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2025-03-04
Trump: «Non sopporto più Zelensky»
Donald Trump e Volodymyr Zelensky durante l'incontro alla Casa Bianca (Getty Images)
È di nuovo scontro, ma stavolta a distanza, tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky. Domenica, parlando da Londra, il presidente ucraino ha definito un eventuale accordo di pace con Mosca «ancora molto, molto lontano». Parole, che hanno irritato l’inquilino della Casa Bianca. «Questa è la peggiore affermazione che Zelensky potesse fare e l’America non sopporterà ciò ancora per molto», ha tuonato ieri Trump su Truth. «Questa persona non vuole che ci sia la pace finché ha il sostegno dell’America e l’Europa, nell’incontro che ha avuto con Zelensky, ha dichiarato senza mezzi termini che non può fare il lavoro senza gli Usa. Probabilmente non è stata una grande affermazione da fare in termini di dimostrazione di forza contro la Russia», ha proseguito il presidente americano.
Poco dopo, su X, il leader ucraino, in un tentativo di gettare acqua sul fuoco, ha auspicato la fine della guerra «il prima possibile». «Dobbiamo fermare la guerra e garantire la sicurezza», ha specificato, per poi aggiungere: «Stiamo lavorando con l’America e i nostri partner europei e speriamo molto nel sostegno degli Usa nel cammino verso la pace». Zelensky ha, insomma, citato prima gli Usa degli europei. E, soprattutto, è sembrato aprire a una cessazione dei combattimenti da attuare prima delle garanzie di sicurezza. Il tweet è quindi probabilmente interpretabile come un ramoscello d’ulivo rivolto alla Casa Bianca.
Come che sia, il nuovo scontro fa seguito alla lite tra Trump e Zelensky, avvenuta venerdì nello studio ovale. E questo ulteriore battibecco è avvenuto poco prima di un incontro che, secondo Axios, l’inquilino della Casa Bianca aveva in programma, nella serata italiana di ieri, con il suo team di sicurezza nazionale, per valutare la possibilità di sospendere gli aiuti militari a Kiev. Nel momento in cui La Verità andava in stampa, non si avevano ancora notizie sull’esito del meeting. Ricordiamo comunque che, già nel 2023, l’attuale inviato americano per l’Ucraina, Keith Kellogg, aveva ipotizzato di subordinare l’assistenza bellica all’Ucraina alla disponibilità di Zelensky a sedersi al tavolo delle trattative con Vladimir Putin.
A rendere ancora più fredde le relazioni tra Washington e Kiev sta il fatto che alcuni alti esponenti repubblicani hanno apertamente messo sul tavolo le dimissioni del presidente ucraino. «O deve tornare in sé e tornare al tavolo con gratitudine, oppure qualcun altro deve guidare il Paese per farlo», ha detto lo Speaker della Camera, Mike Johnson, riferendosi a Zelensky. Apertamente critico del presidente ucraino è diventato anche il senatore repubblicano, Lindsey Graham: uno che, fino alla lite nello studio ovale, era sempre stato tra i principali alleati di Zelensky. «O deve dimettersi e mandare qualcuno con cui possiamo avere a che fare, oppure deve cambiare», ha affermato Graham, parlando del presidente ucraino, che si è notevolmente risentito per queste affermazioni.
Nel mezzo di questo gelo, ieri - prima del nuovo botta e risposta tra Trump e Zelensky - il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Mike Waltz, ha comunque aperto cautamente uno spiraglio. Ha, infatti, mostrato disponibilità a trattare con gli ucraini, ma a una condizione. «Quello che dobbiamo sentire dal presidente Zelensky è che si penta di quanto accaduto, che sia pronto a firmare questo accordo sui minerali e che sia pronto a impegnarsi in colloqui di pace», ha detto, per poi aggiungere: «La pazienza del popolo americano non è illimitata, i suoi portafogli non sono illimitati e le nostre scorte e munizioni non sono illimitate». Insomma, nell’amministrazione americana e nel mondo repubblicano si sta registrando una dialettica tra chi auspica che Zelensky si faccia direttamente da parte e chi chiede che vada a Canossa, per ricucire lo strappo. In questo quadro, ieri il segretario al Commercio Usa, Howard Lutnick, ha tuttavia escluso che Trump voglia le dimissioni del leader ucraino.
Nel frattempo, il presidente americano ha respinto le critiche di chi lo accusa di voler favorire Mosca. «L’unico presidente che non ha ceduto alcun territorio dell’Ucraina alla Russia di Putin è Trump», ha dichiarato. Effettivamente è un dato di fatto che lo zar abbia aggredito l’Ucraina nel 2014, ai tempi dell’amministrazione Obama, e nel 2022, quando Joe Biden era alla Casa Bianca. Un altro dato di fatto è che Trump, nel 2019, diede i missili Javelin a Kiev, imponendo delle sanzioni al Nord Stream 2: sanzioni che fu Biden a revocare nel 2021. Trump ha anche criticato gli europei per la loro storica dipendenza dal gas russo. «L’Europa ha speso più soldi per acquistare petrolio e gas russi di quanti ne abbia spesi per difendere l’Ucraina», ha tuonato. Infine, è vero che, venerdì, il capo della Casa Bianca ha chiesto a Zelensky di accettare dei compromessi. Tuttavia, il mercoledì precedente, aveva anche detto che lo stesso Putin avrebbe dovuto fare delle concessioni in sede di trattative.
Il punto è che la lite di venerdì e il nuovo scontro di ieri hanno fatto venire alla luce un problema di antica data: la divergenza tra gli obiettivi politico-militari di Washington e quelli di Kiev. Era marzo 2023, quando Politico riportò di dissidi, dietro le quinte, tra Zelensky e l’amministrazione Biden su varie questioni militari e strategiche. La testata riferì anche di funzionari americani irritati per il fatto che, nella consegna degli armamenti a Kiev da parte di Washington, il presidente ucraino «non aveva mostrato la dovuta gratitudine». Ora il dissidio è venuto alla luce del sole. Zelensky rifiuta compromessi e invoca l’integrità territoriale ucraina. Trump, dal canto suo, vuole ritagliarsi il ruolo di mediatore e spinge i due belligeranti ad accettare delle concessioni per farli sedere entrambi al tavolo senza precondizioni. È stata d’altronde la divergenza negli obiettivi, ragionano oggi alla Casa Bianca, a determinare l’attuale situazione di stallo in Ucraina.
In tutto questo, non va trascurato che Trump sta inserendo la gestione della crisi ucraina nell’ottica di un obiettivo ben preciso: quello di separare il più possibile Mosca da Pechino. Oltre ai nuovi dazi americani al Dragone, l’attuale Casa Bianca ha finora marginalizzato il ruolo politico cinese nella questione ucraina, mentre giovedì Pechino ha definito «inutile» ogni eventuale sforzo americano di dividerla da Mosca. Segno che la Repubblica popolare ha perfettamente capito qual è il principale obiettivo dell’inquilino della Casa Bianca.
Starmer già smentisce l’Eliseo: «Nessun accordo sulla tregua»
La tregua in Ucraina proposta da Londra e Parigi, che doveva durare un mese, è durata una notte: lo stato confusionale in cui versa l’Europa (nella quale torniamo a comprendere politicamente anche la Gran Bretagna) fa registrare una ennesima rappresentazione plastica tra la tarda serata di domenica scorsa e ieri mattina. Di ritorno dal vertice di Londra, Emmanuel Macron annuncia che Francia e Gran Bretagna hanno elaborato un piano che prevede una tregua di un mese in Ucraina. Una tregua parziale, che riguarda solo «i cieli e i mari», spiega Macron a Le Figaro, e comprende «lo stop ai raid russi contro le infrastrutture energetiche». Una tregua di questo genere «sappiamo come misurarla», sottolinea Macron, mentre sarebbe impossibile verificarne l’attuazione sulle operazioni di terra, considerata l’immensa linea del fronte, «l’equivalente della linea Parigi-Budapest».
La proposta è un po’ (eufemismo) cervellotica, ma almeno sembra concreta: il problema è che dal piano Francia-Gran Bretagna, la Gran Bretagna si sfila immediatamente. Alle 10 del mattino, il ministro delle forze armate britannico, Luke Pollard smentisce Macron: «Non è stato raggiunto alcun accordo», dichiara a Times Radio, «su come dovrebbe apparire la tregua. Ci sono diverse opzioni sul tavolo, che saranno oggetto di discussioni più approfondite con i partner americani ed europei, ma una tregua di un mese non è stata oggetto di un accordo». Pollard spiega che il timore di Volodymyr Zelensky è che una tregua limitata, «possa permettere alle forze russe di riorganizzarsi, riarmarsi, raggrupparsi e poi attaccare nuovamente. E questo chiaramente non sarebbe nell’interesse di nessuno». Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barro qualche minuto dopo spiega che la tregua mensile servirebbe a testare «la buona fede di Putin», ma ormai la frittata è fatta. Un portavoce di Keir Starmer nel pomeriggio derubrica la proposta a «una delle opzioni sul tavolo».
Con questa mirabile chiarezza di idee e unità di intenti l’Unione si avvicina al Consiglio europeo straordinario sulla difesa di giovedì prossimo. L’unica cosa certa è che l’Europa si accinge a far crescere a dismisura le spese per gli armamenti. Lo dice chiaro e tondo Ursula von der Leyen: «Sto preparando intensamente il Consiglio europeo insieme al presidente Costa e domani (oggi, ndr) informerò gli Stati membri con una lettera sul piano per il riarmo dell’Europa. Senza alcun dubbio, abbiamo bisogno di un massiccio aumento della difesa. Vogliamo una pace duratura, ma una pace duratura può essere costruita solo sulla forza. E la forza», aggiunge la Von der Leyen, «inizia con il rafforzamento di noi stessi». Nelle bozze delle conclusioni del Consiglio europeo di giovedì prossimo circolate ieri le ulteriori forniture di armi all’Ucraina e quelle da acquistare per la difesa europea fanno la parte del leone, si parla di maggiore flessibilità nell’uso dei fondi strutturali e nell’ambito del Patto di stabilità e crescita, insomma non si bada a spese. Le industrie delle armi in Europa, inevitabilmente, fanno segnare record stellari in borsa, grazie a quella che viene definita «euforia da riarmo». Una certa euforia bellicista trapela anche dalle parole pronunciate ieri da Starmer che, a quanto riferisce l’Adnkronos, in un accorato discorso alla Camera dei comuni sostiene che «la Gran Bretagna avrà un ruolo leader per la pace in Ucraina. Se necessario, e insieme ad altri, con scarponi sul terreno e aerei nei cieli. È giusto che l’Europa si faccia carico del peso maggiore per sostenere la pace nel nostro continente. Ma per avere successo», aggiunge Starmer, «questo sforzo deve avere un deciso sostegno degli Usa. Accolgo con favore il continuo impegno del presidente Donald Trump per questa pace. La Russia è una minaccia per i nostri mari e cieli. Per la sicurezza del nostro continente, per la sicurezza del nostro Paese e per la sicurezza dei britannici, ora dobbiamo vincere la pace. Il Regno Unito continuerà a mantenere il flusso di aiuti militari all’Ucraina».
Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius in serata ha discusso in videoconferenza con i colleghi di Francia, Italia, Gran Bretagna e Polonia in una videoconferenza nel formato G5. Tutti hanno concordato sul fatto che si potrà contare sul continuo e ampio sostegno del Gruppo dei Cinque all’Ucraina. «Noi europei siamo più forti di quanto crediamo. E ci comportiamo come se fossimo deboli», chiosa il premier francese, François Bayrou. Una cosa almeno è chiara anche a lui: i leader europei avrebbero bisogno di un ottimo psicoterapeuta.
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Non si placa la tensione dopo lo scontro nello Studio ovale. Il presidente ucraino definisce «molto, molto lontana» la fine della guerra, e scatena quello Usa: «Non poteva dire cose peggiori, l’America non è disposta a tollerarle a lungo. Come ho detto, non vuole accordi».Per permettere il riarmo, la Ue sta pensando di introdurre eccezioni al Patto di stabilità.Lo speciale contiene due articoli.È di nuovo scontro, ma stavolta a distanza, tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky. Domenica, parlando da Londra, il presidente ucraino ha definito un eventuale accordo di pace con Mosca «ancora molto, molto lontano». Parole, che hanno irritato l’inquilino della Casa Bianca. «Questa è la peggiore affermazione che Zelensky potesse fare e l’America non sopporterà ciò ancora per molto», ha tuonato ieri Trump su Truth. «Questa persona non vuole che ci sia la pace finché ha il sostegno dell’America e l’Europa, nell’incontro che ha avuto con Zelensky, ha dichiarato senza mezzi termini che non può fare il lavoro senza gli Usa. Probabilmente non è stata una grande affermazione da fare in termini di dimostrazione di forza contro la Russia», ha proseguito il presidente americano.Poco dopo, su X, il leader ucraino, in un tentativo di gettare acqua sul fuoco, ha auspicato la fine della guerra «il prima possibile». «Dobbiamo fermare la guerra e garantire la sicurezza», ha specificato, per poi aggiungere: «Stiamo lavorando con l’America e i nostri partner europei e speriamo molto nel sostegno degli Usa nel cammino verso la pace». Zelensky ha, insomma, citato prima gli Usa degli europei. E, soprattutto, è sembrato aprire a una cessazione dei combattimenti da attuare prima delle garanzie di sicurezza. Il tweet è quindi probabilmente interpretabile come un ramoscello d’ulivo rivolto alla Casa Bianca.Come che sia, il nuovo scontro fa seguito alla lite tra Trump e Zelensky, avvenuta venerdì nello studio ovale. E questo ulteriore battibecco è avvenuto poco prima di un incontro che, secondo Axios, l’inquilino della Casa Bianca aveva in programma, nella serata italiana di ieri, con il suo team di sicurezza nazionale, per valutare la possibilità di sospendere gli aiuti militari a Kiev. Nel momento in cui La Verità andava in stampa, non si avevano ancora notizie sull’esito del meeting. Ricordiamo comunque che, già nel 2023, l’attuale inviato americano per l’Ucraina, Keith Kellogg, aveva ipotizzato di subordinare l’assistenza bellica all’Ucraina alla disponibilità di Zelensky a sedersi al tavolo delle trattative con Vladimir Putin.A rendere ancora più fredde le relazioni tra Washington e Kiev sta il fatto che alcuni alti esponenti repubblicani hanno apertamente messo sul tavolo le dimissioni del presidente ucraino. «O deve tornare in sé e tornare al tavolo con gratitudine, oppure qualcun altro deve guidare il Paese per farlo», ha detto lo Speaker della Camera, Mike Johnson, riferendosi a Zelensky. Apertamente critico del presidente ucraino è diventato anche il senatore repubblicano, Lindsey Graham: uno che, fino alla lite nello studio ovale, era sempre stato tra i principali alleati di Zelensky. «O deve dimettersi e mandare qualcuno con cui possiamo avere a che fare, oppure deve cambiare», ha affermato Graham, parlando del presidente ucraino, che si è notevolmente risentito per queste affermazioni.Nel mezzo di questo gelo, ieri - prima del nuovo botta e risposta tra Trump e Zelensky - il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Mike Waltz, ha comunque aperto cautamente uno spiraglio. Ha, infatti, mostrato disponibilità a trattare con gli ucraini, ma a una condizione. «Quello che dobbiamo sentire dal presidente Zelensky è che si penta di quanto accaduto, che sia pronto a firmare questo accordo sui minerali e che sia pronto a impegnarsi in colloqui di pace», ha detto, per poi aggiungere: «La pazienza del popolo americano non è illimitata, i suoi portafogli non sono illimitati e le nostre scorte e munizioni non sono illimitate». Insomma, nell’amministrazione americana e nel mondo repubblicano si sta registrando una dialettica tra chi auspica che Zelensky si faccia direttamente da parte e chi chiede che vada a Canossa, per ricucire lo strappo. In questo quadro, ieri il segretario al Commercio Usa, Howard Lutnick, ha tuttavia escluso che Trump voglia le dimissioni del leader ucraino.Nel frattempo, il presidente americano ha respinto le critiche di chi lo accusa di voler favorire Mosca. «L’unico presidente che non ha ceduto alcun territorio dell’Ucraina alla Russia di Putin è Trump», ha dichiarato. Effettivamente è un dato di fatto che lo zar abbia aggredito l’Ucraina nel 2014, ai tempi dell’amministrazione Obama, e nel 2022, quando Joe Biden era alla Casa Bianca. Un altro dato di fatto è che Trump, nel 2019, diede i missili Javelin a Kiev, imponendo delle sanzioni al Nord Stream 2: sanzioni che fu Biden a revocare nel 2021. Trump ha anche criticato gli europei per la loro storica dipendenza dal gas russo. «L’Europa ha speso più soldi per acquistare petrolio e gas russi di quanti ne abbia spesi per difendere l’Ucraina», ha tuonato. Infine, è vero che, venerdì, il capo della Casa Bianca ha chiesto a Zelensky di accettare dei compromessi. Tuttavia, il mercoledì precedente, aveva anche detto che lo stesso Putin avrebbe dovuto fare delle concessioni in sede di trattative.Il punto è che la lite di venerdì e il nuovo scontro di ieri hanno fatto venire alla luce un problema di antica data: la divergenza tra gli obiettivi politico-militari di Washington e quelli di Kiev. Era marzo 2023, quando Politico riportò di dissidi, dietro le quinte, tra Zelensky e l’amministrazione Biden su varie questioni militari e strategiche. La testata riferì anche di funzionari americani irritati per il fatto che, nella consegna degli armamenti a Kiev da parte di Washington, il presidente ucraino «non aveva mostrato la dovuta gratitudine». Ora il dissidio è venuto alla luce del sole. Zelensky rifiuta compromessi e invoca l’integrità territoriale ucraina. Trump, dal canto suo, vuole ritagliarsi il ruolo di mediatore e spinge i due belligeranti ad accettare delle concessioni per farli sedere entrambi al tavolo senza precondizioni. È stata d’altronde la divergenza negli obiettivi, ragionano oggi alla Casa Bianca, a determinare l’attuale situazione di stallo in Ucraina.In tutto questo, non va trascurato che Trump sta inserendo la gestione della crisi ucraina nell’ottica di un obiettivo ben preciso: quello di separare il più possibile Mosca da Pechino. Oltre ai nuovi dazi americani al Dragone, l’attuale Casa Bianca ha finora marginalizzato il ruolo politico cinese nella questione ucraina, mentre giovedì Pechino ha definito «inutile» ogni eventuale sforzo americano di dividerla da Mosca. 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Di ritorno dal vertice di Londra, Emmanuel Macron annuncia che Francia e Gran Bretagna hanno elaborato un piano che prevede una tregua di un mese in Ucraina. Una tregua parziale, che riguarda solo «i cieli e i mari», spiega Macron a Le Figaro, e comprende «lo stop ai raid russi contro le infrastrutture energetiche». Una tregua di questo genere «sappiamo come misurarla», sottolinea Macron, mentre sarebbe impossibile verificarne l’attuazione sulle operazioni di terra, considerata l’immensa linea del fronte, «l’equivalente della linea Parigi-Budapest». La proposta è un po’ (eufemismo) cervellotica, ma almeno sembra concreta: il problema è che dal piano Francia-Gran Bretagna, la Gran Bretagna si sfila immediatamente. Alle 10 del mattino, il ministro delle forze armate britannico, Luke Pollard smentisce Macron: «Non è stato raggiunto alcun accordo», dichiara a Times Radio, «su come dovrebbe apparire la tregua. Ci sono diverse opzioni sul tavolo, che saranno oggetto di discussioni più approfondite con i partner americani ed europei, ma una tregua di un mese non è stata oggetto di un accordo». Pollard spiega che il timore di Volodymyr Zelensky è che una tregua limitata, «possa permettere alle forze russe di riorganizzarsi, riarmarsi, raggrupparsi e poi attaccare nuovamente. E questo chiaramente non sarebbe nell’interesse di nessuno». Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barro qualche minuto dopo spiega che la tregua mensile servirebbe a testare «la buona fede di Putin», ma ormai la frittata è fatta. Un portavoce di Keir Starmer nel pomeriggio derubrica la proposta a «una delle opzioni sul tavolo». Con questa mirabile chiarezza di idee e unità di intenti l’Unione si avvicina al Consiglio europeo straordinario sulla difesa di giovedì prossimo. L’unica cosa certa è che l’Europa si accinge a far crescere a dismisura le spese per gli armamenti. Lo dice chiaro e tondo Ursula von der Leyen: «Sto preparando intensamente il Consiglio europeo insieme al presidente Costa e domani (oggi, ndr) informerò gli Stati membri con una lettera sul piano per il riarmo dell’Europa. Senza alcun dubbio, abbiamo bisogno di un massiccio aumento della difesa. Vogliamo una pace duratura, ma una pace duratura può essere costruita solo sulla forza. E la forza», aggiunge la Von der Leyen, «inizia con il rafforzamento di noi stessi». Nelle bozze delle conclusioni del Consiglio europeo di giovedì prossimo circolate ieri le ulteriori forniture di armi all’Ucraina e quelle da acquistare per la difesa europea fanno la parte del leone, si parla di maggiore flessibilità nell’uso dei fondi strutturali e nell’ambito del Patto di stabilità e crescita, insomma non si bada a spese. Le industrie delle armi in Europa, inevitabilmente, fanno segnare record stellari in borsa, grazie a quella che viene definita «euforia da riarmo». Una certa euforia bellicista trapela anche dalle parole pronunciate ieri da Starmer che, a quanto riferisce l’Adnkronos, in un accorato discorso alla Camera dei comuni sostiene che «la Gran Bretagna avrà un ruolo leader per la pace in Ucraina. Se necessario, e insieme ad altri, con scarponi sul terreno e aerei nei cieli. È giusto che l’Europa si faccia carico del peso maggiore per sostenere la pace nel nostro continente. Ma per avere successo», aggiunge Starmer, «questo sforzo deve avere un deciso sostegno degli Usa. Accolgo con favore il continuo impegno del presidente Donald Trump per questa pace. La Russia è una minaccia per i nostri mari e cieli. Per la sicurezza del nostro continente, per la sicurezza del nostro Paese e per la sicurezza dei britannici, ora dobbiamo vincere la pace. Il Regno Unito continuerà a mantenere il flusso di aiuti militari all’Ucraina». Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius in serata ha discusso in videoconferenza con i colleghi di Francia, Italia, Gran Bretagna e Polonia in una videoconferenza nel formato G5. Tutti hanno concordato sul fatto che si potrà contare sul continuo e ampio sostegno del Gruppo dei Cinque all’Ucraina. «Noi europei siamo più forti di quanto crediamo. E ci comportiamo come se fossimo deboli», chiosa il premier francese, François Bayrou. Una cosa almeno è chiara anche a lui: i leader europei avrebbero bisogno di un ottimo psicoterapeuta.
iStock
Verdura antica e di poco costo («tre palanche al mazz»), il ramolaccio un tempo era assai più diffuso. Poi, come accade ai poveri in un Paese diventato ricco, il ramolaccio è finito ai margini della società orticola che mira più ai consumi nei supermercati che al bene prezioso della biodiversità.
Originario dell’Est dell’Europa, conosciuto già da Egizi, Greci e Romani che lo apprezzavano per le notevoli proprietà salutari, il ramolaccio invernale, Raphanus sativus, è un ravanello superdotato, di colore nero. Ci sono diverse varietà di Raphanus, differenti tra loro per forma, colore e sapore: piccole, grandi, giganti, allungate, tonde, a candela, rosse, gialle, nere. A noi, qui, interessa il niger, nero, bello grassoccio, rotondo come l’«O» di Giotto, ma con il codino. È molto bello da vedere. Anche se è un ortaggio piuttosto sconosciuto e poco coltivato, capita ancora di adocchiarlo sui banchi del mercato cittadino o in uno dei vari mercatini della terra o in un negozio di ortofrutta il cui proprietario sia particolarmente sensibile alla biodiversità. Quando, pulito dalla terra e ben lavato, si taglia a fette, il forte contrasto che oppone la scorza corvina dalla polpa candida è uno spettacolo. Notte e giorno. Neve e carbone. Corpo scuro, anima candida.
Il ramolaccio invernale è decisamente piccante e questo, presso il consumatore italiano, non depone purtroppo a suo favore. Ma è un ortaggio che fa un monte di bene e si presta a molti usi in cucina: tagliato a striscioline o a fettine sottili in carpaccio o abbinato ad altre verdure crude; cucinato come i crauti; adoperato come ingrediente per salse piccanti; conservato sotto aceto. È utilizzato anche per zuppe e pare impossibile come una radice così acre, così spicy, riesca a trasformarsi in deliziosa e morbida vellutata.
Nella civiltà contadina era famoso come rimedio naturale antitosse e antinfiammatorio per le vie respiratorie. Qualche nonna avanti con gli anni lo consiglia ancora. E non solo lei, come vedremo più sotto. Una ricetta popolare suggerisce di scavare la rapa, farcirla di zucchero o miele e lasciarla riposare per 24 ore: si ottiene così uno sciroppo naturale espettorante. Il ramolaccio invernale è noto anche per la sua capacità di drenare le tossine e stimolare la produzione di bile, migliorando la digestione dei grassi. Per questo la tradizione popolare consiglia di consumarlo dopo pasti abbondanti. Il consiglio vale anche per chi eccede con il vino. Il medico di Alessandro Magno, il pitagorico Androcide, ne consigliava l’uso al suo poco docile paziente, grande condottiero e grande bevitore, per evitare le conseguenze dannose dell’uso eccessivo del «sangue della terra». Pare che l’antico medico vissuto a cavallo tra il quarto e il terzo secolo avanti Cristo, si basasse sull’osservazione che la vite si ritraeva o non fruttava bene se piantata accanto alle coltivazioni di rafani. È Plinio il Vecchio che ci racconta l’episodio. Il suggerimento di Androcide deve funzionare se dopo 2.000 e passa anni è arrivato fino alla soglia dei nostri giorni, fino all’altroieri. Nelle osterie dei nostri nonni era facile trovare una terrina di rapanelli sul bancone di mescita come rimedio popolare contro gli effetti dell’eccesso di vino. L’usanza si basava, appunto, sull’antica convinzione che i rapanelli, grazie alle loro proprietà rinfrescanti e depurative, potessero aiutare a mitigare i postumi di una sbornia o comunque favorire il benessere dopo aver tracannato parecchio.
Oltre alle proprietà medicinali, i Romani apprezzavano le qualità alimentari del ramolaccio invernale: lo dimostrano gli scritti di Columella e dello stesso Plinio, ma anche i moderni studi storici sulle risorse alimentari delle popolazioni vesuviane compiuti, tra gli altri, da Annamaria Ciarallo, compianta archeologa e botanica, autrice di numerosi libri sul «verde» pompeiano mediante la ricostruzione degli horti in base ai calchi delle radici.
Pare che i Romani facessero anche un terribile uso improprio - almeno quando Roma viveva tempi più casti e castigati moralmente - del ramolaccio. Una legge non scritta, ma crudelmente applicata, permetteva al marito tradito, in caso di flagrante adulterio, di sodomizzare con la radice piccante di un raphanus (la storia non ne specifica la varietà, ma sicuramente non era un rapanello) l’amante della moglie colto in fallo.
Durante il Medioevo il raphanus, probabilmente per la sua piccantezza, era considerato simbolo della lite. Aveva, quindi, valore negativo ma si poteva neutralizzarlo e consumare benissimo l’ortaggio purché, prima di mangiarlo, lo si benedicesse.
Come detto, il ramolaccio invernale ha stretti legami di parentela con il ravanello (Raphanus Sativus): appartengono entrambi alla famiglia delle Brassicaceae. Il niger rispetto al cuginetto rosso ha foglie e radici molto più grandi e resiste bene al freddo. L’apparato fogliare può raggiungere i 30 cm di altezza; la radice può arrivare anche al mezzo chilo. Ci sono diversi tipi di ramolaccio invernale nero: rotondi, conici e allungati a cilindro, di grosso o medio calibro.
Per la buona presenza di vitamine e la lunga conservabilità, veniva stivato in botti sulle navi per combattere lo scorbuto, terribile malattia che affliggeva i marinai causata dalla prolungata carenza di vitamina C. A confermare i rimedi della nonna a base di ramolaccio, ci sono le attestazioni degli studiosi moderni: il raphanus stimola l’appetito, la tonicità dell’apparato respiratorio e l’attivazione delle cellule epatiche; è diuretico, antiallergico. Il ravanello nero, in particolare, è utile nel curare bronchiti, tosse convulsa, reumatismi, malattie dell’apparato genito-urinario e coliche epatiche. A quanto pare fa bene anche ai giovani che patiscono la stanchezza. Mangiare ramolacci sotto esami o nei periodi di stress scolastico o di cambio di stagione, aiuta l’organismo a tener duro. A ulteriore conferma delle virtù salutari del ramolaccio nero c’è anche un modo di dire lituano che corrisponde al nostro «sano come un pesce». Nel Paese baltico, per descrivere lo stato di ottima salute di un individuo, dicono: «È sano come un ravanello nero».
Concludiamo suggerendo il più semplice dei modi di mangiare il Raphanus sativus niger: la sua preparazione al carpaccio. Per due persone basteranno due ramolacci invernali neri di media grossezza. Dopo averli lavati - se si vuole togliere un po’ di piccantezza basta lavarli ancora sotto acqua corrente - e sbucciati (volendo si può tenere anche la buccia nera, che fa un bell’effetto, ma in questo caso si deve strofinare ben bene il rafano per togliere tutta la terra), si affettano a rondelle sottili e si stendono su un piatto di portata. A questo punto si usa il sale q.b. sul carpaccio in modo che faccia perdere all’ortaggio acqua e piccantezza. Buttata l’acqua in eccesso e benedetto il ramolaccio con una emulsione di olio d’oliva extravergine buono (due terzi), aceto balsamico (un terzo), senape e un pizzichino di pepe, il carpaccio è pronto. È un buon abbinamento per i piatti di carne.
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Ovs
Sotto la sua guida, Ovs ha superato la logica della semplice insegna per evolversi in una piattaforma di marche, capace di coniugare accessibilità, qualità e identità. Una svolta costruita nel tempo, investendo su persone, stile, organizzazione e innovazione operativa, senza mai perdere di vista la sostenibilità economica per valorizzare ogni brand del gruppo, da Upim a Croff, da Stefanel a Goldenpoint. In un settore attraversato da forti discontinuità, Beraldo ha dimostrato che la crescita non è il frutto di scorciatoie, ma di una gestione coerente e di lungo periodo. È da questa traiettoria che prende le mosse questa chiacchierata con La Verità, in cui l’amministratore delegato racconta i risultati, le scelte e le priorità future di un gruppo che continua a crescere controcorrente.
In un mercato definito ancora debole, Ovs ha chiuso il 2025 con vendite in crescita del 7% e un Ebitda atteso a +11%. Che cosa vi ha permesso di fare meglio del mercato?
«Negli ultimi anni abbiamo lavorato per trasformare Ovs da semplice insegna a piattaforma di marche. Oggi il cliente non entra solo per cercare un prezzo o un prodotto funzionale, ma perché si riconosce in un’identità: Piombo, Les Copains, Altavia, B.Angel sono trattate come vere marche, con uno stile, una comunicazione e una relazione emotiva con il consumatore. A questo si aggiunge un forte lavoro sul prodotto: qualità dei materiali, attenzione ai fit, chiarezza di assortimento. È questa combinazione che ci consente di crescere più del mercato».
Tutte le insegne crescono anche nel perimetro like-for-like. È un segnale strutturale?
«In Italia il mercato non offre spinte strutturali: la crescita è il risultato di scelte molto mirate. Se cresciamo trimestre dopo trimestre è perché la progettualità messa in campo viene premiata dai clienti. Non è un automatismo, è una conquista continua».
Donna e Beauty sono indicati come i segmenti più dinamici. Perché?
«Nel womenswear cresciamo perché siamo migliorati molto rispetto al passato. Il mercato donna è fermo, ma è grande, e stiamo guadagnando quote grazie al rafforzamento del prodotto e del team stile. Nel beauty, invece, cresciamo anche perché il mercato è strutturalmente in espansione, trainato dalla skincare, e intercetta una domanda legata alla cura di sé. Ovs è diventata una destinazione riconosciuta anche per questa categoria».
Ci sono segmenti più in difficoltà?
«Se il segmento «donna» cresce leggermente e quello «uomo» rimane stabile, la fascia «kids» è in calo. La nostra risposta è duplice: da un lato riduciamo la dipendenza dal bambino grazie alla crescita della donna; dall’altro difendiamo il kidswear puntando sulla qualità, soprattutto nel neonato, dove cresciamo nonostante il mercato in contrazione».
L’apertura del primo negozio diretto in India ha dato segnali molto positivi. È l’inizio di una strategia più ampia?
«Sì. Dopo un primo tentativo in joint venture, abbiamo deciso di investire direttamente creando una filiale e un team locale. Il primo negozio sta performando molto bene e abbiamo già acquisito la location per il secondo, a Mumbai. I primi mesi confermano che l’India è pronta per un progetto strategico di Ovs».
L’Ebitda cresce nonostante l’inflazione sui costi. Quanto conta l’efficienza operativa?
«È fondamentale, ma non può sostituire il valore del prodotto. L’efficienza è una leva, ma la crescita nasce dalla capacità di offrire qualità, design e identità di marca a prezzi accessibili».
La generazione di cassa è aumentata di oltre il 20%. Come la utilizzerete?
«In modo equilibrato: investimenti, remunerazione degli azionisti e rafforzamento della struttura finanziaria. La solidità raggiunta ci consente di sostenere lo sviluppo e riconoscere il valore creato».
Parlate di innovazione digitale nelle operations. Qual è il progetto chiave?
«Non esiste un singolo progetto, ma molti interventi diffusi: logistica, previsione della domanda, distribuzione in-season e post-distribuzione. Grazie ad algoritmi avanzati possiamo riallocare i prodotti in tempo reale tra i negozi, migliorando l’efficienza e riducendo gli sprechi».
Quanto sono centrali dati e Intelligenza artificiale?
«Sono centrali soprattutto nella gestione delle scorte. L’Ia applicata ai dati ci consente di capire perché un prodotto funziona in un punto vendita e non in un altro e di intervenire in modo sempre più mirato. È utilizzata anche nei contenuti, nelle immagini e nella personalizzazione dell’esperienza cliente».
Quanto incide il fattore cambio, in particolare il dollaro?
«Molto. Chi opera nel segmento dei prezzi accessibili ed è attento alla qualità deve produrre fuori dai mercati maturi. Gran parte degli acquisti è denominata in dollari, quindi il cambio incide direttamente su costi e competitività».
Goldenpoint cresce del 10% nei primi sette mesi di consolidamento. Che ruolo avrà?
«Goldenpoint è uno dei pilastri della crescita futura. È un marchio noto, con buone posizioni retail e poca concorrenza strutturata. Siamo intervenuti sul ringiovanimento del prodotto, soprattutto in intimo e leggings, abbiamo visto una risposta immediata del mercato. Dove il prodotto è stato rinnovato, la crescita è stata evidente. Il lavoro continuerà».
Guardando al 2026, una sola priorità strategica?
«Crescita, redditività e rafforzamento del posizionamento di lungo periodo. Sono obiettivi interconnessi, non alternativi».
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I risultati dell’ultima semestrale registrano ricavi per 74,3 miliardi di euro e perdite nette per 2,3 miliardi. L’utile operativo adjusted è stato di 500 milioni, il cash flow delle attività industriali è andato in negativo per 2,3 miliardi, mentre le consegne sono scese del 6% rispetto al medesimo periodo del 2024. Non è che le aspettative fossero molto migliori, ma Stellantis ha spiegato che anche per il 2026 sospenderà le previsioni, oltre a sospendere i dividendi. Qui gli analisti si aspettavano una cedola simbolica, ma non lo zero assoluto.
Il gruppo guidato da Antonio Filosa ha voluto fare pulizia e ha deciso di mettere a bilancio 22,5 miliardi di oneri di ristrutturazione. Di questi, ben 14 sono per rimettersi in carreggiata negli Stati Uniti, dove la dottrina Trump, che ha tolto gli incentivi all’elettrico e penalizza le delocalizzazioni dei colossi dell’auto, ha già portato Ford e Gm a «riconvertirsi» alle benzine e a riportare in patria le produzioni spostate in Messico e in Canada. Negli Stati Uniti, primo mercato di sbocco del gruppo, le consegne di Stellantis sono scese del 25% su base annua. Mentre in Europa, c’è stato un calo un calo del 6%, spiegato con problemi nella transizione dei vari modelli. Vanno bene, invece, i mercati di Medio Oriente e Africa (+30% entrambi) e il Sud America, che cresce del 20%.
Filosa però vede una ripresa del mercato, con le consegne cresciute del 9% nel terzo trimestre del 2025 e il portafoglio ordini Usa in forte ripresa (+150% nel 2025 sul 2024). Del resto Stellantis ha investito 13 miliardi di dollari negli Stati Uniti, proprio per adattarsi alle politiche di Donald Trump, e altri 10 miliardi in Europa, dove nell’ultimo anno ha lanciato dieci modelli nuovi.
Sono numeri che sembrano confermare la strategia per la quale è stato scelto, a metà dello scorso anno, un manager come Filosa: focalizzarsi sugli Usa e tenere le posizioni in Europa, ma chiarendo ai governi e a Bruxelles che, senza incentivi e regole certe, salta tutto. Il manager è stato esplicito anche ieri: «La principale differenza tra il mercato americano e quello europeo sta proprio nella regolamentazione. Noi continueremo a investire in Ue, ma potremmo fare di più ed è difficile, perché le regole imposte non sono chiare e penalizzano le case europee». Case europee, va ricordato, che però si sono già ampiamente tutelate con il ricorso a Pechino. I tedeschi di Audi, Volkswagen e Mercedes montano già componenti cinesi e Vw andrà in Cina a costruire auto, mentre chiude stabilimenti in Germania. Quanto a Stellantis, ha varato una joint venture con i cinesi di Leapmotor, che stanno invadendo il mercato italiano usando la rete vendite ex Fiat e con modelli clamorosamente simili (ma elettrici).
Filosa ha anche puntato il dito su «criticità pregresse» e su una «sovrastima del ritmo della transizione ecologica». E ha spiegato che in passato, «abbiamo tagliato costi in maniera eccessiva, licenziando ad esempio molti ingegneri che invece ci aiutano a sviluppare prodotti innovativi». Tanto che lui ha fatto subito assumere 2.000 ingegneri, ovviamente in gran parte negli Stati Uniti. Al netto della normale enfasi sugli errori dei predecessori, va ricordato che Tavares ha lasciato la guida di Stellantis il 3 dicembre 2024 con una liquidazione di quasi 80 milioni di euro e dopo aver riempito la famiglia Agnelli-Elkann di dividendi. Da allora il gruppo è stato gestito dal presidente John Elkann, che poi ha nominato Filosa il 28 maggio 2025. Elkann, che attraverso Exor controlla il 14% di Stellantis, oggi deve accettare una cura da cavallo che richiede un grosso sforzo negli Stati Uniti. Lo fa dopo aver puntato tutto su Trump, dal quale è andato in visita lo scorso primo aprile. Ora lo scherzetto anti elettrico del presidente Usa costa a Stellantis 14 miliardi negli Usa, il tutto dopo che negli anni scorsi la stessa Stellantis era stata tra le case automobilistiche più favorevoli alla transizione ecologica. Dalla nascita di Stellantis (2021) a oggi, Exor ha incassato cedole per oltre 2 miliardi, mentre nei quattro anni di Tavares (2021-2024) sono stati prodotti 55 miliardi di utili e distribuiti in totale 14 miliardi di dividendi. Per Exor (ieri -2,3% ad Amsterdam), questa semestrale è una brutta notizia, anche se molto meno di un tempo. A fine settembre, con il titolo poco sopra gli 8 euro, il valore netto di Stellantis era di 3,8 miliardi e pesava per il 10% sugli asset totali dei Exor. Oggi, con l’azione scesa a 6,2 euro, la capitalizzazione di mercato è sprofondata a 18,1 miliardi e si è dimezzata in un solo anno. Servirebbe forse un aumento di capitale, per Stellantis, ma per ora si è optato per un bond da 5 miliardi, perché i grandi soci non si vogliono diluirsi. Anche questo non deve essere piaciuto molto, in Borsa. Intanto, sembra avverarsi sempre più la profezia consegnata a Ferragosto a un settimanale portoghese da Tavares: «Alla fine l’auto la faranno solo gli Usa e la Cina». Dimenticò di dire che gli ha dato una bella mano.
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Il consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare lo schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva 2023/970 del Parlamento europeo e del consiglio del 10 maggio 2023, sulla trasparenza salariale che mira a rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore, tramite la trasparenza retributiva e i relativi meccanismi di applicazione.
Secondo il ministro del Lavoro, Marina Calderone, il provvedimento «rafforza gli strumenti per rendere effettiva la parità salariale. Il testo potrà arricchirsi nel passaggio parlamentare e gli ulteriori confronti con le parti sociali, perché la valorizzazione del talento di tutte e di tutti è una condizione essenziale per un mondo del lavoro moderno e inclusivo».
L’obiettivo è eliminare il divario salariale di genere (gender pay gap) attraverso una maggiore trasparenza e strumenti di tutela. Si applica a datori di lavoro pubblici e privati e riguarda, salvo alcune esclusioni, i lavoratori subordinati (inclusi dirigenti e contratti a termine), estendendosi per alcuni aspetti anche ai candidati durante la fase di selezione. Secondo dati Eurostat del 2023 le donne guadagnano in media il 12% in meno rispetto agli uomini. Peraltro, questo divario ha ripercussioni trasformandosi in un gap pensionistico rilevante (oltre il 26% in media Ue secondo dati Eurostat del 2024). Se quindi il punto di partenza è condivisibile, quello che fa discutere sono gli strumenti e il rischio di indesiderati effetti collaterali. In base alle nuove norme i datori di lavoro avranno l’obbligo di fornire alle persone in cerca di occupazione informazioni sulla retribuzione iniziale e sulla fascia retributiva dei posti vacanti pubblicati. Ai datori di lavoro è fatto divieto di chiedere ai candidati informazioni sulle retribuzioni percepite nei precedenti rapporti professionali. Ma soprattutto, una volta assunti, i lavoratori avranno il diritto di chiedere ai loro datori di lavoro, informazioni sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie che svolgono analoghe attività o di pari valore. Potranno anche essere richiesti i criteri utilizzati per determinare la progressione retributiva e di carriera che devono essere, dice la direttiva Ue, oggettivi e neutri sotto il profilo del genere. Le imprese con più di 500 dipendenti dovranno riferire annualmente all’autorità nazionale competente, sul divario retributivo di genere all’interno. Per le imprese tra 100 e 250 dipendenti questa comunicazione avverrà ogni tre anni. Quando l’organico è sotto i 100 dipendenti non c’è obbligo di comunicazione. Se dovesse emergere un divario retributivo superiore al 5% non giustificato da criteri oggettivi e neutri dal punto di vista del genere, le imprese saranno obbligate a intervenire svolgendo una valutazione delle retribuzioni con i sindacati. I dipendenti che dovessero aver subito discriminazioni retributive potranno avere un risarcimento, compresi gli stipendi arretrati e i relativi bonus.
Questo significa un aggravio organizzativo importante per l’azienda che potrebbe dover fronteggiare una raffica di contestazioni. E soprattutto si apre il tema delle risorse necessarie per raggiungere l’obiettivo della parità salariale. Sarà interessante vedere se anche i contratti collettivi dovranno tenere conto del fatto che i rinnovi dovranno essere modulati per colmare il divario esistente. Al tempo stesso c’è il rischio che si scateni un vespaio di invidie e gelosie mettendo uomini e donne l’uno contro l’altro nella gestione degli incrementi salariali aziendali.
Per quelle aziende tenute alla comunicazione, nel caso emerga una differenza del livello retributivo tra uomini e donne pari o superiore al 5%, il datore di lavoro avrebbe sei mesi di tempo per rimediare.
Il tema è capire come dare le giuste risposte a una questione sulla quale tutti sono d’accordo in termini di principio ma che andrà gestita con attenzione ed equilibrio. C’è insomma da evitare il rischio di «eccesso di reazione», tema che si è posto all’attenzione in questi giorni con la notizia riportata dal New York Times secondo cui le iniziative dell’azienda Nike a favore della diversità potrebbero aver rappresentato una discriminazione a danno dei lavoratori bianchi. La Enoc (la commissione americana per le pari opportunità) sta indagando su «accuse sistemiche di discriminazione razziale intenzionale legate ai programmi di diversità, equità e inclusione «nei confronti dei dipendenti bianchi del gruppo di abbigliamento sportivo».
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