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2021-07-15
Tutti gli investimenti del Vaticano contrari alla morale della Chiesa
Angelo Becciu (Ansa)
Il maxi processo vaticano è partito ormai da due settimane. Al vaglio della giustizia d'Oltretevere sono finite dieci persone, dal cardinale Angelo Becciu fino al finanziere Raffaele Mincione, passando per monsignor Mauro Carlino, Gianluigi Torzi ed Enrico Crasso, celebre gestore di fondi. Accusato di corruzione ed estorsione c'è pure un dipendente laico, Fabrizio Tirabassi. Mentre la dama Cecilia Marogna deve rispondere di peculato. L'inchiesta nasce e gira attorno al mega investimento immobiliare a Londra finanziato con i soldi dell'obolo di San Pietro. Le cronache degli ultime mesi hanno anche anticipato discutibili puntate su altri immobili londinesi, al tempo stesso scelte altamente speculative che lasciano aperti pesanti dubbi e accuse su possibili retrocessioni. C'è una nota datata 8 febbraio e allagata agli atti del processo - inviata al promotore di giustizia Gian Piero Milano - che spiega nel dettaglio il vorticoso giro di denaro legato alla Segreteria di Stato, spesso con l'ok di Angelo Becciu e di Enrico Crasso che godeva di «ampie deleghe». Il prelato sardo è stato rinviato a giudizio assieme agli altri 9 con la differenza che per lui si è aggiunta anche l'accusa di subornazione, perché avrebbe provato a convincere monsignore Alberto Perlasca a ritrattare le sue dichiarazioni. Nelle missiva inviata dagli inquirenti vaticani a Milano, tra la mole di documenti che sarà alla base del processo, si spiega nel dettaglio come nel periodo in cui Becciu era alla segreteria di Stato (dal 2011 al 2020) siano stati fatti investimenti a «elevata propensione al rischio» e «poco in linea con gli standard etici» fissati da papa Francesco più volte nelle sue uscite pubbliche ma soprattutto contrari al Codice di diritto canonico. La cifra investita è astronomica. Si parla di 506 milioni di euro. Mezzo miliardo suddiviso in obbligazioni (198 milioni), in azioni (61 milioni), in futures (8 milioni) ma anche in fondi hedge (4 milioni). A intermediare questi investimenti fu soprattutto Crasso insieme con Giancarlo Fragomeno (non indagato) di Commerzbank. Per gli inquirenti questi investimenti erano «al 100% di carattere speculativo, eticamente scorretti, soprattutto se l'ordinante risulta essere la Santa Sede». Crasso avrebbe avuto questo modus operandi, legato a un metodo di investimenti ad altissimo rischio. Che negli anni hanno riguardato «scommesse» che poco avevano a che vedere su una finanza oculata. Perché il Vaticano, si legge, avrebbe dovuto valorizzare una «finanza sostenibile» con l'obiettivo «finanziario di valorizzare i propri risparmi, non già quello di arricchirsi o speculare». Bisognava investire in prodotti a basso rischio, per preservare il patrimonio e sostenere i bisognosi e le Chiese periferiche. Al contrario, la segreteria di Stato, avrebbe seguito logiche «dettate dall'avidità degli addetti ai lavori». In questo Crasso era il vero e proprio protagonista, forte anche di una collaborazione decennale con il Vaticano tanto da non essere mai contraddetto nelle sue proposte di investimento. La lista di investimenti contrari «alla morale della Chiesa» è lunga, come si evince nella lettera dell'8 febbraio. Si parte dalla sottoscrizione di titoli per 1 milione di euro nella Tullow Oil, compagnia petrolifera irlandese già accusata di corruzione in Regno Unito e sospettata di aver causato un disastro ambientale in Uganda: avrebbe versato liquami tossici nelle falde acquifere. Poi ancora, altri 500.000 dollari sarebbero stati dirottati sulla Petroleos Mexicanos, anche questa accusata di aver distribuito mazzette ai politici del Paese del centroamerica. Altri investimenti per 400.000 dollari canadesi sono andati nella Glencore Australian holdings, altra società petrolifera australiana, accusata di aver riciclato quasi 30 miliardi di dollari all'estero. In un interrogatorio dello stesso consulente finanziario con un passato in Credit Suisse, racconta che gli investimenti in Glencore furono fatti con i fondi dell'ultimo Giubileo. «Non ho gestito questa operazione» spiega Crasso ai promotori di giustizia Alessandro Diddi e Gian Piero Milano «All'epoca il portafoglio Bsi, su cui detta operazione è stata fatta transitare, era gestito da Tirabassi con la banca direttamente. Ripensandoci si tratta dei fondi ex Giubileo (nel 2000 con papa Wojtyla, ndr), che poi sono approdati nel 2014 alla Bsi, circa 38 milioni dei quali quindi nel 2012 il sottoscritto non si occupava in alcun modo».
Un dettaglio che spiega come, malgrado le segnalazioni giornalistiche, Crasso e più in generale la Segreteria badassero al rispetto degli standard etici. Non a caso ci sono anche i noti investimenti sulla compagnia di autonoleggio Hertz per 2 milioni di euro. In questo caso il Vaticano scelse di scommettere sui credit default swap, strumenti che mettono a leva la possibilità di salvataggio o fallimento. Hertz ha portato i libri in tribunale e la scommessa non è andata bene.
Ma si contano anche altri 7 milioni di euro finiti in società di fitofarmaci (Natura Srl), Ego Airways (impresa di nuova generazione di sistemi di connessione aerea) o Piana Clerico (industria tessile). Qui gli inquirenti non contestano tanto la scelte del collocamento ma il veicolo utilizzato. La Segreteria ha finanziato la società Hp Finance collegata allo stesso Crasso che a sua volta ha poi gestito le scelte d'investimento con un private placement, che non garantisce gli standard di trasparenza.
A questi circa 15 milioni se ne aggiungono altri 86, tutti destinati ai contratti linked note o Twin-win. Tutti e due strumenti ad «elevata propensione al rischio», si legge nella nota. Nel primo caso l'investimento è legato all'instabilità di una società e un evento che ne mette in discussione i bilanci. anche i twin, come come costituiti dalla Segreteria, si basano sul possibile default di una società. In pratica, l'esatto opposto di quanto non solo la dottrina della Chiesa insegna, ma anche l'idea di fondo di un cattolico. Cioè, lo sviluppo e la crescita collegata a una ridistribuzione della ricchezza. Stesso discorso per i fondi hedge altamente speculativi. E qui si parla di altri 4 milioni. Infine c'è la voce investimenti «non definiti», sui quali gli inquirenti nemmeno si esprimono, salvo poi evidenziare, nel complesso, la forte dicotomia tra la provenienza dei fondi e la destinazione. Su 506 milioni investi almeno 105 sono palesemente contro gli insegnamenti della Chiesa e violano le stesse encicliche del Papa, oltre il criterio della «diligenza del buon padre di famiglia».
E con il fondo Centurion di Crasso plusvalenze del 30% in soli 2 anni
Enrico Crasso, il consulente finanziario della segreteria di Stato di Angelo Becciu dal 2012, è la pietra angolare dell'inchiesta dei promotori di giustizia Gian Piero Milano e Alessandro Diddi. A rivelarlo ai magistrati è stato monsignor Alberto Perlasca che durante gli interrogatori, spiegherà che alcuni investimenti, come quello in Hp Finance, erano stati fatti da Crasso nonostante la contrarietà di una parte della segreteria di Stato. «Enrico Crasso ha potuto agire sfruttando la propria autonomia e il proprio margine di autorità all'interno del mandato di gestione», affidatogli proprio da Becciu.
Accusato di truffa e peculato, parte delle indagini della magistratura vaticana si sono incentrate proprio sul ruolo di Crasso del Fondo Centurion con sede a Malta. Tramite Centurion, infatti, attraverso poi Sogenel Capital holding e Hp Finance, Crasso aveva convinto la segreteria di Stato ad acquistare «con modalità fraudolente» azioni della Welcome Italia spa e quote del fondo Ariel della Polis sgr. In questo modo, stando alle accuse, avrebbe sottratto alla segreteria di Stato almeno 5 milioni di euro. Tra i documenti sequestrati finiti a giudizio ci sono anche dei falsi che lo stesso Crasso avrebbe ammesso di aver creato ad arte per sviare le indagini. Non a caso, nell'interrogatorio del 7 dicembre, l'ex financial advisor di Credit Suisse ammetterà di fronte ai promotori di giustizia «che il tenore delle mie risposte non sempre è stato leale e sincero. Tengo a precisare, tuttavia, che io non ho mai corrisposto un centesimo a Perlasca e Tirabassi». Dopo aver spiegato che parte dei fondi del Giubileo depositati in Bsi erano stati investiti da Tirabassi nella compagnia petrolifera Glencore, Crasso ha anche replicato alle domande dei magistrati rispetto agli investimenti in obbligazioni Hp Finance dell'agosto 2016. Per Diddi e Milano, infatti, quell'operazione era stata poi smontata dalla segreteria di Stato. «Ne prendo atto e ricordo che la sottoscrizione è stata autorizzata da monsignor Becciu» ha spiegato Crasso. «L'operazione è stata successivamente disinvestita, esattamente nel 2018, facendo realizzare una plusvalenza del 2%, oltre agli interessi maturati nel periodo [ … ] Hp Finance con i fondi doveva effettuare degli investimenti in 3 compagnie; successivamente poiché questa opportunità non si materializzavano, gli investimenti sono stati dirottati in una digital bank brasiliana di nome Setara, cioè da circa un anno e mezzo». Ma oltre a quest'ultima operazione, Diddi e Milano hanno chiesto a Crasso anche di altri investimenti come quello da 5,2 milioni di euro Welcome Italia, ma anche delle operazioni in Cristallina Holding o in Sport Life spa e persino in Woolf Srl, società quest'ultima che ha lanciato sul mercato braccialetti per i motociclisti. Ci sarebbe stato persino un tentativo di investimento da 9 milioni di dollari della segreteria di Stato in aziende specializzate in diete, tramite «la signora Isabelle». Ma anche se la signora voleva lanciare la dieta in Colombia e ha avuto rapporti con Tirabassi e monsignor Carlino, «escludo che ci siano stati accordi commerciali di qualunque genere, tra la predetta Isabelle e i dipendenti della Segreteria di Stato». Tramite Centurion, in ogni caso, Crasso ha ammesso di aver effettuato operazioni sin dal 2017, come quella da 6 milioni di euro in Mikrocapital, oppure ancora nell'immobile di via Gregorio VII da destinare in affitto al Bambin Gesù come laboratorio di analisi. E ancora, c'è lo stabile di via Pineta Sacchetti su terreno dei Frati Escolopi e poi affittato alla Virgin. Questa operazione sarebbe stata caldeggiata da monsignor Perlasca, dopo una richiesta di 27 milioni di euro «da noi rifiutato e sconsigliato dopo aver a nostre spese pagato la perizia. L'immobile non valeva più di 15 milioni di euro, in quanto senza le attrezzature della piscina della Virgin in caso di cancellazione il contratto di affitto sarebbe crollato di valore». Poi c'è Palazzo Quarnaro a Genova, 2,5 milioni di euro investiti e poi rivenduto a 3,2 dopo 2 anni. Una plusvalenza di 700.000 euro è qualcosa di estremamente speculativo soprattutto se si pensa che il settore immobiliare è stressato da prezzi alti e persone che non riescono a permettersi una abitazione degna di tale nome. Si tratta di quasi il 30% di plusvalenza in soli 2 anni, alla faccia della tutela del capitale e del rispetto dell'etica vaticana. Quindi altri 13,8 milioni di euro per la Abb di Vittuone, affittato a una multinazionale svizzera e altri 13,5 milioni di euro in Giochi Preziosi, tutte operazioni che non avrebbero procurato alcune danno, secondo Crasso, alla segreteria di Stato, ma che anzi avrebbero giovato ai conti della Santa Sede.
In queste operazioni c'è il ruolo tutto da verificare delle banche, come Credit Suisse o la Bsi di Lugano, da dove transitano i soldi della segreteria di Stato.
La corsa fallita all'oro nero in Africa
A unire il cardinale Angelo Becciu, il finanziere Enrico Crasso e Raffaele Mincione non è solo l'inchiesta del Vaticano sugli investimenti pericolosi della vecchia segreteria di Stato. Negli anni d'oro dove gli affari andavano avanti a gonfie vele, non c'erano solo piccole sottoscrizioni di azioni in compagnie petrolifere messicane, irlandesi e australiane. A legare il gruppo fu proprio il tentativo di investire nel settore petrolifero in Angola, un'operazione che poi non andò in porto e che convinse Becciu a indirizzare i soldi dell'Obolo di San Pietro sull'immobile di Sloane Avenue a Londra. A tratteggiare la corsa all'oro nero in Africa è lo stesso Crasso nel sua memoria, depositata il giorno dell'interrogatorio del 27 gennaio del 2021. In quelle pagine l'ex financial advisor di Credit Suisse ricorda appunto quando Becciu lo coinvolse nel 2012 e di quando fu proprio il cardinale sardo a dargli incarico di seguire il petrolio angolano, grazie a un amico di vecchia data, ovvero Antonio Mosquito. «Ne parlai con la mia banca in Italia, ma non avendo una divisione commodity […] mi dissero di aver individuato la persona giusta esperta di commodity e mi fecero incontrare Raffaele Mincione ed il suo team di Capinvest a Londra». Crasso quindi sceglie Mincione per l'affare con Mosquito. «[…] misero a disposizione della Segreteria di Stato un comparto del fondo Athena e chiesero alla stessa di iniziare a costituire la provvista di 200 milioni di dollari per dimostrare evidenza di fondi alla controparte per il blocco petrolifero in Angola». Così il Vaticano si rivolge a Credit Suisse e Bsi che si adoperano. Siamo nel 2013, ma sostiene Crasso «non ebbi nessun ruolo né nel consigliare né nel formalizzare tali operazioni». In ogni caso l'affare sul blocco petrolifero inizia a presentare qualche problema. Tanto che nel 2014 la Sonagol, la capofila controllata dallo Stato angolano, fa intendere che gli unici azionisti graditi nel giacimento erano Eni e Mosquito. L'operazione fallisce miseramente. Crasso sostiene che non ci fosse alcun accordo occulto tra lui e Mincione, solo non era possibile per la segreteria di Stato proseguire sulla pista degli investimenti petroliferi. Da lì nacque l'idea di spostare l'attenzione sugli immobili di Londra. Va evidenziato che la garanzia per il giacimento era Becciu in persona. Il monsignore non solo aveva caldeggiato l'affare tramite Mosquito, conosciuto ai tempi da nunzio apostolico a Luanda, ma aveva seguito tutta la trafila delle trattative. Sarà Massimo Catizone di Athena Capital in una lettera del 28 maggio del 2014, a spiegare a Becciu che la struttura di investimento che andava delineandosi non solo aumentava «il rischio a cui l'investitore era inizialmente esposto» ma alterava «anche l'equilibrio iniziale tra rischio e rendimento». In pratica la nuova proposta sarebbe stata fin troppo rischiosa anche per chi da anni era abituato a muoversi così sul mercato.
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Del mezzo miliardo impiegato dalla Segreteria di Stato negli ultimi anni, almeno 105 milioni sono finiti, in violazione del Codice di diritto canonico, in imprese accusate di corruzione e inquinamento. Duro il promotore di giustizia: «Logiche dettate dall'avidità».Il veicolo del manager già Credit Suisse ha scommesso su società di diete o real estate.I soldi investiti in Sloane Avenue sarebbero dovuti servire per entrare nel business del greggio. Ma usare 200 milioni fu considerato troppo rischioso pure dai consulenti.Lo speciale contiene tre articoli.!function(e,i,n,s){var t="InfogramEmbeds",d=e.getElementsByTagName("script")[0];if(window[t]&&window[t].initialized)window[t].process&&window[t].process();else if(!e.getElementById(n)){var o=e.createElement("script");o.async=1,o.id=n,o.src="https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js",d.parentNode.insertBefore(o,d)}}(document,0,"infogram-async"); Il maxi processo vaticano è partito ormai da due settimane. 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C'è una nota datata 8 febbraio e allagata agli atti del processo - inviata al promotore di giustizia Gian Piero Milano - che spiega nel dettaglio il vorticoso giro di denaro legato alla Segreteria di Stato, spesso con l'ok di Angelo Becciu e di Enrico Crasso che godeva di «ampie deleghe». Il prelato sardo è stato rinviato a giudizio assieme agli altri 9 con la differenza che per lui si è aggiunta anche l'accusa di subornazione, perché avrebbe provato a convincere monsignore Alberto Perlasca a ritrattare le sue dichiarazioni. Nelle missiva inviata dagli inquirenti vaticani a Milano, tra la mole di documenti che sarà alla base del processo, si spiega nel dettaglio come nel periodo in cui Becciu era alla segreteria di Stato (dal 2011 al 2020) siano stati fatti investimenti a «elevata propensione al rischio» e «poco in linea con gli standard etici» fissati da papa Francesco più volte nelle sue uscite pubbliche ma soprattutto contrari al Codice di diritto canonico. La cifra investita è astronomica. Si parla di 506 milioni di euro. Mezzo miliardo suddiviso in obbligazioni (198 milioni), in azioni (61 milioni), in futures (8 milioni) ma anche in fondi hedge (4 milioni). A intermediare questi investimenti fu soprattutto Crasso insieme con Giancarlo Fragomeno (non indagato) di Commerzbank. Per gli inquirenti questi investimenti erano «al 100% di carattere speculativo, eticamente scorretti, soprattutto se l'ordinante risulta essere la Santa Sede». Crasso avrebbe avuto questo modus operandi, legato a un metodo di investimenti ad altissimo rischio. Che negli anni hanno riguardato «scommesse» che poco avevano a che vedere su una finanza oculata. Perché il Vaticano, si legge, avrebbe dovuto valorizzare una «finanza sostenibile» con l'obiettivo «finanziario di valorizzare i propri risparmi, non già quello di arricchirsi o speculare». Bisognava investire in prodotti a basso rischio, per preservare il patrimonio e sostenere i bisognosi e le Chiese periferiche. Al contrario, la segreteria di Stato, avrebbe seguito logiche «dettate dall'avidità degli addetti ai lavori». In questo Crasso era il vero e proprio protagonista, forte anche di una collaborazione decennale con il Vaticano tanto da non essere mai contraddetto nelle sue proposte di investimento. La lista di investimenti contrari «alla morale della Chiesa» è lunga, come si evince nella lettera dell'8 febbraio. Si parte dalla sottoscrizione di titoli per 1 milione di euro nella Tullow Oil, compagnia petrolifera irlandese già accusata di corruzione in Regno Unito e sospettata di aver causato un disastro ambientale in Uganda: avrebbe versato liquami tossici nelle falde acquifere. Poi ancora, altri 500.000 dollari sarebbero stati dirottati sulla Petroleos Mexicanos, anche questa accusata di aver distribuito mazzette ai politici del Paese del centroamerica. Altri investimenti per 400.000 dollari canadesi sono andati nella Glencore Australian holdings, altra società petrolifera australiana, accusata di aver riciclato quasi 30 miliardi di dollari all'estero. In un interrogatorio dello stesso consulente finanziario con un passato in Credit Suisse, racconta che gli investimenti in Glencore furono fatti con i fondi dell'ultimo Giubileo. «Non ho gestito questa operazione» spiega Crasso ai promotori di giustizia Alessandro Diddi e Gian Piero Milano «All'epoca il portafoglio Bsi, su cui detta operazione è stata fatta transitare, era gestito da Tirabassi con la banca direttamente. Ripensandoci si tratta dei fondi ex Giubileo (nel 2000 con papa Wojtyla, ndr), che poi sono approdati nel 2014 alla Bsi, circa 38 milioni dei quali quindi nel 2012 il sottoscritto non si occupava in alcun modo». Un dettaglio che spiega come, malgrado le segnalazioni giornalistiche, Crasso e più in generale la Segreteria badassero al rispetto degli standard etici. Non a caso ci sono anche i noti investimenti sulla compagnia di autonoleggio Hertz per 2 milioni di euro. In questo caso il Vaticano scelse di scommettere sui credit default swap, strumenti che mettono a leva la possibilità di salvataggio o fallimento. Hertz ha portato i libri in tribunale e la scommessa non è andata bene. Ma si contano anche altri 7 milioni di euro finiti in società di fitofarmaci (Natura Srl), Ego Airways (impresa di nuova generazione di sistemi di connessione aerea) o Piana Clerico (industria tessile). Qui gli inquirenti non contestano tanto la scelte del collocamento ma il veicolo utilizzato. La Segreteria ha finanziato la società Hp Finance collegata allo stesso Crasso che a sua volta ha poi gestito le scelte d'investimento con un private placement, che non garantisce gli standard di trasparenza. A questi circa 15 milioni se ne aggiungono altri 86, tutti destinati ai contratti linked note o Twin-win. Tutti e due strumenti ad «elevata propensione al rischio», si legge nella nota. Nel primo caso l'investimento è legato all'instabilità di una società e un evento che ne mette in discussione i bilanci. anche i twin, come come costituiti dalla Segreteria, si basano sul possibile default di una società. In pratica, l'esatto opposto di quanto non solo la dottrina della Chiesa insegna, ma anche l'idea di fondo di un cattolico. Cioè, lo sviluppo e la crescita collegata a una ridistribuzione della ricchezza. Stesso discorso per i fondi hedge altamente speculativi. E qui si parla di altri 4 milioni. Infine c'è la voce investimenti «non definiti», sui quali gli inquirenti nemmeno si esprimono, salvo poi evidenziare, nel complesso, la forte dicotomia tra la provenienza dei fondi e la destinazione. Su 506 milioni investi almeno 105 sono palesemente contro gli insegnamenti della Chiesa e violano le stesse encicliche del Papa, oltre il criterio della «diligenza del buon padre di famiglia». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-gli-investimenti-del-vaticano-contrari-alla-morale-della-chiesa-2653782548.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-con-il-fondo-centurion-di-crasso-plusvalenze-del-30-in-soli-2-anni" data-post-id="2653782548" data-published-at="1626291135" data-use-pagination="False"> E con il fondo Centurion di Crasso plusvalenze del 30% in soli 2 anni Enrico Crasso, il consulente finanziario della segreteria di Stato di Angelo Becciu dal 2012, è la pietra angolare dell'inchiesta dei promotori di giustizia Gian Piero Milano e Alessandro Diddi. A rivelarlo ai magistrati è stato monsignor Alberto Perlasca che durante gli interrogatori, spiegherà che alcuni investimenti, come quello in Hp Finance, erano stati fatti da Crasso nonostante la contrarietà di una parte della segreteria di Stato. «Enrico Crasso ha potuto agire sfruttando la propria autonomia e il proprio margine di autorità all'interno del mandato di gestione», affidatogli proprio da Becciu. Accusato di truffa e peculato, parte delle indagini della magistratura vaticana si sono incentrate proprio sul ruolo di Crasso del Fondo Centurion con sede a Malta. Tramite Centurion, infatti, attraverso poi Sogenel Capital holding e Hp Finance, Crasso aveva convinto la segreteria di Stato ad acquistare «con modalità fraudolente» azioni della Welcome Italia spa e quote del fondo Ariel della Polis sgr. In questo modo, stando alle accuse, avrebbe sottratto alla segreteria di Stato almeno 5 milioni di euro. Tra i documenti sequestrati finiti a giudizio ci sono anche dei falsi che lo stesso Crasso avrebbe ammesso di aver creato ad arte per sviare le indagini. Non a caso, nell'interrogatorio del 7 dicembre, l'ex financial advisor di Credit Suisse ammetterà di fronte ai promotori di giustizia «che il tenore delle mie risposte non sempre è stato leale e sincero. Tengo a precisare, tuttavia, che io non ho mai corrisposto un centesimo a Perlasca e Tirabassi». Dopo aver spiegato che parte dei fondi del Giubileo depositati in Bsi erano stati investiti da Tirabassi nella compagnia petrolifera Glencore, Crasso ha anche replicato alle domande dei magistrati rispetto agli investimenti in obbligazioni Hp Finance dell'agosto 2016. Per Diddi e Milano, infatti, quell'operazione era stata poi smontata dalla segreteria di Stato. «Ne prendo atto e ricordo che la sottoscrizione è stata autorizzata da monsignor Becciu» ha spiegato Crasso. «L'operazione è stata successivamente disinvestita, esattamente nel 2018, facendo realizzare una plusvalenza del 2%, oltre agli interessi maturati nel periodo [ … ] Hp Finance con i fondi doveva effettuare degli investimenti in 3 compagnie; successivamente poiché questa opportunità non si materializzavano, gli investimenti sono stati dirottati in una digital bank brasiliana di nome Setara, cioè da circa un anno e mezzo». Ma oltre a quest'ultima operazione, Diddi e Milano hanno chiesto a Crasso anche di altri investimenti come quello da 5,2 milioni di euro Welcome Italia, ma anche delle operazioni in Cristallina Holding o in Sport Life spa e persino in Woolf Srl, società quest'ultima che ha lanciato sul mercato braccialetti per i motociclisti. Ci sarebbe stato persino un tentativo di investimento da 9 milioni di dollari della segreteria di Stato in aziende specializzate in diete, tramite «la signora Isabelle». Ma anche se la signora voleva lanciare la dieta in Colombia e ha avuto rapporti con Tirabassi e monsignor Carlino, «escludo che ci siano stati accordi commerciali di qualunque genere, tra la predetta Isabelle e i dipendenti della Segreteria di Stato». Tramite Centurion, in ogni caso, Crasso ha ammesso di aver effettuato operazioni sin dal 2017, come quella da 6 milioni di euro in Mikrocapital, oppure ancora nell'immobile di via Gregorio VII da destinare in affitto al Bambin Gesù come laboratorio di analisi. E ancora, c'è lo stabile di via Pineta Sacchetti su terreno dei Frati Escolopi e poi affittato alla Virgin. Questa operazione sarebbe stata caldeggiata da monsignor Perlasca, dopo una richiesta di 27 milioni di euro «da noi rifiutato e sconsigliato dopo aver a nostre spese pagato la perizia. L'immobile non valeva più di 15 milioni di euro, in quanto senza le attrezzature della piscina della Virgin in caso di cancellazione il contratto di affitto sarebbe crollato di valore». Poi c'è Palazzo Quarnaro a Genova, 2,5 milioni di euro investiti e poi rivenduto a 3,2 dopo 2 anni. Una plusvalenza di 700.000 euro è qualcosa di estremamente speculativo soprattutto se si pensa che il settore immobiliare è stressato da prezzi alti e persone che non riescono a permettersi una abitazione degna di tale nome. Si tratta di quasi il 30% di plusvalenza in soli 2 anni, alla faccia della tutela del capitale e del rispetto dell'etica vaticana. Quindi altri 13,8 milioni di euro per la Abb di Vittuone, affittato a una multinazionale svizzera e altri 13,5 milioni di euro in Giochi Preziosi, tutte operazioni che non avrebbero procurato alcune danno, secondo Crasso, alla segreteria di Stato, ma che anzi avrebbero giovato ai conti della Santa Sede. 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A legare il gruppo fu proprio il tentativo di investire nel settore petrolifero in Angola, un'operazione che poi non andò in porto e che convinse Becciu a indirizzare i soldi dell'Obolo di San Pietro sull'immobile di Sloane Avenue a Londra. A tratteggiare la corsa all'oro nero in Africa è lo stesso Crasso nel sua memoria, depositata il giorno dell'interrogatorio del 27 gennaio del 2021. In quelle pagine l'ex financial advisor di Credit Suisse ricorda appunto quando Becciu lo coinvolse nel 2012 e di quando fu proprio il cardinale sardo a dargli incarico di seguire il petrolio angolano, grazie a un amico di vecchia data, ovvero Antonio Mosquito. «Ne parlai con la mia banca in Italia, ma non avendo una divisione commodity […] mi dissero di aver individuato la persona giusta esperta di commodity e mi fecero incontrare Raffaele Mincione ed il suo team di Capinvest a Londra». Crasso quindi sceglie Mincione per l'affare con Mosquito. «[…] misero a disposizione della Segreteria di Stato un comparto del fondo Athena e chiesero alla stessa di iniziare a costituire la provvista di 200 milioni di dollari per dimostrare evidenza di fondi alla controparte per il blocco petrolifero in Angola». Così il Vaticano si rivolge a Credit Suisse e Bsi che si adoperano. Siamo nel 2013, ma sostiene Crasso «non ebbi nessun ruolo né nel consigliare né nel formalizzare tali operazioni». In ogni caso l'affare sul blocco petrolifero inizia a presentare qualche problema. Tanto che nel 2014 la Sonagol, la capofila controllata dallo Stato angolano, fa intendere che gli unici azionisti graditi nel giacimento erano Eni e Mosquito. L'operazione fallisce miseramente. Crasso sostiene che non ci fosse alcun accordo occulto tra lui e Mincione, solo non era possibile per la segreteria di Stato proseguire sulla pista degli investimenti petroliferi. Da lì nacque l'idea di spostare l'attenzione sugli immobili di Londra. Va evidenziato che la garanzia per il giacimento era Becciu in persona. Il monsignore non solo aveva caldeggiato l'affare tramite Mosquito, conosciuto ai tempi da nunzio apostolico a Luanda, ma aveva seguito tutta la trafila delle trattative. Sarà Massimo Catizone di Athena Capital in una lettera del 28 maggio del 2014, a spiegare a Becciu che la struttura di investimento che andava delineandosi non solo aumentava «il rischio a cui l'investitore era inizialmente esposto» ma alterava «anche l'equilibrio iniziale tra rischio e rendimento». In pratica la nuova proposta sarebbe stata fin troppo rischiosa anche per chi da anni era abituato a muoversi così sul mercato.
I genitori della famiglia nel bosco, Catherine Birmingham e Nathan Trevallion (Ansa)
Catherine Birmingham, la mamma della famiglia nel bosco, ha scritto il libro sbagliato. A maggio dovrebbe uscire per Solferino un volume a sua firma intitolato La nostra vita libera. L’editore lo presenta come «un libro che va oltre il caso di cronaca, raccontando una scelta di vita autentica, vicina alla natura, capace di fare appello alla coscienza di molti. Il memoir-manifesto della mamma dei bambini nel bosco».
Come prevedibile, da qualche giorno sui social si leggono attacchi di ogni genere, come se Catherine stesse cercando di lucrare sulla sua tragedia o fosse incoerente perché, invece di rifiutare la modernità, abbraccia il sistema mediatico affidandogli la sua opera. In realtà, questo non è il primo libro di Catherine. Ne ha scritti altri due, di cui uno Ride for Life (Cavalca per la vita) uscito anche in italiano. Posto che una donna sottoposta al trattamento riservato a Catherine ha il sacrosanto diritto di scrivere tutti i libri che vuole per dare la sua versione degli eventi, il fatto che pubblichi un saggio, come dice giustamente Tonino Cantelmi, «dimostra due cose: la prima è che Catherine non è quella persona asociale che hanno cercato di accreditare, ma è una che ha una rete sociale immensa, è intelligente e propone uno stile di vita sicuramente sfidante per noi borghesi. La seconda è che le scelte di questa famiglia sono frutto di un pensiero molto riflettuto, non sono degli instabili che improvvisano, ma delle persone che hanno fatto scelte molto ponderate». Il problema, dicevamo, è che Catherine ha scritto il libro sbagliato, ha scelto lo stile di vita sbagliato. Se avesse pubblicato saggi sul diritto di abortire o sul cambiamento di genere dei suoi figli (come fanno molte madri di ragazzini transgender) oggi probabilmente non sarebbe costretta ad affrontare un dramma che prosegue da mesi.
La vicenda della famiglia nel bosco svela la profonda ipocrisia della nostra società. La quale da un lato consente a ragazzine minorenni di prendere senza ricetta farmaci abortivi o di assumere a spese dello stato bloccanti della pubertà, poi però giudica insana l'esistenza di bambini che vivono nei pressi di un bosco.Quei piccoli sono stati tolti ai genitori perché ritenuti socialmente isolati. Anche se erano sereni, interagivano con i vicini ed erano gioviali con tutti, a differenza di altri minorenni come il tredicenne del bergamasco che ha accoltellato la sua insegnante. Costui viveva in un mondo digitale parallelo fatto di rabbia e violenza, ha assaltato l'insegnante come in un videogioco, e pare abbia detto ai carabinieri di essere «dispiaciuto di non averla uccisa», e di aver avuto in programma di ammazzare anche i propri genitori. Mica viveva nel bosco, questo ragazzo. Stava con i suoi normalissimi genitori nella sua normalissima casa, e almeno una delle sue normalissime amiche sembra si fosse accorta che qualcosa non andava, ma non è scattato alcun meccanismo preventivo.
No, la macchina coercitiva si è mossa per Catherine e i suoi figli, che ora non stanno bene per niente. Nei giorni scorsi i consulenti della famiglia hanno assistito a una videochiamata tra la mamma e i piccoli e, dice Cantelmi, «siamo rimasti impressionati dallo stato di grande sofferenza dei bambini, e non voglio entrare nei dettagli. Questo materiale sarà messo a disposizione dei giudici per la valutazione. Ma la domanda è semplice: a che serve tenere tre bambini di quell’età in quella struttura? Non serve certo socializzare, non serve certo ad andare a scuola, non serve certo a farli stare meglio», prosegue l’esperto. «Ormai è chiaro a tutti che questa situazione procura solo dolore». Ma forse, oggi, provare dolore è considerato normale.L’avvocato: «Normalmente prima di separare i figli dai genitori ci vogliono anni, qui invece si è agito di fretta e “manu militari”. E senza nemmeno usare, come si fa di solito, mediatori linguistici e culturali».
«Ignorata perfino la Cassazione per togliere i bimbi ai Trevallion»
Giorgio Vaccaro è avvocato e docente a Verona, da molti anni si occupa di diritto di famiglia e sta seguendo con attenzione dall’inizio la vicenda della famiglia del bosco.
Avvocato, che cosa non torna secondo lei nel provvedimento con cui il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha allontanato i tre bambini dei Trevallion?
«Gli aspetti dei provvedimenti che maggiormente richiamano l’attenzione riguardano la tempistica e la estremizzazione della soluzione adottata sin dall’inizio. Più precisamente la tempistica dei provvedimenti che hanno impattato su questa famiglia è, rispetto alle tantissime altre situazioni nelle quali viene chiamato un Tribunale per i minorenni da una segnalazione dei servizi, singolarmente breve».
Cioè?
«Normalmente un intervento così estremo, come l’allontanamento di tre fratelli dal luogo della loro vita, interviene molto dopo, con una scansione di anni e non certo di pochi mesi. Il tempo che passa dalla segnalazione a un intervento giudiziale così invasivo come quello adottato è quello necessario alla effettuazione di interventi di sostegno con un programma di recupero delle competenze genitoriali. E, nei casi di difficoltà linguistica, come quelli evidentemente esistenti nel caso in questione, con la presenza – a garanzia dei genitori e della conseguente serena crescita nella vita dei minori – di più figure di mediatori, sia linguistici che culturali. Nel caso della famiglia “silvestre” non c’è, nei provvedimenti adottati, alcun richiamo a tali percorsi e al coinvolgimento di tali figure professionali che, per altro, non rappresentano una eccezione, ma sono ben conosciute dagli operatori del Tribunale per i minorenni, perché costantemente presenti, a fianco dei servizi sociali, quando si tratti di intervenire sulle dinamiche familiari. La stella polare dell’intervento è la tutela della serenità dei minori e l’intervento disposto si deve orientare a tutelare le figure genitoriali, esaltandone le competenze e, laddove immaginate deficitarie (dai servizi), adottando degli interventi formativi e di supporto e non certamente ablativi della serena convivenza di una famiglia».
Questo però è un caso particolare rispetto alla media degli interventi.
«Sì, è un caso straordinario rispetto alla normale realtà nella quale si trovano a dover operare i servizi sociali: questi infatti si trovano a svolgere la loro attività normale intervenendo su famiglie difficili in crisi manifesta e che presentano un ambiente quotidiano fatto di violenze fisiche e verbali nella coppia e in danno e in presenza di figli minori, fatto di condotte genitoriali con problematiche di grave dipendenza o abuso di sostanze (droghe o alcool), fatto di abbandoni o gravi inadeguatezze nell’assicurare ai figli conviventi un ambiente affettivo stabile e formativo. Tali specifiche non sono il frutto di un mio ragionamento personale, ma sono il senso che deriva dallo studio di quanto affermato dalle innumerevoli ordinanze della Prima sezione della Suprema Corte di Cassazione , quella che si occupa di “insegnare” ai giudici del Tribunale e a quelli delle Corti di appello la corretta lettura e il corretto modo di interpretare le norme di legge che regolano la materia».
E che possiamo dedurne riguardo ai Trevallion?
«Che nel caso della famiglia del bosco non vi era nessuna delle gravi criticità che sono presenti nella normalità degli interventi dei servizi sociali. A maggior ragione, quindi, era necessario un intervento in punta di piedi per assicurare ai quei minori e a quei genitori di poter raggiungere un grado di funzionamento migliore rispetto a quello immaginato non sufficiente dalla relazione dei servizi. Ma questo non è stato fatto; non è stata assicurata la presenza di mediatori, né linguistici né culturali, e si è preferito intervenire manu militari, come rispondendo ad una provocazione rispetto alle resistenze dei due genitori».
C’è stato un indubbio irrigidimento delle istituzioni.
«Questo è un aspetto centrale, ricordo infatti come il Tribunale per i minorenni abbia il compito di tutelare i minori, rispetto a quelle deficienze genitoriali che siano talmente gravi da poter richiedere l’applicazione di provvedimenti limitativi del libero esercizio della responsabilità genitoriale che, in forza del codice civile, costituisce l’unica legge alla quale deve richiamarsi ogni genitore nel vivere il suo rapporto con i figli. Il codice civile assicura a tutti i genitori in Italia la massima libertà nella esplicazione della responsabilità genitoriale e la sua eventuale limitazione, proprio perché impatta sul diritto del figlio a crescere nella propria famiglia (principio di legge anch’esso), deve essere assicurata non solo da una ipotesi di lettura della relazione dei servizi ma da un intervento specialistico che in un primo momento è quello del servizio pubblico della psichiatria infantile. Poi il processo, come è il caso di cui ci occupiamo, deve svolgersi con le modalità del giusto processo, attraverso la nomina di un consulente del giudice affiancato dall’opera insostituibile dei consulenti delle parti».
Insomma sarebbe stato necessario sentire più consulenti prima di togliere i bambini?
«Prima, e senza una relazione del Ctu, ogni provvedimento che limiti l’esercizio della responsabilità genitoriale, come è accaduto a L’Aquila, deve ritenersi atto straordinario ed è tanto straordinario che la Corte di Cassazione ha statuito come ben possa essere immediatamente ricorso avanti al suo cospetto, senza attendere il provvedimento finale di quel processo. Riassumendo, il tempo dei genitori con i figli è tema delicatissimo e centrale per la serena crescita dei minori e non può essere compresso e limitato senza il controllo immediato della Corte Superiore, proprio perché segna - sulla crescita dei minori coinvolti in una qualsivoglia limitazione del tempo con la mamma o il papà – un vero e proprio danno esistenziale e una compressione del primo diritto di ogni bambino, quello di vedersi assicurata la costante presenza dei genitori nella sua crescita».
Riassumendo: sono state fatte tutte le verifiche necessarie prima di togliere i bambini?
«No, non è stata fatta la prima e la più importante verifica a tutela dei bambini, ovvero quella dell’esistenza di una modalità di esercizio della responsabilità genitoriale che fosse di danno alla loro serena crescita, danno tanto grave da creargli dei problemi di sviluppo. Questo accertamento, che come è evidente costituisce il cuore di ogni processo della crisi famigliare, tema che studio ed affronto quotidianamente nei 30 anni della mia professione, è prodromico ad ogni provvedimento ablativo della competenza genitoriale, non per tutelare i genitori, ma proprio per garantire ai minori di non subire quei danni che sono stati somministrati purtroppo ai bambini di cui ci occupiamo. Quella triade di fratellini si è infatti vista - prima di ogni accertamento processuale degno di questo nome e da svolgersi nel loro interesse e che doveva essere il risultato finale della relazione del consulente di ufficio - stravolgere la realtà famigliare fatta non di abusi, urla, violenze o deprivazioni affettive, ma solo di un modo di vivere non consueto, in presenza di una diade genitoriale in armonia ed accogliente per tutti i figli: insomma un provvedimento abnorme».
Che cosa di potrebbe fare concretamente per uscire da questa situazione ?
«Credo che si debba rimettere al primo posto quanto richiesto, da sempre, dalla legge in Italia a tutti i giudici che si occupano delle crisi della famiglia: la centralità dell’interesse dei minori. E non un interesse generico o solo immaginato, ma quello indicato dalla norma stessa, ovvero il diritto di ogni figlio minore a mantenere rapporti significativi con entrambi i genitori e con i parenti e le famiglie dei genitori: nel nostro caso è stata immaginata una criticità dei genitori tale da troncare frettolosamente, e in assenza di una consulenza svolta con le garanzie del giusto processo, la vita di tre bambini, stravolgendoli e privandoli della figura del padre che hanno sempre avuto vicino con dei tempi di cura molto più importanti di tante altre famiglie, e limitando loro la figura della madre, con una compressione della attività di cura e supporto affettivo, che ha provocato molti più danni di quelli che immaginava di risolvere. Per uscire da questa situazione si potrebbe provvedere a riunire quella famiglia immediatamente, dando loro la possibilità di collocarsi nella casa messa a disposizione da terzi (se tanto preoccupa quella da sempre abitata) e così da proseguire gli accertamenti peritali in un contesto famigliare, che finalmente consenta al consulente esperto nominato, di far conoscere al giudice la verità di quella relazione familiare e non una cosa diversa. Che tutto è, meno che la verità di vita di quella famiglia e di quei minori, che per legge devono essere tutelati nella loro serenità di crescita».
«C’è un farmaco abortivo venduto senza ricetta nei supermercati»
Dall’ultima relazione sull’aborto in Italia, appena resa disponibile dal ministero della Sanità, emerge come l’uso delle pillole abortive in Italia sia in continuo aumento, soprattutto fra le giovani donne. Di questo argomento si occupa da tempo il dottor Bruno Mozzanega, presidente della Sipre (Società Italiana Procreazione Responsabile). Di recente si è occupato soprattutto del farmaco chiamato EllaOne.
Dottore, che differenza c’è tra la nota pillola abortiva Ru486 e un farmaco come EllaOne?
«La Ru486 o mifepristone è ufficialmente utilizzata per l’interruzione di gravidanza e i suoi numeri rientrano in quelli che ha citato lei, nei 65.000 aborti circa riferiti dal ministero. È un farmaco che impedisce l’azione del progesterone, cioè dell’ormone pro-gestazione, pro gravidanza, che prepara l’utero ad accogliere il figlio. E lo è esattamente come EllaOne, che è un farmaco venduto senza alcuna necessità di ricetta nelle farmacie e nei siti medici di alcuni grandi supermercati. Quest’ultimo è un antiprogestinico, viene venduto alle donne come antiovulatorio da usare nella contraccezione d’emergenza fino a cinque giorni dopo il rapporto ritenuto a rischio. Uno studio pubblicato sul più importante giornale mondiale di medicina, il New England Journal of Medicine, ha dimostrato che con l’assunzione di due sole compresse di EllaOne si può interrompere la gravidanza fino a nove settimane».
In sostanza la differenza è che la Ru486 è trattata da pillola abortiva, mentre EllaOne è trattato come un anticoncezionale di emergenza, anche se può provare aborti.
«Questa pillola agisce impedendo l’annidamento di un concepito e i suoi numeri non rientrano in quelli comunicati dal ministero, ma si può stimare che su 500.000 pazienti che attualmente ne fanno uso all’anno solo in Italia, un 5% - quindi 25.000 gravidanze - non compaiano clinicamente perché l’embrione concepito non riesce ad annidarsi. Preciso: la nostra è una specie a bassa fertilità, su 100 rapporti a rischio nel periodo fertile ci si aspettano 6 gravidanze. Con questo farmaco ne compare meno di una, da qui la deduzione che ne spariscano 25.000 su 500.000».
Quindi sostanzialmente si sta commercializzando una pillola contraccettiva che in realtà può essere considerata una pillola abortiva, questo è il punto?
«Il punto è che si sta commercializzando, presentandola ingannevolmente come antiovulatoria, una pillola che è antinidatoria, meccanismo che non sarebbe permesso dalle nostre leggi. Viene data senza prescrizione e basta che una donna si rechi in due diverse farmacie per ottenerne due, cioè la dose che consente di interrompere la gravidanza fino a nove settimane. Peraltro ne bastano 60 milligrammi contro i 200 della Ru486, quindi è anche molto più potente della Ru486».
Ma lei pensa che chi ne fa uso sappia che può essere usata come pillola abortiva?
«Penso che tutti i medici sappiano queste cose. Mettiamo che io sia un medico che non ha a cuore la tutela della vita umana, un medico che va per le sbrigative. Viene una paziente e mi dice: “Dottore, saltiamola tutta questa trafila della legge, non ho voglia di farmi vedere, non ho voglia di andare in ospedale, di fare le procedure...”».
Ebbene questo medico che potrebbe fare?
«Potrebbe dire: “Prendi queste due compresse in due farmacie diverse, le mangi e quando sanguini vieni da me che ti ricovero per aborto spontaneo”. Questa è una via breve ma le strutture che hanno questo tipo di mentalità esistono: parlando con alcune persone che hanno una visione opposta rispetto alla mia sulla vita, mi hanno risposto che cosi per le donne è più facile abortire».
Come Sipre vi siete rivolti a Aifa, l’agenzia del farmaco, facendo notare questi problemi.
«Sì, il 16 febbraio dello scorso anno abbiamo fatto un’istanza ad Aifa per chiedere che EllaOne venisse trattata esattamente con la stessa normativa con cui è trattata la Ru486, di cui peraltro è più potente. Cioè tolta dalla farmacia e riservata solo a un uso ospedaliero».
Risposta di Aifa?
«Aifa si è riunita soltanto dopo che io ho mandato a tutti i membri della commissione scientifico-economica il testo dell’istanza, perché altrimenti penso che neanche si sarebbero occupati della cosa. Si sono riuniti in novembre e a metà gennaio mi hanno dato una risposta in cui si è scritto che lo studio da me citato è stato fatto in Messico, cioè in un contesto diverso dal nostro. Mi hanno risposto che in quello studio hanno usato due compresse, e che per la contraccezione d’emergenza ne viene raccomandata una e quindi non si possono fare paragoni. Come se la gravidanza in Messico fosse diversa da quella in Italia... Tutto ciò senza tener conto che lo studio che ho citato è stato così irrilevante da essere pubblicato sul più importante giornale medico del mondo, il New England Journal of Medicine. Da Aifa poi hanno aggiunto che l’Ema, l’agenzia europea del farmaco, non se n’è ancora occupata. Dato che noi facciamo quello che dice l’Ema non abbiamo ragione per prendere provvedimenti».
È così?
«Dal 2009 l’Ema descrive questo farmaco come un farmaco potenzialmente abortivo nel documento con cui l’ha messo in commercio in Europa. Nel 2009 hanno discusso del possibile uso off label del farmaco e hanno deciso che non c’è alcuna possibilità di evitare che venga usato per l’aborto. Nel 2015, quando hanno tolto l’obbligo di ricetta medica e deciso di continuare a darlo come anti ovulatorio, hanno scritto di aver chiesto al produttore di documentare che non potesse essere usato per interrompere la gravidanza, e che non era uscito alcuno studio al riguardo. Ma adesso la risposta c’è, ed è venuta da un gruppo indipendente che non ha alcuno sponsor. Aifa avrebbe il dovere di sollecitare Ema ad esaminare il problema, tanto più che per i farmaci che riguardano aborto e contraccezione ogni Stato può far valere la propria legislazione e tutte le nostre leggi tutelano la vita umana dal concepimento».
Forse tutte queste lentezze e reticenze nascono dal fatto che la vendita di questo farmaco genera parecchi soldi.
«Parliamo di un giro d’affari da 15 milioni all’anno solo in Italia».
Quindi limitandone la circolazione si andrebbero a toccare notevoli interessi.
«Questa è una delle spiegazioni più probabili. La seconda cosa che si può pensare è che si voglia continuare ad escludere l’embrione dal novero di chi ha diritto di cittadinanza e di tutela, nonostante le nostre leggi lo ribadiscano: anche la stessa 194 che dice che la vita umana va tutelata dal suo inizio. Inizio che la Corte di giustizia europea riconosce essere nel momento della fecondazione. La cosa grave è che ci sono 500.000 donne che usano questo farmaco e penso che la grande maggioranza di queste credano di impedire l’ovulazione, quindi sono ingannate. E lo sono in un ambito che è estremamente importante dal punto di vista intimo ed esistenziale. Io non posso dire a una donna che questa pillola fermerà l’ovulazione e al contempo sapere che con estrema probabilità quella donna concepirà, ma suo figlio a causa del farmaco non potrà proseguire la vita. Come si può disinformare a questi livelli?».
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