Con Il vicedirettore della Verità Claudio Antonelli e il giurista Andrea Venanzoni parliamo del Digital Service Act e delle sue possibili (e inquietanti) conseguenze.
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Imagoeconomica
Mentre fioccano fascicoli contro il caporalato, il sistema giudiziario si avvale di profili altamente specializzati, ma mal retribuiti. Infatti, malgrado l’intervento della Consulta, oggi un consulente informatico guadagna 7,34 euro lordi all’ora. Poco più di un rider...
Negli ultimi mesi la Procura di Milano ha riportato al centro del dibattito pubblico il tema di salari sempre più insufficienti e di nuove forme di sfruttamento: dalle inchieste sui rider e sul caporalato digitale a quelle sulla filiera della moda, sui subappalti e sulle catene produttive opache. Un fronte giudiziario che ha acceso i riflettori su realtà spesso invisibili. Ma dentro questa meritevole attenzione c’è una contraddizione che resta sullo sfondo: mentre la giustizia indaga su questi fenomeni, continua a reggersi, al proprio interno, su un sistema che riconosce compensi inadeguati alle competenze richieste.
Basta guardare i numeri. Fino alla sentenza della Corte costituzionale n. 16 del febbraio 2025, il lavoro dei consulenti tecnici veniva retribuito con il sistema delle vacazioni: 14,68 euro per le prime due ore e 8,15 euro per ciascuna delle successive, pari a 4,075 euro lordi l’ora, con una penalizzazione progressiva del tempo di lavoro. La Consulta ha dichiarato illegittimo questo meccanismo, eliminando la riduzione delle vacazioni successive. Il compenso teorico sale così a 14,68 euro ogni due ore, cioè 7,34 euro lordi l’ora: su una giornata di otto ore si passa da circa 39 euro lordi prima della sentenza a circa 58,7 euro lordi oggi, pari a 38–44 euro netti, una cifra che resta comunque molto (e troppo) bassa rispetto alle competenze richieste.
È un livello retributivo che, anche dopo l’intervento della Corte, resta largamente insufficiente rispetto alle capacità tecniche e alle responsabilità del lavoro svolto. Il sistema giudiziario moderno, quello che oggi costruisce prove su telefoni, cloud, chat, video, social network, tracciamenti e flussi di dati, continua a reggersi su un esercito di competenze esterne trattate come un costo da comprimere, e per questo sempre più difficili da trattenere. Lo dimostrano molte delle grandi inchieste degli ultimi mesi, nelle quali l’analisi di dispositivi elettronici è diventata un passaggio decisivo: dai procedimenti su presunti dossieraggi e accessi abusivi a banche dati, come nel filone che ha coinvolto la società Equalize, alle indagini su corruzione, reati economici e criminalità organizzata, in cui telefoni, computer, server e archivi digitali contengono ormai la parte più rilevante della prova. In tutti questi casi, la richiesta dell’autorità giudiziaria non è più solo quella di «acquisire» un device, ma di analizzarne il contenuto in modo scientifico, verificabile e difendibile in aula. Spesso servono ore di lavoro.
La contraddizione diventa ancora più evidente se la si affianca alle stesse inchieste sul lavoro povero condotte dalla magistratura: rider pagati a consegna, compensi che scendono a pochi euro l’ora se rapportati al tempo reale, rischio economico scaricato interamente sul lavoratore. Qui il committente non è una piattaforma privata, ma lo Stato, e la logica, pur nella diversità dei contesti, finisce per assomigliarsi più di quanto si vorrebbe ammettere.
Dentro questa cornice si colloca il disagio crescente dei consulenti informatici forensi che lavorano per le Procure. Professionisti chiamati a svolgere un ruolo ormai decisivo nel processo penale, perché senza una lettura tecnica dei dati digitali non esiste più accertamento dei fatti, ma che devono investire in strumenti costosi, licenze, software specializzati, formazione continua, catene di custodia e protocolli rigorosi, trovandosi però di fronte a compensi bassi, pagamenti che arrivano dopo mesi o anni e, non di rado, a «rideterminazioni» a posteriori che rendono incerto perfino l’importo finale incassato. Nessuna impresa privata accetterebbe un cliente che paga così, eppure è esattamente ciò che accade quando il cliente è la giustizia. Il disagio si riflette anche nei numeri: il passaggio ai nuovi albi telematici dei consulenti tecnici d’ufficio ha registrato un calo netto degli iscritti, passati dai 183.000 dei vecchi albi analogici a circa 150.000 domande, un ridimensionamento che va oltre la fisiologica selezione e racconta un progressivo disimpegno verso incarichi sempre meno sostenibili. È su questo punto che da tempo insistono le analisi dell’Osservatorio nazionale Informatica forense (Onif), secondo cui il problema non è solo economico, ma sistemico: l’informatica forense è ormai un’infrastruttura essenziale del processo penale. Senza competenze adeguate l’accusa pubblica rischia di indebolirsi proprio nei procedimenti più delicati e, quando i professionisti più qualificati si spostano verso incarichi privati più sostenibili, si crea una frattura che incide sull’equilibrio tra accusa e difesa e sulla qualità complessiva della giustizia.
La sentenza della Corte costituzionale, letta in controluce, afferma un principio semplice: non si può pretendere che la giustizia funzioni comprimendo in modo irragionevole i compensi di chi la fa funzionare, perché così finisce per indebolirsi dall’interno. Un richiamo che suona attuale mentre il dibattito pubblico è assorbito dalla riforma della giustizia, dall’efficienza e dalla velocità dei processi, temi destinati a restare astratti se non si guarda alle condizioni materiali di chi rende possibile l’accertamento della verità.
Il problema non è solo quanto si paga, ma come si paga: regole pensate nei primi anni Duemila oggi si applicano a procedimenti in cui un singolo dispositivo può contenere anni di vita digitale e richiedere analisi complesse e prolungate. Alla fine, la domanda più scomoda non è quanto costi adeguare i compensi, ma quanto costi non farlo, perché a lasciare il sistema sono proprio i professionisti più qualificati, e la giustizia rischia così di restare senza le competenze su cui si regge.
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Ansa
Altri blog sovversivi rivendicano l’attentato alle linee Av, minacciando le aziende che sostengono i Giochi. La Lega: «Paghino il ripristino dei danni fatti». Beppe Sala contro Giorgia Meloni: «Strumentalizza gli scontri».
È un’onda di rabbia e violenza che non si vuole fermare quella generata dagli scontri di Torino. Che ora ha un nuovo obiettivo: le Olimpiadi. Basta cambiare città, cambiare simbolo, sostituire all’edificio di Askatasuna il villaggio olimpico e la lotta «kontro» continua. Contro Leonardo, Eni, Gruppo Fs, partner ufficiali dei giochi e colpevoli di «speculare su guerre e devastazione della terra in nome del feroce progresso capitalista». Tripudio di asterischi «per tutt* i lavorator* che si ribellano allo sfruttamento dei padroni» in un tam tam tra blog sovversivi. Che esprimono soddisfazione per il sabotaggio delle linee ferroviarie Pesaro-Bologna che sabato ha mandato in tilt l’Italia, dopo il piazzamento di due ordigni incendiari rudimentali accanto ai binari.
Chi se ne frega se a rimetterci sono cittadini e soldi dello stato, per Sottobosko contano solo i popoli in Lotta. Idem per Lanemesi, altra piattaforma di anarchici che rivendicano il sabotaggio. Non manca il Nuovo Pci che mette nel mirino anche Lucia Musti, la procuratrice generale che aveva puntato il dito contro «l’area grigia della borghesia colta che giustifica i violenti» di Askatasuna. «Le forme di ribellione sono tanto più giuste quanto più sono efficaci per eliminare l’ordine sociale che ci opprime», così il movimento fondato da Giuseppe Maj e vicino alle Carc, in un comunicato dove il nemico numero uno è in primis il governo Meloni, bollato come «il governo più reazionario (contro le masse popolari) e più autoritario di quelli che lo hanno preceduto». La Musti viene, invece, etichettata come la nuova esponente della «mafia del Tav» insieme all’amministrazione di Torino e «al loro codazzo di questurini». Nessuna pietà per le botte al poliziotto Alessandro Calista la cui aggressione in gruppo viene liquidata come «una gran caciara sulle martellate ricevute dal celerino», per non parlare della «canea mediatica volta a colpevolizzare mettendo nero su bianco volta a mettere nero su bianco volti, nomi e cognomi di alcuni presunti partecipanti alla manifestazione». Eh già, tutti bravi ragazzi.
Come quelli del corteo «Insostenibili Olimpiadi» dello scorso sabato a Milano. Per il quale la Procura di Milano ha aperto un fascicolo. Tra le ipotesi di reato manifestazione non autorizzata, travisamento e resistenza a pubblico ufficiale. Sei gli indagati al momento, ossia le persone identificate e denunciate dalla Digos della polizia per le violenze che si sono verificate in zona Corvetto al termine del corteo contro le Olimpiadi. Uno scenario di guerriglia urbana con petardi, pietre e bottiglie scagliati verso le forze dell’ordine nel tentativo di «sfondare» lo schieramento. Un arsenale dove non manca un blocco di cemento rubato da un cantiere. Gli antagonisti sono almeno un centinaio vestiti di nero, indossano caschi, mascherine da verniciatori, passamontagna, scaldacolli alzati, maschere antigas. Vogliono occupare la Tangenziale Est. Poi il caos. Scontro duro con gli agenti. Tra gli antagonisti vengono fermati in sette. Uno viene identificato e rilasciato. Gli altri sei, tutti i italiani, finiscono in questura. Tra loro una donna di 52 anni, già denunciata, e cinque giovani tra cui uno torinese legato al centro sociale Askatasuna.
L’inchiesta, assegnata al pm Alessandro Gobbis, potrebbe vedere l’elenco degli indagati allungarsi man mano che proseguono le analisi della polizia sulle immagini di telecamere e video per identificare altre persone e le precise responsabilità in capo a chi ha lanciato petardi e oggetti contundenti contro le forze dell’ordine. Costati 30 giorni di prognosi a un agente raggiunto a un braccio da un grosso sasso. Violenze per le quali è arrivata la condanna del sindaco di Milano Beppe Sala. Non senza i «ma» e i «però». Perché «c’è un clima nel mondo e nel nostro Paese, in America, per cui ogni forma di dissenso viene bollata come contro la nazione». «Meglio non strumentalizzare», ha aggiunto. E il riferimento, ha precisato, è al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che sugli scontri di sabato ha detto che chi manifesta contro i Giochi è nemico dell’Italia. Una frase ritenuta «colpevole» di fare di tutta l’erba un fascio, mescolando 5.000 manifestanti pacifici al gruppo di antagonisti che hanno scatenato le tensioni. Secondo Sala, «un chiaro tentativo di voler strumentalizzare un po’ il clima di tensione che c’è nel mondo». E il riferimento è planetario perché anche l’America di Trump è stata chiamata in causa pur di dare argomenti alla piazza «kontro». Non solo lotta alle speculazioni, al cemento, ai «favori ai soliti ricchi» e a chi fa la «guerra ai poveri e ai diritti». In piazza è finita persino l’Ice americana, l’agenzia federale che controlla l’immigrazione, paragonata alle Ss, di cui si chiede a gran voce la cacciata «from Minneapolis to Milan».
Intanto, mentre sul Web gli anarchici esultano, i senatori della Lega in commissione Trasporti chiedono che chi commette danni paghi: «Niente sconti per i violenti che assaltano le linee ferroviarie con l’obiettivo di sabotare le Olimpiadi, attraverso atti di terrorismo vero e proprio. Le rivendicazioni della galassia anarchica non lasciano a interpretazioni e meritano un intervento serio da parte della giustizia. Simili condotte non possono restare impunite e fa bene il Mit a voler fare piena chiarezza su questi atti criminosi, chiedendo adeguati risarcimenti. Fino all’ultimo centesimo. Com’è giusto che sia».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast dell'11 febbraio con Carlo Cambi
- Il governo pone la questione di fiducia sul decreto che invia nuove armi all’Ucraina. I tre deputati su cui può contare il generale non hanno ancora detto come voteranno. Solo una cosa è certa: la sinistra si dividerà.
- Per accelerare l’ingresso di Kiev, Bruxelles valuta l’ipotesi dell’«allargamento inverso» e studia le mosse per superare l’opposizione ungherese. Sullo sfondo il ruolo di Washington e i contatti diplomatici tra Europa, Russia e Stati Uniti.
Lo speciale contiene due articoli.
Sul decreto per inviare nuovi aiuti militari all’Ucraina il governo pone, per la prima volta, la fiducia. Il motivo? Capire fino a che punto è disposto a spingersi Futuro nazionale, il partito del generale Roberto Vannacci, contrario all’invio a Kiev di nuove armi, che annovera tra le sue fila tre deputati: Edoardo Ziello e Rossano Sasso, fuoriusciti dalla Lega, e Emanuele Pozzolo, ex Fdi. L’annuncio della questione di fiducia è stato dato ieri mattina a Montecitorio dal ministro della Difesa Guido Crosetto: «La questione di fiducia», ha detto Crosetto, «obbliga tutti i rappresentanti della maggioranza a dire, su un tema politico così rilevante, che continuano ad appoggiare il governo. È un atto che dà ancora più forza. Non è un modo per scappare da una crisi interna». La chiama per il voto di fiducia è in programma oggi a partire dalle 13 e 30, le dichiarazioni di voto inizieranno alle 11 e 50. La tesi dell’opposizione, e pure di Fn, è che la questione di fiducia serva a evitare la discussione degli emendamenti che chiedono lo stop agli aiuti militari a Kiev presentati dagli stessi vannacciani, dal M5s e da Avs, ma è una tesi che non convince più di tanto: mentre infatti pentastellati e sinistra voteranno tranquillamente contro la fiducia, adesso sono i tre moschettieri del generale a dover decidere cosa fare: astenersi o votare contro, infatti, significa uscire dalla maggioranza, e a quel punto chi sa se mai più potranno essere accolti nel centrodestra. Non a caso, prendono tempo: «Cosa voteremo domani (oggi, ndr) in Aula? È oggetto di decisione del nostro capo, il generale Vannacci, che ho avuto modo di sentire e che mi ha confermato che sarà lui sostanzialmente a darci una indicazione prima della chiama nominale». «Siamo in una fase di valutazione tra la nostra componente parlamentare e il presidente del partito, Vannacci», conferma Rossano Sasso, «e domani (oggi, ndr), prima di arrivare in Aula per la famosa chiama, ve lo faremo sapere».
Vi faremo sapere: le acrobazie dialettiche dei neo futuristi nazionalisti stridono un po’ coi modi spicci e franchi di Vannacci, ma l’effetto sorpresa può anche essere un modo per conquistare le prime pagine dei giornali di oggi. In termini numerici, se i tre dovessero uscire dalla maggioranza, i problemi per il centrodestra ci sarebbero ma non gravissimi; dal punto di vista politico, però, si sancirebbe quella spaccatura a destra che è stata un po’ l’incubo nascosto della coalizione di governo, perché Futuro nazionale, con le mani libere, potrebbe intercettare un po’ di elettori delusi dalla postura totalmente filo Ucraina e assai filo Ue del governo guidato da Giorgia Meloni. Vannacci però sa bene che il prezzo da pagare per la rottura sarebbe alto: a quel punto soprattutto la Lega, bersaglio degli attacchi di Fn, avrebbe tutte le ragioni per mettere il veto a qualsiasi futura alleanza con gli scissionisti, che ieri, attorniati da tante telecamere come non era loro mai accaduto, hanno srotolato pure il canonico striscione: «Stop soldi per Zelensky, più sicurezza per gli italiani». C’è anche qualche osservatore assai fantasioso che ipotizza che la nascita di Fn serva invece a tenere gli scontenti di destra nell’alveo di un partito che sarà comunque nel centrodestra alle prossime politiche del 2027: scenario totalmente da escludere se non fossimo in Italia, Paese dei dietrofront politici per antonomasia. «Noi siamo interlocutori del centrodestra», argomenta un assai cauto Sasso, «e faremo di tutto per non far vincere Schlein, Fratoianni e Conte».
«Cosa faranno i deputati di Vannacci? Non lo so, dai frutti li riconosceremo, come dice il Vangelo», risponde a precisa domanda Crosetto, citando l’apostolo Matteo. La parabola in questione recita così: «Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci». Pecore o lupi rapaci, i vannacciani? Oggi sapremo. Ciò che invece già sappiamo è che a sinistra c’è poco da gioire per le tensioni nella maggioranza: in politica estera, come noto e sancito ancora una volta dagli emendamenti presentati, M5s e Avs sono contrari all’invio di altre armi in Ucraina, mentre il Pd è favorevole. Come di consueto, a spargere sale sulle ferite dem è la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, ormai leader di fatto dell’opposizione interna alla segretaria Elly Schlein: «M5s, Avs e i deputati di Futuro nazionale», scrive la Picierno sui social, «hanno presentato una serie di emendamenti per cancellare la proroga dell’invio di aiuti militari all’Ucraina. L’ennesima pagina vergognosa e preoccupante per il nostro Paese. Possibile che un pezzo del campo largo abbia le stesse posizioni di Vannacci?». È evidente che l’ala picierniana del partito si prepara a rinnovare il veto del 2022 a un’alleanza col M5s. I titoli dei giornali di oggi saranno sulla spaccatura nel centrodestra, ma la voragine che divide il campo avversario è assai più pericolosa.
Ucraina nell’Ue, Bruxelles cerca scorciatoie per aggirare i veti
Bruxelles sta cercando degli escamotage per far sì che l’Ucraina aderisca all’Unione europea già il prossimo anno, pur senza aver completato le riforme necessarie.
Nella convinzione che la procedura accelerata sia urgente, alcuni funzionari e diplomatici europei hanno rivelato a Politico che una delle opzioni sul tavolo è il cosiddetto «allargamento inverso»: prima si aderisce e successivamente si inseriscono man mano gli obblighi e i diritti. A parlare di questo modello inedito lo scorso venerdì, secondo un diplomatico, sarebbe stata la stessa presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen.
Questa mossa senza precedenti prenderebbe in considerazione alcune fasi. Da una parte, l’attenzione di Bruxelles è rivolta alla preparazione dell’Ucraina e quindi al lavoro che deve svolgere sui cluster negoziali. Dall’altra parte, si starebbero discutendo le modalità con cui rendere più snello il procedimento di adesione all’Ue e quindi la nuova idea dell’«allargamento inverso». Ma con l’opposizione del premier ungherese, Viktor Orbán, all’adesione di Kiev, il piano di Bruxelles includerebbe le opzioni con cui aggirare il suo veto, analizzando diversi scenari. Gli occhi dell’Ue sono infatti puntati sulle prossime elezioni in Ungheria, che si terranno ad aprile: se Orbán dovesse perderle, la speranza è che il suo rivale, il leader del partito di opposizione Tisza, Peter Magyar, abbia un atteggiamento diverso. Ma qualora Orbán venisse confermato premier, il piano B di Bruxelles si appoggerebbe sul presidente americano, Donald Trump: visto che l’adesione dell’Ucraina è inclusa nei 20 punti del piano di pace, l’aspettativa è che il tycoon eserciti il suo ascendente sul leader ungherese, facendogli cambiare idea. E se anche quest’opzione dovesse fallire, l’ultima spiaggia di Bruxelles si chiama articolo 7 del Trattato Ue: è lo strumento con cui si sospendono i diritti di uno Stato membro, incluso quello di voto.
Di certo le visioni di Bruxelles non intralciano l’appoggio di Washington a Orbán, anche in vista delle elezioni: nei prossimi giorni il segretario di Stato americano, Marco Rubio, sarà proprio in Ungheria per «rafforzare gli interessi bilaterali e regionali comuni».
Non è invece ancora chiaro quando si terranno i prossimi trilaterali tra gli Stati Uniti, la Russia e l’Ucraina. Secondo il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, il prossimo round di colloqui si svolgerà a breve, ma «non ci sono ancora date specifiche». Che ci sia «ancora molta strada da fare» per arrivare a un accordo ne è convinto il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov. In un’intervista rilasciata a Ntv, ha infatti sottolineato: «Non dobbiamo lasciarci andare a una percezione entusiastica di ciò che sta accadendo, cioè che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, abbia messo in riga gli europei e Volodymyr Zelensky pretendendo che obbediscano». Tra l’altro, il viceministro della diplomazia russa, Alexander Grushko, ha ricordato che l’accordo di pace, oltre a dover «tenere conto degli interessi di sicurezza dell’Ucraina», deve anche garantire quelli «della Russia».
Nel frattempo prosegue l’attività del presidente francese, Emmanuel Macron, per aprire un canale di comunicazione con Mosca, senza «delegare» Washington, visto che «la Russia si trova alle nostre porte». Sempre specificando che lo zar russo Vladimir Putin «non vuole la pace», Macron ha dichiarato che il dialogo con Putin deve essere «ben organizzato con gli europei», ma deve anche avvenire senza «troppi interlocutori, con un mandato preciso e una rappresentanza semplice». Dall’altra parte il Cremlino, tramite Peskov, ha confermato che ci sono stati dei primi «contatti» con Parigi e che «ciò, se desiderato e necessario, aiuterà a stabilire rapidamente un dialogo al massimo livello».
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