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2020-05-17
Tutte le mancette del decreto che non c’è
Roberto Gualtieri (Ansa)
Il decreto Rilancio è ancora senza bollino perché mancano le coperture. Che alla fine, purtroppo, non basteranno per rilanciare il sistema Paese, ovvero le imprese, i piccoli esercizi, il turismo, le partite Iva e l'economia reale rimasta a corto di ossigeno per colpa del lockdown. Ma saranno comunque servite per accontentare con mance, mancette e marchette singoli gruppi di potere, lobby e associazioni amiche. Sia chiaro, ragioniamo solo guardando le bozze perché appunto la versione definitiva del decreto ancora non c'è. Stiamo comunque parlando di un testo che potrà pure essere limato, ma non alterato nella sostanza. E questa, scorrendo lo schema provvisorio articolo per articolo, dimostra che l'impianto strutturale di questa «doppia manovra» così come ci è stata spacciata da Palazzo Chigi ha già il difetto di essere assai spinto sul fronte dei superbonus ma anche dei piccoli sussidi retaggio delle vecchie logiche clientelari mentre in altri Paesi si segue la strategia dei contributi a fondo perduto per chi ne ha davvero bisogno. Il governo ha invece preferito (ri)lanciare il treno su un binario scassato, dando la precedenza al «favore politico» con il rischio di distribuire fondi disfunzionali. Tradotto: se stanzi 55 miliardi, già insufficienti rispetto al disastro che si prospetta, e li usi pure male, il treno va a sbattere contro il muro.
Qualche esempio? Prendiamo le 464 pagine dello schema di decreto che porta la data del 13 maggio. A pagina 84 spunta l'articolo 46 dedicato al «rafforzamento dell'ecosistema delle start up innovative», cui sono destinate risorse aggiuntive pari a 100 milioni per l'anno 2020 per il rifinanziamento delle agevolazioni, e 10 milioni per la concessione di contributi a fondo perduto finalizzati all'acquisizione di servizi prestati da parte di incubatori, acceleratori, innovation hub, business angels e altri soggetti pubblici o privati operanti per lo sviluppo di imprese innovative». Non solo. La dotazione del Fondo di sostegno al venture capital, istituito nel 2018, viene aumentata di 200 milioni «per fronteggiare l'emergenza pandemica a favore di start up e Pmi innovative da attuarsi mediante investimenti nel capitale, anche tramite la sottoscrizione di strumenti finanziari partecipativi, secondo le modalità che saranno adottate con decreto del ministro dello Sviluppo economico». Start up e venture capital sono temi assai cari ai grillini. A calcolare l'impatto del venture capital sull'economia italiana è stata a febbraio 2018 la Casaleggio associati con un report di 40 pagine. Ovvero la società di ricerca e consulenza strategica alle aziende presieduta da Davide Casaleggio, figlio del cofondatore del M5s, Gianroberto. «Non esiste un vero ecosistema capace di attrarre i venture capital. Per crearlo, bisogna potenziare il capitale di rischio disponibile coordinando l'intervento statale», aveva detto al tempo. Di certo, quello delle start up e dell'innovazione è un business a cui la Casaleggio associati tiene molto considerando che fa affari con la consulenza strategica e di innovazione digitale alle medie e grandi imprese.
Ma andiamo avanti. Qualche pagina dopo, ecco l'articolo 51 dove si legge che «al fine di sostenere e accelerare i processi di innovazione, crescita e ripartenza duratura del sistema produttivo nazionale, rafforzando i legami e le sinergie con il sistema della tecnologia e della ricerca applicata» viene istituito un fondo, denominato «Fondo per il trasferimento tecnologico», con una dotazione di 500 milioni per il 2020. Mezzo miliardo da coprire, non noccioline. Per l'attuazione degli interventi, inoltre, il Mise si avvarrà dell'Enea, l'Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo sostenibile, «previa stipula di apposita convenzione» con una commissione per la gestione nel limite dell'1% del valore delle somme assegnate in gestione ovvero, 5 milioni per quest'anno. L'Enea è pure autorizzata alla costituzione della fondazione di diritto privato, battezzata Fondazione Enea tech, sottoposta alla vigilanza del Mise con un'altra spesa prevista di 12 milioni. Era proprio necessario spendere tutti questi soldi e istituire una nuova Fondazione con altre poltrone?
E sempre a proposito di poltrone, l'articolo 186 della bozza riguarda l'istituzione del Fondo per la promozione del turismo in Italia con una dotazione di 20 milioni. Ebbene, per assicurare «l'attuazione tempestiva ed efficace di quanto stabilito» viene previsto l'allargamento del cda di Enit-Agenzia nazionale del turismo, che dovrebbe passare da tre a cinque membri nominati dal ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, di cui uno designato dalla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano e uno dalle associazioni di categoria maggiormente rappresentative. Il Consiglio, si legge, nomina un amministratore delegato, scelto tra i propri componenti designati dal ministro per i Beni e le attività culturali che designa anche il presidente.
Dalle cadreghe ai monopattini. Perché in uno slancio di ecologismo «gretino» la bozza del decreto Rilancio prevede anche un contributo fino a 500 euro per l'acquisto di biciclette, anche a pedalata assistita, e di veicoli per la micromobilità elettrica quali monopattini, hoverboard e segway, o per l'utilizzo dei servizi di sharing mobility. Il «buono mobilità» potrà coprire fino al 60% della spesa sostenuta per acquistare il mezzo o il servizio. Eppure in molte città, come Milano, andare al lavoro in monopattino o in bici sarà impossibile per i pendolari che ogni giorno arrivano da fuori Comune. Nel decreto però l'auto è quasi dimenticata: solo un contentino, appena 100 milioni che vanno a rafforzare l'ecobonus peraltro non esaurito lo scorso anno. Nel frattempo l'intero settore dell'automotive è alla canna del gas. Tanto che, per tenere in piedi l'intera filiera, anche Fca sta ragionando su un altro tipo di «pedalata assistita», ovvero un prestito da 6,3 miliardi con Intesa Sanpaolo, che poi chiederà la garanzia dello Stato.
«Il 40% degli esercizi commerciali non alzerà la saracinesca lunedì»
C'è chi dice no: domani, lunedì 18 maggio, è il giorno (in teoria) della riapertura per la stragrande maggioranza delle attività in tutta Italia, ma la linee guida concordate tra governo e Regioni non convincono molte categorie, che così hanno deciso di tenere chiuse le saracinesche. Il numero di attività che resteranno chiuse è enorme, pari a quasi la metà del totale. Solo sei attività su dieci, tra negozi, bar e ristoranti, sono pronte a riaprire domani, secondo un sondaggio effettuato da Swg per Confesercenti.
Gli imprenditori sono scoraggiati sia dal timore di non riuscire a incassare quanto basta per coprire le spese, sia dalla complessità delle regole imposte dal governo, oltre che dalla paura del virus. La confusione regna sovrana ad esempio per quel che riguarda i mercati e le fiere: ciascuna amministrazione comunale sta decidendo autonomamente le regole da applicare, condizione che contribuisce a creare sconforto e caos. «Gli imprenditori», scrive Confesercenti, «temono l'impatto della rigidità delle linee guida sulle attività, e di rimanere schiacciati tra l'aumento dei costi di gestione e il prevedibile calo dei ricavi. Sono preoccupati, inoltre, anche dal tema delle responsabilità legali. Bisogna cambiare passo: servono linee guida applicabili e aiuti economici diretti alle imprese per sostenerle anche in questa delicata fase della ripartenza».
Sulla stessa lunghezza d'onda Unimpresa: «È ormai certo», dice il vicepresidente, Giuseppe Spadafora, «che migliaia di artigiani non riapriranno e parliamo di circa il 30% delle attività di ristorazione, bar, piccoli negozi di abbigliamento, piccole rivendite di articoli al pubblico. Non riapriranno, perché è antieconomico».
Anche le piccole imprese sono sul piede di guerra: il presidente nazionale della Fapi (Federazione autonoma piccole imprese), Gino Sciotto, sottolinea che i piccoli imprenditori «vivono enormi difficoltà organizzative per la schizofrenia con cui si sono regolamentare le riaperture, è inammissibile che ogni Regione abbia adottato proprie norme per la riapertura. Altro che federalismo, qui siamo alla follia».
«Per il 18 maggio non siamo pronti, non riapriremo», spiega a Repubblica uno dei ristoratori storici di Roma, Franco Trivelloni. «Aprire così senza tutele e senza certezze significa fallire», dice Roberta Pepi, ristoratrice del quartiere Monti. Protestano anche i tassisti che hanno organizzato manifestazioni di protesta a Napoli, Milano e in altre città d'Italia. In piazza Duomo, nel capoluogo lombardo, si è svolta una manifestazione contro il governo organizzata da tassisti e commercianti. I manifestanti, ai piedi del sagrato, hanno esposto uno striscione con su scritti i primi articoli della Costituzione italiana, altri hanno sventolato il tricolore, altri ancora hanno esposto cartelli in difesa delle proprie categorie, con pesantissime accuse rivolte contro il governo.
Anche il settore del turismo è in agitazione: «Esprimiamo la nostra delusione per il decreto Rilancio, relativamente alle azioni rivolte al comparto turistico», scrivono in una lettera aperta inviata al governo centinaia di agenti di viaggio siciliani, che hanno coniato lo slogan #iononapro. I titolari di agenzie di viaggio e i tour operator siciliani annunciano che resteranno chiusi «finché non si adotteranno le misure necessarie per non lasciare a casa migliaia di famiglie. Finché il governo non assicurerà un aiuto concreto per non chiudere. Il lavoro è un diritto», sottolineano, «e noi chiediamo solo di esercitarlo per vivere con dignità».
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Invece di iniettare miliardi nell'economia reale, il Dl Rilancio (ancora senza coperture) distribuisce soldi ai soliti noti: 310 milioni per le start up care a Davide Casaleggio e moltiplicazione di enti e poltrone. Bonus per i monopattini, nulla per il settore auto allo stremo.«Il 40% degli esercizi commerciali non alzerà la saracinesca lunedì». Allarme di Confesercenti. Sul piede di guerra anche i tassisti e le agenzie di viaggio.Lo speciale comprende due articoli.Il decreto Rilancio è ancora senza bollino perché mancano le coperture. Che alla fine, purtroppo, non basteranno per rilanciare il sistema Paese, ovvero le imprese, i piccoli esercizi, il turismo, le partite Iva e l'economia reale rimasta a corto di ossigeno per colpa del lockdown. Ma saranno comunque servite per accontentare con mance, mancette e marchette singoli gruppi di potere, lobby e associazioni amiche. Sia chiaro, ragioniamo solo guardando le bozze perché appunto la versione definitiva del decreto ancora non c'è. Stiamo comunque parlando di un testo che potrà pure essere limato, ma non alterato nella sostanza. E questa, scorrendo lo schema provvisorio articolo per articolo, dimostra che l'impianto strutturale di questa «doppia manovra» così come ci è stata spacciata da Palazzo Chigi ha già il difetto di essere assai spinto sul fronte dei superbonus ma anche dei piccoli sussidi retaggio delle vecchie logiche clientelari mentre in altri Paesi si segue la strategia dei contributi a fondo perduto per chi ne ha davvero bisogno. Il governo ha invece preferito (ri)lanciare il treno su un binario scassato, dando la precedenza al «favore politico» con il rischio di distribuire fondi disfunzionali. Tradotto: se stanzi 55 miliardi, già insufficienti rispetto al disastro che si prospetta, e li usi pure male, il treno va a sbattere contro il muro. Qualche esempio? Prendiamo le 464 pagine dello schema di decreto che porta la data del 13 maggio. A pagina 84 spunta l'articolo 46 dedicato al «rafforzamento dell'ecosistema delle start up innovative», cui sono destinate risorse aggiuntive pari a 100 milioni per l'anno 2020 per il rifinanziamento delle agevolazioni, e 10 milioni per la concessione di contributi a fondo perduto finalizzati all'acquisizione di servizi prestati da parte di incubatori, acceleratori, innovation hub, business angels e altri soggetti pubblici o privati operanti per lo sviluppo di imprese innovative». Non solo. La dotazione del Fondo di sostegno al venture capital, istituito nel 2018, viene aumentata di 200 milioni «per fronteggiare l'emergenza pandemica a favore di start up e Pmi innovative da attuarsi mediante investimenti nel capitale, anche tramite la sottoscrizione di strumenti finanziari partecipativi, secondo le modalità che saranno adottate con decreto del ministro dello Sviluppo economico». Start up e venture capital sono temi assai cari ai grillini. A calcolare l'impatto del venture capital sull'economia italiana è stata a febbraio 2018 la Casaleggio associati con un report di 40 pagine. Ovvero la società di ricerca e consulenza strategica alle aziende presieduta da Davide Casaleggio, figlio del cofondatore del M5s, Gianroberto. «Non esiste un vero ecosistema capace di attrarre i venture capital. Per crearlo, bisogna potenziare il capitale di rischio disponibile coordinando l'intervento statale», aveva detto al tempo. Di certo, quello delle start up e dell'innovazione è un business a cui la Casaleggio associati tiene molto considerando che fa affari con la consulenza strategica e di innovazione digitale alle medie e grandi imprese. Ma andiamo avanti. Qualche pagina dopo, ecco l'articolo 51 dove si legge che «al fine di sostenere e accelerare i processi di innovazione, crescita e ripartenza duratura del sistema produttivo nazionale, rafforzando i legami e le sinergie con il sistema della tecnologia e della ricerca applicata» viene istituito un fondo, denominato «Fondo per il trasferimento tecnologico», con una dotazione di 500 milioni per il 2020. Mezzo miliardo da coprire, non noccioline. Per l'attuazione degli interventi, inoltre, il Mise si avvarrà dell'Enea, l'Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo sostenibile, «previa stipula di apposita convenzione» con una commissione per la gestione nel limite dell'1% del valore delle somme assegnate in gestione ovvero, 5 milioni per quest'anno. L'Enea è pure autorizzata alla costituzione della fondazione di diritto privato, battezzata Fondazione Enea tech, sottoposta alla vigilanza del Mise con un'altra spesa prevista di 12 milioni. Era proprio necessario spendere tutti questi soldi e istituire una nuova Fondazione con altre poltrone?E sempre a proposito di poltrone, l'articolo 186 della bozza riguarda l'istituzione del Fondo per la promozione del turismo in Italia con una dotazione di 20 milioni. Ebbene, per assicurare «l'attuazione tempestiva ed efficace di quanto stabilito» viene previsto l'allargamento del cda di Enit-Agenzia nazionale del turismo, che dovrebbe passare da tre a cinque membri nominati dal ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, di cui uno designato dalla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano e uno dalle associazioni di categoria maggiormente rappresentative. Il Consiglio, si legge, nomina un amministratore delegato, scelto tra i propri componenti designati dal ministro per i Beni e le attività culturali che designa anche il presidente.Dalle cadreghe ai monopattini. Perché in uno slancio di ecologismo «gretino» la bozza del decreto Rilancio prevede anche un contributo fino a 500 euro per l'acquisto di biciclette, anche a pedalata assistita, e di veicoli per la micromobilità elettrica quali monopattini, hoverboard e segway, o per l'utilizzo dei servizi di sharing mobility. Il «buono mobilità» potrà coprire fino al 60% della spesa sostenuta per acquistare il mezzo o il servizio. Eppure in molte città, come Milano, andare al lavoro in monopattino o in bici sarà impossibile per i pendolari che ogni giorno arrivano da fuori Comune. Nel decreto però l'auto è quasi dimenticata: solo un contentino, appena 100 milioni che vanno a rafforzare l'ecobonus peraltro non esaurito lo scorso anno. Nel frattempo l'intero settore dell'automotive è alla canna del gas. Tanto che, per tenere in piedi l'intera filiera, anche Fca sta ragionando su un altro tipo di «pedalata assistita», ovvero un prestito da 6,3 miliardi con Intesa Sanpaolo, che poi chiederà la garanzia dello Stato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutte-le-mancette-del-decreto-che-non-ce-2646016172.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-40-degli-esercizi-commerciali-non-alzera-la-saracinesca-lunedi" data-post-id="2646016172" data-published-at="1589661181" data-use-pagination="False"> «Il 40% degli esercizi commerciali non alzerà la saracinesca lunedì» C'è chi dice no: domani, lunedì 18 maggio, è il giorno (in teoria) della riapertura per la stragrande maggioranza delle attività in tutta Italia, ma la linee guida concordate tra governo e Regioni non convincono molte categorie, che così hanno deciso di tenere chiuse le saracinesche. Il numero di attività che resteranno chiuse è enorme, pari a quasi la metà del totale. Solo sei attività su dieci, tra negozi, bar e ristoranti, sono pronte a riaprire domani, secondo un sondaggio effettuato da Swg per Confesercenti. Gli imprenditori sono scoraggiati sia dal timore di non riuscire a incassare quanto basta per coprire le spese, sia dalla complessità delle regole imposte dal governo, oltre che dalla paura del virus. La confusione regna sovrana ad esempio per quel che riguarda i mercati e le fiere: ciascuna amministrazione comunale sta decidendo autonomamente le regole da applicare, condizione che contribuisce a creare sconforto e caos. «Gli imprenditori», scrive Confesercenti, «temono l'impatto della rigidità delle linee guida sulle attività, e di rimanere schiacciati tra l'aumento dei costi di gestione e il prevedibile calo dei ricavi. Sono preoccupati, inoltre, anche dal tema delle responsabilità legali. Bisogna cambiare passo: servono linee guida applicabili e aiuti economici diretti alle imprese per sostenerle anche in questa delicata fase della ripartenza». Sulla stessa lunghezza d'onda Unimpresa: «È ormai certo», dice il vicepresidente, Giuseppe Spadafora, «che migliaia di artigiani non riapriranno e parliamo di circa il 30% delle attività di ristorazione, bar, piccoli negozi di abbigliamento, piccole rivendite di articoli al pubblico. Non riapriranno, perché è antieconomico». Anche le piccole imprese sono sul piede di guerra: il presidente nazionale della Fapi (Federazione autonoma piccole imprese), Gino Sciotto, sottolinea che i piccoli imprenditori «vivono enormi difficoltà organizzative per la schizofrenia con cui si sono regolamentare le riaperture, è inammissibile che ogni Regione abbia adottato proprie norme per la riapertura. Altro che federalismo, qui siamo alla follia». «Per il 18 maggio non siamo pronti, non riapriremo», spiega a Repubblica uno dei ristoratori storici di Roma, Franco Trivelloni. «Aprire così senza tutele e senza certezze significa fallire», dice Roberta Pepi, ristoratrice del quartiere Monti. Protestano anche i tassisti che hanno organizzato manifestazioni di protesta a Napoli, Milano e in altre città d'Italia. In piazza Duomo, nel capoluogo lombardo, si è svolta una manifestazione contro il governo organizzata da tassisti e commercianti. I manifestanti, ai piedi del sagrato, hanno esposto uno striscione con su scritti i primi articoli della Costituzione italiana, altri hanno sventolato il tricolore, altri ancora hanno esposto cartelli in difesa delle proprie categorie, con pesantissime accuse rivolte contro il governo. Anche il settore del turismo è in agitazione: «Esprimiamo la nostra delusione per il decreto Rilancio, relativamente alle azioni rivolte al comparto turistico», scrivono in una lettera aperta inviata al governo centinaia di agenti di viaggio siciliani, che hanno coniato lo slogan #iononapro. I titolari di agenzie di viaggio e i tour operator siciliani annunciano che resteranno chiusi «finché non si adotteranno le misure necessarie per non lasciare a casa migliaia di famiglie. Finché il governo non assicurerà un aiuto concreto per non chiudere. Il lavoro è un diritto», sottolineano, «e noi chiediamo solo di esercitarlo per vivere con dignità».
Ansa
Ad abbracciare la mamma è arrivata da Roma la premier Giorgia Meloni. E Patrizia Mercolino ha sentito l’affetto di tutti per il suo «guerriero». Oggi è stato il giorno del dolore, ma anche dell’amore profondo, quell’amore che il piccolo Domenico, in soli due anni di vita, aveva insegnato. Il papà ha portato a spalle il feretro del suo bimbo. Struggenti le parole della mamma al termine dell’omelia: «Se si è mossa tutta questa folla è solo grazie a Domenico, al suo sorriso, ai suoi occhioni e la sua dolcezza con cui sta abbracciando tutti. Spero non sia l’ultimo giorno che lo pensiamo, che possiamo serbarlo in un angolo del nostro cuore, ti amo cuore di mamma».
Le parole del vescovo di Nola, monsignor Francesco Marino, sono arrivate dritte al cuore di tutti: «Ci chiediamo “perché?”, vorremmo dei responsabili con cui prendercela, vorremmo che chi ha sbagliato soffrisse come ha sofferto Domenico. Ma, proprio mentre ci assalgono questi desideri cattivi, ne sono certo, finiamo per sentirci ancora più male, più in colpa. Sì, fratelli e sorelle, perché ascoltando veramente la voce della nostra coscienza, sappiamo bene che la sofferenza non si cura mai con il risentimento, il male non si vince con altro male, il lutto non si può elaborare con il desiderio di vendetta. La caccia ai colpevoli, per un momento appaga, ma non può mai ripagare una perdita così grande. Una cosa è riconoscere giustamente le responsabilità penali, che chi di dovere dovrà esaminare e sanzionare, altra cosa è presumere che la giustizia dei Tribunali o, ancor peggio, il giustizialismo privato lenisca il dolore che nessuno, se non il Signore Gesù, può consolare con il balsamo dello Spirito d’amore».
Ma, all’uscita della piccola bara bianca c’è chi ha urlato «Giustizia, giustizia, giustizia». E ancora: «Dio esiste e chi ha sbagliato pagherà». diversi applausi e dal lancio di palloncini bianchi. Quando il feretro è uscito dalla chiesa nessuno è riuscito a trattenere le lacrime: sulla piccola bara era adagiata una maglietta bianca con la scritta «Ciao Mimmo». All’uscita della bara sono stati fatti volare in cielo tanti i palloncini bianchi a forma di cuore, poi altri colori grigio con la scritta «Il mio guerriero», sulle note della canzone «Guerriero» di Marco Mengoni. Era così che la mamma chiamava il piccolo mentre lottava tra la vita e la morte in un letto dell’ospedale Monaldi.
Al termine del funerale, il presidente Meloni ha abbracciato la mamma e il papà di Domenico ed è andata via. In mattinata, alla camera ardente è arrivata anche la direttrice generale dell’Azienda ospedaliera dei Colli, di cui fa parte il Monaldi, Anna Iervolino che ha abbracciato Patrizia ed entrambe sono scoppiate in lacrime. Iervolino ha più volte ripetuto che «Nessuno lo dimenticherà. Abbiamo sperato tutti con voi. Nessuno lo dimenticherà, lo stiamo dimostrando con i fatti». E mamma Patrizia ha risposto con la dignità che l’ha sempre contraddistinta: «Devono pagare solo quelli che hanno sbagliato, non tutti i medici del Monaldi». All’esterno del Duomo di Nola, l’avvocato Francesco Petruzzi, che rappresenta la famiglia, ha poi voluto leggere ai cronisti una lettera, datata 27 gennaio, firmata dal personale infermieristico, operatori socio-sanitari e tecnici della sala operatoria e diretta a tutti i vertici dell’Azienda ospedaliera dei Colli per «sottoporre una situazione di estrema gravità che, da tempo, sta compromettendo in modo significativo il benessere professionale e umano degli operatori, nonché la sicurezza dell’assistenza». Nella lettera i professionisti del Monaldi «palesano la situazione creata dal dottor Oppido», il primario che è tra i sette medici indagati, al momento, sospeso. E parlano di «sfiducia reciproca». Il personale segnala «comportamenti sistematici e quotidiani messi in atto da Oppido, tra cui urla e aggressività verbale, umiliazioni e svalutazioni pubbliche delle competenze professionali, linguaggio offensivo e denigratorio, bestemmie e imprecazioni, atteggiamenti intimidatori tali da inibire la comunicazione in équipe, reazioni ostili e aggressive anche in contesti formali di confronto mancato ascolto e considerazione. Tali comportamenti avvengono prevalentemente in sala operatoria e si ripetono con una frequenza tale da configurare un clima lavorativo caratterizzato da paura, tensione costante e perdita di fiducia reciproca all’interno dell’équipe multiprofessionale. Gli effetti sul personale sono significativi: si osservano ansia persistente, tremori, difficoltà di concentrazione durante le attività correlati a pressione emotiva, stress e diffuso stato di burnout. L’intera équipe ha considerato, in maniera congiunta, la possibilità di trasferimento».
Un abbraccio a Domenico è stato mandato pure ministro alle Infrastrutture e ai Trasporti, Matteo Salvini, che ha partecipato all’inaugurazione dello svincolo dell’A30 a Maddaloni. Il viceministro degli Affari Esteri, Edmondo Cirielli, è fiducioso che il governatore della Campania, Roberto Fico, farà giustizia e pulizia degli errori del passato».
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Ansa
L’intera vicenda aveva avuto inizio nel 2023 quando, presso il Tribunale del distretto meridionale della California, due insegnanti avevano fatto causa chiedendo un’esenzione dalle politiche pro gender, come appunto quelle dei cognomi, riguardanti i loro allievi. Da parte sua, il distretto scolastico si era difeso asserendo che la legge - così come interpretata dal Procuratore generale della California e dal dipartimento dell’Istruzione - imponesse l’attuazione delle politiche contestate. A quel punto, gli insegnanti hanno fatto causa anche ai funzionari statali e, accanto a loro nel processo, si sono aggiunte delle famiglie; tra queste, meritano di essere ricordati i coniugi John e Jane Poe, che in breve hanno appreso che la loro figlia era intenzionata a «cambiare sesso» solo dopo che la stessa, all’inizio dell’ottavo anno di scuola, era stata ricoverata per tentato suicidio.
Solo allora, infatti, i signori Poe avevano scoperto da un medico che la figlia soffriva di disforia di genere e che a scuola si presentasse come un maschio: nessuno - tanto meno gli insegnanti ai colloqui di classe - aveva detto loro nulla. Di qui una class action che le famiglie, assistite dalla Thomas More Society, hanno intentato contro lo Stato della California. Nel dicembre 2025 il giudice distrettuale degli Stati Uniti Roger Benitez, alla luce del primo e del quattordicesimo emendamento, ha così dichiarato incostituzionale il regime di transizione segreta della California. La Corte d’Appello per il Nono Circuito ha però subito fermato questo pronunciamento, motivo per cui i ricorrenti - assistiti da un team legale della Thomas More composto dagli avvocati Paul Jonna, Peter Breen, Jeff Trissell, Michael McHale e Christopher Galiardo - sono ricorsi alla Corte suprema. Che, come si diceva in apertura, ha dato ragione alle famiglie, che d’ora in poi non dovranno più essere tenute all’oscuro delle condizioni dei loro figli in materia di disforia di genere.
L’avvocato Paul Jonna, poc’anzi citato, ha definito questo come un «momento di svolta» per i diritti dei genitori in America. Il legale ha altresì sottolineato come la Corte suprema abbia chiarito in termini inequivocabili che non sia possibile effettuare una transizione di un bambino all’insaputa di un genitore, stabilendo un precedente storico che smantellerà tali politiche in tutto il Paese. Di tenore analogo il commento di un altro avvocato, Peter Breen - che è anche vicepresidente della Thomas More Society -, secondo cui, dopo questo verdetto, si è messo in luce come lo Stato della California avesse di fatto costruito «un muro di segretezza» tra genitori e figli. Ora però la Corte suprema ha abbattuto quel muro, ha aggiunto Breen, secondo cui questa è una vittoria del diritto dei genitori di crescere i propri figli come meglio credono. Una lezione di diritto e di civiltà che, anche alle nostre latitudini, non sarebbe male ripassare.
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C’è una domanda che i media mainstream evitano di farsi: perché Donald Trump ha deciso di dare fuoco alla miccia in Medio Oriente, smentendo anni di promesse sull’"America First"? La risposta potrebbe essere nascosta in un archivio di segreti inconfessabili.