True
2025-03-04
Trump: «Non sopporto più Zelensky»
Donald Trump e Volodymyr Zelensky durante l'incontro alla Casa Bianca (Getty Images)
È di nuovo scontro, ma stavolta a distanza, tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky. Domenica, parlando da Londra, il presidente ucraino ha definito un eventuale accordo di pace con Mosca «ancora molto, molto lontano». Parole, che hanno irritato l’inquilino della Casa Bianca. «Questa è la peggiore affermazione che Zelensky potesse fare e l’America non sopporterà ciò ancora per molto», ha tuonato ieri Trump su Truth. «Questa persona non vuole che ci sia la pace finché ha il sostegno dell’America e l’Europa, nell’incontro che ha avuto con Zelensky, ha dichiarato senza mezzi termini che non può fare il lavoro senza gli Usa. Probabilmente non è stata una grande affermazione da fare in termini di dimostrazione di forza contro la Russia», ha proseguito il presidente americano.
Poco dopo, su X, il leader ucraino, in un tentativo di gettare acqua sul fuoco, ha auspicato la fine della guerra «il prima possibile». «Dobbiamo fermare la guerra e garantire la sicurezza», ha specificato, per poi aggiungere: «Stiamo lavorando con l’America e i nostri partner europei e speriamo molto nel sostegno degli Usa nel cammino verso la pace». Zelensky ha, insomma, citato prima gli Usa degli europei. E, soprattutto, è sembrato aprire a una cessazione dei combattimenti da attuare prima delle garanzie di sicurezza. Il tweet è quindi probabilmente interpretabile come un ramoscello d’ulivo rivolto alla Casa Bianca.
Come che sia, il nuovo scontro fa seguito alla lite tra Trump e Zelensky, avvenuta venerdì nello studio ovale. E questo ulteriore battibecco è avvenuto poco prima di un incontro che, secondo Axios, l’inquilino della Casa Bianca aveva in programma, nella serata italiana di ieri, con il suo team di sicurezza nazionale, per valutare la possibilità di sospendere gli aiuti militari a Kiev. Nel momento in cui La Verità andava in stampa, non si avevano ancora notizie sull’esito del meeting. Ricordiamo comunque che, già nel 2023, l’attuale inviato americano per l’Ucraina, Keith Kellogg, aveva ipotizzato di subordinare l’assistenza bellica all’Ucraina alla disponibilità di Zelensky a sedersi al tavolo delle trattative con Vladimir Putin.
A rendere ancora più fredde le relazioni tra Washington e Kiev sta il fatto che alcuni alti esponenti repubblicani hanno apertamente messo sul tavolo le dimissioni del presidente ucraino. «O deve tornare in sé e tornare al tavolo con gratitudine, oppure qualcun altro deve guidare il Paese per farlo», ha detto lo Speaker della Camera, Mike Johnson, riferendosi a Zelensky. Apertamente critico del presidente ucraino è diventato anche il senatore repubblicano, Lindsey Graham: uno che, fino alla lite nello studio ovale, era sempre stato tra i principali alleati di Zelensky. «O deve dimettersi e mandare qualcuno con cui possiamo avere a che fare, oppure deve cambiare», ha affermato Graham, parlando del presidente ucraino, che si è notevolmente risentito per queste affermazioni.
Nel mezzo di questo gelo, ieri - prima del nuovo botta e risposta tra Trump e Zelensky - il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Mike Waltz, ha comunque aperto cautamente uno spiraglio. Ha, infatti, mostrato disponibilità a trattare con gli ucraini, ma a una condizione. «Quello che dobbiamo sentire dal presidente Zelensky è che si penta di quanto accaduto, che sia pronto a firmare questo accordo sui minerali e che sia pronto a impegnarsi in colloqui di pace», ha detto, per poi aggiungere: «La pazienza del popolo americano non è illimitata, i suoi portafogli non sono illimitati e le nostre scorte e munizioni non sono illimitate». Insomma, nell’amministrazione americana e nel mondo repubblicano si sta registrando una dialettica tra chi auspica che Zelensky si faccia direttamente da parte e chi chiede che vada a Canossa, per ricucire lo strappo. In questo quadro, ieri il segretario al Commercio Usa, Howard Lutnick, ha tuttavia escluso che Trump voglia le dimissioni del leader ucraino.
Nel frattempo, il presidente americano ha respinto le critiche di chi lo accusa di voler favorire Mosca. «L’unico presidente che non ha ceduto alcun territorio dell’Ucraina alla Russia di Putin è Trump», ha dichiarato. Effettivamente è un dato di fatto che lo zar abbia aggredito l’Ucraina nel 2014, ai tempi dell’amministrazione Obama, e nel 2022, quando Joe Biden era alla Casa Bianca. Un altro dato di fatto è che Trump, nel 2019, diede i missili Javelin a Kiev, imponendo delle sanzioni al Nord Stream 2: sanzioni che fu Biden a revocare nel 2021. Trump ha anche criticato gli europei per la loro storica dipendenza dal gas russo. «L’Europa ha speso più soldi per acquistare petrolio e gas russi di quanti ne abbia spesi per difendere l’Ucraina», ha tuonato. Infine, è vero che, venerdì, il capo della Casa Bianca ha chiesto a Zelensky di accettare dei compromessi. Tuttavia, il mercoledì precedente, aveva anche detto che lo stesso Putin avrebbe dovuto fare delle concessioni in sede di trattative.
Il punto è che la lite di venerdì e il nuovo scontro di ieri hanno fatto venire alla luce un problema di antica data: la divergenza tra gli obiettivi politico-militari di Washington e quelli di Kiev. Era marzo 2023, quando Politico riportò di dissidi, dietro le quinte, tra Zelensky e l’amministrazione Biden su varie questioni militari e strategiche. La testata riferì anche di funzionari americani irritati per il fatto che, nella consegna degli armamenti a Kiev da parte di Washington, il presidente ucraino «non aveva mostrato la dovuta gratitudine». Ora il dissidio è venuto alla luce del sole. Zelensky rifiuta compromessi e invoca l’integrità territoriale ucraina. Trump, dal canto suo, vuole ritagliarsi il ruolo di mediatore e spinge i due belligeranti ad accettare delle concessioni per farli sedere entrambi al tavolo senza precondizioni. È stata d’altronde la divergenza negli obiettivi, ragionano oggi alla Casa Bianca, a determinare l’attuale situazione di stallo in Ucraina.
In tutto questo, non va trascurato che Trump sta inserendo la gestione della crisi ucraina nell’ottica di un obiettivo ben preciso: quello di separare il più possibile Mosca da Pechino. Oltre ai nuovi dazi americani al Dragone, l’attuale Casa Bianca ha finora marginalizzato il ruolo politico cinese nella questione ucraina, mentre giovedì Pechino ha definito «inutile» ogni eventuale sforzo americano di dividerla da Mosca. Segno che la Repubblica popolare ha perfettamente capito qual è il principale obiettivo dell’inquilino della Casa Bianca.
Starmer già smentisce l’Eliseo: «Nessun accordo sulla tregua»
La tregua in Ucraina proposta da Londra e Parigi, che doveva durare un mese, è durata una notte: lo stato confusionale in cui versa l’Europa (nella quale torniamo a comprendere politicamente anche la Gran Bretagna) fa registrare una ennesima rappresentazione plastica tra la tarda serata di domenica scorsa e ieri mattina. Di ritorno dal vertice di Londra, Emmanuel Macron annuncia che Francia e Gran Bretagna hanno elaborato un piano che prevede una tregua di un mese in Ucraina. Una tregua parziale, che riguarda solo «i cieli e i mari», spiega Macron a Le Figaro, e comprende «lo stop ai raid russi contro le infrastrutture energetiche». Una tregua di questo genere «sappiamo come misurarla», sottolinea Macron, mentre sarebbe impossibile verificarne l’attuazione sulle operazioni di terra, considerata l’immensa linea del fronte, «l’equivalente della linea Parigi-Budapest».
La proposta è un po’ (eufemismo) cervellotica, ma almeno sembra concreta: il problema è che dal piano Francia-Gran Bretagna, la Gran Bretagna si sfila immediatamente. Alle 10 del mattino, il ministro delle forze armate britannico, Luke Pollard smentisce Macron: «Non è stato raggiunto alcun accordo», dichiara a Times Radio, «su come dovrebbe apparire la tregua. Ci sono diverse opzioni sul tavolo, che saranno oggetto di discussioni più approfondite con i partner americani ed europei, ma una tregua di un mese non è stata oggetto di un accordo». Pollard spiega che il timore di Volodymyr Zelensky è che una tregua limitata, «possa permettere alle forze russe di riorganizzarsi, riarmarsi, raggrupparsi e poi attaccare nuovamente. E questo chiaramente non sarebbe nell’interesse di nessuno». Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barro qualche minuto dopo spiega che la tregua mensile servirebbe a testare «la buona fede di Putin», ma ormai la frittata è fatta. Un portavoce di Keir Starmer nel pomeriggio derubrica la proposta a «una delle opzioni sul tavolo».
Con questa mirabile chiarezza di idee e unità di intenti l’Unione si avvicina al Consiglio europeo straordinario sulla difesa di giovedì prossimo. L’unica cosa certa è che l’Europa si accinge a far crescere a dismisura le spese per gli armamenti. Lo dice chiaro e tondo Ursula von der Leyen: «Sto preparando intensamente il Consiglio europeo insieme al presidente Costa e domani (oggi, ndr) informerò gli Stati membri con una lettera sul piano per il riarmo dell’Europa. Senza alcun dubbio, abbiamo bisogno di un massiccio aumento della difesa. Vogliamo una pace duratura, ma una pace duratura può essere costruita solo sulla forza. E la forza», aggiunge la Von der Leyen, «inizia con il rafforzamento di noi stessi». Nelle bozze delle conclusioni del Consiglio europeo di giovedì prossimo circolate ieri le ulteriori forniture di armi all’Ucraina e quelle da acquistare per la difesa europea fanno la parte del leone, si parla di maggiore flessibilità nell’uso dei fondi strutturali e nell’ambito del Patto di stabilità e crescita, insomma non si bada a spese. Le industrie delle armi in Europa, inevitabilmente, fanno segnare record stellari in borsa, grazie a quella che viene definita «euforia da riarmo». Una certa euforia bellicista trapela anche dalle parole pronunciate ieri da Starmer che, a quanto riferisce l’Adnkronos, in un accorato discorso alla Camera dei comuni sostiene che «la Gran Bretagna avrà un ruolo leader per la pace in Ucraina. Se necessario, e insieme ad altri, con scarponi sul terreno e aerei nei cieli. È giusto che l’Europa si faccia carico del peso maggiore per sostenere la pace nel nostro continente. Ma per avere successo», aggiunge Starmer, «questo sforzo deve avere un deciso sostegno degli Usa. Accolgo con favore il continuo impegno del presidente Donald Trump per questa pace. La Russia è una minaccia per i nostri mari e cieli. Per la sicurezza del nostro continente, per la sicurezza del nostro Paese e per la sicurezza dei britannici, ora dobbiamo vincere la pace. Il Regno Unito continuerà a mantenere il flusso di aiuti militari all’Ucraina».
Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius in serata ha discusso in videoconferenza con i colleghi di Francia, Italia, Gran Bretagna e Polonia in una videoconferenza nel formato G5. Tutti hanno concordato sul fatto che si potrà contare sul continuo e ampio sostegno del Gruppo dei Cinque all’Ucraina. «Noi europei siamo più forti di quanto crediamo. E ci comportiamo come se fossimo deboli», chiosa il premier francese, François Bayrou. Una cosa almeno è chiara anche a lui: i leader europei avrebbero bisogno di un ottimo psicoterapeuta.
Continua a leggereRiduci
Non si placa la tensione dopo lo scontro nello Studio ovale. Il presidente ucraino definisce «molto, molto lontana» la fine della guerra, e scatena quello Usa: «Non poteva dire cose peggiori, l’America non è disposta a tollerarle a lungo. Come ho detto, non vuole accordi».Per permettere il riarmo, la Ue sta pensando di introdurre eccezioni al Patto di stabilità.Lo speciale contiene due articoli.È di nuovo scontro, ma stavolta a distanza, tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky. Domenica, parlando da Londra, il presidente ucraino ha definito un eventuale accordo di pace con Mosca «ancora molto, molto lontano». Parole, che hanno irritato l’inquilino della Casa Bianca. «Questa è la peggiore affermazione che Zelensky potesse fare e l’America non sopporterà ciò ancora per molto», ha tuonato ieri Trump su Truth. «Questa persona non vuole che ci sia la pace finché ha il sostegno dell’America e l’Europa, nell’incontro che ha avuto con Zelensky, ha dichiarato senza mezzi termini che non può fare il lavoro senza gli Usa. Probabilmente non è stata una grande affermazione da fare in termini di dimostrazione di forza contro la Russia», ha proseguito il presidente americano.Poco dopo, su X, il leader ucraino, in un tentativo di gettare acqua sul fuoco, ha auspicato la fine della guerra «il prima possibile». «Dobbiamo fermare la guerra e garantire la sicurezza», ha specificato, per poi aggiungere: «Stiamo lavorando con l’America e i nostri partner europei e speriamo molto nel sostegno degli Usa nel cammino verso la pace». Zelensky ha, insomma, citato prima gli Usa degli europei. E, soprattutto, è sembrato aprire a una cessazione dei combattimenti da attuare prima delle garanzie di sicurezza. Il tweet è quindi probabilmente interpretabile come un ramoscello d’ulivo rivolto alla Casa Bianca.Come che sia, il nuovo scontro fa seguito alla lite tra Trump e Zelensky, avvenuta venerdì nello studio ovale. E questo ulteriore battibecco è avvenuto poco prima di un incontro che, secondo Axios, l’inquilino della Casa Bianca aveva in programma, nella serata italiana di ieri, con il suo team di sicurezza nazionale, per valutare la possibilità di sospendere gli aiuti militari a Kiev. Nel momento in cui La Verità andava in stampa, non si avevano ancora notizie sull’esito del meeting. Ricordiamo comunque che, già nel 2023, l’attuale inviato americano per l’Ucraina, Keith Kellogg, aveva ipotizzato di subordinare l’assistenza bellica all’Ucraina alla disponibilità di Zelensky a sedersi al tavolo delle trattative con Vladimir Putin.A rendere ancora più fredde le relazioni tra Washington e Kiev sta il fatto che alcuni alti esponenti repubblicani hanno apertamente messo sul tavolo le dimissioni del presidente ucraino. «O deve tornare in sé e tornare al tavolo con gratitudine, oppure qualcun altro deve guidare il Paese per farlo», ha detto lo Speaker della Camera, Mike Johnson, riferendosi a Zelensky. Apertamente critico del presidente ucraino è diventato anche il senatore repubblicano, Lindsey Graham: uno che, fino alla lite nello studio ovale, era sempre stato tra i principali alleati di Zelensky. «O deve dimettersi e mandare qualcuno con cui possiamo avere a che fare, oppure deve cambiare», ha affermato Graham, parlando del presidente ucraino, che si è notevolmente risentito per queste affermazioni.Nel mezzo di questo gelo, ieri - prima del nuovo botta e risposta tra Trump e Zelensky - il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Mike Waltz, ha comunque aperto cautamente uno spiraglio. Ha, infatti, mostrato disponibilità a trattare con gli ucraini, ma a una condizione. «Quello che dobbiamo sentire dal presidente Zelensky è che si penta di quanto accaduto, che sia pronto a firmare questo accordo sui minerali e che sia pronto a impegnarsi in colloqui di pace», ha detto, per poi aggiungere: «La pazienza del popolo americano non è illimitata, i suoi portafogli non sono illimitati e le nostre scorte e munizioni non sono illimitate». Insomma, nell’amministrazione americana e nel mondo repubblicano si sta registrando una dialettica tra chi auspica che Zelensky si faccia direttamente da parte e chi chiede che vada a Canossa, per ricucire lo strappo. In questo quadro, ieri il segretario al Commercio Usa, Howard Lutnick, ha tuttavia escluso che Trump voglia le dimissioni del leader ucraino.Nel frattempo, il presidente americano ha respinto le critiche di chi lo accusa di voler favorire Mosca. «L’unico presidente che non ha ceduto alcun territorio dell’Ucraina alla Russia di Putin è Trump», ha dichiarato. Effettivamente è un dato di fatto che lo zar abbia aggredito l’Ucraina nel 2014, ai tempi dell’amministrazione Obama, e nel 2022, quando Joe Biden era alla Casa Bianca. Un altro dato di fatto è che Trump, nel 2019, diede i missili Javelin a Kiev, imponendo delle sanzioni al Nord Stream 2: sanzioni che fu Biden a revocare nel 2021. Trump ha anche criticato gli europei per la loro storica dipendenza dal gas russo. «L’Europa ha speso più soldi per acquistare petrolio e gas russi di quanti ne abbia spesi per difendere l’Ucraina», ha tuonato. Infine, è vero che, venerdì, il capo della Casa Bianca ha chiesto a Zelensky di accettare dei compromessi. Tuttavia, il mercoledì precedente, aveva anche detto che lo stesso Putin avrebbe dovuto fare delle concessioni in sede di trattative.Il punto è che la lite di venerdì e il nuovo scontro di ieri hanno fatto venire alla luce un problema di antica data: la divergenza tra gli obiettivi politico-militari di Washington e quelli di Kiev. Era marzo 2023, quando Politico riportò di dissidi, dietro le quinte, tra Zelensky e l’amministrazione Biden su varie questioni militari e strategiche. La testata riferì anche di funzionari americani irritati per il fatto che, nella consegna degli armamenti a Kiev da parte di Washington, il presidente ucraino «non aveva mostrato la dovuta gratitudine». Ora il dissidio è venuto alla luce del sole. Zelensky rifiuta compromessi e invoca l’integrità territoriale ucraina. Trump, dal canto suo, vuole ritagliarsi il ruolo di mediatore e spinge i due belligeranti ad accettare delle concessioni per farli sedere entrambi al tavolo senza precondizioni. È stata d’altronde la divergenza negli obiettivi, ragionano oggi alla Casa Bianca, a determinare l’attuale situazione di stallo in Ucraina.In tutto questo, non va trascurato che Trump sta inserendo la gestione della crisi ucraina nell’ottica di un obiettivo ben preciso: quello di separare il più possibile Mosca da Pechino. Oltre ai nuovi dazi americani al Dragone, l’attuale Casa Bianca ha finora marginalizzato il ruolo politico cinese nella questione ucraina, mentre giovedì Pechino ha definito «inutile» ogni eventuale sforzo americano di dividerla da Mosca. Segno che la Repubblica popolare ha perfettamente capito qual è il principale obiettivo dell’inquilino della Casa Bianca.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-zelensky-2671254979.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="starmer-gia-smentisce-leliseo-nessun-accordo-sulla-tregua" data-post-id="2671254979" data-published-at="1741036178" data-use-pagination="False"> Starmer già smentisce l’Eliseo: «Nessun accordo sulla tregua» La tregua in Ucraina proposta da Londra e Parigi, che doveva durare un mese, è durata una notte: lo stato confusionale in cui versa l’Europa (nella quale torniamo a comprendere politicamente anche la Gran Bretagna) fa registrare una ennesima rappresentazione plastica tra la tarda serata di domenica scorsa e ieri mattina. Di ritorno dal vertice di Londra, Emmanuel Macron annuncia che Francia e Gran Bretagna hanno elaborato un piano che prevede una tregua di un mese in Ucraina. Una tregua parziale, che riguarda solo «i cieli e i mari», spiega Macron a Le Figaro, e comprende «lo stop ai raid russi contro le infrastrutture energetiche». Una tregua di questo genere «sappiamo come misurarla», sottolinea Macron, mentre sarebbe impossibile verificarne l’attuazione sulle operazioni di terra, considerata l’immensa linea del fronte, «l’equivalente della linea Parigi-Budapest». La proposta è un po’ (eufemismo) cervellotica, ma almeno sembra concreta: il problema è che dal piano Francia-Gran Bretagna, la Gran Bretagna si sfila immediatamente. Alle 10 del mattino, il ministro delle forze armate britannico, Luke Pollard smentisce Macron: «Non è stato raggiunto alcun accordo», dichiara a Times Radio, «su come dovrebbe apparire la tregua. Ci sono diverse opzioni sul tavolo, che saranno oggetto di discussioni più approfondite con i partner americani ed europei, ma una tregua di un mese non è stata oggetto di un accordo». Pollard spiega che il timore di Volodymyr Zelensky è che una tregua limitata, «possa permettere alle forze russe di riorganizzarsi, riarmarsi, raggrupparsi e poi attaccare nuovamente. E questo chiaramente non sarebbe nell’interesse di nessuno». Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barro qualche minuto dopo spiega che la tregua mensile servirebbe a testare «la buona fede di Putin», ma ormai la frittata è fatta. Un portavoce di Keir Starmer nel pomeriggio derubrica la proposta a «una delle opzioni sul tavolo». Con questa mirabile chiarezza di idee e unità di intenti l’Unione si avvicina al Consiglio europeo straordinario sulla difesa di giovedì prossimo. L’unica cosa certa è che l’Europa si accinge a far crescere a dismisura le spese per gli armamenti. Lo dice chiaro e tondo Ursula von der Leyen: «Sto preparando intensamente il Consiglio europeo insieme al presidente Costa e domani (oggi, ndr) informerò gli Stati membri con una lettera sul piano per il riarmo dell’Europa. Senza alcun dubbio, abbiamo bisogno di un massiccio aumento della difesa. Vogliamo una pace duratura, ma una pace duratura può essere costruita solo sulla forza. E la forza», aggiunge la Von der Leyen, «inizia con il rafforzamento di noi stessi». Nelle bozze delle conclusioni del Consiglio europeo di giovedì prossimo circolate ieri le ulteriori forniture di armi all’Ucraina e quelle da acquistare per la difesa europea fanno la parte del leone, si parla di maggiore flessibilità nell’uso dei fondi strutturali e nell’ambito del Patto di stabilità e crescita, insomma non si bada a spese. Le industrie delle armi in Europa, inevitabilmente, fanno segnare record stellari in borsa, grazie a quella che viene definita «euforia da riarmo». Una certa euforia bellicista trapela anche dalle parole pronunciate ieri da Starmer che, a quanto riferisce l’Adnkronos, in un accorato discorso alla Camera dei comuni sostiene che «la Gran Bretagna avrà un ruolo leader per la pace in Ucraina. Se necessario, e insieme ad altri, con scarponi sul terreno e aerei nei cieli. È giusto che l’Europa si faccia carico del peso maggiore per sostenere la pace nel nostro continente. Ma per avere successo», aggiunge Starmer, «questo sforzo deve avere un deciso sostegno degli Usa. Accolgo con favore il continuo impegno del presidente Donald Trump per questa pace. La Russia è una minaccia per i nostri mari e cieli. Per la sicurezza del nostro continente, per la sicurezza del nostro Paese e per la sicurezza dei britannici, ora dobbiamo vincere la pace. Il Regno Unito continuerà a mantenere il flusso di aiuti militari all’Ucraina». Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius in serata ha discusso in videoconferenza con i colleghi di Francia, Italia, Gran Bretagna e Polonia in una videoconferenza nel formato G5. Tutti hanno concordato sul fatto che si potrà contare sul continuo e ampio sostegno del Gruppo dei Cinque all’Ucraina. «Noi europei siamo più forti di quanto crediamo. E ci comportiamo come se fossimo deboli», chiosa il premier francese, François Bayrou. Una cosa almeno è chiara anche a lui: i leader europei avrebbero bisogno di un ottimo psicoterapeuta.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 13 febbraio con Carlo Cambi
La portaerei statunitense USS Gerald R. Ford (Ansa)
La decisione, confermata da funzionari americani, segna un passaggio significativo nella postura strategica di Washington, che dopo mesi di attenzione rivolta all’emisfero occidentale torna a concentrare uomini e mezzi nel teatro mediorientale. Il gruppo d’attacco della Ford, dopo aver operato nei Caraibi e nel Mediterraneo, si sta dirigendo verso il Golfo dove si unirà alla USS Abraham Lincoln e ad altre unità già presenti nell’area. Si tratta di una concentrazione navale che non può essere letta come una semplice rotazione operativa. La Ford non è una portaerei qualsiasi: rappresenta il vertice tecnologico della potenza aeronavale americana, capace di sostenere un ritmo di operazioni aeree più intenso rispetto alle generazioni precedenti. Con i suoi caccia e velivoli da sorveglianza, offre ai comandanti sul campo una capacità immediata di attacco e di controllo dello spazio aereo. Il dispiegamento avviene mentre il presidente Donald Trump aumenta la pressione diplomatica sull’Iran affinché accetti concessioni sul proprio programma nucleare. Un primo round di colloqui si è svolto la scorsa settimana, ma il clima resta teso. Trump ha ribadito di essere disponibile a un accordo, ma ha anche avvertito che le conseguenze di un mancato compromesso sarebbero «molto gravi». È la classica strategia del bastone e della carota: dialogo aperto, ma con una dimostrazione di forza tangibile alle spalle. La scelta di inviare la Ford ha anche un significato politico interno al sistema militare americano. In autunno, quando la nave era stata spostata nei Caraibi per supportare operazioni legate ai sequestri di petroliere e alla pressione sul Venezuela, per la prima volta in decenni non vi era alcuna portaerei assegnata stabilmente né al Comando Centrale né al Comando Europeo. Ora la priorità torna chiaramente il Medio Oriente. È un segnale rivolto tanto a Teheran quanto agli alleati regionali, in particolare Israele e le monarchie del Golfo.
Ma un’eventuale operazione militare contro l’Iran aprirebbe scenari estremamente complessi e rischiosi. Teheran non è un attore isolato né privo di strumenti di risposta. Oltre alle proprie capacità missilistiche e navali, dispone di una rete di alleati e milizie in Iraq, Siria, Libano e Yemen. Un attacco diretto contro il territorio iraniano potrebbe innescare una reazione su più fronti, trasformando un’operazione circoscritta in una crisi regionale estesa. Le basi americane nel Golfo diventerebbero obiettivi potenziali, così come le infrastrutture energetiche dei Paesi alleati di Washington. Uno dei punti più sensibili resta lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota significativa del petrolio mondiale. Anche senza una chiusura formale, basterebbero attacchi mirati o operazioni di disturbo per provocare un’impennata immediata dei prezzi energetici, con ripercussioni sui mercati globali e sull’inflazione. In un contesto economico già fragile, un’escalation nel Golfo avrebbe effetti ben oltre la regione. C’è poi il rischio di una radicalizzazione ulteriore del programma nucleare iraniano. Un intervento militare potrebbe convincere la leadership di Teheran che l’unica garanzia di sopravvivenza sia accelerare verso una soglia nucleare pienamente operativa. Paradossalmente, un’azione pensata per impedire il consolidamento delle capacità atomiche iraniane potrebbe rafforzarne la determinazione.
Sul piano geopolitico, un conflitto aperto offrirebbe a Russia e Cina l’opportunità di consolidare ulteriormente il proprio asse con l’Iran in funzione anti-occidentale. Mosca potrebbe fornire supporto tecnico o intelligence, mentre Pechino, principale acquirente del greggio iraniano, avrebbe tutto l’interesse a evitare un crollo del regime che destabilizzi le rotte energetiche. Il confronto rischierebbe così di assumere una dimensione sistemica, andando oltre il dossier nucleare. Infine, c’è la questione dei costi e della durata. L’Iran è un Paese vasto, con una popolazione numerosa e una struttura militare articolata. Anche un’operazione limitata contro siti nucleari o infrastrutture strategiche non garantirebbe risultati definitivi. Il rischio di un coinvolgimento prolungato, con attacchi di ritorsione e una spirale di escalation, è concreto. Gli Stati Uniti si troverebbero di fronte alla prospettiva di un nuovo fronte aperto in una regione già segnata da conflitti irrisolti.
Il dispiegamento della USS Gerald R. Ford non equivale automaticamente a una decisione di guerra, ma rappresenta un messaggio inequivocabile. Washington vuole mantenere la credibilità della deterrenza mentre negozia. Resta però da capire se la dimostrazione di forza contribuirà a sbloccare il dialogo o se, al contrario, spingerà le parti verso un punto di non ritorno. In Medio Oriente, la linea che separa la pressione strategica dall’escalation militare è spesso più sottile di quanto appaia.
Continua a leggereRiduci
Nicola Gratteri (Ansa)
Una affermazione che non poteva non suscitare pesanti reazioni, in primis dal Csm: ieri il consigliere laico Enrico Aini ha annunciato che «sarà proposta l’apertura di una pratica presso il Comitato di presidenza del Csm. L’iniziativa è finalizzata a verificare se le affermazioni pubbliche rese possano rilevare nel procedimento di valutazione di professionalità del magistrato, con particolare riferimento al requisito dell’equilibrio, essenziale nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e nella tutela del prestigio dell’ordine giudiziario. Contestualmente, sarà interessato il procuratore generale presso la Corte di cassazione per valutare l’eventuale sussistenza di profili disciplinari». Reazioni stizzite (eufemismo) anche da parte dei sostenitori del Sì: «Lo denuncio», è il laconico commento del vicepremier Matteo Salvini. «Sono sconcertato», ha attaccato il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, «mi domando se l’esame psico-attitudinale che noi abbiamo proposto per l’inizio della carriera dei magistrati non sia necessario anche per la fine della carriera». «Gravissime le parole del procuratore Gratteri (che ha fatto registrare sui social un sentiment negativo nell’87,9% delle interazioni, ndr)», commenta il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, «indegne da parte di chi dovrebbe rappresentare la magistratura». «Sono una persona perbene», scrive sui social il vicepremier e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, «non sono massone, non sono indagato e non sono imputato, non faccio parte di alcun centro di potere. E voterò convintamente Sì al referendum sulla riforma della giustizia. Le parole del procuratore Nicola Gratteri sono un attacco alla libertà e alla democrazia che offende milioni di italiani». «Sul referendum», argomenta il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «ho sempre auspicato un dibattito sereno, un confronto civile tra le diverse posizioni. Rimango pertanto basito dalla grave dichiarazione rilasciata dal Procuratore Nicola Gratteri. Offende milioni di cittadini che non voteranno come lui». «Caro Gratteri», protesta sui social il Comitato nazionale Sì riforma, «la invitiamo a chiedere scusa immediatamente ai milioni di italiani che voteranno Sì, compresi tutti i membri di questo comitato, tra i quali vi sono tanti magistrati suoi colleghi. Nessuno, lei compreso, è detentore della moralità e dell’etica pubblica. Questa presunzione di superiorità morale è francamente insopportabile». «E insomma: arrestateci tutti», sottolinea il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, di Forza Italia, «signor procuratore Gratteri, prepari milioni di pagine da riempire nel registro degli indagati dove saranno elencati i milioni di cittadini perbene che con il loro Sì approveranno la riforma costituzionale». «Sono davvero sconcertato», ha protestato il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, di Forza Italia, «si tratta di affermazioni estremamente gravi, che infangano la Calabria e che gettano un’ombra ingiusta su un’intera comunità».
Intanto ieri il Pd si è distinto per una brutta figura. Sui social del partito è apparso un video con le immagini le immagini di Stefania Constantini e Amos Mosaner, impegnati nel doppio misto di curling ai Giochi olimpici, per promuovere la campagna per il No. Rimosso dopo le proteste dei due atleti, del Coni e Federazione italiana sport del ghiaccio.
Continua a leggereRiduci