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2025-03-04
Trump: «Non sopporto più Zelensky»
Donald Trump e Volodymyr Zelensky durante l'incontro alla Casa Bianca (Getty Images)
È di nuovo scontro, ma stavolta a distanza, tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky. Domenica, parlando da Londra, il presidente ucraino ha definito un eventuale accordo di pace con Mosca «ancora molto, molto lontano». Parole, che hanno irritato l’inquilino della Casa Bianca. «Questa è la peggiore affermazione che Zelensky potesse fare e l’America non sopporterà ciò ancora per molto», ha tuonato ieri Trump su Truth. «Questa persona non vuole che ci sia la pace finché ha il sostegno dell’America e l’Europa, nell’incontro che ha avuto con Zelensky, ha dichiarato senza mezzi termini che non può fare il lavoro senza gli Usa. Probabilmente non è stata una grande affermazione da fare in termini di dimostrazione di forza contro la Russia», ha proseguito il presidente americano.
Poco dopo, su X, il leader ucraino, in un tentativo di gettare acqua sul fuoco, ha auspicato la fine della guerra «il prima possibile». «Dobbiamo fermare la guerra e garantire la sicurezza», ha specificato, per poi aggiungere: «Stiamo lavorando con l’America e i nostri partner europei e speriamo molto nel sostegno degli Usa nel cammino verso la pace». Zelensky ha, insomma, citato prima gli Usa degli europei. E, soprattutto, è sembrato aprire a una cessazione dei combattimenti da attuare prima delle garanzie di sicurezza. Il tweet è quindi probabilmente interpretabile come un ramoscello d’ulivo rivolto alla Casa Bianca.
Come che sia, il nuovo scontro fa seguito alla lite tra Trump e Zelensky, avvenuta venerdì nello studio ovale. E questo ulteriore battibecco è avvenuto poco prima di un incontro che, secondo Axios, l’inquilino della Casa Bianca aveva in programma, nella serata italiana di ieri, con il suo team di sicurezza nazionale, per valutare la possibilità di sospendere gli aiuti militari a Kiev. Nel momento in cui La Verità andava in stampa, non si avevano ancora notizie sull’esito del meeting. Ricordiamo comunque che, già nel 2023, l’attuale inviato americano per l’Ucraina, Keith Kellogg, aveva ipotizzato di subordinare l’assistenza bellica all’Ucraina alla disponibilità di Zelensky a sedersi al tavolo delle trattative con Vladimir Putin.
A rendere ancora più fredde le relazioni tra Washington e Kiev sta il fatto che alcuni alti esponenti repubblicani hanno apertamente messo sul tavolo le dimissioni del presidente ucraino. «O deve tornare in sé e tornare al tavolo con gratitudine, oppure qualcun altro deve guidare il Paese per farlo», ha detto lo Speaker della Camera, Mike Johnson, riferendosi a Zelensky. Apertamente critico del presidente ucraino è diventato anche il senatore repubblicano, Lindsey Graham: uno che, fino alla lite nello studio ovale, era sempre stato tra i principali alleati di Zelensky. «O deve dimettersi e mandare qualcuno con cui possiamo avere a che fare, oppure deve cambiare», ha affermato Graham, parlando del presidente ucraino, che si è notevolmente risentito per queste affermazioni.
Nel mezzo di questo gelo, ieri - prima del nuovo botta e risposta tra Trump e Zelensky - il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Mike Waltz, ha comunque aperto cautamente uno spiraglio. Ha, infatti, mostrato disponibilità a trattare con gli ucraini, ma a una condizione. «Quello che dobbiamo sentire dal presidente Zelensky è che si penta di quanto accaduto, che sia pronto a firmare questo accordo sui minerali e che sia pronto a impegnarsi in colloqui di pace», ha detto, per poi aggiungere: «La pazienza del popolo americano non è illimitata, i suoi portafogli non sono illimitati e le nostre scorte e munizioni non sono illimitate». Insomma, nell’amministrazione americana e nel mondo repubblicano si sta registrando una dialettica tra chi auspica che Zelensky si faccia direttamente da parte e chi chiede che vada a Canossa, per ricucire lo strappo. In questo quadro, ieri il segretario al Commercio Usa, Howard Lutnick, ha tuttavia escluso che Trump voglia le dimissioni del leader ucraino.
Nel frattempo, il presidente americano ha respinto le critiche di chi lo accusa di voler favorire Mosca. «L’unico presidente che non ha ceduto alcun territorio dell’Ucraina alla Russia di Putin è Trump», ha dichiarato. Effettivamente è un dato di fatto che lo zar abbia aggredito l’Ucraina nel 2014, ai tempi dell’amministrazione Obama, e nel 2022, quando Joe Biden era alla Casa Bianca. Un altro dato di fatto è che Trump, nel 2019, diede i missili Javelin a Kiev, imponendo delle sanzioni al Nord Stream 2: sanzioni che fu Biden a revocare nel 2021. Trump ha anche criticato gli europei per la loro storica dipendenza dal gas russo. «L’Europa ha speso più soldi per acquistare petrolio e gas russi di quanti ne abbia spesi per difendere l’Ucraina», ha tuonato. Infine, è vero che, venerdì, il capo della Casa Bianca ha chiesto a Zelensky di accettare dei compromessi. Tuttavia, il mercoledì precedente, aveva anche detto che lo stesso Putin avrebbe dovuto fare delle concessioni in sede di trattative.
Il punto è che la lite di venerdì e il nuovo scontro di ieri hanno fatto venire alla luce un problema di antica data: la divergenza tra gli obiettivi politico-militari di Washington e quelli di Kiev. Era marzo 2023, quando Politico riportò di dissidi, dietro le quinte, tra Zelensky e l’amministrazione Biden su varie questioni militari e strategiche. La testata riferì anche di funzionari americani irritati per il fatto che, nella consegna degli armamenti a Kiev da parte di Washington, il presidente ucraino «non aveva mostrato la dovuta gratitudine». Ora il dissidio è venuto alla luce del sole. Zelensky rifiuta compromessi e invoca l’integrità territoriale ucraina. Trump, dal canto suo, vuole ritagliarsi il ruolo di mediatore e spinge i due belligeranti ad accettare delle concessioni per farli sedere entrambi al tavolo senza precondizioni. È stata d’altronde la divergenza negli obiettivi, ragionano oggi alla Casa Bianca, a determinare l’attuale situazione di stallo in Ucraina.
In tutto questo, non va trascurato che Trump sta inserendo la gestione della crisi ucraina nell’ottica di un obiettivo ben preciso: quello di separare il più possibile Mosca da Pechino. Oltre ai nuovi dazi americani al Dragone, l’attuale Casa Bianca ha finora marginalizzato il ruolo politico cinese nella questione ucraina, mentre giovedì Pechino ha definito «inutile» ogni eventuale sforzo americano di dividerla da Mosca. Segno che la Repubblica popolare ha perfettamente capito qual è il principale obiettivo dell’inquilino della Casa Bianca.
Starmer già smentisce l’Eliseo: «Nessun accordo sulla tregua»
La tregua in Ucraina proposta da Londra e Parigi, che doveva durare un mese, è durata una notte: lo stato confusionale in cui versa l’Europa (nella quale torniamo a comprendere politicamente anche la Gran Bretagna) fa registrare una ennesima rappresentazione plastica tra la tarda serata di domenica scorsa e ieri mattina. Di ritorno dal vertice di Londra, Emmanuel Macron annuncia che Francia e Gran Bretagna hanno elaborato un piano che prevede una tregua di un mese in Ucraina. Una tregua parziale, che riguarda solo «i cieli e i mari», spiega Macron a Le Figaro, e comprende «lo stop ai raid russi contro le infrastrutture energetiche». Una tregua di questo genere «sappiamo come misurarla», sottolinea Macron, mentre sarebbe impossibile verificarne l’attuazione sulle operazioni di terra, considerata l’immensa linea del fronte, «l’equivalente della linea Parigi-Budapest».
La proposta è un po’ (eufemismo) cervellotica, ma almeno sembra concreta: il problema è che dal piano Francia-Gran Bretagna, la Gran Bretagna si sfila immediatamente. Alle 10 del mattino, il ministro delle forze armate britannico, Luke Pollard smentisce Macron: «Non è stato raggiunto alcun accordo», dichiara a Times Radio, «su come dovrebbe apparire la tregua. Ci sono diverse opzioni sul tavolo, che saranno oggetto di discussioni più approfondite con i partner americani ed europei, ma una tregua di un mese non è stata oggetto di un accordo». Pollard spiega che il timore di Volodymyr Zelensky è che una tregua limitata, «possa permettere alle forze russe di riorganizzarsi, riarmarsi, raggrupparsi e poi attaccare nuovamente. E questo chiaramente non sarebbe nell’interesse di nessuno». Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barro qualche minuto dopo spiega che la tregua mensile servirebbe a testare «la buona fede di Putin», ma ormai la frittata è fatta. Un portavoce di Keir Starmer nel pomeriggio derubrica la proposta a «una delle opzioni sul tavolo».
Con questa mirabile chiarezza di idee e unità di intenti l’Unione si avvicina al Consiglio europeo straordinario sulla difesa di giovedì prossimo. L’unica cosa certa è che l’Europa si accinge a far crescere a dismisura le spese per gli armamenti. Lo dice chiaro e tondo Ursula von der Leyen: «Sto preparando intensamente il Consiglio europeo insieme al presidente Costa e domani (oggi, ndr) informerò gli Stati membri con una lettera sul piano per il riarmo dell’Europa. Senza alcun dubbio, abbiamo bisogno di un massiccio aumento della difesa. Vogliamo una pace duratura, ma una pace duratura può essere costruita solo sulla forza. E la forza», aggiunge la Von der Leyen, «inizia con il rafforzamento di noi stessi». Nelle bozze delle conclusioni del Consiglio europeo di giovedì prossimo circolate ieri le ulteriori forniture di armi all’Ucraina e quelle da acquistare per la difesa europea fanno la parte del leone, si parla di maggiore flessibilità nell’uso dei fondi strutturali e nell’ambito del Patto di stabilità e crescita, insomma non si bada a spese. Le industrie delle armi in Europa, inevitabilmente, fanno segnare record stellari in borsa, grazie a quella che viene definita «euforia da riarmo». Una certa euforia bellicista trapela anche dalle parole pronunciate ieri da Starmer che, a quanto riferisce l’Adnkronos, in un accorato discorso alla Camera dei comuni sostiene che «la Gran Bretagna avrà un ruolo leader per la pace in Ucraina. Se necessario, e insieme ad altri, con scarponi sul terreno e aerei nei cieli. È giusto che l’Europa si faccia carico del peso maggiore per sostenere la pace nel nostro continente. Ma per avere successo», aggiunge Starmer, «questo sforzo deve avere un deciso sostegno degli Usa. Accolgo con favore il continuo impegno del presidente Donald Trump per questa pace. La Russia è una minaccia per i nostri mari e cieli. Per la sicurezza del nostro continente, per la sicurezza del nostro Paese e per la sicurezza dei britannici, ora dobbiamo vincere la pace. Il Regno Unito continuerà a mantenere il flusso di aiuti militari all’Ucraina».
Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius in serata ha discusso in videoconferenza con i colleghi di Francia, Italia, Gran Bretagna e Polonia in una videoconferenza nel formato G5. Tutti hanno concordato sul fatto che si potrà contare sul continuo e ampio sostegno del Gruppo dei Cinque all’Ucraina. «Noi europei siamo più forti di quanto crediamo. E ci comportiamo come se fossimo deboli», chiosa il premier francese, François Bayrou. Una cosa almeno è chiara anche a lui: i leader europei avrebbero bisogno di un ottimo psicoterapeuta.
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Non si placa la tensione dopo lo scontro nello Studio ovale. Il presidente ucraino definisce «molto, molto lontana» la fine della guerra, e scatena quello Usa: «Non poteva dire cose peggiori, l’America non è disposta a tollerarle a lungo. Come ho detto, non vuole accordi».Per permettere il riarmo, la Ue sta pensando di introdurre eccezioni al Patto di stabilità.Lo speciale contiene due articoli.È di nuovo scontro, ma stavolta a distanza, tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky. Domenica, parlando da Londra, il presidente ucraino ha definito un eventuale accordo di pace con Mosca «ancora molto, molto lontano». Parole, che hanno irritato l’inquilino della Casa Bianca. «Questa è la peggiore affermazione che Zelensky potesse fare e l’America non sopporterà ciò ancora per molto», ha tuonato ieri Trump su Truth. «Questa persona non vuole che ci sia la pace finché ha il sostegno dell’America e l’Europa, nell’incontro che ha avuto con Zelensky, ha dichiarato senza mezzi termini che non può fare il lavoro senza gli Usa. Probabilmente non è stata una grande affermazione da fare in termini di dimostrazione di forza contro la Russia», ha proseguito il presidente americano.Poco dopo, su X, il leader ucraino, in un tentativo di gettare acqua sul fuoco, ha auspicato la fine della guerra «il prima possibile». «Dobbiamo fermare la guerra e garantire la sicurezza», ha specificato, per poi aggiungere: «Stiamo lavorando con l’America e i nostri partner europei e speriamo molto nel sostegno degli Usa nel cammino verso la pace». Zelensky ha, insomma, citato prima gli Usa degli europei. E, soprattutto, è sembrato aprire a una cessazione dei combattimenti da attuare prima delle garanzie di sicurezza. Il tweet è quindi probabilmente interpretabile come un ramoscello d’ulivo rivolto alla Casa Bianca.Come che sia, il nuovo scontro fa seguito alla lite tra Trump e Zelensky, avvenuta venerdì nello studio ovale. E questo ulteriore battibecco è avvenuto poco prima di un incontro che, secondo Axios, l’inquilino della Casa Bianca aveva in programma, nella serata italiana di ieri, con il suo team di sicurezza nazionale, per valutare la possibilità di sospendere gli aiuti militari a Kiev. Nel momento in cui La Verità andava in stampa, non si avevano ancora notizie sull’esito del meeting. Ricordiamo comunque che, già nel 2023, l’attuale inviato americano per l’Ucraina, Keith Kellogg, aveva ipotizzato di subordinare l’assistenza bellica all’Ucraina alla disponibilità di Zelensky a sedersi al tavolo delle trattative con Vladimir Putin.A rendere ancora più fredde le relazioni tra Washington e Kiev sta il fatto che alcuni alti esponenti repubblicani hanno apertamente messo sul tavolo le dimissioni del presidente ucraino. «O deve tornare in sé e tornare al tavolo con gratitudine, oppure qualcun altro deve guidare il Paese per farlo», ha detto lo Speaker della Camera, Mike Johnson, riferendosi a Zelensky. Apertamente critico del presidente ucraino è diventato anche il senatore repubblicano, Lindsey Graham: uno che, fino alla lite nello studio ovale, era sempre stato tra i principali alleati di Zelensky. «O deve dimettersi e mandare qualcuno con cui possiamo avere a che fare, oppure deve cambiare», ha affermato Graham, parlando del presidente ucraino, che si è notevolmente risentito per queste affermazioni.Nel mezzo di questo gelo, ieri - prima del nuovo botta e risposta tra Trump e Zelensky - il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Mike Waltz, ha comunque aperto cautamente uno spiraglio. Ha, infatti, mostrato disponibilità a trattare con gli ucraini, ma a una condizione. «Quello che dobbiamo sentire dal presidente Zelensky è che si penta di quanto accaduto, che sia pronto a firmare questo accordo sui minerali e che sia pronto a impegnarsi in colloqui di pace», ha detto, per poi aggiungere: «La pazienza del popolo americano non è illimitata, i suoi portafogli non sono illimitati e le nostre scorte e munizioni non sono illimitate». Insomma, nell’amministrazione americana e nel mondo repubblicano si sta registrando una dialettica tra chi auspica che Zelensky si faccia direttamente da parte e chi chiede che vada a Canossa, per ricucire lo strappo. In questo quadro, ieri il segretario al Commercio Usa, Howard Lutnick, ha tuttavia escluso che Trump voglia le dimissioni del leader ucraino.Nel frattempo, il presidente americano ha respinto le critiche di chi lo accusa di voler favorire Mosca. «L’unico presidente che non ha ceduto alcun territorio dell’Ucraina alla Russia di Putin è Trump», ha dichiarato. Effettivamente è un dato di fatto che lo zar abbia aggredito l’Ucraina nel 2014, ai tempi dell’amministrazione Obama, e nel 2022, quando Joe Biden era alla Casa Bianca. Un altro dato di fatto è che Trump, nel 2019, diede i missili Javelin a Kiev, imponendo delle sanzioni al Nord Stream 2: sanzioni che fu Biden a revocare nel 2021. Trump ha anche criticato gli europei per la loro storica dipendenza dal gas russo. «L’Europa ha speso più soldi per acquistare petrolio e gas russi di quanti ne abbia spesi per difendere l’Ucraina», ha tuonato. Infine, è vero che, venerdì, il capo della Casa Bianca ha chiesto a Zelensky di accettare dei compromessi. Tuttavia, il mercoledì precedente, aveva anche detto che lo stesso Putin avrebbe dovuto fare delle concessioni in sede di trattative.Il punto è che la lite di venerdì e il nuovo scontro di ieri hanno fatto venire alla luce un problema di antica data: la divergenza tra gli obiettivi politico-militari di Washington e quelli di Kiev. Era marzo 2023, quando Politico riportò di dissidi, dietro le quinte, tra Zelensky e l’amministrazione Biden su varie questioni militari e strategiche. La testata riferì anche di funzionari americani irritati per il fatto che, nella consegna degli armamenti a Kiev da parte di Washington, il presidente ucraino «non aveva mostrato la dovuta gratitudine». Ora il dissidio è venuto alla luce del sole. Zelensky rifiuta compromessi e invoca l’integrità territoriale ucraina. Trump, dal canto suo, vuole ritagliarsi il ruolo di mediatore e spinge i due belligeranti ad accettare delle concessioni per farli sedere entrambi al tavolo senza precondizioni. È stata d’altronde la divergenza negli obiettivi, ragionano oggi alla Casa Bianca, a determinare l’attuale situazione di stallo in Ucraina.In tutto questo, non va trascurato che Trump sta inserendo la gestione della crisi ucraina nell’ottica di un obiettivo ben preciso: quello di separare il più possibile Mosca da Pechino. Oltre ai nuovi dazi americani al Dragone, l’attuale Casa Bianca ha finora marginalizzato il ruolo politico cinese nella questione ucraina, mentre giovedì Pechino ha definito «inutile» ogni eventuale sforzo americano di dividerla da Mosca. Segno che la Repubblica popolare ha perfettamente capito qual è il principale obiettivo dell’inquilino della Casa Bianca.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-zelensky-2671254979.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="starmer-gia-smentisce-leliseo-nessun-accordo-sulla-tregua" data-post-id="2671254979" data-published-at="1741036178" data-use-pagination="False"> Starmer già smentisce l’Eliseo: «Nessun accordo sulla tregua» La tregua in Ucraina proposta da Londra e Parigi, che doveva durare un mese, è durata una notte: lo stato confusionale in cui versa l’Europa (nella quale torniamo a comprendere politicamente anche la Gran Bretagna) fa registrare una ennesima rappresentazione plastica tra la tarda serata di domenica scorsa e ieri mattina. Di ritorno dal vertice di Londra, Emmanuel Macron annuncia che Francia e Gran Bretagna hanno elaborato un piano che prevede una tregua di un mese in Ucraina. Una tregua parziale, che riguarda solo «i cieli e i mari», spiega Macron a Le Figaro, e comprende «lo stop ai raid russi contro le infrastrutture energetiche». Una tregua di questo genere «sappiamo come misurarla», sottolinea Macron, mentre sarebbe impossibile verificarne l’attuazione sulle operazioni di terra, considerata l’immensa linea del fronte, «l’equivalente della linea Parigi-Budapest». La proposta è un po’ (eufemismo) cervellotica, ma almeno sembra concreta: il problema è che dal piano Francia-Gran Bretagna, la Gran Bretagna si sfila immediatamente. Alle 10 del mattino, il ministro delle forze armate britannico, Luke Pollard smentisce Macron: «Non è stato raggiunto alcun accordo», dichiara a Times Radio, «su come dovrebbe apparire la tregua. Ci sono diverse opzioni sul tavolo, che saranno oggetto di discussioni più approfondite con i partner americani ed europei, ma una tregua di un mese non è stata oggetto di un accordo». Pollard spiega che il timore di Volodymyr Zelensky è che una tregua limitata, «possa permettere alle forze russe di riorganizzarsi, riarmarsi, raggrupparsi e poi attaccare nuovamente. E questo chiaramente non sarebbe nell’interesse di nessuno». Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barro qualche minuto dopo spiega che la tregua mensile servirebbe a testare «la buona fede di Putin», ma ormai la frittata è fatta. Un portavoce di Keir Starmer nel pomeriggio derubrica la proposta a «una delle opzioni sul tavolo». Con questa mirabile chiarezza di idee e unità di intenti l’Unione si avvicina al Consiglio europeo straordinario sulla difesa di giovedì prossimo. L’unica cosa certa è che l’Europa si accinge a far crescere a dismisura le spese per gli armamenti. Lo dice chiaro e tondo Ursula von der Leyen: «Sto preparando intensamente il Consiglio europeo insieme al presidente Costa e domani (oggi, ndr) informerò gli Stati membri con una lettera sul piano per il riarmo dell’Europa. Senza alcun dubbio, abbiamo bisogno di un massiccio aumento della difesa. Vogliamo una pace duratura, ma una pace duratura può essere costruita solo sulla forza. E la forza», aggiunge la Von der Leyen, «inizia con il rafforzamento di noi stessi». Nelle bozze delle conclusioni del Consiglio europeo di giovedì prossimo circolate ieri le ulteriori forniture di armi all’Ucraina e quelle da acquistare per la difesa europea fanno la parte del leone, si parla di maggiore flessibilità nell’uso dei fondi strutturali e nell’ambito del Patto di stabilità e crescita, insomma non si bada a spese. Le industrie delle armi in Europa, inevitabilmente, fanno segnare record stellari in borsa, grazie a quella che viene definita «euforia da riarmo». Una certa euforia bellicista trapela anche dalle parole pronunciate ieri da Starmer che, a quanto riferisce l’Adnkronos, in un accorato discorso alla Camera dei comuni sostiene che «la Gran Bretagna avrà un ruolo leader per la pace in Ucraina. Se necessario, e insieme ad altri, con scarponi sul terreno e aerei nei cieli. È giusto che l’Europa si faccia carico del peso maggiore per sostenere la pace nel nostro continente. Ma per avere successo», aggiunge Starmer, «questo sforzo deve avere un deciso sostegno degli Usa. Accolgo con favore il continuo impegno del presidente Donald Trump per questa pace. La Russia è una minaccia per i nostri mari e cieli. Per la sicurezza del nostro continente, per la sicurezza del nostro Paese e per la sicurezza dei britannici, ora dobbiamo vincere la pace. Il Regno Unito continuerà a mantenere il flusso di aiuti militari all’Ucraina». Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius in serata ha discusso in videoconferenza con i colleghi di Francia, Italia, Gran Bretagna e Polonia in una videoconferenza nel formato G5. Tutti hanno concordato sul fatto che si potrà contare sul continuo e ampio sostegno del Gruppo dei Cinque all’Ucraina. «Noi europei siamo più forti di quanto crediamo. E ci comportiamo come se fossimo deboli», chiosa il premier francese, François Bayrou. Una cosa almeno è chiara anche a lui: i leader europei avrebbero bisogno di un ottimo psicoterapeuta.
Enrico Mattei con lo Scià Rehza Pahlavi nel 1960 (Getty Images)
L’italia dei primi anni Cinquanta aveva una grande sete di energia. Lasciate alle spalle le macerie della guerra, aveva fruito degli aiuti economici del Piano Marshall avviandosi verso una fase di forte sviluppo industriale. Zona cruciale per la posizione nel Mediterraneo, la Penisola era entrata nel 1949 a far parte dei Paesi del Patto Atlantico. Tuttavia, rimaneva forte la dipendenza dai grandi produttori esteri nel settore del petrolio, che rappresentava un freno e un possibile ostacolo all’alba del «boom» economico per gli alti prezzi applicati all’oro nero da parte dei fornitori. L’Italia, Paese sconfitto in guerra ed ex possessore di colonie, fu fortemente limitato nello scacchiere internazionale delle concessioni petrolifere e sempre sottoposto al potere dei consorzi anglo-americani. Almeno fino alla nascita, nel 1953, dell’Ente Nazionale Idrocarburi guidata dall’ex liquidatore dell’Agip nato durante il ventennio, Enrico Mattei. Ingegnere chimico, deputato della Democrazia ed ex comandante dei partigiani «bianchi», Mattei mostrò subito una forte tendenza a rompere il giogo dei grandi produttori esteri, cercando spazio per l’Italia con l’obiettivo di una più larga autonomia energetica.
La visione di Mattei non includeva soltanto un piano industriale, ma era anche e soprattutto geopolitica. Il padre dell’ente idrocarburi italiano sfruttò appieno i rivolgimenti in atto nei Paesi nordafricani del Mediterraneo (tra cui naturalmente l’ex colonia libica) e del Medio Oriente per creare una breccia nel monopolio delle sette sorelle. Nel caso specifico dell’Iran, l’occasione per Mattei venne proprio dal rapido mutamento della situazione internazionale e dallo sconvolgimento degli equilibri politici di Teheran. Dopo la fine della guerra, il governo del Paese era stato fortemente turbato da fatti di sangue, cospirazioni ed assassinii che avevano portato, dopo un attentato alla sua vita, all’allontanamento dello Scià Rehza Pahlavi dalla guida dell’Iran. Al suo posto si era insediato il nazionalista Mohammad Mossadeq, la cui politica mirava alla nazionalizzazione del petrolio e ad un’islamizzazione dello Stato per le spinte del suo braccio destro, l’ayatollah Kashani, che fu uno dei mentori di Khomeini. Nel 1950 iniziarono gli approcci italiani all’Iran, con la ratifica del Trattato di Amicizia finalizzato alla fornitura di tecnologia nel campo della meccanica, della chimica e per la realizzazione di opere pubbliche. Il nuovo governo iraniano, impegnato a rompere il monopolio anglo-americano, aveva bisogno di tecnologia per lo sfruttamento di aree non ancora esplorate. Qui si inserì l’azione di Enrico Mattei, che vide un’opportunità unica per la crescita internazionale dell’industria petrolifera italiana. Il 1953 fu un anno chiave sia per la nascita dell’Eni che per il colpo di Stato voluto dagli anglo-americani, che rovesciarono Mossadeq riportando Pahlavi alla guida del Paese. Coperto dall’appoggio occidentale, lo Scià non abbandonò completamente l’idea di un’industria nazionale del petrolio. In quel periodo, si intensificarono i contatti con l’ente italiano tramite la neonata Nioc (National Iranian Oil Company). Nel 1955 Mattei iniziava i rapporti con il governo di Teheran, per la fornitura del supporto tecnico nell’esplorazione delle zone individuate dalla Nioc. L’anno successivo la prima delegazione dell’Agip Mineraria era in Iran con il compito di esplorare un’area di 12.000 chilometri quadrati a Nord del Golfo Persico. Il 14 marzo del 1957 l’accordo tra Eni e Nioc fu siglato con l’approvazione finale del governo italiano: l’Italia entrava così in modo indipendente nel mercato petrolifero iraniano, saltando il monopolio del consorzio anglo-americano. Ma quello che destò maggiore scalpore a livello internazionale furono le clausole fino ad allora inedite del contratto: fino ad allora la regola prevedeva la divisione al 50% delle royalties tra le compagnie ed il Paese produttore. Mattei, con atto coraggioso e spregiudicato, assegnò il 75% agli iraniani in virtù del fatto che l’accordo era stato siglato con una compagnia di Stato. Questo significava un’opportunità unica per Teheran e fu letta dai grandi produttori anglo-americani come un atto di concorrenza sleale. All’indomani della firma dell’accordo la stampa anglosassone, in particolare quella americana, si scagliò contro l’iniziativa dell’Eni. L’accordo era stato siglato in un periodo di crisi geopolitica rappresentato dalla guerra di Suez, così che i governi di Londra e Washington vissero l’ingresso dell’Italia in Iran come una pugnalata alla schiena. Mattei tirò dritto, nonostante le ritorsioni dirette che le sette sorelle misero in atto in Libia facendo pressioni sul governo di Tripoli affinché riducesse le concessioni all’Eni. Ancora una volta la geopolitica venne in aiuto al patron del petrolio italiano, perché il governo dello Scià rappresentava un punto delicato e non poteva essere in quel momento punito. Erano gli anni della Guerra fredda e Mosca rappresentava una minaccia per le mire che storicamente nutriva sull’Iran.
Le esplorazioni dell’Agip Mineraria portarono allo sfruttamento dei giacimenti iraniani dopo il 1960. Non fu un’impresa semplice a causa della natura del terreno e delle incognite che il sottosuolo riservava. Particolare difficoltà rappresentò la spedizione sui Monti Zagros, rilievi inospitali al confine con l’Iraq, sia per le grandi difficoltà logistiche nel trasporto dei materiali in alta montagna che per il pericolo rappresentato dalla presenza di banditi. Nel 1960 fu scavato il primo dei giacimenti sul monte Sequtah, a cui seguiranno altre perforazioni dal 1965 in avanti. Per mettere a frutto i pozzi fu necessario un grande sforzo in termini di infrastrutture, tra cui una complessa rete di teleferiche per superare le profonde ed aspre gole che caratterizzavano la catena montuosa iraniana.
Il più importante giacimento scoperto dall’Eni in Iran fu quello offshore di Doroud, nelle acque del Golfo Persico. Qui i tecnici Eni assieme agli iraniani della Nioc realizzarono il più importante campo petrolifero italo-iraniano, con una produzione che a partire dalla metà degli anni ’60 permise la produzione di circa 100.000 barili al giorno, rappresentando il centro nevralgico dell’industria petrolifera italiana in Iran.
Dopo la tragica scomparsa di Mattei nel 1962, l’attività dell’Eni in Iran proseguì secondo i piani originari, fino alla soglia degli anni ’70, quando la nascita dell’Opec trasformò radicalmente la natura dei contratti tra le compagnie e i Paesi produttori. La seconda e più grave cesura avvenne con la rivoluzione che nel 1979 portò al regime degli ayatollah guidato da Khomeini, che nazionalizzò totalmente l’industria petrolifera. Fu in questo frangente che l’Eni perse la gestione del giacimento di Doroud. La successiva guerra contro l’Iraq portò distruzione nelle infrastrutture e una graduale ripresa degli investimenti dell’Eni si ebbe alla fine del regime di Khomeini l’anno successivo. Negli anni ’90, pur con contratti radicalmente diversi da quelli siglati da Enrico Mattei all’alba della presenza italiana, L’Eni ebbe una seconda fase di espansione durata fino all’inizio del terzo millennio, con importanti collaborazioni come quella che portò alla costruzione del grande gasdotto South Pars. Dal 2010 al 2015 l’embargo petrolifero all’Iran e le sanzioni a Teheran hanno paralizzato l’attività di Eni in Iran. Dopo una breve finestra di due anni dopo l’accordo sul nucleare del 2015 l’azienda italiana si è dedicata soprattutto al recupero dei crediti maturati in Iran negli anni precedenti. Dal 2018, anno della ripresa delle tensioni internazionali sull’Iran, i progetti di Eni si sono spostati su altre aree strategiche in Africa, Asia e Nord Europa.
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C’è la ricerca e lo sviluppo non solo di nuove armi sempre più performanti, ma anche di tecnologie e di strumenti utili per gli operatori. Affinare sempre di più ciò che si è imparato. Affinare gli strumenti che si ha a disposizione. Questo il mantra.
Tra questi, ci sono i droni, ovviamente. Ma pure tutti quei materiali utili per andare in missione e agire nel migliore dei modi. Occhiali da utilizzare in ogni ambiente, quindi. Coltelli da impiegare come extrema ratio, quando lo scontro diventa ravvicinato e non c’è più via di fuga. Ma anche materiale tecnico per difendersi dalle armi da taglio. E anche, ovviamente, fucili. Non è quindi un caso che Extrema Ratio, marca di coltelli (e non solo) che rifornisce gran parte delle forze armate internazionali, si sia rivolta al Comfose per organizzare tre giorni dedicati al sistema della Difesa, presso il poligono Le Arcate di Collesalvetti in provincia di Livorno, invitando partner come Sig Sauer, Nitecore, Energia Pura, Para jet e Helix. Il meglio delle aziende internazionali che si occupano di sicurezza. Ed è proprio da qui che è partito il comandante del Comfose, il generale di Brigata Carmine Vizzuso: «Grazie alle aziende che hanno aderito all’iniziativa permettendoci di testare il prodotto delle loro continue ricerche atte a migliorare il supporto alle Forze armate. Abbiamo avuto ospiti la cui presenza ha dimostrato il successo dell’evento. Grazie al vice comandante Comfose, Mauro Bruschi, e a tutto il personale che ha collaborato; bravi tutti, sono fiero del lavoro che è stato fatto».
Mauro Chiostri, fondatore di Extrema Ratio e Extrema Ratio Roma, ha invece affermato: «Questa terza edizione di Expo week defence days, (seconda realizzata a Collesalvetti, ndr) ha favorito lo scambio di opinioni, importante per contribuire allo sviluppo tecnologico; ha dato modo alle industrie di collaborare in un unico obiettivo rivolto al miglioramento delle offerte e hanno dato l’opportunità di ottenere un grande risultato che si è rivelato anche con le visite di personalità politiche e militari che hanno apprezzato l’iniziativa ritenendola importante». All’Expo infatti sono transitati tutti i reparti formati da Comfose: il nono reggimento col Moschin, il 185esimo Rao e il 4° Reggimento Alpini Paracadutisti. Tutti hanno potuto testare i materiali presenti, comprendendo le varie potenzialità degli strumenti che avevano davanti e pure i limiti per poterli migliorare.
In particolare, tra gli stand più visitati quelli di Sig Sauer, azienda americana di armi che, dopo importanti commesse negli Stati Uniti, sta ampliando il proprio volume di affari anche in Italia. Tra i modelli presentati la mitragliatrice Mmg in calibro 338 Norma magnum, Lmg IN calibro 7.62 sia ibrido sia convenzionale e Lmg in calibro 6.8 ibrido. La particolarità dei prodotti Sig oggi risiede sulle Mmg E Lmg e sui calibri ibridi che sono un loro prodotto esclusivo, che consente prestazioni superiori anche del 20-25% in termini di energia rispetto ai calibri convenzionali a parità di peso se non addirittura con pesi ridotti. Va da sé il vantaggio tattico. Ma non solo. Perché una delle caratteristiche dell’expo è quella di valorizzare le aziende italiane, come Neon che sta lavorando a importanti progetti per garantire la sicurezza degli operatori in condizioni climatiche estreme, ed Energia Pura, che ha già in produzione materiali anti taglio (di questi tempi utili anche per i civili, visti i continui attacchi all’arma bianca).
Non sono mancate le visite di personalità politiche e militari a testimoniare l’importanza dell’evento. Il sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago, l’eurodeputata Susanna Ceccardi, l’onorevole Paola Chiesa e l’onorevole Chiara La Porta hanno mostrato interesse nel corso della visita agli stand. Mentre il mondo corre spesso all’impazzata verso nuovi conflitti, c’è chi si addestra e si prepara. Con la speranza di non dover utilizzare mai ciò che ha appreso.
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