True
2021-07-15
Tutti gli investimenti del Vaticano contrari alla morale della Chiesa
Angelo Becciu (Ansa)
Il maxi processo vaticano è partito ormai da due settimane. Al vaglio della giustizia d'Oltretevere sono finite dieci persone, dal cardinale Angelo Becciu fino al finanziere Raffaele Mincione, passando per monsignor Mauro Carlino, Gianluigi Torzi ed Enrico Crasso, celebre gestore di fondi. Accusato di corruzione ed estorsione c'è pure un dipendente laico, Fabrizio Tirabassi. Mentre la dama Cecilia Marogna deve rispondere di peculato. L'inchiesta nasce e gira attorno al mega investimento immobiliare a Londra finanziato con i soldi dell'obolo di San Pietro. Le cronache degli ultime mesi hanno anche anticipato discutibili puntate su altri immobili londinesi, al tempo stesso scelte altamente speculative che lasciano aperti pesanti dubbi e accuse su possibili retrocessioni. C'è una nota datata 8 febbraio e allagata agli atti del processo - inviata al promotore di giustizia Gian Piero Milano - che spiega nel dettaglio il vorticoso giro di denaro legato alla Segreteria di Stato, spesso con l'ok di Angelo Becciu e di Enrico Crasso che godeva di «ampie deleghe». Il prelato sardo è stato rinviato a giudizio assieme agli altri 9 con la differenza che per lui si è aggiunta anche l'accusa di subornazione, perché avrebbe provato a convincere monsignore Alberto Perlasca a ritrattare le sue dichiarazioni. Nelle missiva inviata dagli inquirenti vaticani a Milano, tra la mole di documenti che sarà alla base del processo, si spiega nel dettaglio come nel periodo in cui Becciu era alla segreteria di Stato (dal 2011 al 2020) siano stati fatti investimenti a «elevata propensione al rischio» e «poco in linea con gli standard etici» fissati da papa Francesco più volte nelle sue uscite pubbliche ma soprattutto contrari al Codice di diritto canonico. La cifra investita è astronomica. Si parla di 506 milioni di euro. Mezzo miliardo suddiviso in obbligazioni (198 milioni), in azioni (61 milioni), in futures (8 milioni) ma anche in fondi hedge (4 milioni). A intermediare questi investimenti fu soprattutto Crasso insieme con Giancarlo Fragomeno (non indagato) di Commerzbank. Per gli inquirenti questi investimenti erano «al 100% di carattere speculativo, eticamente scorretti, soprattutto se l'ordinante risulta essere la Santa Sede». Crasso avrebbe avuto questo modus operandi, legato a un metodo di investimenti ad altissimo rischio. Che negli anni hanno riguardato «scommesse» che poco avevano a che vedere su una finanza oculata. Perché il Vaticano, si legge, avrebbe dovuto valorizzare una «finanza sostenibile» con l'obiettivo «finanziario di valorizzare i propri risparmi, non già quello di arricchirsi o speculare». Bisognava investire in prodotti a basso rischio, per preservare il patrimonio e sostenere i bisognosi e le Chiese periferiche. Al contrario, la segreteria di Stato, avrebbe seguito logiche «dettate dall'avidità degli addetti ai lavori». In questo Crasso era il vero e proprio protagonista, forte anche di una collaborazione decennale con il Vaticano tanto da non essere mai contraddetto nelle sue proposte di investimento. La lista di investimenti contrari «alla morale della Chiesa» è lunga, come si evince nella lettera dell'8 febbraio. Si parte dalla sottoscrizione di titoli per 1 milione di euro nella Tullow Oil, compagnia petrolifera irlandese già accusata di corruzione in Regno Unito e sospettata di aver causato un disastro ambientale in Uganda: avrebbe versato liquami tossici nelle falde acquifere. Poi ancora, altri 500.000 dollari sarebbero stati dirottati sulla Petroleos Mexicanos, anche questa accusata di aver distribuito mazzette ai politici del Paese del centroamerica. Altri investimenti per 400.000 dollari canadesi sono andati nella Glencore Australian holdings, altra società petrolifera australiana, accusata di aver riciclato quasi 30 miliardi di dollari all'estero. In un interrogatorio dello stesso consulente finanziario con un passato in Credit Suisse, racconta che gli investimenti in Glencore furono fatti con i fondi dell'ultimo Giubileo. «Non ho gestito questa operazione» spiega Crasso ai promotori di giustizia Alessandro Diddi e Gian Piero Milano «All'epoca il portafoglio Bsi, su cui detta operazione è stata fatta transitare, era gestito da Tirabassi con la banca direttamente. Ripensandoci si tratta dei fondi ex Giubileo (nel 2000 con papa Wojtyla, ndr), che poi sono approdati nel 2014 alla Bsi, circa 38 milioni dei quali quindi nel 2012 il sottoscritto non si occupava in alcun modo».
Un dettaglio che spiega come, malgrado le segnalazioni giornalistiche, Crasso e più in generale la Segreteria badassero al rispetto degli standard etici. Non a caso ci sono anche i noti investimenti sulla compagnia di autonoleggio Hertz per 2 milioni di euro. In questo caso il Vaticano scelse di scommettere sui credit default swap, strumenti che mettono a leva la possibilità di salvataggio o fallimento. Hertz ha portato i libri in tribunale e la scommessa non è andata bene.
Ma si contano anche altri 7 milioni di euro finiti in società di fitofarmaci (Natura Srl), Ego Airways (impresa di nuova generazione di sistemi di connessione aerea) o Piana Clerico (industria tessile). Qui gli inquirenti non contestano tanto la scelte del collocamento ma il veicolo utilizzato. La Segreteria ha finanziato la società Hp Finance collegata allo stesso Crasso che a sua volta ha poi gestito le scelte d'investimento con un private placement, che non garantisce gli standard di trasparenza.
A questi circa 15 milioni se ne aggiungono altri 86, tutti destinati ai contratti linked note o Twin-win. Tutti e due strumenti ad «elevata propensione al rischio», si legge nella nota. Nel primo caso l'investimento è legato all'instabilità di una società e un evento che ne mette in discussione i bilanci. anche i twin, come come costituiti dalla Segreteria, si basano sul possibile default di una società. In pratica, l'esatto opposto di quanto non solo la dottrina della Chiesa insegna, ma anche l'idea di fondo di un cattolico. Cioè, lo sviluppo e la crescita collegata a una ridistribuzione della ricchezza. Stesso discorso per i fondi hedge altamente speculativi. E qui si parla di altri 4 milioni. Infine c'è la voce investimenti «non definiti», sui quali gli inquirenti nemmeno si esprimono, salvo poi evidenziare, nel complesso, la forte dicotomia tra la provenienza dei fondi e la destinazione. Su 506 milioni investi almeno 105 sono palesemente contro gli insegnamenti della Chiesa e violano le stesse encicliche del Papa, oltre il criterio della «diligenza del buon padre di famiglia».
E con il fondo Centurion di Crasso plusvalenze del 30% in soli 2 anni
Enrico Crasso, il consulente finanziario della segreteria di Stato di Angelo Becciu dal 2012, è la pietra angolare dell'inchiesta dei promotori di giustizia Gian Piero Milano e Alessandro Diddi. A rivelarlo ai magistrati è stato monsignor Alberto Perlasca che durante gli interrogatori, spiegherà che alcuni investimenti, come quello in Hp Finance, erano stati fatti da Crasso nonostante la contrarietà di una parte della segreteria di Stato. «Enrico Crasso ha potuto agire sfruttando la propria autonomia e il proprio margine di autorità all'interno del mandato di gestione», affidatogli proprio da Becciu.
Accusato di truffa e peculato, parte delle indagini della magistratura vaticana si sono incentrate proprio sul ruolo di Crasso del Fondo Centurion con sede a Malta. Tramite Centurion, infatti, attraverso poi Sogenel Capital holding e Hp Finance, Crasso aveva convinto la segreteria di Stato ad acquistare «con modalità fraudolente» azioni della Welcome Italia spa e quote del fondo Ariel della Polis sgr. In questo modo, stando alle accuse, avrebbe sottratto alla segreteria di Stato almeno 5 milioni di euro. Tra i documenti sequestrati finiti a giudizio ci sono anche dei falsi che lo stesso Crasso avrebbe ammesso di aver creato ad arte per sviare le indagini. Non a caso, nell'interrogatorio del 7 dicembre, l'ex financial advisor di Credit Suisse ammetterà di fronte ai promotori di giustizia «che il tenore delle mie risposte non sempre è stato leale e sincero. Tengo a precisare, tuttavia, che io non ho mai corrisposto un centesimo a Perlasca e Tirabassi». Dopo aver spiegato che parte dei fondi del Giubileo depositati in Bsi erano stati investiti da Tirabassi nella compagnia petrolifera Glencore, Crasso ha anche replicato alle domande dei magistrati rispetto agli investimenti in obbligazioni Hp Finance dell'agosto 2016. Per Diddi e Milano, infatti, quell'operazione era stata poi smontata dalla segreteria di Stato. «Ne prendo atto e ricordo che la sottoscrizione è stata autorizzata da monsignor Becciu» ha spiegato Crasso. «L'operazione è stata successivamente disinvestita, esattamente nel 2018, facendo realizzare una plusvalenza del 2%, oltre agli interessi maturati nel periodo [ … ] Hp Finance con i fondi doveva effettuare degli investimenti in 3 compagnie; successivamente poiché questa opportunità non si materializzavano, gli investimenti sono stati dirottati in una digital bank brasiliana di nome Setara, cioè da circa un anno e mezzo». Ma oltre a quest'ultima operazione, Diddi e Milano hanno chiesto a Crasso anche di altri investimenti come quello da 5,2 milioni di euro Welcome Italia, ma anche delle operazioni in Cristallina Holding o in Sport Life spa e persino in Woolf Srl, società quest'ultima che ha lanciato sul mercato braccialetti per i motociclisti. Ci sarebbe stato persino un tentativo di investimento da 9 milioni di dollari della segreteria di Stato in aziende specializzate in diete, tramite «la signora Isabelle». Ma anche se la signora voleva lanciare la dieta in Colombia e ha avuto rapporti con Tirabassi e monsignor Carlino, «escludo che ci siano stati accordi commerciali di qualunque genere, tra la predetta Isabelle e i dipendenti della Segreteria di Stato». Tramite Centurion, in ogni caso, Crasso ha ammesso di aver effettuato operazioni sin dal 2017, come quella da 6 milioni di euro in Mikrocapital, oppure ancora nell'immobile di via Gregorio VII da destinare in affitto al Bambin Gesù come laboratorio di analisi. E ancora, c'è lo stabile di via Pineta Sacchetti su terreno dei Frati Escolopi e poi affittato alla Virgin. Questa operazione sarebbe stata caldeggiata da monsignor Perlasca, dopo una richiesta di 27 milioni di euro «da noi rifiutato e sconsigliato dopo aver a nostre spese pagato la perizia. L'immobile non valeva più di 15 milioni di euro, in quanto senza le attrezzature della piscina della Virgin in caso di cancellazione il contratto di affitto sarebbe crollato di valore». Poi c'è Palazzo Quarnaro a Genova, 2,5 milioni di euro investiti e poi rivenduto a 3,2 dopo 2 anni. Una plusvalenza di 700.000 euro è qualcosa di estremamente speculativo soprattutto se si pensa che il settore immobiliare è stressato da prezzi alti e persone che non riescono a permettersi una abitazione degna di tale nome. Si tratta di quasi il 30% di plusvalenza in soli 2 anni, alla faccia della tutela del capitale e del rispetto dell'etica vaticana. Quindi altri 13,8 milioni di euro per la Abb di Vittuone, affittato a una multinazionale svizzera e altri 13,5 milioni di euro in Giochi Preziosi, tutte operazioni che non avrebbero procurato alcune danno, secondo Crasso, alla segreteria di Stato, ma che anzi avrebbero giovato ai conti della Santa Sede.
In queste operazioni c'è il ruolo tutto da verificare delle banche, come Credit Suisse o la Bsi di Lugano, da dove transitano i soldi della segreteria di Stato.
La corsa fallita all'oro nero in Africa
A unire il cardinale Angelo Becciu, il finanziere Enrico Crasso e Raffaele Mincione non è solo l'inchiesta del Vaticano sugli investimenti pericolosi della vecchia segreteria di Stato. Negli anni d'oro dove gli affari andavano avanti a gonfie vele, non c'erano solo piccole sottoscrizioni di azioni in compagnie petrolifere messicane, irlandesi e australiane. A legare il gruppo fu proprio il tentativo di investire nel settore petrolifero in Angola, un'operazione che poi non andò in porto e che convinse Becciu a indirizzare i soldi dell'Obolo di San Pietro sull'immobile di Sloane Avenue a Londra. A tratteggiare la corsa all'oro nero in Africa è lo stesso Crasso nel sua memoria, depositata il giorno dell'interrogatorio del 27 gennaio del 2021. In quelle pagine l'ex financial advisor di Credit Suisse ricorda appunto quando Becciu lo coinvolse nel 2012 e di quando fu proprio il cardinale sardo a dargli incarico di seguire il petrolio angolano, grazie a un amico di vecchia data, ovvero Antonio Mosquito. «Ne parlai con la mia banca in Italia, ma non avendo una divisione commodity […] mi dissero di aver individuato la persona giusta esperta di commodity e mi fecero incontrare Raffaele Mincione ed il suo team di Capinvest a Londra». Crasso quindi sceglie Mincione per l'affare con Mosquito. «[…] misero a disposizione della Segreteria di Stato un comparto del fondo Athena e chiesero alla stessa di iniziare a costituire la provvista di 200 milioni di dollari per dimostrare evidenza di fondi alla controparte per il blocco petrolifero in Angola». Così il Vaticano si rivolge a Credit Suisse e Bsi che si adoperano. Siamo nel 2013, ma sostiene Crasso «non ebbi nessun ruolo né nel consigliare né nel formalizzare tali operazioni». In ogni caso l'affare sul blocco petrolifero inizia a presentare qualche problema. Tanto che nel 2014 la Sonagol, la capofila controllata dallo Stato angolano, fa intendere che gli unici azionisti graditi nel giacimento erano Eni e Mosquito. L'operazione fallisce miseramente. Crasso sostiene che non ci fosse alcun accordo occulto tra lui e Mincione, solo non era possibile per la segreteria di Stato proseguire sulla pista degli investimenti petroliferi. Da lì nacque l'idea di spostare l'attenzione sugli immobili di Londra. Va evidenziato che la garanzia per il giacimento era Becciu in persona. Il monsignore non solo aveva caldeggiato l'affare tramite Mosquito, conosciuto ai tempi da nunzio apostolico a Luanda, ma aveva seguito tutta la trafila delle trattative. Sarà Massimo Catizone di Athena Capital in una lettera del 28 maggio del 2014, a spiegare a Becciu che la struttura di investimento che andava delineandosi non solo aumentava «il rischio a cui l'investitore era inizialmente esposto» ma alterava «anche l'equilibrio iniziale tra rischio e rendimento». In pratica la nuova proposta sarebbe stata fin troppo rischiosa anche per chi da anni era abituato a muoversi così sul mercato.
Continua a leggereRiduci
Del mezzo miliardo impiegato dalla Segreteria di Stato negli ultimi anni, almeno 105 milioni sono finiti, in violazione del Codice di diritto canonico, in imprese accusate di corruzione e inquinamento. Duro il promotore di giustizia: «Logiche dettate dall'avidità».Il veicolo del manager già Credit Suisse ha scommesso su società di diete o real estate.I soldi investiti in Sloane Avenue sarebbero dovuti servire per entrare nel business del greggio. Ma usare 200 milioni fu considerato troppo rischioso pure dai consulenti.Lo speciale contiene tre articoli.!function(e,i,n,s){var t="InfogramEmbeds",d=e.getElementsByTagName("script")[0];if(window[t]&&window[t].initialized)window[t].process&&window[t].process();else if(!e.getElementById(n)){var o=e.createElement("script");o.async=1,o.id=n,o.src="https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js",d.parentNode.insertBefore(o,d)}}(document,0,"infogram-async"); Il maxi processo vaticano è partito ormai da due settimane. Al vaglio della giustizia d'Oltretevere sono finite dieci persone, dal cardinale Angelo Becciu fino al finanziere Raffaele Mincione, passando per monsignor Mauro Carlino, Gianluigi Torzi ed Enrico Crasso, celebre gestore di fondi. Accusato di corruzione ed estorsione c'è pure un dipendente laico, Fabrizio Tirabassi. Mentre la dama Cecilia Marogna deve rispondere di peculato. L'inchiesta nasce e gira attorno al mega investimento immobiliare a Londra finanziato con i soldi dell'obolo di San Pietro. Le cronache degli ultime mesi hanno anche anticipato discutibili puntate su altri immobili londinesi, al tempo stesso scelte altamente speculative che lasciano aperti pesanti dubbi e accuse su possibili retrocessioni. C'è una nota datata 8 febbraio e allagata agli atti del processo - inviata al promotore di giustizia Gian Piero Milano - che spiega nel dettaglio il vorticoso giro di denaro legato alla Segreteria di Stato, spesso con l'ok di Angelo Becciu e di Enrico Crasso che godeva di «ampie deleghe». Il prelato sardo è stato rinviato a giudizio assieme agli altri 9 con la differenza che per lui si è aggiunta anche l'accusa di subornazione, perché avrebbe provato a convincere monsignore Alberto Perlasca a ritrattare le sue dichiarazioni. Nelle missiva inviata dagli inquirenti vaticani a Milano, tra la mole di documenti che sarà alla base del processo, si spiega nel dettaglio come nel periodo in cui Becciu era alla segreteria di Stato (dal 2011 al 2020) siano stati fatti investimenti a «elevata propensione al rischio» e «poco in linea con gli standard etici» fissati da papa Francesco più volte nelle sue uscite pubbliche ma soprattutto contrari al Codice di diritto canonico. La cifra investita è astronomica. Si parla di 506 milioni di euro. Mezzo miliardo suddiviso in obbligazioni (198 milioni), in azioni (61 milioni), in futures (8 milioni) ma anche in fondi hedge (4 milioni). A intermediare questi investimenti fu soprattutto Crasso insieme con Giancarlo Fragomeno (non indagato) di Commerzbank. Per gli inquirenti questi investimenti erano «al 100% di carattere speculativo, eticamente scorretti, soprattutto se l'ordinante risulta essere la Santa Sede». Crasso avrebbe avuto questo modus operandi, legato a un metodo di investimenti ad altissimo rischio. Che negli anni hanno riguardato «scommesse» che poco avevano a che vedere su una finanza oculata. Perché il Vaticano, si legge, avrebbe dovuto valorizzare una «finanza sostenibile» con l'obiettivo «finanziario di valorizzare i propri risparmi, non già quello di arricchirsi o speculare». Bisognava investire in prodotti a basso rischio, per preservare il patrimonio e sostenere i bisognosi e le Chiese periferiche. Al contrario, la segreteria di Stato, avrebbe seguito logiche «dettate dall'avidità degli addetti ai lavori». In questo Crasso era il vero e proprio protagonista, forte anche di una collaborazione decennale con il Vaticano tanto da non essere mai contraddetto nelle sue proposte di investimento. La lista di investimenti contrari «alla morale della Chiesa» è lunga, come si evince nella lettera dell'8 febbraio. Si parte dalla sottoscrizione di titoli per 1 milione di euro nella Tullow Oil, compagnia petrolifera irlandese già accusata di corruzione in Regno Unito e sospettata di aver causato un disastro ambientale in Uganda: avrebbe versato liquami tossici nelle falde acquifere. Poi ancora, altri 500.000 dollari sarebbero stati dirottati sulla Petroleos Mexicanos, anche questa accusata di aver distribuito mazzette ai politici del Paese del centroamerica. Altri investimenti per 400.000 dollari canadesi sono andati nella Glencore Australian holdings, altra società petrolifera australiana, accusata di aver riciclato quasi 30 miliardi di dollari all'estero. In un interrogatorio dello stesso consulente finanziario con un passato in Credit Suisse, racconta che gli investimenti in Glencore furono fatti con i fondi dell'ultimo Giubileo. «Non ho gestito questa operazione» spiega Crasso ai promotori di giustizia Alessandro Diddi e Gian Piero Milano «All'epoca il portafoglio Bsi, su cui detta operazione è stata fatta transitare, era gestito da Tirabassi con la banca direttamente. Ripensandoci si tratta dei fondi ex Giubileo (nel 2000 con papa Wojtyla, ndr), che poi sono approdati nel 2014 alla Bsi, circa 38 milioni dei quali quindi nel 2012 il sottoscritto non si occupava in alcun modo». Un dettaglio che spiega come, malgrado le segnalazioni giornalistiche, Crasso e più in generale la Segreteria badassero al rispetto degli standard etici. Non a caso ci sono anche i noti investimenti sulla compagnia di autonoleggio Hertz per 2 milioni di euro. In questo caso il Vaticano scelse di scommettere sui credit default swap, strumenti che mettono a leva la possibilità di salvataggio o fallimento. Hertz ha portato i libri in tribunale e la scommessa non è andata bene. Ma si contano anche altri 7 milioni di euro finiti in società di fitofarmaci (Natura Srl), Ego Airways (impresa di nuova generazione di sistemi di connessione aerea) o Piana Clerico (industria tessile). Qui gli inquirenti non contestano tanto la scelte del collocamento ma il veicolo utilizzato. La Segreteria ha finanziato la società Hp Finance collegata allo stesso Crasso che a sua volta ha poi gestito le scelte d'investimento con un private placement, che non garantisce gli standard di trasparenza. A questi circa 15 milioni se ne aggiungono altri 86, tutti destinati ai contratti linked note o Twin-win. Tutti e due strumenti ad «elevata propensione al rischio», si legge nella nota. Nel primo caso l'investimento è legato all'instabilità di una società e un evento che ne mette in discussione i bilanci. anche i twin, come come costituiti dalla Segreteria, si basano sul possibile default di una società. In pratica, l'esatto opposto di quanto non solo la dottrina della Chiesa insegna, ma anche l'idea di fondo di un cattolico. Cioè, lo sviluppo e la crescita collegata a una ridistribuzione della ricchezza. Stesso discorso per i fondi hedge altamente speculativi. E qui si parla di altri 4 milioni. Infine c'è la voce investimenti «non definiti», sui quali gli inquirenti nemmeno si esprimono, salvo poi evidenziare, nel complesso, la forte dicotomia tra la provenienza dei fondi e la destinazione. Su 506 milioni investi almeno 105 sono palesemente contro gli insegnamenti della Chiesa e violano le stesse encicliche del Papa, oltre il criterio della «diligenza del buon padre di famiglia». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-gli-investimenti-del-vaticano-contrari-alla-morale-della-chiesa-2653782548.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-con-il-fondo-centurion-di-crasso-plusvalenze-del-30-in-soli-2-anni" data-post-id="2653782548" data-published-at="1626291135" data-use-pagination="False"> E con il fondo Centurion di Crasso plusvalenze del 30% in soli 2 anni Enrico Crasso, il consulente finanziario della segreteria di Stato di Angelo Becciu dal 2012, è la pietra angolare dell'inchiesta dei promotori di giustizia Gian Piero Milano e Alessandro Diddi. A rivelarlo ai magistrati è stato monsignor Alberto Perlasca che durante gli interrogatori, spiegherà che alcuni investimenti, come quello in Hp Finance, erano stati fatti da Crasso nonostante la contrarietà di una parte della segreteria di Stato. «Enrico Crasso ha potuto agire sfruttando la propria autonomia e il proprio margine di autorità all'interno del mandato di gestione», affidatogli proprio da Becciu. Accusato di truffa e peculato, parte delle indagini della magistratura vaticana si sono incentrate proprio sul ruolo di Crasso del Fondo Centurion con sede a Malta. Tramite Centurion, infatti, attraverso poi Sogenel Capital holding e Hp Finance, Crasso aveva convinto la segreteria di Stato ad acquistare «con modalità fraudolente» azioni della Welcome Italia spa e quote del fondo Ariel della Polis sgr. In questo modo, stando alle accuse, avrebbe sottratto alla segreteria di Stato almeno 5 milioni di euro. Tra i documenti sequestrati finiti a giudizio ci sono anche dei falsi che lo stesso Crasso avrebbe ammesso di aver creato ad arte per sviare le indagini. Non a caso, nell'interrogatorio del 7 dicembre, l'ex financial advisor di Credit Suisse ammetterà di fronte ai promotori di giustizia «che il tenore delle mie risposte non sempre è stato leale e sincero. Tengo a precisare, tuttavia, che io non ho mai corrisposto un centesimo a Perlasca e Tirabassi». Dopo aver spiegato che parte dei fondi del Giubileo depositati in Bsi erano stati investiti da Tirabassi nella compagnia petrolifera Glencore, Crasso ha anche replicato alle domande dei magistrati rispetto agli investimenti in obbligazioni Hp Finance dell'agosto 2016. Per Diddi e Milano, infatti, quell'operazione era stata poi smontata dalla segreteria di Stato. «Ne prendo atto e ricordo che la sottoscrizione è stata autorizzata da monsignor Becciu» ha spiegato Crasso. «L'operazione è stata successivamente disinvestita, esattamente nel 2018, facendo realizzare una plusvalenza del 2%, oltre agli interessi maturati nel periodo [ … ] Hp Finance con i fondi doveva effettuare degli investimenti in 3 compagnie; successivamente poiché questa opportunità non si materializzavano, gli investimenti sono stati dirottati in una digital bank brasiliana di nome Setara, cioè da circa un anno e mezzo». Ma oltre a quest'ultima operazione, Diddi e Milano hanno chiesto a Crasso anche di altri investimenti come quello da 5,2 milioni di euro Welcome Italia, ma anche delle operazioni in Cristallina Holding o in Sport Life spa e persino in Woolf Srl, società quest'ultima che ha lanciato sul mercato braccialetti per i motociclisti. Ci sarebbe stato persino un tentativo di investimento da 9 milioni di dollari della segreteria di Stato in aziende specializzate in diete, tramite «la signora Isabelle». Ma anche se la signora voleva lanciare la dieta in Colombia e ha avuto rapporti con Tirabassi e monsignor Carlino, «escludo che ci siano stati accordi commerciali di qualunque genere, tra la predetta Isabelle e i dipendenti della Segreteria di Stato». Tramite Centurion, in ogni caso, Crasso ha ammesso di aver effettuato operazioni sin dal 2017, come quella da 6 milioni di euro in Mikrocapital, oppure ancora nell'immobile di via Gregorio VII da destinare in affitto al Bambin Gesù come laboratorio di analisi. E ancora, c'è lo stabile di via Pineta Sacchetti su terreno dei Frati Escolopi e poi affittato alla Virgin. Questa operazione sarebbe stata caldeggiata da monsignor Perlasca, dopo una richiesta di 27 milioni di euro «da noi rifiutato e sconsigliato dopo aver a nostre spese pagato la perizia. L'immobile non valeva più di 15 milioni di euro, in quanto senza le attrezzature della piscina della Virgin in caso di cancellazione il contratto di affitto sarebbe crollato di valore». Poi c'è Palazzo Quarnaro a Genova, 2,5 milioni di euro investiti e poi rivenduto a 3,2 dopo 2 anni. Una plusvalenza di 700.000 euro è qualcosa di estremamente speculativo soprattutto se si pensa che il settore immobiliare è stressato da prezzi alti e persone che non riescono a permettersi una abitazione degna di tale nome. Si tratta di quasi il 30% di plusvalenza in soli 2 anni, alla faccia della tutela del capitale e del rispetto dell'etica vaticana. Quindi altri 13,8 milioni di euro per la Abb di Vittuone, affittato a una multinazionale svizzera e altri 13,5 milioni di euro in Giochi Preziosi, tutte operazioni che non avrebbero procurato alcune danno, secondo Crasso, alla segreteria di Stato, ma che anzi avrebbero giovato ai conti della Santa Sede. In queste operazioni c'è il ruolo tutto da verificare delle banche, come Credit Suisse o la Bsi di Lugano, da dove transitano i soldi della segreteria di Stato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-gli-investimenti-del-vaticano-contrari-alla-morale-della-chiesa-2653782548.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-corsa-fallita-all-oro-nero-in-africa" data-post-id="2653782548" data-published-at="1626291135" data-use-pagination="False"> La corsa fallita all'oro nero in Africa A unire il cardinale Angelo Becciu, il finanziere Enrico Crasso e Raffaele Mincione non è solo l'inchiesta del Vaticano sugli investimenti pericolosi della vecchia segreteria di Stato. Negli anni d'oro dove gli affari andavano avanti a gonfie vele, non c'erano solo piccole sottoscrizioni di azioni in compagnie petrolifere messicane, irlandesi e australiane. A legare il gruppo fu proprio il tentativo di investire nel settore petrolifero in Angola, un'operazione che poi non andò in porto e che convinse Becciu a indirizzare i soldi dell'Obolo di San Pietro sull'immobile di Sloane Avenue a Londra. A tratteggiare la corsa all'oro nero in Africa è lo stesso Crasso nel sua memoria, depositata il giorno dell'interrogatorio del 27 gennaio del 2021. In quelle pagine l'ex financial advisor di Credit Suisse ricorda appunto quando Becciu lo coinvolse nel 2012 e di quando fu proprio il cardinale sardo a dargli incarico di seguire il petrolio angolano, grazie a un amico di vecchia data, ovvero Antonio Mosquito. «Ne parlai con la mia banca in Italia, ma non avendo una divisione commodity […] mi dissero di aver individuato la persona giusta esperta di commodity e mi fecero incontrare Raffaele Mincione ed il suo team di Capinvest a Londra». Crasso quindi sceglie Mincione per l'affare con Mosquito. «[…] misero a disposizione della Segreteria di Stato un comparto del fondo Athena e chiesero alla stessa di iniziare a costituire la provvista di 200 milioni di dollari per dimostrare evidenza di fondi alla controparte per il blocco petrolifero in Angola». Così il Vaticano si rivolge a Credit Suisse e Bsi che si adoperano. Siamo nel 2013, ma sostiene Crasso «non ebbi nessun ruolo né nel consigliare né nel formalizzare tali operazioni». In ogni caso l'affare sul blocco petrolifero inizia a presentare qualche problema. Tanto che nel 2014 la Sonagol, la capofila controllata dallo Stato angolano, fa intendere che gli unici azionisti graditi nel giacimento erano Eni e Mosquito. L'operazione fallisce miseramente. Crasso sostiene che non ci fosse alcun accordo occulto tra lui e Mincione, solo non era possibile per la segreteria di Stato proseguire sulla pista degli investimenti petroliferi. Da lì nacque l'idea di spostare l'attenzione sugli immobili di Londra. Va evidenziato che la garanzia per il giacimento era Becciu in persona. Il monsignore non solo aveva caldeggiato l'affare tramite Mosquito, conosciuto ai tempi da nunzio apostolico a Luanda, ma aveva seguito tutta la trafila delle trattative. Sarà Massimo Catizone di Athena Capital in una lettera del 28 maggio del 2014, a spiegare a Becciu che la struttura di investimento che andava delineandosi non solo aumentava «il rischio a cui l'investitore era inizialmente esposto» ma alterava «anche l'equilibrio iniziale tra rischio e rendimento». In pratica la nuova proposta sarebbe stata fin troppo rischiosa anche per chi da anni era abituato a muoversi così sul mercato.
content.jwplatform.com
A Milano, sul palco dell’evento Your Next Milano 2026 alla Triennale, si è acceso il dibattito sul futuro di San Siro, tra esigenze sportive, ricadute economiche e una forte componente di memoria storica. Protagonisti del dibattito sono stati i presidenti di Inter e Milan, Giuseppe Marotta e Paolo Scaroni, e il presidente del Senato Ignazio La Russa.
Per Giuseppe Marotta, presidente dell’Inter, lo stadio nuovo non è solo un’opportunità sportiva, ma un investimento fondamentale per la città e per i tifosi. «Lo stadio nuovo è un’esigenza che sentivamo di avere, ringraziamo il Sindaco Sala per la determinazione nell’aver raggiunto questo obiettivo ricco di insidie», ha detto, ricordando con nostalgia i suoi primi passi allo storico impianto: «Ho visto la mia prima partita a San Siro quando avevo 8 anni, dimenticare quelle emozioni è impossibile». Marotta ha sottolineato anche la modernità: «L’innovazione porta a dire che ci sono degli standard che vanno rispettati. Per il tifoso avere una casa è qualcosa di importante. Oggi andare allo stadio non è solo vedere una partita, ma assistere anche a uno spettacolo prima e dopo».
Sul lato economico e urbano, Paolo Scaroni, presidente del Milan, ha spiegato come il nuovo stadio rappresenti una risorsa per tutta Milano e ha evidenziato l’impatto economico del calcio sulla città. «Quando si svolge una partita di Champions League a Milano, gli esercizi commerciali aumentano il loro fatturato del 30%. E anche per le partite del campionato: quando vedete i 75.000 a San Siro, mica sono tutti milanesi ma vengono da tutta Italia a vedere le partite. Il nuovo impianto promette di raddoppiare le entrate dei club senza aumentare i prezzi dei biglietti popolari» - ha detto Scaroni che ha poi spiegato il progetto dello stadio nuovo - «La zona sarà molto verde: più del 50% della zona sarà verde. Ci saranno ristoranti, luoghi di ritrovo, bar, tante attività sportive». Per i club, ha precisato, «lo stadio rappresenta circa il 20% delle nostre entrate. Con un nuovo stadio, senza aumentare i prezzi dei biglietti popolari, noi contiamo di raddoppiare le nostre entrate». L'obiettivo è, insomma, trasformare l’area di San Siro in un polo vissuto tutto l’anno, capace di combinare sviluppo urbano, sport e intrattenimento.
Dal palco è intervenuto poi Ignazio La Russa, presidente del Senato, con un tono più nostalgico: «Oggi si parla di Your Next Milano 2026, ma io sono d'accordo con quel che ha detto il presidente del Milan Scaroni, che dice che Milano aveva e ha assolutamente bisogno di un nuovo stadio. Io l'ho sempre sostenuto, sarà un grande regalo per Milano» - ha affermato La Russa prima di lanciare una stoccata all'amministrazione comunale - «C'è voluta una fatica infinita e avremmo dovuto farlo molto prima. Il sindaco Sala ce l'ha messa tutta, la sua giunta un po' meno, molto meno». Il presidente del Senato ha poi aggiunto: «Lo stadio nuovo si costruirà e il progetto vuole che dopo che sarà costruito si abbatta San Siro. Ma io ho sempre un sogno e lo devo dire: che si possa in futuro decidere di tenere due stadi, chi lo sa, magari utilizzando il vecchio San Siro per altri compiti, magari cedendolo, magari realizzando quei due stadi che in tante parti del mondo restano. Uno sarà uno spazio moderno, che serve al Milan e all'Inter, uno sarà uno spazio per noi nostalgici, che non vorremmo mai che uno stadio come quello che abbiamo visto alla inaugurazione delle Olimpiadi venga abbattuto, era così bello che io me lo terrei per tutta la vita». Infine La Russa ha voluto sottolineare l’importanza della città: «Milano, lo dico davanti al sindaco Sala, può essere migliorata sulla sicurezza, soprattutto sulla viabilità, però Milano già così com'è… è l'unica vera città europea d'Italia».
Continua a leggereRiduci
iStock
I fatti contestati risalgono al 2021. Il protagonista, come detto, viene dal Pakistan, ma è residente da oltre 10 anni in Brianza. L’uomo arriva al pronto soccorso per una brutta caduta, la seconda in pochi mesi. I medici gli diagnosticano la cecità dell’occhio sinistro con la perdita della vista. Stesa cosa era già successa in precedenza all’occhio destro. Lo straniero avvia le pratiche per il riconoscimento dell’invalidità, sottoponendosi alle visite di rito. La diagnosi è chiara: da un occhio è buio pesto, cecità totale. Dall’altro può percepire solo vaghe luci o movimenti a breve distanza. Nel 2022 la pratica per l’invalidità civile è accettata: per lo Stato italiano, il pakistano è cieco assoluto. Gli spetta quindi la relativa pensione.
Nel 2024, tuttavia, la guardia di finanza di Seveso, durante un controllo, lo vede camminare da solo e «guidare con disinvoltura un’auto di sua proprietà». Un impegnativo Suv, per giunta. Tutte abitudini incongruenti con il suo status medico e civile. La Procura di Monza lo accusa di essere un falso invalido e lo fa arrestare: passa un anno fra carcere e domiciliari, con conti correnti e beni sequestrati. La pensione è, ovviamente, revocata. Parte il processo, la Procura chiede la condanna a 3 anni e mezzo di reclusione. Il giudice, però, lo assolve «perché il fatto non sussiste». Il falso cieco è cieco per davvero.
Perché ci sia stato bisogno di andare a processo non è chiaro: un non vedente è un non vedente, non si tratta di una condizione che si presta a molte ambiguità. Ad ogni modo, i medici chiamati a verificare la situazione dell’uomo hanno confermato: cecità assoluta. Quindi non c’è truffa all’Inps.
Resta da capire la vicenda del Suv. I legali del pachistano hanno fatto presente che la questione non è dirimente a fini legali: «I requisiti per il riconoscimento dello status di cieco assoluto sono esclusivamente di carattere medico e non importa se l’invalido, in qualche modo, per la propria capacità di adattamento o per incoscienza, riuscisse comunque a compiere determinate azioni, anche complesse, Un residuo visivo, ammesso dalla legge al di sotto del 3%, può consentire in alcuni casi anche di muoversi in autonomia, di leggere o compiere alcuni atti di vita quotidiana».
Insomma, se guidava la macchina, non per questo vuol dire che non fosse davvero cieco. Forse era solo incosciente. O magari aveva una forte «capacità di adattamento». Una magra consolazione per pedoni e altri automobilisti brianzoli, che per anni hanno condiviso le strade con un guidatore che si affidava al sesto senso per percepire stop e attraversamenti sulle strisce.
In pratica, una sorta di Daredevil, il supereroe Marvel privo di vista ma dotato di un super senso dell’orientamento. Ma in versione brianzolo-pakistana.
Continua a leggereRiduci