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2020-05-17
Tutte le mancette del decreto che non c’è
Roberto Gualtieri (Ansa)
Il decreto Rilancio è ancora senza bollino perché mancano le coperture. Che alla fine, purtroppo, non basteranno per rilanciare il sistema Paese, ovvero le imprese, i piccoli esercizi, il turismo, le partite Iva e l'economia reale rimasta a corto di ossigeno per colpa del lockdown. Ma saranno comunque servite per accontentare con mance, mancette e marchette singoli gruppi di potere, lobby e associazioni amiche. Sia chiaro, ragioniamo solo guardando le bozze perché appunto la versione definitiva del decreto ancora non c'è. Stiamo comunque parlando di un testo che potrà pure essere limato, ma non alterato nella sostanza. E questa, scorrendo lo schema provvisorio articolo per articolo, dimostra che l'impianto strutturale di questa «doppia manovra» così come ci è stata spacciata da Palazzo Chigi ha già il difetto di essere assai spinto sul fronte dei superbonus ma anche dei piccoli sussidi retaggio delle vecchie logiche clientelari mentre in altri Paesi si segue la strategia dei contributi a fondo perduto per chi ne ha davvero bisogno. Il governo ha invece preferito (ri)lanciare il treno su un binario scassato, dando la precedenza al «favore politico» con il rischio di distribuire fondi disfunzionali. Tradotto: se stanzi 55 miliardi, già insufficienti rispetto al disastro che si prospetta, e li usi pure male, il treno va a sbattere contro il muro.
Qualche esempio? Prendiamo le 464 pagine dello schema di decreto che porta la data del 13 maggio. A pagina 84 spunta l'articolo 46 dedicato al «rafforzamento dell'ecosistema delle start up innovative», cui sono destinate risorse aggiuntive pari a 100 milioni per l'anno 2020 per il rifinanziamento delle agevolazioni, e 10 milioni per la concessione di contributi a fondo perduto finalizzati all'acquisizione di servizi prestati da parte di incubatori, acceleratori, innovation hub, business angels e altri soggetti pubblici o privati operanti per lo sviluppo di imprese innovative». Non solo. La dotazione del Fondo di sostegno al venture capital, istituito nel 2018, viene aumentata di 200 milioni «per fronteggiare l'emergenza pandemica a favore di start up e Pmi innovative da attuarsi mediante investimenti nel capitale, anche tramite la sottoscrizione di strumenti finanziari partecipativi, secondo le modalità che saranno adottate con decreto del ministro dello Sviluppo economico». Start up e venture capital sono temi assai cari ai grillini. A calcolare l'impatto del venture capital sull'economia italiana è stata a febbraio 2018 la Casaleggio associati con un report di 40 pagine. Ovvero la società di ricerca e consulenza strategica alle aziende presieduta da Davide Casaleggio, figlio del cofondatore del M5s, Gianroberto. «Non esiste un vero ecosistema capace di attrarre i venture capital. Per crearlo, bisogna potenziare il capitale di rischio disponibile coordinando l'intervento statale», aveva detto al tempo. Di certo, quello delle start up e dell'innovazione è un business a cui la Casaleggio associati tiene molto considerando che fa affari con la consulenza strategica e di innovazione digitale alle medie e grandi imprese.
Ma andiamo avanti. Qualche pagina dopo, ecco l'articolo 51 dove si legge che «al fine di sostenere e accelerare i processi di innovazione, crescita e ripartenza duratura del sistema produttivo nazionale, rafforzando i legami e le sinergie con il sistema della tecnologia e della ricerca applicata» viene istituito un fondo, denominato «Fondo per il trasferimento tecnologico», con una dotazione di 500 milioni per il 2020. Mezzo miliardo da coprire, non noccioline. Per l'attuazione degli interventi, inoltre, il Mise si avvarrà dell'Enea, l'Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo sostenibile, «previa stipula di apposita convenzione» con una commissione per la gestione nel limite dell'1% del valore delle somme assegnate in gestione ovvero, 5 milioni per quest'anno. L'Enea è pure autorizzata alla costituzione della fondazione di diritto privato, battezzata Fondazione Enea tech, sottoposta alla vigilanza del Mise con un'altra spesa prevista di 12 milioni. Era proprio necessario spendere tutti questi soldi e istituire una nuova Fondazione con altre poltrone?
E sempre a proposito di poltrone, l'articolo 186 della bozza riguarda l'istituzione del Fondo per la promozione del turismo in Italia con una dotazione di 20 milioni. Ebbene, per assicurare «l'attuazione tempestiva ed efficace di quanto stabilito» viene previsto l'allargamento del cda di Enit-Agenzia nazionale del turismo, che dovrebbe passare da tre a cinque membri nominati dal ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, di cui uno designato dalla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano e uno dalle associazioni di categoria maggiormente rappresentative. Il Consiglio, si legge, nomina un amministratore delegato, scelto tra i propri componenti designati dal ministro per i Beni e le attività culturali che designa anche il presidente.
Dalle cadreghe ai monopattini. Perché in uno slancio di ecologismo «gretino» la bozza del decreto Rilancio prevede anche un contributo fino a 500 euro per l'acquisto di biciclette, anche a pedalata assistita, e di veicoli per la micromobilità elettrica quali monopattini, hoverboard e segway, o per l'utilizzo dei servizi di sharing mobility. Il «buono mobilità» potrà coprire fino al 60% della spesa sostenuta per acquistare il mezzo o il servizio. Eppure in molte città, come Milano, andare al lavoro in monopattino o in bici sarà impossibile per i pendolari che ogni giorno arrivano da fuori Comune. Nel decreto però l'auto è quasi dimenticata: solo un contentino, appena 100 milioni che vanno a rafforzare l'ecobonus peraltro non esaurito lo scorso anno. Nel frattempo l'intero settore dell'automotive è alla canna del gas. Tanto che, per tenere in piedi l'intera filiera, anche Fca sta ragionando su un altro tipo di «pedalata assistita», ovvero un prestito da 6,3 miliardi con Intesa Sanpaolo, che poi chiederà la garanzia dello Stato.
«Il 40% degli esercizi commerciali non alzerà la saracinesca lunedì»
C'è chi dice no: domani, lunedì 18 maggio, è il giorno (in teoria) della riapertura per la stragrande maggioranza delle attività in tutta Italia, ma la linee guida concordate tra governo e Regioni non convincono molte categorie, che così hanno deciso di tenere chiuse le saracinesche. Il numero di attività che resteranno chiuse è enorme, pari a quasi la metà del totale. Solo sei attività su dieci, tra negozi, bar e ristoranti, sono pronte a riaprire domani, secondo un sondaggio effettuato da Swg per Confesercenti.
Gli imprenditori sono scoraggiati sia dal timore di non riuscire a incassare quanto basta per coprire le spese, sia dalla complessità delle regole imposte dal governo, oltre che dalla paura del virus. La confusione regna sovrana ad esempio per quel che riguarda i mercati e le fiere: ciascuna amministrazione comunale sta decidendo autonomamente le regole da applicare, condizione che contribuisce a creare sconforto e caos. «Gli imprenditori», scrive Confesercenti, «temono l'impatto della rigidità delle linee guida sulle attività, e di rimanere schiacciati tra l'aumento dei costi di gestione e il prevedibile calo dei ricavi. Sono preoccupati, inoltre, anche dal tema delle responsabilità legali. Bisogna cambiare passo: servono linee guida applicabili e aiuti economici diretti alle imprese per sostenerle anche in questa delicata fase della ripartenza».
Sulla stessa lunghezza d'onda Unimpresa: «È ormai certo», dice il vicepresidente, Giuseppe Spadafora, «che migliaia di artigiani non riapriranno e parliamo di circa il 30% delle attività di ristorazione, bar, piccoli negozi di abbigliamento, piccole rivendite di articoli al pubblico. Non riapriranno, perché è antieconomico».
Anche le piccole imprese sono sul piede di guerra: il presidente nazionale della Fapi (Federazione autonoma piccole imprese), Gino Sciotto, sottolinea che i piccoli imprenditori «vivono enormi difficoltà organizzative per la schizofrenia con cui si sono regolamentare le riaperture, è inammissibile che ogni Regione abbia adottato proprie norme per la riapertura. Altro che federalismo, qui siamo alla follia».
«Per il 18 maggio non siamo pronti, non riapriremo», spiega a Repubblica uno dei ristoratori storici di Roma, Franco Trivelloni. «Aprire così senza tutele e senza certezze significa fallire», dice Roberta Pepi, ristoratrice del quartiere Monti. Protestano anche i tassisti che hanno organizzato manifestazioni di protesta a Napoli, Milano e in altre città d'Italia. In piazza Duomo, nel capoluogo lombardo, si è svolta una manifestazione contro il governo organizzata da tassisti e commercianti. I manifestanti, ai piedi del sagrato, hanno esposto uno striscione con su scritti i primi articoli della Costituzione italiana, altri hanno sventolato il tricolore, altri ancora hanno esposto cartelli in difesa delle proprie categorie, con pesantissime accuse rivolte contro il governo.
Anche il settore del turismo è in agitazione: «Esprimiamo la nostra delusione per il decreto Rilancio, relativamente alle azioni rivolte al comparto turistico», scrivono in una lettera aperta inviata al governo centinaia di agenti di viaggio siciliani, che hanno coniato lo slogan #iononapro. I titolari di agenzie di viaggio e i tour operator siciliani annunciano che resteranno chiusi «finché non si adotteranno le misure necessarie per non lasciare a casa migliaia di famiglie. Finché il governo non assicurerà un aiuto concreto per non chiudere. Il lavoro è un diritto», sottolineano, «e noi chiediamo solo di esercitarlo per vivere con dignità».
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Invece di iniettare miliardi nell'economia reale, il Dl Rilancio (ancora senza coperture) distribuisce soldi ai soliti noti: 310 milioni per le start up care a Davide Casaleggio e moltiplicazione di enti e poltrone. Bonus per i monopattini, nulla per il settore auto allo stremo.«Il 40% degli esercizi commerciali non alzerà la saracinesca lunedì». Allarme di Confesercenti. Sul piede di guerra anche i tassisti e le agenzie di viaggio.Lo speciale comprende due articoli.Il decreto Rilancio è ancora senza bollino perché mancano le coperture. Che alla fine, purtroppo, non basteranno per rilanciare il sistema Paese, ovvero le imprese, i piccoli esercizi, il turismo, le partite Iva e l'economia reale rimasta a corto di ossigeno per colpa del lockdown. Ma saranno comunque servite per accontentare con mance, mancette e marchette singoli gruppi di potere, lobby e associazioni amiche. Sia chiaro, ragioniamo solo guardando le bozze perché appunto la versione definitiva del decreto ancora non c'è. Stiamo comunque parlando di un testo che potrà pure essere limato, ma non alterato nella sostanza. E questa, scorrendo lo schema provvisorio articolo per articolo, dimostra che l'impianto strutturale di questa «doppia manovra» così come ci è stata spacciata da Palazzo Chigi ha già il difetto di essere assai spinto sul fronte dei superbonus ma anche dei piccoli sussidi retaggio delle vecchie logiche clientelari mentre in altri Paesi si segue la strategia dei contributi a fondo perduto per chi ne ha davvero bisogno. Il governo ha invece preferito (ri)lanciare il treno su un binario scassato, dando la precedenza al «favore politico» con il rischio di distribuire fondi disfunzionali. Tradotto: se stanzi 55 miliardi, già insufficienti rispetto al disastro che si prospetta, e li usi pure male, il treno va a sbattere contro il muro. Qualche esempio? Prendiamo le 464 pagine dello schema di decreto che porta la data del 13 maggio. A pagina 84 spunta l'articolo 46 dedicato al «rafforzamento dell'ecosistema delle start up innovative», cui sono destinate risorse aggiuntive pari a 100 milioni per l'anno 2020 per il rifinanziamento delle agevolazioni, e 10 milioni per la concessione di contributi a fondo perduto finalizzati all'acquisizione di servizi prestati da parte di incubatori, acceleratori, innovation hub, business angels e altri soggetti pubblici o privati operanti per lo sviluppo di imprese innovative». Non solo. La dotazione del Fondo di sostegno al venture capital, istituito nel 2018, viene aumentata di 200 milioni «per fronteggiare l'emergenza pandemica a favore di start up e Pmi innovative da attuarsi mediante investimenti nel capitale, anche tramite la sottoscrizione di strumenti finanziari partecipativi, secondo le modalità che saranno adottate con decreto del ministro dello Sviluppo economico». Start up e venture capital sono temi assai cari ai grillini. A calcolare l'impatto del venture capital sull'economia italiana è stata a febbraio 2018 la Casaleggio associati con un report di 40 pagine. Ovvero la società di ricerca e consulenza strategica alle aziende presieduta da Davide Casaleggio, figlio del cofondatore del M5s, Gianroberto. «Non esiste un vero ecosistema capace di attrarre i venture capital. Per crearlo, bisogna potenziare il capitale di rischio disponibile coordinando l'intervento statale», aveva detto al tempo. Di certo, quello delle start up e dell'innovazione è un business a cui la Casaleggio associati tiene molto considerando che fa affari con la consulenza strategica e di innovazione digitale alle medie e grandi imprese. Ma andiamo avanti. Qualche pagina dopo, ecco l'articolo 51 dove si legge che «al fine di sostenere e accelerare i processi di innovazione, crescita e ripartenza duratura del sistema produttivo nazionale, rafforzando i legami e le sinergie con il sistema della tecnologia e della ricerca applicata» viene istituito un fondo, denominato «Fondo per il trasferimento tecnologico», con una dotazione di 500 milioni per il 2020. Mezzo miliardo da coprire, non noccioline. Per l'attuazione degli interventi, inoltre, il Mise si avvarrà dell'Enea, l'Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo sostenibile, «previa stipula di apposita convenzione» con una commissione per la gestione nel limite dell'1% del valore delle somme assegnate in gestione ovvero, 5 milioni per quest'anno. L'Enea è pure autorizzata alla costituzione della fondazione di diritto privato, battezzata Fondazione Enea tech, sottoposta alla vigilanza del Mise con un'altra spesa prevista di 12 milioni. Era proprio necessario spendere tutti questi soldi e istituire una nuova Fondazione con altre poltrone?E sempre a proposito di poltrone, l'articolo 186 della bozza riguarda l'istituzione del Fondo per la promozione del turismo in Italia con una dotazione di 20 milioni. Ebbene, per assicurare «l'attuazione tempestiva ed efficace di quanto stabilito» viene previsto l'allargamento del cda di Enit-Agenzia nazionale del turismo, che dovrebbe passare da tre a cinque membri nominati dal ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, di cui uno designato dalla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano e uno dalle associazioni di categoria maggiormente rappresentative. Il Consiglio, si legge, nomina un amministratore delegato, scelto tra i propri componenti designati dal ministro per i Beni e le attività culturali che designa anche il presidente.Dalle cadreghe ai monopattini. Perché in uno slancio di ecologismo «gretino» la bozza del decreto Rilancio prevede anche un contributo fino a 500 euro per l'acquisto di biciclette, anche a pedalata assistita, e di veicoli per la micromobilità elettrica quali monopattini, hoverboard e segway, o per l'utilizzo dei servizi di sharing mobility. Il «buono mobilità» potrà coprire fino al 60% della spesa sostenuta per acquistare il mezzo o il servizio. Eppure in molte città, come Milano, andare al lavoro in monopattino o in bici sarà impossibile per i pendolari che ogni giorno arrivano da fuori Comune. Nel decreto però l'auto è quasi dimenticata: solo un contentino, appena 100 milioni che vanno a rafforzare l'ecobonus peraltro non esaurito lo scorso anno. Nel frattempo l'intero settore dell'automotive è alla canna del gas. Tanto che, per tenere in piedi l'intera filiera, anche Fca sta ragionando su un altro tipo di «pedalata assistita», ovvero un prestito da 6,3 miliardi con Intesa Sanpaolo, che poi chiederà la garanzia dello Stato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutte-le-mancette-del-decreto-che-non-ce-2646016172.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-40-degli-esercizi-commerciali-non-alzera-la-saracinesca-lunedi" data-post-id="2646016172" data-published-at="1589661181" data-use-pagination="False"> «Il 40% degli esercizi commerciali non alzerà la saracinesca lunedì» C'è chi dice no: domani, lunedì 18 maggio, è il giorno (in teoria) della riapertura per la stragrande maggioranza delle attività in tutta Italia, ma la linee guida concordate tra governo e Regioni non convincono molte categorie, che così hanno deciso di tenere chiuse le saracinesche. Il numero di attività che resteranno chiuse è enorme, pari a quasi la metà del totale. Solo sei attività su dieci, tra negozi, bar e ristoranti, sono pronte a riaprire domani, secondo un sondaggio effettuato da Swg per Confesercenti. Gli imprenditori sono scoraggiati sia dal timore di non riuscire a incassare quanto basta per coprire le spese, sia dalla complessità delle regole imposte dal governo, oltre che dalla paura del virus. La confusione regna sovrana ad esempio per quel che riguarda i mercati e le fiere: ciascuna amministrazione comunale sta decidendo autonomamente le regole da applicare, condizione che contribuisce a creare sconforto e caos. «Gli imprenditori», scrive Confesercenti, «temono l'impatto della rigidità delle linee guida sulle attività, e di rimanere schiacciati tra l'aumento dei costi di gestione e il prevedibile calo dei ricavi. Sono preoccupati, inoltre, anche dal tema delle responsabilità legali. Bisogna cambiare passo: servono linee guida applicabili e aiuti economici diretti alle imprese per sostenerle anche in questa delicata fase della ripartenza». Sulla stessa lunghezza d'onda Unimpresa: «È ormai certo», dice il vicepresidente, Giuseppe Spadafora, «che migliaia di artigiani non riapriranno e parliamo di circa il 30% delle attività di ristorazione, bar, piccoli negozi di abbigliamento, piccole rivendite di articoli al pubblico. Non riapriranno, perché è antieconomico». Anche le piccole imprese sono sul piede di guerra: il presidente nazionale della Fapi (Federazione autonoma piccole imprese), Gino Sciotto, sottolinea che i piccoli imprenditori «vivono enormi difficoltà organizzative per la schizofrenia con cui si sono regolamentare le riaperture, è inammissibile che ogni Regione abbia adottato proprie norme per la riapertura. Altro che federalismo, qui siamo alla follia». «Per il 18 maggio non siamo pronti, non riapriremo», spiega a Repubblica uno dei ristoratori storici di Roma, Franco Trivelloni. «Aprire così senza tutele e senza certezze significa fallire», dice Roberta Pepi, ristoratrice del quartiere Monti. Protestano anche i tassisti che hanno organizzato manifestazioni di protesta a Napoli, Milano e in altre città d'Italia. In piazza Duomo, nel capoluogo lombardo, si è svolta una manifestazione contro il governo organizzata da tassisti e commercianti. I manifestanti, ai piedi del sagrato, hanno esposto uno striscione con su scritti i primi articoli della Costituzione italiana, altri hanno sventolato il tricolore, altri ancora hanno esposto cartelli in difesa delle proprie categorie, con pesantissime accuse rivolte contro il governo. Anche il settore del turismo è in agitazione: «Esprimiamo la nostra delusione per il decreto Rilancio, relativamente alle azioni rivolte al comparto turistico», scrivono in una lettera aperta inviata al governo centinaia di agenti di viaggio siciliani, che hanno coniato lo slogan #iononapro. I titolari di agenzie di viaggio e i tour operator siciliani annunciano che resteranno chiusi «finché non si adotteranno le misure necessarie per non lasciare a casa migliaia di famiglie. Finché il governo non assicurerà un aiuto concreto per non chiudere. Il lavoro è un diritto», sottolineano, «e noi chiediamo solo di esercitarlo per vivere con dignità».
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast dell'11 maggio con Carlo Cambi
La caserma Tenente Francesco Lillo della Guardia di Finanza di Pavia (Ansa)
È il passaggio, nelle contestazioni lette ad Andrea Sempio, unico indagato per il delitto di Chiara Poggi, durante l’interrogatorio del 6 maggio scorso, che segna il punto di rottura definitivo della nuova inchiesta sul giallo di Garlasco e il cambio radicale della prospettiva investigativa. Nella stessa contestazione i magistrati sostengono che dall’indagine «sono emersi nuovi elementi che destituiscono di qualsiasi fondamento il «movente pornografico» in capo ad Alberto Stasi e per contro forniscono solidi elementi sul tentativo dell’approccio sessuale di Sempio». E subito dopo: «L’emersione delle responsabilità di Sempio si intreccia indissolubilmente con lo sgretolamento della responsabilità di Stasi». La Procura scrive anche che «l’attività investigativa svolta nel presente procedimento ha fatto venire alla luce circostanze ed elementi fattuali del tutto nuovi rispetto alle indagini dell’epoca e rispetto ai procedimenti successivi», quelli poi finiti in archivio. E vengono sottolineate le «evidenti omissioni» negli atti della sezione di Polizia giudiziaria della Procura di Pavia, ovvero la «Squadretta» che lavorava con l’ex procuratore Mario Venditti. Ma c’è un giorno preciso in cui il destino giudiziario dei due deve essersi praticamente intrecciato. E coincide con la convocazione per l’interrogatorio. Sempio non si presenta. Stasi sì. Quando il verbale di Stasi è ormai chiuso e manca soltanto la rilettura del verbale, la notizia dell’assenza di Sempio arriva anche lì.
L’annotazione che accompagna il verbale descrive perfino un gesto di Stasi: «Due occhiate, la prima all’avvocato Antonio De Rensis e la seconda alla collega Giada Bocellari», con le quali «invita» i due «a guardare la telecamera, verosimilmente al fine di ricordare loro che la registrazione è ancora attiva». È De Rensis in quel momento a spiegare che «hanno battuto la notizia gli organi di stampa, non è un’indiscrezione…». E arriva la frase secca: «Totale mancanza di rispetto». Stasi la pronuncia a bassa voce, ma abbastanza forte da restare impressa nella registrazione. Solo pochi istanti prima l’interrogatorio era andato dritto sul punto focale dell’inchiesta: i video intimi tra Chiara e Alberto. La domanda è precisa: Chiara gli aveva mai detto che il fratello Marco fosse a conoscenza dell’esistenza di quei video? La risposta arriva esitante, frammentata: «Oggi non mi ricordo, ma direi di no! Tendo ad escluderlo… ecco». La Procura ipotizza che Marco conoscesse l’esistenza di quei file e che Sempio possa essere riuscito a copiarli dal computer di casa Poggi o a sottrarli da una pen drive. Marco Poggi, invece, nel suo ultimo verbale ha dichiarato: «Non mi so dare una spiegazione. L’unica plausibile, seppure assurda, visto che nell’intercettazione si parla di una chiavetta con video intimi, è che Sempio ha preso una penna usb che c’era in camera di Chiara e se l’è portata a casa». Del video era a conoscenza anche una delle cugine di Chiara, Stefania Cappa. Ma c’è un altro dato che emerge con forza dagli interrogatori: secondo Stasi, Chiara non gli parlò mai di Sempio. Né di avance. Né delle tre telefonate effettuate tra il 7 e l’8 agosto 2007 (che oggi vengono considerate un indizio importante). Quando il procuratore Fabio Napoleone gli chiede se Chiara gli avesse mai riferito di quei contatti, la risposta è netta: «No… non me l’ha riferito… non l’ha fatto». E poi una riflessione più lunga, quasi un tentativo di dare un senso a quel silenzio: «Non saprei dare un motivo... del perché non me l’ha detto, però sicuramente non me l’ha detto». Poi il procuratore cambia prospettiva e gli chiede direttamente se Chiara gli avesse mai parlato di Sempio. La risposta è ancora più secca: «No, no. Mai visto, mai sentito, confermo che prima di leggere quelle sit non sapevo neanche esistesse». Il riferimento è alle informazioni testimoniali raccolte all’epoca dalla Procura di Vigevano. E proprio lì emerge un dettaglio rimasto negli anni uno dei più controversi dell’intera vicenda: lo scontrino del parcheggio. «Mi aveva personalmente incuriosito, insospettito, la questione dello scontrino», afferma Stasi, «mi aveva lasciato un po’ sorpreso, perché io normalmente non conservo uno scontrino del parcheggio per anni e lo esibisco al bisogno». Nel 2017, però, fu sufficiente a scagionare Sempio.
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Figlio di immigrati della Lucania, Rocco Anthony Petrone fu direttore di lancio e dell’intero programma spaziale
Andrea Sempio e Chiara Poggi (Ansa)
Ogni giorno infatti veniamo a conoscenza di fatti che inducono a chiederci se davvero quella sull’omicidio di una ragazza di appena 26 anni fu un’inchiesta condotta male, con scarsa professionalità degli inquirenti, o piuttosto si sia tratto di qualche cosa di più grave, ovvero di un vero e proprio depistaggio per salvare un colpevole. Come abbiamo appreso dal caso Tortora in poi, si può finire dietro le sbarre per la trascuratezza di chi ha il compito di indagare. Si può essere arrestati per uno scambio di persona, come avvenne con Daniele Barillà, un piccolo imprenditore che ebbe la sventura di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, cosa che gli costò sette anni di prigione da innocente. Si può essere trascinati in manette dentro un’auto della polizia perché nessuno si è premurato di controllare un numero di telefono, oppure perché si è fatta una chiamata dal cellulare sbagliato. Tutto ciò attiene agli errori giudiziari o se preferite agli orrori della nostra giustizia. Ma il caso Garlasco è diverso. Nella vicenda che ha portato alla condanna di Alberto Stasi e all’archiviazione delle accuse contro Andrea Sempio c’è qualche cosa che va oltre la negligenza degli inquirenti e apre la strada all’idea che per interessi estranei all’inchiesta, forse per denaro, si volesse salvare il commesso di un negozio di computer.
L’inchiesta ancora aperta contro l’ex procuratore di Pavia, del resto, suppone la corruzione e accusa il padre di Sempio di aver pagato decine di migliaia di euro. Ovviamente le accuse devono essere provate e convalidate da una sentenza definitiva. Tuttavia, nelle carte ci sono infinite stranezze che inducono a sospettare che qualche cosa di anomalo sia avvenuto. Per esempio i contatti tra Sempio e gli uomini della polizia giudiziaria, così inusuali e prolungati. Oppure gli interrogatori degli amici di Marco Poggi, il fratello della vittima. Tutti effettuati alla stessa ora dagli stessi ufficiali di polizia giudiziaria, quasi che invece di singoli fossero collettivi. Oppure i verbali che riportano la testimonianza dello stesso Sempio, ma non le interruzioni e soprattutto l’intervento di un’ambulanza in soccorso del commesso, il quale, di fronte alle domande degli inquirenti, si sarebbe sentito male, ma gli investigatori avrebbero taciuto del malessere ai pm. Tutti errori, tutte dimenticanze casuali? Sarà, ma gli stessi magistrati hanno iscritto nel registro degli indagati chi aveva il compito di investigare. E quando mai si è visto che l’ex procuratore e una squadra di agenti di polizia giudiziaria finissero accusati di aver nascosto degli indizi o, peggio, di essersi fatti corrompere dalle persone su cui dovevano indagare?
L’ultima notizia riguarda un’ex pm che sostenne l’accusa contro Stasi, che una volta lasciata Pavia per Milano, dove ha ricoperto la carica di sostituta procuratrice generale, per i familiari di Chiara Poggi sarebbe stata la persona a cui rivolgersi per cercare di fermare l’inchiesta bis contro Andrea Sempio. In pratica, i genitori della vittima speravano di poter impedire che si tornasse a indagare sul delitto attraverso un intervento dall’alto, cioè della Procura generale di Milano. Un esposto contro i pm di Pavia per fermare l’inchiesta, che secondo i Poggi sarebbe stato suggerito dall’ex pubblico ministero, è il perfetto corollario di una vicenda dove appare chiaro che l’errore giudiziario è l’aspetto minore e meno inquietante.
A Garlasco emerge una commistione di interessi e di pressioni che nulla hanno a che fare con la giustizia. C’è un giallo nel giallo, che va oltre l’assassinio di Chiara, e coinvolge chi aveva il compito di fare le indagini e assicurare alla giustizia il colpevole ma non lo ha fatto. In questo caso, a prescindere da Stasi e Sempio, nulla torna. Io mi auguro che prima o poi si stabilisca in via definitiva chi è il killer della giovane. Ma mi domando anche come evitare che un domani non si ripeta un caso del genere, con magistrati accusati di essersi fatti corrompere e uomini della polizia giudiziaria imputati di aver lavorato per salvare i colpevoli invece di consegnarli alla giustizia.
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