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2020-05-17
Tutte le mancette del decreto che non c’è
Roberto Gualtieri (Ansa)
Il decreto Rilancio è ancora senza bollino perché mancano le coperture. Che alla fine, purtroppo, non basteranno per rilanciare il sistema Paese, ovvero le imprese, i piccoli esercizi, il turismo, le partite Iva e l'economia reale rimasta a corto di ossigeno per colpa del lockdown. Ma saranno comunque servite per accontentare con mance, mancette e marchette singoli gruppi di potere, lobby e associazioni amiche. Sia chiaro, ragioniamo solo guardando le bozze perché appunto la versione definitiva del decreto ancora non c'è. Stiamo comunque parlando di un testo che potrà pure essere limato, ma non alterato nella sostanza. E questa, scorrendo lo schema provvisorio articolo per articolo, dimostra che l'impianto strutturale di questa «doppia manovra» così come ci è stata spacciata da Palazzo Chigi ha già il difetto di essere assai spinto sul fronte dei superbonus ma anche dei piccoli sussidi retaggio delle vecchie logiche clientelari mentre in altri Paesi si segue la strategia dei contributi a fondo perduto per chi ne ha davvero bisogno. Il governo ha invece preferito (ri)lanciare il treno su un binario scassato, dando la precedenza al «favore politico» con il rischio di distribuire fondi disfunzionali. Tradotto: se stanzi 55 miliardi, già insufficienti rispetto al disastro che si prospetta, e li usi pure male, il treno va a sbattere contro il muro.
Qualche esempio? Prendiamo le 464 pagine dello schema di decreto che porta la data del 13 maggio. A pagina 84 spunta l'articolo 46 dedicato al «rafforzamento dell'ecosistema delle start up innovative», cui sono destinate risorse aggiuntive pari a 100 milioni per l'anno 2020 per il rifinanziamento delle agevolazioni, e 10 milioni per la concessione di contributi a fondo perduto finalizzati all'acquisizione di servizi prestati da parte di incubatori, acceleratori, innovation hub, business angels e altri soggetti pubblici o privati operanti per lo sviluppo di imprese innovative». Non solo. La dotazione del Fondo di sostegno al venture capital, istituito nel 2018, viene aumentata di 200 milioni «per fronteggiare l'emergenza pandemica a favore di start up e Pmi innovative da attuarsi mediante investimenti nel capitale, anche tramite la sottoscrizione di strumenti finanziari partecipativi, secondo le modalità che saranno adottate con decreto del ministro dello Sviluppo economico». Start up e venture capital sono temi assai cari ai grillini. A calcolare l'impatto del venture capital sull'economia italiana è stata a febbraio 2018 la Casaleggio associati con un report di 40 pagine. Ovvero la società di ricerca e consulenza strategica alle aziende presieduta da Davide Casaleggio, figlio del cofondatore del M5s, Gianroberto. «Non esiste un vero ecosistema capace di attrarre i venture capital. Per crearlo, bisogna potenziare il capitale di rischio disponibile coordinando l'intervento statale», aveva detto al tempo. Di certo, quello delle start up e dell'innovazione è un business a cui la Casaleggio associati tiene molto considerando che fa affari con la consulenza strategica e di innovazione digitale alle medie e grandi imprese.
Ma andiamo avanti. Qualche pagina dopo, ecco l'articolo 51 dove si legge che «al fine di sostenere e accelerare i processi di innovazione, crescita e ripartenza duratura del sistema produttivo nazionale, rafforzando i legami e le sinergie con il sistema della tecnologia e della ricerca applicata» viene istituito un fondo, denominato «Fondo per il trasferimento tecnologico», con una dotazione di 500 milioni per il 2020. Mezzo miliardo da coprire, non noccioline. Per l'attuazione degli interventi, inoltre, il Mise si avvarrà dell'Enea, l'Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo sostenibile, «previa stipula di apposita convenzione» con una commissione per la gestione nel limite dell'1% del valore delle somme assegnate in gestione ovvero, 5 milioni per quest'anno. L'Enea è pure autorizzata alla costituzione della fondazione di diritto privato, battezzata Fondazione Enea tech, sottoposta alla vigilanza del Mise con un'altra spesa prevista di 12 milioni. Era proprio necessario spendere tutti questi soldi e istituire una nuova Fondazione con altre poltrone?
E sempre a proposito di poltrone, l'articolo 186 della bozza riguarda l'istituzione del Fondo per la promozione del turismo in Italia con una dotazione di 20 milioni. Ebbene, per assicurare «l'attuazione tempestiva ed efficace di quanto stabilito» viene previsto l'allargamento del cda di Enit-Agenzia nazionale del turismo, che dovrebbe passare da tre a cinque membri nominati dal ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, di cui uno designato dalla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano e uno dalle associazioni di categoria maggiormente rappresentative. Il Consiglio, si legge, nomina un amministratore delegato, scelto tra i propri componenti designati dal ministro per i Beni e le attività culturali che designa anche il presidente.
Dalle cadreghe ai monopattini. Perché in uno slancio di ecologismo «gretino» la bozza del decreto Rilancio prevede anche un contributo fino a 500 euro per l'acquisto di biciclette, anche a pedalata assistita, e di veicoli per la micromobilità elettrica quali monopattini, hoverboard e segway, o per l'utilizzo dei servizi di sharing mobility. Il «buono mobilità» potrà coprire fino al 60% della spesa sostenuta per acquistare il mezzo o il servizio. Eppure in molte città, come Milano, andare al lavoro in monopattino o in bici sarà impossibile per i pendolari che ogni giorno arrivano da fuori Comune. Nel decreto però l'auto è quasi dimenticata: solo un contentino, appena 100 milioni che vanno a rafforzare l'ecobonus peraltro non esaurito lo scorso anno. Nel frattempo l'intero settore dell'automotive è alla canna del gas. Tanto che, per tenere in piedi l'intera filiera, anche Fca sta ragionando su un altro tipo di «pedalata assistita», ovvero un prestito da 6,3 miliardi con Intesa Sanpaolo, che poi chiederà la garanzia dello Stato.
«Il 40% degli esercizi commerciali non alzerà la saracinesca lunedì»
C'è chi dice no: domani, lunedì 18 maggio, è il giorno (in teoria) della riapertura per la stragrande maggioranza delle attività in tutta Italia, ma la linee guida concordate tra governo e Regioni non convincono molte categorie, che così hanno deciso di tenere chiuse le saracinesche. Il numero di attività che resteranno chiuse è enorme, pari a quasi la metà del totale. Solo sei attività su dieci, tra negozi, bar e ristoranti, sono pronte a riaprire domani, secondo un sondaggio effettuato da Swg per Confesercenti.
Gli imprenditori sono scoraggiati sia dal timore di non riuscire a incassare quanto basta per coprire le spese, sia dalla complessità delle regole imposte dal governo, oltre che dalla paura del virus. La confusione regna sovrana ad esempio per quel che riguarda i mercati e le fiere: ciascuna amministrazione comunale sta decidendo autonomamente le regole da applicare, condizione che contribuisce a creare sconforto e caos. «Gli imprenditori», scrive Confesercenti, «temono l'impatto della rigidità delle linee guida sulle attività, e di rimanere schiacciati tra l'aumento dei costi di gestione e il prevedibile calo dei ricavi. Sono preoccupati, inoltre, anche dal tema delle responsabilità legali. Bisogna cambiare passo: servono linee guida applicabili e aiuti economici diretti alle imprese per sostenerle anche in questa delicata fase della ripartenza».
Sulla stessa lunghezza d'onda Unimpresa: «È ormai certo», dice il vicepresidente, Giuseppe Spadafora, «che migliaia di artigiani non riapriranno e parliamo di circa il 30% delle attività di ristorazione, bar, piccoli negozi di abbigliamento, piccole rivendite di articoli al pubblico. Non riapriranno, perché è antieconomico».
Anche le piccole imprese sono sul piede di guerra: il presidente nazionale della Fapi (Federazione autonoma piccole imprese), Gino Sciotto, sottolinea che i piccoli imprenditori «vivono enormi difficoltà organizzative per la schizofrenia con cui si sono regolamentare le riaperture, è inammissibile che ogni Regione abbia adottato proprie norme per la riapertura. Altro che federalismo, qui siamo alla follia».
«Per il 18 maggio non siamo pronti, non riapriremo», spiega a Repubblica uno dei ristoratori storici di Roma, Franco Trivelloni. «Aprire così senza tutele e senza certezze significa fallire», dice Roberta Pepi, ristoratrice del quartiere Monti. Protestano anche i tassisti che hanno organizzato manifestazioni di protesta a Napoli, Milano e in altre città d'Italia. In piazza Duomo, nel capoluogo lombardo, si è svolta una manifestazione contro il governo organizzata da tassisti e commercianti. I manifestanti, ai piedi del sagrato, hanno esposto uno striscione con su scritti i primi articoli della Costituzione italiana, altri hanno sventolato il tricolore, altri ancora hanno esposto cartelli in difesa delle proprie categorie, con pesantissime accuse rivolte contro il governo.
Anche il settore del turismo è in agitazione: «Esprimiamo la nostra delusione per il decreto Rilancio, relativamente alle azioni rivolte al comparto turistico», scrivono in una lettera aperta inviata al governo centinaia di agenti di viaggio siciliani, che hanno coniato lo slogan #iononapro. I titolari di agenzie di viaggio e i tour operator siciliani annunciano che resteranno chiusi «finché non si adotteranno le misure necessarie per non lasciare a casa migliaia di famiglie. Finché il governo non assicurerà un aiuto concreto per non chiudere. Il lavoro è un diritto», sottolineano, «e noi chiediamo solo di esercitarlo per vivere con dignità».
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Invece di iniettare miliardi nell'economia reale, il Dl Rilancio (ancora senza coperture) distribuisce soldi ai soliti noti: 310 milioni per le start up care a Davide Casaleggio e moltiplicazione di enti e poltrone. Bonus per i monopattini, nulla per il settore auto allo stremo.«Il 40% degli esercizi commerciali non alzerà la saracinesca lunedì». Allarme di Confesercenti. Sul piede di guerra anche i tassisti e le agenzie di viaggio.Lo speciale comprende due articoli.Il decreto Rilancio è ancora senza bollino perché mancano le coperture. Che alla fine, purtroppo, non basteranno per rilanciare il sistema Paese, ovvero le imprese, i piccoli esercizi, il turismo, le partite Iva e l'economia reale rimasta a corto di ossigeno per colpa del lockdown. Ma saranno comunque servite per accontentare con mance, mancette e marchette singoli gruppi di potere, lobby e associazioni amiche. Sia chiaro, ragioniamo solo guardando le bozze perché appunto la versione definitiva del decreto ancora non c'è. Stiamo comunque parlando di un testo che potrà pure essere limato, ma non alterato nella sostanza. E questa, scorrendo lo schema provvisorio articolo per articolo, dimostra che l'impianto strutturale di questa «doppia manovra» così come ci è stata spacciata da Palazzo Chigi ha già il difetto di essere assai spinto sul fronte dei superbonus ma anche dei piccoli sussidi retaggio delle vecchie logiche clientelari mentre in altri Paesi si segue la strategia dei contributi a fondo perduto per chi ne ha davvero bisogno. Il governo ha invece preferito (ri)lanciare il treno su un binario scassato, dando la precedenza al «favore politico» con il rischio di distribuire fondi disfunzionali. Tradotto: se stanzi 55 miliardi, già insufficienti rispetto al disastro che si prospetta, e li usi pure male, il treno va a sbattere contro il muro. Qualche esempio? Prendiamo le 464 pagine dello schema di decreto che porta la data del 13 maggio. A pagina 84 spunta l'articolo 46 dedicato al «rafforzamento dell'ecosistema delle start up innovative», cui sono destinate risorse aggiuntive pari a 100 milioni per l'anno 2020 per il rifinanziamento delle agevolazioni, e 10 milioni per la concessione di contributi a fondo perduto finalizzati all'acquisizione di servizi prestati da parte di incubatori, acceleratori, innovation hub, business angels e altri soggetti pubblici o privati operanti per lo sviluppo di imprese innovative». Non solo. La dotazione del Fondo di sostegno al venture capital, istituito nel 2018, viene aumentata di 200 milioni «per fronteggiare l'emergenza pandemica a favore di start up e Pmi innovative da attuarsi mediante investimenti nel capitale, anche tramite la sottoscrizione di strumenti finanziari partecipativi, secondo le modalità che saranno adottate con decreto del ministro dello Sviluppo economico». Start up e venture capital sono temi assai cari ai grillini. A calcolare l'impatto del venture capital sull'economia italiana è stata a febbraio 2018 la Casaleggio associati con un report di 40 pagine. Ovvero la società di ricerca e consulenza strategica alle aziende presieduta da Davide Casaleggio, figlio del cofondatore del M5s, Gianroberto. «Non esiste un vero ecosistema capace di attrarre i venture capital. Per crearlo, bisogna potenziare il capitale di rischio disponibile coordinando l'intervento statale», aveva detto al tempo. Di certo, quello delle start up e dell'innovazione è un business a cui la Casaleggio associati tiene molto considerando che fa affari con la consulenza strategica e di innovazione digitale alle medie e grandi imprese. Ma andiamo avanti. Qualche pagina dopo, ecco l'articolo 51 dove si legge che «al fine di sostenere e accelerare i processi di innovazione, crescita e ripartenza duratura del sistema produttivo nazionale, rafforzando i legami e le sinergie con il sistema della tecnologia e della ricerca applicata» viene istituito un fondo, denominato «Fondo per il trasferimento tecnologico», con una dotazione di 500 milioni per il 2020. Mezzo miliardo da coprire, non noccioline. Per l'attuazione degli interventi, inoltre, il Mise si avvarrà dell'Enea, l'Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo sostenibile, «previa stipula di apposita convenzione» con una commissione per la gestione nel limite dell'1% del valore delle somme assegnate in gestione ovvero, 5 milioni per quest'anno. L'Enea è pure autorizzata alla costituzione della fondazione di diritto privato, battezzata Fondazione Enea tech, sottoposta alla vigilanza del Mise con un'altra spesa prevista di 12 milioni. Era proprio necessario spendere tutti questi soldi e istituire una nuova Fondazione con altre poltrone?E sempre a proposito di poltrone, l'articolo 186 della bozza riguarda l'istituzione del Fondo per la promozione del turismo in Italia con una dotazione di 20 milioni. Ebbene, per assicurare «l'attuazione tempestiva ed efficace di quanto stabilito» viene previsto l'allargamento del cda di Enit-Agenzia nazionale del turismo, che dovrebbe passare da tre a cinque membri nominati dal ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, di cui uno designato dalla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano e uno dalle associazioni di categoria maggiormente rappresentative. Il Consiglio, si legge, nomina un amministratore delegato, scelto tra i propri componenti designati dal ministro per i Beni e le attività culturali che designa anche il presidente.Dalle cadreghe ai monopattini. Perché in uno slancio di ecologismo «gretino» la bozza del decreto Rilancio prevede anche un contributo fino a 500 euro per l'acquisto di biciclette, anche a pedalata assistita, e di veicoli per la micromobilità elettrica quali monopattini, hoverboard e segway, o per l'utilizzo dei servizi di sharing mobility. Il «buono mobilità» potrà coprire fino al 60% della spesa sostenuta per acquistare il mezzo o il servizio. Eppure in molte città, come Milano, andare al lavoro in monopattino o in bici sarà impossibile per i pendolari che ogni giorno arrivano da fuori Comune. Nel decreto però l'auto è quasi dimenticata: solo un contentino, appena 100 milioni che vanno a rafforzare l'ecobonus peraltro non esaurito lo scorso anno. Nel frattempo l'intero settore dell'automotive è alla canna del gas. Tanto che, per tenere in piedi l'intera filiera, anche Fca sta ragionando su un altro tipo di «pedalata assistita», ovvero un prestito da 6,3 miliardi con Intesa Sanpaolo, che poi chiederà la garanzia dello Stato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutte-le-mancette-del-decreto-che-non-ce-2646016172.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-40-degli-esercizi-commerciali-non-alzera-la-saracinesca-lunedi" data-post-id="2646016172" data-published-at="1589661181" data-use-pagination="False"> «Il 40% degli esercizi commerciali non alzerà la saracinesca lunedì» C'è chi dice no: domani, lunedì 18 maggio, è il giorno (in teoria) della riapertura per la stragrande maggioranza delle attività in tutta Italia, ma la linee guida concordate tra governo e Regioni non convincono molte categorie, che così hanno deciso di tenere chiuse le saracinesche. Il numero di attività che resteranno chiuse è enorme, pari a quasi la metà del totale. Solo sei attività su dieci, tra negozi, bar e ristoranti, sono pronte a riaprire domani, secondo un sondaggio effettuato da Swg per Confesercenti. Gli imprenditori sono scoraggiati sia dal timore di non riuscire a incassare quanto basta per coprire le spese, sia dalla complessità delle regole imposte dal governo, oltre che dalla paura del virus. La confusione regna sovrana ad esempio per quel che riguarda i mercati e le fiere: ciascuna amministrazione comunale sta decidendo autonomamente le regole da applicare, condizione che contribuisce a creare sconforto e caos. «Gli imprenditori», scrive Confesercenti, «temono l'impatto della rigidità delle linee guida sulle attività, e di rimanere schiacciati tra l'aumento dei costi di gestione e il prevedibile calo dei ricavi. Sono preoccupati, inoltre, anche dal tema delle responsabilità legali. Bisogna cambiare passo: servono linee guida applicabili e aiuti economici diretti alle imprese per sostenerle anche in questa delicata fase della ripartenza». Sulla stessa lunghezza d'onda Unimpresa: «È ormai certo», dice il vicepresidente, Giuseppe Spadafora, «che migliaia di artigiani non riapriranno e parliamo di circa il 30% delle attività di ristorazione, bar, piccoli negozi di abbigliamento, piccole rivendite di articoli al pubblico. Non riapriranno, perché è antieconomico». Anche le piccole imprese sono sul piede di guerra: il presidente nazionale della Fapi (Federazione autonoma piccole imprese), Gino Sciotto, sottolinea che i piccoli imprenditori «vivono enormi difficoltà organizzative per la schizofrenia con cui si sono regolamentare le riaperture, è inammissibile che ogni Regione abbia adottato proprie norme per la riapertura. Altro che federalismo, qui siamo alla follia». «Per il 18 maggio non siamo pronti, non riapriremo», spiega a Repubblica uno dei ristoratori storici di Roma, Franco Trivelloni. «Aprire così senza tutele e senza certezze significa fallire», dice Roberta Pepi, ristoratrice del quartiere Monti. Protestano anche i tassisti che hanno organizzato manifestazioni di protesta a Napoli, Milano e in altre città d'Italia. In piazza Duomo, nel capoluogo lombardo, si è svolta una manifestazione contro il governo organizzata da tassisti e commercianti. I manifestanti, ai piedi del sagrato, hanno esposto uno striscione con su scritti i primi articoli della Costituzione italiana, altri hanno sventolato il tricolore, altri ancora hanno esposto cartelli in difesa delle proprie categorie, con pesantissime accuse rivolte contro il governo. Anche il settore del turismo è in agitazione: «Esprimiamo la nostra delusione per il decreto Rilancio, relativamente alle azioni rivolte al comparto turistico», scrivono in una lettera aperta inviata al governo centinaia di agenti di viaggio siciliani, che hanno coniato lo slogan #iononapro. I titolari di agenzie di viaggio e i tour operator siciliani annunciano che resteranno chiusi «finché non si adotteranno le misure necessarie per non lasciare a casa migliaia di famiglie. Finché il governo non assicurerà un aiuto concreto per non chiudere. Il lavoro è un diritto», sottolineano, «e noi chiediamo solo di esercitarlo per vivere con dignità».
(Ansa)
L’affare, costruito, secondo la Procura, su assunzioni fantasma e pratiche amministrative solo formalmente impeccabili, aveva al centro una società: la Vittoria srls, della quale Megahed detiene la metà delle quote con il suo socio, egiziano pure lui, Mohamed Eid Abd Faragalla. Il gip Manuela Castellabate descrive le attività per aggirare le regole del decreto Flussi come «seriali». Al costo di 5.000 (a volte 6.000) euro a pratica. A volte in anticipo, altre con saldo finale dopo l’arrivo in Italia. Le conversazioni captate hanno un tono freddo, quasi commerciale. In cui i migranti diventavano delle «pratiche». Ma la storia che ricostruisce l’ordinanza con la quale la Castellabate ha disposto l’arresto per i due imprenditori egiziani, l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria e tre decreti di perquisizione nei confronti di quattro persone (tra cui la moglie di uno dei due arrestati), va oltre il presunto favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. È il racconto di una zona grigia in cui illegalità, idealismo radicale e burocrazia finiscono per sovrapporsi quasi perfettamente. Il motore dell’organizzazione sarebbe Megahed, l’uomo che cercava i clienti all’estero, prendeva contatti con persone interessate a entrare in Italia, organizzava le pratiche e gestiva i rapporti economici, era anche molto altro. Già il 4 ottobre 2024 Megahed, fino a quel momento imprenditore insospettabile, emerge «in contesti informativi in qualità di appartenente e militante alla dissidenza egiziana di area Fratellanza musulmana». Ma anche come «membro» dei Volontari dell’alleanza islamica d’Italia, «sodalizio», evidenziano gli investigatori, «di mutua assistenza, ramificazione del movimento della Fratellanza musulmana», impegnato «in attività di solidarietà consistenti nell’invio di aiuti umanitari in Palestina». L’indirizzo indicato è a Sesto San Giovanni, dove avrebbe sede anche l’Associazione giovani mussulmani d’Italia. È da qui che prende forma un’attività investigativa definita negli atti «serrata», sviluppata inizialmente attraverso il monitoraggio dei profili social dell’indagato. Gli accertamenti avrebbero consentito di documentare la partecipazione di Megahed a diverse manifestazioni organizzate dal comitato pro Pal. Gli investigatori sottolineano come il suo numero telefonico comparisse persino nei volantini degli eventi quale contatto di riferimento. E non solo Milano. La presenza dell’indagato sarebbe stata rilevata anche nel corso di iniziative fuori provincia e in attività promosse dall’Abspp di Mohammad Hannoun. L’inchiesta retrodata questa militanza almeno al 2017, quando Megahed frequentava il Centro islamico di Cinisello Balsamo. Ma gli investigatori scavano ancora. Nelle carte viene ricordato anche il suo coinvolgimento, nel 2016, nella nascita del «Consiglio rivoluzionario egiziano Cre», noto come Consiglio degli egiziani, formazione associativa sorta, riportano gli inquirenti, «a seguito di dissapori interni tra le correnti interne al Comitato libertà e democrazia per l’Egitto e Alleanza islamica d’Italia». Megahed, insomma, viene considerato uno della vecchia guardia. Uno degli elementi che colpiscono maggiormente gli investigatori è il contenuto del profilo Facebook attribuito all’indagato, identificato con il vanity-name Il Combattente. Nell’autunno del 2024 quel profilo avrebbe superato i 4.000 follower. Ed è proprio su quella pagina che, secondo la prima annotazione trasmessa al giudice, si assisterebbe a una «continua, e quasi ossessiva, pubblicazione di diversi contenuti dai toni radicali». «Nell’esprimere solidarietà al popolo palestinese di fronte all’escalation militare di Tel Aviv», l’indagato avrebbe, «anche attraverso l’aperta esaltazione di Hamas e altri gruppi armati palestinesi», tracimato «in esternazioni oltraggiose e discriminatorie nei confronti del popolo israeliano». Nella stessa annotazione si parla anche di «parziale minimizzazione del genocidio subito dal popolo ebraico». Ma l’attività di Megahed non si sarebbe limitata ai social network. La giudice richiama infatti una «militanza strettamente politica», sviluppata attraverso la partecipazione alle iniziative di piazza organizzate nel capoluogo lombardo dall’Abspp onlus, associazione che gli investigatori descrivono come «da sempre vicina alle posizioni politico-religiose della Fratellanza musulmana». Ed è qui che emerge un altro snodo delicato dell’inchiesta. Perché, secondo quanto riportato nell’ordinanza (che richiama alcune informative), la sede ligure della stessa onlus sarebbe stata oggetto nel 2021 di approfondimenti tecnici da parte dell’Antiriciclaggio «per presunti finanziamenti ritenuti destinati alle casse dell’organizzazione terroristica palestinese», circostanza che avrebbe portato «alla conseguente chiusura di alcuni conti bancari riferibili alla onlus». Finché l’egiziano non si è presentato allo Sportello unico per l’Immigrazione di Milano con una cinquantina di pratiche. È stato il passo falso.
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Lo sgomento e la rabbia dilagano a Belfast. Qui, a Kinnaird Avenue, un quartiere residenziale a Nord, un immigrato originario del Sudan ha provato a decapitare un quarantenne lo scorso lunedì sera. Solo il coraggio dei passanti ha evitato il peggio. Adesso la vittima è ricoverata in ospedale con gravi lesioni agli occhi, al collo e alla testa, mentre lo sgozzatore è stato arrestato.
Il capo della polizia nordirlandese, Jon Boutcher, ha dichiarato che si ritiene che il sospettato abbia viaggiato dal Sudan a Parigi, e poi da Parigi a Dublino, in date imprecisate, prima di prendere un autobus per Belfast nel febbraio 2023. Secondo quanto affermato da Boutcher, l’uomo ha immediatamente richiesto asilo e nel settembre del 2023 gli è stato concesso il permesso di soggiorno nel Regno Unito valido per 5 anni.
Tutto è avvenuto alle 22.30 dello scorso lunedì, quando un quarantenne nordirlandese è stato bloccato a terra e percosso, tra le strade della periferia di Belfast. Lo straniero ha mostrato l’intenzione di tagliare la testa al primo malcapitato e tra le mani teneva un coltello da cucina, poi rinvenuto dalle forze dell’ordine.
Un video girato da alcuni passanti e poi diffuso sul web ritrae la scena: la vittima è una maschera di sangue, prova a dimenarsi da terra, nella morsa dell’immigrato. Solo l’intervento di alcuni presenti, armati di bastoni da hurling, uno sport irlandese, ha salvato la vita dell’uomo, disarmato e allontanato l’aggressore. Successivamente l’arrivo della polizia ha consentito l’arresto e l’avvio delle indagini. L’ipotesi di reato riguarda il tentato omicidio, escludendo però la matrice terroristica, almeno per il momento.
«L’attacco di Belfast è rivoltante e orribile. I miei pensieri vanno innanzitutto alla vittima e ringrazio i primi soccorritori», ha dichiarato Keir Starmer, primo ministro del Regno Unito. Gli fanno eco gli altri politici di governo che invitano a mantenere la calma. In primis Michelle O’Neill, primo ministro dell’Irlanda del Nord, che ha pensato bene di lanciare appelli... contro il razzismo: «Questa è una società accogliente e inclusiva. Non voglio vedere nessuno vivere nella paura e dobbiamo dire no al razzismo e all’odio».
Sul Web, però, la protesta monta, soprattutto di fronte al video dell’accaduto. A legittimare il concreto malcontento sono soprattutto i leader dei partiti di opposizione. «Questo è stato un attacco medievale, barbarico e agghiacciante», la sentenza di Gavin Robinson, deputato di Belfast East, «l’autore, che viveva nel Regno Unito con un visto quinquennale, deve essere condannato e deportato con il primo volo di sola andata. La vittima appartiene a Belfast, l’aggressore no». «Ciò che è accaduto a Belfast ieri sera è orribile. Le autorità devono rivelare immediatamente l’identità e lo status dell’aggressore. Il pubblico ha diritto alla verità» ha dichiarato, invece, Nigel Farage, chiaramente riferendosi al rifiuto di Downing Street di confermare ufficialmente lo status dell’aggressore. Ma più in generale il riferimento è anche al clima generale che si respira al di là della Manica, nel segno continuo di reati commessi dagli immigrati e insabbiati dalle istituzioni.
Ieri sera l’onda di protesta ha investito anche le piazze: gruppi di patrioti e cittadini sono scesi tra le strade di diverse città del Regno Unito per chiedere maggiore sicurezza e una stretta sull’immigrazione clandestina. In primis a Belfast, diversi hotel e negozi commerciali hanno chiuso i battenti e le forze dell’ordine hanno aumentato i controlli. Dublin Express ha cancellato tutti i suoi servizi di autobus da e per Belfast in previsione delle proteste programmate.
Nel frattempo, le tensioni sono esplose durante la notte. Le manifestazioni contro l'immigrazione si sono trasformate in violenti disordini in diverse aree di Belfast, dove sono stati incendiati autobus, automobili e alcune abitazioni. La polizia nordirlandese è stata presa di mira con lanci di oggetti e costretta a intervenire in assetto antisommossa, mentre i vigili del fuoco hanno effettuato decine di interventi per spegnere i roghi divampati nei quartieri interessati dalle proteste. In alcune zone della città gruppi di uomini con il volto coperto hanno sfilato scandendo slogan contro gli immigrati e prendendo di mira soprattutto famiglie di origine africana, tanto che alcuni residenti hanno offerto protezione ai vicini stranieri.
Durissima la reazione della premier nordirlandese Michelle O'Neill, che ha definito i responsabili delle violenze «teppisti» e «delinquenti», parlando di attacchi condotti da «codardi disgustosi» contro persone indifese. Intanto il trentenne sudanese arrestato per il tentato omicidio del quarantenne dovrebbe comparire oggi davanti ai giudici, mentre le autorità mantengono alta l'allerta per il rischio di nuove rivolte. Anche il clima politico resta incandescente: Nigel Farage ha nuovamente chiesto piena trasparenza sullo status migratorio dell'aggressore, mentre sui social il caso continua ad alimentare polemiche e divisioni nel Regno Unito.
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Matteo Salvini (Ansa)
Rilancio che passa dal coinvolgimento di Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale veneto, e Massimiliano Fedriga, presidente della Regione Friuli Venezia Giulia e della Conferenza Stato-Regioni (carica paragonabile a quella di un ministro). I due rappresentati del Nordest dovrebbero essere, nei pensieri di Matteo Salvini, protagonisti del partito in vista della lunga campagna elettorale verso le Politiche 2027. I risultati delle amministrative non sono stati né disastrosi né eccezionali. Nessun tracollo, come vaticinava qualcuno dopo l’exploit mediatico di Roberto Vannacci da quando ha deposto lo spadone di Alberto da Giussano per issare il vessillo di Futuro Nazionale. Si può dunque lavorare a una proposta di rinnovamento del movimento più vecchio in Parlamento in vista del «ritiro» di inizio luglio previsto a Treviso, quella Marca da dove il Doge ha iniziato i suoi primi passi politici.
Non ci sono novità rispetto agli ultimi giorni. «Si va al vedo», dicono alcuni partecipanti al Consiglio federale, che «è stato convocato per l’approvazione del bilancio. io sto lavorando da mesi leggendo numeri, vittorie e sconfitte e nelle prossime settimane sistemeremo quello che va sistemato», ha detto ieri mattina il vicepremier e ministro delle Infrastrutture a margine di un sopralluogo ad alcune case Aler, a Milano, rispondendo ai cronisti che gli hanno chiesto della sua affermazione sui «lavori in corso» nel partito. Quanto all’ipotesi di una Lega «Nord» federata con una Lega Centro-Sud sotto il cappello di una Lega nazionale, Salvini ha replicato secco: «Leggo tante fantasie».
D’altronde, anche se si volesse rivoluzionare il partito, bisognerebbe cambiare lo statuto che necessita dell’approvazione di un congresso. Tempi lunghi, certo. Fissare un calendario tuttavia è possibile. Ma perché c’è chi spinge per provare a dare vita a una Lega sul modello federalista? Perché la squadra nordista capitanata da Zaia e Fedriga, e supportata dagli altri governatori oltre che dalla storica base lumbard impersonificata da Massimiliano Romeo, vorrebbe avere una sorta di mani libere nelle candidature, locali e nazionali, e ovviamente nella gestione finanziaria del movimento. Richiesta troppo grande per Salvini? «Ci sono lavori in corso da mesi, non da tre giorni, evidentemente è un percorso lungo e il nostro obiettivo è vincere le politiche dell’anno prossimo», ha ribadito sempre da Milano il segretario federale. Come dire: nessuna fretta di rivoluzionare il Carroccio, ma certamente delle novità ci saranno. Magari non oggi pomeriggio, ma nemmeno fra mesi. Di sicuro, per la prima volta nella decennale storia della Lega, la discussione è alla luce del sole. E la trasparenza è già segno di voglia di ripartire bene.
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Meloni: «Contro Salvini un gesto grave»
Il premier ha commentato sui social quanto avvenuto alla Sapienza di Roma dove alcuni studenti di Cambiare Rotta hanno bruciato manifesti con il volto del leader della Lega e vicepremier. «Solidarietà a Matteo Salvini per il grave episodio avvenuto oggi alla Sapienza. Bruciare il volto di chi la pensa diversamente non è protesta: è odio ideologico. Un gesto intollerante, che nulla ha a che vedere con il confronto democratico. Noi continueremo a portare avanti il nostro lavoro con determinazione e senza sconti, nonostante il clima di odio che qualcuno cerca di alimentare»