte alla statua di Caterina II di Russia a Odessa (Ansa)
Mentre l’Unione europea eroga finanziamenti perché l’Ucraina possa tenersi a galla nel contesto della guerra ma possa anche modernizzarsi e adeguarsi al percorso di adesione all’Ue, Kiev presenta un disegno di legge che di moderno non ha proprio nulla.
L’Ucraina intende infatti bandire la Chiesa russa dal Paese. Il disegno di legge per proibire l’attività della Chiesa ortodossa russa sul territorio ucraino è stato presentato in Parlamento a Kiev, sostenuto dall’accusa, per la Chiesa russa nel suo complesso, di dare appoggio a Vladimir Putin e alla guerra. «Le sue attività non sono religiose ma di natura politica. La leadership e il clero della Chiesa russa sono usati per attività anti-ucraine che approvano l’aggressione militare di Mosca nel nostro Paese, benedicono i soldati russi che portano la morte alla pacifica popolazione dell’Ucraina», ha scritto il deputato che ha presentato il disegno di legge, Mykola Knyazhytskyi. Knyazhytskyi, ben consapevole che nell’Unione europea la libertà di culto è garantita, ha sottolineato che i legislatori non negano il diritto alla libertà di religione. «Ognuno può credere a cosa e come vuole, o non credere a niente. Ma qualsiasi organizzazione deve rispettare il diritto dello Stato di obbedire alle leggi e rispettare la legge e l’ordine», ha affermato.
Due giorni fa, però, le forze speciali ucraine hanno perquisito il famoso monastero delle Grotte di Kiev, il monastero della Santissima Trinità di Koretsky e i locali della diocesi Sarnensko-Polyska nella regione di Rivne, asserendo che venisse effettuata al loro interno attività anti-ucraina. Al momento non ci sono prove di tali affermazioni. Nel frattempo, come si diceva, il Parlamento europeo ha dato il via libera al prestito da 18 miliardi di euro all’Ucraina per il 2023. L’Eurocamera ha approvato il prestito a lungo termine condizionato ad una serie di riforme. Tali riforme, che dovranno «rafforzare le istituzioni del Paese e prepararlo sia alla ricostruzione che al percorso di adesione all’Ue», comprendono la lotta alla corruzione, la riforma giudiziaria, il rispetto dello Stato di diritto, e la modernizzazione delle istituzioni. Tutti concetti, dunque, con i quali la possibile proibizione di un culto stride enormemente. Lo stato di avanzamento delle misure di ammodernamento dovrà comunque essere esaminato dalla Commissione prima dell’erogazione di ciascuna rata (il prestito verrà erogato trimestralmente). Il denaro dovrà servire, ovviamente, anche a sostenere «i servizi pubblici essenziali, la fornitura di alloggi per i profughi, la stabilità macroeconomica e il ripristino delle infrastrutture critiche distrutte dalla Russia».
Il clima nei confronti di qualsiasi simbolo russo è talmente esacerbato che il consiglio comunale di Odessa ha deciso di demolire il monumento a Caterina II di Russia. Caterina, imperatrice di Russia e fondatrice della città, è ora vista come un simbolo dell’oppressione di Mosca.
Intanto, l’Ucraina fa i conti con la distruzione delle infrastrutture civili. Il sindaco di Kiev, Vitaliy Klitschko, ha affermato che dopo gli ultimi raid russi che hanno lasciato l’Ucraina al buio e al gelo, il 70% della capitale è ancora privo di energia. Resta in modalità blackout completo, dopo i bombardamenti, la centrale di Zaporizhzhia. Lo ha segnalato l’Energoatom, aggiungendo che «il livello di radiazione nel sito della centrale rimane normale». «Vedendo la neve penso ai nostri amici ucraini che, a causa dei barbarici attacchi terroristici di Putin contro le infrastrutture, devono affrontare questo inverno senza elettricità e acqua. A causa sua, bambini con i loro genitori e nonni stanno congelando nel buio. Condanno questi attacchi barbarici. Sono crimini di guerra», ha dichiarato la presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, in una conferenza stampa in Finlandia. La stessa Von der Leyen ha confermato che l’Ue sta preparando un nono pacchetto di sanzioni contro la Russia. Il rappresentante permanente russo presso le Nazioni Unite, Vasily Nebenzya, ha affermato da parte sua che Mosca sta colpendo le infrastrutture «in risposta all’invio di armi occidentali e agli sconsiderati appelli di Kiev per una vittoria militare sulla Russia». Il diplomatico ha affermato che l’«operazione speciale» proseguirà fino a quando Kiev non assumerà «una posizione realistica che consenta un negoziato». Il rappresentante di Mosca ha anche osservato che i danni agli edifici residenziali e le vittime civili «sono da imputare all’Ucraina» la cui difesa aerea non si trova nelle periferie, bensì al centro delle città. «Di conseguenza, frammenti di missili ucraini colpiscono oggetti a cui la Russia non mirava nemmeno», ha aggiunto Nebenzya. Nel frattempo, il tribunale di Lefortovo a Mosca ha convalidato l’arresto di tre ucraini - Yanina Akulova, Anton Nikolaevich Zhukovsky e Dmitry Sergeyevich Sergeyev - sospettati di aver tentato di compiere un attentato sul territorio russo.
Sul campo, si contano i morti. Sei decessi e trenta feriti si registrano nella città di Vyshgorod. I corpi di oltre 400 civili uccisi a Kherson durante l’occupazione russa sarebbero poi stati rivenuti, secondo il procuratore dello Stato, Andriy Kostin. Il ministero della Difesa in Russia ha intanto annunciato la liberazione di 50 prigionieri di guerra da parte dell’Ucraina nel quadro di uno scambio di prigionieri. Poco prima il leader filorusso della repubblica di Donetsk aveva reso noto che anche la Russia avrebbe rilasciato 50 soldati ucraini.
Michel va da Xi e lascia a casa Ursula
Anziché imparare dai propri errori, Bruxelles continua a guardare in direzione della Repubblica popolare cinese. Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, si recherà infatti a Pechino giovedì prossimo, per incontrare Xi Jinping. «La visita a Pechino fa seguito alla discussione strategica del Consiglio europeo sulle relazioni dell’Unione europea con la Cina tenutasi in ottobre», si legge in una nota ufficiale del Consiglio europeo. «In un contesto geopolitico ed economico teso, la visita rappresenta un’opportunità tempestiva di dialogo tra l’Ue e la Cina. I leader dell’Ue e della Cina discuteranno delle sfide globali e di argomenti di interesse comune», recita ancora il comunicato.
L’ultimo presidente del Consiglio europeo ricevuto da Xi in Cina fu Donald Tusk nel luglio del 2018. Tuttavia all’epoca Tusk si recò a Pechino accompagnato dall’allora capo della Commissione europea, Jean-Claude Juncker. Stavolta le cose andranno invece diversamente, dato che non è prevista la presenza di Ursula von der Leyen. Non a caso, Politico ieri definiva la circostanza come una «rottura con la tradizione». È verosimile che tale situazione sia dovuta alle tensioni in corso tra la stessa von der Leyen e Michel: tensioni che, iniziate ai tempi del cosiddetto sofagate in Turchia l’anno scorso, pare si siano progressivamente intensificate. Insomma, non è escluso che, con questo viaggio, il presidente del Consiglio europeo voglia infliggere uno schiaffo politico in piena regola alla von der Leyen.
Tuttavia, al di là delle beghe che si registrano ai piani alti di Bruxelles, i nodi sono soprattutto di carattere geopolitico. In primis, questo acrimonioso sfilacciamento ai vertici europei indebolisce la posizione dell’Ue davanti al Dragone. In secondo luogo, ricordiamo che il mese scorso Xi ha ottenuto un inedito terzo mandato come segretario generale del Pcc, consolidando il proprio già ampio potere. Va inoltre tenuto presente che il viaggio di Michel arriverà poche settimane dopo la visita ufficiale a Pechino del cancelliere tedesco, Olaf Scholz: una visita che ha notevolmente rinsaldato i rapporti politici ed economici tra Germania e Cina. D’altronde, proprio Berlino ha svolto un significativo ruolo nell’avvicinamento tra l’Ue e il Dragone. Fu infatti su input di Angela Merkel (di cui Scholz era all’epoca vicecancelliere) che la Commissione europea firmò il controverso trattato sugli investimenti con la Repubblica popolare nel dicembre 2020: trattato che di fatto non affrontava la questione del lavoro forzato nello Xinjiang e che irritò non poco gli Usa. Dal canto suo, il presidente francese, Emmanuel Macron, ha reso noto di voler visitare la Cina all’inizio dell’anno prossimo.
Insomma, sembra proprio che l’asse franco-tedesco stia continuando ad orientare la politica complessiva dell’Ue in un senso tutt’altro che ostile alla Cina. Tutto questo, con buona pace di chi, come la Lituania, invoca una linea più severa nei confronti del Dragone. Non è d’altronde escludibile che il viaggio di Michel possa irritare gli americani. «Gli Stati Uniti sono il nostro alleato più importante ma, in alcuni casi, non avremo la stessa posizione o lo stesso approccio nei confronti della Cina», aveva detto appena martedì scorso l’Alto rappresentante per la politica estera europea, Josep Borrell, annunciando inoltre un viaggio del suo team a Washington la prossima settimana per discutere del dossier cinese.
Continua a leggereRiduci
Il Parlamento europeo dà l’ok al prestito, a patto che Kiev rafforzi lo Stato di diritto. Propositi non proprio in linea col disegno di legge che intende bandire la Chiesa russa.Giovedì il presidente del Consiglio europeo vola a Pechino. Ma in modo irrituale la leader della Commissione, con cui non corre buon sangue, non sarà presente.Lo speciale contiene due articoli.Mentre l’Unione europea eroga finanziamenti perché l’Ucraina possa tenersi a galla nel contesto della guerra ma possa anche modernizzarsi e adeguarsi al percorso di adesione all’Ue, Kiev presenta un disegno di legge che di moderno non ha proprio nulla. L’Ucraina intende infatti bandire la Chiesa russa dal Paese. Il disegno di legge per proibire l’attività della Chiesa ortodossa russa sul territorio ucraino è stato presentato in Parlamento a Kiev, sostenuto dall’accusa, per la Chiesa russa nel suo complesso, di dare appoggio a Vladimir Putin e alla guerra. «Le sue attività non sono religiose ma di natura politica. La leadership e il clero della Chiesa russa sono usati per attività anti-ucraine che approvano l’aggressione militare di Mosca nel nostro Paese, benedicono i soldati russi che portano la morte alla pacifica popolazione dell’Ucraina», ha scritto il deputato che ha presentato il disegno di legge, Mykola Knyazhytskyi. Knyazhytskyi, ben consapevole che nell’Unione europea la libertà di culto è garantita, ha sottolineato che i legislatori non negano il diritto alla libertà di religione. «Ognuno può credere a cosa e come vuole, o non credere a niente. Ma qualsiasi organizzazione deve rispettare il diritto dello Stato di obbedire alle leggi e rispettare la legge e l’ordine», ha affermato. Due giorni fa, però, le forze speciali ucraine hanno perquisito il famoso monastero delle Grotte di Kiev, il monastero della Santissima Trinità di Koretsky e i locali della diocesi Sarnensko-Polyska nella regione di Rivne, asserendo che venisse effettuata al loro interno attività anti-ucraina. Al momento non ci sono prove di tali affermazioni. Nel frattempo, come si diceva, il Parlamento europeo ha dato il via libera al prestito da 18 miliardi di euro all’Ucraina per il 2023. L’Eurocamera ha approvato il prestito a lungo termine condizionato ad una serie di riforme. Tali riforme, che dovranno «rafforzare le istituzioni del Paese e prepararlo sia alla ricostruzione che al percorso di adesione all’Ue», comprendono la lotta alla corruzione, la riforma giudiziaria, il rispetto dello Stato di diritto, e la modernizzazione delle istituzioni. Tutti concetti, dunque, con i quali la possibile proibizione di un culto stride enormemente. Lo stato di avanzamento delle misure di ammodernamento dovrà comunque essere esaminato dalla Commissione prima dell’erogazione di ciascuna rata (il prestito verrà erogato trimestralmente). Il denaro dovrà servire, ovviamente, anche a sostenere «i servizi pubblici essenziali, la fornitura di alloggi per i profughi, la stabilità macroeconomica e il ripristino delle infrastrutture critiche distrutte dalla Russia». Il clima nei confronti di qualsiasi simbolo russo è talmente esacerbato che il consiglio comunale di Odessa ha deciso di demolire il monumento a Caterina II di Russia. Caterina, imperatrice di Russia e fondatrice della città, è ora vista come un simbolo dell’oppressione di Mosca. Intanto, l’Ucraina fa i conti con la distruzione delle infrastrutture civili. Il sindaco di Kiev, Vitaliy Klitschko, ha affermato che dopo gli ultimi raid russi che hanno lasciato l’Ucraina al buio e al gelo, il 70% della capitale è ancora privo di energia. Resta in modalità blackout completo, dopo i bombardamenti, la centrale di Zaporizhzhia. Lo ha segnalato l’Energoatom, aggiungendo che «il livello di radiazione nel sito della centrale rimane normale». «Vedendo la neve penso ai nostri amici ucraini che, a causa dei barbarici attacchi terroristici di Putin contro le infrastrutture, devono affrontare questo inverno senza elettricità e acqua. A causa sua, bambini con i loro genitori e nonni stanno congelando nel buio. Condanno questi attacchi barbarici. Sono crimini di guerra», ha dichiarato la presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, in una conferenza stampa in Finlandia. La stessa Von der Leyen ha confermato che l’Ue sta preparando un nono pacchetto di sanzioni contro la Russia. Il rappresentante permanente russo presso le Nazioni Unite, Vasily Nebenzya, ha affermato da parte sua che Mosca sta colpendo le infrastrutture «in risposta all’invio di armi occidentali e agli sconsiderati appelli di Kiev per una vittoria militare sulla Russia». Il diplomatico ha affermato che l’«operazione speciale» proseguirà fino a quando Kiev non assumerà «una posizione realistica che consenta un negoziato». Il rappresentante di Mosca ha anche osservato che i danni agli edifici residenziali e le vittime civili «sono da imputare all’Ucraina» la cui difesa aerea non si trova nelle periferie, bensì al centro delle città. «Di conseguenza, frammenti di missili ucraini colpiscono oggetti a cui la Russia non mirava nemmeno», ha aggiunto Nebenzya. Nel frattempo, il tribunale di Lefortovo a Mosca ha convalidato l’arresto di tre ucraini - Yanina Akulova, Anton Nikolaevich Zhukovsky e Dmitry Sergeyevich Sergeyev - sospettati di aver tentato di compiere un attentato sul territorio russo. Sul campo, si contano i morti. Sei decessi e trenta feriti si registrano nella città di Vyshgorod. I corpi di oltre 400 civili uccisi a Kherson durante l’occupazione russa sarebbero poi stati rivenuti, secondo il procuratore dello Stato, Andriy Kostin. Il ministero della Difesa in Russia ha intanto annunciato la liberazione di 50 prigionieri di guerra da parte dell’Ucraina nel quadro di uno scambio di prigionieri. Poco prima il leader filorusso della repubblica di Donetsk aveva reso noto che anche la Russia avrebbe rilasciato 50 soldati ucraini. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucraina-chiesa-russa-2658781818.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="michel-va-da-xi-e-lascia-a-casa-ursula" data-post-id="2658781818" data-published-at="1669375533" data-use-pagination="False"> Michel va da Xi e lascia a casa Ursula Anziché imparare dai propri errori, Bruxelles continua a guardare in direzione della Repubblica popolare cinese. Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, si recherà infatti a Pechino giovedì prossimo, per incontrare Xi Jinping. «La visita a Pechino fa seguito alla discussione strategica del Consiglio europeo sulle relazioni dell’Unione europea con la Cina tenutasi in ottobre», si legge in una nota ufficiale del Consiglio europeo. «In un contesto geopolitico ed economico teso, la visita rappresenta un’opportunità tempestiva di dialogo tra l’Ue e la Cina. I leader dell’Ue e della Cina discuteranno delle sfide globali e di argomenti di interesse comune», recita ancora il comunicato. L’ultimo presidente del Consiglio europeo ricevuto da Xi in Cina fu Donald Tusk nel luglio del 2018. Tuttavia all’epoca Tusk si recò a Pechino accompagnato dall’allora capo della Commissione europea, Jean-Claude Juncker. Stavolta le cose andranno invece diversamente, dato che non è prevista la presenza di Ursula von der Leyen. Non a caso, Politico ieri definiva la circostanza come una «rottura con la tradizione». È verosimile che tale situazione sia dovuta alle tensioni in corso tra la stessa von der Leyen e Michel: tensioni che, iniziate ai tempi del cosiddetto sofagate in Turchia l’anno scorso, pare si siano progressivamente intensificate. Insomma, non è escluso che, con questo viaggio, il presidente del Consiglio europeo voglia infliggere uno schiaffo politico in piena regola alla von der Leyen. Tuttavia, al di là delle beghe che si registrano ai piani alti di Bruxelles, i nodi sono soprattutto di carattere geopolitico. In primis, questo acrimonioso sfilacciamento ai vertici europei indebolisce la posizione dell’Ue davanti al Dragone. In secondo luogo, ricordiamo che il mese scorso Xi ha ottenuto un inedito terzo mandato come segretario generale del Pcc, consolidando il proprio già ampio potere. Va inoltre tenuto presente che il viaggio di Michel arriverà poche settimane dopo la visita ufficiale a Pechino del cancelliere tedesco, Olaf Scholz: una visita che ha notevolmente rinsaldato i rapporti politici ed economici tra Germania e Cina. D’altronde, proprio Berlino ha svolto un significativo ruolo nell’avvicinamento tra l’Ue e il Dragone. Fu infatti su input di Angela Merkel (di cui Scholz era all’epoca vicecancelliere) che la Commissione europea firmò il controverso trattato sugli investimenti con la Repubblica popolare nel dicembre 2020: trattato che di fatto non affrontava la questione del lavoro forzato nello Xinjiang e che irritò non poco gli Usa. Dal canto suo, il presidente francese, Emmanuel Macron, ha reso noto di voler visitare la Cina all’inizio dell’anno prossimo. Insomma, sembra proprio che l’asse franco-tedesco stia continuando ad orientare la politica complessiva dell’Ue in un senso tutt’altro che ostile alla Cina. Tutto questo, con buona pace di chi, come la Lituania, invoca una linea più severa nei confronti del Dragone. Non è d’altronde escludibile che il viaggio di Michel possa irritare gli americani. «Gli Stati Uniti sono il nostro alleato più importante ma, in alcuni casi, non avremo la stessa posizione o lo stesso approccio nei confronti della Cina», aveva detto appena martedì scorso l’Alto rappresentante per la politica estera europea, Josep Borrell, annunciando inoltre un viaggio del suo team a Washington la prossima settimana per discutere del dossier cinese.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci