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2025-03-04
Trump: «Non sopporto più Zelensky»
Donald Trump e Volodymyr Zelensky durante l'incontro alla Casa Bianca (Getty Images)
È di nuovo scontro, ma stavolta a distanza, tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky. Domenica, parlando da Londra, il presidente ucraino ha definito un eventuale accordo di pace con Mosca «ancora molto, molto lontano». Parole, che hanno irritato l’inquilino della Casa Bianca. «Questa è la peggiore affermazione che Zelensky potesse fare e l’America non sopporterà ciò ancora per molto», ha tuonato ieri Trump su Truth. «Questa persona non vuole che ci sia la pace finché ha il sostegno dell’America e l’Europa, nell’incontro che ha avuto con Zelensky, ha dichiarato senza mezzi termini che non può fare il lavoro senza gli Usa. Probabilmente non è stata una grande affermazione da fare in termini di dimostrazione di forza contro la Russia», ha proseguito il presidente americano.
Poco dopo, su X, il leader ucraino, in un tentativo di gettare acqua sul fuoco, ha auspicato la fine della guerra «il prima possibile». «Dobbiamo fermare la guerra e garantire la sicurezza», ha specificato, per poi aggiungere: «Stiamo lavorando con l’America e i nostri partner europei e speriamo molto nel sostegno degli Usa nel cammino verso la pace». Zelensky ha, insomma, citato prima gli Usa degli europei. E, soprattutto, è sembrato aprire a una cessazione dei combattimenti da attuare prima delle garanzie di sicurezza. Il tweet è quindi probabilmente interpretabile come un ramoscello d’ulivo rivolto alla Casa Bianca.
Come che sia, il nuovo scontro fa seguito alla lite tra Trump e Zelensky, avvenuta venerdì nello studio ovale. E questo ulteriore battibecco è avvenuto poco prima di un incontro che, secondo Axios, l’inquilino della Casa Bianca aveva in programma, nella serata italiana di ieri, con il suo team di sicurezza nazionale, per valutare la possibilità di sospendere gli aiuti militari a Kiev. Nel momento in cui La Verità andava in stampa, non si avevano ancora notizie sull’esito del meeting. Ricordiamo comunque che, già nel 2023, l’attuale inviato americano per l’Ucraina, Keith Kellogg, aveva ipotizzato di subordinare l’assistenza bellica all’Ucraina alla disponibilità di Zelensky a sedersi al tavolo delle trattative con Vladimir Putin.
A rendere ancora più fredde le relazioni tra Washington e Kiev sta il fatto che alcuni alti esponenti repubblicani hanno apertamente messo sul tavolo le dimissioni del presidente ucraino. «O deve tornare in sé e tornare al tavolo con gratitudine, oppure qualcun altro deve guidare il Paese per farlo», ha detto lo Speaker della Camera, Mike Johnson, riferendosi a Zelensky. Apertamente critico del presidente ucraino è diventato anche il senatore repubblicano, Lindsey Graham: uno che, fino alla lite nello studio ovale, era sempre stato tra i principali alleati di Zelensky. «O deve dimettersi e mandare qualcuno con cui possiamo avere a che fare, oppure deve cambiare», ha affermato Graham, parlando del presidente ucraino, che si è notevolmente risentito per queste affermazioni.
Nel mezzo di questo gelo, ieri - prima del nuovo botta e risposta tra Trump e Zelensky - il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Mike Waltz, ha comunque aperto cautamente uno spiraglio. Ha, infatti, mostrato disponibilità a trattare con gli ucraini, ma a una condizione. «Quello che dobbiamo sentire dal presidente Zelensky è che si penta di quanto accaduto, che sia pronto a firmare questo accordo sui minerali e che sia pronto a impegnarsi in colloqui di pace», ha detto, per poi aggiungere: «La pazienza del popolo americano non è illimitata, i suoi portafogli non sono illimitati e le nostre scorte e munizioni non sono illimitate». Insomma, nell’amministrazione americana e nel mondo repubblicano si sta registrando una dialettica tra chi auspica che Zelensky si faccia direttamente da parte e chi chiede che vada a Canossa, per ricucire lo strappo. In questo quadro, ieri il segretario al Commercio Usa, Howard Lutnick, ha tuttavia escluso che Trump voglia le dimissioni del leader ucraino.
Nel frattempo, il presidente americano ha respinto le critiche di chi lo accusa di voler favorire Mosca. «L’unico presidente che non ha ceduto alcun territorio dell’Ucraina alla Russia di Putin è Trump», ha dichiarato. Effettivamente è un dato di fatto che lo zar abbia aggredito l’Ucraina nel 2014, ai tempi dell’amministrazione Obama, e nel 2022, quando Joe Biden era alla Casa Bianca. Un altro dato di fatto è che Trump, nel 2019, diede i missili Javelin a Kiev, imponendo delle sanzioni al Nord Stream 2: sanzioni che fu Biden a revocare nel 2021. Trump ha anche criticato gli europei per la loro storica dipendenza dal gas russo. «L’Europa ha speso più soldi per acquistare petrolio e gas russi di quanti ne abbia spesi per difendere l’Ucraina», ha tuonato. Infine, è vero che, venerdì, il capo della Casa Bianca ha chiesto a Zelensky di accettare dei compromessi. Tuttavia, il mercoledì precedente, aveva anche detto che lo stesso Putin avrebbe dovuto fare delle concessioni in sede di trattative.
Il punto è che la lite di venerdì e il nuovo scontro di ieri hanno fatto venire alla luce un problema di antica data: la divergenza tra gli obiettivi politico-militari di Washington e quelli di Kiev. Era marzo 2023, quando Politico riportò di dissidi, dietro le quinte, tra Zelensky e l’amministrazione Biden su varie questioni militari e strategiche. La testata riferì anche di funzionari americani irritati per il fatto che, nella consegna degli armamenti a Kiev da parte di Washington, il presidente ucraino «non aveva mostrato la dovuta gratitudine». Ora il dissidio è venuto alla luce del sole. Zelensky rifiuta compromessi e invoca l’integrità territoriale ucraina. Trump, dal canto suo, vuole ritagliarsi il ruolo di mediatore e spinge i due belligeranti ad accettare delle concessioni per farli sedere entrambi al tavolo senza precondizioni. È stata d’altronde la divergenza negli obiettivi, ragionano oggi alla Casa Bianca, a determinare l’attuale situazione di stallo in Ucraina.
In tutto questo, non va trascurato che Trump sta inserendo la gestione della crisi ucraina nell’ottica di un obiettivo ben preciso: quello di separare il più possibile Mosca da Pechino. Oltre ai nuovi dazi americani al Dragone, l’attuale Casa Bianca ha finora marginalizzato il ruolo politico cinese nella questione ucraina, mentre giovedì Pechino ha definito «inutile» ogni eventuale sforzo americano di dividerla da Mosca. Segno che la Repubblica popolare ha perfettamente capito qual è il principale obiettivo dell’inquilino della Casa Bianca.
Starmer già smentisce l’Eliseo: «Nessun accordo sulla tregua»
La tregua in Ucraina proposta da Londra e Parigi, che doveva durare un mese, è durata una notte: lo stato confusionale in cui versa l’Europa (nella quale torniamo a comprendere politicamente anche la Gran Bretagna) fa registrare una ennesima rappresentazione plastica tra la tarda serata di domenica scorsa e ieri mattina. Di ritorno dal vertice di Londra, Emmanuel Macron annuncia che Francia e Gran Bretagna hanno elaborato un piano che prevede una tregua di un mese in Ucraina. Una tregua parziale, che riguarda solo «i cieli e i mari», spiega Macron a Le Figaro, e comprende «lo stop ai raid russi contro le infrastrutture energetiche». Una tregua di questo genere «sappiamo come misurarla», sottolinea Macron, mentre sarebbe impossibile verificarne l’attuazione sulle operazioni di terra, considerata l’immensa linea del fronte, «l’equivalente della linea Parigi-Budapest».
La proposta è un po’ (eufemismo) cervellotica, ma almeno sembra concreta: il problema è che dal piano Francia-Gran Bretagna, la Gran Bretagna si sfila immediatamente. Alle 10 del mattino, il ministro delle forze armate britannico, Luke Pollard smentisce Macron: «Non è stato raggiunto alcun accordo», dichiara a Times Radio, «su come dovrebbe apparire la tregua. Ci sono diverse opzioni sul tavolo, che saranno oggetto di discussioni più approfondite con i partner americani ed europei, ma una tregua di un mese non è stata oggetto di un accordo». Pollard spiega che il timore di Volodymyr Zelensky è che una tregua limitata, «possa permettere alle forze russe di riorganizzarsi, riarmarsi, raggrupparsi e poi attaccare nuovamente. E questo chiaramente non sarebbe nell’interesse di nessuno». Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barro qualche minuto dopo spiega che la tregua mensile servirebbe a testare «la buona fede di Putin», ma ormai la frittata è fatta. Un portavoce di Keir Starmer nel pomeriggio derubrica la proposta a «una delle opzioni sul tavolo».
Con questa mirabile chiarezza di idee e unità di intenti l’Unione si avvicina al Consiglio europeo straordinario sulla difesa di giovedì prossimo. L’unica cosa certa è che l’Europa si accinge a far crescere a dismisura le spese per gli armamenti. Lo dice chiaro e tondo Ursula von der Leyen: «Sto preparando intensamente il Consiglio europeo insieme al presidente Costa e domani (oggi, ndr) informerò gli Stati membri con una lettera sul piano per il riarmo dell’Europa. Senza alcun dubbio, abbiamo bisogno di un massiccio aumento della difesa. Vogliamo una pace duratura, ma una pace duratura può essere costruita solo sulla forza. E la forza», aggiunge la Von der Leyen, «inizia con il rafforzamento di noi stessi». Nelle bozze delle conclusioni del Consiglio europeo di giovedì prossimo circolate ieri le ulteriori forniture di armi all’Ucraina e quelle da acquistare per la difesa europea fanno la parte del leone, si parla di maggiore flessibilità nell’uso dei fondi strutturali e nell’ambito del Patto di stabilità e crescita, insomma non si bada a spese. Le industrie delle armi in Europa, inevitabilmente, fanno segnare record stellari in borsa, grazie a quella che viene definita «euforia da riarmo». Una certa euforia bellicista trapela anche dalle parole pronunciate ieri da Starmer che, a quanto riferisce l’Adnkronos, in un accorato discorso alla Camera dei comuni sostiene che «la Gran Bretagna avrà un ruolo leader per la pace in Ucraina. Se necessario, e insieme ad altri, con scarponi sul terreno e aerei nei cieli. È giusto che l’Europa si faccia carico del peso maggiore per sostenere la pace nel nostro continente. Ma per avere successo», aggiunge Starmer, «questo sforzo deve avere un deciso sostegno degli Usa. Accolgo con favore il continuo impegno del presidente Donald Trump per questa pace. La Russia è una minaccia per i nostri mari e cieli. Per la sicurezza del nostro continente, per la sicurezza del nostro Paese e per la sicurezza dei britannici, ora dobbiamo vincere la pace. Il Regno Unito continuerà a mantenere il flusso di aiuti militari all’Ucraina».
Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius in serata ha discusso in videoconferenza con i colleghi di Francia, Italia, Gran Bretagna e Polonia in una videoconferenza nel formato G5. Tutti hanno concordato sul fatto che si potrà contare sul continuo e ampio sostegno del Gruppo dei Cinque all’Ucraina. «Noi europei siamo più forti di quanto crediamo. E ci comportiamo come se fossimo deboli», chiosa il premier francese, François Bayrou. Una cosa almeno è chiara anche a lui: i leader europei avrebbero bisogno di un ottimo psicoterapeuta.
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Non si placa la tensione dopo lo scontro nello Studio ovale. Il presidente ucraino definisce «molto, molto lontana» la fine della guerra, e scatena quello Usa: «Non poteva dire cose peggiori, l’America non è disposta a tollerarle a lungo. Come ho detto, non vuole accordi».Per permettere il riarmo, la Ue sta pensando di introdurre eccezioni al Patto di stabilità.Lo speciale contiene due articoli.È di nuovo scontro, ma stavolta a distanza, tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky. Domenica, parlando da Londra, il presidente ucraino ha definito un eventuale accordo di pace con Mosca «ancora molto, molto lontano». Parole, che hanno irritato l’inquilino della Casa Bianca. «Questa è la peggiore affermazione che Zelensky potesse fare e l’America non sopporterà ciò ancora per molto», ha tuonato ieri Trump su Truth. «Questa persona non vuole che ci sia la pace finché ha il sostegno dell’America e l’Europa, nell’incontro che ha avuto con Zelensky, ha dichiarato senza mezzi termini che non può fare il lavoro senza gli Usa. Probabilmente non è stata una grande affermazione da fare in termini di dimostrazione di forza contro la Russia», ha proseguito il presidente americano.Poco dopo, su X, il leader ucraino, in un tentativo di gettare acqua sul fuoco, ha auspicato la fine della guerra «il prima possibile». «Dobbiamo fermare la guerra e garantire la sicurezza», ha specificato, per poi aggiungere: «Stiamo lavorando con l’America e i nostri partner europei e speriamo molto nel sostegno degli Usa nel cammino verso la pace». Zelensky ha, insomma, citato prima gli Usa degli europei. E, soprattutto, è sembrato aprire a una cessazione dei combattimenti da attuare prima delle garanzie di sicurezza. Il tweet è quindi probabilmente interpretabile come un ramoscello d’ulivo rivolto alla Casa Bianca.Come che sia, il nuovo scontro fa seguito alla lite tra Trump e Zelensky, avvenuta venerdì nello studio ovale. E questo ulteriore battibecco è avvenuto poco prima di un incontro che, secondo Axios, l’inquilino della Casa Bianca aveva in programma, nella serata italiana di ieri, con il suo team di sicurezza nazionale, per valutare la possibilità di sospendere gli aiuti militari a Kiev. Nel momento in cui La Verità andava in stampa, non si avevano ancora notizie sull’esito del meeting. Ricordiamo comunque che, già nel 2023, l’attuale inviato americano per l’Ucraina, Keith Kellogg, aveva ipotizzato di subordinare l’assistenza bellica all’Ucraina alla disponibilità di Zelensky a sedersi al tavolo delle trattative con Vladimir Putin.A rendere ancora più fredde le relazioni tra Washington e Kiev sta il fatto che alcuni alti esponenti repubblicani hanno apertamente messo sul tavolo le dimissioni del presidente ucraino. «O deve tornare in sé e tornare al tavolo con gratitudine, oppure qualcun altro deve guidare il Paese per farlo», ha detto lo Speaker della Camera, Mike Johnson, riferendosi a Zelensky. Apertamente critico del presidente ucraino è diventato anche il senatore repubblicano, Lindsey Graham: uno che, fino alla lite nello studio ovale, era sempre stato tra i principali alleati di Zelensky. «O deve dimettersi e mandare qualcuno con cui possiamo avere a che fare, oppure deve cambiare», ha affermato Graham, parlando del presidente ucraino, che si è notevolmente risentito per queste affermazioni.Nel mezzo di questo gelo, ieri - prima del nuovo botta e risposta tra Trump e Zelensky - il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Mike Waltz, ha comunque aperto cautamente uno spiraglio. Ha, infatti, mostrato disponibilità a trattare con gli ucraini, ma a una condizione. «Quello che dobbiamo sentire dal presidente Zelensky è che si penta di quanto accaduto, che sia pronto a firmare questo accordo sui minerali e che sia pronto a impegnarsi in colloqui di pace», ha detto, per poi aggiungere: «La pazienza del popolo americano non è illimitata, i suoi portafogli non sono illimitati e le nostre scorte e munizioni non sono illimitate». Insomma, nell’amministrazione americana e nel mondo repubblicano si sta registrando una dialettica tra chi auspica che Zelensky si faccia direttamente da parte e chi chiede che vada a Canossa, per ricucire lo strappo. In questo quadro, ieri il segretario al Commercio Usa, Howard Lutnick, ha tuttavia escluso che Trump voglia le dimissioni del leader ucraino.Nel frattempo, il presidente americano ha respinto le critiche di chi lo accusa di voler favorire Mosca. «L’unico presidente che non ha ceduto alcun territorio dell’Ucraina alla Russia di Putin è Trump», ha dichiarato. Effettivamente è un dato di fatto che lo zar abbia aggredito l’Ucraina nel 2014, ai tempi dell’amministrazione Obama, e nel 2022, quando Joe Biden era alla Casa Bianca. Un altro dato di fatto è che Trump, nel 2019, diede i missili Javelin a Kiev, imponendo delle sanzioni al Nord Stream 2: sanzioni che fu Biden a revocare nel 2021. Trump ha anche criticato gli europei per la loro storica dipendenza dal gas russo. «L’Europa ha speso più soldi per acquistare petrolio e gas russi di quanti ne abbia spesi per difendere l’Ucraina», ha tuonato. Infine, è vero che, venerdì, il capo della Casa Bianca ha chiesto a Zelensky di accettare dei compromessi. Tuttavia, il mercoledì precedente, aveva anche detto che lo stesso Putin avrebbe dovuto fare delle concessioni in sede di trattative.Il punto è che la lite di venerdì e il nuovo scontro di ieri hanno fatto venire alla luce un problema di antica data: la divergenza tra gli obiettivi politico-militari di Washington e quelli di Kiev. Era marzo 2023, quando Politico riportò di dissidi, dietro le quinte, tra Zelensky e l’amministrazione Biden su varie questioni militari e strategiche. La testata riferì anche di funzionari americani irritati per il fatto che, nella consegna degli armamenti a Kiev da parte di Washington, il presidente ucraino «non aveva mostrato la dovuta gratitudine». Ora il dissidio è venuto alla luce del sole. Zelensky rifiuta compromessi e invoca l’integrità territoriale ucraina. Trump, dal canto suo, vuole ritagliarsi il ruolo di mediatore e spinge i due belligeranti ad accettare delle concessioni per farli sedere entrambi al tavolo senza precondizioni. È stata d’altronde la divergenza negli obiettivi, ragionano oggi alla Casa Bianca, a determinare l’attuale situazione di stallo in Ucraina.In tutto questo, non va trascurato che Trump sta inserendo la gestione della crisi ucraina nell’ottica di un obiettivo ben preciso: quello di separare il più possibile Mosca da Pechino. Oltre ai nuovi dazi americani al Dragone, l’attuale Casa Bianca ha finora marginalizzato il ruolo politico cinese nella questione ucraina, mentre giovedì Pechino ha definito «inutile» ogni eventuale sforzo americano di dividerla da Mosca. 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Di ritorno dal vertice di Londra, Emmanuel Macron annuncia che Francia e Gran Bretagna hanno elaborato un piano che prevede una tregua di un mese in Ucraina. Una tregua parziale, che riguarda solo «i cieli e i mari», spiega Macron a Le Figaro, e comprende «lo stop ai raid russi contro le infrastrutture energetiche». Una tregua di questo genere «sappiamo come misurarla», sottolinea Macron, mentre sarebbe impossibile verificarne l’attuazione sulle operazioni di terra, considerata l’immensa linea del fronte, «l’equivalente della linea Parigi-Budapest». La proposta è un po’ (eufemismo) cervellotica, ma almeno sembra concreta: il problema è che dal piano Francia-Gran Bretagna, la Gran Bretagna si sfila immediatamente. Alle 10 del mattino, il ministro delle forze armate britannico, Luke Pollard smentisce Macron: «Non è stato raggiunto alcun accordo», dichiara a Times Radio, «su come dovrebbe apparire la tregua. Ci sono diverse opzioni sul tavolo, che saranno oggetto di discussioni più approfondite con i partner americani ed europei, ma una tregua di un mese non è stata oggetto di un accordo». Pollard spiega che il timore di Volodymyr Zelensky è che una tregua limitata, «possa permettere alle forze russe di riorganizzarsi, riarmarsi, raggrupparsi e poi attaccare nuovamente. E questo chiaramente non sarebbe nell’interesse di nessuno». Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barro qualche minuto dopo spiega che la tregua mensile servirebbe a testare «la buona fede di Putin», ma ormai la frittata è fatta. Un portavoce di Keir Starmer nel pomeriggio derubrica la proposta a «una delle opzioni sul tavolo». Con questa mirabile chiarezza di idee e unità di intenti l’Unione si avvicina al Consiglio europeo straordinario sulla difesa di giovedì prossimo. L’unica cosa certa è che l’Europa si accinge a far crescere a dismisura le spese per gli armamenti. Lo dice chiaro e tondo Ursula von der Leyen: «Sto preparando intensamente il Consiglio europeo insieme al presidente Costa e domani (oggi, ndr) informerò gli Stati membri con una lettera sul piano per il riarmo dell’Europa. Senza alcun dubbio, abbiamo bisogno di un massiccio aumento della difesa. Vogliamo una pace duratura, ma una pace duratura può essere costruita solo sulla forza. E la forza», aggiunge la Von der Leyen, «inizia con il rafforzamento di noi stessi». Nelle bozze delle conclusioni del Consiglio europeo di giovedì prossimo circolate ieri le ulteriori forniture di armi all’Ucraina e quelle da acquistare per la difesa europea fanno la parte del leone, si parla di maggiore flessibilità nell’uso dei fondi strutturali e nell’ambito del Patto di stabilità e crescita, insomma non si bada a spese. Le industrie delle armi in Europa, inevitabilmente, fanno segnare record stellari in borsa, grazie a quella che viene definita «euforia da riarmo». Una certa euforia bellicista trapela anche dalle parole pronunciate ieri da Starmer che, a quanto riferisce l’Adnkronos, in un accorato discorso alla Camera dei comuni sostiene che «la Gran Bretagna avrà un ruolo leader per la pace in Ucraina. Se necessario, e insieme ad altri, con scarponi sul terreno e aerei nei cieli. È giusto che l’Europa si faccia carico del peso maggiore per sostenere la pace nel nostro continente. Ma per avere successo», aggiunge Starmer, «questo sforzo deve avere un deciso sostegno degli Usa. Accolgo con favore il continuo impegno del presidente Donald Trump per questa pace. La Russia è una minaccia per i nostri mari e cieli. Per la sicurezza del nostro continente, per la sicurezza del nostro Paese e per la sicurezza dei britannici, ora dobbiamo vincere la pace. Il Regno Unito continuerà a mantenere il flusso di aiuti militari all’Ucraina». Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius in serata ha discusso in videoconferenza con i colleghi di Francia, Italia, Gran Bretagna e Polonia in una videoconferenza nel formato G5. Tutti hanno concordato sul fatto che si potrà contare sul continuo e ampio sostegno del Gruppo dei Cinque all’Ucraina. «Noi europei siamo più forti di quanto crediamo. E ci comportiamo come se fossimo deboli», chiosa il premier francese, François Bayrou. Una cosa almeno è chiara anche a lui: i leader europei avrebbero bisogno di un ottimo psicoterapeuta.
Devo subito citare l’importante libro dell’ingegner Marcello Spagnulo, Geopolitica dell’esplorazione spaziale (Rubbettino, 2019) di cui scrissi la postfazione perché inserisce il lettore nel realismo politico e geoeconomico dell’industria spaziale. Segnalo anche il mio Italia globale (Rubbettino, 2023) nel capitolo sulla competitività industriale anche eso dell’Italia, dove il raggio di interesse «globale» non è solo terrestre/orizzontale, ma verticale e ultraorbitale.
Il finanziamento dell’industria spaziale è sempre stato ed è, per lo più, statale in quanto un’economia dello spazio extraterrestre non ha avuto (finora) autonomia per il ciclo privato del capitale. Ma sempre più mostra la capacità di generare, via ricadute e contaminazioni, innovazioni tecnologiche e nei servizi con crescente valore economico che bilancia pur con tempi differiti gli investimenti di denaro pubblico, dando loro un plus di incremento del potere cognitivo, trasformabile in finanziario, distribuito in un’economia nazionale. Nei modelli geoeconomici che usano i miei ricercatori lo spazio di riferimento non è più solo terrestre o solo orbitale, ma si espande ben oltre comprendendo l’intero sistema solare. Ciò coincide con la nuova definizione di spazio geopolitico eso: per controllare l’orbita dove vengono collocati strumenti di superiorità/controllo per scopi terrestri bisogna poter controllare dall’esterno, e non solo dalla Terra, l’orbita stessa. Tale considerazione strategica spinge la creazione di cantieri per la costruzione di astronavi nello spazio per renderle più grandi senza problemi di dover superare la forza di gravità per il lancio, sperimentazione dei precursori prevista nello statunitense progetto Artemis di prossimo sbarco e insediamenti sulla Luna sia in superficie sia nella sua orbita, con notevole presenza dell’Italia. Questa proiezione iniziale nel sistema solare - in un orizzonte di 30 anni - impone innovazioni discontinue: esorobotica e super intelligenza artificiale, protezione degli umani in un ambiente totalmente ostile sia nelle astronavi sia per sbarchi planetari, cioè una nuova tecnologia di esohabitat, eccrtrts. Per l’analisi economica qui c’è il problema che il tempo di sviluppo di un investimento e quello della sua resa è troppo lungo per incentivare il capitale di investimento privato. Ma l’accelerazione dei programmi eso più remoti tende in realtà a portare innovazioni con remunerazione sufficientemente a breve termine sul mercato. Tale effetto potrà accorciare il tempo tra investimento e resa nel futuro: si pensi a un ospedale da campo sulla Luna e si contino quante tecnologie mediche-chirurgiche robotizzate innovative servano. La ricerca nel presente per queste le produrrà in tempi finanziariamente compatibili con effetti diffusi alla condizione che venga confermato il programma di residenza permanente sulla Luna sostenuto da denaro pubblico.
I miei ricercatori calcolano che un euro pubblico speso per un programma esospaziale possa produrre per spin off (ricadute) un moltiplicatore (stimato prudenzialmente) di quasi 250 volte nel mercato privato in tempi non superiori ai 15 anni. Ovviamente in nazioni con sufficiente varietà di capacità cognitive e industriali. Tale stima suggerisce un maggiore investimento su tali capacità e la concentrazione di capitale su progetti selezionati, e non la dispersione.
Ovviamente la politica deve dare priorità al presente cercando di compensare i gap di ricchezza e/o competitività del sistema produttivo corrente. Inoltre, il peso del servizio al debito pubblico (costo degli interessi) comprime lo spazio fiscale per investimenti futurizzanti. Ma c’è una soluzione: una programma di Partenariato pubblico/privato (Ppp) dedicato alla esopolitica industriale per potenziare con finanza dal mercato il quanto messo dal denaro pubblico. Suggerisco anche la creazione di una «Esobank» come banca italiana di investimento per programmi spaziali partecipata da attori finanziari del G7 con raggio di intervento equivalente. Università e centri di ricerca italiani? Nel settore c’è già un potenziale enorme di competenza: basterebbe togliere qualsiasi barriera tra università ed industria. Ad Astra.
www.carlopelanda.com
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Jack Lang, ex ministro della Cultura francese. Nel riquadro, a Parigi con Epstein (Ansa)
L’ultima figura eminente a cadere sotto i colpi dello scandalo è stato il socialista francese Jack Lang, storico portavoce e ministro della Cultura di François Mitterrand. L’ottantaseienne, attualmente presidente dell’Istituto del mondo arabo (Ima), ha dichiarato infondate le accuse per riciclaggio e reati fiscali a carico suo e di sua figlia Caroline, entrati in contatto con Epstein grazie a Woody Allen e ai quali il pedofilo avrebbe fornito gratuitamente - su richiesta del francese - aerei e ville di lusso. Con la donna il magnate ha anche aperto, nel 2016, una società offshore nelle Isole Vergini. L’ex ministro francese ha accolto l’inchiesta «con serenità e persino sollievo», convinto che «farà piena luce sulle accuse che ledono» la sua integrità e il suo onore. In serata, poi, ha comunque presentato le dimissioni dall’Ima.
Come dicevamo, la longa manus di Epstein è giunta finanche in Ucraina, e non sporadicamente. In uno scambio di email con Ariane de Rothschild, banchiera con cittadinanza francese nonché baronessa, l’uomo scrive: «I disordini in Ucraina dovrebbero creare un sacco di opportunità, proprio tante». Il messaggio risale al 18 marzo 2014, data in cui Vladimir Putin formalizza l’annessione della Crimea dopo la rivoluzione di Euromaidan dello stesso anno. I documenti mostrano che, qualche giorno prima, Epstein aveva iniziato a vendere rubli allo scoperto, ma oggi qualcuno cerca di dipingerlo come un agente filorusso per conto dello zar. Due anni prima Boris Nikolic (al centro dell’inchiesta di ieri sul Covid) gli parlava di «andare presto in Russia per incontrare l’amico Ilya Ponomarev». «È un membro della Duma, e lui e Alyona (la sua fidanzata molto intelligente e carina) sono i principali organizzatori della rivolta contro Putin», continuava.
Insomma, non sembrano i messaggi di un filoputiniano al soldo del Kgb. Ma questo suo interesse per l’Ucraina non si limita solo a opportunità economiche o a mire antirusse: in gioco entrano le altre due grandi attrazioni del pedofilo: i minori e l’eugenetica.
Una serie di email risalenti a luglio-agosto del 2018 tra Epstein e Bryan Bishop, programmatore di bitcoin noto per gli investimenti in baby design, rivelano le trattative per un progetto eugenetico a cui il pedofilo avrebbe dovuto partecipare come finanziatore segreto. «Ecco un deck (una breve presentazione, ndr) sul mio progetto di designer baby», scrive Bishop. Che continua: «La maggior parte delle domande riguarda i requisiti di segretezza/privacy, rischi reputazionali e coinvolgimento finanziario». «Sto viaggiando in Medio Oriente fino al primo», risponde Epstein. «Facciamolo dopo. Non ho problemi a investire, il problema è solo se vengo visto come leader». «Allegato il doc che hai richiesto: è lo “use of funds” spreadsheet per il designer baby e human cloning company», prosegue Bishop il 5 agosto. «Questo ci porta fuori dalla fase self-funded “garage biology” fino alla prima nascita viva di un human designer baby (bambino geneticamente modificato, ndr), e possibilmente human clone (bambino clonato, ndr), entro i prossimi cinque anni. Una volta raggiunta la prima nascita, tutto cambia e il mondo non sarà più lo stesso». In un’altra mail del 30 agosto del 2018, Bishop annota: «Sto procedendo con nuovi testi sui topi nel mio lab in Ucraina (chirurgia, microiniezioni)». Nello stesso messaggio parla anche di «modificazione genetica dello sperma umano».
Questa serie di messaggi, che colloca in Ucraina un centro di eugenetica di cui si interessa Epstein, non può che essere legata a un altro filone di rivelazioni, già raccontate dalla Verità, sul progetto suprematista del pedofilo. In quello che appare come il diario personale di una vittima catalogato nei file desecretati - composto da pagine manoscritte, appunti e collage - emergono le ossessioni di Epstein per un «pool genetico superiore» e la sua volontà di creare una «prole perfetta», costringendo minorenni a partorire suoi figli. L’autrice - inequivocabilmente un’adolescente («non posso andare a scuola in questo stato», registra) - descrive sé stessa come mera «incubatrice umana» e racconta la nascita di una bambina fatta sparire dopo 10-15 minuti da Epstein e dalla sua compagna Ghislaine Maxwell. D’altra parte, persone vicine al magnate avevano raccontato al New York Times, già nel 2019, del suo intento di generare una progenie col suo Dna sfruttando lo Zorro Ranch nel New Mexico per ingravidare fino a 20 donne per volta.
Una email dell’8 febbraio 2019, esattamente sei anni fa e poche settimane prima della vittoria di Volodymyr Zelensky alle elezioni, segnala inoltre la presenza di Epstein a Kiev, con soggiorno presso l’Hyatt Regency.
In quegli stessi anni si susseguivano denunce circa rapimenti e abusi sui minori in Ucraina. Su tutti il report di Disability Rights International del 2015, «Senza via di casa: lo sfruttamento e gli abusi sui bambini negli orfanotrofi dell’Ucraina», documento ricco di testimonianze angoscianti.
Non tutto è nero su bianco, ma gli elementi messi in fila sono diversi. Tanto che una domanda si impone: tutti questi riferimenti all’Ucraina, terra con un enorme problema di abusi su bambini, da parte del più grande e noto pedofilo del nostro secolo, possono essere delle mere coincidenze?
Qualcuno, quando si invocava la difesa dei valori dell’Occidente in Ucraina, storceva il naso per via del noto turismo legato alla maternità surrogata. Il quadro, però, potrebbe essere addirittura peggiore.
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Una lezione per chi vagheggia mitologiche emissioni di debito comune dell’Unione europea, prive prima di tutto di qualsiasi fondamento giuridico, prima ancora che economico-finanziario, essendo l’Ue sprovvista di una propria autonoma e significativa capacità impositiva.
Un successo che offre l’occasione per mettere in prospettiva gli eventi degli ultimi 6-12 mesi e per comprendere pienamente le molte dimensioni della solidità dei nostri titoli pubblici e le cause che ne sono alla base.
Cominciamo dallo spread tra il nostro decennale e quello tedesco, che oscilla da circa un mese tra 60 e 65 punti. Un livello mai così basso dagli inizi del 1999, agli albori dell’euro. Di rilievo anche la scarsissima volatilità del rendimento: nelle ultime settimane, quello del titolo italiano si è mosso in un canale molto ristretto, tra 3,45% e 3,50%, con oscillazioni giornaliere di pochi punti base. Mentre tutto intorno imperversava una discreta bufera, con i titoli nipponici (secondo debito pubblico al mondo in valore assoluto) che salivano di 20-30 punti base in pochi giorni, il decennale Usa che passava da un minimo del 4,14% a un massimo del 4,18% e lo stesso Bund tedesco in salita di 10 punti, poi in parte recuperati.
Mettiamo quindi un primo punto fermo: la riduzione dello spread è prevalentemente imputabile al relativo rialzo del rendimento del titolo tedesco, dato segnaletico del sospetto con cui gli investitori vedono i recenti programmi di spesa, più annunciati che eseguiti, del governo di Berlino.
La relativa stabilità del Btp trova precedenti simili solo nel periodo 2016-2017, successivamente all’avvio del massiccio programma di acquisto di titoli pubblici da parte della Bce, all’epoca guidata da Mario Draghi. E qui veniamo alla prima sorprendente differenza rispetto a quell’epoca. Da novembre 2025, l’Italia è stata il Paese che ha eseguito i più elevati rimborsi di titoli pubblici alla Bce, ben più che proporzionalmente alla base di ripartizione degli acquisti.
Su 62 miliardi di rimborsi complessivi dei due programmi Pepp e Pspp, il nostro Paese ha pesato per 21 miliardi (34%), la Francia per 19 miliardi (31%) e la Germania per soli 6 miliardi (9%).
Da notare che lo stock di debito pubblico tuttora nelle mani di Francoforte è pari a 3.486 miliardi, di cui 555 di titoli italiani (16%), 663 francesi (19%) e 809 tedeschi (23%). Emerge quindi chiaramente la maggiore velocità - probabilmente dettata dal diverso calendario delle scadenze - con cui l’Italia sta rimborsando il debito, rispetto alla Francia e alla Germania, i cui rimborsi negli ultimi mesi sono stati insolitamente bassi.
Oscillazioni mensili molto pronunciate - anche la Francia ne ha beneficiato nei mesi estivi del 2025, i più acuti della crisi politica - su cui a Francoforte non sono prodighi di spiegazioni.
Ciononostante, il Btp è rimasto immobile come una sfinge. Ci saremmo aspettati, per fronteggiare i rimborsi verso la Bce, un maggiore livello di emissioni lorde del Tesoro. Invece anche su questo fronte, i dati sono sorprendenti: nel secondo semestre 2025, le emissioni lorde e nette dell’Italia sono state chiaramente inferiori a quelle tedesche e francesi (rispettivamente, le emissioni lorde 244, 259 e 502 miliardi e le emissioni nette 30, 65 e 36 miliardi). È un fatto che la Repubblica italiana, soprattutto a causa del minor fabbisogno pubblico nel secondo semestre - che è la determinante principale per ricorrere al mercato - abbia offerto agli investitori importi nettamente inferiori rispetto anche al recente passato. E la domanda ha apprezzato, non richiedendo ulteriori premi al rischio. Ma questa dinamica tra domanda e offerta giustifica solo in minima parte l’attuale livello e la relativa stabilità dei rendimenti. Infatti, anche nel 2018-2019 - con deficit pubblico ai minimi del decennio - il Btp veniva venduto fino a portare lo spread oltre i 300 punti.
Servono altri due tasselli per comporre e completare il puzzle. Il primo è la fiducia e il secondo è la relativa stabilità politica rispetto ai nostri due principali punti di riferimento: Francia e Germania.
Non può sfuggire il fatto banale che, quando si vende uno strumento finanziario, il denaro non finisce in fumo ma in un altro strumento finanziario. Ora, più che mai, il Bund tedesco non è più il tradizionale bene rifugio per gli investitori e men che meno i titoli francesi. Sono infatti sotto gli occhi di tutti le enormi difficoltà di Parigi e Berlino nel gestire le finanze pubbliche e, soprattutto, nell’avere a monte una stabilità politica che riesca ad esprimere degli indirizzi di politica economica ben focalizzati ed efficaci.
In entrambe le capitali si naviga a vista e spesso si prendono scogli. Esattamente il contrario di quanto sta accadendo a Roma ormai da tre anni e mezzo. Oggi nessun investitore sano di mente si metterebbe a vendere allo scoperto Btp - attività che è stata lucrosa in certi mesi del 2011 e del 2018 - quando i propri radar sono puntati su Germania e Francia.
C’è un ultimo dato a sostegno di queste spiegazioni: a fine ottobre il debito pubblico italiano era pari a 3.132 miliardi, in aumento di 69 miliardi rispetto a fine aprile. Ben 60 di quei miliardi sono arrivati da investitori esteri, 19 da banche e altre istituzioni finanziarie italiane, 18 da famiglie e imprese italiane e ne sono avanzati pure 28 da restituire alla Bce.
Il rischio Italia non è più in primo piano e i sorrisini di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy sono solo un triste ricordo.
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(Ansa)
Da una parte spiegava che imporre la transizione senza prima aver risolto i problemi strutturali (colonnine di ricarica, materie prime, costi di produzione) sarebbe stata un’arma a doppio taglio. Dall’altra che serviva andare a fondo e analizzare l’origine dell’elettricità e l’impatto ambientale della produzione delle batterie perché si sarebbe scoperto che se l’obiettivo era salvare il Pianeta non era quello il modo.
Parole che grondavano buonsenso, ma che evidentemente prima i decisori europei che hanno elaborato le follie tassative del Green deal e poi i manager di quella che nel 2021 è diventata Stellantis (il nuovo ad Filosa, peraltro un Marchionne boys, ha chiaramente accusato la gestione Tavares) non hanno neanche preso in considerazione. E oggi si vedono le conseguenze. Dopo una due giorni che potrebbe segnare una svolta nel futuro dell’automotive in Europa. Venerdì l’annuncio che l’abbaglio green ha un costo preciso e che sul bilancio 2025 di Stellantis peserà per circa 22,2 miliardi di euro. L’ammissione, in buona sostanza, di aver sbagliato tutto. Di aver «cannato» qualsiasi previsione rispetto all’impatto e alle vendite delle auto a spina. E della necessità di fare retromarcia. Morale della favola: niente dividendo (una bella mazzata anche per John Elkann ed Exor che negli ultimi anni grazie alle cedole di Stellantis aveva portato a casa circa 2 miliardi) e tracollo in Borsa. Meno 25% in una seduta.
Ma è solo l’inizio. Perché ieri è arrivata un’altra mazzata. Prevista, certo, ma non per questo meno dolorosa. Acc, la joint venture tra Stellantis, Mercedes e Total, ha annunciato che nell’ambito della riorganizzazione industriale, non si prevede che saranno soddisfatti i prerequisiti per riavviare i progetti in Germania e in Italia, che sono in stand-by ormai da maggio 2024. Morale della favola niente gigafactory (e del resto se le elettriche non si vendono a cosa servono le batterie) e circa 1.800-2.000 lavoratori a rischio. Stellantis rassicura: garantiamo un futuro a Termoli. I sindacati pressano: chiediamo azioni concrete. Insomma è iniziato il solito balletto che di solito non ha mai un happy end.
E del resto che l’annuncio di Acc sia arrivato a pochi minuti di distanza dalla svalutazione monstre non è un caso. Vuol dire che siamo solo all’inizio di una rivoluzione che non riguarda solo Stellantis, ma che sul gruppo italo-francese impatterà di più.
E adesso cosa succede? Qualche accenno alle future strategie lo troviamo nel comunicato di venerdì che cercava di ammorbidire il colpo delle svalutazioni. «Nel corso degli ultimi cinque anni», si leggeva, «Stellantis è diventata un leader nei veicoli elettrici e continuerà a essere all’avanguardia nel loro sviluppo. Questo percorso proseguirà a un ritmo dettato dalla domanda e non per imposizione. Stellantis si impegna a essere un punto di riferimento per la libertà di scelta, includendo quei clienti che, per stile di vita e necessità di lavoro, possono trovare nella crescente gamma di veicoli ibridi e con motori termici avanzati dell’azienda, la soluzione giusta per loro».
In quel «ritmo dettato dalla domanda e non per imposizione» c’è tanto della critica al Green deal e del cambio di passo che si intendere «mettere a terra». Ma ora alle parole dovranno seguire i fatti. E dalle indiscrezioni che circolano da giorni, sembra che il tanto ambientalmente bistrattato motore diesel sia destinato ad avere un ruolo non marginale nel futuro del gruppo. C’è chi indica nella fonderia di Carmagnola a una trentina di chilometri da Torino (notizia rilanciata da Terzo Garage) il sito per lo sviluppo del nuovo motore diesel 1.6 che potrebbe essere destinato all’Alfa Romeo Tonale. Ma non basta, perché nella stessa fabbrica si starebbero elaborando nuovi propulsori a benzina destinati alla futura Fiat 500 Abarth. Conferme ufficiali non ce ne sono, ma anche negli incontri degli scorsi giorni con i sindacati qualcosa di concreto è emerso sulla volontà di produrre una nuova generazione di motori a gasolio conformi alla normativa Euro 7.
«Non sono a conoscenza dei dettagli», spiega alla Verità il coordinatore nazionale automotive della Cisl Stefano Boschini, «ma sono settimane che se ne parla e anche nel recente vertice al Mimit (quello del 30 gennaio alla presenza del responsabile Europa Emanuele Cappellano, ndr) l’azienda ci ha confermato che è al lavoro per la produzione di un nuovo motore diesel 1.600».
Anche perché, val la pena ricordarlo, a differenza per esempio di Volkswagen, le vetture ibride del gruppo italo-francese prevedono solo la versione a benzina e hanno praticamente abbandonato il gasolio. Un’altra evidenza di quanto la trappola del Green deal abbia condizionato le strategie del gruppo fino a gettarla fuori dal mercato. Ora la retromarcia, sperando che non sia troppo tardi
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