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2022-07-12
Gli ultimi giorni di Trump alla Casa Bianca su Discovery+
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Trump: Unprecedented (Discovery+)
Alex Holder, un regista poco noto, di poco conto nel bel mondo hollywoodiano, ha scelto di non issare alcuna bandiera sul proprio lavoro, di non parteggiare per l’una o l’altra fazione politicamente. Non ha tifato Joe Biden, e nemmeno sperato che Donald Trump potesse riconfermarsi presidente degli Stati Uniti d’America, così da proporre al mondo una versione più nuova, contemporanea, di quel che è stato a suo tempo The War Room. Solo, ha deciso di ascoltare. «La famiglia Trump si lamentava spesso di come i media dessero un’immagine distorta di tutti loro. Sostenevano che nessuno, in fondo, sapesse chi fossero. Avevano una visione molto cinica dei mezzi di comunicazione. Io mi sono limitato a proporre loro di dirmelo da sé chi fossero», ha spiegato il documentarista britannico, raccontando come abbia convinto il Tycoon a sedersi di fronte ad una telecamera, per raccontare di sé, di un progetto che credeva sarebbe stato vittorioso. Accadeva, il tutto, nel 2020, nelle settimane in cui Trump si preparava a candidarsi una seconda volta al Campidoglio. Holder ricorda l’ottimismo dell’allora presidente. Pensava avrebbe vinto, Trump, pensava che quelle parole affidate ad una telecamera sarebbero state testimonianza certa e gloriosa del suo secondo mandato. Invece, Trump: Unprecedented, disponibile su Discovery+ da domenica, ha finito per essere il contrario di quel che Big Donald avrebbe voluto: la prova inconfutabile di una disfatta dolorosa, di un tentativo a tratti commovente di negare la realtà.
Trump: Unprecedented, per il quale l’intera famiglia Trump – Ivanka e il marito Jared Kushner, Donald Jr. ed Eric – si è prestata alle interviste di Holder, ha reso eterni gli ultimi momenti del Tycoon, versione presidente. Lo ha filmato, esposto al mondo. Ha cristallizzato ogni sua parola, ogni suo sguardo, lo stupore insito nella sconfitta, la denuncia di un complotto. Poi, l’assalto del Campidoglio. «La presunzione, con tutta probabilità, è quel che li ha convinti a cooperare», ha spiegato ancora l’inglese. «Devono aver pensato che io fossi un ragazzo senza alcun interesse in gioco. «Non è americano, è qui per vederci vincere, quindi perché non approfittarne?». Credo sia andata più o meno così», ha continuato Holder, giurando di non aver utilizzato alcun tipo di trucchetto per convincere l’ex presidente a raccontarsi. «Sono una persona molto onesta. Ho cercato di essere quanto più trasparente e franco possibile, quanto più delicato possibile. Ho utilizzato un approccio gentile, senza forzare alcunché. Ho solo preso quel che loro erano disposti a darmi». E il risultato, nei due anni intercorsi fra la prima intervista e la post-produzione del documentario, è stato condensato nei tre episodi di Trump: Unprecedented. Un prodotto che, secondo Holder, non è utile soltanto a far luce gli ultimi momenti della vita politica di Trump, ma si addentra all’interno delle dinamiche familiari. È la storia di una dinastia, di un potere che si pensava ereditario. È una storia controversa, quella di Trump: Unprecedented, una storia che le autorità statunitensi hanno voluto approfondire. Holder, nel girare il documentario, avrebbe filmato momenti chiave per capire se e quale ruolo l’ex presidente abbia giocato nella rivolta culminata, il 6 gennaio 2021, nella presa del Campidoglio. «Trump, nel corso di due interviste successive, ha ammesso che i rivoltosi hanno attaccato il Campidoglio perché convinti che le elezioni fossero truccate. Ma chi ha detto loro che le elezioni erano state truccate?», si è chiesto Holder, il cui lavoro, bilanciato e super partes, è un documento lucido e chiaro su una pagina intricata – benché affascinante – di storia contemporanea.
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È in onda sulla piattaforma streaming da domenica, «Trump: Unprecedented», la serie diretta dal regista Alex Holder: tre episodi, per ripercorrere – senza volontà di giudizio – le ultime sei settimane della campagna presidenziale di Donald Trump. Alex Holder, un regista poco noto, di poco conto nel bel mondo hollywoodiano, ha scelto di non issare alcuna bandiera sul proprio lavoro, di non parteggiare per l’una o l’altra fazione politicamente. Non ha tifato Joe Biden, e nemmeno sperato che Donald Trump potesse riconfermarsi presidente degli Stati Uniti d’America, così da proporre al mondo una versione più nuova, contemporanea, di quel che è stato a suo tempo The War Room. Solo, ha deciso di ascoltare. «La famiglia Trump si lamentava spesso di come i media dessero un’immagine distorta di tutti loro. Sostenevano che nessuno, in fondo, sapesse chi fossero. Avevano una visione molto cinica dei mezzi di comunicazione. Io mi sono limitato a proporre loro di dirmelo da sé chi fossero», ha spiegato il documentarista britannico, raccontando come abbia convinto il Tycoon a sedersi di fronte ad una telecamera, per raccontare di sé, di un progetto che credeva sarebbe stato vittorioso. Accadeva, il tutto, nel 2020, nelle settimane in cui Trump si preparava a candidarsi una seconda volta al Campidoglio. Holder ricorda l’ottimismo dell’allora presidente. Pensava avrebbe vinto, Trump, pensava che quelle parole affidate ad una telecamera sarebbero state testimonianza certa e gloriosa del suo secondo mandato. Invece, Trump: Unprecedented, disponibile su Discovery+ da domenica, ha finito per essere il contrario di quel che Big Donald avrebbe voluto: la prova inconfutabile di una disfatta dolorosa, di un tentativo a tratti commovente di negare la realtà. Trump: Unprecedented, per il quale l’intera famiglia Trump – Ivanka e il marito Jared Kushner, Donald Jr. ed Eric – si è prestata alle interviste di Holder, ha reso eterni gli ultimi momenti del Tycoon, versione presidente. Lo ha filmato, esposto al mondo. Ha cristallizzato ogni sua parola, ogni suo sguardo, lo stupore insito nella sconfitta, la denuncia di un complotto. Poi, l’assalto del Campidoglio. «La presunzione, con tutta probabilità, è quel che li ha convinti a cooperare», ha spiegato ancora l’inglese. «Devono aver pensato che io fossi un ragazzo senza alcun interesse in gioco. «Non è americano, è qui per vederci vincere, quindi perché non approfittarne?». Credo sia andata più o meno così», ha continuato Holder, giurando di non aver utilizzato alcun tipo di trucchetto per convincere l’ex presidente a raccontarsi. «Sono una persona molto onesta. Ho cercato di essere quanto più trasparente e franco possibile, quanto più delicato possibile. Ho utilizzato un approccio gentile, senza forzare alcunché. Ho solo preso quel che loro erano disposti a darmi». E il risultato, nei due anni intercorsi fra la prima intervista e la post-produzione del documentario, è stato condensato nei tre episodi di Trump: Unprecedented. Un prodotto che, secondo Holder, non è utile soltanto a far luce gli ultimi momenti della vita politica di Trump, ma si addentra all’interno delle dinamiche familiari. È la storia di una dinastia, di un potere che si pensava ereditario. È una storia controversa, quella di Trump: Unprecedented, una storia che le autorità statunitensi hanno voluto approfondire. Holder, nel girare il documentario, avrebbe filmato momenti chiave per capire se e quale ruolo l’ex presidente abbia giocato nella rivolta culminata, il 6 gennaio 2021, nella presa del Campidoglio. «Trump, nel corso di due interviste successive, ha ammesso che i rivoltosi hanno attaccato il Campidoglio perché convinti che le elezioni fossero truccate. Ma chi ha detto loro che le elezioni erano state truccate?», si è chiesto Holder, il cui lavoro, bilanciato e super partes, è un documento lucido e chiaro su una pagina intricata – benché affascinante – di storia contemporanea.
I disordini nelle periferie europee e le crescenti tensioni sociali mostrano una realtà innegabile: i vecchi modelli di accoglienza indiscriminata sono falliti. Secondo l’onorevole Sara Kelany l’integrazione non può essere subita, deve essere governata. “La sinistra per anni ha alimentato l'irregolarità con un buonismo di facciata che ha solo creato zone franche e caporalato. Con il Governo Meloni la musica è cambiata: in Italia si rispettano le leggi italiane e chi non ci sta, torna a casa”.
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Al centro della vicenda c’è la famiglia Benigni: Enzo, azionista di riferimento di Elt Group, e la figlia Domitilla, oggi al vertice operativo dell’azienda. Una galassia privata che negli anni ha costruito un equilibrio peculiare: abbastanza vicina allo Stato da rivendicare il proprio carattere strategico, abbastanza autonoma da raccoglierne i benefici in forma privata. Nel 2025 Elt ha riportato un valore della produzione di 401,6 milioni di euro, rispetto ai 373,3 milioni dello scorso esercizio, mentre il fatturato ammonta a 304 milioni, inoltre l’acquisizione di nuovi ordini tocca complessivamente il record di 700,6 milioni.
Numeri che riaccendono l’ipotesi di riassetto dell’azionariato. Un elemento spesso trascurato è che Leonardo non è un soggetto esterno alla partita: possiede già il 31,33% del capitale di Elt Group. Accanto a Leonardo siedono la famiglia Benigni con il 35,34% e la francese Thales con il 33,33%. La questione, quindi, non riguarda un eventuale ingresso di Leonardo, ma un possibile rafforzamento della sua presenza o il coinvolgimento di Cassa pepositi e prestiti. Cosa c’entra Cdp? Il caso helmon rende il quadro più concreto. Il 5 marzo 2025 Cdp Venture Capital e Cy4Gate - la società cyber dell’orbita ELT Group quotata in Borsa - hanno annunciato il lancio di helmon, nuovo operatore di cybersicurezza dedicato alle pmi italiane, nato nell’ambito del Fondo Boost Innovation di Cdp. La partnership, avviata nel 2024, prevede risorse iniziali per 3 milioni di euro, estendibili fino a 9,5 milioni. Un’operazione presentata come investimento nell’innovazione ma che consolida ulteriormente i rapporti tra Cdp e il gruppo riconducibile alla famiglia Benigni proprio mentre resta aperto il tema del futuro assetto societario di Elt Group.
C’è però un nodo: Enrico Peruzzi. Marito di Domitilla Benigni e presidente esecutivo di Cy4Gate, Peruzzi ha già lavorato in Leonardo in aree legate alla strategia e alle operazioni straordinarie. Qualunque ipotesi di suo ritorno in ruoli capaci di incidere su acquisizioni o scelte industriali renderebbe inevitabile una riflessione sulla gestione dei potenziali conflitti di interesse. Può una figura così strettamente legata ai vertici di Elt Group influire su decisioni che potrebbero riguardare direttamente il gruppo stesso?
La questione diventa ancora più sensibile guardando alle attività di Cy4Gate. Attraverso Rcs Lab, il gruppo opera nel settore delle tecnologie per le intercettazioni giudiziarie: trojan, captazioni ambientali, raccolta e analisi dei dati utilizzati nelle indagini delle procure. Non si tratta di un semplice fornitore informatico ma di soggetti che agiscono all’interno di uno degli ambiti più delicati dello Stato, quello in cui il potere investigativo incontra le libertà individuali. Il caso Palamara ha già mostrato quanto siano cruciali i temi della gestione dei dati, della catena di custodia e dei controlli tecnici sulle intercettazioni. La questione non riguarda soltanto la validità processuale delle captazioni, ma anche la governance delle infrastrutture tecnologiche che le rendono possibili.
Il dossier Elt Group incrocia così quattro dimensioni. Industriale: qual è il reale posizionamento competitivo dell’azienda? Finanziaria: eventuali interventi pubblici creano valore nazionale o valorizzano soprattutto gli azionisti esistenti? Governance: come vengono gestiti i possibili conflitti di interesse? Istituzionale: esistono adeguati strumenti di controllo sulle tecnologie utilizzate nella filiera delle intercettazioni?
Per Leonardo questo rappresenta uno dei primi test della nuova fase manageriale. Se Elt Group è davvero un asset strategico, ogni operazione dovrà essere accompagnata da trasparenza, valutazioni industriali verificabili e regole rigorose sulla governance. Diversamente, il rischio è che il dibattito sulla sovranità tecnologica finisca per sovrapporsi a interessi molto più tradizionali. E questa volta la posta in gioco non riguarda soltanto la difesa elettronica, ma anche cybersicurezza, spyware e dati giudiziari.
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L'intervento del segretario generale IILA, Giorgio Silli, all’evento «Crimen organizado transnacional»
Missione istituzionale a Panama per Giorgio Silli, segretario generale dell'IILA, l'Organizzazione internazionale italo-latinoamericana: al centro la formazione del personale sanitario e il rafforzamento della cooperazione contro la criminalità organizzata.
L'Italia rafforza la cooperazione con Panama sul fronte della sanità e del contrasto alla criminalità organizzata transnazionale. È questo il fulcro della missione istituzionale che il segretario generale dell'IILA (Organizzazione Internazionale Italo-latinoamericana), Giorgio Silli, ha svolto martedì 9 giugno nel Paese centroamericano.
La giornata si è aperta con la partecipazione di Silli all'evento dedicato all'alta formazione pediatrica per il personale sanitario di Panama e dell'America Centrale, un workshop promosso dall'IILA insieme all'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e ospitato dall'Ospedale Santo Tomás.
Alla cerimonia inaugurale hanno preso parte, tra gli altri, il ministro della Salute panamense Galindo Boyd, il viceministro degli Esteri Carlos Arturo Hoyos, l'ambasciatrice d'Italia a Panama Giuditta Giorgio, rappresentanti dell'Ufficio della First Lady di Panama, dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, dell'Hospital del Niño e della Pontificia Commissione per l'America Latina.
Nel suo intervento, Silli ha richiamato il ruolo svolto dall'IILA nella promozione della salute pubblica nei Paesi membri, ricordando come, a partire dalla pandemia di Covid-19, l'organizzazione abbia intensificato il trasferimento di competenze tecnico-scientifiche italiane altamente specializzate a sostegno dei sistemi sanitari latinoamericani. Il segretario generale ha inoltre evidenziato la collaborazione avviata nel 2022 con l'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù attraverso un accordo quadro, annunciando l'intenzione di prorogare la cooperazione per altri quattro anni mediante la firma di un'addenda. Nel pomeriggio, la missione è proseguita con la partecipazione all'incontro organizzato dall'Ambasciata d'Italia a Panama e dall'Unidad de Análisis Financiero sul tema del contrasto alla criminalità organizzata transnazionale e al riciclaggio di denaro.
Nel corso del suo intervento, Silli ha sottolineato la necessità di rafforzare la cooperazione internazionale di fronte a organizzazioni criminali sempre più strutturate e capaci di operare oltre i confini nazionali. L'obiettivo, ha spiegato, è quello di ridurre gli spazi d'azione delle reti criminali, colpirne i meccanismi finanziari e consolidare la tenuta delle istituzioni democratiche. Il segretario generale ha inoltre ribadito l'importanza della collaborazione tra Italia e Panama, indicando nell'IILA uno strumento di dialogo e cooperazione regionale su temi di interesse comune.
A margine degli appuntamenti ufficiali, Silli ha avuto una serie di incontri istituzionali con il ministro della Salute Galindo Boyd, il viceministro per gli Affari multilaterali e la Cooperazione Carlos Guevara Mann, il viceministro degli Esteri Carlos Arturo Hoyos e il direttore generale di AMPYME, Raúl Fernández. I colloqui hanno riguardato le prospettive di collaborazione nei settori considerati prioritari per Panama.
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Silvia Salis e Roberto Gualtieri (Imagoeconomica)
Questo è ciò che insegna la mobilitazione di questi giorni contro il ddl Valditara sul consenso informato. Una norma fin troppo aperta e tollerante che tuttavia ha suscitato la rivolta dei soliti Vip con la firma facile (e passi) e soprattutto quella di alcune amministrazioni comunali. A guidare la protesta, pensa un po’, è Elly Schlein che ieri ha dichiarato guerra annunciando che il Pd è «pronto a mobilitarsi» contro il ddl. Prima della segretaria dem il Comune di Genova guidato da Silvia Salis aveva annunciato che avrebbe continuato a svolgere i corsi di educazione sessuo-affettiva nelle scuole per l’infanzia, semplicemente cambiando nome all'iniziativa. Poi è intervenuto pure il Comune di Roma, nella persona dell’assessore alla Scuola Claudia Pratelli. «Il governo utilizza il consenso informato come una clava ideologica contro l’educazione affettiva e sessuale e ciò rappresenta un grave errore politico e culturale», sostiene la Prateli. «Proprio mentre assistiamo a una preoccupante crescita della violenza di genere, del bullismo, dell’omotransfobia e di molte forme di discriminazione che coinvolgono sempre più spesso anche i più giovani, si è scelto di alzare ostacoli anziché rafforzare gli strumenti educativi a disposizione della scuola».
Questi presunti ostacoli, in realtà, non esistono. L’educazione sessuale nelle scuole è prevista, così come quella affettiva. Semplicemente si consente ai genitori di non acconsentire a progetti arbitrari e contestabili che contemplino la presenza di militanti, attivisti e simili. È a questo che si oppongono le amministrazioni di sinistra: alla possibilità per le famiglie di esercitare il diritto a tutelare i minori. «Continueremo a educare al rispetto, alla libertà e all’uguaglianza: non è un’opzione ideologica, è una responsabilità pubblica e democratica», afferma l’assessore romano Pratelli. Subito spalleggiato da Cittadinanzattiva, che addirittura invita alla «disobbedienza civile». Se non fosse tragico, questo spettacolo farebbe scompisciare. Invocano la disobbedienza civile gli stessi che invocavano galera e fucilazione per i non vaccinati. Gli stessi che si strappavano le vesti quando, ai tempi, qualcuno a destra propose la disobbedienza fiscale per protesta. Gli stessi che presentavano leggi regionali per discriminare i medici obiettori di coscienza sull’aborto.
Ecco come funziona: una legge dello Stato non piace ai progressisti? Loro si sentono liberi di violarla, di calpestare la democrazia e di fregarsene della libertà delle famiglie. Per questo speriamo che ProVita, come ha annunciato, denunci il sindaco Gualtieri se eviterà di rispettare la norma ora vigente. In ogni caso, gioca ripeterlo, il ddl Valditara non toglie l’educazione sessuo-affettiva (anche se sarebbe bello che lo facesse), si limita a garantire un minimo di possibilità di difesa ai genitori dai tentativi di indottrinamento coatto. Ma anche questo non è ammesso, poiché le associazioni amiche della sinistra rischiano di perdere soldi e perché non è concepibile che qualcuno sfugga alla rieducazione.
Del resto si comportano così in ogni occasione. Se non ti adegui alla loro visione del mondo, meriti ogni forma di punizione. Emblematico in questo senso il caso dell’influencer leghista Eterno. Si ferma a girare un video in centro a Parma, riprendendo sé stesso. Viene insultato da un gruppo di stranieri che gli lanciano oggetti e bottiglie. Lui cerca di trattare, allunga pure la mano a uno in segno di pace, ma quelli proseguono. Lui si fa comprensibilmente girare le scatole e si lascia scappare un insulto («scimmie») e uno slogan («remigrazione»). Quelli lo inseguono e lo picchiano. Un amico lì presente evita il peggio, perché uno dei gentili signori stranieri aveva già estratto il coltello. Risultato? I giornali di sinistra raccontano che Eterno ha provocato e lanciato improperi razzisti, i video che documentano la scena vengono tagliati ad arte. E qualche genio tipo l’attivista-giornalista Saverio Tommasi e vari suoi degni compari scrivono che il leghista si è meritato le botte, che i razzisti si trattano così e anche peggio. Tutto da copione: il nemico va eliminato, la legge del nemico va violata.
Resta da capire chi sia, questo nemico. O, meglio, resta da insegnare alle masse a riconoscere i nemici e a toglierli di mezzo. Per questo bisogna entrare nelle scuole, cominciare a educare fin da piccoli gli individui a guardare il mondo da una prospettiva progressista. Istruirli a riconoscere il razzista, l’omofobo, il fascista, il misogino, il maschio tossico.
Così, un passo alla volta, si arriverà al risultato finale tanto auspicato, alla costruzione di una visione del mondo del tutto artificiale capace di trascurare completamente la realtà in nome dell’ideologia. La visione che abbiamo visto all’opera nel Regno Unito con il povero Henry Nowak: un ragazzo ferito e morente che non respirava e sputava sangue ma è stato ammanettato e trattato da criminale. Non perché avesse fatto qualcosa di male, ma perché era semplicemente un maschio bianco, cioè il malvagio per eccellenza.
È a questa visione del mondo che il ddl Valditara dà diritto a opporsi. E infatti i progressisti quel diritto lo vogliono cancellare: sono fuorilegge, ma pretendono di comandare. Invocano la disobbedienza civile ma non accettano che qualcuno rifiuti di obbedire ai loro ordini.
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